Tre papi si succedettero in pochi mesi del 1590 e 91: Urbano VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX: poi Clemente VIII, insediato il 1592, finiva il 1605. Questi, prodigiosamente operoso, perseverante, circospetto senza doppiezza nè nulla d'abjetto; esperto amministratore e geloso di governar da sè, colla prudenza, la destrezza e l'aspettare compieva ciò che non potesse di primo impeto; si oppose all'ambizione dei Medici come alle pretendenze di Spagna, e riuscì a rimetter questa in armonia colla Francia, staccare Enrico IV dall'Inghilterra e dall'Olanda, ricuperare alla santa sede il ducato di Ferrara, preparare una grande spedizione contro la Turchia. Ebbe la consolazione di ricevere deputati dal patriarca d'Alessandria, che abjurava l'eutichianismo, e dai Greci di Polonia, che passavano dalla chiesa rutena alla romana (1595): studiò indefesso nella inesauribile disputa della Grazia, e vi pose un freno: personalmente e con benevolenza trattava cogli eretici e co' filosofi: tenne presso di sè il naturalista Cesalpino, benchè in fama di ateo, e gli diè licenza di legger i libri botanici de' Protestanti: chiamò a Roma il Patrizio, filosofo indipendente. Vero è che, avanzando in età, mostrossi più severo; obbligò quest'ultimo a ritrattarsi, pose all'Indice le opere di Telesio.
Nella bolla 25 luglio 1596 metteva: «Abbiam saputo con immenso rammarico che molti fedeli, uscendo da varie parti d'Italia lor patrie, dove la vera e santa cattolica apostolica religione è in vigore e pubblicamente predicata, vanno in lontani luoghi, dove non solo serpeggia impunemente l'eresia, ma è interdetto il pubblico esercizio della religione cattolica, talchè colà anche le persone fedeli restano prive della messa e dei sacramenti. Desiderando quanto possiamo ovviare a questi ed altri mali, ordiniamo che nessun italiano, mercante o di qualsiasi condizione, sotto nessun titolo o pretesto abiti o si stanzii in luogo dove non v'abbia chiesa con parroco o sacerdote cattolico, e dove liberamente e senza pericolo possano pubblicamente celebrarsi la messa e i divini uffizj: essi italiani si astengano da nozze con donne eretiche, da sepolture d'eretici, dal far levare al battesimo i loro figli da eretici, nè valersi di medici loro, per quanto possono. Quando poi rientrino in patria, si notifichino al vescovo e agli inquisitori, dai quali saranno ammoniti seriamente ad osservare anche le pratiche della Chiesa, e a sfuggire gli erranti; e attestino d'essersi almen una volta l'anno confessati e comunicati, se no vengano puniti dagli inquisitori».
La bolla fu confermata da Gregorio XV, che ne promulgò un'altra contro gli eretici che dimoravano in Italia, e chi li favorisse.
Nel pontificato di Clemente VIII restò famoso il processo di Giordano Bruno. Nelle teorie del pensiero si era rotta la venerazione scolastica, sia seguendo i Platonici teisti e i Neoplatonici panteisti, alcuni de' quali vantavano l'unità di Plotino, alcuni la trinità razionale, alcuni il risolversi delle cose in Dio: sia emancipandosi dall'autorità, e tentando coll'esperienza e coll'induzione piantare teoriche nuove, con quelle eccentricità, che taluni considerano come genio. Bernardino Telesio di Cosenza (1509-88) ammetteva tre principj: due incorporei, calore e freddo; uno corporeo, la materia, e li faceva non soltanto attivi ma intelligenti, percependo i proprj atti e le mutue impressioni: e dalle loro combinazioni esser nate le cose. Le sue opere dicemmo proibite da Clemente VIII, nè a torto, se insegnava quod animal universum ab unica animæ substantia gubernetur. In fatti al panteismo vergeano tutte le teoriche d'allora, o non traendone le conseguenze, come Marsilio Ficino che diceva Deus fieri nititur, eppure si mostra tutt'altro che panteista; oppure intendendolo in un senso che non vorremo giustificare, ma esplicare.
Qualche fisiologo o tassonomico riconosce che tutti gli enti, a qualunque appartengano dei tre regni fittizj, sono animati: i minerali hanno una vita latente di continuità; i vegetali una vita di eccitazione; gli animali una vita istintiva; onde soli questi ultimi sono non solo animati, ma animali. La cristallizzazione, cogli stupendi suoi accidenti, attesta nelle molecole minerali una forza propria d'informarsi e individuarsi, analoga alla forza plastica de' germi vegetali; cioè il principio vitale, avente come forza sussidiaria indispensabile l'etere, che però non tende a plasmare, sibbene a dissolvere. In tal senso, secondo una dottrina ora abbandonata, il Fusinieri asseriva che «tutto l'universo sensibile è in combustione». In fatti ogni atto vitale cade su oggetto materiale: quest'azione importa lavoro; il lavoro importa combinazione o decomposizione chimica, e perciò combustione; sicchè può dirsi che tutto l'universo è in combustione, o, secondo le teoriche moderne, è in moto; e da per tutto e in tutto v'è l'alito della vita. Ciò forse intendeva il Bruno.
Intorno a Giordano Bruno ci valemmo di alcuni fra i documenti che esistono nell'Archivio di Venezia. Altri ci erano stati formalmente promessi, poi ci si mancò. Ora il signor Domenico Berti pubblica s'un giornale di Firenze una notizia, appoggiata a que' documenti, secondo la quale potremmo modificare qualche cosa nel nostro racconto.
Il Bruno nacque in Nola il 1548 da Giovanni e da Fraulissa Savolina, e fu battezzato col nome di Giovanni, che cambiò in Giordano quando si monacò. Della patria e dell'infanzia sua ragiona egli spesso con passione. Entrò ne' Domenicani di Napoli a quindici anni, ma una volta diede via tutte le immagini de' santi, sol ritenendo quelle di Cristo; e ad un frate, che leggeva le sette allegrezze della Madonna, disse: «Non trarresti maggior frutto dalle vite de' santi padri?» Già di qui trapelano le sue idee, che poi spiegò dopo fatto sacerdote il 1572, e che tenevano delle ariane; onde venne processato. Fuggì dunque di là a Roma: ma vagheggiando una religione filosofica da opporre a tutte le positive, e sperando «verrà un nuovo e desiderato secolo, in cui i numi saranno confinati nell'Orco, e cesserà la paura delle pene eterne», presto fu accusato di nuovo, sinchè, per cansare il pericolo e «non esser costretto di assoggettarsi ad un culto superstizioso», gettò l'abito, ricoverò in Genova, poi in Piemonte e altrove; indi pel Cenisio nel 1576 uscì d'Italia, ecc.
In Inghilterra sta tre anni in casa di Michele Castelnau ambasciadore di Enrico VIII.
Consta che a Ginevra non dimorò che due mesi.
A Praga dedica cinquanta tesi di geometria a Rodolfo II, che lo rimunera con cinquecento talleri.
Dopo che avea professato a Brunswick, a Helmstadt, a Francoforte, Giovanni Mocenigo per imparar da esso i segreti della memoria, lo invitava a tornar in Italia, per mezzo di Battista Crotti librajo che si recava alla fiera di Francoforte sul Meno, ove il Bruno dimorava allora nel convento dei Carmelitani, i quali comprendeano lui essere un bell'ingegno e uomo universale, ma non aver religione alcuna.
Liberamente venuto a Venezia, si pose ad educare il Mocenigo, che allora avea trentaquattro anni e abitava in calle San Samuele, e che vano e fantastico, presto si disgustò del Bruno, cui diceva indemoniato: e infine lo consegnò al Sant'Uffizio il 22 maggio 1592. Apertosi il processo coll'assistenza dei savj dell'eresia, furono citati quei che l'aveano conosciuto e praticato a Francoforte o a Venezia. Il Bruno, oltre narrare tutta la sua vita, confessò che la sua filosofia repugnava indirettamente alla fede, come quelle d'Aristotele e di Platone, ma ciò esser comune a moltissime altre scuole; non aver egli però insegnato o scritto cosa che direttamente vi contradicesse: ammetter egli un universo, infinito per grandezza e per moltitudine di mondi, ove tutto vive e si muove: dubitare dell'incarnazione del Verbo, cioè dell'Intelletto; tenere lo spirito divino come anima dell'universo; ciò peraltro come filosofo; del resto credere quel che la Chiesa, e dolersi di non averne osservato i precetti, o parlatone con leggerezza; detesta e abborre i suoi errori, e vuole nel seno della Chiesa cercare i rimedj opportuni alla sua salute.
Chi vorrà tener conto di ritrattazioni e pentimenti espressi in tal posizione? Nessuna sentenza pronunziò il tribunale veneto contro di lui, ma col consenso del senato, che riconobbe «esser le costui colpe gravissime in proposito d'eresia, sebbene uno de' più eccellenti e rari ingegni, e di esquisita dottrina e sapere», fu consegnato nelle carceri di Roma il gennajo 1593.
Il Bruno supponeva dovervi essere una filosofia e una teologia nuova, dacchè v'era una fisica e un'astronomia nuova, diversa da quella che suole andar congiunta con la cattolica teologia, e che si crede meglio accomodata alla pietà e semplicità cristiana.
Grand'ammiratore de' Tedeschi, che preconizza saranno Dei, non uomini, e cultori della filosofia, esalta Lutero, nuovo Ercole che atterrò le porte adamantine dell'inferno, e penetrò nella città superando la triplice mura e i nove giri dello Stige; altrettanto vitupera il papa, e forse da ciò fu detto che fece il panegirico di Satana, che in qualche luogo chiama di fatti quel dabben uomo di diavolo.
Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia ecclesiastica se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella Storia degli Anni Santi, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si hanno le lettere di quell'anno; neppure dal martirologio de' Protestanti. L'Archivio del Vaticano contiene il processo, non la condanna e l'esecuzione.
Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia, scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di Guglielmo Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a Roma scrivendo contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra: arrestato per avere scritto contro un ministro di Francia, gli si trovò un libro violento contro il papa, onde fu decapitato. L'abate Du Bois che avea scritto contro i Gesuiti, poi n'era stato guadagnato, domandò di poter andare a Roma e n'ebbe licenza, ma preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi che dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. Et tamen sicut is non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus decipiendus. Il Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che vorrebbe punirsi majoribus remediis quam cartaceo igne. Sarebbe stato il luogo di mentovare il supplizio del Bruno.
J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra il Bruno e il Campanella, col titolo Zwei Martyrer der Wissenschaft.
Alle Opere di Giordano Bruno, ora per la prima volta raccolte e pubblicate da Adolfo Wagner (vol. 2, Lipsia 1830) precede una costui vita, dove son mentovati tutti quelli che prima n'aveano scritto, e mostrasi quanto mal lo facessero. Non si sa quando nacque: posto che cominciasse a scrivere a vent'anni, e avendo scritto, al più, per tredici anni, poi passatene sette in prigione, dovea esser giovane allorchè morì nel 1600. Col repudiare le dottrine peripatetiche si fe molti nemici, per sottrarsi ai quali gittò l'abito di domenicano, ed uscì d'Italia come il figliuol prodigo, dic'egli, per poi tornarvi. Arrivava a Ginevra quando vi moriva Francesco da Porto; ma coi discepoli del defunto Calvino e con Beza non aveva comune se non l'avversione a Roma: e risoluto a sciogliere colle proprie forze i problemi che tormentano l'umanità, non potè reggere all'intolleranza religiosa, che diveniva anche intolleranza filosofica a favore di Aristotele. A Tolosa, che titolavasi la Roma della Garonna, egli eccita rumore colle sue dottrine: ond'entra in Parigi nel 1579, e partecipa a quei Galliæ tumultus suscitato per motivi religiosi. Ad Enrico III profonde lodi servili; e così alla Sorbona, ove dà lezioni pubbliche e private, e in disputa solenne proclama un suo sistema di logica universale, somigliante all'Arte di Raimondo Lullo[64].
Migliori accoglienze ottiene in Inghilterra, dove stampa gran parte dell'opere sue. Vi regnava allora Elisabetta, e le prosperità politiche del costei regno distesero un velo sovra le persecuzioni di cui essa lo macchiò, ben più cupe e calcolate che quelle d'Enrico VIII, il quale, per abolire la diversità d'opinioni, avea moltiplicato i casi di Stato, accumulando le pene di tradimento a quelle d'eresia. L'aver il papa ricusato di riconoscer il divorzio di questo facea che Elisabetta venisse considerata come bastarda, donde un'ira personale contro del pontefice e de' Cattolici. È però falso che il papa ne irritasse gli sdegni, anzi Pio IV cercò ogni via di calmarla, e mandò Vincenzo Parpaglia, uom d'ingegno, favorevolmente conosciuto alla regina per esser dimorato in Inghilterra sotto il regno precedente; il quale dovea portar una lettera tutta affetto, promettendole non solo tutto quanto potesse contribuire alla salute dell'anima sua, ma pur quanto ella desiderasse per assodare la sua dignità regia, conforme al ministero affidatogli da Dio. «Se ritornate in sen della Chiesa, come desideriamo e speriamo, saremo pronti a ricevervi coll'amore e la gioja onde il padre del Vangelo accolse il reduce figliuolo: tanto più che voi ricondurreste tutto il popolo inglese».
Il legato non potè tampoco arrivare in Inghilterra; Cecil e gli altri consiglieri di Elisabetta ne aizzarono i rancori, ne sbigottirono l'ambizione, e proruppe una persecuzione, ove eroicamente sepper resistere alcuni Cattolici, che formano una nuova serie di martiri[65]. Re e parlamento sancirono leggi d'un'intolleranza, qual mai non si era veduta ne' paesi cattolici, e che è bene ricordare quando colà sono abolite, mentre s'impiantano o s'invocano in paesi cattolici, a nome della negazione e d'una bugiarda libertà. A qualunque ecclesiastico usi altro rituale che l'anglicano, carcere a vita, come a chi assista a preghiere o riceva sacramenti con rito diverso: la morte de' traditori e la confisca a chi sostenga la giurisdizione spirituale d'alcun prelato straniero: incapacità d'ogni officio a chi non giuri la supremazia spirituale del re: chi dalla anglicana trae taluno alla Chiesa romana è reo di tradimento; di complicità chi non le rivela. L'assistere alla messa porta la multa di ducento marchi e dodici mesi di prigione. Chiunque, compiti i sedici anni, non interviene all'uffiziatura anglicana, paghi venti sterline per mese: ducento se persiste, e la prigione: anzi dappoi vi si aggiunsero l'esiglio e la confisca. Qualunque prete entri nel regno, s'abbia per traditore e mandisi a morte. La dichiarazione contro il papismo sia mandata a tutti i papisti, e devano sottoscriverla, pena il bando o la prigione a vita. Cento lire sterline di premio a chi arresta un prete o vescovo papista, o lo convince d'aver detto messa, o fatto altro atto di quel culto[66].
Alla memoria di Elisabetta o della sua gran nemica e vittima Maria Stuarda annettesi quella di David Rizio. Questo torinese, ito a Edimburgo col conte della Moretta rappresentante della Casa di Savoja presso la regina Maria Stuarda, acquistò le grazie di questa, e la serviva da segretario, confortandola a perseverar nella religione cattolica. In conseguenza dava uggia al partito protestante, che desiderava la dominazione dell'Inghilterra su tutta l'Isola; e volendo perderlo cominciò, dal calunniarlo, dicendo fosse amante della regina. Lo credesse o no, Enrico Darnley, marito di essa e d'accordo cogli acattolici, lasciò che il duca di Rothsay e Ruthwen lo pugnalassero, invan rifuggito dietro alla regina, gravida. Si moltiplicarono romanzi e tragedie sugli adulterj della infelice Stuarda: essa la più bella regina d'Europa, il Rizio piccinacolo e contraffatto: lo stesso Ruthwen le dichiarò averlo ucciso perchè fautore dei Cattolici[67]. Così col corrompere l'opinione preparavasi l'assassinio legale che della Stuarda fece la superba Elisabetta.
A questa Elisabetta retoriche adulazioni prodiga Giordano Bruno, chiamandola «unica Diana, qual è tra noi quel che tra gli astri il sole». Ad Oxford egli sostenne l'immutabilità dell'anima e il moto della terra, che allora era rifiutato dalla patria di Newton; ma quella Università avversava pur essa i liberi lanci dell'immaginazione, talchè il Bruno non potè durarvi. Recatosi in Germania, s'indugiò a Wittemberg, già palestra di Lutero e di Melancton, il quale vi avea tornato in onore Aristotele. Il Bruno loda la tolleranza di que' professori anche ver lui, benchè diverso di fede[68]; e sfrenatamente esalta Lutero. «Il vicario del tiranno dell'inferno, volpe e leone, armato delle chiavi e della spada, di astuzia e di forza, di finezza e violenza, di ipocrisia e ferocia, aveva infetto l'universo d'un culto superstizioso e d'ignoranza brutale, sotto il titolo di sapienza divina, di semplicità cara a Dio. Nessuno osava opporsi a questa belva vorace, quando un novello Alcide si levò per riformar il secolo indegno, l'Europa depravata a stato più puro e più felice; Alcide superiore all'antico perchè più grandi cose compì con minori sforzi, uccise un mostro più potente e pericoloso degli antichi: e sua clava fu la penna. E donde venne questo eroe se non dalle fiorenti rive dell'Elba? Qui il cerbero da tre teste, cioè dal triregno, fu tratto dal tenebroso orco, costretto a guardar il sole, e vomitar il suo veleno.... Tu vedesti la luce, o Lutero, tu intendesti lo spirito divino che ti chiamava, e gli obbedisti, e corresti, debole e senz'armi, contro allo spaventevole nemico de' grandi e dei re; e coperto delle sue spoglie, salisti al cielo»[69].
Questi vanti a Lutero non significano gran cosa per chi abbia letto le putide lodi che il Bruno sparpagliò lungo tutto il suo viaggio. Pur la leggenda popolare ritenne che a Wittemberg egli avesse fatto l'elogio del diavolo, e patteggiato con esso. Aveva in fatti parlato spesso del diavolo con una famigliarità, che dovea scandolezzare quando tutti il temevano; chiamatolo uom da bene; trovatolo accorto perchè mostrò i regni della terra non dall'antro di Trofonio, ma dal vertice d'una montagna; e sperare che anche i demonj sarebbero salvati, non potendo nè Dio restar eternamente implacabile, nè essi aver luogo in un mondo perfetto[70]: e chi sa che non abbia voluto di sottilità dialettica e oratoria far prova coll'elogio del diavolo? Mal conchiusero si fosse fatto luterano, perchè nella Oratio consolatoria habita in ill. Academia Julia di Helmstedt accenna essere stato ad reformationis ritus exhortatus.
In realtà, con ardore d'apostolo predicò nelle varie Università e Corti d'Europa la teoria di Lullo, il sistema mondiale di Pitagora, il panteismo eleatico, vestito di forme neoplatoniche; or applaudito ora scomunicato; non rassegnandosi alle dottrine legali, sempre irrequieto e in battaglia cogli emuli, coi Calvinisti a Ginevra, coi Cattolici a Tolosa e Parigi; sempre geloso della libertà del filosofare, nella quale non conosce punti di fermata; sempre guidato da una superbia fin ridicola[71]. Vantavasi d'esser esule dalla patria per gli onesti argomenti e studj suoi sulla verità, pei quali di rimpatto trovavasi cittadino tra gli stranieri; ivi esposto alla vorace gola del lupo romano, qua libero; ivi morto dalla violenza de' tiranni, qua vivo per la giustizia e cortesia d'ottimi principi. E spesso si lagna, come han dovuto far tutti gli Italiani, di persecuzioni e invidie patrie. «Bisognava che fosse un animo veramente eroico per non dimettere le braccia, disperarsi e darsi vinto a sì rapido torrente di criminali imposture, con quali a tutta possa m'ha fatto impeto l'invidia d'ignoranti, la persecuzione di sofisti, la detrazione di malevoli, la mormorazione di servitori, li sussurri di mercenarj, le contraddizioni di domestici, le suspizioni di stupidi, gli scrupoli di riportatori, gli zeli d'ipocriti, gli odj di barbari, le furie di plebei, furori di popolari, lamenti di ripercossi, e voci di castigati».
In fondo di quella dottrina, rispondente all'indole ontologica del pensiero italiano, egli era assolutamente panteista, facendo il mondo animato da un'intelligenza onnipotente, causa prima non già della materia, ma delle forme tutte che la materia può assumere, e che vivono in tutte le cose, anche quando non sembrino vivere.
La sua dottrina appare specialmente dalla Cena delle Ceneri, e nei libri della Causa, principio ed uno, dell'Infinito, universo e mondi. Il suo primo reale è un'unità infinita eterna, sottoposta al multuplo e al visibile, identità degli opposti come coincidenza del tutto, e fuor della quale non può darsi nulla. Nell'uno van confusi finito e infinito, spirito e materia: l'unità è Dio, essenza di tutte le cose: tra l'uno minimo e il massimo è tutto indifferentemente: Dio si fa tutto; è tutto quello che può essere, universo, mondi, monade, numero, figura[72]; è potenza di tutte le potenze, atto di tutti gli atti, vita di tutte le vite, anima di tutte le anime, essere di tutto l'essere. S'egli manifestasi nella pluralità è il mondo, sicchè il mondo è Dio, animale santo, sacro, venerabile[73]. La natura è Dio che si estrinseca, ed eternamente ritorna in sè; talchè natura naturata e natura naturante son tutt'uno, e ogni cosa ha in sè latente la divinità, la quale può in una sfera infinita amplificarsi. Nell'essere non manca mai nulla: tutto è buono in sè: la morte è tramutazione: il male è apparenza soltanto.
Come si concilii il finito coll'infinito, l'ideale col reale, la libertà colla necessità, è l'indagine sua, e proponeasi quello cui non riuscì, cioè di non volatilizzar la materia ed intirizzire lo spirito, ma verificar la natura, e non dividere colla ragione ciò ch'è indiviso secondo natura e verità. L'atto assolutissimo e l'assolutissima potenza non possono intendersi se non per modo di negazione; e a conoscer i misteri della natura occorre indagare il massimo e il minimo, le opposizioni e le repugnanze, attesochè la differenza nasce dall'unità e a quella ritorna. Per mantener dunque quest'intima unità della natura e della mente, eliminò quanto vi era di finito nel concetto dell'infinito; quello a cui non s'attaglino nè tempo, nè spazio, nè moto, nè quiete, se non in quanto tali categorie s'identifichino nell'universo ed uno. E l'universo è uno, infinito, immobile, essendovi una sola potenza assoluta, un solo atto assoluto, una sola anima del mondo, una materia sola, una sola sostanza; che è l'altissimo ed ottimo, incomprensibile, indeterminabile, senza limiti nè fine, non generabile, non distruttibile. Esso non è materia, perchè non ha forma determinata; non è forma, perchè non costituisce una sostanza particolare; non è composto di parti, perchè è il tutto e l'uno. Nell'universo, tutto è centro, e il centro è dapertutto, e in niun luogo la circonferenza, e così viceversa.
La sostanza prima e suprema non è cognoscibile, bensì l'anima del mondo, che il Bruno chiama artefice interno, ed è il formale costitutivo dell'universo e di quanto vi si contiene. Sua prima e reale facoltà è l'intelletto universale.
Tre sorta d'intelletto si danno; il divino che è tutto; il mondano che è fatto; i particolari che si fanno tutto, e questa è la vera causa efficiente, non solo estrinseca ma anche intrinseca.
Nella natura vi ha due generi di sostanza: una ch'è forma, l'altra ch'è materia, potenza e soggetto: nell'una è la facoltà del fare, nell'altra la facoltà d'esser fatto. Nella natura, per quanto si varii in infinito, la forma è una materia medesima; come si succedono seme, erba, spica, pane, chilo, sangue, seme, terra, pietra ecc. Sole le forme esteriori si cambiano ed anche s'annullano, perchè non sono sostanze, ma accidenti di queste. Ogni cosa è in ogni cosa, poichè in tutte essendo l'anima o la forma universale, da tutto si può produr tutto. Secondo la sostanza, il tutto è uno. Nessuna cosa è costante, eterna, eccetto la materia, unico principio sostanziale, che sempre rimane.
Questo principio, detto materia, può esser considerato come potenza e come soggetto. In quanto potenza, non v'è cosa in cui non possa trovarsi, come attiva o come passiva. La passiva può considerarsi o assolutamente, cioè quel che è, può essere; e allora risponde alla potenza attiva in modo che l'una non è senza l'altra. Ognuno la attribuisce al primo principio naturale, che è tutto ciò che può essere; e che non sarebbe tutto se non potesse esser tutto; onde in lui la potenza e l'atto son tutt'uno. L'universo è tutto quel che può essere per le specie medesime, e contiene tutta la materia; ma non è tutto quel che può essere per le differenze, i modi e le proprietà individuali. Non è dunque che un'ombra del primo atto e della prima potenza, e in lui l'atto e la potenza non sono la cosa stessa. Nell'anima del mondo, che è forza e potenza del tutto, le cose son tutt'uno; e scopo d'ogni filosofia è appunto il conoscer l'uno nel tutto, il tutto nell'uno.
Il senso non cape l'infinito. La verità trovasi nell'oggetto sensibile come in uno specchio; nella ragione a modo di argomentazione; nell'intelletto a modo di principio e di conclusione; nella mente colla propria forma.
Ma se il mondo fosse finito, e fuor del mondo non v'è nulla, esso saria qualche cosa di irreperibile. Se fuor della superficie non v'è nulla, questo nulla è un vuoto, più difficile a immaginare che non l'universo infinito. Se è bene che il mondo esista, è bene che quel vuoto sia riempiuto, e perciò i mondi saranno innumerevoli, innumerevoli questi individui, grandi animali, di cui uno è la nostra terra. La divina potenza non può rimanere oziosa.
Mentre ciascuno dei mondi infiniti è finito, perchè ciascuna sua parte è finita, Dio è tutto infinito perchè esclude ogni termine, ed è anche totalmente infinito perchè è tutto in tutto il mondo e in ciascuna parte. Chi nega l'effetto infinito nega l'infinita potenza. Essendo l'universo infinito e immobile, non bisogna cercare estrinseco il motore di esso: perocchè gl'infiniti mondi contenuti in quello si muovono per principio interno, per anima propria.
I principj attivi di moto sono due: l'uno finito, com'è finito il soggetto; l'altro infinito come l'anima del mondo. L'infinito è immobile; onde l'infinito moto e l'infinita quiete equivalgono. Corpi determinati han determinato moto. Uno è il cielo, continente universale, in cui tutto si muove e scorre; gl'infiniti astri non vi sono affissi, ma si muovono e si reggono; e per esempio la nostra terra ha quattro moti; l'animale del centro, il diurno, l'emisferico, il polare.
Così cercando le relazioni tra il finito e l'infinito, e come riducansi all'unità, anzichè riconoscer una causa creatrice il Bruno vuol mostrare che nell'infinito le contraddizioni cessano, i contradditorj s'identificano. Come tutti gli altri panteisti, pretende combatter il panteismo, e il suo sistema esser l'unico mezzo di evitarlo, perchè «conforme alla vera teologia»[74]. E soggiunge: «Così siam promossi a scoprire l'infinito effetto dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio dell'infinito vigore, ed abbiamo dottrina di non cercare la divinità rimota da noi, se l'abbiam a presso, anzi dentro, più che noi medesimi non siam dentro a noi».
Il suo «Spaccio della bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato dal consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato da Nolano» (Parigi 1594) vien creduto da taluni un'opera spaventevole contro Roma, mentre è solo una stravagante allegoria per introduzione alla morale. Nel Candelajo porgesi grossolanamente osceno. Nella Cena delle Ceneri accenna a due altre opere sue, l'Arca di Noè, dedicata a Pio V, e il Purgatorio dell'Inferno.
Intollerante, sarcastico, esalta se stesso quanto dispregia gli altri; espone dogmaticamente ciò ch'è più che contestato; manca di gravità ne' problemi più serj, ripetendo le celie che correano sulle cose sacre, e nominando il Dio degli Ebrei e i Galilei: attacca l'immacolata concezione e la transustanziazione, la quale riusciva logicamente incompatibile colla sua idea della sostanza una: ogni volta che trova contrasto fra la religione e la ragione, s'appiglia a questa: molte volte le più strane opinioni mette in bocca d'interlocutori, poi si dimentica di confutarle; e si propone di «spegner il terror vano e puerile della morte»; atteso che «la nostra filosofia toglie il fosco velo del pazzo sentimento circa l'Orco e l'avaro Caronte, onde il più dolce della nostra vita ne si rape ed avelena»[75].
Fra le stravaganze ha veri meriti filosofici, che lo fecero paragonare allo Schelling nel padroneggiare coll'astrazione le meraviglie visibili e invisibili nel punto ove si confondono il creato e l'increato. Realmente fu razionalista due secoli prima di Hegel, al quale diede la formola, cioè la concordia dei contraddicentisi[76]; e lo lodano d'aver voluto rivendicare i diritti della ragione, smaniosa di emanciparsi. Ma quelli non erano tempi ove si sapesse distinguere il fallo morale dal civile. Chi conosce il cuor umano e la storia non prenderà meraviglia che il Bruno, dopo sì patente apostasia, osasse ritornar in Italia. Stette tranquillo due anni a Padova in mezzo ad illustri aristotelici, egli loro avversario; ito poi a Venezia, vi si tenne ignoto, finchè un suo confidente lo palesò a quel Governo, che lo colse il 23 maggio 1592, e pose nelle carceri. A nome del cardinale di Santa Severina, l'inquisitore venne a domandarlo «perchè imputato non solo di eretico, ma anco di eresiarca: compose varj libri dove loda la regina d'Inghilterra e altri principi eretici: scrisse varie cose concernenti la religione che non convenivano, benchè parlasse filosoficamente; è apostato, essendo uscito dai Domenicani; visse a lungo a Ginevra, e in Inghilterra; fu per la stessa imputazione inquisito a Napoli e altrove»[77]. Non si volle consegnarglielo, e fu tenuto in carcere sei anni, durante i quali non possiamo che immaginare quanto soffrisse. Due sono i processi ivi fattigli, e sebbene possa attribuirsi importanza colà dov'egli spiega le sue idee, troppo ci è noto come, in tali frangenti, uno le modifichi e temperi per difesa; nè gl'inquisitori veneti poteano esser arguti accademici, da seguire il filo dei suoi ragionamenti. Basti dunque soggiungere che il senato non potè, secondo il diritto internazionale d'allora, negarlo a nuove richieste, e lo consegnò all'Inquisizione romana.
Viveva allora a Roma Gaspare Scioppio, famoso erudito tedesco, nato il 1576 a Neumark nel Palatinato; da Clemente VIII tratto a Roma, e attaccato al cardinal Madruzzi, dove abjurò il protestantismo, dicendosi convinto dalla lettura degli Annali del Baronio. Scrisse opuscoli sulle indulgenze, sul giubileo, sulla supremazia papale ecc., e controversie cogli abbandonati suoi correligionarj, sempre litigioso, talvolta paradossale; difese il Machiavello: accusò Leone Alazio di aver distratto i migliori libri della biblioteca di Heidelberg, acquistata dal papa: e fu creduto autore dei Monita secreta Jesuitarum.
Era egli sui ventiquattr'anni quando il Bruno fu condannato, e raccontandolo a Corrado Rittershausen rettore dell'Università di Altorf, gli dà la sua parola d'onore che nella gran città nessun luterano o calvinista è punito di morte, nè tampoco corre pericolo, purchè non sia recidivo o scandaloso: essendo proposito di sua santità che ognuno viaggi liberamente, e ottenga benevolenza e cortesia. Aggiunge d'un Sassone, che un anno era vissuto familiarmente col Beza, eppure fu umanissimamente accolto dal cardinal Baronio, confessore del papa, e affidato, purchè non desse scandalo. Qui prosegue a narrare come il Bruno venisse sottoposto a processo. Molti teologi recaronsi per convincerlo, e il Bellarmino, il cardinale inquisitore, forse il papa stesso: egli or nicchiava, or asseriva, cercava tirar in lungo, sperando negli eventi. Finalmente il 9 febbrajo 1600 condotto avanti al palazzo dell'Inquisizione, in presenza di teologi, consultori, persone onorevoli per senno, età e cognizioni di diritto e teologia, e del magistrato pubblico, a ginocchio udì la propria sentenza, motivata specificatamente sulle azioni di tutta la sua vita: e non volendo ritrattarsi, ebbe condanna, meritata a parer dello Scioppio, perchè ateo e apostolo di dottrine assurde (nugae).
«Se voi cristiani foste in Italia (dice lo Scioppio) udreste generalmente che fu bruciato un Luterano. Ma sappiate che gl'Italiani non vanno molto per la sottile nel discernere gli eretici, e chiaman tutti luterani. Del resto Lutero, questo quinto evangelista, questo terzo Elia, sarebbe stato trattato dai Romani come adesso il Bruno. Questi due mostri non insegnarono lo stesso genere di errori o d'orrori, ma ciò che insegnarono è del pari falso e abominevole. Lutero sarebbe stato arso pei pretesi dogmi e oracoli suoi: Bruno il fu per aver sostenuto tutte le abominazioni che mai ponessero innanzi i falsi pagani, e gli eretici antichi o moderni. L'uno il fu, l'altro il sarebbe stato, perchè non è permesso a ciascuno di credere e professare ciò che vuole.
«L'Inquisizione non gli imputa le credenze luterane; ma d'aver assomigliato lo Spirito Santo all'anima del mondo; l'ispirazione sacra alla vita dell'universo: paragonati Mosè, i profeti, gli apostoli, Cristo ai magi, agli jerofanti, ai legislatori politeisti, levando ogni barriera fra il popolo santo e gli etnici; ammetteva molti Adami come molti Ercoli; credeva, o almeno (poichè amator del paradosso) sosteneva la magia, e per mezzo di essa aver operato Mosè e Cristo. Che se egli per magia intendea forse la cognizione delle leggi naturali, l'Inquisizione non avea torto di dire che, elevandola così, turbavasi l'intera società, riconosceasi a Belial il potere di sovvertir tutta la Chiesa, attaccavasi la religione nelle coscienze».
Molte asserzioni fisiche del Bruno parvero tanto assurde, che l'Inquisizione neppur si badò di confutarle: come quelle sugli atomi, sulle monadi, sulle macchie del sole; la pluralità dei mondi infiniti parve bestemmia, e l'udirgli parlare di «miriadi di mondi, un concilio di astri, un concistoro di stelle, un conclave di Soli, un tempio dell'universo, un libro aperto dall'oriente all'occidente, e in tutte le lingue del creato». Udendo che la terra non dipende dalla Provvidenza, ma da leggi impreteribili; che la nostra specie, redenta da Cristo, non è lo scopo della creazione, ma abita un de' mille pianeti, il quale non è centro del sistema, ma lanciato nello spazio come gli altri, sgomentavasi l'angusta religione; scandolezzavasi quando il Bruno sosteneva che il sistema di Tolomeo, «piccolo come il cervello d'un peripatetico», restringe l'immensità di Dio, pel quale vuolsi un universo «senza margine»; il cielo non esser diverso dalla terra; noi abitanti, d'un pianeta, siam nel cielo.
Ciò significava che la Chiesa non era più unica interprete della natura, e che le leggi di questa son impreteribili più de' suoi pensamenti; e poichè la ragione ha la potenza e il diritto d'interpretar i fenomeni della natura, potrà criticar pure le opinioni che la Chiesa se ne formò, e che trae dalla sacra scrittura. Questa è un codice di leggi morali e religiose, non un'esposizione di filosofia naturale; parlando a uomini semplici, essa adoprò il linguaggio vulgare, e parlò delle apparenze, non della realtà. E qui ad Aristotele e a Tolomeo, ai dettati della Scuola e all'illusioni degli occhi opponeva Pitagora, Platone, il cardinale Cusa che annunziò il moto della terra; Paolo III che accettò la dedica di Copernico; e più di tutti l'intelletto, dal quale soltanto, e non dai sensi, può esser afferrato l'infinito.
Quanto la cosmologia, altrettanto restava ampliata l'azione di Dio, non più ristretto nella «tragedia cabalistica» ch'è la teologia del medioevo, ma con azione viva e libera, prodotta dallo studio vero della creazione. Eppure per tale asserzione unica il Bruno veniva dichiarato ateo, quasi, facendo governar il mondo da leggi stabili, escludesse il bisogno di Dio. Del che l'Inquisizione non verrà troppo incolpata da chi veda, nel secolo successivo, fuor delle passioni del momento e fin delle convinzioni religiose, l'erudito più spregiudicato, il filosofo più scettico, sentenziare che «l'ipotesi di Bruno è nel fondo quella di Spinosa: entrambi unitarj esagerati: fra questi due atei la sola differenza consiste nel metodo: Bruno adoprando quel de' retori, Spinosa quel de' geometri. Bruno non ridusse l'ateismo in sistema, non ne fece un corpo di dottrina legato e intessuto al modo de' geometri: non si brigò della precisione; si servì d'un linguaggio figurato che sottrae spesso le idee giuste. L'ipotesi d'entrambi sorpassa il cumulo di tutte le stravaganze possibili a dirsi; è la più mostruosa ipotesi che uom possa immaginare; la più assurda, la più diametralmente opposta alle nozioni più evidenti del nostro spirito»[78].
Dall'Inquisizione dato al braccio secolare ut quam clementissime et citra sanguinis effusionem puniretur, fu condannato ad esser arso in Campo di Fiore. Udendo la sentenza esclamò: «Avete più paura voi nel proferirla che io nel riceverla». Narrano che, offertogli il Crocifisso, ricusasse baciarlo: che ripetesse le parole di Plotino: «Fo un estremo sforzo per ricondurre ciò che v'ha in me di divino a ciò che v'ha di divino nell'universo»[79]. Forse sosteneva la sua costanza il pensare quel che altrove scrisse, «Il morir in un secolo fa vivo in tutti gli altri». E bruciò il 17 febbrajo; le ceneri ne furono disperse al vento.
Dopo così circostanziato racconto parrà strano che v'abbia chi asserisce che sol la sua immagine fosse bruciata[80]; esser finzione la lettera dello Scioppio, arguto grammatico ma furioso intollerante. Noi lo brameremmo, e buon argomento ce ne darebbe il non trovare il suo supplizio mentovato da altri. Vedemmo e vedremo come i residenti in Roma riferissero alle loro Corti gli accidenti della gran città, nè mai tacevano queste esecuzioni d'eretici. Ebbene, noi, per cercare, non udimmo accennarsi del supplizio del Bruno, neppure dal ministro veneto, che pur v'avea maggior interesse. Ma come è stranissimo che si dubitasse del supplizio inflitto a un tal uomo, in mezzo a Roma, con formale e lungo processo, così ci parve un fatto notevole che lo Scioppio, virulento difensore di Roma, credesse onorarla col narrare quel supplizio, e insultare coi sarcasmi alla vittima.
Tre anni dopo, le sue opere tutte furono poste all'Indice. Nessuno al suo tempo vi pose attenzione, ma ai dì nostri parvero precorritrici degli ardimenti della scuola tedesca, come ad esso aveano precorso Parmenide e Anassagora. E per verità carattere del Bruno è l'esame individuale, che per unico criterio accetta l'evidenza: fu il primo che contemplasse il mondo da puro metafisico, ricercando, come oggi dicesi, l'assoluto; senza curarsi dell'esperienza, indagò le cause de' fenomeni non nella materia stessa, bensì nel lume interno, nella ragion naturale, nell'altezza dell'intelletto, avventurandosi a divinazioni talora anche fortunate sopra i moti delle stelle fisse, la natura planetaria delle comete, l'imperfetta sfericità della terra, mentre altrove divaga negli spazj infiniti, pieni di mondi splendenti di luce propria, sognando anime del mondo, e relazioni dell'intelligenze superne coll'universo, per istabilire l'armonia di tutte le cose fra loro. Come Schelling coll'astrazione padroneggia le meraviglie visibili e invisibili, dove si confondono il creato e l'increato: ma negando però l'intuizione dell'assoluto, differisce da Schelling, il quale afferma che l'assoluto viene nel nostro intelletto alla coscienza di sè: laonde vuol trovare la certezza nell'unità dell'essere colla scienza, cioè nell'identità di tutte le cose e di tutte le idee in sè e fra loro. Mentre il Bruno non volle far che un sistema ontologico, Schelling lo accetta, ma pretende identificarlo col pensiero, in modo che la coscienza attesti l'identità di tutti i contrarj nell'assoluto.
Mente solitaria e passionata, il Bruno ha pensieri suoi come suo stile, mescolato di sublime e triviale, d'inni e d'improperj. Ingegno vago, paradossale, grande e strano, coltivando la filosofia come una religione, combattendo la Scuola che confondea colla Chiesa, bello, melanconico, bollente come il patrio Vesuvio, non sapea bene quel che volesse, mancava del sentimento della realità, che fa sagrificar le forme al fondo e non volea nascondere o temperar la propria opinione, comunque repugnante dalla universale. Ma quando il vediamo voler fondare una filosofia nolana, e prometter di svolgere tutto purchè ci abbia tempo, siamo condotti a relegarlo fra coloro che abbandonano le leggi universali del pensiero e le armonie di esso colla realità, per gittarsi a quelle del senso e dell'amor proprio.
Va unito al Bruno Elia Astorini di Cosenza carmelitano, il quale dagli aristotelici passò ai filosofi nuovi, fu inquisito come eretico e mago, onde fuggì a Zurigo, poi a Basilea e in varj paesi di Germania, cercato a maestro e riverito. Aderì alla protesta, ma come vide que' gran maestri di teologia osteggiarsi e scomunicarsi fra loro, si persuase non poter trovare riposo che nell'unità cattolica. Pertanto si diede a combatter Luterani e Calvinisti con erudizione e solidi ragionamenti; e assolto, fu mandato predicar a Firenze e a Pisa, poi a Roma; infine stanco delle contraddizioni, si raccolse tutto a vita studiosa.
Tommaso Campanella, nato a Stilo nell'estrema Calabria il 1568, e vestitosi domenicano, udendo una disputa in Santa Maria la Nuova a Napoli, vi piglia parte, e vince tutti: donde cominciarono le malevolenze, cresciute allorchè comparve poeta, mago, astrologo. Perseguitato nel regno perchè difende Telesio, va a Padova dove ottien poca fortuna; e avendovi sostenuto disputa con un ebraizzante, a Roma è inquisito per non averlo denunziato.
Arditissimo pensatore ma disordinato, mal distingue le proprie illusioni dalle intuizioni, e cambia facilmente secondo la passione[81]. Fissosi a sottrarsi alle possibilità di Lullo e alle formole della scolastica, divaga nella speculazione di principj supremi organici per riordinare tutto il sapere e l'operare umano, e stabilir sopra l'esperienza una filosofia nuova della natura. Volendo però combinarla colla rivelazione, non potendo esser vero in filosofia ciò che sia falso in teologia, evita d'affrontare con indipendenza il problema fondamentale della metafisica, e intanto trascende i limiti teologici, per raffigurar la rinnovazione dell'uomo mediante la scienza.
Agli scettici vorrebbe opporre un dogmatismo filosofico, atteso che la ragione sente necessità di raggiungere il vero, a segno, che, per impugnarlo, anche lo scettico ha mestieri di certi postulati. Al qual vero egli suppone che l'umanità arrivi per una scala, la quale ricorda l'educazione progressiva del Lessing. Perocchè mette che Iddio, dalla prima antichità, parlò agli uomini mediante le varie religioni, rivelandosi agli Assiri cogli astri, ai Greci cogli oracoli, ai Romani cogli auspicj, agli Ebrei co' profeti, ai Cristiani coi Concilj, ai Cattolici coi papi, dilatando la cerchia delle sue rivelazioni man mano che lo scetticismo e l'incredulità corrompevano i popoli. Le scoperte moderne sono l'ultimo termine di questa tradizione divina, che sempre superiore alle operazioni deplorabili e alla gretta politica degli uomini, finirà col congiungere tutti in una sola credenza, in quell'unità del genere umano che Augusto intravide, e che la ragione esige affinchè cessino i flagelli naturali, e le regioni più diverse ricambiino fra sè tutti i beni.
Non vi pare questa una pagina de' Sansimoniani?
I suoi concetti filosofici e politici atteggiò nella Città del Sole, specie di utopia, dove il frate non sa dimenticar la gerarchia e le regole claustrali, ma che previene di due secoli i falansteri e le fraternite de' nostri contemporanei. Vinta l'imprevidenza dell'uomo, l'antagonismo degli Stati, sin la fatalità della natura, si formerà una società felice, dove (tacendo il resto) un nuovo culto senza misteri raccoglierà nel tempio medesimo le immagini di Pitagora, di Cristo, di Zamolxi, dei dodici apostoli.
Eppure il Campanella era un intollerante. Coi novatori non vuole si stia a disputar su minutezze di parole sacre; ma si domandi, «Chi v'ha mandato a predicare? Dio o il demonio?» Se Dio, lo mostrino coi miracoli: se no, bruciali se puoi, o gl'infama. In nessun modo si facciano discussioni di grammatica o di logica umana, ma sol di divina, e non moltiplicare parole o allungar il diverbio, lo che è una specie di trionfo a chi sostiene il torto. Bisogna dannarli al fuoco secondo le leggi imperiali, perchè tolgono fama e roba a persone autorizzate da Dio con lunga successione, quali sono il papa e i religiosi. Il primo errore che s'è commesso fu il lasciar vivo Lutero nelle diete di Worms e d'Augusta; e se Carlo V il fece (come dicono) per tener il papa in apprensione, e così obbligarlo a soccorrere esso Carlo di danari e indulgenze nelle aspirazioni verso la monarchia universale, operò contro ogni ragion di Stato, perchè snervando il papa s'indebolisce tutto il cristianesimo, e i popoli si ribellano col pretesto della libertà di coscienza[82]. Sulla Spagna riconosceva il marchio della predilezione divina perchè cattolica, e destinata ad abbattere l'islam e l'eresia, e assicurare il trionfo della Chiesa vera, quando, restaurata l'unità del mondo, rifabbricherà il tempio di Gerusalemme. Consiglia a quel re di remunerare i più dotti teologi; «ne' consigli supremi aver sempre due o tre religiosi, Gesuiti, Domenicani, Francescani, per cattivarsi gli ecclesiastici e fare che i suoi ufficiali sieno più accorti in non errare e più autorevoli nelle loro determinazioni: e in tutte le guerre ogni capitano deve avere un consigliere religioso, perchè i soldati riveriranno più i precetti loro, e non si tratterà cosa senza saputa loro, e massime le paghe che si danno a' poveri soldati debbano per mano di religiosi passare»[83].
«Quella medesima costellazione che trasse fetidi effluvj dalle cadaveriche menti degli eretici, valse a produrre balsamiche esalazioni dalle rette intelligenze di quelli che fondarono le religioni de' Gesuiti, de' Minimi, de' Cappuccini»[84].
I dominj (a dir suo) sono costituiti da Dio, dalla prudenza, dall'occasione. La parte che vi ha Dio, mantiene il sacerdozio: i sacerdoti riconoscono le cose che si devono fare; i governanti le comandano; soldati e artefici le eseguiscono. «Il sacerdozio non devesi far vulgare, perchè perde dignità e credenza; ed è ignoranza dei Calvinisti il creder che tutti siano sacerdoti»[85].
Altrove attacca quel «tedesco luterano, che nega l'opre ed afferma la fede»[86]: e ripetutamente combatte Lutero e Calvino, insegnatori di dottrine avverse alla politica naturale. «La setta luterana e calviniana che nega la libertà dell'arbitrio e di far bene o male, non si deve mantener in repubblica, perchè i popoli ponno rispondere al predicante della legge che essi peccano per fato, e possono osservare che non sono liberi in questo. Oggi gli oltremontani, negata l'autorità del papa, negarono l'opera della fede che se gli predicò; poi negarono la libertà di far bene e male; poi negarono i santi e il peccato, e si fecero libertini, poi negarono la providenza, poi l'immortalità, come in Transilvania. Molti finalmente negarono Iddio e fecero un libro abbominevole de tribus impostoribus»[87]. E nelle Lettere professando esatta ortodossia, dice che il dogma della predestinazione «fa li principi cattivi, li popoli sediziosi, e li teologi traditori».
S'inganna chiunque dice che il papa non ha se non il gladio spirituale e non il temporale, perchè la monarchia sua sarebbe diminuita mancando di questo; e Cristo Dio legislatore sarebbe diminuito; cosa imprudente ed eretica ad affermarsi. La religione, nella quale il sommo sacerdote non regna con le armi, non può capire più principati, se non saranno sêtte di eresie; e però i Persiani, i Turchi, i Tartari e quelli di Fez, mori sotto il sacerdozio di Macone disarmato, vivono ognuno con l'eresia propria senza da un capo pendere; imperò ivi fa eresia. Ma sotto il papato, sacerdozio cristiano armato, vi è il re Gallo, lo Spagnuolo, il Germano, il Veneziano, potentissimi signori sotto la medesima religione senza far eresie. La maggioranza del papa giova ai principi cristiani temperati di signoria, perchè agguaglia le loro differenze; è arbitro della pace e guerra giusta, e inclina colle arme alla parte che ha ragione, ed astringe a cedere chi ha il torto, o li unisce contro li nemici del cristianesimo, o li disunisce dai nimici; e contro ai buoni o tristi regnatori accomoda le cose loro e del cristianesimo.... Nè può sfrenar le sue voglie un principe che vive sotto una religione, la quale ha il sommo sacerdote armato che tenga maggioranza sopra lui.... Dunque la monarchia cristiana va declinando sempre, finchè arriva in man del papa.»
Per mantenere la monarchia in questa religione, altri si sono dichiarati del tutto ministri del papa e liberatori, come Carlo Magno e Costantino; «ma i figli inimicandosi col papa mancaro. Altri vollero fare il papa senz'armi temporali, e fecero rovina più che acquisto, e nacquero Ghibellini e Guelfi, Papali e Imperiali; altri fecero eresia di Ario e di Lutero, come Arrigo VIII, ma tutti rovinaro come Jeroboamo e Acab. Giuliano tornò alla gentile e rovinò col vecchiume»[88].
Le stesse idee ribadisce nei Discorsi politici ai principi d'Italia: «Aggrandire ed esaltare il papato è il vero rimedio di rassicurarci di non esser preda del re di Spagna e di sostenere insieme la gloria d'Italia e del cristianesimo.... Talchè, per assicurarsi dal re di Spagna, devono gl'Italiani solo attendere ad autorizzare il papato con fatti e scritti e parole, perchè in questo sta la sicurtà loro... Per la sicurezza dei Stati e contra interni principi, è necessario il papato ricco e potente. Dippiù il papato non è principato peculiare d'alcuno, ma di tutto il cristianesimo; e quanto possiede la Chiesa è a tutti comune, e quel che donano i principi e le persone pie ai religiosi non è dare, poichè essi e i figli loro ponno diventar padroni di quel dato; ma è un mettere in comune e far tesoro per il bene pubblico. Il papato dunque è il tesoro del cristianesimo; talchè gl'Italiani devono sempre fomentar le ricchezze dei religiosi, perchè quelle sono del comune, e fanno mancar la forza agli emuli loro.....
Ma questo principato è più proprio d'Italiani, perchè li papi e cardinali sono per lo più italiani, e fomentano sempre la sicurtà. Pertanto io dico che i principi italiani, non aspirando a monarchia, tutti devono far la Chiesa romana erede de' Stati loro quando mancasse la linea legittima di loro progenie, e con questa maniera, con successo di tempo s'anderia acquistando la monarchia italiana e la gloria ancora, e le repubbliche devrieno far una legge che, venendo esse in mano di tiranno, s'intenda la signoria loro esser devoluta alla Chiesa romana; e certo se amano il ben d'Italia questo devono fare... Intanto dovrebbe farsi a Roma un senato cristiano, dove tutti i principi avesser voce per mezzo di loro agenti: il papa vi presedesse per mezzo d'un collaterale: vi si risolvesse a pluralità di voti sulla guerra agl'infedeli ed eretici, sulle differenze tra principi, obbligando colla guerra qual vi si rifiutasse».
Esorta l'Italia a tenersi stretta agli Spagnuoli perchè cattolici, mentre gli altri forestieri, essendo eretici «le torrebbero l'unica gloria rimastale, il papato». E gran rispetto si deve al papa che «solo con la venerazione difende più gli Stati suoi, che gli altri principi coll'armi: e quando è travagliato, li principi tutti si muovono ad ajutarlo, altri per religione, altri per ragioni di Stato[89].»
Oh come un tal uomo vuol citarsi tuttodì come una vittima della intolleranza cattolica e un martire della Inquisizione romana? Niente a meravigliarsene quando si sappia che gli storici sempre scrivono a passione, e la più parte ripetono il detto, senza vagliarlo. Il Campanella, studiando i filosofi a paragone del senno eterno, cioè della natura, trovò che la legge di Cristo, a fronte di tutte le altre e delle filosofie, è identica a quella della natura, ma avvalorata dalla Grazia e dai sacramenti. Ben nella Chiesa cristiana trovava mal osservati i precetti divini: Lutero e Calvino però erangli l'anticristo, Aristotele la causa del disordine scientifico, Machiavello del morale e politico[90]. Pertanto mirava a una riforma, a un rinnovamento del secolo, intorno al quale disponeasi a dissertare nell'anno del giubileo: la conversione delle nazioni, profetata da santa Brigida, da Dionisio Cartusiano, dall'abate Gioachino, da san Vincenzo Ferreri, da don Serafino da Fermo, da santa Caterina, la quale predisse che i fratelli di san Domenico porteranno l'ulivo della pace ai Turchi[91].
Con tali idee tornato nella Calabria il 1598, vi trovava soffogate ma non estinte le idee dei Valdesi; bollenti le contese di giurisdizione ecclesiastica cogli Spagnuoli, e il vescovo Montario n'era fuggito, lanciando l'interdetto sulla città di Nicastro. «Tutte le città principali (scrive egli stesso) oltre le discordie tra gli ecclesiastici e i regj, erano divise in fazioni; e tutti i conventi erano pieni di banditi, e il vescovo li dava da mangiare per zelo della giurisdizione, mentre erano assediati dagli sbirri in sostegno delle attribuzioni regie». Il Campanella s'intromise di pace fra il vescovo e la città; ascoltato, dice il Naudè, come un oracolo; ma con ciò spiacque a coloro cui le risse giovavano e la scomunica non facea paura; e viepiù quando sostenne le pretensioni ecclesiastiche contro il Governo. Straordinarie inondazioni, tremuoti, eruzioni di vulcani lo persuasero che il rinnovamento fosse vicino: e doverne essere stromento lui, che sentivasi capace «d'insegnar in un solo anno la filosofia naturale, la morale, la politica, la medicina, la retorica, la poesia, l'astrologia, la cosmografia e ogni altra scienza», e di render abile ogni «mediocre ingegno a convincere in una sola disputa tutti gli eretici»: e che cantava:
Io nacqui a debellar tre mali estremi,
Tirannide, sofisma, ipocrisia:
Stavano tutti al bujo, io accesi il lume[92].
La fede può tutto: nulla è impossibile al credente, pensava egli: e più l'animavano i delirj astrologici, perocchè dic'egli stesso; «degli astrologi un tempo fui nimicissimo, e in gioventù scrissi contro di loro, ma dalle mie sventure imparai che molte verità scoprono essi»[93]. Computando sulle nuove scoperte celesti, avea veduto come certe grandi innovazioni succedono nel mondo ogni ottocento anni. Una fu al tempo di Cristo; e ora stavano per compiersi la seconda volta gli ottocent'anni[94], sicchè si attuerebbe una civiltà religiosa, che fosse il regno della ragione eterna nella vita dell'umanità.
Con tali persuasioni è facil credere che tentasse qualche novità: più facile che ne venisse sospettato; novità diretta a sovvertire la dominazione spagnuola in Calabria, benchè dappoi fosse lodatore esagerato degli Spagnuoli: e traendo divinazioni dagli astri, dall'Apocalissi, da varj santi, insinuava che nel 1600 accadrebbero grandi rivolture nel regno di Napoli. Fosse egli motore o stromento, si formò infatti una cospirazione di trecento frati e quattro vescovi. Faceano la propaganda delle sue speranze frà Giambattista di Pizzoli, frà Pietro di Stilo, frà Domenico Petroli di Strignano e altri venticinque Domenicani del convento di Pizzoli, fra cui principalmente frà Dionigi Ponzio, che smaniava di levar tumulto per ammazzare certi frati che aveano fatto ammazzar suo zio: e che valeasi delle parole del Campanella; poi preso, riuscì a fuggire, e si fe turco.
Costoro trovarono ascolto ne' casali e tra le famiglie di Catanzaro, di Squillace, di Nicastro, di Cerifalco, di Taverna, di Tropea, di Reggio, di Cassano, di Castrovillaro, di Sant'Agata, di Cosenza, di Terranova, di Satriano, insomma in quasi tutta Calabria. Già milleottocento banditi eransi raccolti, e ogni giorno se ne ragomitolavano di nuovi; tenevansi intelligenze colla flottiglia turca del bascià Cicala. Trucidati i Gesuiti e i frati che non aderissero, liberate le monache, bruciati i libri, fatto statuti nuovi, doveano fondar una repubblica, cui centro sarebbe Stilo, patria del Campanella; appoggiati, come sempre i sommovitori dell'Italia, dai Francesi.
Il Governo n'ebbe notizia, e li fece arrestare, impiccare, affogare, squartare dalle galee. Il Campanella, ch'erasi ascoso in un pagliajo, fu denunziato, e consegnato al nobile Carlo Spinelli, eletto commissario speciale. I frati reclamarono il privilegio del fòro, onde salvi dalla forca, vennero dati al Sant'Uffizio. A questo spettava pure processare il Campanella, ma si volle far prevalere il delitto di Stato, e il fiscale Sanchez personalmente recossi a Roma onde ottenere che potesse venir tormentato per quarantott'ore con funicelli sino alle ossa, stirato sulla corda colle braccia arrovesciate, e spenzolando sopra un legno acuto, e tagliatagli carne, del che stette poi lunghissimo tempo malato. «Come s'arresterebbe il libero procedere dell'uman genere (esclama il Campanella) quando quarantott'ore di tortura non poterono piegare la volontà d'un povero filosofo, e strappargli neppur una parola che non volesse?».
Tale è la leggenda. Persone, che consideravano come delitto l'apostasia e la cospirazione, cercarono scusare il Campanella[95]: altri che giudicavale eroismo, sostenne l'opposto[96]. Il servile Parrino, e dietro a lui il Giannone, poi il Botta copiandoli, il fan reo di aver cospirato contro la monarchia spagnuola con frati e vescovi. Fatto è che si è tuttora incertissimi sul costui processo, e tre differenti ne esistono; uno che mostra volesse ribellar il Regno per sottoporlo al papa; uno per darlo al Turco; uno per ridurlo a repubblica eretica; poi nel Sant'Uffizio se ne costruì un nuovo, dove i testimonj delle predette accuse si ritrattarono. Forse alcuni, raccogliendo parole sparse e avventate, lo denunziarono come cospiratore: lanciata una accusa, ogni scaltrito sa come sostenerla e darle apparenza di vero, al che singolarmente s'adoprò il fiscale Luigi Xarava, che essendo stato scomunicato, avea preso vendetta col far un processo di Clemente VIII e dei vescovi. L'assecondarono quei molti che sempre avversano chi ha ingegno distinto e opinioni non comuni; e difensore del Campanella fu sempre il papa. Il Giannone (L. XXXV, 1) sempre ricalcando il Parrino, dice che il Campanella aveva in Roma sostenuto lunga prigionia «per la sua vita poco esemplare, e anche per sospetto di miscredenza», dopo di che fu rimandato al suo convento di Stilo. Nulla di ciò risulta; e il nunzio pontifizio, dandone ragguaglio l'11 febbrajo 1600, non ne fa cenno: bensì che a quella sua azione non avea mai voluto dar nome di ribellione, «ma detto che volea fare repubblica la Calabria per mezzo delle armi e delle prediche, quando però seguissero i garbugli d'Italia, che lui si era presupposto». E in fatti, se macchinò, non dovea mirare a sovvertimento, bensì a organar il paese al modo della sua Città del Sole, ricongiungendo la legge di natura colla cristiana.
Chiuso in prigione, senza libri, senza comunicazione, scrisse varie opere, lodate perchè d'un martire come l'intitolarono, ma dove la vanità è pari all'immensa inopportunità. Per riguardo al re lodava la Spagna: per riguardo al papa protestava della sua ortodossia; prometteva, se lo lasciasser libero, comporre libri che convertirebbero i Gentili delle Indie, i Luterani, gli Ebrei, i Maomettani: e in prova dice aver fatto un'esposizione del Capo VIII dell'epistola ai Romani, della quale moltissimo si giovano Calvinisti e Luterani.
Lettere sue ultimamente pubblicate, se nulla aggiungono alla cognizione del suo intelletto, attestano un esaltamento che tocca alla pazzia, se non vogliasi perdonarlo alla sua smania di liberazione, stando «dentro una fossa puzzolente dove non vedo giorno, sempre inferrato e morto di fame e di mille afflizioni fra cinquanta leopardi che mi guardano.... Son accusato per ribello ed eretico, per lo che otto anni cominciano che sto sepolto.... Sono stato preso io e molti frati per ribello, quasi volessimo ribellar il regno a favor del papa, in tempo che molti officiali e baroni del regno erano scomunicati, e perseverano, e la città di Nicastro interdetta, e in tutte queste cose io mi trovai, e fu gridato in Seminaro Viva il papa dal clero, che armata manu liberò un chierico dalle carceri secolari. Furo necessitati gli amici di dire che ribellavano per far eresie, e non per il papa: altrimenti morivano tutti de facto inconsulto pontifice».
Così scrive al cardinal Farnese[97] e proseguendo, dà in delirj astrologici, promette mari e monti a migliorar il regno di Napoli, fabbricar al re una città mirabile, salubre, inespugnabile, che sol mirandola s'imparino tutte le scienze storicamente; far vascelli che senza remi navighino anche senza vento, quando gli altri stanno in calma, con magistero facile; far camminare le carra per terra col vento; far che i soldati a cavallo adoprino ambe le mani senza tener briglia, e guida in bene il cavallo; e far libri contro i machiavellisti e la dottrina greca, zizania del Vangelo, e persuadere all'unità, convertire principi di Germania e screditare Calvino. Conchiude firmandosi frà Tommaso Campanella spia delle opere di Dio.
Sul tenore stesso va una lettera latina al papa e cardinali. Post Lutherum triginta annos expectatur antichristus magnus, ut prophetavit Joachinus abbas, qui etiam Lutheri adventum prædixit, et astipulantur Ubertinus et Joannes Parisiensis, et d. Seraphinus Firmanus et alii multi; jam præsens est, vel anno 1630 revelabitur: et hoc tempore luna convertetur in sanguinem etc.... Dixit Dominus ad divam Catherinam nostram, renovationem Ecclesiæ mox futuram, de qua D. Vincentius, et B. Joannes episcopus, et B. Egidius et Savonarola, et B. Brigida et B. Raymondus et magister Caterinus expectant, et alii innumeri, et ille Firmanos vir prudens et spiritualis: et addidit se facturum flagellum de funiculis creaturarum malarum ad purgandam Ecclesiam ab ementibus et vendentibus. Quis autem non vidit illud? In Græcia invaluit, in Germania convaluit, in Italia præsto est. Ego natus sum contra scholas anticristi, contra Aristotelem qui dixit mundum æternum, et æquinotia et stellas et motus semper eodem ordine et situ et modo fieri. Et ego ostendam quod non perseverant sicut ab initio, et quod verum est quod dicit D. Seraphinus, quod Aristoteles et Averroes sunt unum de septem capitibus Antichristi, et phiala iræ Dei.... Machiavellus dogmatisavit cum eo quod religio sit inventio sacerdotum et illusio populorum: et ubi Macometus et Lutherus non habent potestatem (hoc est in Italia et Hispania) regnant Machiavellus et Politici.
E la tira innanzi lunghissima ed irta di citazioni; e raccomanda allo Scioppio di presentarla: Si porrigas pontifici literas, non malum puto. Si de miraculis quæ policeor riserit, dicito me habere fidem, quantum sinapis granum.
Di simil tenore scrive al re di Spagna, all'Imperatore, agli arciduchi d'Austria, quoniam reipublicæ christianæ salus omnis in invictissima, piissimaque familia vestra versatur.
Ad esso Scioppio dicea: Videant me non modo hæreticum non esse, sed etiam a Deo excitum ad omnes hæreses eliminandas præcipue vero philosophorum et astronomorum et latentium machiavellistarum, quorum opera evangelium latet. E lo esorta a persuader il pontefice ch'egli non opera per magia o strologamenti, ma per vera fede, e crede che miracoli evidenti accadranno per convertire i Tedeschi e far unire contro i Turchi: confida che, coll'ajuto di Dio, svellerà dalla mano dei Luterani san Paolo: con un solo argomento insegnerà anche agli illetterati a sterminar tutte le eresie... «S'io dirò ai Luterani, passiamo pel fuoco, e chi sarà abbrucciato non è da Dio, credi che l'oseranno? ma io sì. Così il padre mio Domenico e san Francesco sedarono le eresie: perchè non gl'imiterei?».
E miracoli proponeva, appellandosi a Pio V contro le testimonianze false di suoi compatrioti, che erano premiati e decorati se lo avversavano, sospettati se lo difendevano; laonde invoca d'esser tratto a Roma. Accenna bensì che fu accusato d'eresia, ma dice la inventarono i frati per sottrarlo al giudizio secolare di ribellione; mentre invece i ministri del re l'accusavano di voler rivoltare il paese a vantaggio del papa. Egli stesso avere chiesto di far rivelazioni al vescovo di Caserta e al nunzio: ai quali mostrò come avesse tolto a paragonar la legge di Cristo colla pitagorica, stoica, epicurea, peripatetica, telesiana, e tutte le sêtte antiche e moderne e le leggi, e assicuratosi che la pura legge di natura è la legge di Cristo: saper ribattere le difficoltà che nascono sul nuovo mondo, e sull'incarnazione, sulle profezie e i miracoli. Il vescovo trovò che aveva poca umiltà, e che avendo vagato per tante sêtte, non era troppo ossequioso a Cristo. Se anche ciò fosse, egli dichiara non essersi mai ostinato; altrimenti sarebbe uscito d'Italia: e giura esser saldissimo nella fede[98].
Dotti e principi presero interesse pel Campanella; Paolo V spedì lo Scioppio a Napoli per trattar della sua scarcerazione: e questi, se non altro, gli ottenne di poter leggere e scrivere e carteggiare. Urbano VIII riuscì alfine a trarlo a Roma, col pretesto che al Sant'Uffizio competesse il giudicarlo perchè avea professato profezia: e avutolo, il pose in libertà. Allora il Campanella passò in Francia, ove trovò applausi come vittima della Spagna, e pensione e onoreficenze, finchè morì il 21 maggio 1639.
Napoletano e prete fu pure Lucilio Vanini, nato a Taurisano in Terra d'Otranto il 1586 da Giambattista intendente di Francesco di Castro, vicerè di Napoli, e da Beatrice Lopez di Moguera. Studiò a Padova, divenne canonico lateranense; viaggiò Europa sotto diversi nomi, e principalmente quel di Giulio Cesare, con alquanti compagni predicando tutt'altro che il vangelo, dicendo il diavolo esser più forte di Dio, giacchè tuttodì intervengono cose che non potè volerle Iddio; professandosi scolaro del Pomponazio, del Cardano, di Averroè, di Aristotele «dio dei filosofi, dittatore dell'umana sapienza, sommo pontefice de' sapienti». E di ridestare Averroè egli si propone, ma non ne conosce se non le divulgate empietà, e bugiardamente ne riferisce gli aneddoti.
«Confesso che l'immortalità dell'anima non può dimostrarsi con principj naturali. Per articolo di fede crediamo la resurrezione della carne: ma il corpo non risorgerà senza l'anima, e come vi sarebbe l'anima se non ci fosse? Io di nome cristiano, di cognome cattolico, se non fossi istruito dalla Chiesa che è certissimamente e infallibilmente maestra di verità, a stento crederei esser immortale l'anima nostra. E non mi vergogno dirlo, anzi me ne glorio, giacchè adempio il precetto di Paolo, rendendo schiavo l'intelletto in ossequio della fede» (Amphit., pag. 164).
Se dice, «L'atto dipende affatto dalla nostra volontà; Dio opera fuor di noi per produr fatti simultaneamente contrarj», soggiunge: «Sempre salve le credenze cattoliche».
I martiri sono persone d'immaginazione esaltata, ipocondriaci, Cristo un ipocrita, Mosè impostore, e parlato delle profezie prorompe: «Ma lasciam da banda queste baje».
Nega la creazione; tratta i culti di menzogne e spauracchi inventati dai principi per tener i sudditi, o dai sacerdoti per aver onori e ricchezze; confermati poi dalla Bibbia, della quale nessuno vide l'originale; e che cita miracoli, promette ricompense e castighi nella vita futura, donde nessuno mai tornò a smentirla.
Non essendovi distanza fra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto, sono eguali fra loro, e tutti due han la medesima volontà, uno spirito solo, e fanno un solo, Dio è la natura, la quale è il principio del movimento (Dialoghi, lib. VI).
Tutto è perfettibile, anche Dio, ma più di Dio è potente il diavolo, perchè fece prevaricare Adamo, tormentò Giobbe, perdette due terzi del genere umano, e domina quattro quinti della terra, contro la volontà di Dio.
Non crede finirà il mondo. Il cielo, finito di grandezza e podestà, s'ha a dire per durata infinito, perchè Dio non potè far Dio, e l'avrebbe fatto se l'avesse fatto infinito per podestà: onde lo fece infinito per durata, perchè questa sola perfezione poteva appropriarsi al creato. Ma (dice) ragioniam più sottilmente. Il primo principio non potè fare cosa che fosse simile o dissimile a sè. Non simile, perchè ciò che è fatto soffre: non dissimile, perchè l'azione e l'agente non differiscono. Quindi Dio essendo uno, il mondo fu uno e non uno: essendo tutto, fu tutto e non tutto: essendo eterno, il mondo fu eterno e non eterno. Perchè uno, è eterno, non avendo pari o contrario: perchè non uno, non è eterno: giacchè è composto di parti contrarie, avversantesi per mutua corruzione: onde la sua eternità è nella sua composizione, l'unità nella continuazione (De arcan. naturæ Dial.).
Nell'Amphitheatrum æternæ providentiæ divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos, pone in sodo l'esistenza di Dio, che «è tutto, sopra di tutto, fuor di tutto, in tutto, a fianco a tutto, avanti tutto, dopo tutto, tutto intero», e la Providenza, il libero arbitrio, l'immortalità dell'anima, perchè la risurrezione de' corpi è asserita dalla Scrittura: ma tutto in modo equivoco, non provando, pure non negando la religione, confutando i cattivi sistemi allora correnti, ma nel mostrar ribattere Cardano e gli atei, ne mette in risalto gli argomenti; le prove della Providenza riduce agli oracoli, alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato debole con un'aria d'ingenuità che non può far illusione.
Poi più francamente nei sessanta dialoghi De admirandis naturæ reginæ deæque mortalium arcanis, fondasi su due punti. Primo: l'intelligenza non può muover la materia, nè l'anima il corpo: anzi è la materia che dà impulso all'intelligenza, il corpo all'anima: in conseguenza, autor del mondo non è Dio. L'uomo deriva dalla putrefazione e dal successivo perfezionarsi della specie: anche in forza talora è esso sopravanzato dagli animali, onde (quest'è il secondo punto) non può dirsi a questi superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e godere: «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha fondamento che nelle leggi. Così predica uno scetticismo immorale, un materialismo sfacciato: ipocrito senza dignità, le maggiori bestemmie finiva col dire, Ceterum sacrosanctæ romanæ Ecclesiæ me subjicio. Un interlocutore gli domanda che pensi dell'immortalità, ed egli risponde: «Ho fatto voto a Dio di non trattar questo punto finch'io non sia vecchio, ricco e tedesco». Un'altra volta l'interlocutore ammirandolo, esclama: «Se tu non fossi Vanini, saresti Dio», ed egli con aria altezzosa risponde: «Io sono Vanini». Violente critiche del cristianesimo pone in bocca al terzo o al quarto, fingendosi inorridito all'udirle; come si finge encomiatore de' Gesuiti, apologista del Concilio di Trento, e accannito contro Lutero, egli che pur al cristianesimo muove guerra or da filosofo, ora da fisico.
Questo libro chiamò subito l'attenzione, e Gramondo presidente al parlamento di Tolosa diceva: «Agli altri pare eretico, a me pare ateo». In fatti è a vicenda panteista e materialista. Il Rossetto nell'Histoire tragique dice che fa rivivere l'abominevole libro dei Tre impostori.
Traversata col duca d'Amalfi la Germania, praticando Protestanti, procedette nella Boemia, semenzajo delle dottrine che cagionarono la guerra dei Trent'anni; ivi discusse con un Anabattista, il quale tacciava i Cristiani di disputare di lana caprina; con un ateo ad Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, dai quali sentendosi mal sicuro, passò a Lione; per paura del rogo si volse a Londra, e quivi «si attirò la persecuzione de' Protestanti, tenuto prigione quarantanove giorni, preparato a ricevere la corona del martirio, alla quale aspirava con indicibile ardore»[99]. Scarcerato, viene in Italia, e a Genova apre scuola molto frequentata; ma le sue dottrine ben presto scandolezzano sì, che deve rifuggir a Lione; in Guascogna si veste monaco, edifica colle prediche, col confessare, colla devozione, finchè scoperto di brutti vizj, viene espulso. A Parigi lo ricoverò il nunzio Roberto Ubaldini, e gli aprì la sua ricca biblioteca, donde egli stillava il peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti, sicchè il padre Mersenne, a lui avversissimo, assicura che cinquantamila atei contavansi in quella città.
Nel 1616 v'avea stampati con privilegio del re, e dedicati al maresciallo di Bassompière, di cui era cappellano, i dialoghi De admirandis naturæ arcanis, e la Sorbona li riprovò pei dubbj sulla rivelazione, e perchè altra legge non riconosce fuor quella che natura pose nel cuor dell'uomo. Piantatosi a Tolosa, vi teneva arcane conventicole, apostolava i giovani, ed educava i figli del primo presidente di quel parlamento. Ma poichè a quelle dottrine cresceva pericolo il fermentare delle guerre di religione, un Francon gentiluomo lo denunziò nel 1618 al parlamento d'aver negato l'esistenza di Dio: altri l'attestarono, e crebbe i sospetti l'esserglisi rinvenuto un grosso rospo chiuso in un'ampolla. Venne dunque condannato al taglio della lingua e al fuoco per mago e per ateo; accuse per verità repugnanti. Durante il processo, aveva professato le migliori credenze; condannato, si chiarì empio, ricusò i conforti della religione, si vantò più intrepido del Cristo, il quale aveva sudato d'ambascia, e fu giustiziato il 19 febbrajo 1618. Leibniz dice che il Vanini meritava d'esser tenuto rinchiuso fin a tanto che divenisse assennato, invece di trattarlo con ributtante crudeltà. Vittore Cousin, che fece una memoria sul Vanini, prova che restò condannato dal parlamento di Tolosa perchè nè egli nè gli amici suoi poterono ottenere fosse demandato al tribunale ecclesiastico dell'Inquisizione, dal quale non avrebbe avuto che una pena disciplinare[100].
Anche Ferrante Pallavicino, primogenito d'insigne casa piacentina, canonico regolare a Milano e lodato per dottrina, avvoltolatosi in amori, onde averne comodità finse viaggiare, e ritiratosi a Venezia, dirigeva agli amici lettere colla falsa data di Lione, di Parigi, d'altrove, narrando apocrifi viaggi, che lo posero di moda quando ricomparve. Come cappellano del duca d'Amalfi ito in Germania, vide messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato in disputa sulle cose dell'anima, se ne lasciò convincere, e d'indi in poi menò a strappazzo le cose e le persone sacre. Acciabattava libri, storie sacre e profane, novelle, panegirici, epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso, rinvolto, bujo e mescolandovi descrizioni lascive. Per esempio, nel trattato spirituale delle Bellezze dell'anima, al cap. XIII discorre della bellezza del seno: pari contaminazioni mette nella Susanna, nel Giuseppe, nel Sansone, nella Bersabea. Il suo Divorzio celeste cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato alla semplicità de' scrupolosi (1643) fu tradotto in varie lingue dai Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo in tre libri, I costumi dissoluti dell'adultera, Il processo de' bastardi di quella, Il concorso di varie chiese allo sposalizio di Cristo (1679). Nel Corriere svaligiato spettorò d'ogni genere calunnie contro il papa, i cardinali, i gesuiti, tutti i governi e i letterati, soluccherandole di lubricità. Lo stampò alla macchia, onde la signoria di Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima contro de' principi, di papa Urbano VIII e del buon costume, e oltre La Buccinata per le api Barberine[101] e il Dialogo tra due soldati del duca di Parma, scrisse la Giustizia schernita, e la Retorica delle p.... dedicata all'università delle cortigiane più celebri.
Un Carlo De Brèche che a Venezia faceasi chiamare Morone, figlio d'un librajo parigino, dicono assoldato dai Barberini con 3000 pistole, fintosegli amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove protetto dal Richelieu, potrebbe stampare altre opere irreligiose; e così lo menò ad Avignone terra di papa, ove arrestato e messo sotto processo, dopo quattordici mesi fu decapitato, avendo ventisei anni (1618-44). La sua fine gli attirò una compassione che poco meritava. Dicono che il suo traditore fosse poco dopo assassinato da un italiano, al quale il Mazzarino fece grazia. Subito comparvero due dialoghi intitolati L'anima di Ferrante Pallavicino, opera forse di Gianfrancesco Loredano suo amico, ove sono malmenati alla peggio il papa, i prelati, i letterati, i costumi[102].