Degli eterodossi nel Napoletano largamente discorremmo, parlando del Valdes e di Galeazzo Caracciolo, e più nel Discorso XXXII sopra l'Inquisizione: non ci resta dunque che spigolar alcune cose ommesse.
I primi semi della dottrina luterana diconsi sparsi dai soldati che aveano menata a orribile strazio Roma, e che colà passarono per iscacciarne il Lautrec e i Francesi. Nel 1536 Carlo V vi pubblicò un rigoroso editto che vietava ogni pratica coi Luterani, pena la vita e la confisca[23]: e già all'uopo stesso nel 1533 vi si erano stabiliti i Teatini, i quali vedemmo attenti sopra le dottrine sparse dal Valdes. Pure nel 1536 vi predicò l'Ochino in San Giovanni Maggiore, sentito con grand'attenzione da esso imperatore. Ma partito questo, il governatore Toledo, al quale esso avea raccomandato di badare non si propagasse l'eresia, non lasciogli continuar le prediche se prima non dichiarasse in pulpito chiaramente le sue opinioni circa i punti controversi. Il frate seppe schermagliar di modo, che potè continuare il quaresimale, e partendo lasciò molti imbevuti delle sue dottrine «i quali poi con la mutazione della vita furono detti spiritati»[24], o piuttosto spirituali, titolo che spesso vediam loro attribuito.
In occasione d'un grave tremuoto al 7 agosto, il popolo gridò fosse castigo di Dio contra gli eretici, onde molti furono detenuti dalla Corte dell'arcivescovado. Pure nel 1539 tornò a predicarvi l'Ochino nel duomo[25], e il Castaldo dice che «le sue prediche diedero campo e ragione a molti di parlare della santa scrittura, di studiare gli evangeli, e disputare intorno la giustificazione, la fede e le opere, la potestà pontificia, il purgatorio e simili altre difficili questioni, che sono de' teologi grandi, e non da esser trattate da' laici, e massime di poca dottrina e di minime lettere. Ed io dirò cosa che parrà incredibile ed è pur verissima, che insino ad alcuni coriari della conceria al Mercato era venuta questa licenza di parlare e discorrere dell'epistole di san Paolo e dei passi difficultosi di quelle, e come in ogni parte d'Italia dove avea predicato, così anche in Napoli lasciò partendo alcuni fedeli discepoli».
«Nella invasione che sopportò l'Italia degli eretici luterani sotto il Borbone, dice il Bernino[26], ritrovavasi già o infetto o dispostissimo alla infezione il regno di Napoli quando colà giunse Giovanni Valdes... sovversore miserabile di quel popolo. Conciossiachè egli profondamente eretico luterano, ma altrettanto bello d'aspetto[27], grato di maniere e, ciò che rende più attrattiva la bellezza, fornito di vaga erudizione di lingue, pronto di risposte e studioso della sacra scrittura, annidatosi in quella metropoli, ebbe uditori in copia e seguaci in fede».
Anche nella vita di Galeazzo Caracciolo (Ginevra 1587) è detto che il Valdes, «avendo qualche conoscenza dell'evangelica verità, e sopratutto della dottrina della giustificazione, aveva cominciato a trarre alcuni nobili, coi quali conversava, dalle dense tenebre, rifiutando le false opinioni della propria giustizia e dei meriti delle buone opere, e per conseguente dimostrando molte superstizioni». Giosia Simler protestante scrive pure che il Valdes «guadagnò moltissimi e massimamente dei nobili, a Cristo, e vi fu in quel tempo nella città di Napoli una comunità non ispregevole d'uomini pii».
Contano fra i pervertitori di que' paesi Marcantonio Flaminio, che, secondo il Bernino «si diè alla predicazione della vita spirituale pel territorio di Sessa e di Caserta», oltre il Carnesecchi e il Vermiglio, che a Napoli era abate degli Agostiniani in San Pietro ad Aram: il Giannone aggiunge che esso Vermiglio ebbe tanto credito e concorso di gente, che, chi non v'andava, era riputato mal cristiano[28]. Tra' costui auditori e settarj memorano Francesco Caserta, che poi trassesi dietro il marchese Caracciolo; Benedetto Gusano da Vercelli: Giovanni Montalcino «gran lettore delle epistole di san Paolo»[29], Lorenzo Romano siciliano.
Per cura de' governanti le conventicole cessarono, anche prima che il Valdes morisse circa il 1540. In quest'anno il Carnesecchi avea già letto il libro del Benefizio di Cristo, forse ancora manoscritto, e che certamente era stampato nel 1543 a Venezia, e molto fu diffuso nel reame. Allora racconta il biografo di Galeazzo Caracciolo che infestavano il regno di Napoli alcuni Ariani e Anabattisti, «i quali, veduto che Galeazzo non aveva ancor raggiunto la piena cognizione delle Scritture, non tralasciarono nulla per insinuargli i loro dogmi falsissimi». Ma egli conversò quotidianamente coi discepoli del Valdes «che in Napoli erano numerosissimi, e che nella cognizione della verità cristiana non erano progrediti oltre l'intelligenza dell'articolo della giustificazione e lo schivare alcuni abusi del papismo: per altro usavano alle chiese, udivano messa, partecipavano alle consuete idolatrie». Esso li seguì alcun tempo, e ciò l'avrebbe certamente rovinato, come altri rovinò, i quali arrestati per motivo di religione, mancando de' primarj fondamenti si ritrattarono, come avvenne al Caserta ch'era stato il principale stromento della conversione del Caracciolo.
Allora furono proibiti varj libri che prima eransi stampati liberamente, quali esso Benefizio di Cristo, il Sommario della Scrittura, opera di Melantone; e nel largo davanti la porta dell'arcivescovado furono bruciati, dopo una predica del domenicano Ambrogio de' Bagnoli. Il Castaldo che lo racconta, assicura che dopo d'allora non s'intese che alcun più li tenesse, e chi parlava della santa scrittura lo facea con più modestia e sobrietà. Poi una nuova prammatica del 1545 sulla censura de' libri, e la soppressione di alcune accademie fecero svanire lo studio di quelle curiosità[30].
Al Caracciolo avvenne altrimenti, perchè, venuto in Germania per gl'incarichi suoi, prese ad operare più intrepidamente che non i Nicodemiti che avea lasciati in Italia, e principalmente gli giovò Pietro Martire Vermiglio, che allora dettava in Argentina. Istrutto da costoro, tornò a Napoli, ove ai seguaci del Valdes predicò l'obbligo d'astenersi dall'idolatria, ma non gli diedero ascolto, non approvando essi la dottrina che promette afflizioni, persecuzioni, perdita di beni e di onori, abbandono della casa, della patria, della famiglia per servir Dio[31].
Che cosa di lui seguisse il vedemmo: qui riferimmo tali rimproveri del Balbani per indizio dello stato delle chiese eterodosse nel reame. E anche il Vergerio dice che il Valdes lasciò «molti discepoli, uomini di corte: che se una parte di essi è riuscita netta e calda, l'altra è restata con alcune macchie, fredda e paurosa. Dio la scaldi e la faccia monda».
Contro i triumviri della repubblica satanica (come Antonio Caracciolo qualifica il Valdes, Pietro Martire ch'è dice Cacomartire e l'Ochino) avventossi san Gaetano; andava o mandava ad ascoltarli, e non potendo più dubitare de' lori errori, li denunziò al cardinale Teatino; rivelò ai Napoletani la ipocrisia di costoro, che in veste d'agnelli aveano contaminato la Campania, e le indegnità commesse nelle loro conventicole, dove andavano mescolati uomini e donne; onde i capi fuggirono. Forse era tra questi il marchese Gianbernardino Bonifazio d'Oria, del quale raccontammo a p. 327 del volume II, e al quale a Danzica sul Baltico fu posta una lapide che narrava qualmente in medio hispanicæ inquisitionis furore[32], agnita ex scriptis Melanchtonis evangelii luce, paulo post exuli voluntario, ac primo Venetias, dein ob irati pontificis insidias per Helvetiam in Germaniam et ad wormatiense colloquium delato, morì ottagenario nel 1597, Bonifaciorum ultimus.
Il biografo di san Gaetano racconta che questi «co' suoi ebbe grande omaggio dai pii, e concorsero a San Paolo, chiesa de' Teatini, innumerabil quantità de' principali nobili e del popolo, acciocchè quivi ricevessero i sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, e udissero Gaetano e Giovanni Marinone che a vicenda predicavano sulle cose celesti, senza pompa di parole ma con egregio profitto di virtù».
Non è però a credere che ogni seme dell'errore fosse divelto nel regno. Già nominammo (vol. II, pag. 329) Francesco Romano che v'avea partecipato, ed era fuggito da Napoli ove gl'inquisitori lo citavano: a Roma presentossi al cardinale Teatino, denunziandogli gli eterodossi del napoletano, fra cui persone qualificate: indi fece pubblica abjura a Napoli e a Caserta.
Come la inquisizione spagnuola fosse respinta dai Napoletani[33] vedemmo nel Discorso XXXII, ove d'altri miscredenti s'è parlato.
Il marzo 1564 a Napoli, in piazza del Mercato furono decapitati, poi arsi i nobili Gianfrancesco d'Aloisio di Caserta, e Gianbernardino di Gargàno di Aversa come luterani; e «spediti dal vicario dell'arcivescovo editti ad altri di cattivo nome, i quali andamenti della corte tanto temporale quanto spirituale posero la città quasi in rivolta, e così stette molti dì e mesi»[34].
Fu allora che il vicerè Parafan de Ribera scrisse a re Filippo il 7 marzo 1564:
«Ho ricevuto la lettera che vostra maestà si degnò scrivermi di sua mano il 24 gennajo, e la premura sua che le cose della religione vadano come conviensi al servigio di nostro signore, è conveniente a sì gran principe e sì gran cattolico qual è vostra maestà, e alle grazie che da esso ha ricevuto. Io farò gli uffizj che vostra maestà comanda a Roma, benchè molto non sia da profittarne. Il rimedio vero è l'attenzione che vostra maestà adopera. In una lettera che vien per mano del segretario Vargas, scrivo a vostra maestà come furono suppliziati nella piazza pubblica di questa città un cavaliere e un gentiluomo per luterani. Un d'essi è quel che fece il principal danno in questa terra tutta: e la gente nobile e il popolo han mostrato gran contentezza, benchè mai non abbiano veduto giustiziar nessuno per causa siffatta. Parvemi d'avvisar vostra maestà di quel che, per sua confessione, s'intende d'alcuni prelati di questo regno, acciocchè vostra maestà sia avvertito nelle occasioni che possono presentarsi. Supplico la maestà vostra con tutto l'interesse che posso, che, essendo pericoloso il trattare di ciò, degnisi che nessuna persona ne sappia[35]. Guardi il Signore la real persona vostra».
«Dalla deposizione di Giovanni Francesco di Aloysio, detto altrimenti Caserta, si fan le seguenti confessioni.
«Dell'arcivescovo d'Otranto, dice che dal 1540 fin al 1547 quando furono i tumulti a Napoli, parlò con esso molte volte, e dichiarò che teneva e credeva la dottrina luterana, e si trovò presente quando con grandissima veemenza e autorità, parlando con altri, discorreva, predicava e insegnava la dottrina luterana; e in quel tempo a Napoli era tenuto dai Luterani per un de' caporioni della setta. Deposero contro tal confessione altre persone, e quando si cercasse di passar avanti nell'esame della sua vita vi si troveriano cose più brutte: ma ci vorrebbe espressa commissione di sua santità[36].
«Del vescovo di La Cava San Felice[37] dice il Caserta che nel 48 e 49 stando in Trento, avea avuto disputa con un altro del suo uffizio perchè contraddiceva la giustificazione per la sola fede; la qual opinione egli tenea per verissima: e che così per avere detto ciò, come per esser discepolo d'altro luterano, esso lo ha tenuto per un della setta.
«Dal vescovo di Catania[38] dice che, poco prima dei tumulti di Napoli, fu a visitarlo con un altro compagno suo luterano, e parlando delle cose della Scrittura, dichiarò che teneva e credeva le opinioni luterane, e mostrò possedere i Sermoni di frà Bernardino da Siena e il Benefizio di Cristo, e altri scritti di man del Valdes eresiarca, dei quali lessero alcune parti in sua presenza.
«Dice il Caserta del vescovo di Ana (?) coadjutore di Urbino che, quando frà Marco di Tursi eresiarca stava in Sant'Agostino di Napoli, era molto suo amico: e parlando con esso, alcune volte dissegli che teneva e credeva il punto della giustificazione come lo teneva il Valdes, cioè che l'uomo si giustifica per la sola fede, e che per le opere non merita se non in quanto son come frutto della fede.
«Dell'arcivescovo di Sorrento[39] dice il Caserta avergli detto che teneva le opinioni luterane e che quel cammino di Lutero era il vero, e che lodò molto un libro che possedeva, intitolato Summario della Scrittura, che se lo fece comprare.
«Del vescovo di Isola Fascitelli[40] dice che l'abate di Tursi gli disse era delle medesime opinioni luterane.
«Del vescovo di Cajazo[41] gli disse Geronimo Scanapeco che avea le stesse opinioni luterane.
«Del vescovo di Nola[42] che, prima che gli dessero l'uffizio presente, teneva un libro luterano intitolato Il Benefizio di Cristo, e molto se ne piaceva.
«Del vescovo di Civita di Penna[43] dice il Caserta avergli detto don Apollonio Merenda eresiarca ch'era delle stesse sue opinioni, e credeva e teneva quelle di Lutero.
«Del vescovo di Policastro[44] dice che, avendolo un giorno invitato per esaminarlo sopra certa causa, gli mostrò una composizione che avea fatta sopra il punto della giustificazione, nella quale si dichiarava e insegnava conforme all'opinione del Valdes; e che udì da un Luterano, ora morto, che, leggendo le epistole di san Paolo, aveva insegnato e predicato della predestinazione quel che opinano i Luterani.
«Dell'arcivescovo di Reggio[45] dice il Caserta, e così il Gargano, che, prima che gli si conferisse la presente dignità, stando nel suo convento, lo visitarono essi ed altri Luterani, e che dichiarò teneva e credeva le opinioni luterane, e che una volta nel sermone trattò della giustificazione, e conchiuse si debba tener e credere al modo che insegnava Martin Lutero; e che volendo un giorno uscir fuori, cavò le pantofole che aveva in piede, e si pose le scarpe, dicendo: «Lasciatemi prender la giustificazione de' miei piedi» e gli mostrò alcuni libri luterani che possedeva».
In Calabria, oltre i Valdesi di cui discorremmo a pag. 329, dicesi serpeggiasse il luteranesimo, e ne fossero presi molti monaci e alcuni famigliari dell'arcivescovo di Reggio Agostino Gonzaga. Ma non ne venne notizia al Governo che dalle fiere nimicizie tra i Monsolino e i Malgeri di Reggio, scoppiate nel 1561 in vera guerra civile, ove i Monsolini riusciti superiori, trucidarono i nemici. Gli uni rimbalzavano agli altri la taccia di luterani, con tale ostinazione che il vicerè nel 1562 spedì in Calabria Pietro Antonio Pansa, uomo di inflessibile rigore, che molti convinti d'eresia condannò al rogo. Contansi in essi quattro cittadini di Reggio, undici di San Lorenzo, fra cui sette erano frati cappuccini. A quelli che abjurarono fu dal Pansa ordinato portassero sul petto e sulle spalle un panno giallo, attraversato da una croce rossa.