Veggio il nuovo Pilato sì crudele
Che... senza decreto
Porta nel Tempio le cupide vele.
State contenti, umana gente, al quia;
Che se potuto aveste veder tutto,
Mestier non era partorir Maria.
170. Beatrice dice a san Pietro.
O luce eterna del gran viro
A cui nostro Signor lasciò le chiavi
Ch'ei portò giù di questo gaudio miro,
Tenta costui de' punti lievi e gravi
Come ti piace, intorno della fede
Per la qual tu su per lo mare andavi. Paradiso 24.
Avete il vecchio e il nuovo Testamento,
E il pastor della Chiesa che vi guida
Questo vi basti a vostro salvamento. Paradiso V.
172. Convivio, Tratt. IV, c. 5. «Oh istoltissime e vilissime bestiole, che a guisa d'uomo vi pascete, che presumete contro a nostra fede parlare, e volete sapere, filando e zappando, ciò che Dio con tanta prudenza ha ordinato. Maledetti siate voi e la vostra presunzione, e chi vi crede».
173. Inferno, c. VIII.
174. Sonetti della Vita Nuova.
175. Hist. des sciences matem. en Italie, tom. II, pag. 195 e 200.
176. Vedi Palermo nel Catalogo dei manoscritti della Palatina di Firenze.
177. Capo 91. Vedi qui sopra, a pag. 109.
178. Lib. X, c. 41.
179. Defensor pacis, p. II, c. 20.
180. Sul tempo di Lodovico il Bavaro fu pubblicata ultimamente un'opera tedesca di Guglielmo Schreiber, Die politischen und religiosen Doctrinen unter Ludwig dem Bayern: Landshut 1838, dove si espongono le quistioni d'allora intorno ai limiti dell'autorità papale e imperiale, mettendo principalmente in vista Dante, Marsilio da Padova, Occam e Leopoldo di Siebenburg. Il primo rivela la morale nella Divina Comedia, la politica nella Monarchia, sostenendo la monarchia universale, giusta la Bibbia e la storia. Marsilio, aristotelico, sostiene la suprema autorità del Concilio, convocato dall'imperatore, come mezzo di riconciliar il pastorale colla spada. Il vescovo di Bamberg nega al papa il diritto di trasferir ad altri l'impero. Occam, nel Compendium errorum, fu il più vivo oppugnatore della Santa Sede a favore del principato. Tutto è ben esaminato dal punto di vista del medioevo.
181. Augustini de Ancona, Summa de ecclesiastica potestate fu edita ai primordj della stampa in Roma da Fr. de' Cinquinis, 1479, in 4º gotico.
182. Nello Statuto di Ferrara del 1270, la rubrica XII è quod nullus se scovet, e in margine v'è il flagello a nodi, di cui si servivano costoro. E lo Statuto dice: Quia per inimicos Sancte Matris Ecclesie cum magna cautela tractatum fuit, et inventum fuit batimentum, annis preteritis, in offensionem et periculum amicorum partis ecclesie, et in aliquibus partibus oportunum fuit quod amici ecclesie sibi in tali periculo providerent: quia enim dicitur quod tractatur simili modo batimentum de novo: idcirco vir nobilis dominus Obizo Estensis marchio... statuunt et bannum imponunt, secundum quod inferius declaratur. E qui impongono pene corporali a chi introducesse la flagellazione, o si flagellasse, o non denunziasse chi si flagella.
183. La Dissertazione XVIII del Lami tratta Della setta de' Flagellanti in Toscana.
184. Gregorio XI nel 1372 ordina inquisitoribus ut faciant comburi quosdam libros sermonum hæreticorum, pro majori parte in vulgari scriptos.
185. Raynaldi, al 1376, n. 26.
186. L'opera De modis uniendi et reformandi ecclesiam in concilio universali, si attribuisce a Gerson, ma forse a torto, giacchè, a tacere le ragioni estrinseche, parla con tale violenza contro di Giovanni XXIII, e con tale disamore e tanti errori sulla costituzione ecclesiastica, da parer piuttosto lavoro d'un wiclefita.
187. Riflettono che, quantunque Giovanni XXIII fosse papa dubbio, pure il concilio di Costanza temette trascendere la sua autorità col deporlo; sicchè negli atti è espresso che il re de' Romani, i cardinali, i deputati proposero che «il papa assentisse alla propria deposizione, promettesse ratificarla, e, in quanto era bisogno, egli medesimo rinunziasse». Furono in fatto spediti cardinali che persuadessero Giovanni XXIII, il quale confermò egli stesso la sentenza di deposizione.
188. Così è generalmente asserito; pure si ha una lettera di Huss, che dice: Exeo (da Praga) sine salvoconductu; e in un'altra: Venimus (a Costanza) sine salvoconductu. Ap. Rohrbacher, Hist. eccles., tom. XXI, p. 191.
189. Il fondatore degli Ussiti sosteneva, dacchè un principe cadeva in grave colpa, si era disobbligati dall'obbedirgli. I suoi seguaci spinsero tanto avanti l'intolleranza, da volere puniti di morte gli eccessi nel bere e nel mangiare, l'usura, l'incontinenza, lo spergiuro, il ricever mercede per messe o assoluzioni, e ogni altro peccato mortale; e ciò metteano per condizione al loro ritorno alla Chiesa Cattolica, la quale ricusò tale fierezza. I Fratelli Boemi, come condizione per riunirsi ai cattolici metteano l'abbattere tutti gli istituti di letteratura o di scienze; professare che i maestri d'arti belle sono pagani e pubblicani.
190. Il concilio di Basilea trovasi difeso da Nicolò Tedeschi arcivescovo di Palermo, contro del quale il cardinale Torrecremata pubblicò la grande ed ingegnosa Summa de ecclesia.
191. «Venne il pontefice con tutta la Corte di Roma, e collo 'mperadore de' Greci, e tutti i vescovi e prelati latini, in Santa Maria del Fiore, dove era fatto un degno apparato, ed ordinato il modo ch'avevano a istare a sedere i prelati dell'una Chiesa e dell'altra. Istava il papa dal luogo dove si diceva il vangelo, e cardinali e prelati della Chiesa romana; dall'altro lato istava lo 'mperadore di Costantinopoli con tutti i vescovi e arcivescovi greci: il papa era parato in pontificale, e tutti i cardinali co' piviali, e i vescovi cardinali colle mitere di damaschino bianco, e tutti i vescovi così greci come latini coi piviali, i greci con abiti di seta al modo greco molto ricchi; e la maniera degli abiti greci pareva assai più grave e più degna che quella de' prelati latini..... Il luogo dello 'mperadore era in questa solennità dove si canta la Epistola all'altare maggiore; ed in quello medesimo luogo, come è detto, erano tutti i prelati greci. Era concorso tutto il mondo in Firenze per vedere quell'atto sì degno. Era una sedia dirimpetto a quella del papa dall'altro lato, ornata di drappo di seta, e lo 'mperadore con una veste alla greca di broccato damaschino molto ricca, con uno cappelletto alla greca, che v'era in sulla punta una bellissima gioja: era uno bellissimo uomo, colla barba al modo greco. E d'intorno alla sedia sua erano molti gentili uomini che aveva in sua compagnia, vestiti pure alla greca molto riccamente, sendo gli abiti loro pieni di gravità, così quegli de' prelati, come de' secolari. Mirabile cosa era a vedere ben molte degne cerimonie, e i vangeli che si dicevano in tutte dua le lingue, greca e latina, come s'usa la notte di Pasqua di Natale in Corte di Roma. Non passerò che io non dica qui una singulare loda de' Greci. I Greci, in anni millecinquecento o più, non hanno mai mutato abito: quello medesimo abito avevano in quello tempo, ch'eglino avevano avuto nel tempo detto; come si vede ancora in Grecia nel luogo che si chiama i Campi Filippi, dove sono molte storie di marmo, dentrovi uomini vestiti alla greca nel modo che erano allora». Vespasiano fiorentino, Vita di Eugenio IV.
Dopo i molti cattolici che scrissero del concilio di Firenze, comparve nel 1861 una memoria di Basilio Popoff, studente di teologia a Mosca, che descrive quell'ultimo tentativo di unione fra le due Chiese dal punto d'aspetto greco e con gran lodi ai membri della greca.
192. La copia più intera di quell'atto sta nella Laurenziana a Firenze. Alle altre manca la firma del gran sincello. Una ne è nell'archivio di Stato d'essa città. Nell'archivio capitolare di Milano se ne conserva un esemplare autentico, scritto in latino e greco, e colle firme originali di papa Eugenio IV e di otto prelati latini, e dell'imperatore Paleologo in cinabro, e colla bolla imperiale. Nell'Archivio storico del 1857 fu pubblicato l'atto d'unione, che comincia così: Eugenius ecc. Consentiente carissimo filio nostro Johanne Paleologo Romeorum imperatore illustri et... orientalem ecclesiam representantibus. Letentur celi et exultet terra; sublatus est enim de medio paries qui occidentalem orientalemque dividebat Ecclesiam, et pax atque concordia rediit: illo angulari lapide Christo, qui fuit utraque unum, vinculo fortissimo caritatis et pacis utrumque jungente parietem, et perpetue unitatis fœdere copulante ac continente; postque longam meroris nebulam, et dissidii diuturni atram ingratamque caliginem, serenum omnibus unionis optate jubar illuxit. Gaudeat et mater Ecclesia, que filios suos, hactenus invicem dissidentes, jam videt in unitatem pacemque rediisse: et que antea in eorum separatione amarissime flebat, ex ipsorum modo mira concordia cum ineffabili gaudio, omnipotenti Deo gratias referat. Cuncti gratulentur fideles ubique per orbem, et qui christiano censentur nomine matri catholice Ecclesie colletentur. Ecce enim occidentales orientalesque Patres, post longissimum dissensionis atque discordie tempus, se maris ac terre periculis exponentes, omnibusque superatis laboribus, ad hoc sacrum ycumenicum concilium desiderio sacratissime unionis, et antique caritatis reintegrande gratia, leti alacresque convenerunt, et intentione sua nequaquam frustrati sunt. Post longam enim laboriosamque indaginem, tandem Spiritus Sancti clementia ipsam optatissimam sanctissimamque unionem consecuti sunt. Quis igitur dignas omnipotentis Dei beneficiis gratias referre sufficiat? quis tante divine miserationis divitias non obstupescat? cujus vel ferreum pectus tanta superne pietatis magnitudo non molliat? Sunt ista prorsus divina opera, non humane fragilitatis inventa; atque ideo eximia cum veneratione suscipienda, et divinis laudibus prosequenda. Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio, Christe, fons misericordiarum, qui tantum boni sponse tue catholice Ecclesie contulisti, atque in generatione nostra tue pietatis miracula demonstrasti, ut enarrent omnes mirabilia tua. Magnum siquidem divinumque munus nobis Deus largitus est: oculisque vidimus quod ante nos multi, cum valde cupierint, adspicere nequiverunt. Convenientes enim Latini ac Greci in hac sacrosancta synodo ycumenica, magno studio invicem usi sunt, ut, inter alia, etiam articulus ille de divina Spiritus Sancti processione summa cum diligentia et assidua inquisitione discuteretur.
Item diffinimus Sanctam Apostolicam sedem, et Romanum Pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum Pontificem Romanum successorem esse beati Petri principis Apostolorum, et rerum Christi vicarium, totiusque Ecclesie caput, et omnium Christianorum patrem et doctorem existere; et ipsi in beato Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem Ecclesiam a Domino nostro Jesu Christo plenam potestatem traditam esse; quemadmodum etiam in gestis ycumenicorum conciliorum, et in sacris canonibus continetur, Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium Patriarcharum, ut Patriarcha Constantinopolitanus secundus sit post sanctissimum Romanum Pontificem, tertius vero Alexandrinus, quartus autem Antiochenus, et quintus Hierosolymitanus, salvis videlicet privilegiis omnibus et juribus eorum.
193. Ozanam, Filosofia di Dante. Al qual proposito giovi soggiungere che Benvenuto da Imola, commentando Dante ove dice esser più di mille gli eretici, riflette che chussi poteano dire plus de centomillia migliara: e che i siffatti son generalmente huomini magnifici.
194. Almeno lo asserisce sant'Agostino De Civitate Dei, VIII, 8.
195. Vedi Renan, Averoè et l'averoisme, 2 édit., p. 112.
196. Vedi qui sopra, a pag. 97, e alla nota 23 del Discorso IV.
197. De materia cœli contra Averroem. Padova 1493. De intellectu possibili, quæstio aurea contra Averroym. Venezia 1500.
198. Il testo dice mot callemin.
199. Hermannus Alemannus translator Manfredi, nuper a D. rege Carolo devicti, dice Rogero Bacone.
200. Defensores hujus hæresis dicunt quod aliquod secundum philosophiam est, licet fides aliud ponat secundum theologiam. Ed egli stesso confutandolo professa che in hac disputatione nihil secundum legem nostram dicemus, sed omnia secundum philosophiam... tantum ea accipientes quæ per syllogismum accipiunt demonstrationem. Opp. Tom. V, pag. 218, 226, 380.
201. Unum te obsecro ut ab omni consilio mearum rerum tui isti Arabes arceantur atque exulent: odi genus universum... Vix mihi persuadebitur ab Arabia posse aliquid boni esse. Contra medicum quemdam.
202. Ad hæc ille nauseabundus risit, et «Tu (inquit) esto christianus bonus: ego horum omnium nihil credo. Et Paulus et Augustinus tuus, hique omnes alii quos prædicas, loquacissimi homines fuere. Utinam tu Averroim pati posses, ut videres quanto ille tuis istis nugatoribus major sit». Exarsi, fateor, et vix manum ab illo impuro et blasphemo continui. Senil. L. V, ep. 3.
203. In un manoscritto della biblioteca di San Giovanni e Paolo a Venezia si trova fossero Leonardo Dandolo milite, Tommaso Talento mercante, Zaccaria Contarino nobile, veneziani, e il medico Guido di Bagnolo da Reggio. La lor conversazione è il soggetto del trattato De sui ipsius et multorum ignorantia.
204. Canem illum rabidum Averroem, qui furore actus infando, contra Dominum suum Christum, contraque catholicam fidem latrat. Ep. sine titulo 656.
205. Nel Conciliator differentiarum f. 15 dell'edizione di Venezia, scrive: Ex conjunctione Saturni et Jovis in principio arietis, quod quidem circa finem 960 contigit annorum, totus mundus inferior commutatur, ita quod non solum regna, sed et leges et prophetæ consurgunt in mundo... sicut apparuit in adventu Nabuchodonosor, Moysis, Alexandri Magni, Nazarei, Machometi. Lex nelle traduzioni d'Averroè equivale sempre all'arabo Scharié, che esprime e legge e religione.
206. Riccoboni, De Gymn. Patav., p. 134.
207. Molta parte fu stampata nel 1858 da M. Alexandre a Parigi.
208. Dedica del Giamblico, e proemio al Proclo.
209. Ista sunt quæ me premunt, quæ me angustiant, quæ me insomnem et insanum reddunt... Perpetuis curis et cogitationibus rodi, non sitire, non famescere, non dormire, non comedere, non expuere, ab omnibus irrideri. De fato, Lib. III. c. 8.
210. De fato III, 7.
211. Quanto all'opinione dell'unità delle anime, quamvis tempestate nostra sit multum celebrata et fere ab omnibus pro constanti habeatur eam esse Aristotelis, asserisce non trovarsi che in Averroè, il quale fu talmente sconfitto in tal proposito da san Tommaso, che non lasciò più alcun appiglio se non di vomitar ingiurie contro di esso. De immortalitate animæ, p. 8 e 9.
212. Respiciens legislator pronitatem viarum ad malum, intendens communi bono, sanxit animam esse immortalem, non curans de veritate sed tantum de probitate, ut inducat homines ad virtutem; neque accusandus est politicus. De immortalitate animæ.
Matter (Hist. des découvertes morales et politiques des trois derniers siècles) alzò a cielo il Pomponazio come avesse stabilito la legge della perfettibilità umana, il progresso delle istituzioni e delle scienze, e la dottrina d'indipendenza dei tempi moderni. Sono sofismi degni di chi chiama barbara l'Italia al tempo di Leon X.
Le opere del Pomponazio furono raccolte e ristampate a Basilea nel 1567 con una prefazione di Guglielmo Gratarola, medico che troveremo fra i riformati, e che pure stampò le opere proprie con testimonianze del Beza e d'altri personaggi che lo lodano di gran pietà. Egli difende il Pomponazio e asserisce che morì piamente secondo i tempi, cioè da cattolico: se negò l'immortalità dell'anima secondo Aristotele, ciò non può essergli imputato se non si pruovi che voleva con ciò insinuare l'ateismo.
213. His ita se habentibus, mihi (salva saniori sententia) in hac materia dicendum videtur quod quæstio de immortalitate animæ est neutrum problema, sicut etiam de mundi æternitate: mihi autem videtur quod nullæ rationes naturales adduci possunt cogentes animam esse immortalem, minusque probantes animam esse mortalem, sicut quam plures doctores declarant: quapropter dicemus sicut Plato, de legibus, certificare de aliquo cum multi ambigunt, solius est Dei; cum itaque tam illustres viri inter se ambigant, nisi per Deum hoc certificari posse existimo. De immortalitate animæ, pag. 124. Animam esse immortalem articulum est fidei, ut patet per symbolum apostolorum et Athanasii. Si quæ rationes probare videntur mortalitatem animæ, sunt falsæ et apparentes, cum prima lux et veritas ostendant oppositum; si quæ videntur probare ejus immortalitatem, veræ quidem sunt et lucidæ, sed non lux et veritas; quare hæc sola via inconcussa et stabilis est, cæteræ vero sunt fluctuantes. Ib. p. 128.
214. Hujusmodi legislatores, qui Dei filii merito nuncupari possunt, procurantur ab ipsis corporibus cœlestibus. De incant., Lib. XII.
215. Che v'abbia cose vere secondo la teologia, false secondo la filosofia, è proposizione condannata dalla Chiesa. Cumque verum vero minime contradicat, omnem assertionem veritati illuminatæ fidei contrariam, omnino falsam esse definimus. Leon X, bolla Apostolici regiminis, edita nel concilio Lateranense V, 19 dicembre 1512. A ciò conformossi Pio IX nella enciclica ai vescovi, 9 novembre 1846: Etsi fides sit super rationem, nulla tamen vera dissensio, nullumque dissidium inter ipsas inveniri unquam potest, cum ambæ ab uno eodemque immutabilis æternæque veritatis fonte Deo O. M. oriantur.
216. L'epitafio che l'Achillini si fece porre in San Martino di Bologna è un altro testimonio della pendenza alle idee pagane.
Hospes Achillinum tumulo qui quæris in isto
Falleris: ille suo junctus Aristoteli,
Elisium colit, et quas rerum hic discere causas
Vix potuit, plenis nunc videt ille oculis.
Tu modo, per campos dum nobilis umbra beatos
Errat, die longum perpetuumque vale.
217. De Thou, Mém., p. 235.
218. Racconta il fatto il Sanudo, Rerum Ital. Scr. XXII, p. 1206, e dice il Marzio fosse di Montagnana.
219. Naudée in Judicio de A. Nipho.
220. Commentarj di Pio II.
221. Lo racconta lo Zilioli, manoscritto della Biblioteca Marciana.
222. Non est qui purum aurum non malit habere sub Teutonum nota, quam sub romano symbolo factitium. Lett. ad Ermolao Barbaro.
223. Il costui carteggio in proposito con Giovanni Lanfredini fu pubblicato dal Berti nella Rivista Contemporanea, con ricche notizie. Dianzi Sigwart volle mostrare la relazione tra le dottrine di Zuinglio e quelle di Pico della Mirandola. Ulrich Zwingli, die Karakter seiner Theologie mit besonderer Rücksicht auf Pic von Mirandula durgestellt. Stuttgard 1855.
224. Quid ad vos et Paulum si mihi fœniculi nomen indo, modo id sine dolo ac fraude fiat? Amore namque vetustatis, antiquorum præclara nomina repetebam, quasi quædam calcaria, quæ nostram juventutem æmulatione ad virtutem incitarent. Platina in Paulo II.
225. Vero è che andava anche spesso co' suoi scolari a una Beata Vergine sul Quirinale, e morì piissimamente. È poi singolare che, nelle recenti indagini del De Rossi per entro le catacombe di San Sebastiano a Roma, fra i nomi di quelli che le visitarono nel secolo XV trovasi notato Regnante Pom. pont. max.: e Pomponius pont. max. e Pantagathus sacerdos academiæ romanæ; titoli che farebbero credere una gerarchia stabilita, e risospettar di quello, di cui pareva essersi con sincerità discolpato il Leto.
226. Se il ricorrere a principe forestiero contro il proprio sia fellonia, lo dica il lettore. Platina stesso ci riferisce la lettera da lui scritta, ove conchiude: Rejecti a te, ac tam insigni contumelia affecti, dilabemur passim ad reges, ad principes, eosque adhortabimur ut tibi concilium indicant, in quo potissimam rationem reddere cogaris cur nos legitima possessione spoliaveris.
227. Si avverta che Sisto IV fece suo bibliotecario il Platina, e gli diede egli stesso la commissione di scriver le vite dei papi: mandasti ut res gestas pontificum scriberem, dice egli nella prefazione.
228. Qui alcuno aspetterà ch'io metta anche i lamenti attribuiti a Poliziano pel tempo buttato via nel dir l'uffizio, riportati dal Bayle e copiati da tanti. Ebbene, tutt'al contrario, nell'epistola 9 del libro II a Donato, egli si querela che le frequenti visite lo obblighino a interrompere sin l'uffizio. Adeo mihi nullus inter hæc scribendi restat aut commentandi locus, ut ipsum quoque horarium sacerdotis officium pene, quod vix expiabile credo, minutatim concidatur. Melancton e Vives dissero che il Poliziano avea letto una volta sola la sacra scrittura, e si lagnava del tempo perdutovi. Son forestieri e non allegano pruova del loro asserto. Noi al contrario sappiamo da lui stesso che, ne' quattordici anni che fu benefiziato nella metropolitana di Firenze, spiegava al popolo la Bibbia: cum per hos quadragesimæ proximos dies enarrandis populi sacris libris essem occupatus.
229. Ricordi politici, XXVIII e CCCXLVI.
230. Ricordi politici, CCLIII.
231. Ricordi politici, CXXIII.
232. Ricordi politici, CXXIV.
233. Ricordi politici, CCXI.
234. Anche quelle stranezze trovarono plagiarj ai dì nostri. Göthe diceva di collocarsi la testa del Giove Olimpico in faccia al letto, per potere, allo svegliarsi, indirizzargli la preghiera: e imprecava alla rivoluzione cristiana, che alla Venere Gnidia sostituì la Vergine pallida e ascetica; e la scarna effigie d'uno, penzolone da quattro chiodi, alla perfezione estetica del corpo umano, rappresentata dai simulacri della Grecia.
235. Lettera al Vettori.
236. «Credo sia vero che la grandezza della Chiesa sia stata causa che Italia non sia caduta in una monarchia; ma non so se il non venire in una monarchia sia stata felicità o infelicità di questa provincia. Sebbene Italia, divisa in molti dominj, abbia in varj tempi patite molte calamità, che forse in un dominio solo non avrebbe patito (benchè le inondazioni de' Barbari furono più a tempo dell'impero romano che altrimenti), nondimeno ha avuto a rincontro le tante floride città, che io reputo che una monarchia le sarebbe stata più infelice che felice. O sia per qualche fato d'Italia, o per la complessione degli uomini, temperati in modo che hanno ingegno e forza, non è mai questa provincia stato facile ridurla sotto un impero, eziandio quando non vi era la Chiesa, anzi sempre naturalmente ha appetito la libertà. Però, se la Chiesa romana si è opposta alla monarchia, io non concorro facilmente essere stata infelicità di questa provincia; poichè l'ha conservata in quel modo di vivere, ch'è più secondo l'antichissima consuetudine e inclinazione sua». Considerazioni al Machiavelli, I, 12.
237. Legazione IX alla corte di Francia. Blois 9 agosto 1510.
238. Legazione XII. 18 agosto 1510.
239. Nel sillabo del 1864 al nº XIII è riprovato il dire che «il metodo e i principj, con cui i dottori scolastici coltivarono la teologia, non rimangono più colle necessità dei tempi nostri e col progresso delle scienze».
Come questa filosofia e teologia venissero messe in onore ai giorni nostri e qua, lo sanno quanti conoscono il padre Ventura, il Rosmini, il Liberatore, il canonico Sanseverino, il Perrone, ecc.
240. Un grande avversario dei papi e de' preti, l'ex-prete Luigi Bossi, nelle note alla traduzione della vita di Leon X del Rosoe riflette che, l'abitudine che Machiavello aveva di scrivere in certo qual modo all'azzardo e senza un disegno ed un fine preciso, poteva ragionevolmente far nascere qualche dubbio, e questo ancora nella Corte romana, sulla sincerità delle sue intenzioni. Tom. X, pag. 49.
A torto si suol attribuire al Possevino l'aver nella Bibliotheca gridato primo all'arme contro il Machiavello, sceleratum Satanæ organum. Il cardinal Polo, nella sua Apologia a Carlo V, narra come gli venisse alla mano il Principe, e subito lo riconoscesse scritto da un nemico del genere umano, dove religione, pietà, tutte le maniere di virtù sono sovvertite, e veramente scritte col dito del demonio, spargendo orribili massime fra principi e fra popoli. E fin d'allora alcuno gli avea detto, per iscusa dell'autore, che egli odiava grandemente i Medici, e consigliandoli a que' delitti, volea prepararne la ruina col colmarli di odio. Iste Satanæ filius, inter multos Dei filios edoctus omni malitia, ex illa nobili civitate prodiit, et nonnulla scripsit, quæ omnem malitiam Satanæ redolent. E vien via analizzandolo, in modo da non potersegli imputare quel che al Possevino, cioè che l'abbia confutato senza leggerlo.
Lo combatterono pure frà Caterino Politi, e il Muzio, e il Bosio De ruinis gentium, e quasi tutti i teologi politici.
241. Si vuole che, qualche prelato, come feudatario, esercitasse, o almeno possedesse l'osceno diritto delle prime notti; e il Lancellotto, nel bizzarro suo libro L'Hoggidì, ovvero il mondo non peggiora, dice: «Cotal costume, dai Pagani e dai Gentili praticato, fu già in Piemonte; ed il cardinale illustrissimo Geronimo della Rovere mi diceva aver egli stesso abbruciato il privilegio che aveva di ciò la sua casa». Se mai esistette un tal diritto di fodero o di marcheta, bisogna dire che n'abbiano ben accuratamente distrutti gli atti, giacchè nè da me nè da altri cercatori mai nessuno ne fu trovato. Probabilmente non era che una tassa imposta sulle nozze, forse colla simbolica rappresentazione del metter una gamba nel letto; e come tale, n'ebbero il diritto perfino alcune badesse.
242. Oltre i novellieri, sul teatro pure si pungeva l'avarizia e l'ignoranza degli ecclesiastici. Nel San Giovanni Gualberto, rappresentazione del secolo XV, dovendosi eleggere il piovano d'una chiesa, il cappellano esamina gli aspiranti, e riferisce al vescovo:
Messere, io l'ho saputo, e me l'han detto:
Quello a chi 'l popol la vorrebbe dare,
È un buon prete, ma gli è poveretto,
E non potrebbe un cieco far cantare.
Quell'altro mi mostrò un pien sacchetto,
E son ducati, secondo il sonare,
E dice ve gli arreca, e son dugento.
Monsignore. Costui ha ben ragion! mettili drento.
Alcuni monaci s'accordano per far eleggere abate un di loro, il qual promette nominar l'uno priore, l'altro spenditore, l'altro camerlingo: e vanno al vescovo, e gli offrono cento ducati perchè nomini quell'abate.
Monsignore. E molto volentieri i' ho ben inteso;
Ma ditemi, figliuol, sono di peso?
Monaco. Monsignor, e' son nuovi tutti quanti.
Non fa bisogno che voi li pesiate.
Monsignore. Da voi in fuora, io vorrei duo tanti,
Ma io vo' ben che voi mi ristoriate
Ogni anno per la pasqua e l'ognisanti
L'oca, il cavretto e' cappon mi rechiate.
Monaco. Noi siam contenti, e' cappon fien duo paja,
E le candele per la candellaja.
243. Ma chi si scandalizza delle ricchezze del clero cattolico d'allora non si dimentichi quante ne abbia il clero protestante d'oggi in Inghilterra. I vescovi vi percepiscono da 4200 a 10000 sterline, cioè da 105 a 230 mila franchi, oltre un palazzo in città e uno in campagna: ai due arcivescovi di York e di Cantorbery aggiungonsi per la rappresentanza una gratificazione di quasi 273 fr. Nel settembre 1865 morì Roberto Moore, che godeva sei benefizi senza far nulla, e si calcola che durante la sua vita ne traesse 753 mila sterline, cioè più di 18 milioni.
244. Raynaldi, al 7 aprile 1488, § 21.
245. Cibrario, Istituzioni della Monarchia di Savoja, pag. 127.
246. Alfonso Tostat, famoso teologo spagnuolo, reputato il maggior ingegno del suo secolo, a Siena sostenne, in presenza d'Eugenio IV, ventuna tesi teologiche, alcune delle quali non vennero approvate dal pontefice. Questi destinò l'altro famoso teologo cardinale Torquemada a confutar queste due: che, sebbene non v'abbia peccato che non possa esser rimesso, pure Iddio non rimette nè la pena nè la colpa, e nessun prete può dare l'assoluzione; e che Gesù Cristo sofferse la passione al 3 d'aprile, non al 25 marzo. Le due proposizioni furono riprovate, ma il Tostat pubblicò la Difesa delle tre conclusioni, e parve mostrare non bastante deferenza per la decisione pontifizia.
247. Burlamacchi, Vita del Savonarola.
248. Predica I, ediz. di Venezia 1530.
249. A Lione 1502, 1505, 1507, 1536, 1571, 1573, 1577, 1594; a Agen 1508, 1510, 1514, 1578; a Parigi 1518, 1521; ad Argentina e Rouen 1515; a Brescia 1521; a Venezia 1585.
250. È a vedere anche Barberino, Documenti d'amore, part. VIII, d. 2.
251. Landi, Paradossi.
252. Ed. del Moreni 1831, I, 187, 232. Declamò novamente (II, 50) contro l'andare al perdono di Roma e altri santi luoghi, predicando sotto la loggia d'Or San Michele nel 21 settembre 1309, cioè parecchi anni più tardi. Forse questi passi delle prediche di frà Giordano furono presenti al beato Giovanni delle Celle quando dissuadea Domitilla dal pellegrinaggio di Terrasanta, nella IXª delle sue lettere.
253. Questi pure si lamentava che
Ogni predicator buffoneggiava
Nè quasi si credea dal tetto in su.
Cedrus Libani. Nella Magliabecchiana è manoscritto del quattrocento un Promptuarium prædicatorum, dove, sopra argomenti che possono esser soggetto di predica, si adunano le autorità della santa scrittura, affinchè le prediche riescano non subtilia magis quam utilia.
254. Contra prælatos simoniacos, qui ordines sacros cœteraque spiritualia publice vendunt.
255. Epist. Lib. I, c. 66.
256. Opusculum de sententia excommunicationis injusta pro H. Savonarolæ innocentia. Firenze 1497.
257. Antonio Floribello, nell'orazione sopra l'autorità della Chiesa, scrive: Quod vero Lutherus et quidam ejus discipuli, omnia fato et necessitate fieri, nihil in potestate nostra situm esse, agi nos, non agere a principio dixerunt, cum idem senserunt quod nonnulli veteres philosophi, tum Viclefi illius sui, Laurentiique Vallensis opinionem impiam et humano generi perniciosam revocarunt. Sadoleti, Opera II, p. 401.
258. De collatione novi Testamenti. Fu pubblicata solo cinquant'anni dopo morto l'autore, da Erasmo. Per tacere i vecchi, il Maj, il Rank, il Vercellone, il Cavedoni notarono della versione itala molte voci non usate dai classici, come abintus, ascella, maletracto, prendo, regalia, satullus, retia per rete, advenit per accade, martulus per martello, manna per manata, altarium per altare, glorio e combino per lodo e congiungo, scamellum per scannello, e forme grammaticali errate, come odiet, odiant, odivi, plaudisti, avertuit, sepellibit, eregit, prodiet, exiam, exies, perient, scrutaberis, abstulitum est, prævarico e demolient per prævaricor e demolientur, lignum viridem ecc. Il conchiuderne che la traduzione della Bibbia è barbara è un'assurdità ove si pensi che, massime l'itala, fu fatta ne' floridi tempi dell'impero, essendo vivissima la lingua latina. Fu dunque buon consiglio quello del De Vit, di raccoglierne le voci nella ristampa che ora fa del Lexicon totius latinitatis. Di ciò discorro io distesamente in una Dissertazione sull'origine della Lingua Italiana. Napoli 1866.
259. De falso credita et ementita Constantini donatione, declamatio. È però a notare che la falsità dell'atto di donazione di Costantino era già stata sostenuta da Pio II, ancora privato, dal cardinale di Cusa, dal Pocock vescovo di Chicester. Dico dell'atto, perocchè su questa donazione tanto controversa han discorso i migliori moderni in ben altro senso dal vulgare, dietro al De Maistre, che avea scritto: «Una medesima mura non potea contenere l'imperatore e il pontefice. Costantino cedette Roma al papa. La coscienza del genere umano l'intese a questo modo, e ne nacque la favola della donazione, che è verissima. L'antichità, cupida di vedere e toccar tutto, tramutò l'abbandono in una donazione formale; la vide scritta su pergamena, deposta sull'altare di San Pietro. I moderni gridano falsità; ed era l'innocenza che raccontava le sue idee. Non c'è cosa sì vera quanto la donazione di Costantino».
Eppure Stefano Dumont, professore parigino, sostenne l'autenticità anche dell'atto; autenticità simile a quella che dicemmo dell'altre Decretali, che Graziano o il falso Isidoro non inventarono, bensì mutilarono o cangiarono per ridurle opportune a una collezione legale.
260. Vespasiano, Vite, ecc.
261. Fabroni, Vita di Lorenzo, II, 390.
262. Raynaldi, ad 1492.
263. Le inclinazioni di Alessandro VI erano conosciute precedentemente, sicchè quando fu eletto, Pietro martire d'Angera scriveva al cardinale Sforza: Hoc habeto, princeps illustrissime, non placuisse meis regibus (Fernando e Isabella di Spagna) pontificatum ad Alexandrum, quamvis eorum ditionarium, pervenisse; verentur namque ne illius cupiditas, ne ambitio, ne (quod gravius) mollities filialis christianam religionem in præceps trahat. Epist. 119 dell'ediz. di Amsterdam 1670.
264. Nelle carte di Urbino nell'archivio centrale di Firenze è una lettera del 21 luglio 1494 di Alessandro VI a Lucrezia Borgia sua figlia, che finisce: «E per questa volta null'altro se non che attendi a star sana, et a esser devota de nostra donna gloriosa». Si sa ch'egli portava sempre in dosso una palla, contenente l'ostia consacrata.
265. Il signor Chantrel, nella Storia popolare dei papi, tolse or ora a discolpare Alessandro VI, mostrando come la vita sua non fu scandalosa, neppur mentre era privato; sempre poi edificante nel papato; e ch'egli fu gran re e gran pontefice; le accuse prodigategli mancar di fondamento, e ricader sopra gli storici, bugiardi, maligni, ostili ad esso papa, o alla cattedra su cui sedette.
Sono a vedersi per lo stesso assunto la Storia d'Alessandro VI dell'abate Jorry, e un articolo della Rivista di Dublino, del gennajo 1859. Un amico ci fa avvertire che nelle lettere inedite dell'Alberoni, trovasi un giudizio sopra Alessandro VI, che s'accorda sostanzialmente col da me espresso. Benedetto XIV, nel carteggio confidenziale coll'Alberoni, suo legato di Bologna nel 1740, gli manifestò l'intenzione di correggere varj abusi, e sovratutto di riformare il paese, rovinato da dieci anni di allegria e di conversazioni (Lettera da Castelgandolfo li 18 ottobre di quell'anno). L'Alberoni pur desiderando non ci fosse occasione di venire a que' rimedii troppo repugnanti al naturale della Santità sua, non potè di meno, da quell'uomo schietto qual era, di secondare un sì santo pensiero, aggiugnendo che il bisogno di tale riforma era universalmente sentito da tutti i buoni e dentro e fuori di Roma (Lettera dell'Alberoni di Bologna, 25 ottobre 1741). Il papa lesse, forse con poca riflessione, la lettera dell'Alberoni nella sua conversazione, dove saranno stati probabilmente alcuni bisognosi di tale riforma, e levossi uno schiamazzo contro l'impudenza del legato di Bologna, che avea avuto l'ardimento di scrivere tali cose ad un tal papa, quasichè il suo pontificato fosse quello di Alessandro VI. Non è qui luogo di trascrivere la lunga e veemente risposta dell'Alberoni allo stesso Benedetto XIV, degli 8 novembre: ma sul punto toccato s'esprime così: «Non so come costoro possino far entrare nel mio discorso Alessandro VI. Se si avesse a parlare del di lui pontificato si potrebbe dire che fu un misto di vizj e di virtù: che i primi furono mancanze d'un uomo privato, ma che le seconde furono qualità eminenti d'un principe di gran mente. Tale lo fanno conoscere le di lui famose Bolle e non Pataffie, che saranno di eterna memoria e venerazione, e fra tante altre azioni eroiche del sue pontificato, una sarà la restituzione della Romagna fatta dai Tiranni alla Santa Sede; opera che tutta si deve al coraggio e alla prudenza e sagace condotta di Alessandro VI».
266. Anche san Paolo ad Efeso si fe cedere gli amuleti e talismani della Dea colà adorata, e i libri de' misteri, e quantunque di carissimo costo, valendo cinquantamila denari, li fe bruciare. Act. apost. cap. XIX.
267. Prediche sopra Ezechiele. Predica XXII.
268. Prediche sopra l'Esodo.
269. Sermone sopra Amos.
270. «O frate, tu vuoi dire che la Chiesa non possa tenere beni temporali. Questo saria eresia. Non dico questo io, perchè non è da credere, se non si potesse tenere, che san Silvestro li avesse accettati, e san Gregorio li avesse confermati. Però noi ci sommettiamo alla Chiesa romana, o che valga meglio che ne abbia o no. Questa è una gran quistione, perchè vediamo che ha pur fatto male per avere queste ricchezze, e non bisogna che io lo pruovi. Rispondiamo dunque, non però assolutamente, come il marinaro che non vuol gittare le ricchezze in mare, ma fuggire il pericolo; e diciamo che la Chiesa staria meglio senza ricchezze, perchè sarebbe in unione con Dio». Sopra Ezechiele.
«Il papa è Dio in terra, ed è vicario di Cristo. Ciò è vero, ma Dio e Cristo comandano che si ami il proprio fratello, che si faccia il bene. Adunque se il papa ti comandasse cosa contraria alla carità, e tu la facessi, tu allora vuoi che il papa facci più che non fa Dio. Il papa può errare, non solo per false informazioni, ma qualche volta ancora perchè ha in odio la carità. Ciò che tanto ha corrotto la Chiesa è la potestà temporale. Quando la Chiesa era povera, allora era santa: ma quando le fu data la potestà temporale, cadde nella polvere delle ricchezze e delle cose terrene, e cominciò a sentire la sua superbia... Concilio vuol dir congregare la Chiesa, idest tutti li buoni abbati, prelati e secolari di essa. Ma nota che non si domanda propriamente Chiesa se non dove è la grazia dello Spirito Santo. Ed oggi dove si trova essa? forse solamente in qualche buon omiciattolo... Nel concilio s'hanno a far riformatori che riformino le cose giuste. Nel concilio si castigano li cattivi cherici; si depone il vescovo che è stato simoniaco o scismatico. Oh quanti ne sarebbero deposti! forse non ne rimarrebbe nessuno. Pregate il Signore, che si possa finalmente congregare una volta, per favorire ed ajutare chi vuol far bene e per combattere i tristi». Prediche del 1498, sopra l'Esodo.
271. Jacobo Pitti, Storie, lib. I, cap. 51.
272. «Oh non hai tu paura? Non io che mi vogliano scomunicare perchè non faccio male. Portatela in s'una lancia questa scomunica, e apritele le porte. Io voglio rispondere; e se non ti fo meravigliare, di' poi quel che ti pare. Io farò impallidire tanti visi là e qua, che ti parranno ben molti; e manderò fuori una voce che farà tremare e commuovere il mondo... Se io volessi andare adulando, non sarei oggi a Firenze, nè avrei la cappa stracciata, e mi saprei cavar fuori di questo pericolo. Ma, o Signore, io non voglio queste cose; io voglio solamente la tua croce: fammi perseguitare, io ti domando questa grazia che tu non mi lasci morire in sul letto, ma che io ti renda il sangue mio, come tu hai fatto per me.» Sopra Ezechiele, pred. XXVIII.
273. Il papa diceva al Bonsi, oratore di Firenze: «Io ho letto le prediche del vostro frate, e parlato con chi le ha udite. Egli ardisce dire che il papa è ferro rotto; che è eretico chi crede alla scomunica, e che egli, piuttosto che chiedere assoluzione, vorrebbe andar all'inferno. È scomunicato non per alcuna istigazione o per false insinuazioni, ma per la sua disobbedienza al nostro comando di unirsi alla nuova congregazione tosco-romana. Noi non lo condanniamo delle sue buone opere, ma vogliamo che venga a chieder perdono della sua petulante superbia, e volentieri gliela concederemo quando si sarà umiliato a' nostri piedi».
274. Anno Domini MCCCCIIC. — Dilectis filiis guardiano et fratribus D. Francisci ad Sanctum Miniatum extra muros Florentinorum Ordinis Fratrum Minorum de observantia nuncupatorum, Alexander Papa sextus.
Dilecti filii, salutem et apostolicam benedictionem. Relatum nobis fuit quod apostolico zelo veritatis et justitiæ accensi, ac pro nostro, et hujus sanctæ sedis honore contra perniciosum dogma falsamque doctrinam perditionis filii Hieronimi Savonarolæ ordinis fratrum predicatorum, ac populi seductionem multis ac veris conclusionibus et argumentis sæpius publice ac privatim predicaveritis, ac eo fervoris et studii processeritis ut, pro sustinendis vestris veris rectisque argumentationibus, et ipsius Hieronimi pertinacia convincenda, non defuerit ex vobis qui etiam se in ignem projicere proposuerit; Laudamus certe devotionem vestram ac tam pium tamquam religiosum ac venerandum opus quod procul dubio nulla poterit oblivione deleri: Nobis vero et ipsi sedi ita gratum et acceptum ut gratius et acceptius esse non possit. Hortamur et monemus vos in Domino, ut eodem tenore pergentes adversus ipsius errorum reliquias, si quæ supersint, et complicem perseverare velitis, ut exinde a Deo et hac sancta sede merita condigna consegui possitis. Dat. Romæ apud S. Petrum sub annulo Piscatoris XI die aprilis 1498, Pontificatus nostri anno sexto.
Dilecto filio Francisco Apuliensi, Ordinis fratrum Minorum de observantia nuncupatorum professori, Alexander Papa sextus.
Dilecte fili, salutem et apostolicam benedictionem. Intelleximus quanto fervore pro veritate et justitia, proque nostro ac huius sanctæ sedis honore nuper predicaveris verbum divinum in civitate ista florentina adversus falsum et perniciosum dogma iniquitatis filii Hieronimæ Savonarole, qui prius suis demeritis excommunicatus, ausu sacrilego quam plurima scandalosa et heresim sapientia tam diu disseminare tam publice non erubuerat. Fecisti profecto opus valde meritorium, ac maxima laude dignum, ac quale religiosum virum decebat, quod nobis et toti sacro venerabilium fratrum nostrorum Sanctæ Romanæ Ecclesiæ cardinalium collegio mirifice complacuit. De qua devotione te plurimum commendamus, monentes et exhortantes ut, si quid forsitan reliquarum deinceps tanti ac nepharii erroris supersit, in tam bono ac pio instituto perseverare, ac illud eodem veritatis mucrone retundere cures, ita ut majores in dies ac uberiores fructus in agro dominico producens, nostram et ipsius sedis benedictionem et gratiam valeas promereri. Datæ Romæ apud S. Petrum 1498, XI aprilis, Pontificatus nostri anno sexto.
275. I Fraticelli non erano forse del tutto spenti in Firenze. Nella Magliabecchiana (MSS. G. 3. 368) si ha una lunga lettera di don Giovanni delle Celle contro di essi, e una loro risposta assai sviluppata, ma che in fondo accusa la Chiesa di aver traviato, come poi disse Lutero; essi pochi custodire la verità: la via del paradiso essere stretta, onde non è meraviglia se essi sono pochi in numero: peccar contro la carità quelli che gli accusano.
Il codice XI della classe XXXIV de' manoscritti d'essa biblioteca ha molte scritture contro i Fraticelli dell'opinione e singolarmente del vescovo Ortano, che dice essere stato deputato coll'arcivescovo di Milano ed altri vescovi a discutere contro costoro, sorti principalmente intorno ad Asisi, e che aveano preso per capo un tal Nicolao di Marano, nell'Agro Piceno.
276. Faites moi un petit miracle.
277. Non ha bisogno di commenti questo passo del processo: «Jussus expoliari. Orsù uditemi. Iddio, tu mi hai côlto (inginocchiasi). Io confesso che ho negato Cristo. Io ho detto le bugie. Signori Fiorentini, io l'ho negato per paura de' tormenti. Siatemi testimonj. Se io ho a patire, voglio patire per la verità. Ciò che io ho detto l'ho avuto da Dio. Dio, tu mi hai dato la penitenza per averti negato. Io lo merito. Io ti ho negato. Io ti ho negato. Io ti ho negato per paura di tormenti, per paura di tormenti (erasi inginocchiato e mostrava il braccio manco quasi guasto). Gesù ajutami. Questa volta tu mi hai côlto».
278. Fr. Karl Meyer, G. Savonarola aus grossen Theils handschriftlichen Quellen dargestellt. Berlino 1836. Contiene molti atti sconosciuti, e che più tardi furono riprodotti da altri biografi come nuovi.
Rudelbach, H. Savonarola und seine Zeit, aus den Quellen dargestellt. Amburgo 1835. Questi riconosce per profeti della Riforma l'abate Gioachino, santa Brigida, santa Caterina da Siena, ed altri.
279. Predica IV, p. 237. Pr. V, p. 246. Pr. XII, p. 373.
280. Predica XVI, 443.
281. Vorrede über Savonarola's Auslegung des LI psalms.
282. Suole dirsi che sol dopo san Carlo e dopo l'istituzione de' cherici regolari si estese l'uso del frequente confessarsi e de' confessionali in chiesa, ecc. Nel processo, frà Girolamo diceva: «Circa a' confessori, io ne mettevo molti in San Marco, confortandoli che confessassino assai: non per intendere da loro le confessioni, perchè non l'avrebbero fatto per la pena grande, et anche per conservarmi la reputatione appresso di loro: perchè, se io li havessi richiesti di simile cosa, mi sarei al tutto scoperto maligno: ma io lo facevo per havere più concorso, et per tenere gli amici nostri confortati all'opera nostra: et anchora perchè fossino più uniti».
283. Trattato dell'amor di Gesù Cristo. Firenze 1492.
284. Talora disse: «Se un angelo di Dio venisse un giorno a contraddirmi, non gli credete, perchè è Dio medesimo che parlò. Predica 17 febbraio 1497.
E nella Verità profetica leggiamo:
Savonarola. Atqui io son profeta. Poichè ragionevolmente mi sforzi, non senza verecondia e umiltà confesso essermi stato da Dio, per suo dono e non per alcuno mio precedente merito, conferito.
Uria. Guarda che questo sia detto non per umiltà, ma più presto per arroganza.
Savonarola. Io non m'attribuisco il falso, ma non mi vergogno già di confessare di averlo ricevuto a laude di Dio e per salute de' prossimi».
285. L'officio proprio per frà Gerolamo Savonarola e i suoi compagni, scritto nel secolo XVI, e ora per la prima volta pubblicato per cura del conte C. Capponi, con un proemio di Cesare Guasti. Prato 1860.
Il codice 34 della classe XXXIV dei manoscritti della Biblioteca Magliabechiana contiene una raccolta di giudizj di varj sopra la vita e le dottrine del Savonarola. Quanta traccia di sè abbia lasciato il frate appare dall'infinità di scritture a lui relative, che si trovano in tutte le biblioteche di Firenze. Fra le centinaja citerò il codice 7 della classe XXXIV manoscritto nella Magliabecchiana, che contiene Vulnera diligentis di Benedetto da Firenze, ch'è un'apoteosi del Savonarola. Nella prima pagina ordina, hoc non publicetur volumen nisi post mortem illius decimi (cioè Leon X), de quo scriptum est Leo in quinto rugitu morietur, filius Sodomæ ecc.... Detur Adriano VI P. M. ad ciò sia conservata questa cristiana opera dalle mani de' combustori et persecutori della verità.
Nella Storia degli Italiani io mi son diffuso intorno al Savonarola, esaminando se fu un martire della verità anticipata, se profeta, se un gran patrioto, un gran democratico, o un allucinato, o un impostore. Furono pubblicate di recente molte opere intorno a lui, e massime la Storia di Girolamo Savonarola del Villari (1859), e la Storia del convento di San Marco del p. Marchese.
286. Perfino Voltaire, il calunniatore per eccellenza, rimprovera il Guicciardini d'avere ingannato l'Europa intorno alla morte di Alessandro VI, e d'aver troppo creduto all'odio suo. Così nella Dissertazione sulla morte di Enrico IV, dove alle, non asserzioni, ma insinuazioni del Bembo, del Giovio, del Tommasi, del Guicciardini oppone le ragioni del buon senso; l'aver il papa 87 anni, l'esser ricchissimo, il convenirgli di tenersi amici i cardinali, anzichè inimicarseli con un avvelenamento clamoroso: infine il non farne parola quel ciarlatano di Burcardo.
287. Ratti, Della famiglia Sforza, 283.
288. Giornale di Paride Grassi, nº 48.
289. Eccitarono la bile di Ulrico di Hutten le imprese di Giulio II.