La Svizzera doveva la sua civiltà ai monaci, che la popolarono di conventi e santuarj, attorno ai quali crebbero molti villaggi col nome di santi, e le città di Sangallo, Appenzell (Abatis cella), Glaris (Ecclesia Ilarii), Feldkirch, Einsidlen, ecc. E alla Chiesa andavano a servire i suoi soldati, onde Giulio II intitolò gli Svizzeri «Difensori dell'ecclesiastica libertà», e regalò loro lo stocco e il berrettone, che furono collocati a Zurigo; due bandiere, che si posero nella Madonna di Einsidlen, e a ciascun Cantone un'insegna particolare con misteri della passione; a portar la quale fu destinato un banderajo che teneva il primo luogo nelle battaglie.
Come cappellano di questi soldati era venuto in Italia il curato Zuinglio, che predicò la Riforma al tempo stesso di Lutero, con maggior metodo e più risoluta negazione, e maggiormente letto perchè scriveva in latino. Lutero lo osteggiò; tutti i Cantoni presero parte o con lui o contro di lui: Friburgo, ch'era stato ammesso nella Lega Elvetica il 1481 con Soletta, fece alleanza con Lucerna, Uri, Svitto, Unterwald, Zug, e radunati cinquemila combattenti, assalirono Zurigo, e il 10 ottobre 1531 vennero ad aperta battaglia a Cappel, nella quale Zuinglio combattendo restò ucciso[103].
I Cantoni restarono divisi in cattolici, riformati e misti. Cattolici si conservarono Uri, Svitto, Unterwald, Lucerna, Zug, Soletta, Friburgo; misti Appenzell, Glaris, Sangallo, Vaud, Argovia, Turgovia, oltre i Grigioni confederati; protestanti Berna, Zurigo, Basilea, Sciaffusa, Neufchatel. I sette cantoni cattolici mandarono al Concilio di Trento i loro deputati (20 marzo 1562) protestando la devozione filiale alla Santa Sede e il desiderio d'ajutarla come aveano fatto sotto Giulio II e Leone X: nella guerra contro i Protestanti e nell'uccisione di Zuinglio, del quale incenerirono e dispersero il cadavere, avere dato prova d'essere irreconciliabili coi Cantoni eretici; e posti ai confini d'Italia come antemurale, baderebbero che in questa l'errore non penetrasse.
In Isvizzera risedeva un nunzio apostolico, tenuto di grand'importanza per l'opporsi che faceva all'eresie: ma costava assai, sì pei molti viaggi cui era obbligato, sì pei donativi con cui tutto s'otteneva colà, e per pranzi che duravano anche cinque ore, anzi fin dieci, in occasione della Dieta.
Ne' Cantoni riformati ebbero ricovero molti Italiani. Basilea, entrata nella confederazione il 1501, era l'Atene svizzera, e testè uno spiritoso scrittore rifletteva come il Cinquecento ne fosse l'età più splendida per arti, lettere, scienze, ma che gli insigni furono cattolici, o almeno nati tali, e sotto al dogma refrigerante del protestantesimo conservavano il pensiero ideale e il fecondo succhio del cattolicismo. Il miglior quadro di Holbein è la Madonna di Dresda, col borgomastro di Basilea inginocchiatole avanti: di quel tempo è la elegante fontana di Alberto Durer; dell'età cattolica l'altra fontana colla guglia gotica, e il palazzo di città, e la stupenda porta del sobborgo di Spalen, le cui statue di santi vennero rispettate, mentre furono distrutti gli altari e i tabernacoli del Duomo, davanti a cui eransi prostrati gli avi, conservando però l'elegante pulpito del 1486. Ivi Opporino stampò settecencinquanta opere dal 1539 al 1568: lo seguì Pietro Perna, e quando lo storico De Thou lo visitò nel 1579 lo trovò vecchio che lavorava ancora con ardore di giovane.
A Basilea Calvino incontrò il vecchio Erasmo che esclamò: «Vedo una gran peste nascer nella Chiesa contro la Chiesa». Ivi stampò l'Istituzione cristiana nel 1536, dove, a imitazione dei Valdesi, sosteneva che nella Cena non v'è la presenza reale e locale del corpo e sangue di Cristo; che non dev'essere nella Chiesa nè capo visibile, nè gerarchia, nè vescovi o preti, nè messe o feste o immagini o croci o benedizioni o invocazione di santi, nè nulla di ciò che, pei sensi passando all'anima, la eleva per mezzo delle cose visibili al Dio invisibile.
Ivi si stabilì una Chiesa italiana, della quale fu conservata notizia da Giovanni Toniola[104].
A Zurigo, che nella Ufnau in mezzo al lago ha la sepoltura di Ulrico di Hutten, Carlo Magno avea fondato una scuola, che Zuinglio resuscitò, e da cui uscirono gli illustri Corrado Gessner, Gasparo Wolfio, Giosia Simler, Enrico Bullinger. Molti riformati italiani vedremo cercarvi rifugio. Colà erasi ricoverato Jacobo Aconzio, valoroso giureconsulto di Trento, il quale nell'opera De Methodo, sive recta investigandarum tradendarumque scientiarum ratione (Basilea 1558) aveva ripudiata la dialettica ordinaria, proponendo un nuovo metodo di giungere al vero collo scomporre e ricomporre più volte la cosa, ed esaminarla sotto aspetti diversi, passando dal noto all'ignoto. Alla divina Elisabetta regina d'Inghilterra, da cui ebbe ripetute attestazioni di stima, dedicò gli Stratagemmi di Satana in fatto di religione (Basilea 1565), libro allora molto acclamato, e tradotto in varie lingue, ov'egli studia di ridurre a pochissimi i dogmi essenziali del cristianesimo, nello scopo d'indurre le sêtte a vicendevole tolleranza.
Aveva avuto per compagno Francesco Betti romano, che al marchese di Pescara, al cui servizio stava, scrisse una «Lettera nella quale dà conto a sua eccellenza de la cagione perchè licenziato si sia dal suo servizio» (Zurigo 1557). Figlio dell'amministratore dei beni del marchese, era molto in favore e in isperanza d'avanzamenti, quando lo smosse l'amor della divina fede. Descrive a lungo la lotta coi riguardi e coll'amor verso i superiori e i parenti. L'uccisione d'un fratello nella persecuzione del 1555 gli diè spinta a fuggire. Professa non voler entrare in materie teologiche che non conosce. Sa che i Luterani son guardati in Italia come i Turchi, ma assicura che quelli che così vengono chiamati dagli inimici aspirano solo ad esser cristiani, e qui espone i principali articoli della loro fede, massime sulla soddisfazione di Cristo per noi: ammette soli due sacramenti, e nella Cena vede una solenne commemorazione della passion e morte del nostro Salvatore, istituita da esso. Il matrimonio non è sacramento, ma i magistrati sono stabiliti da Dio e bisogna rispettarli e obbedirli.
A lui colla solita iracondia il Muzio buttò in viso le Mentite Bettiniane; molti assunsero di richiamarlo all'ovile; ma egli continuò a Zurigo, a Strasburgo, altrove: e nel 1587 già vecchissimo stampò a Basilea la traduzione di Galeno.
Nella biblioteca di Zurigo trovaronsi recentemente trattati dell'Ochino, di Scipione Calandrino e di altri, e ce ne valiamo nel nostro lavoro.
Strasburgo, capitale dell'Alsazia, città libera cioè imperiale, era una delle principali del medioevo, con quella cattedrale che nello stile gotico primeggia come San Pietro nel romano; con immenso commercio di libri, poi con un operoso ricambio di dispute teologiche, avendovi portato i loro dogmi Calvinisti e Luterani, Zuingliani e Anabattisti, applauditi a vicenda ed espulsi[105]. Aveva essa cacciato il vescovo e il capitolo nel 1529, abjurando il cattolicismo, che poi vi fu ripristinato nel 1681 quando si sottopose a Luigi XIV.
Fra altri italiani ivi si ricoverò il bergamasco canonico Zanchi, il quale non era così accannito contro il cattolicismo quanto i predicanti di quella città. Dal rettore Giovanni Sturm invitato a pranzo, si trovò con Marbach, Herlin, Dasypodio, Sapido; e caduti a discorrere del papa, Marbach sostenne non v'era speranza che mai conoscesse la verità, sicchè non doveasi più pregare per esso. Lo Zanchi rispose doveasi cessar di pregare solo per quelli che constasse avere peccato contro lo Spirito Santo; ciò non poteva dirsi del papa, sol perchè papa, e finchè non si fosse certi avesse commesso tal peccato, esser dovere di cristiano pregare per esso. Se ne scandalezzarono Marbach e gli altri, che teneano come articolo di fede il papa esser figlio di perdizione e anticristo.
Tra i seguaci dello Zanchi a Strasburgo troviamo Giovanni Angelo Odone, dotto veneziano, amico di Ortensio Lando, e che sin dal 1534 era in corrispondenza col Bullinger.
Una parte della Svizzera è affatto o a metà italiana; vogliam dire i paesi che or formano il Cantone Ticino e parte di quel de' Grigioni. In quest'ultimo si comprendono cinque valli di favella italiana; ciò sono la Calanca e la Mesolcina o val della Moesa, protendentisi entro il Canton Ticino; il Munsterthal presso all'eccelsa montagna dello Stelvio, formato dal bacino del fiume Ram che sfocia nell'Adige, ed ora ha tre parrocchie protestanti, di cui principale quella di Monastero che dà nome alla valle, con badia un tempo signora del paese e che vuolsi fondata da Carlo Magno: inoltre la val Bregaglia o della Mera che riesce a Chiavenna, e la val di Poschiavo che finisce in Valtellina alla Madonna di Tirano. Quel paese divenne poi padrone della Valtellina, e di questa e di esso ragioneremo a lungo più innanzi.
Quel che adesso è Canton Ticino, esteso dalle falde del Sangotardo e del Sanbernardino fino ai laghi di Lugano e Maggiore, era stato tolto al ducato di Milano, e fatto suddito degli Svizzeri. I tre Cantoni primitivi di Uri, Svitto, Unterwald aveano occupato i baliaggi di Bellinzona, Blenio e Riviera, stendentisi dal Lago Maggiore alle vette del Sangotardo: tutti i dodici Cantoni insieme tennero i baliaggi di Lugano, Locarno, Mendrisio, Valmaggia, attorno ai laghi Ceresio e Verbano.
Dai Cantoni dominanti venivano balii biennali a governare queste podestarie cisalpine, comprando quella carica a denaro, e rifacendosene col rivender la giustizia; e secondo che essi Cantoni ed i balii erano cattolici o protestanti, davano persecuzione o favore agli apostati. Singolarmente a questi avea giovato Jacobo Werdmuller, caldo evangelico. I soldati che uscivano dall'interno della Svizzera in occasione della guerra di Musso, propagarono non tanto le dottrine nuove quanto il disprezzo delle antiche, e un Baldassare Fontana carmelitano vi spiegava le epistole di san Paolo, e di là scriveva alle Chiese svizzere fedeli a Gesù Cristo perchè pensassero al Lazzaro del Vangelo, che desiderava nutrirsi delle bricciole cadute dalla mensa del Signore; mossi dalle lacrime e supplicazioni di lui, mandassero «le opere del divino Zuinglio, dell'illustre Lutero, dell'ingegnoso Melantone, dell'accurato Ecolampadio»: e dessero opera perchè «la nostra Lombardia, schiava di Babilonia, acquistasse quella libertà che il vangelo impartisce». Giovanni Orelli di Locarno, famigliare e perpetuo commensale di Gian Galeazzo Sforza, ebbe relazioni col Savonarola e con altri trascendenti, e introdusse nella sua famiglia l'uso di argomentare sulle cose religiose. Suo figlio Luigi militò sotto il connestabile di Borbone nell'impresa contro Roma, vi praticò molti Luterani e nominatamente il Freundsperg, e dal famoso saccheggio riportò diciottomila settecennovantuno zecchini, ventisette libbre d'oro colato, cenquindici d'argento, dodici vasi d'oro, quarantotto dorati, trentuno d'argento, nove di cristallo, una borsa di anelli. Anche l'altro figlio Francesco servì sotto Carlo V, ed entrambi col padre favorivano a Locarno chi professasse le massime nuove.
Giovanni Muralto medico, loro compatrioto, inviato dal duca Sforza a Ginevra, vi conobbe il Serveto e alcuni profughi d'Italia, ne sorbì le idee, e le recò in patria, dove le partecipò agli Orelli e ad alcuni italiani rifuggiti, tra' quali il conte Martinengo di Brescia, Guarniero Castiglioni da Castiglione Varesotto, un Camozzi, un Visconti. Tutti trovavano ospitalità presso gli Orelli, ed alcuni ottennero il diritto di possedere e la cittadinanza. Uno speziale, che legava anche libri, ne ebbe alcuni di senso protestante, e cominciò a parlarne con persone per bene: poi un Piotta insegnò apertamente l'eterodossia, e divulgò gli scritti di Serveto.
Fra i profughi nostri, che, allettati dalla vicinanza, dal clima, dalla lingua, dai costumi ancora italiani, si fermavano nei baliaggi, primeggiava il prete Giovanni Beccaria, nobile milanese, che ebbe possessi e cittadinanza a Locarno. A Roma avea conosciuti l'Ochino, il Carnesecchi, il Vermigli, e tornato a Locarno il 1534, vi diffuse gl'insegnamenti di questi sotto il manto di una scuola di letteratura: anzi l'arciprete, che nol sospettava, l'invitò a fare alcuni sermoni, che piacquero assai. Legò amicizia cogli Orelli, con Giovanni e Martino Muralti, con Lodovico Ronco, e crebbe di proseliti, massime dopo tornato nel 1540 d'un viaggio in Francia, e fu secondato da Benedetto da Locarno, minor conventuale, rinomato predicatore, da Cornelio di Nicosia dell'Ordine stesso, succeduto di Sicilia il 1546, e dal commissario protestante Gioachino Baldi di Glarona. Ma succeduto balio il cattolico Nicola Wirz nel 1548, impedì il propagarsi delle dottrine eterodosse, ordinò si osservassero le feste, i digiuni e le altre pratiche ecclesiastiche: poi volle si tenesse una pubblica disputa. Il 9 agosto 1549 presentaronsi a discuter per la Chiesa cristiana locarnese, il Beccaria, Martin Muralto giureconsulto, Taddeo Duni medico, Lodovico Ronco, Andrea Girolamo Camuzzi; contro all'arciprete Galeazzo Muralto, al cappellano della Madonna del Sasso, a frà Lorenzo domenicano, all'arciprete Morosini di Lugano. Fra gran concorso di popolo, per quattro ore si disputò sul testo evangelico Tu es Petrus et super hanc petram ædificabo ecclesiam, poi sulla confessione auricolare, sul merito delle opere buone, e il commissario che vi presedeva, indignato delle risposte ambigue, finì coll'ordinare che il Beccaria fosse tratto prigione. Ma trenta giovani suoi devoti nel cavarono a forza; ed egli reputò prudenza ricoverare nella Mesolcina, valle italiana sottoposta ai Grigioni; dove ammogliatosi, tenne a educazione figliuoli d'Italiani, che li volessero allevati nella Riforma.
A Locarno dalla disputa pubblica presero animo i novatori, e vi predicarono Leonardo Bodetto, già francescano a Cremona, che vi sposò Caterina Appiani, egli ed ella applicandosi a fare scuola; ed altri chiamativi da Chiavenna.
Tale prossimità turbava i sonni del papa e del re di Spagna come duca di Milano. Pertanto Carlo Borromeo, che già aveva istituito il collegio Elvetico a Milano onde preparare pastori a questi paesi, penetrato nella Svizzera in qualità di legato pontifizio, vi esercitò anche giurisdizione di sangue contro maliardi ed eretici. A sua istanza i Cantoni cattolici posero argine a quel dilatarsi dell'eresia in Italia, e malgrado l'ostare dei Cantoni riformati, stanziarono severi divieti (1552) e pena dieci scudi a chi tenesse libri o scritti contro la fede cattolica; si minacciò fin di morte chi bestemmiasse le cose sacre, la Pasqua del 1554 si ordinò che ogni persona dovesse effettivamente e vocalmente confessarsi e comunicarsi; chi moriva senza confessione restasse escluso dalla sepoltura sacra. Pure i novatori non desistevano; adunavansi principalmente nelle case dei Muralti, dei Duno, degli Orelli e del costoro cognato Francesco Bellò di Gavirate, e domandarono d'avere un pastore riconosciuto e chiesa propria; e Anton Mario Besozzi scriveva al Bullinger come, nel 1554, in presenza dei sindacatori usciti a Bellinzona, si fossero battezzati fanciulli coi riti acattolici, e predicato in pubblica chiesa.
Venuto poi commissario il zurichese Räuchlin, crebbero d'audacia, e un catalogo del luglio 1554 novera ottantasei famiglie riformate, composte di centrentacinque membri, oltre i fanciulli e oltre i timidi e vulgari, che non son catalogati. L'Orelli, il Muralto, il Duno recaronsi a Zurigo a chieder protezione dai Cantoni riformati, formolando la lor professione di fede, per cui accettavano il Credo, faceano Cristo unico mediator nostro, due sacramenti; il battesimo da conferire senza le cerimonie papistiche; la Cena in cui è cibo e bevanda il corpo di Cristo.
Ma insistendo i Cantoni cattolici, il sindacato raccoltosi in Locarno decretò che i novatori dovessero abjurare, o venir multati ne' beni e nella vita. Se n'appellarono alla Dieta generale, dove la cosa fu compromessa ne' Cantoni misti d'Appenzell e Glarona, e questi decisero che tornassero alla fede materna, o spatriassero coi loro averi.
Il 1 gennajo 1555 la popolazione di Locarno fu convocata nel castello del Commissario per annunziarle questa sentenza, ed esortare i novatori a ricredersi. Poi sul fine di febbrajo ecco i rappresentanti dei sette Cantoni cattolici, dinanzi ai quali processionalmente, in abito festivo e coi figliuoli alla mano, comparvero i dissidenti in numero di cenventicinque, non contando varj assenti e i ragazzi[106], e avendo dichiarato di restare fedeli alla loro credenza, ebbero intimazione che pel 3 marzo si disponessero a spatriare.
Ottaviano Riperta vescovo di Terracina, nunzio apostolico, venuto colà a salutare in nome del santo padre gli ambasciadori svizzeri, non lasciò alcuna via intentata a convertir gli eretici, ma con poco frutto, e le stesse donne Barbara Muralto, Caterina Rosalina, Lucia Bellò, Chiara Toma sostenner dispute con esso. Vuolsi ch'egli insistesse per più severo castigo; ottenne l'estremo contro il calzolajo Nicolò Greco bestemmiatore, e che fosser arrestati i più riottosi. Barbara Muralto doveva essere fra questi; ma la sua casa attigua al lago, in tempo delle fazioni era stata fabbricata in modo da poterne fuggire per una porta cieca. Comparso dunque il satellizio, ella, alzatasi di letto, chiese d'andar a vestirsi, e fuggì. Gli altri dovettero disporsi ad abbandonare la patria coi beni e le famiglie. Congedatisi dai lor cari e fin dai più stretti parenti e dalle mogli, censettantatre persone d'ogni età ai 3 di marzo varcarono il Sanbernardino, indugiandosi alcun tempo a Rovereto nella Mesolcina finchè prendessero accordo cogli Svizzeri. I Grigioni offerser loro libero ricetto, e in fatti l'accettarono un Besozzi, Leonardo Bodetto, Giovan Antonio Viscardi colle loro famiglie. I più si stabilirono a Zurigo, tam hilares, tam læti ac si ad nuptias aut festum aliquod properarent, dice il Duno. Questo locarnese vi si segnalò come medico, godette l'amicizia del famoso naturalista Gessner, stampò varie opere, e tradusse in latino alcune dell'Ochino e dello Stancario.
Altri ne giunsero colà quando il senato di Milano, informato che alcuni sudditi svizzeri, banditi da Locarno per causa di religione, si erano ridotti ad abitare nel dominio milanese, ordinò fra tre giorni dovessero abbandonarlo, sotto pena della vita.
I Zuricani fecero partecipi i poveri delle limosine pubbliche; permisero erigesser una chiesa italiana nel tempio di San Pietro, con proprio pastore, che fu Giovanni Beccaria, il quale si conformasse ai riti e ai dogmi del Cantone, giurasse obbedienza al magistrato e al sinodo: provedendolo di cinquanta zecchini, cenquindici brente di vino, diciotto moggia di grano e due di avena; pel quale servizio mandavansi da Berna duemila cinquantanove fiorini, censessanta da Basilea, trentatre e mezzo da Bienne, altri da Losanna.
Pure il loro modo di vestire e il linguaggio e il vivere strano li facea ridicoli al vulgo. Poi presto gittossi zizzania fra il Beccaria e il Bullinger, onde quello cessò da pastore, e sottentrogli l'Ochino, che, a poco andare, come eretico ne fu cacciato. Anche Anton Maria Besozzi nel 64 fu posto in carcere per aver enunciato dogmi contrarj ai dominanti. Nè i Locarnesi ebbero più ministro proprio, e dovettero pagar la decima di tutte le eredità, contro quanto erasi prima stipulato.
Sobborgo degli Italiani fu detto quello dove prese stanza la comunità di Locarno in Zurigo, gli atti della quale erano tenuti da Lodovico Ronco. A Locarno per qualche tempo nessun voleva comprare la seta, raccolta sui poderi di questi eretici: onde Francesco Orelli ne mandò di molta, invece di denaro, al fratello Luigi. Il quale ne aprì magazzino a Zurigo, e introdusse telaj e stoffe non più vedute colà: donde cominciarono il prosperamento di tale arte e le piantagioni dei gelsi. Le case dei Duni, degli Orelli, dei Muralti, de' Pestalozzi produssero poi personaggi benemeriti della scienza e dell'umanità.
Che la pieve di Locarno non restasse affatto mondata ce lo pruova il vedere che, attorno al 1580, il papa trovò bisogno di commetterla alla particolare ispezione del vescovo di Novara Speziano. San Carlo volea fabbricarvi un seminario, e desistette solo perchè Bartolomeo Papio d'Ascona lasciò venticinquemila scudi d'oro, in cartelle s'un Monte di Roma, che ne fruttavano milleducento l'anno, acciocchè in Ascona si erigesse un collegio, dove allevar alcuni figliuoli poveri del paese; collegio ch'egli nel 1582 ponea sotto la tutela di Gregorio XIII, il quale nominò suo rappresentante l'arcivescovo Borromeo[107].
Nella val Mesolcina, dov'era già stata sparsa da Giovanni Fabrizio Montano, capo di tutta la chiesa retica, il Beccaria avea fatto grand'opera onde stabilire la nuova fede. Fermatovisi poco, era passato, come dicemmo, a Zurigo coi Locarnesi, ma allorchè questi preser a capo l'Ochino, tornò a Mesocco, sotto il nome di Kanesgen. I Cattolici di questa valle cercarono ogni modo di sturbarlo, ed egli scriveva al Bullinger: «Le cose della religione qui son tollerabili, grazie a Dio, benchè i papisti non cessino di tumultuare. Dai quali però io non credo dovere temer nulla, perchè son certo d'essere curato da quello, senza la cui volontà non si torce un capello. Quanto ai buoni, ne fui accolto umanissimamente. Sovra tutti mi colma di cortesie il signor Antonio Sonvico eletto console, che non immemore delle vostre esortazioni, s'adopera a propagar l'evangelo di Gesù Cristo. Così Dio lo prosperi! Me e la chiesa mia vogli raccomandar a Dio. Finora sono molto più coloro che avversano il Vangelo, benchè abbiansi a dir piuttosto atei che di alcuna religione. Potente è Iddio ad aprir i loro cuori. Mesocco, 17 maggio 1559».
A Rovereto si era messo Giovanni Antonio Viscato, detto il Trontano dalla patria, e vi piantò una chiesa. Se ne conturbarono i Cattolici: e i cinque Cantoni, temendo la propagazione dell'eresia, e che i Locarnesi rimasti in patria non prendessero coraggio a rianimar la loro fazione, instavano presso i Grigioni affinchè fossero sbanditi. Vinse la parte contraria, e l'aprile 1560 fu legalmente permesso al Beccaria di restar a Mesocco, e istruir fanciulli. Crebbero così quelli che, abbandonata la messa, adunavansi in case private per udir la predica; poi pretesero due delle cinque chiese che eran nella valle, e le ottennero dalla Dieta. Ma i cinque Cantoni insistettero a segno, che si diede libertà ai Comuni della Mesolcina di ritenere o rimandare il Beccaria: e in questi adunati prevalse il voto di congedarlo, con arbitrio però d'elegger altro ministro. Allora il Beccaria andossene a Chiavenna, e ne scriveva a Fabrizio Montano: «Dopo lunga e grave disputa con questi nemici di Cristo, vinse la parte di mandarmi via, patto però che i fratelli possano aver un altro predicante. A dirti il vero, vedendo in che stato erano le cose nostre e quanta l'ingratitudine dei più, mi rallegro che Dio m'abbia offerto occasione d'andarmene, prima che mi vi costringessero il bisogno e la miseria. Dopo la morte del magnifico Antonio e del commissario suo fratello, questa Chiesa restava talmente sprovvista d'uomini e mezzi, che a stento v'era da mantener il pastore... Ho dunque per benefizio del Signore che m'abbia liberato da tale trambusto e dalla misera colluvie del popolo... Mia moglie già da sei mesi sta a Locarno, dove fu costretta recarsi per la perduta salute: in breve tornerà, per dir addio a questo gratissimo popolo» (15 novembre 1561). Il Beccaria per altro di tempo in tempo rivedeva Mesocco, finchè per forza ne fu cacciato a istanza di san Carlo nel 1571.
Questo santo addoloravasi del progresso dell'eresia in paesi contigui alla sua diocesi; onde fattosi a Roma nel 1582, n'ebbe titolo di visitatore pei paesi svizzeri e grigioni, anche sottoposti all'ordinario di Como. Non fu autorità a cui non avess'egli ricorso per ajuto in questa legazione: ai re di Spagna e d'Inghilterra, a Rodolfo imperatore, ai Cantoni cattolici, al vescovo di Coira, al duca di Savoja, ai Veneziani. Era il tempo che più ferveva la nimistà fra Cattolici e Riformati in Francia e in Inghilterra; a Parigi prevaleva la Lega che cacciò il re, e ch'era sostenuta dalla Spagna; per mezzo della quale il duca di Savoja sperava in quell'occasione recuperare Ginevra e i paesi toltigli dai Bernesi, come tentò; ma non si potè impedire che gli Svizzeri facessero alleanza colla Francia, e vi si unissero i Grigioni, a gran dispiacere de' Cattolici. Pertanto il Borromeo, scrivendo al Castelli vescovo di Rimini nunzio pontifizio in Francia, perchè intercedesse da re Enrico sicurezza e libertà a lui ed ai preti, «Fate però (gli diceva), che i Grigioni non sentano che io ci vado qual legato del papa; questo sol nome ogni cosa perderebbe. Si dica un privato mio viaggio; col qual titolo, senza scemare il frutto, consolerò quei popoli. Ben i Cattolici mi desiderano, e gli eretici stessi mi mostrano qualche deferenza ed amore; onde nutro speranza non mi si attraversino impedimenti; solo ho paura che i profughi dall'Italia non mi guastino ogni cosa. Son costoro sentina di vizj, nè solo eretici, ma molti apostati, e del resto facinorosi e perduti, che appena udranno trattasi di sostenere la religione cattolica e vedranno maturare i primi felici semi, temendo essere sterminati, daranno in furore, metteranno fuoco ne' capi per ritardarmi o impedirmi ogni buon effetto.... Principalmente sarebbe a curare che dall'intollerabile giogo degli eretici venissero sollevati i Cattolici di qua dall'Alpi. Poichè, quando sortiscono magistrati eretici, se anche non facciano ad essi aperta violenza, pure mostransi vogliosi di svellere la religione; danno pessimi esempj come scellerati ministri del diavolo, non lasciano la libertà di cercare o ritenere probi e religiosi sacerdoti, che avviino sul calle della salute: vietano agli esteri, tuttochè ottimi, d'andar colà, mentre fanno arbitrio di rimanervi a uomini empj e perduti. Poichè il re può tanto presso i Reti, gioverebbe che, senza far mostra d'essere da me officiato, vi s'adoprasse; e la signoria vostra potrebbe suggerire ad Enrico uno scrupolo che pungesse e lui ed i Grigioni: mostrare cioè qual danno potrebbe uscirne se mai tanti, oppressi dalle calamità e stancati dal giogo, macchinassero alcuna cosa e si ribellassero»[108].
Con Francesco Panigarola francescano, famoso predicatore, e col gesuita Achille Gagliardo riassunta la visita, il Borromeo fu di nuovo a Lugano, poi a Tesserete, consolato dalla pietà di quei terrazzani, ove di cinquecento confessati, neppur uno trovossi in colpa mortale[109]; per Bellinzona si condusse a Rovereto nella Mesolcina.
In questa valle trovò abbondare scolari del Vergerio e di Pietro Martire Vermiglio, ed esservi (scriveva al cardinale Sabello) il nome di cattolici, non i costumi, nè la credenza. V'aveano tenuto casa i novatori Trontano e Kanesgen, pseudonimo del Beccaria; poc'anzi v'era morto Lodovico Besozio, scolaro del Trontano migliore del maestro: era frequentissimo il contatto colla val del Reno, tutta già calvinista. Singolarmente vi si segnalavano per odio ai cattolici Francesco Luino, che da trent'anni era colà: un figlio del Trontano[110] e due o tre altri, «le cui mogli sono veri mostri d'inferno». Stava a capo delle cose sacre un frate, disertore dell'Ordine e della religione, che seco traeva una femminaccia e quattro suoi figliuoli: poco di meglio erano gli altri preti. Il Borromeo coll'amorevolezza, coll'Inquisizione, coll'insegnamento, col largheggiare, si conciliò gli animi: e Dio ne prosperava le fatiche.
La riverenza verso quel gran santo non ci terrà dal narrare come ivi scoprisse moltissime streghe. Istituitone processo, ben centrenta abjurarono: quelle che non vollero ravvedersi furono condannate, e prima quattro, poi altrettante, poi tre, indi più altre vennero arse. Il prevosto di quella terra Domenico Quattrino da undici testimonj era stato visto, nella tregenda coi demonj, menar danze oscene in paramenti da messa, e recando il santo crisma[111]: onde fu dannato al fuoco.
Sarebbero gettate le parole ch'io aggiungessi per compiangere che i delirj del secolo prendessero anche anime illuminate e pie. Solo non tacerò che i Grigioni si dolsero e protestarono contro abusi di giurisdizione del Borromeo, ma nei loro atti non trovammo fiato di lamento per queste procedure; tanto parevano regolari secondo i tempi[112]. Il Borromeo nella Mesolcina all'ucciso curato surrogò Giovanni Pietro Stoppano, autore del tractatus de idolatria et magia, che poi fu messo all'Indice. Da poi il santo si mise per la val Calanca, ove conobbe cinquanta famiglie cadute in eresia e ventidue maliarde. Pel Lukmanier andò alla badia di Dissentis a confermar nella fede quell'abate Castelberg, forse l'unico uom distinto che nella Rezia zelasse la restaurazione del cattolicismo nel senso del concilio di Trento.
Personaggio così famoso, che veniva a croce alzata, seguito da molti ecclesiastici di virtù e di saper grande, che era incontrato solennemente dalle autorità, che all'Ospizio dormì sulla paglia, che fe il trasporto delle reliquie dei santi Sigisberto e Placido, dovette lasciar viva impressione sopra quei terrazzani. Era sua mente drizzarsi a Coira, indi nel ritorno visitare Chiavenna e la Valtellina. Per impetrarne licenza mandò Bernardino Mora al beytag dei Grigioni: ma i predicanti andavano spargendo sospetti sul suo conto: lui infine esser nipote di quel Gian Giacomo Medeghino, il cui nome, dopo le acerbe guerre lor recate sul lago e in Valtellina, era fra i Reti rimasto terribile: vedessero quanto aveva operato in val Mesolcina, dove non prima pose piede, che collocatosi in luogo forte, stabilì un inquisitore, e fece ogni suo talento: assai tornerebbe sospetta ai loro alleati Francesi la venuta del cardinale, tutto ligio alla Spagna[113]. E questi susurri trovarono ascolto; onde, non che escluderlo, i predicanti commossero quei della val Pregalia a dare addosso ai missionarj da lui mandati, e metterli a processo[114]. Adunque avvisato voltò per Giornico e il Sangotardo[115] a Bellinzona. Quivi trovò folta ignoranza delle cose di Dio, ed un vivere non punto meglio del credere; matrimonj incestuosi, usure sfacciate, conculcati i diritti del clero, sacerdoti simoniaci e viventi in pubblica disonestà. Ho letto omelie da lui recitate colà, donde può trarsi argomento e dello stato di quel paese e dello zelo che il santo vi adoprò, dimorandovi fino al 15 dicembre; ove eresse anche una prebenda per mantenere un maestro, lasciò un catechismo, compilato a posta dal gesuita Adorno, ridusse a compimento il collegio d'Ascona. Come avea fatto rinviare dal Governo di Bellinzona il Beccaria e il Trontano, sperava fare di Mesocco il punto d'appoggio del rinnovato cattolicismo nella Rezia, dicendo che, essendo questo paese uno Stato sovrano, già feudo dei Trivulzj milanesi, ed or liberamente collegato ai Grigioni, non andava sotto alle leggi di questi. Dovea porvisi una stamperia cattolica, da opporre alla protestante di Poschiavo; e il palazzo dei Trivulzj ridursi a collegio de' Gesuiti.
Fin tra le cure che ponevangli assedio negli ultimi suoi giorni, il Borromeo s'occupava d'ottenere, se non pace, almeno tregua ai Cattolici di colà; e teneva corrispondenza con re Filippo II d'affari sì intimi, che non si affidavano alle carte, ma comunicavansi a voce col Terranova, allora governator del Milanese.
Dal 1578 in poi, un nunzio pontificio risedette sempre nella Svizzera, per quanto se ne adombrassero le potenze alleate: si fondarono scuole di Cappuccini ad Altorf per le classi inferiori, e di Gesuiti per le superiori a Lucerna, ai quali Gregorio XIII assegnò seicento zecchini annui, oltre gli allievi che manteneansi ne' collegi di Milano e di Roma. Anzi, Lega borromea o Lega d'oro fu detta quella che i Cantoni cattolici strinsero col re di Spagna per conservar la Chiesa e la pace; e i membri di essa obbligavansi «di vivere e morire nella sola vera e antica fede cattolica, apostolica, romana, essi e l'eterna loro posterità».
Anche il cardinale Federico Borromeo s'adoprò a tener in fede la Mesolcina, e vi mandava sempre sacerdoti e maestri. Nel 1609 vi erano pretore Simeon De Negri, e cancelliere un Sanvico, i quali, ricordandosi che un tempo vi sedeva un ministro protestante, anche allora lo chiamarono. Il popolo se ne indispettisce, eccitato anche da Antonio Gioerio, e irrompendo ove quello celebrava, abbattono la campana, insozzano il tempio, bruciano i sedili.
Come i Grigioni, così neppur Ginevra era allora membro della Confederazione Elvetica, ma solo confederata. Questo paese formava parte dell'impero germanico ed era spartito, siccome il resto della Svizzera, fra molti baroni, spesso in lotta fra loro e col vescovo; coi conti del Genevese, che allegavano il diritto imperiale; coi duchi della vicina Savoja, che guatavanli colla cupidigia del forte. I vescovi signoreggiavano come principi e vi batteano moneta: ma ne impugnava i diritti la città, che pretendeasi imperiale, cioè libera, e nominava un consiglio e quattro sindaci per amministrare insieme col vescovo. I conti di Savoja tentarono spodestare il vescovo; di che Gregorio XI nel 1370 movea lamento ad Amedeo VI. Amedeo VIII, che fu antipapa col nome di Felice V, tenne in Ginevra la sede del suo pontificato, dove rimasero gli atti di esso, finchè nel 1754 quella repubblica li regalò a Carlo Emanuele III.
Nel 1401 Villars, conte del Genevese, cedette al duca di Savoja questa contea, e con essa i suoi diritti sulla bella città del Lemano, che così trovossi divisa fra tre poteri; il vescovo, il duca, il municipio. Il vescovo, proposto dal popolo, eletto dai canonici, godeva di molte regalie, e giudicava le cause in appello. Il popolo, cioè i capicasa, eleggevano il sindaco e il consiglio, annuali; ricevevano dal vescovo e dal conte il giuramento di conservare le franchigie. Il duca teneva assessori laici per eseguire ciò che i consiglieri avessero deliberato intorno ad affari temporali; col titolo di visdomino giurava fedeltà al vescovo e al Comune; nel suo forte, detto il Gagliardo, faceva giustizia de' condannati dai sindaci, impiccandoli a Champel, terreno del vescovo; teneva le prigioni nel castello dell'Isola, che aveva ricevuta dai vescovi per ipoteca di denaro dovutogli, e più non volle restituire.
E i vescovi erano l'unico ostacolo perchè quella popolazione avveniticcia, mista di Svizzeri, Italiani, Francesi, non cadesse in servaggio dei duchi di Savoja. Questi dunque cercavano metter su quella sede parenti loro, che faceano nominare da Roma, in onta ai privilegi municipali. Tal fu Giovanni, bastardo di Savoja, eletto da Giulio II, e che già aveva cospirato per annettere Ginevra al ducato de' suoi. Tale Pietro de la Beaume, che gli succedette giurando non intaccare le libertà. Ma poichè Carlo III agognava trasformare l'autorità delegata in sovranità assoluta, la lotta fra lui e i borghesi fe nascere i partiti de' Confederati (Eidgenossen donde Ugonotti) e dei Mamelucchi; quelli cercando, questi respingendo l'alleanza con Berna. Prevalsero i primi, e fecero trattato di conborghesia con Friburgo il 6 febbrajo 1518, onde schermirsi dall'usurpatore[116]. Il duca infellonito fa uccidere quanti Ginevrini si trovano a Torino, e sorprende Ginevra; ma non potè impedire che i confederati stringessero lega con Berna il 20 febbrajo 1526. I Bernesi, ch'eransi fatti protestanti, vennero con lance e cannoni, per via spezzando le immagini, e abbeverando i cavalli nelle pile dell'acquasanta; dispersero in Ginevra i tanti monumenti del primiero culto; vinsero i vescovi e i duchi, e per mezzo di Guglielmo Farel introdussero la Riforma. Il gran consiglio della città, sforzatosi invano a conservare il cattolicismo, dovette tollerare i Riformati, che subito prevalsero, e cacciarono i Cattolici e il vescovo, il quale si collocò ad Annecy. Poi al 27 agosto 1535 fu ordinato non ci fossero se non Protestanti, onde i Cattolici migrarono.
Il duca di Savoja ricoverava i perseguitati, e minacciava voler ridurre Ginevra pari a un villaggio di Savoja. Il papa gli consentiva di levar le decime sugli ecclesiastici e gli argenti dalle chiese onde far armi, ed esortava i principi cattolici ad essergli in ajuto. Carlo in fatti si mosse, tenne assediata per un anno Ginevra, ma questa ebbe soccorsi più effettivi dai Bernesi, che, oltre liberarla, tolsero al duca il Sciablese, Gex, il paese di Vaud, e dopo sacrifizj e martirj, lo costrinsero a firmar la pace di San Giuliano, impegnandosi a rispettare i privilegi di Ginevra.
Così Ginevra, spinta alla Riforma per amore della libertà politica, avea fatto due rivoluzioni; coll'una liberandosi dai duchi di Savoja, coll'altra introducendo la Riforma. Questa fu opera di Calvino, siccome dicemmo, il quale, mentre il protestantismo non avea che distrutto, cercò riedificare. Spoglio di poesia e d'entusiasmo, magro, malaticcio, a fronte di Lutero gaudente, beone, beffardo; inasprito anche dall'abitudine della controversia, governava con una logica implacabile e con una rigida pietà, che non perdonava nè a sè nè agli altri; fra quel fervore ragionacchiante, quella abnegazione senza slancio, non piegavasi mai per sensibilità; lontanissimo dalla tolleranza, cioè dal rispettare i diritti dell'anima[117].
Allora dapertutto era considerato come il maggior dei delitti l'eresia: solo variavasi nel giudicare eresia quello ch'era antico o quel ch'era nuovo. Calvino, carattere inflessibile, non potea che considerare come empio chi reclamasse la libertà della coscienza; genio organizzatore, pretendeva l'obbedienza, e trovava legittime le ordinanze pubblicate anteriormente contro l'eresia; nè una penalità che potea spingersi fino al supplizio, repugnava alla sua logica austera[118]. Non si fece egli dunque riguardo d'imprigionare, di espellere, e arrivò più in là con Michele Serveto, medico aragonese, allievo della scuola di Padova, ostinantesi a negare la trinità delle persone divine. L'Aleandro da Ratisbona scriveva al Sanga il 17 aprile 1532, essersi mandato alla Dieta un libro di Michele Serveto De Erroribus Trinitatis, dove «quel traditor con ogni suo ingegno si sforza mostrar che lo Spirito Santo non sit tertia persona in divinis, et che questo nome di Trinità sii cosa falsa e vana, ecc. Ha ventisei anni e grandissimo ingegno, ma la cognizione che mostra della sacra scrittura fa supporre non ci abbia messo di suo che il nome». Esso Aleandro pensa dunque farlo condannare da una congregazione di teologi, e «scriver in Spagna che si faccia proclamo et incendj di quel libro et de la statua dell'eretico al modo di Spagna....... Altro non si potrà far per hora: saria il dover che questi eretici di Germania, dovunque quel Spagnuolo si ritrova, mostrassero impugnarlo, se sono veri cristiani ed evangelici come si gloriano, perchè lui è pur non meno contrario alla profession loro che alli Cattolici, ecc.[119]».
Così fecero: Calvino volle averne il parere de' credenti, e tutte le Chiese elvetiche risposero egualmente che bisognava impedire si propagasse lo scandalo delle empie sue dottrine, e vietare che gli errori e le sette fossero seminate nella Chiesa di Cristo: sicchè lo condannarono alla morte e al fuoco. Il Serveto domandò d'esser rilasciato perchè trattavasi d'eresia, delitto che non appartiene al poter civile, così avendo stabilito anche Costantino a proposito di Ario. Non ebbe ascolto. Calvino, da lui implorato di perdono, glielo negò, consigliandolo a volgersi al Dio, che avea bestemmiato. Dal famoso Farel esortato a disdirsi, e così impetrar misericordia, il morituro rispose: «Non ho meritato la morte, e prego Dio di perdonare a' miei persecutori; ma non ricomprerò la vita con una ritrattazione che ripugna alla mia coscienza». Farel l'accompagnò tutta la via, pregandolo, minacciandolo, blandendolo, insultandolo: sulla deliziosa collina di Champel, tra una folla immensa, che pregava per lui, fu legato a un palo, col libro suo, e in capo una corona di fronde, spolverata di solfo, e messovi il fuoco, l'anima di lui comparve davanti all'Altissimo.
Molti fremettero alla fiera esecuzione, e Calvino li sfolgorava co' termini più bassi, e sosteneva il diritto, anzi il dovere di punire colla spada gli eretici. Par che anche la nostra Renata di Ferrara gliene facesse appunto, ed esso le rispondeva: «Avendovi io allegato che David col suo esempio ci istruisce di odiar i nemici di Dio, voi rispondete che era ancora sotto la legge di rigore. Ma questa glossa, o signora, sovvertirebbe la Scrittura, e perciò bisogna fuggirla come peste..... Per troncar il filo d'ogni disputa contentiamoci che san Paolo applicò a tutti i fedeli quel passo, che lo zelo della casa di Dio ci deve consumare. Laonde Nostro Signor Gesù Cristo riprendendo i suoi discepoli quando il richiesero di far cadere il fulmine su quei che lo ripudiavano, come avea fatto Elia, non allega loro che or non si è più sotto la legge di rigore, ma solo rimostra che non sono mossi da sì viva affezione quale il profeta. Anche san Giovanni, del quale voi riteneste solo la parola di carità, mostra che noi non dobbiamo, sotto ombra dell'amor degli uomini, raffreddarci sopra l'onor di Dio e la conservazione della sua Chiesa, giacchè ci vieta perfino di salutare quelli che ci sviano dalla pura dottrina».
Come del Serveto dicea, Si venerit, modo valeat mea auctoritas, vivum exire non patiar, così d'un nostro rifuggito italiano: J'eusse voulu qu'il fust pourry en quelque fosse, si ce eût été à mon souhait; et sa venue me réjouit autant comme qui m'eust navré le cœur d'un poignart... Et vous assure, s'il ne fust si tost eschappé, que, pour m'acquitter de mon debvoir, il n'eust pas tenu à moy qu'il ne fust passé par le feu.
Trovati alcuni scritti di quel Gruet che avea mandato a morte, li fa bruciare dal boja, e l'autore chiama adhérent d'une secte infecte et plus que diabolique... degorgeant telles exécrations dont les cheveux doibvent dresser en la teste à tous, et qui sont infections si puantes pour rendre un pays mauldict, tellement que toutes gens ayant conscience doibvent réquerir pardon à Dieu de ce que son nom a été ainsi blasphémé entre eux.
Tal era dunque la tolleranza calvinica, alla quale potremmo opporre la benignità del Sadoleto, vescovo di Avignone, benevole anche coi caporioni della Riforma[120]. Allorquando il vicelegato Campeggi menava l'esercito contro dei Valdesi, il Sadoleto li ricoverò nel suo vescovado, scrisse loro una lettera, in cui, dopo riprovate le loro dottrine, aggiungeva in francese: «Desidero il vostro bene, e sarei amareggiato se si venisse a distruggervi, come si cominciò. Perchè meglio intendiate l'amicizia che vi porto, il tal giorno mi troverò presso Cabrières, e là potrete venire pochi o tanti, senza che vi si faccia alcun disturbo, e là vi avvertirò di quel che vi sia di salute e profitto».
Paolo III indicò conferenze a Lione, alle quali convennero il vescovo di Ginevra, il cardinale di Tournon, gli arcivescovi di Lione, di Torino, di Vienne, di Besançon, i vescovi di Langres e di Losanna e il Sadoleto; molto disputarono sui modi di ristabilire il cattolicismo a Ginevra, infine dovettero limitarsi a una lettera che il Sadoleto scriverebbe. L'abbiamo, ed è mentosto una polemica che un'effusione di cuore paterno, dove s'associano l'elevazione del pensiero alla tenerezza morale del vangelo, così diversa dall'aridità a cui Calvino abituava i Ginevrini. Insiste principalmente sul punto che commoveva i distruttori d'allora, la perennità di questa Chiesa, con una sequela di dottori, di martiri, di pontefici, purificata al fuoco della persecuzione, vigile a condurre i fedeli, amorosa a correggerli, inesausta in tesori di perdono. E quando il rigido metodismo non aveva assiderato i cuori dovea far effetto quel suo mostrar quanto i dogmi abbiano di consolante pel cuore, i conforti della preghiera: e lo stesso Beza nella vita di questo confessa che, nisi peregrino sermone scriptæ fuissent, magnum civitati in eorum statu damnum daturæ fuisse videantur.
I caporioni di Ginevra stettero in gran pensiero a chi affidar la risposta, e trovarono non poterla fare se non Calvino, benchè allora fosse allontanato dalla città. La stese egli infatto, tripla di lunghezza, superiore in energia, poco inferiore di eleganza, come retore consumato che era e versato ne' classici; loda la virtù e il sapere di lui, egli sempre così acre contro i suoi avversarj, ma lo imputa di malafede e di trascorrere fino alla villana licenza del calunniare[121].
Principalmente quanto alle tante sette, suscitatesi fra' Riformati, riflette che, se questa fosse colpa, ne andrebbe imputato l'intero cristianesimo fra cui tante ne nacquero; doversi anzi lodar di zelo i Calvinisti che le combatterono mentre i Cattolici dormivano oziosi. Quasi la Chiesa non respingesse le sette coll'autorità sua propria inerrabile; quasi fosse merito combatter l'errore coll'errore! Finisce professando che non vi è bene maggiore dell'unione ecclesiastica, e invocando Cristo a riunir tutti nella società del suo corpo, per modo che, colla sola sua parola e il suo spirito, siam congiunti in un cuore e in un pensiero.
La risposta di Calvino è citata tuttodì come un modello di bellezza e forza di stile; noi cattolici e italiani abbiamo dimentica affatto la lettera del Sadoleto, che in nulla le cede.
Accennammo come fondatore della Chiesa italiana di Ginevra l'Ochino (Vol. II, p. 62). Con esso era fuggito da Siena Latanzio Ragnoni, che venuto a Ginevra nel 1551, fu il primo che vi prese uffizio di catechista; poi morto il Martinengo, a' 24 ottobre 1557 fu fatto ministro di quella Chiesa italiana, e vi morì il 16 febbrajo 1559[122]. Dapprima si adunavano gli Italiani per la preghiera comune nella sala del vecchio collegio. Cresciuti di numero si diedero forma di Chiesa: nel 1552 la dirigeva un pastore; nel 1556 si compose il concistoro, formato del pastore, ch'era il Martinengo, quattro anziani e quattro diaconi; e capo degli anziani fu il marchese Galeazzo Caracciolo per trentun anno, in tal qualità vigilando a quanto accadesse alla Chiesa e prendendo cura de' poveri. Egli provide ad assodarla, e dal magistrato ottenne uno statuto che del ministro determinava venticinque incombenze. La prima era di cominciare l'adunanza coll'invocare l'assistenza di Dio, e finire col rendergli grazie. La seconda, di far tutto con ordine, modestia, semplicità, carità, senza discordia nè contese. Tutti i membri della Chiesa italiana una volta l'anno si univano in generale assemblea per conferire sul regolamento delle famiglie, e sull'accettare nuovi membri: locchè manteneva la moralità, tanto più che non accoglieva alla Cena chi ne fosse immeritevole. I fedeli erano visitati di tempo in tempo dagli anziani, e i figliuoli istruiti accuratamente. Fin dal 1551 a Nicolò Fogliato di Cremona e Amedeo Varro piemontese erasi affidata la cura de' poveri per soccorrerli con somme raccolte. Nel 1555 il magistrato, vedendo ben ordinata quella Chiesa, e attenta ai precetti del Vangelo, concesse a suo uso il tempio della Maddalena, dove amministrar la Cena alle otto di mattina della domenica dopo quella che se n'era valsa la Chiesa francese. Per residenza del pastore fu data un'abitazione nel chiostro di San Pietro.
Alla professione di fede ginevrina troviamo si soscrissero, degli Italiani, Celso e Massimiliano Martinengo bresciani, Galeazzo Caracciolo, Bernardino Ochino, i conti Giulio Stefanelli e Antonio Tiene di Vicenza, Marco Pinelli genovese, Pompeo Avanzi veneziano, G. B. Natan, divenutovi poi predicante, Nicolò Gioffredo di Crema, Cesare Bollani e Pompeo Diodati di Lucca, Onofrio Marini napoletano, Carlo Federici e Paolo Alberti romani, Pietro Muti toscano, Paolo Lazise veronese, Matteo Gribaldi, Giorgio Blandrata e Carlo Alciati milanesi, Bartolomeo Polentani, Agostino Fogliani, Orazio Chiavelli, Santo Mellini, Giacomo Verna, Sigismondo Pigna, Giovanni Fecato, Andrea Cotogni, e molti vulgari; e «preti e frati rifuggiti non per altro in Ginevra se non perchè stracchi del rigore del chiostro e del breviario, e trovando buono di godere il resto de' loro giorni in libertà con una moglie in seno. Almeno così ne scrivono gli autori cattolici, e così ne parlano i Protestanti che vogliono spacciarsi per galantuomini».
Sono parole d'un altro eretico d'età più tarda, Gregorio Leti, il quale, nella Historia ginevrina[123] soggiunge che sette Italiani ricusarono sottoscrivere, e si ritirarono dalla città; fra i quali Andrea Osselani, Marco Pizzi, Valentino Gentile, che poi vi s'indussero; nè però quest'ultimo desistette dal sostenere proposizioni ariane, sinchè fu cacciato. Accenna altri che ricoveravano a Ginevra, tra' quali Margherita Pepoli di Bologna, fuggita con un amante, bastardo de' Bentivoglio, e colà resasi calvinista.
Altrove[124] colla abituale sua prolissità e gonfiezza declama contro l'intolleranza di Ginevra. «Dio ne guardi che pigliasse la fantasia al re di Francia di trattar gl'infelici Ugonotti con una particella di quel rigore, col quale li Ginevrini trattarono nel 1536 li Cattolici a Geneva. Dio ne guardi, dico un'altra volta: almeno il re di Francia sono già tanti anni che li va distruggendo, togliendoli oggidì una cosa, dimane un'altra senza sangue e senza violenza considerabile, e sono stati minacciati prima d'esser ruinati: e se gli è lasciato il tempo pian piano di pensare a' casi loro.... Ma i Ginevrini, subito che si videro in mano il governo, non diedero tempo un momento ai Cattolici: cito, cito, cito: la sentenza e l'esecuzione in un momento, e non voglion dar tempo neanco per l'instruzione».
E qui si scaglia contro gli autori del suo tempo e cattolici e protestanti, perchè non sanno che mentire, inveire, calunniare: e i libri che si vendono non son che controversie e satire, critica della critica, papismo contro papismo, calvinismo di calvinismo, e sempre maledire, criticare, mentire. E pensa che la religione se ne vada, e dice che metà degli uomini sono atei; che come si scandalizzano i Cattolici andando a Roma, così a Ginevra i Protestanti.
In fatto ben provvista di spioni era Ginevra, un de' quali un giorno rapporta ai magistrati: «Ho inteso Caterina moglie di Giacomo Copa, del ducato di Ferrara, dire che Serveto è morto martire, e Calvino fu causa della sua morte perchè era seco in lizza, onde i signori han fatto male a farlo morire; che Gribaldo ha dottrina sua propria, come Paolo Alciato e il Biandrata, e che son perseguitati a torto e per malevolenza: ch'ella vuol andarsene perchè il procedere di questi signori le spiace in quanto condannano chi pensa diverso da loro; e disse molte bestemmie di cui non mi ricordo». Un altro spione rincalzava: «Ella disse che M. Calvino non è d'accordo con Gribaldo perchè questi è più dotto: ch'ella non ha a far se non quello che Gesù Cristo dice: che, se ella persevera e muore qual è venuta a Ginevra, sarà martire del diavolo. Essa tien una lettera di Gribaldo, sottoscritta da Giovanni Paolo e da Valentino».
Arrestata, si seppe ch'ella era venuta a Ginevra per compiacere al suo unico figlio, che non voleva andar alla messa, e restò condannata a domandare mercede a Dio e alla giustizia, e bandita, con ordine di lasciar la città fra ventiquattro ore, o perderebbe la testa[125].
Uno fu condannato perchè possedea le Facezie del Poggio: un altro perchè leggeva l'Amadigi: un muratore perchè stanco esclamò, «Al diavolo l'opera e il padrone».
Questo Gribaldo, che dal Leti vedemmo dato per milanese, ma par piuttosto padovano, era un antitrinitario: fu dal Vergerio chiamato alla Università di Tubinga, e mandò una confessione di fede allo Zanchi, pregando la comunicasse anche a Pietro Martire, ma fu conosciuta eterodossa, e il Beza la disapprovò affatto[126].
I duchi di Savoja non sapeano darsi pace di aver perduto Ginevra, e cercavano ripigliarla, adducendo a pretesto ch'era nido d'eretici. Pio IV incaricava il vescovo di Como della nunziatura agli Svizzeri cattolici, onde persuadere questi a confederarsi col duca di Savoja per recuperare Ginevra[127]. Stanno nell'archivio di Torino un breve di esso papa a Francesco II dell'11 giugno 1560, ove l'esorta ad ajutare di denaro e di truppe il duca per recuperare Ginevra, impresa accettevole a Dio, e utile alla pace del suo regno, disfacendo quel ricovero de' malcontenti di Francia: e un'altra del 13 al re di Spagna nel senso stesso, assicurando che il re cristianissimo dalla Borgogna, esso papa dall'Italia spedirebbero truppe all'uopo. Il giorno stesso, Carlo Borromeo avvertiva il signor Collegno che il santo padre avea deposto ventimila scudi in mano di Tommaso Marino banchiere a Milano per servire ai Cantoni cattolici contro gli eretici che volessero attaccare i fedeli; e per impedire che questi andassero a soccorso di Ginevra quando verrebbe assalita dal duca. Il quale, allorchè muova a quest'impresa, avrà pure ventimila scudi per le spese di un trimestre; il papa manderà la sua cavalleria a proprio costo, acciocchè la guerra compiasi presto, avantichè i Turchi ci molestino. Sua santità trova bene che la guerra non si qualifichi di luterana, ma solo guerra contro di ribelli e d'una città che appartiene al duca Emanuele Filiberto.
Forse la morte di Francesco II interruppe l'impresa, ma il desiderio non ne cessò nei duchi; e Carlo Emanuele meditò sorprendere la città mentre l'assicurava di pace e di buona vicinanza. È famosa la scalata sua, sì ben ordita e sì mal tessuta. Non è mestieri dire che i Cattolici secondavano quest'impresa di lui. Il poeta Vinciolo Vincioli lo incoraggiava
a domar l'antico orgoglio
Del barbaro vicin, e di quegli empj,
Che fuggendo al tuo scettro, ebber ardire
Fabbricar nuova fede e nuova legge;
gli assicurava il favor di Dio che certamente destina
Che debban l'armi tue con breve guerra
Vincer tutta la terra,
La qual, vinta, che sia, dall'Indo a Tile
Sarà solo un pastor, solo un ovile;
lo esortava a far fiorire di qua dall'Alpe la pace,
Mentre di là fiera discordia ognora
Tiene in travaglio i popoli, che sono
Verso Dio divenuti aspidi e talpe.
Intanto lo sollecitava contro Ginevra, indarno difesa dal lago, dalla palude, dai fiumi, dalle mura:
E già veder il Rodano mi pare
Portar il sangue invece d'acque al mare.
Poveri vaticinj de' poeti! Invece, la notte 12 dicembre 1602, già ducento suoi uomini erano penetrati nella città, quando furono scoperti e trucidati; ed egli cacciato non riportò che la vergogna d'aver perfidiato, senza la giustificazione che suol dare la buona riuscita. Carlo tornossene collo scorno, e le canzoni popolari a lungo fecero risonare la sua vergogna, come un annuo digiuno e il canto del salmo 124 perpetuò la memoria dell'essere sfuggita la città al pericolo di diventare serva e cattolica.
Nel 1609 e nel 1611 Casa di Savoja rinnovò que' tentativi, sempre col pretesto di sostenere i pontefici, come altre volte pensò ingrandire col pretesto di abbatterli.
San Francesco di Sales vescovo d'Annecy avea più volte insistito sull'importanza di acquistare quella città, non però coll'armi, e la sua speranza di guadagnarla colla persuasione andò dispersa dacchè il Savojardo divenne esecrabile ai Ginevrini, che, coll'amor della patria, istillarono ai figliuoli l'odio pel duca non solo, ma per tutto ciò che fosse di Savoja.
Ginevra restò sempre la Roma degli Evangelici. La famiglia lucchese dei Turrettino ben ne meritò e diede molti uomini di Stato e scrittori. Tali Benedetto, autore di sermoni e dissertazioni teologiche (1631) e d'una storia della Riforma di Ginevra, rimasta manoscritta: suo figlio Francesco, scolaro di Gassendi e contato fra' più insigni di quella città, che scrisse, oltre il resto, Institutiones theologiæ elenchticæ (1687): Giovanni Alfonso suo figlio, più celebre degli altri (1671-1737). Accolto con onore ne' suoi viaggi, posto a Ginevra fra i pastori, poi in una cattedra di storia ecclesiastica, eretta apposta per esso, tenne corrispondenza estesissima per essere informato di quanto operavasi dai Protestanti, e cercava di mettere pace fra i dissidenti coll'indurli ad attenersi solo a certe credenze fondamentali, e tollerare parziali dissensi, può dirsi riformò un'altra volta Ginevra, cancellando quanto di passionato v'aveva in Calvino; per opera sua il concistoro de' pastori di Ginevra cessò di esigere che tutti i ministri sottoscrivessero il Consensus, formulario intorno alla predestinazione e alla grazia. Le opere di esso furono raccolte in quattro volumi a Leuwarde 1775. Ebbe egli a scrivere che, se tante genti d'Europa, poste sotto cielo felice e dotate di begli ingegni, nulla producono d'insigne, n'è colpa il Sant'Uffizio, o leggi somiglianti a quelle dell'Inquisizione, che frangono ogni vigore d'intelletto, attesochè nessuno voglia promuovere le lettere e cercare la verità o pubblicare i suoi trovati allorquando, invece di lodi, ottenga ingiurie, disonore invece di applausi, pene e supplizj invece di ricompense.
Il pio quanto erudito Lodovico Muratori, che meritò il titolo di padre della storia d'Italia, prese a confutare queste asserzioni nel libro De ingeniorum moderatione in religionis negotio; ove dimostra come fra' Cattolici sia libero il disputare di tutto quanto non intacchi la fede e la moralità, e delle opinioni in fatto di scienze, lettere, arti, qual sarebbe la teorica copernicana: rimanendo intero il diritto di pubblicare la verità. Ma nel sostenerla egli raccomanda si adoperi giustizia, prudenza, carità; non calunniare mai; temperare la mordacità; tenersi moderati sin dove non vada di mezzo la fede; non imputare errori che non siano ben accertati. Simili accorgimenti vorrebbe ne' censori che rivedono libri a stampare; non irritino l'amor proprio degli autori, col che non si ottiene che di esacerbarli; non vi mettano il puntiglio d'opinioni personali, e l'ostinatezza a trovar errori, e la maligna interpretazione delle intenzioni.
Tremelli Emanuele ferrarese stampò a Ginevra per Eugenio Stefano, 1569, la traduzione latina del Nuovo Testamento siriaco. Lo tacciarono d'aver carpita quella di Guido Le Levre, compita già, sebbene stampata solo il 1571 nella Biblia poliglotta di Anversa, ma basta confrontarle per accorgersi della falsità.
Ivi pure Vincenzo Paravicino, nel 1638 stampò Della Comunione con Gesù Cristo nell'eucaristia, contro i cardinali Bellarmino e Du Perron: trattato di Giovanni Mestrezat, tradotto dalla lingua francese.
Per uso della Chiesa italiana furono tradotti in versi i salmi, de' quali conosciamo l'edizione del 1566, con lettera proemiale, firmata Gio. Cal. e la professione di fede: si dice a fatta di comune consentimento da le chiese che sono disperse per la Francia, e s'astengono dalle idolatrie papistiche, con una prefatione la quale contiene la risposta e difensione contro le calunnie che gli sono imputate. Ed è de la stampa di Gio. Batt. Pinerolo a Ginevra.
L'edizione pur di Ginevra del 1592 li dà tradotti da Giulio Cesare Paschali, e dedicati alla regina Elisabetta difenditrice della fede. Spesso invece di Dio dice Giova, deducendolo dall'ebraico Iehova, e assai si diffonde nel difendere tal novità.
Premette un sonetto all'Italia, ove conchiude:
O David degno! o te beata appieno
Italia mia, se quel secondi, or volta
Da le mondane a le celesti tempre.
Ond'io ti sveglio, deh il parlar mio ascolta:
Fuor che 'l viver a Dio tutto vien meno,
E lui sol celebrar si dee mai sempre.
Vi sono soggiunte rime spirituali, e il primo canto d'un poema «l'Universo, o Creazion di tutto il mondo, origine e progressi in quello della Chiesa del Signore».
In edizione del 1621 essi salmi sono sessanta. Poi, nel 1631, si stamparono I sacri salmi messi in rime italiane da Giovanni Diodati, senza data, ma coll'áncora e il delfino, consueti agli Aldi; e sono cencinquanta. Un'edizione degli antichi sessanta salmi, del 1650, contiene gran numero di orazioni e riti. Poi nel 1683 a Ginevra apparvero Cento salmi di David tradotti in rime volgari italiane secondo la verità del testo hebreo, col cantico di Simeone ed i dieci comandamenti della legge, ogni cosa insieme col canto. Sono gli antichi sessanta, con aggiunta di quaranta, di Giovanni Diodati di benedetta memoria. L'epistola proemiale, colle solite invettive contro ai Cattolici e alla consacrazione, dice aver già pubblicato un libro sulle orazioni da farsi nelle adunanze domenicali, e sui modi di celebrare i sacramenti e santificare il matrimonio. Loda assai gli effetti della musica. Vi sono pure l'orazione dominicale, preghiere pel mangiare, e così per tutte le domeniche, pei giorni della Cena, e in fine una confessione di fede, fatta d'accordo coi fedeli di Francia. Il tutto è in italiano; locchè proverebbe come durasse a Ginevra una chiesa italiana. Nel 1840, dalla società biblica furono stampati i Salmi secondo la versione in prosa del Diodati, con a fronte la versione ên lingua piemonteisa.
Più tardi, nella Bibliothèque Germanique (Amsterdam 1725, pag. 231) leggiamo in data di Ginevra: «Nous avons ici depuis quelque tems, un savant homme nommé M. Ferrari, italien, qui depuis longtems a embrassé la réligion reformée, et c'est établi en Angleterre. Il cherche des mémoires pour un ouvrage qu'il intitulera L'Italie Reformée, et dans lequel il traitera des Italiens savans ou gens de considération, qui ont embrassé la réligion protestante».
Ecco dunque uno che ci avrebbe preceduto d'oltre un secolo. Questi è probabilmente Domenico Antonio Ferrari, giureconsulto napoletano, ajo nella casa del conte di Leicester; quel desso che nel 1744 depose al collegio di San Giovanni a Cambridge la copia della prima edizione del Trattato del Benefizio di Cristo, che fu creduta la sola sopravvivente. Egli stesso nel 1720 aveva mandato un esemplare delle Cento Considerazioni del Valdes a un non sappiamo chi di Neufchâtel, che ne fece annotazione su di esso libro; unica copia arrivataci di quell'opera, e dove il Ferrari è indicato come original de Naples, naturalisé anglais, et docteur en théologie de Cambridge, gouverneur de Mr. Cock gentilhomme anglais. Se è lo stesso, d'entrambe le due opere del Valdes, che levarono tanto rumore allora, poi di nuovo in oggi, la conservazione sarebbe dovuta allo stesso italiano.
Del 1705 possediamo originale questa lettera di un frate Aurelio Ghirardini servita bolognese, in cui al governo di Ginevra offre la propria apostasia.
«Serenissime Princeps, excellentissimi patres,
Fidem vestram tueri cupio, serenissime princeps, excellentissimi presidenteis; sanguinem ad vestram religionem defendendam sum effusurus, et mei ingenii tenebris splendorem ipsius adaugere peropto. Fidem, homini contra fidei dogmata insequuti, præstate. Debito abundant rubore characteres, licet atramenti colore funesto nigrescant; vestram enim pietatem implorant, quæ absque dubio, quamvis in celsitudinem conscendat humanitatis, quamvis maxima sit, tamen adeo grata est, ut absque precum effusione ab omnibus impetretur: in hoc non recedens a solis generositate, qui tam collium celsitudini, quam vallium humilitati lumen suum uberrime impertitur. Vere futuro proximo, vobis annuentibus, hic servitutem, quam verbis profero, operibus confirmabo; dummodo me vobis gratum fore, certiorem reddatis. Hoc temporis curriculum ab hujusce epistolæ exaratione ad discessionem intercedet, ob commoditatum inopiam, ab ærumnis et calamitatibus a me perpessis exortam et genitam. Nullam artem mæchanicam ob natalium modicam claritatem, calleo. Artes tantum liberales humilitate ingenii recolo, et vestram solum humanitatem et æquitatem summe veneror et agnosco. Vos humillime precor, ut non calamo, sed mihi parcatis. Viginti duo anni statis meæ jam evolarunt, et reliquum vitæ et laborum vobis, vestræ fidei consecrabo. Responsum et rescriptionem hujusce epistolæ animo hilari expecto. Ad majorem notitiam simul, et mei delitentiam hic titulum mihi in rescriptione adaptandum subposui. Vobis Cœlum illos tribuat honores, quos æque meritum vestrum appetit. Vobis, vestræ quæ religioni tribuat incrementum; reipublicæ augmentum, nominisque vestri famam æternam. Dum in obsequii mei evidentiam vobis me ipsum consacro.
«Dominationis vestræ serenissimæ et perquam exc.
«Ab urbe Reggio, mensis decembris, anni 1705.
Humillmus et obsqmus famulus
F. Aurelius Ghirardini, ordinis Servorum».
«Titulus italo idiomate faciendus:
Al p, f. Aurelio Ghirardini servita bolognese
della Madonna. A Reggio.
Dopo il 1725 la Chiesa di Ginevra dichiarò che non volea maestri umani, fossero Calvino o Beza; poi nelle conferenze che l'Alleanza Evangelica tenne l'autunno del 1861, molti pastori d'essa Chiesa affermarono non potere aderire ad essa Alleanza perchè aveva adottato una formola dogmatica, cioè Credo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo[128].
Mentre fin a ciò si spingeva la negazione, noi stessi vedemmo un singolare ritorcimento, attuato per opera dell'abate Francesco Vuarin savojardo, che fu curato di Ginevra dal 1808 al 1843. Trovati colà appena ottocento Cattolici, diede opera ad aumentarli, cozzando vigorosamente col Governo e coi ministri, scrivendo, divulgando libri, moltiplicando opere benefiche, introducendo le Suore della carità e i Fratelli della dottrina cristiana, che dirigessero un ospedale, una scuola, un orfanotrofio, mentre i Cattolici restavano esclusi dalle molte istituzioni pie di quella città. Fu ajutato da molti, e non solo dai pontefici, ma sin da Alessandro I imperatore di Russia: pubblicò il giubileo del 1825, e vide accorrervi cinquemila Cattolici; diecimila ne lasciò morendo nella sua parrocchia, con scuole libere e riti pubblici e prediche solenni, dalle quali noi fummo assai volte edificati, come dalla devozione degli intervenienti. L'opera sua è insignemente proseguita dal suo successore, monsignore di Mermillod, che testè elevalo a vescovo ausiliario di Ginevra, diceva: «In nome di Pio IX e di Gesù Cristo sono nella città, per la quale Francesco di Sales non potè passare che travestito nè senza pericolo della vita. Ora la percorro con tutta libertà, in abito vescovile: vi sono salutato e riverito, e sul mio cammino benedico fanciulletti, come faceva Gesù Cristo. Ho dodici preti: non ancora seminario nè capitolo, ma spero impiantarveli quando che sia. I Fratelli della dottrina cristiana istruiscono liberamente la gioventù. Le Suore della carità traversano le strade colla modestia della loro innocenza. In questa città, che vantavasi la Roma protestante, nel giorno di Natale contai più di tremila comunioni. Sopra cinquantamila abitanti ha ventimila cattolici: una magnifica cattedrale si sta elevando sopra una delle primarie sue piazze».