CANTO QUARTO

I

Senso Letterale

[Lez. XI]

«Ruppemi lʼalto sonno nella testa», ecc. Nel principio del presente canto, sí come usato è lʼautore, alle cose dette nella fine del precedente si continua. Dissesi nella fine del precedente canto come un vento balenò una luce vermiglia, la quale, toltogli ogni sentimento, il fece cadere, come lʼuomo il quale è preso dal sonno; per che, nel principio di questo, dimostra come questo suo sonno gli fosse rotto. E dividesi questo canto in due parti: nella prima dimostra come rotto gli fosse il sonno e come nello ʼnferno si ritrovasse; nella seconda, procedendo dietro a Virgilio, racconta sé avere molti spiriti veduti, pieni di gravi e cocenti sospiri, senza alcuna altra visibile pena. E questa seconda comincia quivi: «Or discendiam quaggiú nel cieco mondo».

Dice adunque nella prima parte cosí: «Ruppemi». Questo vocabolo suona violenza, volendo in ciò dimostrare che ogni atto, che in inferno si fa, sia violento e non naturale. La qual cosa non è senza cagione, la quale è questa: giusta cosa è che chi, peccando, fece violenza aʼ comandamenti e aʼ piaceri di Dio in questa vita, violentemente sia daʼ ministri della giustizia punito nellʼaltra.

«Lʼalto sonno». Il sonno, secondo che ad alcuno pare, è un costrignimento del caldo interiore e una quiete diffusa per li membri indeboliti dalla fatica; altri dicono il sonno essere un riposo delle virtú animali, con una intensione delle virtú naturali. Del qual, volendo i suoi effetti mostrare, scrive Ovidio cosí:

Somne, quies rerum, placidissime somne deorum,
pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris
fessa ministeriis mulces, reparasque labori, ecc.

E, appresso costui, assai piú pienamente ne scrive Seneca tragedo, in tragedia Herculis furentis, dove dice:

.....tuque o domitor,

somne, malorum, requies animi,
pars humanae melior vitae,
volucer, matris genus Astreae,
frater durae languidae Mortis,
veris miscens falsa, futuri
certus et idem pessimus auctor:
pater o rerum, portus vitae,
lucis requies noctisque comes,
qui par regi famuloque venis,
placidus, fessum lenisque fovens:
pavidum Leti genus humanum
cogis longam discere mortem, ecc.

Di costui ancora Ovidio nel suo maggior volume discrive la casa, la camera e il letto e la sua famiglia, se quella per avventura alcun disiderasse.

«Nella testa». La testa è alcuna volta posta per quella parte del viso, la qual noi chiamiamo «fronte», e alcuna volta per tutto il capo; e cosí in questo luogo intende lʼautore, percioché nel capo dimora il sonno causato daʼ vapori surgenti dallo stomaco e saglienti per lʼarterie al cerebro.

«Un greve tuono». È il tuono quel suono il quale nasce daʼ nuvoli, quando sono per violenza rotti; e causasi il tuono da esalazioni della terra fredde e umide e da esalazioni calde e secche, sí come Aristotile mostra nel terzo libro della sua Meteora; percioché, essendo lʼesalazioni calde e secche dalle fredde e umide circundate, sforzandosi quelle dʼuscir fuori e queste di ritenerle, avviene che, per lo violento moto delle calde e secche, elle sʼaccendono, e, per quella virtú aumentata, assottiglian tanto la spessezza della umiditá, chʼella si rompe, ed in quel rompere fa il suono, il qual noi udiamo. Il quale è tanto maggiore e piú ponderoso, quanto la materia della esalazione umida si truova esser piú spessa quando si rompe. La qual cosa intervenir non può in quello luogo dove lʼautore disegna che era, percioché in quello non possono esalazioni surgere che possano tuono causare: per che assai chiaro puote apparere lʼautore per questo «tuono» intendere altro che quello che la lettera suona, sí come giá è stato mostrato nellʼallegoria del precedente canto.

«Sí, chʼio mi riscossi, Come persona chʼè per forza desta». E in queste parole mostra ancor lʼautore gli atti infernali tutti essere violenti. «E lʼocchio riposato». Dice «riposato» percioché prima invano si faticherebbe di guardare chi è desto per forza, se prima alquanto non fosse lo stupore dello essere stato desto, cessato; conciosiacosaché non solamente lʼocchio, ma ciascun altro senso nʼè incerto di sé divenuto. «Intorno mossi, Dritto levato»: in questo dimostra lʼautore il suo reducere i sensi nelli loro debiti ufici; «e fiso riguardai», le parti circustanti: ed a questo segue la cagione perché ciò fece, cioè «Per conoscer lo loco, dovʼio fossi», percioché quello non gli pareva dove il sonno lʼavea preso.

«Vero è»: qui dimostra dʼaver conosciuto il luogo nel quale era, e dimostra qual fosse, dicendo «che in sulla proda io mi trovai», cosí desto, «Della valle dʼabisso dolorosa», sopra la quale come esso pervenisse è nella fine del senso allegorico del precedente canto mostrato: «Che tuono accoglie dʼinfiniti guai», cioè un romore tumultuoso ed orribile simile a un tuono. «Oscura», allʼapparenza, «profonda era», allʼesistenza, «e nebulosa», per la qual cosa, oltre allʼoscuritá, era noiosa agli occhi; «Tanto che per ficcare», cioè agutamente mandare, «il viso», cioè il senso visivo, «a fondo», cioè verso il fondo, «Io non vi discerneva alcuna cosa». Pur dunque alcuna cosa vi vedea, ma quello che fosse non discerneva, per la grossezza delle tenebre e della nebbia.

—«Or discendiam quaggiú nel cieco mondo». In questa seconda parte del presente canto dimostra lʼautore per una medesima colpa, cioè per non avere avuto battesimo, tre maniere di genti essere dannate; e questa si divide in due parti: nella prima dichiara delle due maniere deʼ predetti; nella seconda scrive della terza. E comincia la seconda quivi: «Non lasciavam lʼandar», ecc. Nella prima parte lʼautore fa due cose: primieramente discrive la pena delle tre maniere di genti di sopra dette, e pone delle due, delle quali lʼuna dice essere stati infanti, cioè piccioli fanciulli, lʼaltra dice essere stati uomini e femmine. Nella seconda muove un dubbio a Virgilio, il quale Virgilio gli solve. E comincia questa seconda quivi:—«Dimmi maestro mio», ecc.

Dice adunque cosí:—«Or discendiam», percioché in quel luogo sempre infino al centro si diclina; «quaggiú nel cieco mondo»,—cioè in inferno, il qual pertanto dice esser «cieco», percioché alcuna natural luce non vʼè: «Cominciò il maestro», cioè Virgilio, «tutto smorto», cioè pallido oltre lʼusato. È il vero che lʼuomo impallidisce per lʼuna delle tre cagioni, o per infermitá di corpo (nella quale intervengono le diminuzioni del sangue, le diete e lʼaltre evacuazioni, le quali vanno a tôrre il vivido colore), o per paura, o per compassione. E qui, come appresso si dirá, Virgilio, discendendo giú, impallidí per compassione.—«Io sarò primo», cioè andrò avanti, «e tu sarai secondo»,—cioè mi seguirai; volendo, per questo ordine dellʼandare, renderlo piú sicuro, in quanto colui, che va davanti, trova prima ogni ostacolo, il quale lʼandare impedisce, e quello rimuove, se egli è buono e valoroso duca.

«Ed io, che del color», pallido di Virgilio, «mi fui accorto», riguardandolo nel viso, «Dissi:—Come verrò», io appresso, «se tu», che vai avanti ed haʼ mi fatto vedere di menarmi salvamente, «paventi», cioè hai paura, «Che suogli al mio dubbiare esser conforto»? sí come nel primo canto appare, dove tu mi levasti dinanzi a quella lupa, e nel secondo canto, dove tu dellʼanimo cacciasti la viltá sopravvenutavi.—

«Ed egli», cioè Virgilio, «a me», disse:—«Lʼangoscia delle genti», onorevoli e dʼalta fama, «Che son quaggiú», in questo primo cerchio dello ʼnferno, «nel viso mi dipigne», cioè colora, «Quella pietá», cioè compassione, «che tu per téma», cioè per paura, «senti», cioè estimi che sia per paura. Altri vogliono che il senso di questa lettera sia questo: percioché tu senti te pauroso, tu estimi da questo mio colore che io similmente abbia paura; ma non è cosí: io son pallido per compassione, ecc. La prima esposizione mi piace piú.

«Andiam», confortalo ad andare, e dimostragli la cagione dicendo: «ché la via lunga ne sospigne»—a dover andare. «Cosí si mise», procedendo, «e cosí mi feʼ entrare», seguendolo io, «Nel primo cerchio», cioè nel limbo, «che lʼAbisso», cioè inferno, «cigne», cioè attornia.

«Quivi», in quel primo cerchio, «secondo che per ascoltare», potea comprendere, «Non avea pianto mai», cioè dʼaltro, «che di sospiri». È il sospiro una esalazione che muove dal cuore, da alcuna noia faticato, il quale il detto cuore, per agevolamento di sé, manda fuori; e, se cosí non facesse, potrebbe lʼangoscia, ritenuta dentro, tanto ampliarsi e tanto gonfiare dʼintorno a lui, che ella potrebbe interchiuder sí lo spirito vitale, che il cuore perirebbe; e, percioché la quantitá dellʼangoscia di quelle anime, che eran laggiú, era molta, pare i sospiri dovere essere molti, e con impeto mandati fuori. Per la qual cosa convien che segua quello che appresso dice, cioè: «Che lʼaura eterna», in quanto non si muta la qualitá di quella aura (ed è «aura» un soave movimento dʼaere: per questa cagione non credo voglia dire il testo «aura», percioché alcuna soavitá non ha in inferno, anzi vʼè ogni moto impetuoso e noioso; e quinci credo voglia dire «aere eterno»), «facevan», glʼimpeti deʼ sospiri, «tremare», cioè avere un movimento non maggiore che il tremare.

«E ciò avvenía», cioè questo sospirare, «da duol senza martiri». Non eran dunque quelle anime, che quivi erano, da alcuna pena estrinseca stimolate, ma solamente da affanno intrinseco, il quale si causava dal conoscimento della lor miseria, vedendosi private della presenza di Dio, non per loro colpa o peccato commesso, ma per lo non avere avuto battesimo, come appresso si dice. «Che avean le turbe», cioè moltitudini, «chʼeran grandi, Dʼinfanti», cioè di pargoli, li quali «infanti» si chiamano, percioché ancora non eran venuti ad etá che perfettamente potesson parlare (e questa è lʼuna delle due maniere di genti, delle quali dissi che lʼautor trattava in questa parte), «e di femmine e di viri», cioè dʼuomini (e questa è lʼaltra maniera, in tanto dalla prima differenti, in quanto i primi morirono infanti, come detto è, e questi secondi morirono non battezzati in etá perfetta). [Li quali una medesima cosa direi loro essere e glʼinfanti, se quella copula, la quale vi pone quando dice: «Dʼinfanti e di femmine e di viri», non mi togliesse da questa opinione. E la ragion che mi moverebbe sarebbe questa; percioché io non estimo che da creder sia, quantunque nella presente vita glʼinfanti in tenerissima etá morissono, che essi sieno, al supplicio, in quella etá, cioè in quello poco o nullo conoscimento; anzi credo sia da credere loro essere in quello intero conoscimento che è qualunque degli altri, che piú attempati morirono: la qual perfezione del conoscimento credo sia lor data in tormento e in noia, e non in alcuna consolazione, come a noi mortali, quando bene usare il vogliamo, è conceduto.]

«Lo buon maestro», cioè Virgilio (il quale in questa parte, per ammaestrarlo che domandar dovesse quando alcuna cosa vedesse nuova e da doverne meritamente addomandare, o forse per assicurarlo al domandare; percioché nel precedente canto, perché non gli parve che Virgilio tanto pienamente al suo domando gli rispondesse, vergognandosi sospicò non grave fosse a Virgilio lʼessere domandato, per che poi dʼalcuna cosa domandato non lʼavea) «a me» disse:—«Tu non dimandi, Che spiriti son questi, che tu vedi»? qui che sospirando si dolgono. Ed appresso fa come il buon maestro dee fare, il quale, vedendo quello di che meritamente può dubitare il suo auditore, gli si fa incontro, col farlo chiaro di ciò che lʼuditore addomandar dovea, e dice: «Or voʼ che sappi, avanti che piú andi, Chʼeʼ non peccâro», questi spiriti che tu vedi qui; «e sʼegli hanno mercedi», cioè se essi adoperarono alcun bene il quale meritasse guiderdone, «Non basta», cioè non è questo bene avere adoperato sufficiente alla loro salvazione: e la cagione è, «perchʼeʼ non ebber battesmo». E questo nʼè assai manifesto per lo Evangelio, dove Cristo parlando a Nicodemo dice: «Amen, amen, dico tibi, nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu sancto, non potest intrare in regnum Dei». È adunque il battesimo una regenerazion nuova, per la quale si toglie via il peccato originale, del quale tutti, nascendo, siamo maculati, e divegnamo per quello figliuoli di Dio, dove davanti eravamo figliuoli delle tenebre; e fa questo sacramento valevoli le nostre buone operazioni alla nostra salute, dove senza esso son tutte perdute, sí come qui afferma lʼautore. «Chʼè parte della fede, che tu credi», cioè della fede cattolica; e però dice che è «parte» di quella, percioché gli articoli della fede son dodici, deʼ quali dodici è il battesimo uno.

Appresso questo risponde Virgilio ad una questione, la quale esso medesimo muove, dicendo: «E se pur fûr», costoro deʼ quali noi parliamo, «dinanzi al cristianesmo», cioè avanti che Cristo per le sue opere e per li suoi ammaestramenti introducesse questa fede, e mostrasse il battesimo essere necessario a volere aver vita eterna; perciò son perduti, perché «Non adorar debitamente Iddio». E in tanto non lʼadoraron debitamente, in quanto non dirittamente sentivano di Dio, cioè lui essere una deitá in tre persone, lui dover venire a prendere carne per la nostra redenzione; non sentirono deʼ comandamenti dati da lui al popol suo, neʼ quali, ben intesi, stava la salute di coloro, li quali avanti alla sua incarnazione furono suoi buoni e fedeli servidori; ma adoravano Iddio secondo loro riti, del tutto deformi al modo nel quale Iddio voleva essere adorato e onorato. «E di questi cotai», cioè che dinanzi al cristianesimo furono, «son io medesmo»: percioché Virgilio, si come in libro Temporum dʼEusebio si comprende, avanti la predicazion di Cristo e il battesimo da lui introdotto morí, nel torno di quarantacinque anni; [né della venuta di Cristo nella Vergine, per quello che comprender si possa, sentí alcuna cosa: come che santo Augustino, in un sermone Della nativitá di Cristo, scriva lui avere la venuta di Cristo profetata neʼ versi scritti nella quarta egloga della sua Buccolica, dove dice:

Ultima Cumaei venit iam carminis aetas:
magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
Iam redit et virgo, redeunt Saturnia regna:
iam nova progenies caelo delabitur alto.

Deʼ quali versi alcun santo non sente quello che forse vuole pretendere santo Augustino; e, se pure son di quegli che ʼl sentono (e per avventura santo Augustino medesimo), non credono lui avere inteso quello che esso medesimo disse, se non come fece Caifas, quando al popolo giudaico disse, per Cristo giá preso da loro, che «bisognava che uno morisse per lo popolo, accioché tutta la gente non perisse». Non adunque sentí Virgilio di Dio, come sentir si volea a chi volea avanti al cristianesmo salvarsi.]

«Per tai difetti», cioè per cose omesse, non per cose commesse, o vogliam dire per non avere avuto battesimo e per non aver debitamente adorato Iddio; «e non per altro rio», cioè per avere contro alle morali o naturali leggi commesso; «Semo perduti», cioè dannati a non dovere in perpetuo vedere Iddio; «e sol di tanto offesi, Che senza speme vivemo in disio»:—il quale disio non è altro che di vedere Iddio, nel quale consiste la gloria deʼ beati. E come che molto faticosa cosa sia il ferventemente disiderare, è, oltre a ciò, quasi fatica e noia importabile lʼardentemente disiderare e non conoscere né avere speranza alcuna di dover potere quello, che si disidera, ottenere: e perciò, quantunque prima facie paia non molto gravosa pena essere il disiderare senza sperare, io credo chʼella sia gravissima; e ancora piú se le aggiugne di pena, in quanto questo disiderio è senza alcuna intermissione. «Gran duol mi prese al cuor quando lʼintesi», sí per Virgilio, e sí ancora «Peroché gente di molto valore», stati intorno agli esercizi temporali, «Conobbi», non qui, ma nel processo, quando coʼ cinque savi entrò nel castello sette volte cerchiato dʼalte mura, «che in quel limbo», cioè in quello cerchio superiore, vicino alla superficie della terra (chiamano gli astrologi un cerchio dello astrolabio, contiguo alla circunferenza di quello, e nel quale sono segnati i segni del zodiaco e i gradi di quegli, «limbo»; dal quale per avventura gli antichi dinominarono questo cerchio, percioché quasi immediatamente è posto sotto la circunferenza della terra), «eran sospesi», dallʼardore del lor desiderio.

—«Dimmi, maestro mio». Qui, dissi, cominciava la seconda particella della prima parte della seconda division principale, nella quale lʼautore muove una questione a Virgilio, ed esso gliele solve. Dice adunque: «Dimmi, maestro mio, dimmi, signore».—Assai lʼonora lʼautore per farselo benivolo, accioché egli piú pienamente gli risponda, che fatto non avea alla dimanda fattagli nel precedente canto: dopo la quale alcuna altra, che questa, infino a qui fatta non gli avea. [Ed intende, in questa domanda, non di voler sapere deʼ santi padri che da Cristo ne furon tratti, che dobbiam credere il sapea, ma per ciò fa la domanda, per sapere se in altra guisa che in questa, cioè che fatta fu per la venuta di Cristo, alcun altro nʼuscí mai: quasi per questo voglia farsi benivolo Virgilio, dandogli intenzione occultamente che, se alcuna altra via che quella che da Cristo tenuta fu, vi fosse, egli sʼingegnerebbe dʼadoperare di farne uscir lui e di farlo pervenire a salute.] «Cominciaʼ io, per volere esser certo Di quella fede, che vince ogni errore», cioè per sapere se quello era stato che per la nostra fede nʼè porto, cioè che Cristo scendesse nel limbo e traessene i santi padri. [Il che, quantunque creder si debba senza testimonio ciò che nella divina Scrittura nʼè scritto, son nondimeno di quegli che stimano potersi delle cose preterite domandare. Ma io per me non credo che senza colpa far si possa, percioché pare un derogare alla fede debita alle Scritture; e però cosí le cose passate, come quelle che venir debbono, senza cercarne testimonianza dʼalcuno, si vogliono fermamente credere e semplicemente confessare].—«Uscicci mai», di questo luogo, «alcuno, o per suo merto», cioè per lʼavere con intera pazienza lungamente sostenuta questa pena, o per lʼavere sí nella mortal vita adoperato, che egli dopo alcuno spazio di tempo meritasse salute: «O per lʼaltrui», opera, [o fatta o che far si possa per lʼavvenire,] «che poi fosse beato?»—uscendo di qui e sagliendo in vita eterna.

«Ed eʼ», cioè Virgilio, «che ʼntese il mio parlar coverto», cioè intorno a quella parte, per la quale io, tacitamente intendendo, faceva la domanda generale, «Rispose:—Io era nuovo in questo stato». Dice «nuovo» per rispetto a quegli che forse migliaia dʼanni vʼerano stati, dovʼegli stato non vʼera oltre a quarantotto anni; percioché tanti anni erano passati dopo la morte di Virgilio, infino alla passion di Cristo, nel qual tempo quello avvenne che esso dee dire, cioè «Quando ei vidi venire», in questo luogo, «un possente», cioè Cristo, il quale Virgilio non nomina percioché nol conobbe. E meritamente dice «possente», percioché egli per propria potenza aveva quel potuto fare, che alcun altro non poté mai, cioè vincere la morte e risuscitare; avea vinta la potenza del diavolo, oppostasi alla sua entrata in quel luogo. Ed era, questo possente, «Con segno di vittoria incoronato». Non mi ricorda dʼavere né udito né letto che segno di vittoria Cristo si portasse al limbo, altro che lo splendore della sua divinitá; il quale fu tanto, che il luogo di sua natura oscurissimo egli riempiè tutto di luce: donde si scrive che «habitantibus in umbra mortis lux orta est eis».

«Trasseci lʼombra del primo parente», cioè dʼAdamo. [Adamo fu, sí come noi leggiamo nel principio quasi del Genesi, il primiero uomo il sesto di creato da Dio, e fu creato del limo della terra in quella parte del mondo, secondo che tengono i santi, che poi chiamata fu il «campo damasceno». Ed essendo da Dio la statura sua fatta di terra, gli soffiò nel viso, e in quel soffiare mise nel petto suo lʼanima dotata di libero arbitrio e di ragione, per la quale egli, il quale ancora era immobile ed insensibile, divenne sensibile e mobile per se medesimo; e secondo che i santi credono, egli fu creato in etá perfetta, la quale tengono esser quella nella quale Cristo morí, cioè di trentatré anni. E lui cosí creato e fatto alla immagine di Dio, in quanto avea in sé intelletto, volontá e memoria, il trasportò nel paradiso terrestro, dove essendosi addormentato, nostro Signore non del capo né deʼ piedi, ma del costato gli trasse Eva, nostra prima madre, similemente di perfetta etá. La quale come Adamo desto vide, disse:—Questa è osso dellʼossa mie, e per costei lascerá lʼuomo il padre e la madre, ed accosterassi alla moglie.—La qualʼè tratta dal suo costato, per darne ad intendere che per compagna, non per donna né per serva dellʼuomo, lʼavea prodotta Iddio; e ad Adamo non per sollecitudine perpetua e guerra senza pace e senza triegua, come lʼodierne mogli odo che sono, ma per sollazzo e consolazione a lui la diede. E comandò loro che tutte le cose, le quali nel paradiso erano, usassero, si come produtte al lor piacere, ma del frutto dʼuno albero solo, il qual vʼera, cioè di quello «della scienza del bene e del male», sʼastenessero, percioché, se di quello gustassero, morrebbero: e quindi in cosí bello e cosí dilettevale luogo gli lasciò nelle lor mani. Ma lʼantico nostro nimico, invidioso che costoro prodotti fossero a dover riempiere quelle sedie, le quali per la ruina sua e deʼ suoi compagni evacuate erano, presa forma di serpente, disse ad Eva che, sʼella mangiasse del frutto proibito, ella non morrebbe, ma sʼaprirebbero gli occhi suoi e saprebbe il bene e il male e sarebbe simile a Dio. Per la qual cosa Eva, mangiato del frutto proibito, e datone ad Adamo, incontanente sʼapersero gli occhi loro, e cognobbero che essi erano ignudi: e fattesi alcune coperture di foglie di fico davanti, si nascosero per vergogna; e quindi, ripresi da Dio, furono cacciati di paradiso, e, nelle fatiche del lavorio della terra divenuti, ebbero piú figliuoli e figliuole. Ultimamente Adamo, divenuto vecchio, dʼetá di novecentotrenta anni si morí.]

[Ma qui son certo si moverá un dubbio, e dirá alcuno:—Tu hai detto davanti che ciò, che Iddio crea senza alcun mezzo, è perpetuo; Adam fu creato da Dio senza alcun mezzo; come dunque non fu immortale?—A questo si può in questa forma rispondere: egli è vero che ciò, che Iddio senza mezzo crea, è perpetuo; ma è questo da intendere delle creature semplici, sí come furono e sono gli angioli, li quali sono semplicemente spiriti, come sono i cieli, le stelle, gli elementi, li quali tutti sono di semplice materia creati: ma lʼuomo non fu cosí; anzi fu creato di materia composta, sí come è dʼanima e di corpo, e perciò non è perpetuo come sono le predette creature.—Ma quinci può sorgere unʼaltra obiezione, e dirsi: egli è vero che lʼuomo è composto dʼanima e di corpo, e queste due cose amendue furon create da Dio; perchʼè dunque lʼanima perpetua, e ʼl corpo mortale? Dirò allora lʼanima essere stata da Dio composta di materia semplice, come furon gli angioli, ma il corpo non cosí; percioché non fu composto del semplice elemento della terra, senza alcuna mistura dʼaltro elemento, sí come dʼacqua: percioché della terra semplice non si sarebbe potuta fare la statura dellʼuomo, fu adunque fatta del limo della terra, avente alcuna mistura dʼacqua. Non che io non creda che a Dio fosse stato possibile averlo fatto di terra semplice, il quale di nulla cosa fece tutte le cose, ma la commistione deʼ corpi ne mostra quegli essere stati fatti di materia composta: e perciò, quantunque in perpetuo viva lʼanima, non séguita il corpo dovere essere perpetuo. Sarebbon di quegli che alla obiezione prima risponderebbono: Adamo aversi questa corruzione e morte deʼ corpi con la inobbedienza acquistata, avendolo Domeneddio, avanti il peccato, fatto accorto. Ma potrebbe qui dire alcuno: Adam peccò, e di perpetuo divenne mortale; gli angioli che peccarono, perché non divenner mortali? Alla quale obiezione è assai risposto di sopra: percioché, di semplice materia creati, non posson morire, se non come lʼanima nostra, la quale, quantunque peccasse col corpo dʼAdamo, non però la sua perpetuitá perdé, ma perdella il corpo, al quale, sí come a cosa atta a ricevere la morte, ella era stata minacciata da Dio. Ma questa è materia da molto piú sublime ingegno che il mio non è, e perciò, per la vera soluzione di tanto dubbio, si vuole ricorrere, aʼ teologi ed aʼ sufficientissimi litterati, la scienza deʼ quali propriamente dintorno a cosí fatte quistioni si distende.]

«DʼAbél, suo figlio», cioè dʼAdam. Questi si crede che fosse il primiero uomo che morí, ucciso da Cain suo fratello per invidia. Leggesi nel Genesi Caino, il quale fu il primo figliuolo dʼAdam, essersi dato allʼagricoltura, e Abél, similmente figliuol dʼAdam e che appresso a Cain nacque, essere divenuto pastore: ed avendo questi due cominciato a far, prima che alcuni altri, deʼ frutti delle loro fatiche sacrificio a Dio, era costume di Cain, per avarizia, quando eran per far sacrificio, dʼeleggere le piú cattive biade, o che avessero le spighe vòte, o che fossero per altro accidente guaste, e di quelle sacrificare. Per la qual cosa non essendo il suo sacrificio accetto a Dio, come in quelle il fuoco acceso avea, incontanente il fummo di quel fuoco non andava diritto verso il cielo, ma si piegava e andavagli nel viso. Abél in contrario, quando a fare il sacrificio veniva, sempre eleggeva il migliore e il piú grasso agnello delle greggi sue, e quello sacrificava: di che seguiva che, essendo il sacrificio dʼAbél accetto a Dio, il fummo dello olocausto saliva dirittamente verso il ciclo. La qual cosa vedendo Caino, c avendone invidia, cominciò a portare odio al fratello; e un dí, con lui insieme discendendo in un loro campo, non prendendosene Abél guardia, Caino il ferí in su la testa dʼun bastone ed ucciselo.

«E quella di Noé». Dispiacendo a Domeneddio lʼopere degli uomini sopra la terra, e per questo essendo disposto a mandare il diluvio, conoscendo Noé essere buono uomo, diliberò di riservar lui, e tre suoi figliuoli e le lor mogli, e ordinògli in che maniera facesse unʼarca e come dentro vʼentrasse, e similemente quanti e quali animali vi mettesse; e, ciò fatto, mandò il diluvio, il quale fu universale sopra ogni altezza di monte, e tra ʼl crescere e scemare perseverò nel torno di dieci mesi. Ed essendo pervenuta lʼarca, la qual notava sopra lʼacque, sopra le montagne dʼErmenia, e non movendosi piú per lʼacque che scemavano, aperta una finestra, la quale era sopra lʼarca, mandò fuori il corvo: il qual non tornando, mandò la colomba, e quella tornò con un ramo dʼulivo in becco: per la qual cosa Noé conobbe che il diluvio era cessato, e, uscito fuori dellʼarca, fece sacrificio a Dio. E appresso piantò la vigna, della qual poi nel tempo debito ricolto del vino, inebriò, e, addormentato nel tabernacolo suo, fu da Cam suo figliuolo trovato scoperto. Il quale, di lui beffatosi, il disse aʼ fratelli, a Sem e a Iafet, li quali, portato un mantello, ricopersero il padre; ed egli poscia, desto e risaputo questo, maladisse Cam. Ed essendo vivuto novecentocinquanta anni nella grazia di Dio, passò di questa vita.

«Di Moisé, legista ed ubbidiente». Moisé nacque in Egitto; ed essendo stato per lo re dʼEgitto comandato che tutti i figliuoli degli ebrei maschi fossero uccisi, e le femmine servate, avvenne che, percioché bello figliuolo era paruto alla madre, non lʼuccise, ma servollo tre mesi occultamente; ma poi, non potendolo piú occultare, fatto un picciolo vasello di giunchi e quello imbiutato di bitume, sí che passarvi lʼacqua dentro non poteva, il mise nel fiume; e lʼacqua menandolo giú, la sorella di lui seguitava il vasello per vedere che divenisse. Ed essendo per ventura la figliuola di Faraone con le sue femmine discesa al fiume per bagnarsi, vide questo vasello, e, fattolo prendere ad una delle sue femmine, lʼaperse, e, trovatovi dentro il picciol fanciullo che piangea, disse:—Questi dee essere deʼ figliuoli delle ebree.—Allora la fanciulla, che il vasello seguiva, disse:—Madonna, vuogli che io vada e truovi una ebrea che il balisca?—A cui la donna disse:—Vaʼ.—Ed ella andò e menò la madre medesima, la quale, come cresciuto lʼebbe, il rendé alla donna, la quale il nominò Moisé, quasi «tratto dallʼacqua», e a modo che figliuolo se lʼadottò. Moisé crebbe, ed avendo un egizio, perciochʼegli batteva un ebreo, ucciso, temendo del re, se nʼandò in Madian, e quivi coʼ sacerdoti di Madian si mise a stare, e prese per moglie una fanciulla chiamata Sefora: e dopo alcun tempo, secondo il piacer di Dio, venne davanti a Faraone, e comandògli che liberasse il popolo dʼIsrael della servitudine, nella quale il tenea. La qual cosa non volendo far Faraone, piú segni, secondo il comandamento di Dio, gli mostrò: ed ultimamente, comandato agli ebrei che quelle cose, che accattar potessero dagli egizi, eʼ prendessero e seguitasserlo, ché egli gli menerebbe nella terra di promissione: il che fatto, e con loro messosi in via, e pervenuti al mare Rosso, quello percosse con la sua verga in dodici parti, sí come gli ebrei erano dodici tribi, ed in tante sʼaperse subitamente il mare, per le quali gli ebrei passarono salvamente, e gli egizi, che dietro a loro seguitandogli per quelle vie medesime si misero, rinchiuso, come passati furono gli ebrei, il mare, tutti annegarono. Guidò adunque Moisé costoro per lo diserto, e, per le sue orazioni, di manna furono nutricati in esso, e piovvero loro dal cielo coturnici; e percossa da Moisé con la verga una pietra, subitamente nʼuscí per divino miracolo un fiume dʼacqua di soavissimo sapore, del quale gli ebrei saziaron la sete loro; e, oltre a questo, esso ordinò loro il tabernacolo, nel quale dovessero sacrificare a Dio; ordinò i sacerdoti e li loro vestimenti, e similemente le vittime e gli olocausti; e diede loro i giudici, a udire e determinare le loro quistioni; e, oltre a ciò, salito in sul monte Sinai, e quivi dimorato in digiuni e penitenza quaranta dí, ebbe da Dio due tavole, nelle quali erano scritti i comandamenti della legge, la quale esso, disceso del monte, diede al popolo: e però il soprannomina lʼautore «legista». Alfine, dopo molte fatiche, morí nella terra di Moab, essendo dʼetá di centoventi anni, e fu seppellito nella valle della terra di Moab di contra a Segor: né fu alcuno che conoscesse il luogo della sua sepoltura.

«Abraam patriarca». Abraam fu figliuolo di Tara, e nacque in Ur cittá deʼ caldei, lʼanno quarantatré del regno di Nino, re dʼAssiria. Questi, per comandamento di Dio, insieme con Sara, sua moglie, venne in Canaan, e qui, essendo giá dʼetá di novantanove anni, avendo prima dʼAgar, serva egizia, avuto Ismael, generò in Sara giá vecchia, come annunziato gli fu dai tre li quali gli apparvero nella valle di Mambre, un figliuolo, il quale chiamò Isaac. E, avendogli comandato Iddio che gli facesse sacrificio del detto Isaac, con lui insieme, portando esso un fascio di legne in collo, e Abraam il fuoco e ʼl coltello in mano, nʼandò sopra una montagna, e quivi, essendo per uccidere il figliuolo, per immolarlo secondo il comandamento dʼIddio, gli fu preso il braccio, e mostratogli un montone, il quale in una macchia di pruni era, ritenuto da quegli per le corna: come Iddio volle, veduto la sua obbedienza, lasciato il figliuolo, sacrificò il montone. Costui fu quegli che, vinti i re di Sogdoma, e riscosso Lot suo nipote, primieramente offerse per sacrificio pane e vino a Melchisedech, re e sacerdote di Salem; a costui fece Iddio la promessione di dare aʼ suoi discendenti la terra abbondante di latte e di miele. Il quale, essendo giá dʼetá di centosettantacinque anni, morí, e fu daʼ figliuoli seppellito nel campo dʼEfron deʼ figliuoli di Soar Itteo della regione di Mambre, il quale avea comperato in quello uso, quando morí Sara, sua moglie, daʼ figliuoli di Het. È costui chiamato «patriarca», da «pater», che in latino viene a dir «padre», e «arcos», che viene a dire «principe»: e cosí resulta «principe deʼ padri».

«E David re». Questi fu figliuolo di Iesse della tribú di Giuda; e levato giovane da guardare le pecore del padre, percioché ammaestrato era di sonare la cetera, venne al servigio di Saul re, il quale esso col suo suono alquanto mitigava dalla noia che il dimonio alcuna volta gli dava; ed essendo giovanetto andò a combattere con Golia filisteo, il quale aveva statura di gigante, e lui con la fionda, la quale ottimamente sapea adoperare, e con alquante pietre uccise: ondʼegli meritò la grazia del popolo, ed ebbe Micol, figliuola di Saul, per moglie. Racquistò lʼarca foederis, la quale al popolo dʼIsrael era stata per forza di guerra tolta; e fu valoroso uomo in guerra, e lunga persecuzione patí da Saul, al quale per invidia era venuto in odio; ultimamente, essendo daʼ filistei stato sconfitto Saul eʼ figliuoli in Gelboè, e quivi se medesimo avendo ucciso, fu in suo luogo coronato re. E nelle sue opere fu grato a Dio; e, avuti di piú femmine figliuoli, e invecchiato molto, si morí e lasciò in suo luogo re Salomone, suo figliuolo.

«E Israel», cioè Iacob, il quale fu figliuolo di Isaac: ed essendo prima del ventre della madre uscito Esaú, e per quello appartenendosi a lui le primogeniture, quelle acquistò con una scodella di lenti, la quale gli donò, tornando esso affamato da cacciare. E tornandosi esso di Mesopotamia, dove, dopo la morte dʼIsaac, per paura dʼEsaú fuggito sʼera, sí come nel Genesi si legge, tutta una notte fece con un uomo da lui non conosciuto alle braccia; e, non potendo da quellʼuomo esser vinto, venendo lʼaurora, disse quellʼuomo:—Lasciami.—Al qual Giacob rispose di non lasciarlo, se da lui benedetto non fosse; il quale colui domandò come era il nome suo, a cui esso rispose:—Io son chiamato Iacob.—E quellʼuomo disse:—Non fia cosí: il tuo nome sará Israel, percioché, se tu seʼ forte contro Dio, pensa quello che tu potrai contro agli altri uomini.—E, toccatogli il nervo dellʼanca, gliele indebolí in sí fatta maniera, che sempre poi andò sciancato: per questa cagione i giudei non mangiano di nervo.

«Col padre», cioè Isaac, il quale fu figliuolo dʼAbraam, «e coʼ suoi nati», cioè di Iacob, li quali furono dodici, acquistati di quattro femmine: e daʼ quali li dodici tribi dʼIsrael ebbero origine, e ciascuna fu dinominata da uno di questi dodici, cioè da quello dal quale aveva origine tratta.

«E con Rachele, per cui tanto feʼ». Iacob, il quale avendo per li consigli di Rebecca, sua madre, ricevute tutte le benedizioni da Isaac, suo padre, le quali Esaú, quantunque per una minestra di lenti vendute gli avesse, come di sopra è detto, diceva che a lui appartenevano, sí come a primogenito, per paura di lui se nʼandò in Mesopotamia a Laban, fratello di Rebecca, sua madre. Il quale Laban avea due figliuole, Lia e Rachel: e piacendogli Rachel, si convenne con Laban di servirlo sette anni, ed esso, in luogo di guiderdone, fatto il servigio, gli dovesse dare per moglie Rachel: e, avendo sette anni servito, ed essendo celebrate le nozze, nelle quali credeva Rachel essergli data, la mattina seguente trovò che gli era stata da Laban, messa la notte preterita nel letto, in luogo di Rachel, Lia, la quale era cispa. Di che dolendosi al suocero, gli fu risposto che lʼusanza della contrada non pativa che la piú giovane si maritasse prima che colei che di piú etá fosse; ma, se servire il volesse, gli darebbe, in capo del tempo, similemente Rachel. Di che convenutisi insieme che esso servisse altri sette anni, come serviti gli ebbe, gli fu da Laban conceduta Rachel. E questo è quello che lʼautore intende, quando dice: «Rachele, per cui tanto feʼ», cioè tanto tempo serví.

Fu questo Iacob buono uomo nel cospetto di Dio. E per fame fu costretto egli eʼ figliuoli eʼ nipoti di partirsi del paese di Cananea e dʼandarne in Egitto; lá dove Iosef, suo figliuolo, il quale esso per inganno degli altri figliuoli lungo tempo davanti credeva morto, era prefetto deʼ granai di Faraone; e quivi onoratamente ricevuto, giá vecchio dʼetá di cento dieci anni, morí. E fu il corpo suo con odorifere spezie seppellito in Egitto, avendo egli avanti la morte scongiurati i figliuoli che, quando da Dio vicitati fossero e nella terra di promissione tornassero, seco di quindi lʼossa sue ne portassero.

«E altri molti», sí come Eva, Set, Sara, Rebecca, Isaia, Ieremia, Ezechiel, Daniel, e gli altri profeti e Giovanni Batista, e simili a questi; «e fecegli beati», menandonegli in vita eterna, nella quale è vera e perpetua beatitudine. «E voʼ che sappi che dinanzi ad essi», cioè innanzi che costoro beatificati fossero, «Spiriti umani non eran salvati;»—e ciò era per lo peccato del primo parente, il quale ancora non era purgato: ma, tolta via quella colpa per la passione di Cristo, furon quegli, che bene aveano adoperato, liberati dalla prigione del diavolo, e aperta loro, e a coloro che appresso doveano venire e bene adoperare, la porta del paradiso.

[Lez. XII]

«Non lasciavam lʼandar». Questa è la seconda parte principale della seconda di questo canto, nella quale lʼautore dimostra come, procedendo avanti, pervenisse a vedere la terza spezie degli spiriti che in quel cerchio dimoravano. Ed in questa parte fa lʼautore quattro cose: nella prima dice sé aver veduto in quel luogo un lume; nella seconda dice come Virgilio da quattro poeti fu, tornando, ricevuto; nella terza dice come con quegli cinque poeti entrasse in un castello, nel qual vide i magnifichi spiriti; nella quarta dice come egli e Virgilio dagli quattro poeti si partissero. La seconda comincia quivi: «Intanto voce»; la terza quivi: «Cosí andammo infino»; la quarta quivi: «La sesta compagnia».

Dice adunque: «Non lasciavam», Virgilio ed io, «lʼandar, perchʼei dicessi», cioè ragionasse; «Ma passavam», andando, «la selva tuttavia»; e, appresso questo, dichiara se medesimo qual selva voglia dire, dicendo: «La selva, dico, di spiriti spessi»; volendo in questo dare ad intendere quello luogo essere cosí spesso di spiriti come le selve sono dʼalberi.

«Non era lunga ancor la nostra via», cioè non cʼeravam molto dilungati, «Di qua dal sonno», il quale nel principio di questo canto mostra gli fosse rotto. Alcuna lettera ha: «Di qua dal suono»; ed allora si dee intendere questo «suono», per quello che fece il tuono il quale il destò. Ed alcuna lettera ha: «Di qua dal tuono», il quale di sopra dice che il destò. E ciascuna di queste lettere è buona, percioché per alcuna di esse non si muta né vizia la sentenza dellʼautore. «Quando io vidi un fuoco», un lume, «Che emisperio» (emisperio è la mezza parte dʼuna spera, cioè dʼun corpo ritondo come è una palla, del quale alcun lume, quantunque grande sia, non può piú vedere) «di tenebre vincía». Qui non vuole altro dir lʼautore, se non che quel fuoco, ovver lume, vinceva le tenebre, alluminandole della mezza parte di quello luogo ritondo, a dimostrare che questo lume non toccava quelle altre due maniere di genti, delle quali di sopra ha detto, percioché non furon tali, che per gran cose conosciuti fossero.

«Di lungi nʼeravamo», da questo lume, «ancora un poco; Ma non sí», nʼeravamo lontani, «che io non discernessi», per lo splendore di quel lume, «in parte», quasi dica non perciò appieno, «Che orrevol», cioè onorevole, «gente possedea», cioè dimorando occupava, «quel loco», nel quale eravamo.

—«O tu», Virgilio; e domanda qui lʼautore chi coloro sieno, li quali hanno luce, dove quegli, che passati sono, non lʼhanno: «che onori», col ben sapere lʼuna e col bene esercitar lʼaltra, «ogni scienza ed arte». [Capta qui lʼautore la benivolenza del suo maestro, commendandolo, e dicendo lui essere onoratore di scienza e dʼarte. Dove è da sapere che, secondo che scrive Alberto sopra il sesto dellʼEtica dʼAristotile, sapienza, scienza, arte, prudenza ed intelletto sono in cotal maniera differenti, che la sapienza è delle cose divine, le quali trascendono la natura delle cose inferiori; scienza è delle cose inferiori, cioè della lor natura; arte è delle cose operate da noi, e questa propriamente appartiene alle cose meccaniche, e, se per avventura questa si prende per la scienza speculativa, impropriamente è detta «arte», in quanto con le sue regole e dimostrazioni ne costringe infra certi termini; prudenza è delle cose che deono essere considerate da noi, onde noi diciamo colui esser prudente, il quale è buono consigliatore; ma lʼintelletto si dee propriamente alle proposizioni che si fanno, sí come «ogni tutto è maggiore che la sua parte». Estolle adunque qui lʼautore Virgilio nelle due di queste cinque, dicendo che egli onora «scienza ed arte», bene e maestrevolmente operandole, sí come appare neʼ suoi libri, neʼ quali esso aglʼintelligenti si dimostra ottimamente aver sentito in filosofia morale e in naturale, il che aspetta alla scienza; ed oltre a ciò si dimostra mirabilmente avere adoperato in ciò che alla composizione deʼ suoi poemi o alle parti di quegli si richiede, usando in essi lʼartificio di qualunque liberale arte, secondo che le opportunitá hanno richiesto; e questo appartiene allʼarte non meccanica, ma speculativa. E perciò meritamente queste lode dallʼautore attribuite gli sono.]

«Questi chi sono, cʼhanno tanta orranza», cioè onoranza: il qual vocabolo per cagion del verso gli conviene assincopare, e dire, per «onoranza», «orranza»; «Che dal modo degli altri», li quali per infino a qui abbiam veduti, «gli diparte?»—in quanto hanno alcuna luce, dove quegli, che passati sono, non hanno.

«E quegli», cioè Virgilio, disse «a me:—Lʼonrata», cioè lʼonorata, «nominanza»; puossi qui «nominanza» intender per «fama»; «Che di lor suona su nella tua vita», nella quale questi cotali, sí nelle scritture degli antichi, e sí ancora neʼ ragionamenti deʼ moderni, raccordati sono; «Grazia», singulare, «acquista nel ciel», da Dio, «che sí gli avanza», oltre a quegli che senza luce lasciati abbiamo.—[Intorno alla qual risposta dobbiamo sapere aver luogo quello che della divina giustizia si dice, cioè che ella non lascia alcun male impunito, né alcun bene inremunerato: percioché questi, deʼ quali lʼautor domanda, sono genti, le quali tutte, virtuosamente ed in bene della republica umana, quanto al moral vivere, adoperarono; ma, percioché non conobbero Iddio, non fecero le loro buone operazioni per Dio, e per questo non meritarono lʼeterna gloria, la quale Iddio concede per merito a coloro che, avendo rispetto a lui, adoperan bene; ma nondimeno, percioché bene adoperarono e dispiacquero loro i vizi e le mal fatte cose, quantunque il rispetto per ignoranza non fosse buono, pur pare che essi di ciò alcun premio meritino. Il qual è, secondo la ʼntenzion di Virgilio, che la giustizia di Dio renda loro in sofferire che essi per fama vivano nella presente vita; per che bene dice esso Virgilio, che la loro onorata nominanza, delle operazioni ben fatte da loro, acquista grazia nel cielo, la quale concede loro lume, dove agli altri nol concede.]

«Intanto voce fu». Dissi qui cominciare la seconda parte della seconda principale, nella qual mostra Virgilio essere stato da quattro poeti onoratamente ricevuto; e dice: «Intanto», cioè mentre Virgilio mi rispondeva alla domanda fatta, come di sopra appare, «voce». A differenza del suono, è la voce propriamente dellʼuomo, in quanto esprime il concetto della mente, quando è prolata; ogni altra cosa per la bocca dellʼuomo, o dʼalcun altro animale, o di qualunque altra cosa, è [o] suono [o sufolo]: e questi suoni hanno diversi nomi, secondo la diversitá delle cose dalle quali nascono. «Fu per me», cioè da me, «udita», cosí fatta:—«Onorate lʼaltissimo poeta»; e questa, per quello che poi segue, mostra che detta fosse, da chi che se la dicesse, a quegli quattro poeti che poi incontro gli si fecero. Ed assai onora qui Dante Virgilio in quanto dice «altissimo», il quale adiettivo degnamente si confá a Virgilio, percioché egli di gran lunga trapassò in iscienza ed in arte ogni latin poeta, stato davanti da lui, o che poi per infino a questo tempo stato sia. «Lʼombra sua», cioè di Virgilio, «torna, chʼera dipartita»,—quando andò al soccorso dellʼautore, come di sopra è dimostrato.

«Poi che la voce», giá detta, «fu ristata e queta, Vidi quattro grandʼombre», non di statura, ma grandi per dignitá, «a noi venire», come lʼuno amico va a ricoglier lʼaltro, quando dʼalcuna parte torna: «Sembianza avevan né trista né lieta». In questa discrizione della sembianza di questi poeti, dimostra lʼautore la gravitá e la costanza di questi solenni uomini; percioché costume laudevole è deʼ maturi e savi uomini non mutar sembiante per cosa che avvegna o prospera o avversa, ma con eguale e viso e animo le felicitá e le avversitá sopravvegnenti ricevere; percioché chi altrimenti fa, mostra sé esser di leggiere animo e di volubile.

«Lo buon maestro», Virgilio, «cominciò a dire:—Mira colui con quella spada in mano». È la spada un istrumento bellico, e però per quella vuol dare lʼautore ad intendere di che materia colui, che la portava, cantasse: e però a lui, e non ad alcun degli altri, la discrive in mano, percioché il primo fu che si creda in istilo metrico scrivesse di guerre e di battaglie, e per conseguente pare che, chi dopo lui scritto nʼha, lʼabbia avuto da lui. «Che vien dinanzi aʼ tre», poeti che ʼl seguono, «sí come sire», cioè signore e maggiore.

«Egli è Omero poeta sovrano». Dellʼorigine, della vita e degli studi dʼOmero, secondo che diceva Leon tessalo, scrisse un valente uomo greco, chiamato Callimaco, piú pienamente che alcun altro: nelle scritture del quale si legge che Omero fu dʼumile nazione; percioché in Ismirna, in queʼ tempi nobile cittá dʼAsia, il padre di lui in publica taverna fu venditore di vino a minuto, e la madre fu venditrice dʼerbe nella piazza, come qui fra noi son le trecche; nondimeno, come che in Ismirna i suoi parenti facessero i predetti esercizi, non si sa certamente di qual cittá esso natio fosse. È il vero che, per la sua singular sufficienza in poesi, sette nobili cittá di Grecia insieme lungamente ebber quistione della sua origine, affermando ciascuna dʼesse, e con alcune ragioni dimostrando, lui essere stato suo cittadino; e le cittá furon queste: Samos, Smirne, Chios, Colofon, Pilos, Argos, Atene. E alcune di queste furono, le quali gli feciono onorevole e magnifica sepoltura, quantunque fittizia fosse; e ciò fecero per rendere con quella a coloro, li quali non sapevano dove stato si fosse seppellito, testimonianza lui essere stato suo cittadino; e quegli di Smirne, non solamente sepoltura, ma gli fecero un notabile tempio, nel quale non altrimenti che se del numero deʼ loro iddii stato fosse, secondo il loro errore, onorarono la sua memoria per molte centinaia dʼanni. Fu nondimeno dai piú reputato che egli fosse ismirneo; o peroché, come detto è, in Smirne fu allevato, dimorandovi il padre e la madre di lui, o che di ciò gli smirnei mostrassero piú chiara testimonianza che gli altri dellʼaltre cittá; e cosí mostra di credere Lucano dove dice:

Quantum Smirnaei durabunt vatis honores,

dicendo dʼOmero.

Fu questo valente uomo, secondo Callimaco, nominato Omero per lo vaticinio di lui detto da un matematico, il quale per avventura intervenne, nascendo egli, il quale disse:—Colui che al presente nasce morrá cieco;—e per questo fu dal padre nominato Omero. Il quale nome è composto ab «o», che in latino viene a dire «io», e «mi», che in latino viene a dire «non», ed «ero», che in latino viene a dire «veggio»: e cosí tuttʼinsieme viene a dire «io non veggio»; e, come nel processo apparirá, secondo il vaticinio morí cieco. Questi dalla sua fanciullezza, aiutandolo come poteva la madre, si diede agli studi; e, udite sotto diversi dottori le liberali arti, lungo tempo udí sotto un poeta chiamato Pronapide, chiarissimo in quei tempi in quella facultá; e appresso questo, partitosi di Grecia, seguendo i famosi studi, se nʼandò in Egitto, dove sotto molti valenti uomini udí poesia e filosofia e altre scienze, e massimamente sotto un filosofo chiamato Falacro, in quegli tempi sopra ogni altro famoso; ed in Egitto perseverò nel torno di venti anni, con maravigliosa sollecitudine; e quindi poi se ne tornò in Arcadia, dove per infermitá perdé il vedere. E cieco e povero si crede che componesse nel torno di tredici volumi variamente titolati, e tutti in istilo eroico, deʼ quali si trovano ancora alquanti, e massimamente la Iliade, distinta in ventiquattro libri, nella quale tratta delle battaglie deʼ greci e deʼ troiani infino alla morte dʼEttore, mirabilmente commendando Achille. Compose similmente lʼOdissea, in ventiquattro libri partita, nella quale tratta gli errori dʼUlisse, li quali dieci anni perseverarono dopo il disfacimento di Troia. Scrisse similmente un libro delle laude deglʼiddii, il cui titolo non mi ricorda dʼaver udito. Scrisse ancora un libro, distinto in due, nel quale scrisse una battaglia, ovvero guerra, stata tra le rane eʼ topi, la qual non finse senza maravigliosa e laudevole intenzione. Compose, oltre a ciò, un libro della generazion deglʼiddii, e composene uno chiamato Egam, la materia del quale non trovai mai qual fosse; e similmente piú altri infino in tredici, deʼ quali il tempo ogni cosa divorante, e massimamente dove la negligenza degli uomini il permetta, ha non solamente tolta la notizia delle materie, ma ancora li loro nomi nascosi, e spezialmente a noi latini. E, accioché questo non sia pretermesso, in tanto pregio fu la sua Iliade appo gli scienziati e valenti uomini, che, avendo Alessandro macedonio vinto Dario re di Persia, e presa Persida reale cittá, trovò in essa tanto tesoro che, vedendolo, obstupefece; ed essendo in quello molti e carissimi gioielli, trovò tra essi una cassetta preziosissima per maestero e carissima per ornamento di pietre e di perle; e coʼ suoi baroni, sí come scrive Quinto Curzio, il quale in leggiadro e laudevole stilo scrisse lʼopere del detto Alessandro, come cosa mirabile riguardandola, domandò qual cosa di quelle, che essi sapessero, paresse loro piú tosto che alcuna altra da servare in cosí caro vasello. Non vʼebbe alcuno che la real corona o lo scettro o altro reale ornamento dicesse; ma tutti con Alessandro insieme in una sentenza concorsono, cioè che sí preziosa cassa cosa alcuna piú degnamente serbar non potea che la Iliada dʼOmero: e cosí a servar questo libro fu deputata.

[Fu Omero nel mangiare e nel bere moderatissimo, e non solamente fu di breve e poco sonno, ma quello prese con gran disagio; percioché, o povertá o astinenza che ne fosse cagione, il suo dormire era in su un pezzo di rete di funi, alquanto sospeso da terra, senza alcuni altri panni. Fu, oltre a ciò, poverissimo tanto, che, essendo cieco, non aveva di che potesse dare le spese ad un fanticello che il guidasse per la via, quando in parte alcuna andar volesse: e la sua povertá era volontaria, percioché delle temporali sustanze niente si curava. Fu di piccola statura, con poca barba e con pochi capelli; di mansueto animo e dʼonesta vita e di poche parole. Fu, oltre a ciò, alcuna volta fieramente infestato dalla fortuna, e, tra lʼaltre, essendo in Atene ed avendo parte della sua Iliade recitata, il vollero gli ateniesi lapidare, percioché in essa, poeticamente parlando, aveva scritto glʼiddii lʼun contro allʼaltro aver combattuto, non sentendo gli ateniesi ancora quali fossero i velamenti poetici, né quello che per quelle battaglie deglʼiddii Omero sʼintendesse: e per questo, credendosi lui esser pazzo, il vollero uccidere; e, se stato non fosse un valente uomo e potente nella cittá, chiamato Leontonio, il quale dal furioso émpito degli ateniesi il liberò, senza dubbio lʼavrebbono ucciso. La quale bestiale ingiuria il povero poeta non lasciò senza vendetta passare, percioché, appresso questo, egli scrisse un libro il cui titolo fu De verbositate Atheniensium, nel quale egli morse fieramente i vizi degli ateniesi, mostrando nel vulgo di quegli nulla altra cosa essere che parole. E altra fiata, essendo chiamato da Ermolao, re ovvero tiranno dʼAtene, quasi sprezzandolo, disse che, per lui né per tutto il suo regno, non vorrebbe perdere una menoma sillaba dʼun suo verso, e che esso coʼ suoi versi possedeva maggior regno che Ermolao non faceva con la sua gente dʼarme. Per la qual cosa, turbato, Ermolao il fece prendere e crudelmente battere e poi metterlo in pregione; nella quale avendolo otto mesi tenuto, né per questo vedendolo piegarsi in parte alcuna dalla libertá dellʼanimo suo, il fece lasciare; né poté fare che con lui volesse rimanere.]

[Della morte sua, secondo che scrive Callimaco, fu uno strano accidente cagione; percioché, essendo egli in Arcadia ed andando solo su per lo lito del mare, sentí pescatori, li quali sovra uno scoglio si stavano, forse tendendo o racconciando lor reti: li quali esso domandò se preso avessero, intendendo seco medesimo deʼ pesci. Costoro risposero che quegli, che presi aveano, avean perduti, e quegli, che presi non aveano, se ne portavano. Era stata fortuna in mare, e però, non avendo i pescatori potuto pescare, come loro usanza è, sʼerano stati al sole, e i vestimenti loro aveano cerchi e purgati di queʼ vermini che in essi nascono: e quegli, che nel cercar trovati e presi aveano, gli aveano uccisi, e quegli, che presi non aveano, essendosi neʼ vestimenti rimasi, ne portavan seco. Omero, udita la risposta deʼ pescatori, ed essendogli oscura, mentre al doverla intendere andava sospeso, per caso percosse in una pietra, per la qual cosa cadde, e fieramente nel cader percosse, e di quella percossa il terzo dí appresso si morí. Alcuni voglion dire che, non potendo intender la risposta fattagli daʼ pescatori, entrò in tanta maninconia, che una febbre il prese, della quale in pochi dí si morí, e poveramente in Arcadia fu seppellito; onde poi, portando gli ateniesi le sue ossa in Atene, in quella onorevolmente il seppellirono].

Fu adunque costui estimato il piú solenne poeta che avesse Grecia, né fu pure appo i greci in sommo pregio, ma ancora appo i latini in tanta grazia, che per molti eccellenti uomini si trova essere stato maravigliosamente commendato: e intra gli altri nel quinto delle sue Quistioni tusculane scrive Tullio cosí di lui: «Traditum est etiam Homerum caecum fuisse: at eius picturam, non poësin videmus. Quae regio, quae ora, qui locus Graeciae, quae species formae, quae pugna quaeque artes, quod remigium, qui motus hominum, qui ferarum non ita expictus est, ut quae ipse non viderit, nos ut videremus effecerit?», ecc. Né si sono vergognati i nostri poeti di seguire in molte cose le sue vestigie, e massimamente Virgilio; per la qual cosa meritamente qui il nostro autore il chiama «poeta sovrano».

[Fiorí adunque questo mirabile uomo, chiamato da Giustiniano cesare padre dʼogni virtú, secondo lʼopinione dʼalcuni, neʼ tempi che Melanto regnava in Atene, ed Enea Silvio regnava in Alba. Eratostene dice che egli fu cento anni poi che Troia fu presa. Aristarco dice lui essere stato dopo lʼemigrazion ionica cento anni, regnante Echestrato re di Lacedemonia e Latino Silvio re dʼAlba. Altri voglion che fosse dopo questo tempo detto, essendo Labot re di Lacedemonia ed Alba Silvio re dʼAlba. Filocoro dice che egli fu aʼ tempi di Archippo, il quale era appo gli ateniesi nel supremo maestrato, cioè centonovanta anni dopo la presura di Troia. Archiloco dice che egli fu corrente la ventitreesima olimpiade, cioè cinquecento anni dopo il disfacimento di Troia. Apollodoro grammatico ed Euforbo istoriografo testimoniano Omero essere stato avanti che Roma fosse fatta, centoventiquattro anni: e, come dice Cornelio Nepote, avanti la prima olimpiade cento anni, regnante appo i latini Agrippa Silvio ed in Lacedemonia Archelao. Del quale per ciò cosí particulare investigazion del suo tempo ho fatta, perché comprender si possa, poi tanti valenti uomini di lui scrissero, quantunque concordi non fossero, ciò avvenuto non poter essere se non per la sua preeminenza singulare].