DISCORSO XLI. ERETICI IN LOMBARDIA.

Nella città dove lo spirito guelfo fu lungamente alimentato dalle nimicizie contro gl'imperatori; dove nell'età moderna questa medesima avversione si espresse colla predilezione mostrata al principio religioso nazionale, fino a sorgervi gli antesignani del partito neo-guelfo, è notevole come spesso siasi pronunziata la antipatia al primato romano, e dietro ad essa lo spirito acattolico. Il ricordo di tempi quando Milano fu città non seconda che a Roma vi dovette contribuire non meno che la pinguedine del territorio e l'indole degli intelletti; e così il trovarsi essa abbondevole di ricchezze, e un de' principali centri della politica italiana. L'importanza ch'ebbe nel IV secolo sant'Ambrogio e l'esser rimasti capi di un rito particolare pareva attribuire ai successori di quello un'autorità e una rappresentanza eccezionale, viepiù da che divennero anche capi del governo secolare e primarj nelle assemblee del regno. Ma queste cure secolari distrassero talvolta gli arcivescovi dall'attendere alle ecclesiastiche, e vedemmo come a Milano si dilatassero le sêtte dei Patarini, della Guglielmina, de' Nicolaiti, e con quanto stento Pier Damiani e sant'Anselmo inducessero questa diocesi al celibato sacerdotale e alla soggezione a Roma.

Indizj che non trascurammo rivelano come di quelle sêtte non fosse mai divelta affatto la radice. Gli studj umanistici, che quivi prosperarono sotto la protezione de' Visconti, dovettero fomentarvi quello spirito d'esame e di scherno che accompagnò la rinascenza, sicchè presto vi ottennero ascolto le dottrine predicate in Germania. Fin dal 1521, correvano a Milano versi in lode di Lutero, e che finivano:

Macte igitur virtute, pater celebrande Luthere,

Communis cujus pendet ab ore salus;

Gratia cui ablatis debetur maxima monstris,

Alcidis potuit quæ metuisse manus[46].

Il rozzo cronista Burigozzo parla come nel 1534 «venne a predicare in domo un frate de Santo Augustino eremitano; e questo fu una dominica a dì 25 januario, e predicò tutta la settimana seguente. E la dominica, primo febraro, annunziò un perdono, con certe bolle de assolvere dei casi; e fu messo per la cittade le cedole in stampa, qual se contenevano in ditta bolla; ditto perdono fu messo fôra el dì de santa Maria delle Candele; e fu fatto procession dal clero. Circondorno la ecclesia del domo de dentro, e riportorno ditto perdono a loco suo, sempre col ditto frate e commissario de ditta indulgenzia, e con certi confessionali, sì per li vivi che per li morti; et ognuno che volea ditta indulgenzia (dando li danari ch'erano d'accordo), gli davano la ditta carta, e li metteva suso il nome de colui che pagava, overo de suoi morti; durò questo circa a otto giorni. Et in questo termino assai homeni mormoravano, vedendo questa indulgenzia così larga; dondechè fu trovato questa cosa essere una ribalderia, et essere false le bolle; et a questo fu preso dicto frate et il commissario; e furono messi in prigion in casa del capitano de justizia; e gli fu data la corda e tormenti. Al fine disseno che era vero; e furno reponuti fin a che da Roma venisse la risposta di quello che di lor far se dovesse; et a questo passò qualche giorni: al fine fu concluso che fusseno mandati in galea.....»

Egli stesso all'anno seguente ricorda un processo contro sospetti Luterani, e che gl'imputati, fra cui un prete, dopo lettane la condanna, furono in duomo riconciliati dall'inquisitore e dall'arcivescovo, obbligandoli per alcune domeniche a starsi alla porta maggiore, vestiti di sacco, e con una disciplina flagellarsi dal principio della messa fino all'elevazione.

Nel 1536 trovandosi a Milano il cardinale Morone, Paolo III con breve 26 giugno gli ordinò di vigilare che si svellessero alcuni errori, che in quella città andavansi disseminando[47].

Il senato mandò legati ai Grigioni per impedire si eseguisse in Valtellina il decreto che partecipava ai predicanti i benefizj delle chiese cattoliche. Venuto nel 1555 governatore il duca d'Alba, famoso persecutore di Luterani in Ispagna e nel Belgio, esacerbò i rigori, e il grigione Federico Salis, colle esagerazioni e colla credulità consueta in tempi faziosi, scriveva al Bullinger aver quello promesso al papa di sterminare gli eretici dalla Lombardia. Il Fabrizio soggiungeva aver costui bruciato due Cristiani, un de' quali frate di non sa qual Ordine, come non ne sa bene la storia; che fu bruciato un sellajo, e appena passa settimana che non si veda qualche esempio[48]. Frasi da giornalista, vaghe, nè appoggiate che alla diceria.

Ben è certo che nel 1556 Paolo IV lagnavasi col Morone sudetto, milanese, che a Milano si fossero scoperte conventicole di persone ragguardevoli d'ambo i sessi, professanti gli errori di frà Battista da Crema[49]. Nel registro dei giustiziati, tenuto dalla confraternita di San Giovanni alle Case Rotte, sotto il 23 luglio 1569 trovo abbruciati «un frate di Brera e Giorgio Filatore (degli Umiliati) quali erano luterani»: e un Giulio Pallavicino della Pieve d'Incino eretico, che «fu messo sul palco in duomo l'anno 1555 e 1573; poi il 1 ottobre 1587 fu morto, dopo essersi confessato e comunicato.

Fra le Prediche di teologi illustri pubblicate da Tommaso Porcacchi ne sta una di frate Angelo Castiglione da Genova, recitata nel duomo di Milano il 1553, per consolare alcuni i quali doveano, subito dopo la predica, abjurare l'eresia.

Milanese era frà Giulio Terenziano o di san Terenzio, che imprigionato a Venezia, potè fuggire oltremonti, e stampò opere ereticali col pseudonimo di Girolamo Savonese. Il Gerdesio (pag. 280) mal lo confonde con Giulio da Milano, agostiniano apostata, che predicò fra' Grigioni, e, da Poschiavo apostolava la Valtellina e l'Engadina, in Isvizzera pubblicò la prima e seconda parte delle prediche da lui recitate in San Cassiano di Venezia nel 1541, dov'egli stesso narra aver fatto ventidue prediche, le quali furono condannate. Di lui conosciamo una «Esortazione al martirio; vi son aggiunte molte cose necessarie di sapere a' nostri tempi, come vedrai nel voltar del foglio;

«Se a cristiano è lecito fuggire la persecutione per causa della fede;

«La passione di Fannio martire;

«Epistola a li Farisei ampliati;

«Epistola contro gli Anabaptisti, scritta a una sorella d'Italia;

«Una pia meditazione sopra del Pater noster[50]».

Morì vecchissimo nel 1571, nè sappiamo di che casato fosse.

Anche frà Girolamo da Milano fe da pastore a Livigno in Valtellina, dove introdusse dottrine antitrinitarie.

Di connivenza alle massime nuove è prova l'essersi a Milano tenuto gran tempo per maestro Aonio Paleario, benchè tacciato di disseminarne. E nella Biblioteca Ambrosiana abbiamo lettere sue, dove ringrazia il senato perchè neppure in tempo di gran carestia non lo lasciò mancar di nulla.

Anche Celio Curione, del quale divisammo nel discorso XXIX, sottrattosi all'Inquisizione piemontese, ricoverò a Milano, v'ottenne una cattedra e ospitalità dalla famiglia Isacchi, colla quale villeggiava a Barzago in Brianza, e della quale sposò una fanciulla: e sebbene il papa insistesse perchè il senato milanese nol tollerasse, i giovani studenti lo difendeano così, che non si osava porgli addosso le mani; e sol dopo tre anni ritirossi a Venezia.

Il tante volte citato Caracciolo sa che «a Milano v'erano molti preti e frati e secolari eretici; capo di questi fu un don Celso canonico regolare, eretico marcio, e quel che fu peggio, era valente predicatore e favorito tanto dai nobili e dalla città, che il povero inquisitore, ancorchè in fin dal principio s'accorgesse delle sue proposizioni eretiche, tuttavia si ritenne dal processarlo. Costui infettò particolarmente il castellano suo grande amico. L'esito fu che alla fine, vedendosi processato dal Muzio per ordine del Sant'Uffizio di Roma, se ne fuggì a Ginevra, e di là mandava lettere ed avvisi a' suoi amici».

Intende Celso Martinenghi, bresciano, del quale tocchiamo altrove: ma in paese nè di lui trovammo menzione, nè di altri. Che però la diffusione dell'eresia fosse temuta ce l'attesta questa provisione dell'arcivescovo Arcimboldi, che sedette dal 1550 al 55.

Volendo il reverendissimo ed illust. signor Giovanni Angelo Arcimboldo, per grazia di Dio e della santa sedia apostolica arcivescovo di Milano e cesareo senatore, e il molto reverendo signore Bonaventura Castiglione prevosto di Sant'Ambrogio di Milano, commissario generale apostolico contro la eretica pravità in tutto il dominio di Milano, provedere che non seguino inconvenienti e scandali contro la santa fede cattolica ed apostolica nella città e diocesi di Milano; anzi volendo a suo potere provedere alla salute delle anime d'ogni fedele cristiano, e levare ogni errore e inconveniente che puotesse occorrere: per tenor delle presenti, ancora con partecipazione e consenso dell'illustrissimo ed eccelentissimo Senato Cesareo di Milano, ordinano e comandano che nell'avvenire, nessuno, sia di qual grado e religione si vegli, nè prete o altra persona ecclesiastica o laica, non ardisca nella città nè diocesi di Milano in alcuna chiesa o luogo di qual condizione o sorte si voglia, ancora fosse nelle loro proprie chiese o case, predicare, o leggere altrui la Sacra Scrittura, senza speciale licenza in scritto delli prelati monsignori, proibendo a qualunque prepositi, priori, rettori, guardiani e ministri delle chiese della città e diocesi di Milano, che non ammettano alcuno a predicare, nè leggere senza licenzia, come di sopra, sotto le medesime pene. Ancora non recedendo dagli altri ordini e cride fatte in questa materia de' libri proibiti, ordinano e comandano che non sia persona alcuna, di qual stato, grado o condizione si voglia, la qual presuma condurre, vendere, nè far vendere, nè donare in modo alcuno libri latini nè volgari, di qual sorte si voglia, nelli quali si tratta della Sacra Scrittura, se avanti siano condotti, non presentano alli prefati monsignori, o a chi sarà da loro a questo deputato, la nota sine descriptione di tali libri, sotto pena di escomunicazione latæ sententiæ, e di scudi cento per cadauna volta e per cadauno contrafaciente, la terza parte da esser applicata all'officio de l'Inquisizione, un'altra terza parte alla Cesarea Camera, e l'altra terza parte all'accusatore, il quale sarà tenuto secreto, e se gli darà fede con uno testimonio degno di fede. In le quali pene incorreranno, e così fin adesso si declara essere incorsi li conduttori scienti, o compratori di tali libri, ancora che li libri fossero ascosti in altre robe o mercanzie.

Ancora ordinano e comandano, che tutti li librari e ligatori di libri, condottieri o venditori, fra due mesi prossimi avvenire debbano avere fatto inventario di qualunque sorte di libri, così latini quanto volgari, quali si ritroveranno avere presso di sè e in suo potere, tanto nelle stanze, quanto nelle botteghe loro, e presentare l'inventario sottoscritto di loro mani all'officio delli prefati monsignori, sotto pena di escomunicazione e scudi cento per cadauno, per la terza da essere applicata all'officio dell'Inquisizione, un altra terza parte alla Cesarea Camera, e l'altra terza parte all'accusatore: e nello avvenire non possino tenere in bottega, nè in casa propria, nè ad altri vendere nè donare nè comprare alcuni libri che non siano descritti nelle liste e inventarj presentati all'officio delli suddetti monsignori. E se si trovasse alcuno, che avesse venduto o donato o altramente dato alcuno libro, che non si trovasse scritto nelle dette liste e inventario, ipso jure et facto s'intenda essere incorsi, ed incorrano nella pena di escomunicazione, e di scudi dieci per cadauno libro, e qualunque volta; da essere applicati nelli modi e forme come di sopra; si tenerà secreto l'accusatore, al quale si crederà con uno testimonio degno di fede, acciocchè per l'avarizia non si abbiano per librari o mercanti di libri a non propalare e presentare li libri eretici e proibiti, che per l'Officio dell'Inquisizione se gli fa sapere, che presentando loro all'Officio dell'Inquisizione se gli provederà acciò non restino in danno, mentre la presentazione si faccia fra dieci giorni prossimi.

Ancora ordinano e comandano a tutti quelli, li quali hanno presso di sè alcuni libri o scritture, di qual sorte voglia, li quali siano eretici, o che non si ammettano dalla santa Chiesa cattolica e apostolica, e siano di qua in dietro per alcun arcivescovo, inquisitore, sive commissario, proibiti, e massime gli infrascritti qua di sotto annotati, che, nel termine di mese uno prossimo, li vogliano avere consegnati nelle mani delli prefati monsignori, da' quali saranno assolti da tutte le censure e pene, nelle quali fossero incorsi: e passato detto termine, non si ammettono più, anzi contra di loro si procederà irremissibilmente non solo alla pena, nella quale saranno incorsi, ma ancora in maggiore pena, secondo la qualità delle persone, all'arbitrio delli monsignori: e chi accuserà sarà tenuto secreto, avrà la terza delle pene pecuniarie come di sopra.

Ancora ammoniscano ogni e qualunque fedele dell'uno e dell'altro sesso, o di qualunque stato, grado o condizione e dignità, che, sotto pena di escomunicazione latae sententiæ e di scudi cinquanta d'oro, da essere applicati per uno terzo all'ufficio de l'Inquisizione, un altro terzo alla Cesarea Camera, e un altro terzo all'accusatore, qual sarà tenuto secreto, infra giorni trenta dopo la pubblicazione delli presenti, cioè dieci per il primo, dieci per il terzo e perentorio termine e monizione canonica, che debbano avere denunciato, revelato e notificato se hanno conosciuto o udito alcuno eretico, o suspetto, o diffamato d'eresia in la città o diocesi di Milano. Similmente avere notificato per nome e cognome tutti quelli, li quali straparlano delli articoli della fede, delli sacramenti della Chiesa, delle ceremonie, della autorità del Sommo Pontefice, e delle altre cose pertinenti alla fede cattolica e sacramenti ecclesiastici. Similmente quelli che dimandano o pregano li demonj, o che loro sacrificano, o che li fanno sive prestano altri divini onori, e chi dà ajuto alli Luterani o altra sorte d'eretici o sospetti d'eresia. Rendendo sicuro caduno e qualunque che avesse in premisse cose, o alcuna di loro errato, che comparendo personalmente innanzi alli sudetti monsignori nel termine d'uno mese prossimo, si accetteranno a penitenza secreta, e si libereranno ed assolveranno gratis e senza spesa alcuna.

E più se alcuno Luterano, o altramente eretico, spontaneamente comparesse e accettasse la penitenza, o non interrogato denunciasse alcuno complice, esso notificante sarà tenuto secreto, e guadagnerà il quarto delle pene pecuniarie, e beni che si potessero esigere e conseguire giustamente, secondo i termini della ragione di tali complici e delinquenti.

Declarando che, se alcuno contravenisse in alcuna delle sopradette cose, e da se stesso si notificasse e denunciasse li complici, che si assolverà dell'escomunicazione e pene, nelle quali fosse incorso, e se gli darà la terza parte della pena pecuniaria, che si esigerà dalli complici.

Certificando ogni persona, che le licenze e altre cose, che si faranno e si concederanno in tutti li premessi casi, si faranno e concederanno gratis e senza pagamento alcuno, ancora inerendo alle determinazioni della santa Madre Chiesa, la quale non immeritamente ha statuito e ordinato per la salute di tutte le anime, che ogni fidele cristiano dell'uno e l'altro sesso, dopo che saranno pervenuti alla età della discrezione, ogni e qualunque suo peccato, almeno una volta l'anno abbiano a confessarsi al proprio confessore; ingiuntali la penitenza, per le proprie forze studiino adempirla, pigliando riverentemente almeno ad ogni pasqua di risurrezione del nostro Signore, il santissimo sacramento della Eucaristia, salvo se per caso di consiglio del proprio sacerdote, per qualche giusta e ragionevole causa, si ordinasse che dovesse astenersene; altramente vivendo, non si ammetta nell'ingresso della Chiesa, e morendo non gli sia concesso la cristiana sepoltura.

Oltra di questo, esso monsignor reverendissimo arcivescovo, inerendo alle determinazioni della santa Madre Chiesa ordina, che tutti i fedeli cristiani dell'uno e l'altro sesso, vogliano in qualunque festa di pasqua della resurrezione del nostro Signore, o almeno per tutta l'ottava d'essa pasqua, confessare i suoi peccati al sacerdote, e pigliare il santissimo sacramento della Eucaristia, secondo la predetta determinazione della santa madre Chiesa: altramente, non rispettando qualità nè grado di persona alcuna, si scomunicheranno per nomi e cognomi, e saranno cacciati fuora delle chiese con gran vitupero: e morendo in tale errore e pertinacia, se sepelliranno al terragio: e a quelli che per due anni continui non si saranno confessati nè comunicati gli se procederà contra, e saranno puniti nelle pene di ragione e delli sacri canoni; etiam, se sarà spediente, con intervento del cesareo fisco.

Ed acciocchè non si possa pretessere ignoranza, nè pigliare scusa alcuna, per tenor delli presenti esso monsignore ammonisce per il primo, secondo, terzo e perentorio termine tutti i prepositi, rettori, vicerettori, capellani, curati, sacerdoti e altri ministri delle chiese della città e diocesi di Milano, che in cadauna e tutte le domeniche della quadragesima di qualunque anno, alle loro Messe, nelle ore che si troverà congregato maggiore popolo, sotto pena di escomunicazione e di scudi vinticinque per cadauno contrafaciente o meno osservatore della presente ordinazione, da essere applicati alla fabbrica della chiesa maggiore di Milano, vogliano avvisare ed ammonire tutti li fideli cristiani, che nella solennità di pasqua scorrente, o almeno per tutta l'ottava della pasqua, si confessino, e si comunichino come di sopra, altramente si pubblicheranno per escomunicati. E affine che le presenti ammonizioni e comandamenti pervenghino a comune utilità di tutti, dopo la pubblicazione fatta nel cospetto del popolo, li sudetti monsignori reverendissimo e illustrissimo e molto reverendo Comissario Generale comettono e mandano, che siano affisse, inchiodate alle porte della chiesa maggiore di Milano, e della chiesa di Santo Ambrogio maggiore, e della Scala di essa città. Nelle altre città del dominio manda il sudetto Generale Comissario siano affisse alle chiese loro maggiori, acciocchè da tutti possan essere vedute, lette, ed alla giornata pubblicate, nè rimanga iscusazione d'ignoranza di non avere inteso quello che si è patentemente pubblicato. Dato in Milano, l'anno 1551.

Ben presto, a capo dell'arcidiocesi milanese venne uno de' più zelanti promotori della riforma cattolica, Carlo Borromeo. E in relazione a quanto accennammo da principio, è notevole l'avversar che fecero i Milanesi a un santo, il quale, a tacer la pietà, fu ammirato per una splendidissima carità e per insigni istituzioni, tanto che, in un tempo dei più esorbitanti, fu presentato all'imitazione come modello di ottimo patriota[51]. L'emendazione ch'egli volle fare dei frati Umiliati gli concitò l'inimicizia di questi, spinta fino a tirargli una fucilata. I gran savj milanesi poi mormoravano che il Borromeo volesse far troppo; pretendesse al monopolio della carità, anzichè lasciar che tutti la applicassero come più voleano; criticavano quel che facea, suggerivano quel che avrebbe dovuto fare; asserivano che il tanto suo adoprarsi venisse per ambizione d'esser nominato, per fare scomparire gli altri, per acquistarsi l'aura popolare. Ai pensatori s'insinuava come le tante sue riforme fossero puerili, da sacristia, come volesse sostituire in man de' nobili il rosario alle spade, i confratelli ai bravi, i tridui ai duelli, invilendo così la nazione milanese. Alla plebe si insinuava com'egli co' suoi divieti contro le profanazioni della festa, contro il prolungamento delle gazzarre carnovalesche, diminuisse i divertimenti, che pur sono la ricreazione del povero popolo e un giusto sollievo dopo tante fatiche. Poi, sempre per patriotismo, s'insinuava all'autorità ch'egli voleva far prevalere la sua giurisdizione, a scapito della secolare; che invadeva le competenze del municipio o del governo; che, durante la peste, quando i governatori erano fuggiti ed egli era rimasto a dividere ed alleviare i patimenti, aveva sin fatto decreti ed esecuzioni, represso i ribaldi, e altri atti, che son devoluti solo ai magistrati.

E coi magistrati sostenne lotte durissime; e i cittadini si piacquero di trarne occasione di scandali; e il capitolo di Santa Maria della Scala arrivò fin a chiudergli in faccia la porta della Chiesa: dalla stessa autorità municipale accusato al papa e al re come trascendente in fatto di giurisdizione, Carlo più d'una volta dovette interrompere le sante sue sollecitudini per andar a Roma o spedire a Madrid, onde scagionarsi. E se non vorremmo sostenere ch'egli avesse sempre ragione nella quantità e nei modi, nessun ci contraddirà se asseriamo che sempre era mosso da rettissime intenzioni.

Ciò sia di conforto a' suoi successori; e in simili contrarietà pensino come la giustizia soglia rendersi anche qui dopo la morte.

Restano, ed hanno vigore ancora moltissimi atti del suo episcopato, ma pochissimi si riferiscono ad eretici di quel paese. Giulio Poggiano, di Suna nel novarese, uno de' più belli scrittori latini di quel tempo, adoprato come secretario di molti cardinali, della Congregazione del Concilio Tridentino e di san Carlo, in lettera al cardinale Sirleto descrive la venuta di quest'arcivescovo a Milano nel 1565, e come «cantò messa nel duomo, dove fu il principe e il senato con tutti li magistrati..... È ferma opinione che fossero alla messa più di venticinque mila persone. Un canonico fece una orazione al cardinale assai impertinente e lunga, nihil boni præter vocem et latera. Il cardinale a mezza messa fece un sermone, nel quale parlò della giustificazione, a proposito del vangelo Plantavit vineam. Della materia se n'era informato dal padre Benedetto Palmio....»

Da qui appare che il santo toccava anche nelle prediche ai punti fondamentali della dottrina. Il Poggiano aggiunge: «Ho inteso che, oltre all'Aonio, qui sono due o tre letterati, ma perchè, non so per qual disgrazia o maledizione loro, si mormora che sono infetti di opinioni poco cattoliche, son risoluto di non parlargli, nè vederne alcuno»[52].

La vicinanza della Lombardia al Piemonte pose Filippo II in paura non ne contraesse le nuove credenze, sicchè insistette presso Pio IV onde potervi istituire l'Inquisizione alla spagnuola, cioè indipendente dal vescovo e dai magistrati. Portata la domanda in concistoro, molti cardinali vi repugnavano; nè il papa inclinava a far questo infausto dono a' suoi concittadini: pure alfine vi consentì nel 1563. Sbigottissene il paese, fioccarono i reclami; il governatore Cordova mandò procurando dissuaderne il re. Al quale la città deputò Cesare Taverna e Princivalle Besozzi, ma non conosciamo nè le commissioni date loro nè l'esito. Bensì nell'archivio diplomatico stanno le commissioni, che furono date ad altri, che al tempo stesso e per lo stesso effetto erano inviati a Roma. Eccole:

Istruzione di quanto avranno a dir e negoziar in nome di questa città l'illustre signor conte Sforza Morone e molto magnifico signor Gotardo Reina, vicario di provisione, oratori in nome di questa città appresso a sua santità nostro signore.

L'illustri e molto magnifici signori sessanta, rappresentanti il consiglio generale della città di Milano, hanno fatto elezione delle persone de v. s. quale vadino a Roma con la maggior celerità sia possibile, e prima ricorreranno dalli illustrissimi signori don Aloisio de Avila commendatore maggiore, e ambasciatore Vargas, e baciatogli le mani in nome di questa città, gli presentaranno le lettere credenziali che se gli danno, e gli esporranno che, essendo avvisata e certificata questa città come si tratta di porre costì una Inquisizione molto più rigorosa del solito, il che ha fatto stupire, e restar piena di meraviglia tutta la città e Stato, vedendo che tutte le novità aggravano e danno infinita discontentezza alli popoli, e eterno aggravio appresso a tutta Italia e cristianità. Perciocchè essendo stata questa città delle prime del mondo, che ricevettero la santissima fede del nostro Signore Gesù Cristo, sino al tempo di San Barnaba apostolo, e così per mille cinquecento e venti anni e più sempre è perseverata nella santissima fede cattolica romana, nè mai ha deviato in cosa alcuna. Questa città fu la principale che scacciò li Ariani, e sotto li imperatori Greci, che favorivano le eresie più presto si lasciò quasi distruggere e desolare, che mai consentirgli. Furono a Milano a migliaja de questi cittadini fatti martiri per non voler consentire ad adorare li falsi Dei, siccome gli comandavano Diocleziano e Massimiliano Erculeo imperatori, quale Massimiliano allora abitava in questa città, e qui depose l'impero, e più sotto Valerio Maximino suo successore: e come altro Massimiano inondò la nostra città del sangue de martiri, e molto più sotto l'imperio del terzo Massimiano erede del tirannico furore del primo e secondo suoi predecessori, si numerano più martiri milanesi, fatti per la fede del nostro Signore Gesù Cristo, che non sono di quattro altre città delle prime. Non si ritrova che da molti e molti anni in qua a l'ufficio della santissima Inquisizione sia mai stato, non che condannato, ma anche accusato alcun milanese; come sua santità potrà venirne in cognizione ordinando che gli sia fatta relazione delli processi fatti alla santissima Inquisizione, ovvero mandato li libri. E se alcuni sono stati accusati e condannati, quali abitavano in questa città, non sono milanesi, onde non accade la medicina dove il corpo è sano, nè la pena rigorosissima e il proceder simile dove mai non fu delitto nè superstizione. Poichè questa nuova istituzione non è mai stata introdotta nè in questa città, nè in questo Stato nè in alcuna parte delle nostre regioni, e così siamo perseverati per più di mille cinquecento venti anni continui, nè ora è accaduto, ovvero accade cosa, per la quale si abbi di caricar le città dello stato d'una sì insolita ed infamatoria novità, stando la città e Stato caricata e colma d'ogni sorta di carichi, nè per soprasomma se gli dovrebbe aggiungere questa sì universalmente mala contentezza di tutto lo Stato, il quale presuppone che questo gli sia peggio, che se tutto fosse distrutto e desolato. E sebbene alcuni delli vicini sono macchiati della maledetta, e scellerata eresia, non è però da temere che un popolo, nè alcuno del popolo tanto cattolico, tanto pio e tanto confirmato nella nostra religione si debba mai partir o separarsi dall'unione della santa madre Chiesa Romana, nella quale per tante e tante centinaja d'anni è perseverato e persevera, il che apertamente dimostrano tanti ospitali, tanti luoghi pii, tanti monasteri, tante chiese, tante congregazioni, che si mantengono con le elemosine si fanno, e si edificano ogni giorno, e si esercitano in questa città, ed il concorso universale che si fa da tutti e continuamente alli divini officj, e sagramenti e all'udir le sacre prediche, e a pigliar le santissime Indulgenze, alle quali tutte concorre indistintamente e a gara tutto il popolo. Chi potrebbe tener le lagrime veggendo in tutte le chiese parrocchiali di questa città, quali sono infinite, in un medesimo tempo pubblicamente esposto il santissimo corpo di nostro Signor Gesù Cristo, avanti il quale, giorno e notte senza intermissione ogni sorta di gente umilissimamente con singulti e pianti, misti con grandissimi prieghi e supplicazioni, e con ogni sorta di voti supplicano la divina clemenza, ragionando tutti i tempi delle divine litanie, e d'ogni sorta di salmi e orazioni, che si degni infondere e inspirare la grazia dello santissimo Spirito nelli cuori di sua beatitudine, suo vero vicario in terra, e di S. M. che sono in mani sue, quello che sia per onore della santissima sua Chiesa e che convenga alla religione e pietà nostra antichissima, acciocchè dove meritiamo lodi non siamo infamati appresso tutta la cristianità senza colpa nostra, il che parerebbe troppo duro a questa città tanto ubbediente, affezionata e schiava a sua santità e sua maestà, di vedersi con questa innovazione senza sua colpa quasi infamare. Il che risulterebbe in non poco dissertivo a S. M. perchè essendo il nervo di questa città le mercanzie e arti che qua si esercitano, tanto dispiace questa cosa a tutti, che sarebbe fargli abbandonare per una gran parte, e trasportar le merci e arti altrove, donde ne patiranno assai li dazj e entrate di S. M. perchè la città, e così la patria di sua santità, si verrebbe a despopolare, il che si comincia a fare sin ad ora, perchè non si ritrova chi voglia per prezzo ancorchè vile comprar alcuna cosa di stabile; impauriti come sono della fama di questa innovazione.

E se rispondesse che questo si fa per conservar pura e chiara questa città, atteso l'incendio e il fuoco che arde nelli vicini nostri, e per la contrattazione che si fa tra essi e noi, si può rispondere come di sopra, che al corpo sano e alla virtù continuamente esperimentata non si ha da adoperare più forte medicina, ovver maggior freno del solito, anzi il dar medicina ad un sano gli porta spasmo e repentina morte. Ma quello, che non meno importa sarebbe questo ungere la piaga di contrario liquore, perchè essendo a questa città alcuni delli vicini eretici veri nemici a noi, per essere noi cattolici e essi scismatici, veggendo il modo rigoroso della Inquisizione, dubita che, acciecati dall'odio ed ardenti dal furore, somministrarono falsi testimonj contro di noi cattolici per infamarne e distruggerne. E se è bastato l'animo ad un eretico ammazzar il principe di Ghisa, generale di un tanto re, circondato e amato da un tanto esercito, e macchinar nella propria vita del re cristianissimo per esser cristiano, che cosa faranno potendone rovinar nell'onore, nella vita e nella roba con falsi testimonj? E per le sacre istorie si vede esser così stato fatto per li eretici alli cattolici e sovente, e ne bastino alcuni esempj di Eustachio episcopo d'Antiochia, che per esser cattolico, li Ariani colla falsa deposizione d'una donna, alla quale allora per il rigore si credeva, ingiustamente fu detenuto, e poi scoperto ma tardo, fu restituito all'episcopato: e san Atanasio illustre e santissimo uomo episcopo de Alessandria, dalli Ariani sotto Costantino imperatore cristianissimo fu per simili vie ancora nel Concilio Niceno tanto travagliato e per tanti modi, che si può dir ebbe infiniti martirj. L'altro delle persecuzioni per testimonj falsi fatte a san Gerolamo dalli eretici sono notissime. Nè una legge conviene a tutti li popoli, siccome nè un rimedio ad ogni infermo, e manco alli sani. E qua vi sono bonissimi ordini sopra la santissima Inquisizione, i quali si servano. Egli è un tribunale della santissima Inquisizione, osservato con antichissima consuetudine, nel quale, conforme alli sacri canoni, intervengono molti teologi di tutte le religioni, molti ecclesiastici, per assessori molti dottori del collegio di Milano e un senatore: al qual tribunale non gli manca alcuna sorte di braccio e ajuto, chiamandolo, e dal principe, e dal senato, e hanno ogni autorità opportuna, e l'illustrissimo e invitto principe di Sessa più e più fiate si è offerto in pubblico di prender con le proprie mani li eretici, e consegnarli all'Inquisitore e ne ha mandato a prender dalla sua guardia tanto da piedi, quanto da cavallo. Nè manca al Sant'Officio d'ogni ajuto l'eccellentissimo senato, e questo è notorio.

E perciò si supplica sua santità sia contenta non dar credenza alle false lingue, nè a chi, forse sotto specie di bene, non cessa seminar zizzania. E se per tanto tempo alcuni delli vicini eretici non hanno mai potuto infettare questa città, il che si ha da tener per certo, non riuscirà nell'avvenire con l'ajuto del nostro Signore Iddio. E se altrimenti è stato persuaso sua santità ovvero a sua maestà, è proceduto da persone o male informate, o malevole, e poco amorevoli al beneficio di sua maestà, e di questa città.

E perciò le signorie vostre diranno esser venute in nome di questa città da sua santità per supplicare come a vicario del sommo Iddio in terra, e trattandosi di cose della fede, e per essere sua santità della nostra patria, e nostro vero padre e protettore, alla cui santità è notissima la nostra religione, e sincera e vera fede con le opere verso l'onnipotente nostro Signore Iddio, acciò sua santità non solo non venga in questa opinione de innovare cosa alcuna in questa causa, ma ancora ne ajuti e favorisca appresso la serenissima cattolica maestà del re n. s., che per le suddette cagioni si contenti fare il medesimo, e ne tenga in quell'opinione, che convien esser tenuti sì buoni, sì veri e sì antichi cristiani, e amorevoli e fedeli soggetti a S. M., come noi siamo, e devoti alla sedia apostolica, e che di questo ne faccia piena fede a sua santità e di ciò ne resteremo tutti, e in universale e in particolare obbligati alli predetti signori, e che per questo la nostra città non ha ancora inviato oratori da sua maestà.

Poi le signorie vostre andaranno a baciar le mani all'illustrissimo e reverendissimo cardinale Borromeo, nostro arcivescovo e pastore, supplicandolo in nome di questa città di favore e ajuto presso sua santità, sì per essere di questa comune patria, sì per trattarsi dell'interesse de sua signoria illustrissima, non solo come nobilissimo membro di questa patria, ma come pastore e arcivescovo, al quale appartiene ordinariamente la cura e cognizione della fede e della Inquisizione, e dell'onore del suo gregge: onde parerebbe, che per trascuraggine de suoi agenti fosse bisogno di nuovo ordine e più rigoroso tribunale: sì per essere e per sangue, e per dignità e per valore sua signoria ill. tanto grata a sua santità, e perciò sia contento aggiustar il negozio, e introdurre le signorie vostre da sua santità[53].

E così ancora le signorie vostre procureranno il medesimo con l'illustrissimo e reverendissimo cardinale San Giorgio, e reverendissimo signor Castellano di Sant'Angelo, e col reverendissimo Datario, e altri nostri cittadini, e con tutti li illustrissimi, e reverendissimi cardinali in Roma, e con ispecie con li illustrissimi e reverendissimi cardinali Santa Croce, Ferrara e Castelli, quali s'intende averne favoriti, ringraziandoli sommamente e supplicandoli di consiglio e favore, che tutti insieme gli siam perpetuamente obbligati, dando a ciascuno le lettere credenziali, che se gli danno: ed allo reverendissimo Alessandrino dandogli le lettere, e pregando ne voglia aggiustare. E poi fatti tutti questi e altri caldi officj, quali meglio pareranno alle signorie vostre circa questo negozio, le signorie vostre procureranno quanto più presto baciar li santissimi piedi di sua santità, supplicandola come di sopra, presentando a sua santità le lettere di credenza che se gli danno.

Da questa nota, così stranamente mista di rozzezza e pretensione, appare quanto fosser temuti dai Milanesi da un lato la reputazione di eretici, dall'altro i danni che ridonderebbero dall'Inquisizione fin ai loro commercj e ai possessi.

Contemporaneamente Brivio Sforza era spedito allo stesso fine al Concilio di Trento; ed è riferito dagli storici che esso e un altro ambasciadore supplicarono i prelati e cardinali della Lombardia ad aver pietà della patria comune, la quale, se ai tanti mali s'aggiungesse questo gravissimo, vedrebbe molti cittadini migrare. Che se quelli che esercitano il Sant'Uffizio in Ispagna, sotto gli occhi proprj del re, abusavano tanto, e rigidamente pesavano sui compatrioti, che non farebbero nel milanese, lontano e non amato? I prelati lombardi del Concilio, uniti scrissero al papa e al cardinale Borromeo, come quello a cui viemmeglio spettava la tutela della patria, e mostravano come qui non militassero le ragioni che l'aveano fatto istituire in Spagna; che, oltre portare sicura rovina nella Lombardia, avrebbe avviato a istituirla anche nel regno di Napoli, con diminuzione dell'autorità della santa sede, giacchè i prelati si sarebbero conservati devoti non ad essa, ma al principe.

Anzi i Padri domandavano che nei decreti del Concilio si mettesse qualche espressione, che esentasse e assicurasse i vescovi dal Sant'Uffizio spagnuolo, e stabilisse il modo delle procedure. Il cardinale Morone, presidente al Concilio, dava qualche promessa di ciò, ma non ne fu fatto nulla; pure l'incidente tenne turbato e sospeso quel sinodo finchè non si seppe che il governatore duca di Sessa, vedendo pericolo che i Milanesi imitassero i Fiamminghi e si facessero protestanti, sospese il decreto, che poi fu lasciato in dimenticanza.

In una relazione dello Stato di Milano di quel tempo, deposta nella biblioteca Trivulzio, leggiamo: «Essendo il re di Spagna e per sua propria volontà e per varj suoi rispetti principe veramente cattolico, di sua volontà e comandamento nello Stato di Milano sono gravemente perseguitati gli eretici, e novamente ha comandato sua maestà che tutti i fuggitivi degli altri Stati d'Italia per la religione, non siano tollerati nel detto Stato, per provvedere che non infettino gli altri. E di più si suppone che al presente sua maestà disegni d'introdurvi l'Inquisizione al modo di Spagna: mossa a ciò non tanto da zelo delle cose della religione, quanto da molti sospetti in che sono entrati gli Spagnuoli del suo consiglio, a suggestione di quelli che sono in Milano, circa alla devozione verso lei de' sudditi di quello Stato; vedendo gli Spagnuoli che niuna cosa possa maggiormente tener in freno i suoi vassalli, che la severità di questo Ufficio. La quale essendo grandemente abborrita dai Milanesi per il sospetto che hanno che, con questa via, abbiano ad essere spogliati di tutti i loro beni, si fa giudizio che abbiano a rendersi molto difficili in accettarla».

Segue riferendo che, al 29 agosto 1564, pubblicavasi dal governatore De la Cueva una grida, per la quale «informata, l'enissa mente di sua maestà essere che tutti i Regni e Stati, e massime lo Stato di Milano siano preservati da ogni pravità eretica....... in nome di sua eccellenza si fa pubblica grida..... che niuno il quale sia eretico dannato nominatamente, o fuggito di mano dell'Offizio della Santa Inquisizione, o scacciato dal suo paese e da' suoi signori per causa d'eresia, o partito da qualsivoglia parte e luogo, e andato in altra parte e luogo ovver paese, dove e acciò possa vivere liberamente in eresia, ardisca di stare, praticare, nè vivere nel detto Stato di Milano, sotto pena della disgrazia di sua maestà cattolica, e di essere punito dall'Offizio della Santa Inquisizione secondo le sacre leggi. Item sua eccellenza ordina e comanda che, capitando alcuno il quale si sappia esser tale, come di sopra, nel detto Stato di Milano ad ostaria, che gli osti e padroni de li luoghi prefati, barcaroli e portinari siano tenuti subito a dar notizia di tali eretici e ut supra alli prefati inquisitori, e prestargli ogni ajuto e favore perchè detti eretici e ut supra siano presi e consegnati all'Offizio predetto della Santa Inquisizione, sotto la pena sopradetta» con quel che siegue.

S'interessarono i Cantoni Svizzeri, e con calore grandissimo Zurigo per far togliere il pregiudizievole generale divieto; ma pei novatori dinotati dal Sant'Uffizio, e pei fuggiaschi d'Italia fu mantenuto, come dal dispaccio in ispagnuolo 17 dicembre 1565 dello stesso governatore Gabriele della Cueva. Finalmente per interposizione dei deputati di Lucerna, Uri ed Untervaldo, recatisi espressamente a Milano, alli 13 gennajo del 1579 si ebbe dal marchese d'Ayamonte nuovo governatore l'esplicita dichiarazione che i Locarnesi emigranti, fatti cittadini in Zurigo e Basilea, eccettuato il solo evangelista Zanino, potessero, venire in questo Stato «e anco a Milano e contrattare; con che, per quanto spetta a la religione, stiano molto riservati, non parlando nè facendo cosa che sia in offesa di essa, nè meno usino cibi proibiti, nè vi portino libri reprobati. Li processati però per l'Offizio della Santa Inquisizione, e che si sono assentati e fatti fuggitivi da questo Stato non possino rientrar in esso; meno sarà lecito che entrino quelli, che avendo abjurato, sono tornati a reincidere, così in questo Stato come fuori. Sarà parimenti proibito a li dottori ed altri che non sono della vera fede cattolica.... e che non averanno contrattazione e non saranno artefici, di entrar e fermarsi nel Stato, se non dieci giorni per volta, e in quel tempo averanno da servare il contenuto ne li suddetti Capitoli. Averanno però da avvertire che, sopra tutto i detti Locarnesi, se vogliono praticar qui, e non essere molestati dal Santo Offizio, conviene che servino i detti Capitoli inviolabilmente».

Gli eretici credeansi nemici pubblici, e quindi lecita ogni rappresaglia contro di essi, fin sequestrarne le merci, come si fece a robe dei Pelizzari e dei Lumaga di Chiavenna, massime se libri: Beatrice Fiamenga, nobile bresciana, per simile titolo si separò da suo marito Geremia Vertemate di Piuro: a Vicenza trovavansi arrestati quaranta protestanti, la più parte Grigioni; e tanto era il sospetto, che i Cattolici provenienti dai Grigioni munivansi di bollette dei parroci loro. Un Teodoro da Chieri, figlio del ministro di Tirano nel 1583, e Lorenzo Soncino da Chiavenna nel 1588 furono consegnati all'Inquisizione di Milano[54].

Nel 1594, frà Diodato da Genova inquisitore generale a Milano promulgava un nuovo editto, ove agli eretici proibivasi d'entrare nel ducato milanese, nè di farvi commercio; a Svizzeri e Grigioni sia concesso alloggiare o presso case private o all'albergo, purchè al venire e al partire notifichino i loro nomi all'inquisitore, non parlino di religione, non vadano in chiesa, se pur non sia per udir la predica. Nel 1598 fu ripetuto l'editto, con divieto ai mercanti di trafficare con eretici, eccetto sempre gli Svizzeri e Grigioni, e non si aprano le balle se non in presenza d'alcuno dell'Inquisizione. Son le sevizie che il secolo della libertà stabilì poi regolarmente, in nome della polizia e del buon governo.

Nato a Milano e discepolo di Romolo Amaseo, Ortensio Laudi variò spesso di nome, talchè l'Indice de' libri, dal Concilio di Trento proibiti in prima classe, lo nomina Hortensius Tranquillus, alias Jeremias, alias Landus. Non occorre rovistarne le colpe ne' molti suoi nemici, abbastanza egli stesso dipingendosi sinistramente, come piccinacolo, losco, sordo, macilento, color cenerognolo, membra brutte, favella e accento lombardo, pazzerone, superbo, impaziente ne' desiderj, collerico sin alla frenesia, composto non di quattro elementi come gli altri uomini, ma di ira, sdegno, collera, alterigia. Finiti gli studj e passato medico, cominciò a ronzare, e col conte di Pitigliano venuto a Lione nel 1534, vi fu incontrato da Giovan Angelo Odone suo condiscepolo, il quale lo descrive come «gran nemico della religione, del greco e delle scienze: in Italia (soggiunge) non osava palesare i suoi sentimenti, ma a Lione l'udii assicurare che stimava unicamente Gesù Cristo e Cicerone; ma di possedere questo non mostra ne' libri; se quello abbia nel cuore, Dio lo sa. Scampando d'Italia, portò, come sue consolazioni, non il Vecchio e Nuovo Testamento, ma le epistole di Cicerone a' famigliari»[55]. Da lui stesso sappiamo ch'era bandito d'Italia, e nascondeva il proprio nome: eppure prima di quel tempo avea servito al Caracciolo vescovo di Catania, assistente di sua santità, e al Madruzzi vescovo di Trento; presso il quale tornò poi quando si aperse il Concilio.

Questa tolleranza non è la men bizzarra rivelazione di quel secolo, avvegnachè costui si fosse mostrato sempre e paradossale ed empio. Come coloro che vogliono acquistarsi fama dal pubblico collo schiaffeggiarlo, sputacchia tutti gli idoli del giorno; chiama animalaccio Aristotele; il Boccaccio incolto, ruffianesco, spregevolissimo; e dice amar meglio il parlar milanese o bergamasco che il boccaccevole, e vitupera i Toscani perchè pretendono parlar bene. Nelle Cose notabili e mostruose d'Italia (1548) scrive di Milano: «La seconda Roma, chi ora la vedesse avendola prima veduta, direbbe: questo per certo non è Milano: egli non è desso: non vi è stata città in Europa già molti anni sono tanto flagellata....... Quivi s'è ritrovato una donna, a guisa di lupa affamata divorare i fanciulli: un fratello giacersi carnalmente con tre sorelle, e tre fratelli goder una sorella; il figliuolo la madre, il zio la nipote, il cognato la cognata. Quivi si son trovati uomini sì crudeli, che da niuna ingiuria mossi, sol per esser l'un guelfo e e l'altro ghibellino, vivi gli hanno arrostiti, e mangiatoli del fegato, e dentro il corpo messo del fieno e dell'orzo, e adoperato i corpi umani per mangiatoja de' cavalli. Quivi sonosi trovati uomini che hanno ammazzato nella propria chiesa i religiosi mentre cantavano li divini ufficj, e Iddio lodavano; nè una sola volta questo è accaduto. S'è trovato uno, di furore tanto accecato, che non si vergognava di dire impudentemente ch'egli volesse far un lago di sangue ghibellino. Non si sono vergognati uomini per nobiltà di sangue ragguardevoli molto, di starsi al bosco, e assassinare indifferentemente chiunque gli capitava alle mani..... È una setta, da una gran femina retta, la qual si sforza di ridur i suoi seguaci alla battesimale purità e innocenza, e del tutto mortificarli, e per quanto m'è stato riferito da persone degne di fede, per far prova della mortificazione fa coricare in un medesimo letto un giovane di prima barba e una giovane, e fra loro vi pone il crocifisso[56]; certo per mio consiglio meglio farebbe ella se vi ponesse un gran fascio di spine ed ortiche».

Il Landi encomia l'infedeltà conjugale, il libertinaggio, i pregiudizj; alla guisa del Doni e dell'Aretino, scombichera libri sopra materie le più disparate; flagella gli scrittori antichi e moderni e le scienze stesse, null'altro cercando che il brillante. «Fastidito de' costumi italiani» e desideroso di «patria libera, ben accostumata e alieno del tutto dall'ambizione», passò in Isvizzera e ne' Grigioni, ma il Dialogo lepidissimo pel funerale di Erasmo di cui parlammo (Vol. I, pag. 345), gli eccitò contro la città di Basilea. Fuggitone, visitò Francia; a Parigi penetrò nella Corte; e a Lione stampò i Paradossi, empio e licenzioso imbratto, pel quale dovette mutar paese: corse la Germania, finì a Venezia, dove aveva per amici il Muzio e l'Aretino. Parrebbero a cercarsi le sue opinioni ereticali nei «Quattro libri de' dubbj con le soluzioni a ciascun dubbio accomodate» (Venezia, 1552); un de' quali libri è di dubbj religiosi; ma non sono che frivolezze e grossolanità. Ha pure un dialogo «nel quale si ragiona della consolazione e utilità che si riporta leggendo la sacra scrittura, e si tratta eziandio dell'ordine da tenersi nel leggerla, mostrandosi essere le sacre lettere di vera eloquenza, di vera dottrina alle pagane superiori» (Venezia, 1552), e ribocca di proposizioni erronee, che lo mostrano più ignorante che ardito.

Ma se della sua religione non può dirsi che male, non sembra professasse la nuova; e chi lo asserì lo ha probabilmente confuso con Geremia Landi di Piacenza, ch'egli introduce nel dialogo Cicero relegatus, e che, disfattosi da agostiniano, fuggì in Germania, apostatò, e scrisse Oratio adversus cœlibatum; Explicatio symboli apostolorum, orationis dominicæ et decalogi; Disquisitiones in selectiora loca Scripturæ.

Di Ortensio pajono le Forcianæ quæstiones, dove si espongono i varj umori de' varj paesi d'Italia, e che alcuno male assegna ad Aonio Paleario. A lui pure è attribuito il Sermone di Rodolfo Castravilla contro Dante, ma lo credo piuttosto di Belisario Bulgarini da Siena.

Più tardi l'imitò nella sguajataggine un altro milanese, Gregorio Leti (1630-1701). Dissipato in viaggi ogni aver suo, s'attaccò ai Riformati, e speculatore d'esiglio e di libertà, professò il calvinismo a Losanna, insegnò a Ginevra, dove ottenne la cittadinanza per rimerito delle sue scritture contro Roma e la Chiesa cattolica. Le quali son numerosissime, e tali che nemmanco i titoli può la creanza lasciar ripetere, bastando accennare il Parlatorio delle monache, i Precipizj della sede apostolica, la Strage dei Riformati innocenti, il Sindacato di Alessandro VII col suo viaggio all'altro mondo, il Nepotismo romano, l'Ambasciata di Romolo ai Romani; il Vaticano languente dopo la morte di Clemente X, con i rimedj preparati da Pasquino e Marforio per guarirlo. Si vantava di sempre aver tre opere sul telajo; e quando per l'una gli mancasse ordito, si applicava all'altra. In fatto però gli doveano costare ben poco, giacchè affastellava baje insulse; raccoglieva di qua, di là senza critica, non pensando che ad impinguare i volumi e moltiplicare dedicatorie, come lo accusa il Bayle. Per toccar solo di quelle che s'accostano all'argomento nostro, l'Italia regnante è un viaggio in quattro volumi (Valenza 1675) dove accumula anche aneddoti scandalosi, con notizie affatto inesatte[57]. Nella Historia ginevrina narra con insipida prolissità di Mario Miroglio canonico di Casale, il quale, rimproverato dal suo vescovo perchè viveva scandalosamente, fuggì a Ginevra, vi si fe catechizzare dal ministro Diodati, menò moglie e lasciò figliuoli, morendo nel 1665 (Parte IV, lib. 3). Il Livello politico, ossia la giusta bilancia nella quale si pesano tutte le massime di Roma ed azioni dei cardinali viventi, stampate a Ginevra il 1678, non è forse altro che plagio d'opera colà comparsa il 1650, col titolo di Giusta stadera de' porporati.

Adulatore quanto soglion essere i maldicenti, non trova parole sufficienti per esaltare Luigi XIV, «l'invincibile tra' guerrieri, l'eroe tra' Cesari, l'augusto tra' monarchi, il prudente tra' politici, il pianeta illustrato dell'universo» (La fama gelosa della fortuna). E lodi e vituperi distribuisce a man salva a Carlo V, al duca d'Ossuna, al presidente Aresi, talvolta in seconde edizioni conculcando codardamente quei che aveva codardamente esaltati nella prima.

Eppure, mentre rinega continuo la critica e il buon senso, non sa tampoco imbellirsi collo stile e coll'ingegno; negletto e pretenzioso, grottescamente iperbolico, prolisso, nessun sosterrebbe la noja del leggerlo, se non vi fossero solleticate le basse passioni dallo sputacchiare Roma e violare il pudore. Che, come avviene dei libercoli di partito, queste parodie dilavate dell'Aretino fossero esaltate allora e tradotte, non fa meraviglia a chi conosce gl'intrugli di certe glorie: ben fa da piangere che, ai dì nostri, siasi voluto ridestarne la memoria e ripubblicarne alcune, fra cui la Vita di Sisto V, lurido romanzo, degno di quanto scrissero di peggio i nostri contemporanei.

Chiesto dalla Delfina se fossero vere le mille sciagurataggini che asserì di quel papa, come di Filippo II e d'Elisabetta regina, rispose che una cosa ben immaginata piace quanto e più che la verità. Andato in Inghilterra, vide dallo scisma d'Enrico VIII «nate tante disgrazie a quell'isola e a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi non hanno avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che la Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[58]. Da re Carlo II ebbe accoglienza e mille scudi, coll'incarico di scrivere la Storia della Grande Brittania; e la fece in modo, che dovette andarsene se non volea di peggio; allora ingiuriando quelli che dianzi aveva blanditi[59]. Il famoso erudito Clerc, per consenso religioso e per amor d'una figlia di esso il fece accogliere e crear istoriografo di Amsterdam, ove improvviso morì.

A dir suo, Paolo IV vide il libro di Calvino contro Serveto ove sostiene jure gladii hæreticos esse coercendos, e ne pigliò fidanza a istituire il Sant'Uffizio, come egli stesso ebbe a dire in concistoro; notizia che il Leti ricava da un libro a me ignoto, Mendi, le rivoluzioni di Roma contro al tribunale dell'inquisizione. «Una inquisizione più orribile di quella di Roma» a Ginevra sentenziò alle fiamme il Livello politico, l'Itinerario, il Vaticano languente, opere del Leti in cui trovava proposizioni repugnanti alla fede, ai costumi, allo Stato, ed egli fu cancellato di cittadino.

Di Girolamo Cardano da Gallarate, scienziato non vulgare, autore di varie scoperte, eppure teosofista, astrologo e ciarlatano sfacciato, in altro luogo divisammo (Vol. II, pag. 372). Qui badando solo alle sue opinioni religiose diremo come a principio nel De Uno sostenesse l'unicità dell'intelligenza secondo Averroé: di poi la negò nel De Consolatione; infine nel Theonoston volle conciliar le due opinioni, col dire che l'intelligenza può considerarsi nella esistenza eterna ed assoluta, oppure nella fenomenica nel tempo; è unica nella sorgente, è molteplice nelle manifestazioni; soluzione che molti aggradiranno: ma Giulio Cesare Scaligero, suo gran nemico, l'accusa sempre di averroista. Più viene al caso nostro il passo De subtilitate, dove fa argomentare un contro dell'altro un Cristiano, un Musulmano, un Ebreo, un Gentile, e non tira alcuna conclusione, lasciando perfin sospeso il periodo.

I Gonzaga di Mantova tenevano per l'imperatore, e perciò avversavano il papa; Ferrante Gonzaga era generale nell'esercito cesareo quando saccheggiò Roma; Giulia Gonzaga era stata scolara del Valdes; Guglielmo Gonzaga ricusò mandar a Roma alcuni, citati per eresia. Di ciò indignato, e perchè Mantova fosse un nido d'eretici (Bzovius), il papa voleva assalirlo colle armi nel 1566, ma gli altri principi s'interposero. Pio V, a reprimer gli eretici, spedì a Mantova Camillo Campeggi teologo del Concilio, il quale carcerò molti e processò, e otto condannò a fare pubblica abjura in San Domenico. I costoro parenti cercarono levar il popolo a rumore, affine d'impedire quell'atto, e non riuscendo, insidiarono la vita dell'inquisitore, e ferirono due Domenicani la notte di Natale. Il duca Guglielmo, dopo professatosi ligio al Sant'Uffizio sino a offrirgli il proprio braccio se occorresse, pubblicò severo bando contro que' riottosi, ma insieme domandò al papa rimovesse il Campeggi (1568). Il papa, zelantissimo de' diritti ecclesiastici, non v'acconsentì; anzi di que' disordini imputò la tepidezza del duca. Questi era legato col Cellario, che conosceremo, e prese sdegno dell'arresto e della morte di questo: e tutto il pubblico n'era così irritato, che Pio risolse pubblicar la severissima bolla del 1569. E spedì colà san Carlo col cardinale Commendone, sicchè fu infervorata l'Inquisizione, e gravissime procedure si fecero e abjure pubbliche, non senza supplizj. Anche quelli che di là si erano dispersi pel resto d'Italia perseguitò alacremente il Borromeo, finchè tutti gli ebbe in mano.

Da Mantova era fuggito il canonico Strancario, che trovammo predicatore antitrinitario in Polonia, ed Alfonso Corrado che in un commento sull'Apocalisse scagliasi violentissimo contro i pontefici.

Il benedettino Giambattista Folengo, fratello di Merlin Coccajo autore delle Macheronee, pubblicò commenti sulle Epistole e sui Salmi, che i Protestanti trovarono nel loro senso, e vollero indurne ch'e' fosse del loro pensare; vennero messi all'Indice, ma l'autore li corresse, e Paolo IV non esitò a mandarlo in Ispagna, visitatore del suo Ordine.

Como, essendo contiguo a paesi settentrionali, soleva servire di passaggio a uomini e cose infette, e da Germania vi si mandavano balle di libri ereticali, come si scoprì poi nel 1549 per mezzo del Sant'Uffizio di Roma[60]. Doveva fomentarvi le nuove idee la vicinanza degli Svizzeri e de' Grigioni; pure, sebbene con cura speciale abbiam indagato gli archivj di quella curia, dov'erano nelle visite indicati tutti i miscredenti o sospetti, non trovammo alcun comasco personalmente indicato, oltre il Minicio e il Gamba che già mentovammo. Questo è detto bresciano dal Vergerio; certo fu morto a Como, e della prigionia e morte di esso un minuto ragguaglio si ha in lettere scritte a un fratello di esso da un comasco, e che furono ripubblicate dal De Porta[61].

Vedemmo come vi fosse trattato l'inquisitore Michele Ghislieri (Vol. ii, pag. 430), il quale, mentre dal monastero di San Giovanni entrava in città, fu preso a sassate dai ragazzi, sicchè a fatica ricoverò in casa dell'Odescalchi, principal fautore del Sant'Uffizio: il governatore gli comandò tornasse a Milano per quiete della città; ed egli il fece per distorte vie, temendo incontrar la sorte di Pietro Martire. I canonici comaschi andarono allora a portar discolpe a Roma: v'andò pure il Ghislieri, e fu la prima volta ch'ei vide la città, ove poi dovea seder pontefice. Vescovo di Como era allora Bernardino Della Croce, tenuto però lontano da Carlo V come amico di Paolo III e de' Farnesi.

Gl'interpreti del Concilio di Trento nel maggio 1567 querelavano il vescovo di Como perchè non avesse ancora stabilito il seminario nella sua diocesi, esigendo la tassa stabilita su tutti i frutti che si riscuotono nel vescovado, e la mezza decima su tutti i benefizj; gli raccomandano di collocarvi di preferenza i figliuoli de' paesi infetti di eresia; e questi paesi egli visiti di frequente e vi abbia occhio[62].

Da Cremona nel 1528 fuggì per religione Bartolomeo Maturo, priore de' Domenicani, che predicò a Vicosoprano fino al 1547, e morì a Tomiliasca nell'Engadina, ove predicò pure Bartolomeo Silvio suo conterraneo. Di là migrarono anche Giovanni Torriano, Agostino Mainardi, celebre ministro a Chiavenna, Paolo Gaddi, un frate Angelo e Gian Paolo Nazzari domenicani; Gajo Lorenzo minorita, Daniele Puerari, due Offredi, un Torso, un Cambiaghi, un Fogliata, un Pelizzari. Paolo Orlandini, in una satira contro gli astrologi, deride senza nominarlo un cremonese che avea scritto intorno all'anticristo, alla riforma della Chiesa e alla fine del mondo pel 1530.

Fra le lettere manuscritte nella biblioteca di Zurigo ve n'ha due di Alfonso Roncadello, padre di famiglia, il quale narra al ministro di Zurigo le persecuzioni che soffre, chiedendogli consolazioni. «Questi poveri membri cristiani, afflitti ed aggravati da questa intollerabile tirannide di anticristo, vi pregano caldamente che, insieme con tutta la santa Giesa, pregate il Signor per noi ne dia tanta fede, che ne liberarà da questa captività acciò potiamo offerire i corpi e l'anime nostre come bene sia piaciuto a Dio».

Non è detto donde egli sia, ma lo crediamo tutt'uno con Alessandro Roncadello cremonese, il quale morendo a Ginevra, legò trentotto corone l'anno per li pii ch'erano fuorusciti d'Italia[63].

Di rimpatto in Cremona mostravansi zelanti contro gli eterodossi Angelo Zampi domenicano, autore d'un'opera De veritate purgatorj; divenuto inquisitor generale del ducato di Milano, colle multe imposte ad eretici comprò fondi e case a favore del Sant'Uffizio, come diceva il suo epitafio nel convento de' Domenicani a Milano. E quanto rigoroso operasse il Sant'Uffizio di Cremona ci apparve già nel decorso di quest'opera.

Isidoro Isolano milanese (1480-1550), domenicano, fu de' più zelanti a repulsare Lutero, come avea ribattuto gli Averroisti e sostenuta l'immortalità dell'anima secondo i filosofi. Contano fra i milanesi Pietro Galesino, benchè nato ad Ancona, perchè lunghissima dimora fece tra essi, e fu opportuno sussidio a san Carlo, pel quale compilò gli atti o i sinodi, e l'ajutò nella restituzione dei riti, materia dov'era versatissimo. Oltre moltissime opere ecclesiastiche e vite di santi, accenna aver composto un volume Contra Hæreticorum historiam, che però non abbiamo; confutò il Platina.

Magno Valeriano, nato in Milano il 1587 di illustre casa, resosi cappuccino, andò in Germania, dove fu caro e onorato dall'imperatore e dai principi; e fatto prefetto di quelle missioni, molti convertì, fra' quali il margravio di Hermannstadt. Ciò inimicogli molti, anche cattolici, e secondo un artifizio conosciuto, cercarono perderlo col tacciar d'ereticale un'opera sua stampata a Praga. Facilmente dissipò l'accusa; soffrì percosse, carcere, calunnie, e dopo sostenute onorevoli ambascerie, morì il 1661, e fu sepolto con un epitafio di quasi ducento linee, ove, in mezzo ad altre gonfiezze, si dice che la porpora cardinalizia vergognossi di coprir col suo ostro lui, cui già di più nobil ostro avea coperto il sangue versato per la fede cattolica. Molte opere scrisse, polemiche e apologetiche, e quella De Catholicorum regula credendi (Praga 1628, Vienna 1641) gli attirò molte confutazioni di acattolici e di socciniani.