AGGIUNTE E CORREZIONI ALL'OPERA

Nessuna speciale agevolezza a suoi studj l'autore ritrovò, sia ne' privati sia ne' governi del suo paese, e tanto meno nell'odierno. Biblioteche e archivj non potè usare se non come un cittadino qualunque: alcun favore chiesto ad uffizj pubblici gli fu negato; possessori di carte e di libri non sempre vollero essergliene cortesi. Gli è forza accennarlo per iscusar un difetto di tutti i suoi lavori, qual è di non aver usato le migliori edizioni, e non sempre essersi valso delle medesime ad assicurare le citazioni, come avrebbe solo potuto se collocato in una biblioteca.

E nel presente lavoro, moltissimi anni meditato traverso a quelle crisi che portano seco tanti frantumi d'umana dignità, neppure ottenne le facilitazioni, che a qualche straniero si erano abbondate, perchè richieste diplomaticamente da governi che non disgradano le lettere, e con troppo scarso esito ha invocato la limosina di consigli e avvertimenti nella lunga incubazione dell'opera sua. Siffatta è l'abitudine degli studj in Italia, che chi vi si applica deve nascondere ciò che fa, quasi una colpa che trami, onde non offendere anticipatamente le incontestate glorie de' mediocri: tanto meno può chiedere ajuti e collaborazione. Dopo pubblicata l'opera, forse neppur un giornale d'Italia l'ha tolta ad esame. È una discolpa che egli cerca alle imperfezioni di un lavoro, il cui intento essendo nuovo, avrebbe avuto tanto bisogno di coadjuvamento, di consigli, di materiali. È ben sconfortante il trovarsi solo, senza chi vi accompagni negli studj, vi soccorra nelle ricerche, vi applauda o vi critichi, s'interessi a quel che fate! Pure ciò ha procurato a questo, come agli altri libri dell'autore, maggiore indipendenza, non avendo avuto a sacrificare ad amici, come non voleva tremar di nemici.

Ridotto alle uniche forze sue, egli trovò durante la pubblicazione molte cose: e in parte le inserì forse dov'erano meno opportune, a scapito di quella geometrica disposizione, della quale egli si mostrò sempre geloso. Il conte Pietro Guicciardini raccolse da seimila volumi ed opuscoli di eterodossi e di loro contradditori, e volgarizzamenti della Bibbia, e trattati socciniani, e ne fe dono alla biblioteca Magliabecchiana. Per negligenza officiale rimasero lunghissimamente nelle casse, e appena adesso si stanno sballando e disponendo. Con festosa premura ne avrei offerto almeno il catalogo se ancora fosse fatto: così non potei che profittare della parte che già è disposta. Da qui l'autore trasse materia di nuove aggiunte, che colle correzioni suggeritegli da qualche amico o dal tempo e dalla riflessione metterò qui, per assettarle poi se mai il libro ottenesse quel che tutti gli altri suoi, il vantaggio di nuova edizione, almeno postuma, e giovarne le traduzioni che già ne sono cominciate.

I pochi lettori serj vogliano avergliene compatimento, e ai futuri studiosi augurino tempi e compagni migliori.

VOLUME I

Pag. 37, linea 15, leggi:

Ne' canoni apostolici, apocrifi ma del secolo III,

Pag. 40, lin. 25, aggiungi:

parve aderirvi, comunicando con alcuni con cui non comunicava Atanasio.

Pag. 63, lin. 1, leggi:

nel Ligurino, se pure non è apocrifo, come si sostiene,

Pag. 71, nota 3, leggi:

Cardinali vescovi erano quelli di Ostia, Porto, Santa Rufina, Albano, Sabina, Tusculo, Preneste, vicarj del papa qual parroco di San Giovanni Laterano. I cardinali preti succedettero ai venticinque preti delle chiese di Roma, specie di parrocchie. I cardinali diaconi presedevano agli istituti di carità, e curavano i diritti e i beni della chiesa.

Pag. 71, lin. 33, leggi:

Dopo il concilio di Clermont del 1092.

Pag. 74, alla nota 15, aggiungi:

Nella patria sua pochissima o nessuna efficacia esercitò Arnaldo, anzi fu cacciato da Brescia Ribaldo che n'era uno de' consoli, perchè n'avea favorito la parte: pochi anni dopo la morte di esso, negli statuti del 1200 si ordinava che il podestà di Brescia, entrando in uffizio, giurasse ad S. Dei Evangelia, quod infra octo dies regiminis dabo banum perpetuale comunis Brixiæ in publico arengo, more solito coadunato, Gazaris, Leonistis, Speronistis, Circumcisis, Arnaldistis, et omnibus hæreticis.

Noto è che Ribaldi chiamaronsi gl'infimi soldati di ventura (vedi il Du Cange e la Crusca), e che questo nome, come quello di masnadiere, prese un significato cattivo in grazia dei pessimi comporti di coloro. Ma è notevole l'essersi confuso Ribaldo con Arnaldo, sino a divenire sinonimi in senso obbrobrioso. Nello statuto di Brescia del 1380, pag. 219, leggiamo: Item statutum est quod aliquis Arnaldus seu Ribaldus, cum erit seu vixerit extra civitatem Brixiæ, non audeat nec præsumat ire, sive exire infra scriptas stratas etc. E nella pagina seguente: Item statutum est quod... Arnaldus seu Ribaldus, non audeat nec præsumat habere nec portare lanceam, nec arma etc. — Item statutum est quod aliquis Ribaldus sive Arnaldus; nec aliqua suspecta persona de damno dando in clausuris Brixiæ non possit etc.

Anche lo statuto di Como, c. 187, ha: Non fiat nec teneatur aliqua barataria... per aliquos stipendiarios, baratarios, Arnaldos. E in quello di Vercelli, libro v, pag. 126: Non debeat emere vel... ab aliqua persona ignota... meretrice, Arnaldo vel Ribaldo...

Il titolo di ribaldo rimase qualificativo, mentre prima era nome proprio usitato: l'altro cadde in obblio.

È una delle scoperte più disputate oggi, e delle più interessanti qualora ne fosse men dubbia l'autenticità, quella delle poesie di Aldobrando da Siena, che, nato nel 1112 e morto nel 1186, scriveva già in pretto italiano. Anch'egli lancia dei versi contro Arnaldo, poichè in una canzone ove celebra i tempi della lega lombarda, e un non sappiamo quale illustre personaggio di Siena, loda questo dall'aver distolto i cittadini dalle colui eresie.

Or del fellon Arnaldo già vicina

Prevedeste la ruina,

E manti (molti) pur toglieste all'infernale

Sentina d'onni male

Che 'l folle fra le fiamme, ahi membranze,

Tutte purgò fallanze.

Al qual proposito il signor Grottanelli emenda le molte inesattezze degli storici e romanzieri intorno al luogo ove fu arrestato Arnaldo. Fu alle Briccole, sulla strada per Roma, a dieci leghe da Siena. I visconti del vicino castello di Campiglio lo tolsero di mano al maestro ospitaliero, e lo venerarono: ma Federico Barbarossa li costrinse a darlo a lui, che lo consegnò al prefetto di Roma perchè lo giustiziasse.

Pag. 99, alla nota 1, aggiungi:

apud Dom Bouquet, T. X, p. 23.

Alla nota 9 in fine, aggiungi:

Dal Muratori (Ant. mæd. æv. Diss. LX) è citato un trattato inedito, Magistri G pergamensis contra Catharos et Passagios, che potrebbe esser del Guala vescovo di Bergamo.

Pag. 114, aggiungi:

Dopo l'opera nostra, fu pubblicato a Perugia un opuscolo, col titolo I Guglielmiti del secolo XIII; una pagina della storia milanese documentata dal d. Andrea Ogniben veronese medico militare. Prima edizione, volume unico: e sono 130 pagine. Tanto per fare secondo i tempi, vorrebbe l'autore scorgere in quel processo un movente politico che appena adombra, ma principalmente dimostrare che la Guglielmina fu una santa donna, e i processati tanti allucinati, mossi in parte da furore erotico, in parte da manìa religiosa, riscaldata dalle quistioni che allora si agitavano sulla grazia efficace (?), sullo stato delle anime avanti il giudizio, sulla rovinosa teoria del libero arbitrio (sic e più sotto la dice fatale teoria) per cui «nel solo ducato di Milano (sic) vi aveano allora ben tredici sette di religione». Di questa teomania trova egli esempj dove vuole, e dice che «il filosofo ed il psicologo, squarciando il velo misterioso d'una fede imposta alle menti umane dal despotismo sacerdotale, ci mostrano chiaramente l'origine umana d'una religione tutta amore e santità». Col che vuol far intendere che Cristo era un delirante, come erano «evidenti manie sensoriali quelle del Rapito di Patmos»; e visionarj i fondatori degli Ordini religiosi.

Dà egli tradotto un compendio del processo del 1300, o piuttosto d'un estratto che ne fece il notaro Beltrame Salvago, molti anni dopo. I fatti che ne risultano son quelli che accennai nel testo. Delle oscenità conformi a quelle de' vecchi Gnostici e dei moderni Quietisti, non trovasi quasi orma, a malgrado di quanto asserirono i primi cronisti e storici. Già i Montanisti consideravano Cristo non come ultimo termine del progresso morale e religioso, ma che sarebbe seguito da una nuova rivelazione; concetto svolto poi dal Lessing nell'Educazione progressiva del genere umano. L'illustre filosofo e filologo Postel credette e sostenne di una vergine veneziana press'a poco quel che i Guglielmiti della pia Boema. Perocchè pare che la Guglielmina non vantasse nè la sua divinità nè le rivelazioni, bensì le credessero o le spacciassero Andrea Saramita, la Manfreda e alcuni altri, massime dacchè fu morta. Un Mirano, cappellano della chiesa di San Fermo, che, morta la Guglielmina, era ito col Saramita a recarne l'annunzio al re di Boemia, rispondeva: «Da Andrea Saramita e da suor Manfreda di Pirovano e da altri devoti della Guglielmina, ho inteso che questa era lo Spirito Santo, terza persona della Santissima Trinità; che dovea risorgere, ed ascendere in cielo, alla presenza de' suoi devoti. Fui presente quando Andrea e Manfreda annunziavano tali cose ai devoti. Udii pure da loro che, siccome Cristo sotto forma d'uomo, così Guglielmina deve soffrire sotto forma di donna per li peccati dei falsi cristiani, e di coloro che crocifissero Cristo, e dopo che la Guglielmina fosse risorta ed ascesa al cielo, dovea mandare a' suoi discepoli, nel giorno di pentecoste, lo spirito paracleto; doveansi mutar leggi, rinnovare vangeli, ordinare i cardinali; e la risorta diverrebbe arcivescovo pontefice. Esso Andrea, Albertino di Novate, Franceschino Malcalzati portarono ostie da Chiaravalle. Alcuni devoti fanno dipinger l'immagine della Guglielmina sotto il nome di santa Caterina. Suor Manfreda istruiva i discepoli a non dir la verità quando interrogati dalla Inquisizione; che sarebbero ajutati dallo Spirito Santo; e soffrano tutto per la Guglielmina come gli apostoli per Gesù. Che il papa presente (Bonifazio VIII) non poteva assolvere nè condannare, perchè creato non legalmente. Esservi tante indulgenze a chi visitava il sepolcro della Guglielmina a Chiaravalle, quanto per Terrasanta. Andrea e suor Manfreda diceano veder la Guglielmina, essa parlare con loro, benedir la loro mensa. Prepararono una clamide di porpora con fibbia d'argento, una vesta di porpora e sandali d'oro, di cui si rivestirebbe dopo risorta. Suor Manfreda, per mezzo della Guglielmina aveva grazia, virtù ed autorità maggiore, che non n'abbia avuto mai san Pietro».

Altre volte il Saramita disse ch'essi vestivano a bruno perchè così la Guglielmina; «e perchè essa fu chiamata Felice, e si credea lo Spirito Santo, molti davan ai loro figliuoli il nome di Felicino e Felicina e Paracleto. Quando andavamo a Chiaravalle a venerar la Guglielmina, l'abate ci facea dare pane, vino ed altro. Que' monaci nella solennità faceano panegirici di essa e della sua congregazione. Fui presente allorchè la Guglielmina morì, e andai al marchese di Monferrato pregandolo mi desse una scorta onde portarlo con sicurezza a Chiaravalle, stando allora in guerra Milanesi e Lodigiani. Ella disse a quei che la circondavano: «Voi credete vedere, e non vedrete per la vostra incredulità», alludendo alle cinque piaghe che avea sul suo corpo. Credo che la Guglielmina è lo Spirito Santo, e che deve risorgere, e che fece molte cose simili a Cristo. Ma essa non disse mai che fosse lo Spirito Santo, ne cercò mai persuadercelo: bensì disse a Manfreda che l'arcangelo Raffaello ne annunziò la nascita alla beata Costanza sua madre, e quando fu concepita e quanto tempo stette nel ventre, perchè essa era nata il giorno di pentecoste, e pareami dovesse tutto ciò esserle accaduto a somiglianza di Cristo. Non dissi che in gloria divina superasse Maria e ogni altro santo: pur credo essa sia la terza persona della Trinità e di essenza divina, e l'avrei detto a tutti se non temessi destarne orrore. Il corpo suo non essendo ancora glorificato, nol tenevo per più glorioso di quel della beata Vergine».

Altre volte invece confessò averle essa detto che era discesa dal cielo su marmoreo seggio, sfolgorante di vivissima luce; essere lo Spirito Santo: e la Manfreda avere udito altrettanto dalla Guglielmina: e che dal 1262 non era stato consacrato il solo corpo di Gesù Cristo, ma quello pure dello Spirito Santo ch'era il suo. Credeva suor Manfreda dover essere papa vero, e con piena e reale giurisdizione: vicario dello Spirito Santo in terra, cessando il papato presente, i suoi riti, la sua autorità, succedendovi la Manfreda che dovrà battezzare Giudei, Saraceni e gli altri non battezzati: i quattro vangeli si conserveranno finchè suor Manfreda sia investita della pacifica potenza di Pietro: allora cesseranno, e quattro sapienti mandati da Guglielmina ne scriveranno dei nuovi, che porteranno i nomi de' loro autori.

La Manfreda confessò aver composto le litanie della Guglielmina e aver creduto a questa, e tenere conferenze dove si recitavano gli evangeli, le epistole e alcuni miracoli. Essa conserva dell'acqua con cui fu lavato il cadavere della Guglielmina, ma non l'ha adoprata per divozione nè per guarire infermità.

Sibillia, vedova di Beltrame Malcolzati, disse avere udito dal Saramita e dalla Manfreda che Guglielmina era lo Spirito Santo, vero dio e vero uomo, che doveva risorgere, ed apparire col corpo, e visibilmente ascender al cielo, presenti i suoi devoti, e mandare lo Spirito Santo in forma di lingue infocate: e che essa dovea redimere i Giudei e quanti erano fuori del cristianesimo. Che suor Manfreda avea ricevuto in consegna la Chiesa di essa, e le chiavi del regno de' cieli: che Franceschino Malcolzati canterebbe la prima messa al sepolcro della Guglielmina, e Manfreda la seconda. Essa Sibillia aveva in casa la cassa in cui primamente fu sepolta la Guglielmina, portatale dal Saramita perchè i vicini di essa, in via di san Pietro all'orto, la richiedeano, mentre i monaci di Chiaravalle voleanla per sè, come quelli presso cui la Guglielmina avea scelto di esser sepolta.

Tiene pure in casa un padiglione di zendado vermiglio che fu messo sopra la bara quando fu trasferita a Chiaravalle. La Manfreda prese colle sue mani un'ostia portatale da Chiaravalle, e gliela pose in bocca ad onoranza della Guglielmina.

Tornata poi al Sant'Uffizio, la Sibillia confessò che suor Manfreda erasi vestita degli abiti pontificali, di dalmatiche due altre suore, il Saramita e il Malcolzati; altri di cotte: e accomodato una specie d'altare, vi posero il calice e quanto occorre per la messa: la Manfreda celebrò; Andrea recitò il Vangelo, Albertone Novati l'epistola. Il Saramita le disse che, entrato in camera della Guglielmina, la trovò che orava, e alzatasi, gli disse ch'era lo Spirito Santo, venuto in forma di donna perchè, se fosse venuto in forma di uomo, sarebbe morta come Cristo, e tutto il mondo ne perirebbe. Di subito apparve una cattedra, e Guglielmina la convertì in un bue, e a lui disse: «Tienlo se puoi», e subito sparve. Soggiungeva che il nome suo non morrà, e per essa molti saranno consolati, e molti tribolati.

Nel processo, molti son nominati quali devoti della Guglielmina, e aveano comprato bellissimi drappi e tovaglie in venerazione di essa, e per ornarla al suo ritorno in terra.

Lo strano consiste nella connivenza de' monaci cistercensi, i quali credeano bensì che ella fosse de' reali di Boemia, ma non lo Spirito Santo. La casa in san Pietro all'orto ov'essa abitava, era proprietà del loro monastero, e diceano che da sei anni accendevano lampade al sepolcro della Guglielmina, udendo che liberava molti da infermità: avendo il Saramita detto che la Guglielmina era lo Spirito Santo, alcun di loro andò difilato alla casa di lei a interrogarnela, ed essa indignata rispose: Ite, ego non sum Deus, ma esser di carne e d'ossa, e aver condotto seco a Milano un figliuolo; e se non facessero penitenza di quelle credenze, andrebbero all'inferno. Dal che, e da molti altri riscontri può indursi che la Guglielmina non fosse che una pia donna, e tutto il resto invenzione o fantasia della Manfreda e del Saramita.

A quel processo segue qualche brano d'un altro, fatto il 1295 contro un Mangiarocca muratore, abbruciato per eretico, e un Ventura Rosso che avealo chiamato il miglior suo amico.

Il processo della Guglielmina si connette con quello che fu poi fatto contra Matteo Visconti, poichè nella lettera di papa Giovanni XXII del 1 aprile 1324 ove colpisce questo di anatema, è mentovato come sua prossima parente materna la Manfreda, che asseriva essersi lo Spirito Santo incarnato in una tal Guglielma, lo perchè fu data alle fiamme: e si facea colpa a Matteo di aver molto supplicato per la liberazione di essa, locchè smentisce quei cronisti antichi che lui incolpano d'aver denunziata quella setta. Dalla lettera stessa e da quella data il 1322 dalla chiesa di Valenza diocesi di Pavia, dall'arcivescovo frate Aicardo che nel sinodo Bergolicense fece condannar esso Matteo, appare che altri progenitori di questo erano stati sospetti o condannati d'eresia, cioè il nonno, una zia, Giacomo ed Obizzone: e che Galeazzo, figlio di Matteo, professava gli errori della Manfreda, onde fu arrestato, ma poi rilasciato per le minaccie di Matteo.

Quando Giovanni e Luchino Visconti si riconciliarono colla Chiesa, supplicarono fosse riveduto il processo del loro padre, il quale in fin di vita erasi pentito. Allora Benedetto XII rimproverò severamente l'eccessivo rigore di Aicardo, e annullò le sentenze proferite in quel sinodo. Nos, qui sumus omnibus in justitia debitores, nolentes justitiam denegare, hujusmodi processus et sententias archiepiscopi et inquisitorum, per nonnullos ex fratribus nostris S. R. E. cardinalibus examinari fecimus, et ipsorum relatione audita, nos, una cum eisdem et aliis fratribus nostris in concistorio, ipsos processus et sententias cum maturitate et discussione debitis examinavimus... et inique factos invenimus... et auctoritate apostolica inique facta ac nulla et irrita declaramus etc. La bolla è del settimo anno di Benedetto XII, e riferita dall'Ughelli ne' vescovi di Milano.

Ove nel testo diciamo che i Guglielmiti furono bruciati il 9 agosto leggasi settembre.

Pag. 120, alla nota 26, aggiungi:

Quelle sentenze sono stampate nel Richa, Chiese fiorentine, tom. III, pag. 19.

Alla nota 27, aggiungi:

Il Razzi, nella vita di san Pietro Martire, racconta che un giovane libertino di Firenze, vedendo dipinta in Santa Maria Novella l'uccisione del santo, esclamò: «Oh se fossi stato io, l'avrei ben percosso più gagliardamente». Ed ecco di tratto ammutolì: finchè riconosciuto l'error suo, e chiestone perdono, ricuperò la favella.

Alla casa ove nacque san Pietro in Verona è posta una statua di esso coll'iscrizione: Sum Petrus Martyr nutritus et editus infans his domibus: fiat testis imago mea. Alcuni lo fan di casa Milani, altri di casa Rosini.

Pag. 122, lin. 18, leggi:

Questi scritti sono, la Concordia del nuovo coll'antico Testamento, il Commento sull'Apocalissi, il Salterio delle dieci corde: moltissimi altri gliene vengono attribuiti forse a torto, come un commento a Geremia e Isaia, pieno di profezie contro gl'imperadori svevi, un libro sulla Sibilla Eritrea e sul profeta Merlino, e sulle profezie di Cirillo.

Pag. 130, al fine, si sostituisca quanto segue:

Quel versetto dell'Apocalisse, c. XIV, 6, et vidi alterum angelum volantem per medium cœli, habentem evangelium æternum, parve ad alcuni significar un evangelo che surrogherebbe quel di Cristo: sicchè, dopo l'età del Padre, in cui pontificavano i padrifamiglia, verrebbe l'età del Figlio o del Nuovo Testamento, col sacerdozio celibe e la vita attiva; da ultimo l'età dello Spirito Santo, che comincerebbe al 1260, caratterizzata dalla perfezione e dalla potenza della vita contemplativa de' cenobiti, opposta alla splendidezza de' prelati.

Primo apostolo di quest'ultimo evangelo era stato l'abate Gioachino. Se foss'egli un profeta, o un impostore o un visionario è difficile determinare fra le tante tradizioni che lo resero legendario: certo gli scolastici non osarono attaccarlo finchè visse: potè francamente rimproverare i traviamenti della Chiesa, divenuta feudale; gli errori in cui cadde sulla Trinità furono riprovati solo nel 1215 dal quarto concilio lateranese, però senza nominare quell'abate, benemerito della Chiesa.

Fu tra i discepoli suoi che venerossi l'Evangelo eterno; ma il testo essendone perduto, non possiamo che congetturare sopra quanto ne dissero gli scrittori, principalmente un Concilio d'Anagni ove gli errori ne furono condannati. Secondo loro, l'Evangelo di Cristo non sarebbe stato perfetto, e dovea surrogarsegli questo nuovo della vita contemplativa. All'attuazione dell'antico Testamento presedettero tre grand'uomini, Abramo, Isacco, Giacobbe, quest'ultimo accompagnato da dodici patriarchi: al nuovo tre grandi, Gioachino, Giovanni Battista e Gesù Cristo, accompagnato da dodici apostoli: all'eterno presederanno tre grandi, l'abate Gioachino, san Domenico e san Francesco co' suoi dodici seguaci. Nel 1200 fu abrogato l'Evangelo di Cristo, che nessuno condusse alla perfezione. Ora vi sottentrerà il nuovo. Nel 1260 s'avrà una grande tribolazione, e l'Anticristo apparirà: poi dopo breve pace avverrà nuova tribulazione, ancor più pericolosa perchè tutta spirituale.

Così preparavasi una nuova religione; una riforma ben più radicale di quella del XVI secolo, e non solo religiosa ma sociale, abolendo la proprietà.

Alcuni gioachiniti avendo cominciato a spiegar questo Evangelo nell'università di Parigi, que' dottori, meno ideali e più pratici come sono i Francesi, se ne sbigottirono e lo fecero condannare dai papi Innocenzo IV e Alessandro IV nel 1255, pur usando riguardo ai Minoriti che l'insegnavano. Da ciò nacque che restasse arcano il nome dell'autore, che i più credono Giovanni Burallo da Parma, nato verso il 1209, entrato francescano verso il 1232, professore a Bologna, a Napoli, a Parigi. Divenuto settimo generale de' Francescani, volendo tra questi ripristinare la stretta regola, visitò a piedi tutti i conventi, ove il suo rigore gli procacciò nemici. Da Innocenzo IV spedito a tentar la riconciliazione de' Greci scismatici, acquistò la stima dell'imperatore Vatace, del patriarca, del clero, del popolo, ma nulla conchiuse. Accusato di aderire alle dottrine dell'abate Gioachino, fu nel capitolo generale di Ara Cœli deposto, o indotto a deporsi da generale, e gli fu surrogato san Bonaventura, che ne fece fare il processo. Due suoi discepoli Leonardo e Gerardo rimasero condannati in perpetuo al pane della tribulazione e all'acqua dell'angoscia: per Giovanni intercesse il cardinale Ottoboni, sicchè potette ritirarsi nel convento della Greccia presso Rieti, ove visse trentadue anni. Ottenuto poi d'uscirne per tornare ad apostolar in Grecia, a Camerino morì. Gli si attribuirono miracoli e passò per beato, titolo confermatogli dalla sacra Congregazione de' riti nel 1777.

Ma che l'Evangelo Eterno sia opera sua non pare. Di fatto a principio era piuttosto una dottrina che un libro, sostenuta da mendicanti Predicatori o Minori. A questi dunque fu attribuito il libro quando comparve, ma i Predicatori lo ripudiarono, tanto più che nessun di essi era indicato come autore. Ma fra i Minori si nominò qual autore Gerardo da Borgo San Donnino, altri l'abate Gioacchino, mentre Giovanni da Parma avrebbe fatti il Liber introductorius in Evangelium Æternum. Probabilmente l'Evangelo Eterno non sussistette mai, ma solo per esporne le dottrine si fece quest'Introduttorio; ardito tentativo di consolidar la dominazione degli Ordini mendicanti mediante una nuova religione, perfezionamento di quella portata, dodici secoli prima, da Cristo(1). E appunto Renan, nella Revue des Deux Mondes del luglio 1866, con ricchissima erudizione sostenne che il titolo d'Evangelo Eterno davasi alle tre opere che mentovammo dell'abate Gioacchino. L'Introduttorio che epilogava le dottrine di questo, spesso venne indicato come l'Evangelo Eterno, e sarebbe opera di Giovanni da Parma o piuttosto di Gherardo da Borgo San Donnino nel 1254.

(1) Vedasi un articolo di Daunou su Giovanni da Parma, nel tom. XX della Histoire littéraire de la France.

Dom Gervaise, Hist. de l'abbé Joachim.

Meyenberg, De pseudo evangelio æterno. Helmstadt 1725.

Pag. 135, alla nota 7, aggiungi:

Nella Biblioteca Magliabecchiana, Manuscritti, classe XXXIV, n. 76, esiste un libro di 121 carte, che taccia d'eresia le decretali di Gio. XXII contro i Fraticelli; il processo e le proteste di frà Bonagrazia da Bergamo, e tutti gli atti relativi alla quistione, e a difesa da frà Michele, con moltissime particolarità anche di persone. Incomincia:

«Questa è una parte degli articholi heretici tratti dalle IIII decretali fatte contro alla povertà di Cristo e degli apostoli per Giovanni di Caorsa detto papa XXII, riprovati.

È sempre violento, e per es.: «Nell'anno XIIII dello suo papato ereticale fece un'altra costituzione, ovvero destituzione, ovvero destruzione, la quale incomincia, ecc.

«Qualunque queste cose latamente e diffusamente saper desidera, ricorra alle opere del venerabile padre maestro frate Michele, per addietro generale dell'Ordine de' frati Minori, nelle reprobazioni della prima, seconda, terza e quarta decretale: ed all'opera del maestro Francesco d'Ascoli sopra la quarta decretale: e all'opere del maestro Guglielmo Ocham sopra alla quarta decretale... ed altro le quali esse feciono, delle quali queste poche cose tratte sono: ma quivi più profondamente si trattano, et pruovasi e mostrasi la verità, e riprovasi l'eresia e la iniquità (carte 21).

Segue un altro trattato della stessa materia;

«In nomine Domini nostri Jesu Christi pauperis crucifixi et gloriosi sancti Francisci. Incomincia il primo motivo della quistione nata nella corte di Avignone nel tempo di papa Giovanni vigesimosecondo, della povertà di Cristo e degli Apostoli, e il processo e l'ordine d'essa medesima quistione». E narra i fatti, cominciando da frà Michele da Cesena. Son carte 62.

Segue la spiegazione d'un'omelia di Giovanni Crisostomo, ove si rincalza sempre la pretesa eresia di papa Giovanni.

Dello stesso argomento è un altro manuscritto, già nella Palatina, Cl. I, 6, di cui vedi Palermo i, 221.

Contro i Fraticelli così scriveva il b. Giovanni Dalle Celle: «Voi chiamate la Chiesa carnale, perchè usa lo ricchezze, e fate male; imperocchè le ricchezze sono buone a chi le sa bene reggere e governare secondo Iddio. Cristo non solamente ebbe discepoli poveri, ma gli ebbe ricchissimi; e più fede trovò in un ricco centurione, e più umiltà che in niuno del popolo d'Israele, e che non trova sotto cotesti vostri cappucci pieni d'arroganza. E acciocchè Cristo non mostrasse di riprovare le ricchezze, volle istare in casa del ricco Zaccheo; e udendo come molto le dispensava bene, il lodò, e non gli disse che le rendesse. Così il ricco Nicodemo meritò di ricevere nelle sue braccia il santo corpo di Cristo. Così il nobile decurione Giuseppe meritò di avere Cristo nel sepolcro suo. Adunque non si debbe chiamare carnali que' chierici che hanno le ricchezze, se le dispensano bene, come dispensava Cristo quelle ch'erano messe nella borsa che Giuda teneva; e come san Pietro dispensava quel prezzo, che gli era messo a' piedi, delle possessioni che si vendevano; e come le dispensava san Benedetto, luce del mondo, e san Bernardo dottore santissimo. E la Chiesa di Dio, avvegnachè sia dall'oriente all'occidente, nondimeno per dignità e autorità riluce ed e più possente nella sedia di san Pietro, che in niun altro luogo. Onde dice san Bernardo, che stando Cristo sul renajo, chiamò gli apostoli; e tutti andavano a lui, ciascheduno in su le navicelle loro, ma solo san Piero non andò con la navicella, ma andò per lo mare; a significare ch'egli era generale pastore. E perciò la Chiesa Romana è capo di tutto le altre, e principale sposa di Cristo. E voi dite che grande falsità è appropriare al papa quello che significa tutta la Chiesa, cioè l'arca; e dite ch'è arca di vizj e non di Cristo. Oh eretico miserabile! tu fai ingiuria a Cristo, bestemmiando la maestade e il vicario suo. Onde di voi parla Giuda apostolo nella sua epistola, e dice: E' bestemmiano la maestade! E tu fosti, o misero ardito, di bestemmiare colui ch'è più che uomo? Con che coscienza il secolare può giudicare il religioso, la pecora, il pastore, il cieco, l'illuminato della santa scrittura, il morto il vivo? Morti gli chiama il Signore, quando disse al discepolo: «Lascia sotterrare a' morti i morti». E il salmo dice: «Come i morti del secolo». Non porre dunque mano all'arca di Dio, cioè al sommo pontefice; e le stelle de' religiosi (così chiama la Scrittura) non iscurare co' nugoli della tua ignoranza e superbia.

«Or vediamo che segnali hanno i veri vangelisti. Disse Gesù: «In questo conosceranno che siete miei discepoli (cioè veri vangelisti) se voi v'amerete insieme». E ancora: «Di niuna cosa è il mio comandamento, altro che dell'amore» a dimostrare che la legge del cristiano e il vero vangelo, è l'amore. Ancora, il vero vangelista è colui che sta nella comunione e unione della Chiesa e de' suoi membri. E acciocchè questa unità fosse ne' veri vangelisti suoi, Cristo orò al Padre più volte, e disse: «Padre, conserva costoro nel nome mio, acciocchè siano una cosa come noi». Ancora, per tutti coloro che dovevano credere in Lui orò per questa unità: cinque volte priegò per questa unità, la quale voi miseri avete divisa e squarciata. Adunque, questo è il vero vangelo, amore e unità; delle quali virtù vi siete così pericolosamente ispartiti. E la seconda parte, nella quale istà il santo vangelo, si è la croce. Della quale Cristo parla, e dice: «Chi vuol venire dopo me (cioè, chi vuol essere vero vangelista) tolga la croce sua, e seguiti me». La quale croce voi fuggite quanto potete. Che è croce? È una mortificazione della propria volontà, e di tutti i sensi; e questa è la vera obbedienza. Di questa dice san Paolo di Cristo: «Fu fatto obbediente infino alla morte, e morte di croce». E Cristo di se medesimo dice: «Non venni per fare la mia volontà». Ma voi dietro a Cristo portate una croce con Simone Cireneo, per prezzo temporale; il quale è vanagloria, prezzo di tutti gl'ipocriti; e siete lodati in Firenze dalle femminelle e dagli uomini ciechi, e queste lodi vi sono tutte veleno. Voi predicate, e non siete mandati a predicare; e chi non è chiamato o mandato, non dee predicare. E sempre tutti gli eretici, dice un santo dottore, ebbono una intenzione, cioè acquistare gloria della singolarità della scienza. E l'empietà e malignità della loro singolarità intitolano col nome della religione; e non sono contenti d'abbandonare la via, ma ingegnansi di disertare la vigna di Dio. Ma tieni quello che ti dirò, come parola di verità: infine a tanto che tu non ti vedi peccatore e gli altri giusti, ma farai il contrario, tu se' nelle tenebre, figliuolo di superbia e di presunzione» (Mss. nella Magliabecchiana).

Pag. 136, nota 13, aggiungi:

Contro di frà Dolcino, che tenea la spada in una mano, il calice della voluttà nell'altra, mossero le genti di Trivero, di Mosso e di Biella, e guidati da Rainero degli Avvocati vescovo di Vercelli coll'immagine della Madonna d'Oropa, li sconfissero.

Pag. 154, alla nota 19, aggiungi:

La quistione di Dante eretico fu ripigliata nel Calendario Evangelico che si stampa a Berlino, dove il dottore Ferdinando Piper, professore di teologia in quella università, nel 1865 trattò di Dante und seine Theologie. Conviene egli che Dante pone come supremo bene Iddio, nè poter l'uomo raggiunger esso bene se non acquistando la beatifica visione: questa acquistarsi colle virtù teologiche: alle quali ci ajutano le sacre carte, l'esperienza e la ragione, che però nelle cose soprasensibili piegasi alla rivelazione. Dante propriamente non può dirsi uscito dalla Chiesa di Roma: le sue dottrine però menano dritto alla evangelica. E non solo quanto alla riforma del capo e delle membra, e quanto al poter temporale: ma anche nel dogma. In fatti (è sempre il Piper che ragiona) egli non ammette l'infallibilità del papa, giacchè colloca fra gli eretici Anastasio II papa: non ammette che niun altro che il presbiterato possa ingerirsi nella Chiesa, poichè egli stesso se ne ingerisce raccomandando la riforma: non ammette che le decretali possano esser fonte del vero quanto le sacre carte.

Veda ogni cattolico se questi siano argomenti valevoli a segregar uno dalla nostra unità.

Pag. 183.

Meritava qualche maggior discorso questo Matteo Palmieri. Come ambasciadore della repubblica fiorentina, accompagnando Alfonso re di Napoli a Cuma, finge che la Sibilla lo conduca ai Campi Elisi; e, seguendo un'opinione di Origene, figura che le anime nostre siano gli angeli che non si ribellarono al Dio, ma stettero indifferenti, sicchè Iddio le prova in questo mondo, finchè dopo molto errare, tornino alla città di vita.

Sono tre canti in terzine; non furono mai stampati, ma rumor grande se ne levò. Il Tritemio, il Genebrardo, Giosia Simler, Elia Dupin, Giovanni Rioche, Oudin, Vossio, Zeno ed altri dissero che Matteo fu bruciato come eretico, e lo Zilioli lo fa ardere in Cortona, appoggiandosi alla cronaca di frà Filippo da Bergamo, che però non dice nulla di ciò. Altri (come il Gelli ne' Capricci del Bottajo) vogliono ne fosse disotterrato ed arso il cadavere, o almeno gittato fuor di terra sacra.

Bruciar solo il libro si fa dal Giovio, dal Guazzo, dal Lami; mentre il Verino, il Landino, Giovan Matteo Toscano ed altri si limitano a dire che fu proibito. Alcuni poi nominano l'autore senza nulla accennare di tutto ciò; il che viene preso per un'artificiosa dissimulazione, ne, conchiude il Vossio, hominis eruditi beneque meriti de literarum studiis nomen ac gloriam labe non exigua aspergere viderentur.

Il Richa, nelle Chiese Fiorentine, s'estende a ridur queste asserzioni al vero, provando che l'autore ebbe solenni esequie il 1475, e Alemanno Rinuccini recitogli l'orazione funebre, ove leggesi: Postremo etiam poeticam ausus tentare facultatem, hunc, quem suo pectori suppositum cernitis pergrandem librum, ternario carmine composuit, quem propterea Vitæ Civitatem nuncupavit, quod animam terreni corporis morte liberam, varia multiplicia loca peragrantem, ad supernam tandem patriam civitatemque perducit, ubi beato fruatur ævo sempiterno.

Il Palmieri era stato tenuto in onore da' suoi contemporanei, deputato dalla patria al Concilio ivi adunato, ambasciadore a pontefici, e il suo libro scrisse con buona intenzione, e al fine notò Laus honor imperium et gloria sit omnipotenti Jesu Christo per infinita sæcula sæculorum. Amen.

Compiuto il suo lavoro, lo diede a censurare al canonico Leonardo Dati, che fu poi segretario del papa e vescovo di Massa; il quale lo ringraziò di questo præclarum opus, mihi longe gratissimum; e che sarebbe meritorio per lui, e utile ai Cristiani, cui ajuterebbe ad acquistare la città eterna.

Il suo ritratto restò sull'altare di San Pier Maggiore, in atto d'adorar la Madonna in un quadro, dipinto da Sandro Botticelli, ma invenzione d'esso Palmieri, che rappresentava l'Assunta, con zone d'angioletti che le facean corona. Sparsesi strane voci sul libro di lui, e accolte colla leggerezza che suole il pubblico, si credette scorgere eresia anche nel quadro; ognuno vi riscontrò quel che più voleva; tanto che gli ecclesiastici dovettero coprir quella tela, finchè, passato il bollore, la restituirono alla venerazione.

Pag. 198, alla nota 35, aggiungi:

Gaspare di Verona, cronista pubblicato da G. Marini Degli Archiatri Pontifizj, Roma 1784, appendice al vol. II, p. 179, dice che Paolo II amava raccogliere manuscritti, statue, pitture, medaglie, e n'era giudice competentissimo. Francesco Filelfo scrive a Leonardo Dati: Quod non debetur et a me et a doctis omnibus summæ immortalique sapientiæ Pauli II? Epist. L. XXX. E vedasi Quirini, Pauli II vita, præmissis vindiciis adversus Platinam aliosque detractores. Roma 1740.

Pag. 210, lin. 2, aggiungi in nota:

(1) Bisogna fosse comune l'uso di ciarlar in chiesa, perocchè il Vespasiano nella vita di sant'Antonino scrive: «Andando in Santa Maria del Fiore il dì quando si cantava il divino ufficio, dove erano quelle pancate delle donne a sedere con questi iscioperati e vani giovani intorno, l'arcivescovo dava una volta intorno dove egli erano, e non v'era niuno che non si partisse, per la riverenza e timore che avevano di lui».

Pag. 210, lin. 24, leggi:

detto, il Mantovano, che fu generale dei Minoriti(1).

(1)

Venalia nobis

Templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronas,

Ignis, thura, preces, cœlum est venale, Deusque...

Ita lares italos et fundamenta malorum

Romuleas aras et pontificalia tecta

Colluviem scelerum.

De calamitate temporum, lib. 3.

Pag. 212, lin. 7 ultima, aggiungi in nota:

Revelatio sanctæ Birgittæ, lib. I, c. 41, edizione romana 1628.

Pag. 259, alla linea terz'ultima, leggasi:

Questo Ulrico di Hutten, nato a Eberstein il 1488... a sedici anni fuggì dal convento, studiò qua e là, e a Pavia nel 1512; messosi, ecc.

Pag. 260, lin. 6:

Oltre una ad Maximilianum in Venetos exhortatorium, le conquiste de' quali dichiara pesca insidiosa; tanto più dacchè osò illa tridentinos invadere montes: e dice che

Vendidit hæc Turcis urbes, hæc vendidit aras

Hæc Bysantenum prodidit imperium;

dei Tedeschi son tutte le vittorie: Cesare solo, padrone della terra come Dio del cielo, sovrano de' mortali come Giove degli Dei; deve punir Venezia, domare la penisola:

Non opus est flavi ducantur in arma Britanni,

Atque armet populos Gallia magna suos.

Adde nihil nobis, si quid Germania priscæ

Laudis habet, si quid martia turba potest.

Bastano i Tedeschi, purchè le Alpi del Tirolo versino come un torrente il cavaliere di Franconia, il cacciatore dell'Assia, il gigantesco Vestfaliano, il Sassone reso invincibile da un fiasco di vino, e tutti i guerrieri cui nutrono la pescosa Marca, la fertile Turingia, le sponde dell'oceano germanico. Tempo è che l'Italia riconosca il suo padrone, e Roma lo coroni: i poeti germanici sono pronti a celebrare il vincitore.

Pag. 260, lin. 12, aggiungi:

Scorre l'Italia insultandola(1).

(1)

Dicit io quia se novit Germania, dicit

Mobilis Italia est: nobilis ante fuit.

Pag. 260, lin. 21, aggiungi:

Pubblicò pure una raccolta di lettere del XI secolo, De schismate quod fuit inter Henricum IV imperatorem et Gregorium VII, ove trasportandosi nel calore della lotta fra il pastorale e la spada, esortava l'imperatore a ripigliar la sua delegazione divina, pari a quella del papa, e vergognarsi di aver baciato il piede del pontefice. E sempre egli mostrasi furibondo contro i papi, perchè difesero l'indipendenza italiana dagli Enrichi, dai Federichi, dai Carli.

Pag. 260, lin. 25, aggiungi:

Nel Vadiscus si riuniscono le tre opposizioni della letteratura, della politica, della religione, esaminando come Roma usi di questo triplo potere intellettuale, politico, religioso. Impedisce di stampar Tacito; occupa Roma, capitale dell'impero, e non soffre che l'imperatore sia re di Napoli: ha prelazioni e nomine, riserve di casi papali, indulgenze, Concilj; pure non vivit sine capite corpus, neque auferre caput necesse est: tantum inde resecare quæ vitiosa sunt. È la terra italica, l'aria romana che viziò la fede dell'unità cattolica, e in conseguenza la Chiesa. I Romani non si occupano che di passeggiare, palleggiare, amoreggiare: se pensano è per fraudare, mentire, spergiurare: i ricchi vivono del sudore de' poveri, di usura, di spogliare i Cristiani: i poveri vivono d'erba, d'aglio e cipolle. Il caro dei viveri, la perfidia, l'incostanza del cielo rendono insopportabile il soggiorno di Roma: se ne riporta cattiva coscienza, stomaco guasto, borsa vuota. In questa grande taverna, dove si trovano uomini d'ogni nazione, denari d'ogni conio, conversazioni in ogni lingua: dove non s'incontra che cortigiani, preti e scrivani: dove si vaga tra luoghi santi e luoghi sospetti e vecchie ruine: è impossibile conservar la fede nelle cose sante, la fedeltà ai giuramenti e la sanità: si lavora incessantemente a tre cose senza mai compirle: la santificazione delle anime, il restauro delle chiese, la crociata contro il Turco. Nulla vi si beffa tanto come gli esempj antichi, il pontificato di Pietro, il giudizio finale: nulla v'è creduto meno che l'immortalità dell'anima, la comunione de' santi, le pene eterne. Vecchio oro, donna giovane, messa corta, ecco i desiderj». E altrove: «No, a Roma non è la vera Chiesa. Come? Questa città ove di pien giorno s'incrociano, con cardinali e frati, femine da conio e spadaccini venali; ove carri, cavalli, muli, asini minacciano schiacciarvi, sarebbe la capitale del mondo cristiano? Cotesta folla di chierici d'ogni colore e vesti, avvocati, auditori, notari, procuratori, cancellisti, tabellioni, che passa la vita a suggere il nostro sangue e sudore, e ci rincarano ogni anno il regno de' Cieli, sarebbe la Chiesa?»(1)

(1) Klag und Vermahnung wider den Gewalt des Pabst. Dice aver preso a scrivere tedesco per essere capito da tutti.

Latein ich von geschrieben hab

Das was eim iedem nit bekandt

Jetz schrei ich an das vaterlandt.

Pag. 269, alla nota 5, premetti:

Qui chalybe et duris amicitur Julius armis,

Terribilis barba, terribilisque coma,

Cui torvos horrore oculos frons occulit atros,

Tartareæ ignescunt cujus in ore minæ.

Fraude capit totum mercator Julius orbem,

Vendit enim cœlum, non habet ipse tamen.

Pag. 269, alla nota 7, soggiungi:

A Croto Rubiano:

De statu romano epigrammate ex urbe missa.

Vidimus Ausoniæ semiruta mœnia Romæ,

Hic ubi cum sacris venditur ipse Deus.

Ingentem, Crote, pontificem sacrumque senatum,

Et longo proceres ordine cardineos.

Tot scribas, vulgusque hominum nihil utile rebus,

Quos vaga contecto purpura vestit equo,

Tot, Crote, qui faciunt, tot qui patiuntur, et illos

Orgia qui vivant cum simulant Curios,

Romanas, neque enim Romanis, omnia luxu,

Omniaque obscœnis plena libidinibus.

Desine velle sacram, imprimis, Crote, visere Romam.

Romanum invenies hic, ubi Roma, nihil.

Pag. 270, alla nota 21, aggiungi:

Nell'Indice de' libri proibiti è notata Epistola contra vitam monasticam ad Bernardum Mattium collegam olim suum, dell'Alciato.

Pag. 271, alla nota 33, aggiungi:

Kerker, Erasmus und sein theologischer Standpunkt, nei Theol. Quartalch. di Tubinga 1839.

Pag. 297, alla nota 19, aggiungi:

Hutten, nel dialogo Febris prima, rinfaccia al Cajetano d'esser venuto solo a sossoprar la Germania, e fare buona vita: dorme nella porpora, mangia nell'oro; vive così delicato che giudica nessun tedesco esservi che possa vantarsi di possedere un palazzo: condanna le pernici e i tordi perchè non somigliano a quelli d'Italia; fa le boccacce alla selvaggina delle foreste germaniche; trova insipido il pane; e tracannando il vin del Reno, rimpiange quello d'Italia.

Pag. 319, lin. 5 ultima, aggiungi in nota:

Il Gioberti, nelle opere filosofiche, vuol provare che l'essenza dell'eterodossia consiste nell'idea panteistica; Lutero e Calvino furono fatalisti, e il fatalismo è logicamente inseparabile dal panteismo. Zuinglio poi lo professa, giacchè nel trattato della Provvidenza, dice: Creata dicitur, cum omnis virtus numinis virtus sit, nec enim quidquam est quod non ex illo, in illo et per illud, immo illud sit; creata virtus dicitur eo quod in novo subjecto et nova specie, universalis aut generalis ista virtus exhibetur. E non intende solo dell'universalità di Dio come causa prima, poichè soggiunge: Cum autem infinitum, quod res est, ideo dicatur, quod essentia et existentia infinitum sit, jam constat extra infinitum hoc esse nullum Esse posse... Cum igitur unum ac solum infinitum sit, necesse est præter hoc nihil esse.

Tornavasi dunque al panteismo idealista de' Nominali del medioevo, che già insegnavano l'unità e universalità delle cose, la necessità di quanto succede, e perciò anche del male; l'uomo incatenato dai decreti della provvidenza: il fedele sciolto dalla legge morale; la certezza infallibile della salute, cioè il ritornar di tutti gli uomini a Dio.

Pag. 352, alla nota 37, aggiungi;