«Ma dipoi che siamo liberi da Cristo dal peccato, e per fede rigenerati, se bene restano in noi le prave concupiscenze a esercizio di virtù, nientedimeno abbiamo un cuor nuovo, e tale che non gli consentiamo nè obbediamo, immo gli repugnano. Allora essendo veramente liberi, liberamente con spirito operiamo opere grate e accette a Dio, secondo le quali ci renderà, non perchè in sè siano degne di essere premiate, essendo anco quelle de' giusti sempre imperfette, e non tali quali ci sarebbe debito e si converebbe all'infinita bontà di Dio, benchè tali difetti non ci siano imputati per essere noi già membri di Cristo. Ma i giusti saranno premiati secondo l'opere loro, in quanto che quelli che avranno fatto migliori opere, avranno tanto migliore lume della bontà di Dio, e con maggior fede abbracciato per suoi li tesori di Cristo: però se ne saranno insignoriti, li goderanno con maggior sentimento spirituale, e saranno più felici, ma non già per la degnità delle loro opere, ma per la degnità d'esse opere di Cristo, e per mera bontà e misericordia di Dio. Però, benchè possiamo satisfare alcuna volta ai debiti e obblighi che abbiamo con gli uomini, e appresso d'essi meritare qualche grazia, nientedimeno non possono in modo alcuno satisfare a uno de' minimi obblighi e debiti, che abbiamo con Dio, nè meritare appresso a lui una minima grazia: immo di continuo crescono gli obblighi nostri; e rimosso Cristo, tutte l'opere nostre, passate alle bilancie della divina giustizia, sono degne di punizione.

«È pure vero questo che, se avessimo a gloriarci dell'opere, io potrei gloriarmi sopra molti altri, imperocchè come Paolo facevo profitto nel mio giudaismo sopra molti miei coetanei: ma ora col medesimo Paolo, reputo come fango tutte l'opere e giustizie mie, nè cerco se non di possedere Cristo con fede per mio, ed essere trovato in esso ricco, non delle mie giustizie e opere, ma delle sue.

«In cospetto di Dio adunque non vedo altre satisfazioni che quelle di Cristo, nè altre indulgenze se non quelle che per lui abbiamo, e solamente in Cristo vedo esser purgati li peccati de' suoi eletti e pienamente. E se Dio alcuna volta li castiga, non è per satisfarsi nè purgarli de' peccati, o della pena ad essi debita, essendosi tutto adempito a sufficienza e superabbondanza in Cristo, ma per svegliarli, umiliarli, perseverarli e esercitarli in tutte le virtù, con farli ogni dì più perfetti. Non vedo anco altri tesori spirituali e meriti, che quelli di Cristo, nè altre grazie e benedizioni e giustizie; e è empissima cosa patire o operare con intento di satisfare in cospetto di Dio a peccati o agli obblighi che abbiamo con lui, o con animo di meritare appresso a Dio. Perchè, è un dire, che Cristo non ha satisfatto in tutto, nè meritatoci ogni tesoro e grazia, ma che in parte siamo salvi per noi, con diminuire la gloria di Cristo, la quale per esso si debbe tutta dare a Dio, e non darne parte all'uomo, al quale non si conviene se non obbrobrio, confusione, vergogna e vitupero.

«Credo anco e confesso che al mondo non fu mai nè sarà altra vera, pia e santa religione se non quella di Cristo, la quale consiste in credere vivamente che siamo in tutto purgati da peccati per Cristo, e per lui reconciliati col Padre, giustificati, santificati, adottati per figliuoli di Dio, e fatti suoi ricchissimi e felicissimi eredi; e colui che questo crede con maggior fede, è meglio cristiano e religioso; tutte l'altre religioni nelle quali gli uomini cercano, credono e pensano di giustificarsi, purgarsi e arricchirsi da sè in tutto o in parte, sono empie, e tanto più quanto che più patono o si affaticono a questo fine con sotterrare il gran benefizio di Cristo. Nè per questo, danno ritraggo dalle buone opere, immo nessuna cosa è che tanto ecciti e serva a bene operare sì come questa viva fede, che siamo salvi in tutto per Cristo, per mera grazia e bontà di Dio, e in nissun modo per nobiltà, dignità, bontà, o preziosità d'opere nostre.

«Aggiungo anco di più, che è impossibile farsi da noi un'opera veramente buona, grata e accetta a Dio se non abbiamo questa viva fede; imperocchè, mentre che l'uomo pensa almanco in parte potere satisfare e meritare da sè, non opera mai in tutto a gloria di Dio, e questo perchè, non sentendo il gran beneficio di Cristo d'essere salvo in tutto solamente per lui, resta sempre in amor proprio e confidenza di sè, però opera per interessi suoi.

«Ma quando in Cristo sente tanta bontà di Dio, che solamente per Cristo e per grazia crede esser salvo, allora non avendo più causa d'operare per sè, e scoprendosegli supremamente la gran carità di Dio in Cristo, è sforzato a operare non da servo per timor di pena, o speranza di premio, ma da figlio per impeto di spirito e d'amore a gloria di Dio; e queste sono l'opere che gli sono grate. Credo anco e confesso essere una sola universale santa e cattolica Chiesa di Cristo, cioè la congregrazione degli eletti e di quelli che credono in tutto essere giustificati per Cristo. Questo è quello che non può errare, in cose che importino alla salute, stante in essi lo Spirito Santo. E se gli eletti qualche volta cascano, non però periscono, imperocchè Cristo è con essi sempre, e sarà in fin alla consumazione del secolo.

«Credo anco e confesso, che tutti gli eletti si salvino per Cristo e per mera grazia, e non per alcuna opera loro, nè in tutto, nè in parte; e credere così è l'unica fede, per la quale i veri e buoni cristiani sono differenti da tutte l'altre false fedi, religioni e sêtte. Immo in questa fede consiste tutta la somma della cristianità. E di più credo e confesso, questo essere l'unico e vero evangelio di Dio, promesso per i profeti nel vecchio Testamento, predicato da Cristo, da Paolo, dagli apostoli e da santi. Di questa verità ne sono piene le Scritture sacre, e in particolari l'epistole di Paolo alli Romani e Galati. Questa è quell'evangelica verità, per la quale Cristo fu crocifisso, lapidato Stefano, e i profeti di Dio, gli apostoli e santi perseguitati, incarcerati, flagellati e morti. Per questa verità sono fuor d'Italia perseguitato a morte, e dagli anticristiani avuto per escomunicato, ma la causa è sì giusta che mi scusa per se stessa. Se erro in questo articolo, hanno anco errato dal principio del mondo infin a ora tutti quelli che in verità sono stati santi, precipue gli apostoli e singolarmente Paolo, immo e Cristo, e meritano tutti d'essere escomunicati, reprovati, e maledetti. Immo se in questo erro, si dovrebbono abbruciar gli evangelj, l'epistole di Paolo, e tutte le scritture sacre, imperocchè l'evangelo sarebbe un inganno, falsa la fede di Cristo, empia la religione, il che è impossibile. Le scritture sacre rendono testimonio di questa verità. Studiate con umiliarvi di cuore a Dio, e vi darà lume del vero. Ho incominciato e con la divina grazia seguirò di dare in luce sommariamente e vulgarmente quelle cose, che sono necessarie al cristiano, acciò siate inescusabili appresso a Dio. Direte, — Le tue opere sono proibite leggersi. — Rispondo, che questo è evidente segno ch'elle danno lume del vero, e essi non vorrebbono essere scoperti. In quelli miei sermonelli non v'è in sostanza altro che le proprie sentenze e parole delle scritture sacre. Però in proibirle, proibiscono ai popoli la parola di Dio. Vedete se sono empj, e se se gli debba obbedire, e dall'altra parte, nelle pubbliche scuole e per i pulpiti lasciano leggere e predicare profana, eretica, empia dottrina, purchè non tirino l'acqua da' loro mulini.

«La luce dell'evangelio non è sì piccola, che, se siete in essa, abbiate da temere che io v'inganni, immo è sì grande, che secondo Paolo, è ascosta solamente a quelli che periscono; e se siete in tenebre, dovete farvi beffe di chi vi proibisce il lume. Non amo sì poco la mia patria, che io volessi ingannarla, immo li miei, me stesso e Cristo. Se anco fossi io solo in credere e confessare il vero evangelio, e voi non mi credessi, avereste qualche apparente scusa; ma non vedete, che la maggior parte de' Cristiani hanno aperto gli occhi al vero? massime i nobili, pii e veramente dotti spiriti? E se in Italia, in Francia e nella Spagna potesse liberamente predicarsi l'evangelio sì come in Germania, quasi ognuno accetterebbe, sì è potente la verità.

«Ma con tutto che sieno proibiti li libri cristiani e il predicarsi la pura parola di Dio, e di più puniti crudelissimamente quelli che confessano, o si mostrano amici dell'evangelio, nientedimeno, quanto sono più perseguitati, esprobati, incarcerati, bruciati e morti, più crescono. Se vedeste il numero de' Cristiani segreti, che sono in Italia, in Francia e nell'altre parti del mondo, vi stupireste. S'ella non fosse opera di Dio si dissolverebbe, siccome disse già Gamaliel; ma la va sempre crescendo.

«Forse potete dire che questa sia dottrina nuova? È quella de' profeti, di Moisè, di Cristo, degli apostoli e di tutti i santi; quella che incominciò al principio del mondo, è durata infino ad ora, e durerà sempre. Vero è che per un tempo è stata sepolta, e in modo tale che, quando alli tempi nostri Cristo incominciò a dare di sè un poco di lume, si verificò quello che già predisse quando disse, Credi, che quando verrà il figlio dell'uomo, cioè a manifestarsi in spirito, troverà fede in terra? Come un folgore e un baleno che viene da Oriente, subito apparisce in Occidente, immo illustra tutto, così fa adesso l'evangelio. Dottrina nuova sono l'umane e diaboliche invenzioni e tradizioni che si predicano nel regno d'Anticristo, sforzandosi non di cattivare la loro carnale prudenza e sensualità alla parola di Dio, ma di tirare con gli argani fuori d'ogni sesto ai loro propositi le scritture sacre, con corromperle e depravarle, e con servirsi del nome solo di Cristo, della sua Chiesa e religione, imporlo di nuovo su la croce.

«Forse che il credere che siamo salvi solamente per Cristo, per mera grazia e bontà di Dio, è dottrina sospetta? Immo è sicurissima, talchè se bene non avesse il testimonio delle scritture sacre e dello Spirito Santo, in ogni modo è sì chiara, che per se stessa si manifesta vera, santa e divina, perchè dà tutta la gloria a Dio, e all'uomo ignominia e confusione, e in queste due cose non si può nè eccedere, nè errare. Cristo, quando volle provare agli Ebrei, i quali calunniavano la sua dottrina, ch'ella era vera e santa e divina, lo dimostrò con questo mezzo, perchè ella dava tutta la gloria a Dio. Sospetta vi debbe essere la dottrina d'Anticristo, perchè esalta l'uomo con deprimere Cristo. L'omo non è altro che un empio e velenoso verme, e nella sua salute volle esser compagno di Cristo. Forse che non c'è stato predetto che Anticristo debba venire, e che il suo regno debba succedere all'imperio romano, sì come Paolo scrisse, che sarà uomo di peccato, figliuolo della perdizione, che sederà nel tempio di Dio, e si mostrerà al mondo come s'el fusse Dio? immo per questo si chiama Anticristo, perchè si metterà innanzi a Cristo, e si farà adorare in loco suo, estollendosi sopra Dio, e gli sarà contrario allora abbondando l'iniquità, essa abominazione starà nel loco santo.

«Ditemi, non abbiamo noi viste tutte le predette cose nella tirannide papistica? È stato anco predetto, non solo che l'opere loro saranno di Satana, ma che la dottrina loro sarà di demonj, e essi dicono che non possono errare. Paolo dice che l'uomo animale non intende le cose dello spirito, e loro essendo carnalissimi e impiissimi, non solo presumono di volere giudicare, sindacare e dannare le cose divine e spirituali, immo camminando alla cieca, vogliono che se li creda che non possono errare.

«È stato pur predetto che sarà allora tal tribulazione, che non fu mai la simile, e che sedurranno e inganneranno il mondo infin con segni, miracoli e prodigi mendaci e falsi; talchè, se quelli giorni non fossero abbreviati, ognuno si dannerebbe, infino agli eletti se fosse possibile; ma Dio abbrevierà per loro rispetto. È stato pur predetto e predicato, che la Chiesa debba reformarsi: non vi par forse che ne abbia bisogno non manco nella dottrina che ne' costumi?

«Abbiamo anco incominciato a vedere verificarsi quello che già Paolo predisse, cioè che Cristo ucciderebbe Anticristo, non con le forze umane, ma con lo spirito della sua bocca, cioè con la sua parola, e che distruggerebbe e annichilarebbe il suo regno col mostrarsi in ispirito chiaro e illustre, e dar lume di sè alli suoi eletti. Ditemi, si vede pur che già è incominciato a cadere il suo regno. E che sia il vero, dove è ora quel credito, quella reputazione, maestà, reverenzia, obbedienza, autorità, dominio, tirannide infin nelle coscienze, che i papi con ingannare il mondo, avevano ad un venticinque anni in là? Dov'è quella affluenza di popoli, i quali correvano a Roma dove sono tante loro rendite e entrate? Già il mondo si fa beffe delle loro indulgenze, giubilei, assoluzioni, benedizioni, censure e maledizioni; e se una scintilla sola da un sì poco tempo in qua ha dato tanto lume del vero, che credete faranno ora tante torcie accese? Al mondo non furono forse mai, dagli apostoli in qua, sì chiari spiriti, nè anco sì bene discusse le scritture sacre siccome ora; questa è opera di Dio, il quale vuole sempre onore delle sue imprese.

«Vincerà adunque, però col sangue de' martiri, il qual si sparge di continuo in diverse parti del mondo e si verificherà quello che disse Cristo ch'el suo evangelio sarebbe predicato per tutto il mondo: allora verrà la fine. Non vedete che non adorano già più Anticristo se non certi uomini carnali per interessi proprj, e gente data in reprobamento? E se 'l popolo ebreo non accettando Cristo quando venne in carne, non fu escusato appresso a Dio per dire, come i nostri prelati dicono, che non è il messia ma un seduttore, e ch'essi non possono errare, gli abbiamo a credere? e non dobbiamo volere essere più savj di tutti gli altri? se la nostra sinagoga e chiesa l'ha repudiato, siamo obbligati a fare il simile anco noi? Non saranno anco scusati quelli che ora non accettano Cristo, il quale si mostra in ispirito, nè gli gioverà il dire, sì come molti dicono. Noi vogliamo credere secondo che ci hanno insegnato i nostri parenti, e secondo che abbiamo trovato credere gli altri; la nostra chiesa e i nostri prelati non possono errare; così non vogliamo saperne più di loro. Immo tanto manco saranno escusati, quanto che ora Cristo si mostra con maggior chiarezza, e quanto, che ora sono, in diverse parti del mondo, tante chiese, tanti popoli e nobili spiriti, che hanno ricevuto l'evangelio; e quanto la chiesa d'Anticristo è più corrotta in dottrina e costumi che non fu mai la sinagoga degli Ebrei, è possibile che non vediate la loro falsa religione essere piena d'umane invenzioni, ipocrisie, superstizioni, idolatrie e abominazioni? O quanto saresti felice, e si sarebbe per te se ti purgassi, Siena mia, de tante ridicole farisiache fastidiose, perniziose, stolte e empie frenesie, di quelli che mostrano d'essere li tuoi santi, e sono essa abominazione presso a Dio, e pigliassi la parola di Dio e il suo evangelio nel mode che lo predicò Cristo, gli apostoli e quelli i quali in verità l'hanno imitato! Non vuoi fare qualche dimostrazione verso Cristo, essendo dotata di tanti nobili spiriti? vuoi forse essere l'ultima a conoscere Cristo? Apri, apri ora mai gli occhi al vero, acciò che conoscendo il Figliuolo di Dio per ogni tua giustizia, sapienza, salute e pace, vivendo a Dio sempre felice, gli renda ogni laude, onore, e gloria per Gesù Cristo Signor Nostro. Amen»[42].

Più d'una volta nominammo Caterino Politi senese, fra' più vivi battaglieri di quel tempo, e smaniato di trovare eresie, tanto che denunziò alla facoltà parigina molte proposizioni ereticali nell'opera del cardinale De Vio. Ientacula, hoc est præclarissima plurimarum notabilium sententiarum novi testamenti liberalis expositio. A vicenda, quando si trattò di elegger vescovo il Caterino, Bartolomeo Spina, maestro del sacro palazzo, recò in mezzo cinquanta proposizioni, tolte dalle opere di lui, dandole come ereticali: ma egli se ne difese. Ciò ad indicare come allora fosse divulgata l'accusa di eresie[43].

Pensate se risparmiò l'Ochino. Narrando di sè, dice che dopo il primo libro adversus impia ac valde pestifera M. Lutheri dogmata, tacui multis annis, cum jam scriberent plurimi in hæreticos Germaniæ, donec venerunt qui, suppresso nomine, libellis lutheranam doctrinam continentes, in vulgus sparserunt. Quo tempore fratrem B. Ochinum, impium illum apostatam, dudum Italiæ concionatorem, suis coloribus parvo livello depinxi, ut nosceretur crudelis hypocrita, et simplicium animarum mactator, et libellum composui quem noncupavi Speculum hæreticorum contra Bernardinum Ochinum, primo editum Romæ 1542. Poi nel 1544 stampò in italiano la Riprovazione della dottrina di Bernardino Ochino e d'alcune conclusioni luterane. Egli stesso, il 5 gennajo del 1543, da Roma scriveva alla balía di Siena:

«Magnifico e a me molto onorando magistrato; Essendomi venuta alle mani un'epistola che Bernardino Ochino mandò alle magnificenzie vostre e a tutta la città, la quale ha fatto stampare in Ginevra, e vedendo in quella un perfetto veneno che vi porge per uccidere l'anime vostre, io, mosso da persone religiose e dal zelo della fede, e dall'obbligo che tengo con la mia patria in cose spirituali per la mia professione, ho scritto un breve trattatello contro questa epistola, e contra la sua pestilente dottrina, e hollo diritto a voi e a tutta la città, dedicato all'arcivescovo, acciocchè, se ha Siena un figliuolo secondo la carne che li porge con fallaci blandizie il veneno, non gliene manchi un altro che con salutifere verità lo scopra, e faccila cauta, perchè ne va qui il vero stato della vita eterna. Ricordo a voi quello che si promesse nell'ultima riforma nel primo capitolo, cioè di attendere di conservar la città contra l'eresie. La qual cosa se farete, posso sperare che la misericordia di Dio venga sopra la città, e se non l'osservarete, vi annunzio travagli orribili nel mondo, e di poi la dannazione eterna. E questo mi sia testimonio e scusa dinanzi a Dio, che per me non è mancato di predirvi questa verità. Il Signore ve ne liberi. Degneretevi di far leggere il trattatello con comodità vostra, e di conoscere il vero, che sarà facile a chi non si vorrà accecare lui stesso.

«Non mi accade altro se non ricordarvi la giustizia, e levar le passioni, e attendere in prima all'onor di Dio, e a placarlo con vera penitenza in tempi tanto travagliosi e pieni d'ira nell'Onnipotente».

Poi il 7 marzo 1544 di nuovo:

«Mando alle signorie vostre il libretto vulgare già impresso contro la pestilente dottrina di frate Bernardino Ochino, con molto desiderio che quelle, come sono obbligate, sien vigilanti contra questa spirituale e maligna peste, tanto più che contra la peste corporale, quanto di questa spirituale ne seguita la morte eterna. Prego il Signore che in questi miseri e infelici tempi vi scampi, e tutta la città dagli imminenti pericoli e travagli, il che farebbe per sua misericordia se si provedesse prima col temere Dio e rendergli il debito culto, e di poi con osservar la giustizia senza rispetto proprio e affezione di parti, che son cagione della ruina de' regni, e de le città. Non mi occorre altro».

Nell'indice delle Carte Cerviniane dell'archivio di Firenze, filza XXVIII, vedo registrata una lettera di Aonio Paleario, e un'altra della marchesa di Pescara che concernono l'Ochino. Ma non si trovano più, e andarono fra le non poche, sottratte gli anni scorsi, quando anche persone di dottrina e di nome dieder mano al turpe latrocinio, sfacciato a segno, che un negoziante di Parigi offriva pubblicamente agli amatori qualunque autografo desiderassero di questi archivi.

Bensì trovai nella Biblioteca Magliabechiana, manoscritta (Classe XXXIV, num. 2), la risposta latina di Don Basilio de Lapis cistercense a un'epistola dell'Ochino. Oltre usar tutti i modi per toccargli il cuore e indurlo a non nuocere a tante pecorelle che lo aveano seguito nella verità, il frate viene a confutare direttamente la sua dottrina sul matrimonio de' preti, sulla supremazia del pontefice, sul sangue di Cristo come unico espiatore, sul libero arbitrio, sul culto delle immagini, i digiuni, i giorni festivi; la distinzione fra sacerdoti e laici, la confessione.

Avverte bene esser pazzia il dire che tutte le costituzioni della Chiesa siano cattive, giacchè ogni società la leggi per il proprio meglio, niuna ne fa apposta di cattive: qui poi gli autori di tali leggi sostennero il martirio. Finisce con una patetica esortazione. Ad pacis terminum et Domini hereditatem pervenire non potes, quando pacem Domini cum tuo furore corrumpis; quando et nos filii tui non a te, sed tu a nobis continuo recessisti, non unitatem conservasti, non verbum Domini tenuisti; sed quid ultra? finem dabimus et Dominum rogabimus ut te ac nos... dirigat in semitis suis et prorrigat gressus nostros in viam pacis, et te ipsum nobiscum in unitate ecclesiæ et vinculo pacis convertat, et in sinu suo te recipiat atque conservet.

L'Ochino a Ginevra fondò la prima Chiesa italiana[44] e vi pubblicò varie operette, fra cui Cento apologhi[45], lavoro sì accanito, che dicea di vergognarsene perfino lo Sleidan, storico e panegirista della Riforma. Eppure è ancor più sozza una lunga sua lettera che serbasi a Firenze nella Biblioteca Laurenziana contro Paolo III, colle amplificazioni in uso, e col tono a cui oggi ci riavezzano i masnadieri della stampa. Avendo quel papa proibito le opere di lui, esso l'investe, non perchè speri correggere un vecchio ottagenario, ma per mostrare al mondo ch'e' non è vero pontefice, bensì creatura del diavolo. E tira via leggendone la vita, sin da quando giovinetto avvelenò la propria madre, e riuscì a sottrarsi dal processo. Seguono stupri in ogni grado, e libidini su persone, distintamente nominate. Molti assassinj gli attribuisce, dai castighi meritati sempre schermendosi, e poi facendo giustiziare o incarcerare o bandire i proprj complici. La sua elezione fu un traffico ontoso. Dappoi tutto andò per simonie, per corruzione dei cardinali, per vendita d'impieghi, di stupri, di giustizia. Il governo di lui non potrebbe essere peggiore. Gli rinfaccia le colpe e la fine di Pier Luigi, e d'aver lasciato dipingere in una cappella papale il Giudizio di Michelangelo, che appena staria in una bettola. Lo imputa sopratutto d'astrologia e di necromanzia, molto difondendosi sopra questo punto per mostrare come la ragione divina e l'umana vietino l'interporre i demonj alle operazioni nostre, siccome usava Paolo III. E per patti col demonio è egli riuscito papa; quindi non è eletto legittimamente; laonde si esortano i principi a deporlo[46].

Eppure l'Ochino fu filosofo e dialettico non vulgare. Insegnava non potersi giungere al vero colla ragione, ma essere necessaria l'autorità divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l'autorità della Chiesa, fu costretto rifuggire al misticismo e all'immediata ispirazione. «La ragione naturale, non sanata per la fede (dic'egli) è frenetica e stolta. Sì che puoi pensare come possa esser guida e regola delle cose soprannaturali, e come la sua erronea filosofia possa essere fondamento della teologia, e scala per salire ad essa. Se la ragione umana non fosse frenetica, benchè abbia poco lume delle cose create, pure se ne servirebbe, non solo in elevarsi alla cognizione di Dio, ma molto più in conoscere con Socrate, non solo che non sa, ma nè può alcuna cosa senza la divina grazia. Dove ora è sì superba, che con deprimere, sotterrare e perseguitare Cristo, l'evangelio, la grazia e la fede, ha sempre magnificato l'uomo carnale, il suo lume e le sue forze. E di più per essere frenetica è in modo cervicosa, che per fede non è sanata; non accetta per vero se non quello che gli pare, nè se gli può dare ad intendere una verità, se in prima sindacata dalla sua frenetica ragione, non è conforme al suo cieco giudizio. La filosofia adunque sta giù, bassa, nella oscura valle de' sentimenti; non può alzare la testa alle cose alte e soprannaturali, alle quali è al tutto cieca[47].

«Potrebb'essere una persona, la quale avesse le scritture sacre e la loro interpretazione a mente, e per forza d'umano ingegno l'intendesse umanamente, e fosse senza fede, spirito e vero lume di Dio. Perciò ci bisogna spirito e lume soprannaturale, e che Dio col suo favore ci apra la mente, e ce le facci penetrare divinamente. Non abbiamo dunque ad avere le scritture sacre per nostro ultimo fine, nè per nostre supreme regine ed imperatrici, ma per mezzi e ancille che servano alla fede, allo spirito e alla vera cognizione di Dio, e molto più che le creature. Di poi, benchè nella Chiesa di Dio, per certificarci, formarci e stabilirci nelle verità divine, rivelate e soprannaturali, bisogna all'ultimo venire all'interno testimonio dello Spirito Santo, senz'il quale non si può sapere quali scritture sieno sante e da Dio, e quali no»[48].

Ma l'Ochino, che non avea consentito alla Chiesa universale, potea rassegnarsi alle opinioni individuali di Calvino? Presto in fatti si trovò in disaccordo con quello, sicchè a Ginevra venne scomunicato e perseguitato. A piedi, come sempre, ripigliò dunque il cammino colla moglie, in cerca della verità, e di chi permettesse dirla. A Basilea dov'erasi adunato uno degli ultimi concilj, dove eransi rifuggiti Erasmo ed Hutten, disgustati degli eccessi, dove il Froben stampava scritti arditissimi, l'Ochino recossi per pubblicare i suoi sermoni: ad Augusta chiesto predicatore con ducento fiorini l'anno, moltissimi uditori attirava, sinchè la invasione di Carlo V gli lasciò appena tempo di salvarsi, fuggendo collo Stancari di Mantova.

A Strasburgo ritrovò il vecchio suo amico e compatrioto Pietro Martire Vermiglio, di cui ora diremo, e con lui passato in Inghilterra, predicò ai rifuggiti italiani[49], ma cessata la tolleranza alla morte d'Eduardo VI, tornò in Isvizzera, e fu assunto pastore dagli emigrati di Locarno, i quali dal senato di Zurigo aveano ottenuto una chiesa e l'uso della propria lingua.

Ma accusato di opinioni antitrinitarie, e di acconsentire la poligamia, è costretto ad una professione di fede, ed egli giura di vivere e morire nella fede di Zuinglio. Ma subito n'ha pentimento, in pulpito impugna alcuni dogmi di questo, e ne' suoi Labirinti nega quasi tutte le verità cristiane: onde n'è sbandito, e neppure ottenendo d'indugiarsi fino alla primavera, di settantasei anni, nel cuor dell'inverno, con quattro figliuoli è costretto ripigliare il cammino dell'esiglio, verso la Polonia.

La prima volta che predicò ai fratelli italiani in Cracovia, «Non crediate (disse) venir oggi a veder altro che un vero apostolo di Gesù Cristo. E pel nome e per la gloria di Cristo, e per chiarire la verità delle cose celesti ho io patito ben più di quello che sia di fede aver patito l'uomo o alcun degli apostoli. Nè, se a me non è conceduto come ad essi di far miracoli, meno fede dovete aver a me che ad essi, giacchè noi insegniamo le cose stesse dallo stesso Dio ricevute, ed è miracolo abbastanza grande l'aver noi sofferto quel che patimmo»[50]. Fin a tal punto spingeva la superbia!

Fu de' più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l'aver sostenuto l'indissolubilità del matrimonio, a fronte delle principesche lubricità. Ma già Lutero, per ingrazianirsi il landgravio d'Assia, aveva approvato la bigamia: ora l'Ochino, nel XXI de' suoi Trenta dialoghi, sostenne che un marito, il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile, deve prima implorare da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con fede, non possa ottenere, può senza peccato seguire l'istinto, che conoscerà certamente provenire da Dio, e prendersi una seconda moglie senza sciogliersi dalla prima[51].

Era una bassa condiscendenza a Sigismondo, re di Polonia, inuzzolito di nuove nozze: e meritò all'Ochino lo sdegno di molti cattolici, e principalmente del cardinale Osio gran difensore del regno d'Ungheria. Il quale ne scrisse dissuadendo esso re, e mostrando qual pregiudizio ne deriverebbe a tutto il paese. «Non credo che nel nostro secolo siavi stato più pestilente eretico di quell'empio Bernardino Ochino, che osò fin richiamare in dubbio se esista Dio, e se si prenda cura delle cose umane. Ai consigli di questo scellerato dicesi che si ascolti nella patria nostra; i quali se avesser sèguito, fin gli elementi insorgerebbero contro di noi nè potrebber sì atroce delitto sopportare[52]». Anche il protestante Bullinger inveiva contro l'Ochino, meravigliandosi che un vecchio scrivesse di tali cose, e tanto più un ministro della Chiesa: nei dialoghi aver ritratto se stesso, affinchè il conosca chi nol conobbe finora: «è uomo dotto in senso reprobo, ingrato contro il senato e i ministri, empio, malizioso per non dire bugiardissimo».

L'Ochino di rimpatto lagnavasi di esso, e «Non pensavo che il Bullinger fosse papa a Zurigo, e che non solamente a' suoi precetti, ma ancora alle sue esortazioni s'avesse ad obbedire, e molto più che al senato». Teodoro Beza pure gli urlava dietro: «Ochino è uno scellerato, libidinoso, fautor degli Ariani, beffatore di Cristo e della sua Chiesa»: onde non fu raccolto a Basilea, nè a Mulhausen; e s'ascose in Moravia, dove, perduto due figliuole e un ragazzo dalla peste, morì nel 1564.

Tutt'altrimenti il Boverio ne racconta a lungo la fine, quasi avvenisse in Ginevra, e che si confessò da un prete cattolico, e si ritrattò dinanzi a quanti lo visitavano. Di ciò istizziti, i magistrati di Ginevra ordinarono che, se persisteva, venisse ucciso, come fecero a pugnalate. Di un fatto così improbabile adduce molte testimonianze, ma non dirette. Egli fa gran caso che Teodoro Beza, nel libro intitolato Verae imagines virorum illustrium impietate et doctrina, quorum labore Deus usus est, his extremis temporibus, ad veram religionem instaurandam ex diversis christianitatis regionibus (Ginevra 1531), dice: Petrus Martir (Vermiglio) in egressu suo ex Italia habuit socium Bernardinum Ochinum, monachum magni nominis apud Italos, et auctorem ordinis Capucinorum (?), qui in fine se ostendit esse iniquum hypocritam, atque habuit alios qui omnino aliter se gesserunt.

Il Boverio argomenta che, se il Beza lo giudicò ipocrita, vuol dire che l'Ochino finì cattolico[53]. Ma ognun comprende che allude alle opinioni antitrinitarie del frate, per le quali i dissidenti fra loro paleggiavansi ingiurie, non meno violente che contro i Cattolici[54].