[Lez. XV]

«Con gli occhi grifagni». Non mi ricorda aver letta la qualitá degli occhi di Giulio Cesare; ma, percioché gli occhi grifagni, se da «grifone» vien questo nome, sono riposti nella fronte sotto ciglia aguzzate, e piccoli per rispetto agli altri, e per questo hanno a significare astuzia e fierezza dʼanimo dovere essere in colui che gli ha; e queste cose furono in Cesare: e però credere dobbiamo lʼautore, o colui da cui lʼebbe, dovere o dire il vero, o estimare dagli effetti veri Cesare dovergli cosí avere avuti fatti ragionevolmente.

«Vidi Cammilla». Chi costei fosse distesamente è scritto sopra il primo canto del presente libro; e però qui non bisogna di replicare. Ponla nondimeno qui lʼautore per la sua virginitá e per la sua costante perseveranza in quella, e, oltre a ciò, per lo suo virile animo, per lo quale non femminilmente, ma virilmente adoperò e morí.

«E la Pantasilea». La Pantasilea fu reina dellʼamazzone, cioè di quelle donne, le quali, senza volere o compagnia o signoria dʼuomini, per se medesime in Asia, allato al Mar maggiore, sotto piú reine lungo tempo signoreggiarono parte dʼAsia e talora dʼEuropa. La origine delle quali fu questa, secondo che Giustino, abbreviatore di Trogo Pompeo, scrive nel libro terzo della sua Storia. Essendo cacciati di Scizia, quasi neʼ tempi di Nino, re dʼAssiria, Silisio e Scolopico, giovani di reale schiatta, per divisione la quale era traʼ nobili uomini di Scizia, grandissima quantitá di giovani scizi avendone seco menata insieme con le lor mogli eʼ figliuoli, nelle contrade di Cappadocia, allato ad un fiume chiamato Termodonte si posero; e quivi occupati i campi chiamati Cirii, usati per molti anni di vivere di ratto, e per questo rubare e spogliare ed infestare i vicini popoli da torno: avvenne che, per occulto trattato deʼ popoli, noiati da loro, essi furon quasi tutti uccisi. Le mogli deʼ quali, veggendo essere aggiunto al loro esilio lʼesser private deʼ mariti, preson lʼarmi, e con fiero animo andarono incontro a coloro che li loro mariti uccisi aveano, e quegli cacciarono fuori del loro terreno: e, oltre a ciò, continuando la guerra animosamente per alcun tempo, da ogni nemico il difesero. Poi, congiugnendosi per matrimonio coʼ popoli circustanti, posero giú alquanto la ferocitá dellʼanimo: ma poi ripresala, e intra sé ragionando, estimarono il maritarsi a coloro, aʼ quali si maritavano, non esser matrimonio, ma piú tosto un sottomettersi a servitudine. Per la qual cosa deliberarono di fare, e fecero, cosa mai piú non udita: e questa fu, che tutti quegli uomini, li quali con loro erano a casa rimasi, uccisono, e, quasi risurgendo vendicatrici delle morti degli uccisi loro mariti, nella morte degli altri da torno tutte dʼuno animo cospirarono. E per forza dʼarme, con quegli che rimasi erano, avuta pace, accioché per non aver figliuoli non perisse la lor gente, presero questo modo, che a parte a parte andavano a giacere coʼ vicini uomini, e come gravide si sentivano, si tornavano a casa; e quegli figliuoli maschi che elle facevano, tutti gli uccidevano, e le femmine guardavano e con diligenza allevavano. Le quali non a stare oziose, o a filare o a cucire, né ad alcuno altro femminile uficio adusavano, ma in domare cavalli, in cacce, in saettare ed in fatica continua lʼesercitavano. E, accioché esse potessero nutricare quelle figliuole che di loro nascessero, essendo loro le poppe agli esercizi delle armi noiose, lasciavano loro la destra, e della sinistra le privavano: ed il modo era, che quando eran piccole, tirata alquanto la carne in alto, quella con alcun filo strettissimamente legavano: di che seguiva che la parte legata, non potendo avere lo scorso del sangue, si secava, e cosí poi, venendo in piú matura etá, non vʼingrossava la poppa. E da questa privazione dellʼuna delle poppe nacque loro il nome, per lo quale poi chiamate furono, cioè «Amazzone», il qual tanto vuol dire, quanto «senza poppa». E, cosí perseverando piú tempo, quando sotto una reina e quando sotto due si governavano, continuamente ampliando il loro imperio. E, essendo in processo di tempo morta una loro reina, la quale fu chiamata Orizia, fu fatta reina la Pantasilea. Costei fu valorosa donna e governò bene il suo regno. Ed avendo udito il valor di Ettore, figliuolo del re Priamo, disiderò dʼaver alcuna figliuola di lui, e, per accattare lʼamore e la benivolenza sua, con gran moltitudine delle sue femmine, contro aʼ greci venne in aiuto deʼ troiani. Ma non poté quello, che desiderava, adempiere, percioché trovò, quando giunse, Ettore essere giá morto; ma nondimeno mirabilmente piú volte per la salute di Troia combatté; alfine combattendo fu uccisa. E, secondo che alcuni scrivono, costei fu che prima trovò la scure: vero è che quella, che da lei fu trovata, aveva due tagli, dove le nostre nʼhanno un solo.

«Dallʼaltra parte», forse a rincontro aʼ nominati, «vidi il re Latino». Latino fu re deʼ laurenti e figliuolo di Fauno re, deʼ discendenti di Saturno, e dʼuna ninfa laurente, chiamata Marica, sí come Virgilio nellʼEneida dice:

...Rex arva Latinus et urbes
iam senior longa placidas in pace regebat.
Hunc Fauno et nympha genitum laurente Marica
accepimus.

Ma Giustino non dice cosí, anzi dice che egli fu nepote di Fauno, cioè figliuolo della figliuola, in questa forma: che, tornando Ercule di Spagna, avendo vinto Gerione, e pervenendo nella contrada di Fauno, egli giacque con la figliuola, e di quello congiugnimento nacque Latino. E cosí non di Fauno, ma dʼErcule sarebbe Latino stato figliuolo. Ma Servio Sopra Virgilio dice che, secondo Esiodo, in quello libro il quale egli compose chiamato Aspidopia, che Latino fu figliuolo dʼUlisse e di Circe, la quale alcuni chiamaron Marica; e però dice il detto Servio, Virgilio aver detto di lui, cioè di Latino, «Solis avi specimen», percioché Circe fu figliuola del Sole. Ma dice il detto Servio (percioché la ragione deʼ tempi non procede, percioché Latino era giá vecchio, quando Ulisse ebbe la dimestichezza di Circe) essere da prendere quello che Iginio dice, cioè essere stati piú Latini. Oltre a questo, cosí come del padre di Latino sono opinioni varie, cosí similmente sono gli antichi scrittori discordanti della madre: percioché Servio dice Marica essere dea del lito deʼ minturnesi, allato al fiume chiamato Liri: laonde Orazio dice:

...et innantem Maricae

littoribus tenuisse Lirim;

e però, se noi vorrem dire Marica essere stata moglie di Fauno, non procederá; percioché glʼiddii locali, secondo lʼerronea opinion degli antichi, non trapassano ad altre regioni. Alcuni dicono Marica esser Venere, percioché ella ebbe un tempio allato alla Marica, nel quale era scritto «Pontina Venere»; ma di costei anche si può dire quello che di sopra dicemmo di Latino, potere essere state piú Mariche. Ma di cui che egli si fosse figliuolo, egli fu re deʼ laurenti, neʼ tempi che Troia fu disfatta, ed ebbe per moglie Amata, sirocchia di Dauno, re dʼArdea e zia di Turno, sí come per Virgilio appare. Ma Varrone, in quel libro il quale egli scrive De origine linguae latinae, dice che Pallanzia, figliuola dʼEvandro re, fu sua moglie. Costui, secondo che vogliono alcuni, ricevette Enea fuggito da Troia, ed avendo avuto un responso da quegli loro iddii, che egli ad un forestiere, del quale dovea mirabile succession nascere, désse Lavina sua figliuola per moglie; avendola giá promessa a Turno, la diede ad Enea: di che gran guerra nacque, nella quale, secondo che dice Servio, questo Latino morí quasi nella prima battaglia.

«Che con Lavina, sua figlia, sedea». Lavina, come detto è, fu figliuola di Latino e dʼAmata e moglie dʼEnea, del quale ella rimase gravida; e temendo la superbia di Ascanio figliuolo di Enea, il quale era rimaso vincitore della guerra di Turno, si fuggí in una selva; e appo un pastore, secondo che dice Servio, chiamato Tiro, dimorò nascosamente: e partorí al tempo debito un figliuolo, il quale nominò Giulio Silvio Postumo, percioché nato era, dopo la morte del padre, nella selva. Ma poi fu costei da Ascanio rivocata nel suo regno, avendo egli giá fatta la cittá di Alba ed in quella andatosene. La quale non essendo dalle cose avverse rotta, tanto reale animo servò nel petto femminile, che senza alcuna diminuzione guardò il regno al figliuolo, tanto che egli fu in etá da sapere e da potere regnare. Ma Eusebio in libro Temporum dice che costei dopo la morte dʼEnea si rimaritò ad uno il quale ebbe nome Melampo, e di lui concepette un figliuolo, il quale fu chiamato Latino Silvio: né piú di lei mi ricorda aver trovato.

«Vidi quel Bruto, che cacciò Tarquino». Bruto fu per legnaggio nobile uomo di Roma, percioché egli fu dʼuna famiglia chiamata i Giuni, ed il suo nome fu Caio Giunio Bruto, e la madre di lui fu sorella di Tarquino Superbo, re deʼ romani. E percioché egli vedeva Tarquino incrudelire contro aʼ congiunti, temendo di sé, avendo sana mente, si mostrò pazzo: e cosí visse buona pezza, portando vilissimi vestimenti, e ingegnandosi di fare alcune cose piacevoli, come talvolta fanno i matti, accioché facesse ridere altrui, ed ancora per acquistare la benivolenza di chi il vedesse, e con questo fuggisse la crudeltá del zio. E percioché poco nettamente vivea, fu cognominato Bruto: il quale, per aver festa di lui, tenevano volentieri appresso di sé i figliuoli di Tarquino. Ora avvenne che, essendo Tarquino Superbo intorno ad Ardea ad assedio, e i figliuoli del re con altri lor compagni avendo cenato, entrarono in ragionamento delle lor mogli, e ciascuno, come far si suole, in virtú e in costumi preponeva la sua a tutte lʼaltre femmine; e, non finendosi la quistione per parole, presero per partito dʼandarne alle lor case con questi patti: che quale delle lor donne trovassero in piú laudevole esercizio, quella fosse meritamente da commendar piú che alcunʼaltra; e cosí, montati a cavallo, subitamente fecero. E pervenuti a Roma, trovarono le nuore del re ballare e far festa con le lor vicine, non ostante che i lor mariti fossero in fatti dʼarme e a campo; e di quindi nʼandarono a un castello chiamato Collazio, dove un giovane chiamato Collatino, loro zio, teneva la donna sua, chiamata Lucrezia, e trovarono costei in mezzo delle sue femmine vegghiare, e con loro insieme filare e far quello che a buona donna e valente sʼapparteneva di fare: per che fu reputato che costei fosse piú da lodare che alcuna dellʼaltre e che Collatino avesse miglior moglie che alcun degli altri. Era tra questi giovani Sesto Tarquino, giovane scellerato e lascivo, il quale, veduta Lucrezia e seco medesimo commendatala molto, entratagli nellʼanima la bellezza e lʼonestá di lei, seco medesimo dispuose di voler del tutto giacer con lei: e dopo alquanti dí, senza farne sentire alcuna cosa ad alcuno, preso tempo, solo ritornò a Collazio, dove da lei parentevolmente ricevuto ed onorato, considerato la condizione della casa, la notte, come silenzio sentí per tutto, estimando che tutti dormissero, levatosi, col coltello ignudo in mano, tacitamente nʼandò lá dove Lucrezia dormiva, e postale la mano in sul petto, disse:—Io sono Sesto, e tengo in mano il coltello ignudo; se tu farai motto alcuno, pensa chʼio tʼucciderò di presente.—Ma per questo non tacendo Lucrezia, la quale in guisa alcuna al suo desiderio acconsentir non voleva, le disse:—Se tu non farai il piacer mio, io tʼucciderò, e appresso di te ucciderò uno deʼ tuoi servi, e a tutti dirò che io tʼabbia uccisa, percioché col tuo servo in adulterio tʼabbia trovata.—Queste parole spaventarono la donna, seco pensando che, se in tal guisa uccisa fosse trovata, leggermente creduto sarebbe lei essere stata adultera, né sarebbe chi la sua innocenza difendesse: e però, quantunque malvolentieri si consentisse a Sesto, nondimeno, avendo pensato come cotal peccato purgherebbe, gli si consentí.

Sesto, quando tempo gli parve, se ne tornò ad Ardea; ed essa piena di dolore e dʼamaritudine, come il giorno apparí, si fece chiamare Lucrezio Tricipitino, suo padre, e Collatino, suo marito, e Bruto: li quali essendo venuti, e trovandola cosí dolorosa nellʼaspetto, la domandò Collatino:—Che è questo, Lucrezia? non sono assai salve le cose nostre?—A cui Lucrezia rispose:—Che salvezza può esser nella donna, la cui pudicizia è violata? nel tuo letto è orma dʼaltro uomo che di te.—E quinci aperse distesamente ciò che per Sesto Tarquino era stato la passata notte adoperato. Il che udendo Collatino e gli altri, quantunque dellʼaccidente forte turbati fossero, nondimeno la cominciarono a confortare, dicendo la pudicizia non potere esser contaminata, dove la mente a ciò non avesse consentito. Ma Lucrezia, ferma nel suo proposito, trattosi di sotto aʼ vestimenti un coltello, disse:—Questa colpa, in quanto a me appartiene, non trapasserá impunita; né alcuna mai sará, che per esempio di Lucrezia diventi impudica.—E detto questo, e posto il petto sopra la punta del coltello, su vi si lasciò cadere, e cosí senza poter essere atata, entratole il coltello nel petto, si morí. Tricipitino e Bruto e Collatino, vedendo questo, non potendo piú nascondere lʼindegnitá del fatto, ne portarono il corpo morto nella piazza, predicando lʼiniquitá di Sesto Tarquino, e di molte ingiurie accusando il re eʼ figliuoli. Il pianto fu grande, e il rammarichio per tutto: ma Bruto, estimando che tempo fosse a por giuso la simulata pazzia, tratto il coltello del petto alla morta Lucrezia, con una gran brigata deʼ collazi nʼandò a Roma, lasciando che lʼun deʼ due rimasi andassero nel campo a nunziare questa iniquitá: e in Roma pervenuto, per dovunque egli andava, piangendo e dolendosi, convocava la moltitudine a compassione dellʼinnocente donna e ad odio deʼ Tarquini. Per la qual cosa furono incontanente le porte di Roma serrate, e per tutto gridata la morte e il disfacimento del re e deʼ figliuoli: e il simile era avvenuto nel campo ad Ardea. E come fu sentita la scellerata operazione di Sesto Tarquino, e tutti, lasciato il re eʼ figliuoli, a Roma venutisene, e ricevuti dentro, in una medesima volontá con gli altri divenuti, al re Tarquino, che minacciando tornava da Ardea, del tutto negarono il ritornare in Roma: e subitamente in luogo del re fecero due consoli, appo i quali fosse la dignitá e la signoria del re, sí veramente che piú dʼuno anno durar non dovesse: e di questi due primi consoli fu lʼuno Bruto e lʼaltro Collatino. E, sentendo, in processo di tempo, Bruto due suoi figliuoli tenere alcun trattato di dovere rimettere il re eʼ figliuoli suoi a Roma, fattigli spogliare e legare ad un palo, prima agramente batter gli fece con verghe di ferro, e poi in sua presenza ferire con la scure e cosí morire. Cotanto adunque mostrò essergli cara la libertá racquistata. Ma poi, avendo Tarquino invano tentato di ritornare per trattato in Roma, ragunata da una parte e dʼaltra gente dʼarme, ad assediare Roma venne. Incontro al quale uscirono col popolo di Roma armati i consoli; ed essendosi traʼ due eserciti cominciata la battaglia, avvenne che Arruns, lʼuno deʼ figliuoli di Tarquino, combattendo, vide Bruto; per che, lasciata la battaglia degli altri, gridò:—Questi è colui che mʼha del regno cacciato;—e drizzato il cavallo e la lancia verso lui, e punto degli sproni il cavallo, quanto correr potea piú forte nʼandò verso lui. Il quale veggendo Bruto venire, e conosciutolo, non schifò punto il colpo, ma verso lui dirizzatosi con la lancia e col cavallo, avvenne che con tanto odio delle punte delle lance si ferirono, che amenduni morti caddero del cavallo. E poi, avendo i romani avuta vittoria deʼ nemici, con grandissimo pianto ne recarono in Roma il corpo di Bruto, lá dove egli da tutte le donne di Roma, sí come padre e ricuperatore della loro libertá e vendicatore e guidatore della loro pudicizia, fu amarissimamente pianto, e poi, secondo lʼuso di queʼ tempi, onorevolmente fu seppellito.

«Lucrezia». Di questa donna è narrata la storia.

«Marzia». Marzia non so di che famiglia romana si fosse, né alcune storie sono, le quali io abbia vedute, che guari menzione faccian di lei. Par nondimeno, per antica fama, tenersi lei essere stata onesta e venerabile donna; e per tutti si tiene, e Lucano ancora il testimonia, lei essere stata moglie, non una sola volta, ma due, di Catone uticense. Il quale avendola la prima volta menata a casa, generò in lei tre figliuoli; poi, dispostosi del tutto di volere nel futuro servar vita celibe e fuggire ogni congiugnimento di femmina, secondo che alcuni dicono, glielo disse; ed, oltre a ciò, immaginando non dovere per lʼetá essere a lei questa astinenza possibile, la licenziò di potersi maritare, se a grado le fosse, ad un altro uomo. Per la qual cosa essa si rimaritò ad Ortensio (a quale non so, percioché piú ne furono), e di lui concepette alcuni figliuoli. Poi, essendosi morto Ortensio, e sopravvenuto il tempo delle guerre cittadine tra Cesare e Pompeo, una mattina in su lʼaurora picchiò allʼuscio di Catone, e, entrata da lui, il pregò che gli piacesse di doverla ritôrre per moglie; che di questo matrimonio essa non intendeva di volerne altro che solamente il nome dʼesser moglie di Catone, e sotto lʼombra di questo titolo vivere, e, quando alla morte venisse, morire moglie di Catone. Alli cui prieghi Catone condiscese; e, con quella condizione ritoltala, senza alcuna altra solennitá osservare, e mentre visse servando il suo proponimento, per sua moglie la tenne, ed ella lui per suo marito.

«Giulia». Giulia fu figliuola di Giulio Cesare, acquistata in Cornelia figliuola di Cinna, giá quattro volte stato consolo; la quale, lasciata Consuzia che davanti sposata avea, prese per moglie. E fu costei moglie di Pompeo Magno, il quale ella amò mirabilmente, intanto che, essendo delle comizie edilizie riportati a casa i vestimenti di Pompeo, suo marito, rispersi di sangue (il che, secondo che alcuni scrivono, era avvenuto, che sacrificando egli, ed essendogli lʼanimale, che sacrificar dovea, giá ferito, delle mani scappato, e cosí del suo sangue macchiatolo); come prima Giulia gli vide, temendo non alcuna violenza fosse a Pompeo stata fatta, subitamente cadde, e da grave dolore fu costretta, essendo gravida, di gittar fuori il figliuolo che nel ventre avea, e quindi morirsi.

«E Corniglia». Il vero nome di costei fu Cornelia: ma, sforzato lʼautore dalla consonanza dei futuri versi, alcune lettere permutate, la nomina «Corniglia». Cornelia fu nobile donna di Roma della famiglia deʼ Corneli, del lato degli Scipioni: e fu figliuola di quello Scipione, il quale con Giuba, re deʼ numidi, seguendo le parti di Pompeo, fu da Cesare sconfitto in Numidia. E fu costei primieramente moglie di Lucio Crasso, il quale fu ucciso daʼ parti e a cui fu lʼoro fondato messo giú per la gola; e poi, come Lucio morí, divenne moglie di Pompeo magno: il quale ella, come valente donna dee fare, non solamente amò nella sua felicitá, ma, veggendo che la fortuna con le guerre cittadine forte il suo stato dicrollava, non dubitò di volere essergli, come nella grandezza sua era stata, neʼ pericoli e negli affanni delle guerre compagna: e ultimamente, secondo che Lucano manifesta, con lui dellʼisola di Lesbo partitasi, nʼandò in Egitto, dove miserabilmente agli assassini di Tolomeo, discendendo in terra, il vide uccidere. Quello che poi di lei si fosse, non so; ma dʼintera fede e di laudabile amore puote debitamente essere pregiata.

«E solo in parte vidi ʼl Saladino». Il Saladino fu soldano di Babillonia, uomo di nazione assai umile per quello mi paia avere piú addietro sentito, ma di grande e altissimo animo e ammaestratissimo in fatti di guerra, sí come in piú sue operazioni dimostrò. Fu vago di vedere e di cognoscere li gran principi del mondo e di sapere i lor costumi: né in ciò fu contento solamente alle relazioni degli uomini, ma credesi che, trasformatosi, gran parte del mondo personalmente cercasse, e massimamente intraʼ cristiani, li quali, per la Terra santa da lui occupata, gli erano capitali nemici. E fu per setta deʼ seguaci di Macometto, quantunque, per quello che alcuni voglion dire, poco le sue leggi e i suoi comandamenti prezzasse. Fu in donare magnifico, e delle sue magnificenze se ne raccontano assai. Fu pietoso signore e maravigliosamente amò e onorò i valenti uomini. E, percioché egli non fu gentile, come quegli li quali nominati sono e che appresso si nomineranno, estimo che «in parte» starsi «solo» il discriva lʼautore.

«Poi chʼio alzai un poco piú le ciglia», cioè gli occhi per vedere piú avanti, «Vidi il maestro», cioè Aristotile, «di color che sanno, Seder», cioè usare e stare, e quegli atti fare che a filosofo appartengono, ammaestrare, operare e disputare, «tra filosofica famiglia».

Aristotile fu di Macedonia, figliuolo di Nicomaco, medico dʼAminta, re di Macedonia, e poi di Filippo, suo figliuolo e padre dʼAlessandro; la madre del quale fu chiamata Efestide: li quali Nicomaco ed Efestide vogliono alcuni esser discesi di Macaone e dʼAsclepiade, discendenti dʼEsculapio, il quale gli antichi, percioché grandissimo medico fu, dicono essere stato figliuolo dʼApollo, iddio della medicina. E dicono alcuni lui essere stato dʼuna cittá chiamata Stagira, la quale, se io ho bene a memoria, ho giá letto o udito che è non in Macedonia, ma in Trazia: le quali due province è vero che insieme confinano, per che, essendo in su i confini la cittá, forse agevolmente sʼè potuto errare a dinominarla piú dellʼuna provincia che dellʼaltra. Fu costui primieramente, dopo lʼavere apprese le liberali arti, ammaestrato neʼ libri poetici. E credesi che il primo libro, che da lui fu composto, fosse uno scritto, ovvero comento, sopra li due maggior libri dʼOmero, e che, per questo, ancora giovanetto fosse dato da Filippo per maestro ad Alessandro. Poi vogliono lui essere andato ad Atene ad udire filosofia, dove udí tre anni sotto Socrate, in queʼ tempi famosissimo filosofo; e, lui morto, sʼaccostò a Platone, il quale le scuole di Socrate ritenne, e sotto lui udí nel torno di venti anni. Per che, sí per lʼeccellenza del dottore, e sí ancora per lo perseverato studio con vigilanza, divenne maraviglioso filosofo; intanto che, andando alcuna volta Platone alla sua casa e non trovando lui, con alta voce alcuna volta disse:—Lʼintelletto non cʼè, sordo è lʼauditorio.—Visse appresso la morte di Platone, suo maestro, anni ventitré, deʼ quali parte ammaestrò Alessandro, e parte con lui circuí Asia, e parte di quegli scrisse e compose molti libri. Egli la dialettica, ancora non conosciuta pienamente prima, in altissimo colmo recò, e ad istruzione di quella scrisse piú volumi. Scrisse similmente in rettorica, né meno in quella apparve facondo, che fosse alcun altro rettorico, quantunque famoso stato davanti a lui. Similmente intorno agli atti morali, ciò che veder se ne puote per uomo, scrisse in tre volumi: Etica, Politica ed Iconomica; né delle cose naturali alcuna ne lasciò indiscussa, sí come in molti suoi libri appare; ed, oltre a ciò, trapassò a quelle che sono sopra natura, con profondissimo intendimento, sí come nella sua Metafisica appare. E, brevemente, egli fu il principio e ʼl fondamento di quella setta di filosofi, i quali si chiamano peripatetici. E non è vero quello che alcuni si sforzano dʼapporgli, cioè che egli facesse ardere i libri di Platone: la qual cosa credo, volendo, non avrebbe potuta fare, in tanto pregio e grazia degli ateniesi fu Platone e la sua memoria e li suoi libri. Li quali non ha molto tempo che io vidi, o tutti o la maggior parte, o almeno i piú notabili, scritti in lettera e grammatica greca in un grandissimo volume, appresso il mio venerabile maestro messer Francesco Petrarca. È il vero che la scienza di questo famosissimo poeta filosofo lungo tempo sotto il velamento dʼuna nuvola dʼinvidia di fortuna stette nascosa, in maraviglioso prezzo continuandosi appo i valenti uomini la scienza di Platone; né è assai certo, se a venire ancora fosse Averrois, se ella sotto quella medesima si dimorasse. Costui adunque, se vero è quello che io ho talvolta udito, fu colui che prima, rotta la nuvola, fece apparir la sua luce e venirla in pregio; intanto che, oggi, quasi altra filosofia che la sua non è daglʼintendenti seguita. Ma ultimamente pervenuto questo singulare uomo allʼetá di sessantatré anni, finío la vita sua; e, secondo che alcuni dicono, per infermitá di stomaco. «Tutti lo miran», per singular maraviglia, quegli che in quel luogo erano; e similmente credo facciano tutti quegli che aʼ nostri dí in filosofia studiano: «tutti onor gli fanno», sí come a maestro e maggior di tutti.

«Quivi vidʼio», appresso dʼAristotile, «Socrate».

Socrate originalmente si crede fosse ateniese, ma di bassissima condizione di parenti disceso, percioché, sí come scrive Valerio Massimo nel terzo suo libro sotto la rubrica De patientia, il padre suo fu chiamato Sofronisco intagliator di marmi, e la sua madre ebbe nome Fenarete, il cui uficio era aiutare le donne neʼ parti loro, e quelle per prezzo servire; ed esso medesimo, secondo che dice Papia, alquanto tempo sʼesercitò nellʼarte del padre. Poi, lasciata lʼarte paterna, divenne discepolo dʼuna femmina chiamata Diutima, secondo che si legge nel libro De vitis philosophorum; ma santo Agostino, nel libro ottavo De civitate Dei, scrive che egli fu uditore dʼArchelao, il quale era stato auditore di Anassagora. E, poiché alquanto tempo ebbe udito sotto Archelao, per divenire pienamente esperto deglʼintrinseci effetti della natura, in piú parti del mondo gli ammaestramenti deʼ piú savi andò cercando, secondo che scrive Tullio nel libro secondo delle Quistioni tusculane: e in tanta sublimitá di scienza pervenne, che egli, secondo che scrive Valerio, fu reputato quasi un terrestre oracolo dellʼumana sapienza. E secondo che mostra di tenere Apulegio, e similmente Calcidio Sopra il primo libro del Timeo di Platone, e come Agostino nel libro ottavo della Cittá di Dio, egli ebbe seco infino dalla sua puerizia un dimonio, il quale Apulegio predetto chiama «iddio di Socrate» in un libro che di ciò compose: il quale molte cose glʼinsegnò e in ciò che egli aveva a fare lʼammaestrò. Ma chi che di ciò gli fosse il dimostratore, egli fu non solamente dagli uomini, ma eziandio da Apolline, il quale gli antichi neʼ loro errori credettero essere iddio della sapienza, giudicato sapientissimo. Della qual cosa non è molto da maravigliarsi, conciosiacosaché egli fosse nelli studi della filosofia assiduo; e tanto nelle meditazioni perseverante, che Aulo Gellio scrive, nel libro secondo Noctium Atticarum, lui essere usato di stare dal cominciamento dʼun dí infino al principio del seguente, in piede, senza mutarsi poco o molto col corpo, e senza volgere gli occhi o ʼl viso dal luogo al quale nel principio della meditazione gli poneva.

Fu costui di maravigliosa e laudevole umiltá, percioché, quantunque in iscienza continuamente divenisse maggiore, tanto minore nel suo parlare si faceva; e da lui, secondo che Girolamo scrive nella sua trentacinquesima pistola, e, oltre a ciò, nel proemio della Bibbia, nacque quel proverbio, il quale poi per molti sʼè detto, cioè «hoc scio, quod nescio». E, oltre a questo, essendo tanto e sí venerabile filosofo, non solamente in parole, ma in opera la sua umiltá dimostrò. Esso, tra lʼaltre volte, secondo che negli studi è usanza, facendo la colletta dagli uditori suoi, ed essi tutti dandogli volentieri non solamente il debito, secondo lʼuso, ma ancora piú; Eschilo, poverissimo giovane ma dʼalto ingegno, lasciò andar ognʼuomo a pagar questo debito, e non andandone piú alcuno, esso, levatosi, andò alla cattedra di Socrate e disse:—Maestro, io non ho al mondo cosa alcuna che ti dare per questo debito, se non me medesimo, e io me ti do; e ricordoti che io ti do piú che dato non tʼha alcun altro che qui sia; percioché non ce nʼè alcuno che tanto donato tʼabbia, che alcuna cosa rimasa non gli sia, ma a me, che me tʼho dato, cosa alcuna non è rimasa.—Al quale Socrate umilmente rispose:—Eschilo, il tuo dono mʼè molto piú caro che alcuno altro che da costoro mi sia stato dato, e la ragione è questa: io non ho alcuna cosa la quale io possa assai degna donare a costoro che a me hanno donato, ma io ho da potere rendere a te guiderdone del dono che fatto mʼhai, e quello sono io medesimo; e cosí io me ti do; e perciò quanto tu vuogli che io abbia te per mio, tanto faʼ che tu abbi me per tuo.—Fu di sua natura pazientissimo, e con egual animo portò le cose liete e le avverse, intanto che molti voglion dire non essergli stato mai veduto piú che un viso. Il che maravigliosamente mostrò vivendo, e sostenendo i fieri costumi dellʼuna delle due mogli che avea, chiamata Santippe: la quale, senza interporre, il dí e la notte egualmente, con perturbazioni e con romori era da lei stimolato; la qual tanto piú nella sua ira sʼaccendeva, quanto lui piú paziente vedeva. Ed essendo alcuna volta stato addomandato da Alcibiade, nobilissimo giovane dʼAtene, secondo che scrive Aula Gellio in libro undecimo Noctium Atticarum, perché egli non la mandava via, conciofossecosaché per la legge lecito gli fosse, rispose che per la continuazione dellʼingiurie dimestiche fattegli da Santippe egli aveva apparato a sofferire con non turbato animo le disoneste cose, le quali egli vedeva e udiva di fuori. Oltre a questo, tenendosi Santippe ingiuriata da lui, un dí, preso luogo e tempo, dalla finestra della casa gli versò sopra la testa un vaso dʼacqua putrida e brutta; il quale sapendo donde venuto era, rasciuttasi la testa, nullʼaltra cosa disse:—Io sapeva bene che dopo tanti tuoni doveva piovere.—

Furono le sue risposte di mirabile sentimento. Era in Atene un giovane uomo dipintore, assai conosciuto, il quale subitamente divenne medico; il che detto a Socrate, disse:—Questi può esser savio uomo dʼaver lasciata lʼarte, i difetti della quale sempre stanno dinanzi agli occhi degli uomini, e presa quella li cui errori la terra ricuopre.—Era, oltre a ciò, usato di prender piacere di vedere le due sue mogli per lui talvolta non solamente gridare, ma azzuffarsi insieme, e massimamente sé considerando, il quale era del corpo piccolo, e avea il naso camuso, le spalle pelose e le gambe storte, e appresso la viltá dellʼanimo loro; e il farle venire a zuffa insieme era qualora egli volea, sol che un poco dʼamore piú allʼuna che allʼaltra mostrasse; di che esse una volta accortesi, e rivoltesi sopra lui, fieramente il batterono, e lui fuggente seguirono, tanto che la loro indegnazione sfogarono. Fu in costumi sopra ogni altro venerabile uomo, in tanto che solamente nel riguardarlo prendevano maraviglioso frutto gli uditori suoi, sí come Seneca nella sesta pistola a Lucillo, dicendo: «Platone e Aristotile, e lʼaltra turba tutta deʼ savi uomini, piú daʼ costumi di Socrate trassero di sapienza che dalle sue parole». Fu nel cibo e nel bere temperatissimo, intanto che di lui si legge che, essendo una mortale e universale pestilenza in Atene, né mai si partí, né mai infermò, né parte dʼalcuna infermitá sentí. Sostenne con grandissimo animo la povertá, intanto che, non che egli mai alcun richiedesse per bisogno il quale avesse, ma ancora i doni daʼ grandi uomini offertigli ricusò. Ed essendo giá vecchio, volle apprendere a sonare gli stromenti musici di corda: di che alcuno maravigliandosi gli disse:—Maestro, che è questo? aver veduti gli alti effetti della natura, e ora discendere alle menome cose musicali?—Al quale egli dimostrò sé estimare esser meglio dʼavere tardi apparata quella arte che morire senza averla saputa. Né in alcuna etá poté sofferire dʼessere ozioso; percioché, secondo scrive Tullio nel libro De senectute, egli era giá dʼetá di novantaquattro anni, quando egli scrisse il libro, il quale egli appellò Panaletico.

Una cosa ebbe questo singulare uomo, la quale a certi ateniesi fu grave, ed ultimamente cagione della morte sua: egli non poté mai essere indotto ad avere in alcuna reverenza glʼiddii li quali gli ateniesi adoravano, affermando un cane, un asino o qualunque altro piú vile animale esser degno di molta maggior venerazione che glʼiddii degli ateniesi. E la ragione, che di ciò assegnava, era che gli animali erano opera della natura, glʼiddii degli ateniesi erano opera delle mani degli uomini. Per la qual cosa essendo stati fatti, ovvero eletti trenta uomini in Atene a dover riformare lo stato della cittá e servarlo, ve ne furono alcuni, li quali, forse da alcuna altra occulta cagion mossi, sotto spezie di religione, vollero che esso confessasse li loro iddii essere da onorare e che Atene dalla lor deitá e custodia servata fosse. La qual cosa non volendo esso fare, essendo giá dʼetá di novantanove anni, fu fatto mettere in prigione, e in quella tenuto da un mese. Alla fine, vedendo coloro, che tener vel facevano, non potersi a ciò lʼanimo suo inducere, gli mandarono in un nappo un beveraggio avvelenato, il quale egli, sprezzati gli umili rimedi mostratigli da Lisia alla sua salute, amando piú di finire la vita che di diminuire la sua gravitá, con grandissimo animo, e con quel viso il quale sempre in ogni cosa occorrente fermo servava, il prese. E piangendo Santippe, e dolendosi chʼegli era fatto morire a torto, fieramente la riprese dicendo:—Dunque vorresti tu, stolta femmina, che io fossi morto a ragione? Tolgalo Iddio via che egli possa essere avvenuto o avvenga che io giustamente condannato sia.—E, bevuto la venenata composizione, molte cose aʼ suoi amici, che dʼintorno gli erano, parlò dellʼeternitá dellʼanima. Ma, appressandosi giá lʼora della morte, per la forza del veleno che al cuore sʼavvicinava, il dimandò uno deʼ suoi discepoli, chiamato Trifone, quello che esso voleva che del suo corpo si facesse, poiché morto fosse. Per che Socrate, rivolto agli altri, disse:—Lungamente mʼha invano ascoltato Trifone.—E poi disse:—Se, poi che lʼanima mia sará dal corpo partita, voi alcuna cosa che mia sia ci trovate, fatene quello che da fare estimerete; ma cosí vi dico, che, partendomi io, alcun di voi non mi potrá seguire.—Né guari stette che egli morí. In onor del quale, secondo che scrive Tertullio, fecero poi gli ateniesi in memoria e in sembianza di lui fare una statua dʼoro, e quella fecero porre ad un tempio. Nacque Socrate, secondo che nelle Istorie scolastiche si legge, al tempo di Serse, re di Persia, e morí regnante il re Assuero.

[Lez. XVI]

«E Platone». Platone fu per origine nobilissimo ateniese. Egli fu figliuolo dʼAristone, uomo di chiara fama, e di Perissione sua moglie; e, secondo che alcuni affermano, esso fu deʼ discendenti del chiaro legnaggio di Solone, il quale ornò di santissime leggi la cittá di Atene. E volendo Speusippo, figliuolo della sorella, e che dopo la sua morte le scuole sue ritenne insieme con Clearco e con Anassalide, stati suoi uditori, nobilitare la sua origine, sí come essi nel secondo libro della Filosofia scrivono, finsero Perissione, madre di lui, essere stata oppressa da una sembianza dʼ Apolline; volendo che per questo sʼintendesse, lui per opera del padre, il quale gli antichi estimarono essere iddio della sapienza, avere avuta la divina scienza, la quale in lui uomo mortale fu conosciuta. Fu costui, oltre ad ogni altro suo contemporaneo, eloquentissimo; e fu tanta dolcezza e tanta soavitá nella sua prolazione, che quasi pareva piú celestial cosa che umana, parlando. La qual cosa per due assai evidenti segni, avanti che a quella perfezion divenisse, fu dimostrata. Primieramente, essendo egli ancora picciolissimo fanciullo e nella culla dormendo, furono trovate api, le quali sollecitamente studiandosi, non altrimenti che in uno loro fiaro, gli portavano mèle, senza dʼalcuna cosa offenderlo. Secondariamente, quella notte che precedente fu al dí che Aristone lui giovanetto menò a Socrate, accioché della sua dottrina lʼammaestrasse, parve nel sonno a Socrate vedere di cielo discendere un cigno, e porglisi sopra le ginocchia, e pascersi di quello che da esso Socrate gli era dato. Per che, come Socrate vide Platone il dí seguente, cosí estimò lui esser quel cigno che nel sonno veduto avea. E il cigno, secondo che questi fisiologi scrivono, è uccello, il quale soavissimamente canta: per la qual dolcezza di canto assai bene si può comprendere essere stata dimostrata la dolcezza della sua futura eloquenza.

Fu costui nominato Plato, secondo che Aristotile afferma, dalla ampiezza del petto suo. Esso, poiché piú anni ebbe udito Socrate, secondo che Agostino racconta nel quarto della Cittá di Dio, navicò in Egitto, e quivi apprese ciò che per gli egiziaci si poteva mostrare. E quindi, tirato dalla fama della dottrina pittagorica, venutosene in Italia, da quegli dottori, li quali allora in essa fiorivano, assai agevolmente apprese ciò che per loro si tenea. Della sua scienza fu fatta, [ed è ancora], maravigliosa stima quasi da tutti quegli che aʼ tempi chʼeʼ romani erano nel colmo del lor principato, eran famosi uomini; e ancora ne la fanno i cattolici filosofi, affermando in molte cose la sua dottrina esser conforme alla veritá cristiana. Fu, oltre a ciò, in costumi splendido e nel cibo temperatissimo. Fu oltremodo dalla concupiscenza della carne stimolato, intanto che, per poterla alquanto domare, e vita solitaria disiderando, potendo in altre parti assai eleggere la sua solitudine, alcuna altra non ne volle che una villetta, chiamata Accademia, la qual non solamente rimota era da ogni umano consorzio, ma ella era per pessimo aere pestilente: e questa ad ogni altra prepose, estimando la sua infezione dovere poter porre modo a domare la libidine sua. Quivi di ricchezze né dʼumana pompa curandosi, visse infino nellʼetá di anni ottantuno, secondo che scrive Seneca a Lucillo nella sessantunesima epistola; avendo molti libri scritti e scrivendo continuamente, si morí, lasciati appresso di sé molti deʼ suoi uditori solennissimi filosofi.

«Che innanzi agli altri», sí come piú degni filosafi, «piú presso gli stanno».

«Democrito» (supple) vidi. Democrito fu ateniese, e fu il padre suo sí abbondante di ricchezze, che si legge lui aver dato un pasto al re Serse, quando venne in Grecia, e con lui a tutto il suo esercito, che scrive Giustino fosse un milione dʼuomini dʼarme. Dopo la morte del quale, Democrito, dato tutto aʼ filosofici studi, riserbatasi di sí gran ricchezza una piccola quantitá, tutto il rimanente donò al popolo dʼAtene, dicendo quella essere impedimento al suo studio. Esso, secondo che Giovenale scrive, essendo nella piazza, era usato di ridere di ciò che esso vedeva agli uomini fare; e, domandato alcuna volta della cagione, rispose:—Io rido della sciocchezza di tutti quegli li quali io veggio, percioché io mʼaccorgo che con lʼanimo e col corpo tutti faticano intorno a cose, che né onor né fama lor posson recare, né con loro, oltre a ciò, far lunga dimora.—Costui, percioché estimò il vedere esser nimico delle meditazioni, e grandissimo impedimento degli studi per poter liberamente a questi vacare, si fece cavar gli occhi della testa. Altri dicono lui aver ciò fatto, perché il vedere le femmine gli era troppo grande stimolo e incitamento inespugnabile al vizio della carne. E, domandato alcuna volta che utilitá si vedesse dʼaverlo fatto, nulla altro rispose, se non che, per quello, era dʼuno piú che lʼusato accompagnato, e questo era un fanciul che ʼl guidava: benché Tullio, nel quinto delle Quistioni tusculane, dice questa essere stata risposta dʼAsclepiade, il quale fu assai chiaro filosofo e similmente cieco. Fu nondimeno uomo di grande studio e di sottile ingegno, quantunque deʼ principi delle cose tenesse unʼopinione strana e varia da tutte quelle degli altri filosofi. Esso estimava tutte le cose procedere dallʼuno deʼ due principi, o da odio o da amore: e poneva una materia mista essere, nella quale i semi di tutte le cose fossero, e quella diceva chiamarsi «caos», il che tanto suona quanto «confusione»; e di questa affermava che a caso, non secondo la diliberazione dʼalcuna cosa, ogni animale, ogni pianta, ogni cosa che noi veggiamo, nascere. E questo chiamava «odio», in quanto le cose che nascevano, dal lor principio, sí come da nimico, si separavano; poi, dopo certo spazio di tempo corrompendosi, tutte si ritornavano in questa materia chiamata «caos», e questo appellava «tempo dʼamore e dʼamistá». E cosí teneva questi esser due principi formali, essendo questo caos principio materiale. Fu, oltre a questo, costui grandissimo magico, e dopo Zoroaste, re deʼ batriani, trovatore di questa iniqua arte, molto lʼaumentò e insegnò. Dice adunque per le predette opinioni lʼautor di lui «cheʼl mondo a caso pone» esser creato e fatto, e senza alcuna movente cagione: del quale Tullio nel quinto libro delle Quistioni tusculane dice: «Democritus, luminibus amissis, alba scilicet discernere et atra non poterat: at vero bona, mala, aequa, iniqua, honesta, turpia, utilia, inutilia, magna, parva poterat; et sine varietate colorum licebat vivere beate, sine notione rerum non licebat; atque hic vir impediri animi aciem aspectu oculorum arbitrabatur: et cum alii persaepe quod ante pedes esset non viderent, ille infinitatem omnem pervagabatur, ut nulla in extremitate consisteret».

«Diogene». Diogene cui figliuol fosse, o di qual cittá, non mi ricorda aver letto, ma lui essere stato solenne filosofo, e uditore di Anassimandro, molti il testimoniano: e similmente lui essere rimaso di ricchissimo padre erede. Il quale, come la veritá filosofica cominciò a conoscere, cosí tutte le sue gran ricchezze donò agli amici, senza altra cosa serbarsi che un bastone per sostegno della sua vecchiezza e una scodella per poter bere con essa: la qual poco tempo appresso gittò via, veggendo un fanciullo bere con mano ad una fonte. E cosí, ogni cosa donata, primieramente cominciò ad abitare sotto i portici delle case e deʼ templi; poi, trovato un doglio di terra, abitò in quello; e diceva che esso meglio che alcun altro abitava, percioché egli aveva una casa volubile, la quale niuno altro ateniese aveva: e quella nel tempo estivo e caldo volgeva a tramontana, e cosí avea lʼaere fresco senza punto di sole; e il verno il volgeva a mezzogiorno, e cosí aveva tutto ʼl dí i raggi del sole che ʼl riscaldavano. Fu negli studi continuo e sollecito mostratore agli uditori suoi. Tenne una opinione istrana dagli altri filosofi, cioè che ogni cosa onesta si doveva fare in publico; ed eziandio i congiungimenti deʼ matrimoni, percioché erano onesti, doversi fare nelle piazze e nelle vie: il quale perché atto di cani pareva, fu cognominato «cinico» e principe della setta deʼ cinici.

Di costui si raccontano cose assai, e non men piacevoli che laudevoli; per che non sará altro che utile lʼaverne alcuna raccontata. Dice Seneca, nel libro quinto deʼ Benefici, che Alessandro, re di Macedonia, sʼingegnò molto di poterlo avere appresso di sé, e con grandissimi doni e profferte molte volte il fece sollicitare: le quali tutte ricusò, alcuna volta dicendo che egli era molto maggior signore che Alessandro, in quanto egli era troppo piú quello che egli poteva rifiutare, che quello che Alessandro gli avesse potuto donare. E dice Valerio Massimo che, essendo un dí Alessandro venuto alla casa di Diogene, e per avventura postosegli davanti al sole, e offerendosi a lui se alcuna cosa volesse, gli rispose che quello, che egli voleva da lui, era che egli si levasse dal sole e non gli togliesse quello che dare non gli potea. Similmente aveva Dionisio, tiranno di Siragusa, molto cercato dʼaverlo, né mai venir fatto gli era potuto; per che, essendo Diogene andato in Cecilia a considerare lʼincendio di Mongibello, avvenne che, lavando lattughe salvatiche ad una fonte presso a Siragusa per mangiarlesi, passò un filosofo chiamato Aristippo, al quale Dionisio facea molto onore, e, veggendo Diogene gli disse:—Se tu volessi, Diogene, credere a Dionisio, non ti bisognerebbe al presente lavare coteste lattughe;—quasi volesse dire:—Tu averesti deʼ fanti e deʼ servidori, che te le laverebbono.—A cui Diogene subitamente rispose:—Aristippo, se tu volessi lavar delle lattughe come fo io, non ti bisognerebbe di lusingar Dionisio.—Altra volta, essendo per avventura menato da un ricchissimo uomo, il quale aveva il viso turpissimo, a vedere una sua bella casa, la quale era ornatissima di dipinture e dʼoro e dʼaltre care cose, e non che le mura eʼ palchi, ma eziandio il pavimento di quella; volendo Diogene sputare, sʼaccostò a colui che menato lʼaveva e sputògli nel viso. Per che quegli, che presenti erano, dissero:—Perché hai tu fatto cosí, Diogene?—Aʼ quali Diogene prestamente rispose:—Percioché io non vedeva in questa casa parte alcuna cosí vile, come quella nella quale sputato ho.—Oltre a ciò, secondo che Seneca racconta nel terzo libro dellʼIra, avvenne che, leggendo Diogene del vizio dellʼira, un giovane gli sputò nel viso. Di che Diogene prudentemente e con pazienza portando lʼingiuria, niunʼaltra cosa disse, se non:—Io non mʼadiro, ma io dubito se sará bisogno o no dʼadirarsi.—Di che questo medesimo, tiratosi in bocca uno sputo ben grasso, nel mezzo della fronte da capo gliele sputò. Il quale sputo poi che Diogene ebbe forbito, disse: —Per certo coloro, che dicono che tu non hai bocca, sono fieramente ingannati.—Fu, secondo che Aulo Gellio scrive in primo libro Noctium Atticarum, Diogene una volta preso: e, volendolo colui, che preso lʼaveva, vendere, venne un per comperarlo e dimandollo di che cosa sapeva servire. Al quale Diogene rispose:—Io so comandare agli uomini liberi.—E, accioché noi trapassiamo da queste laudevoli sue opere al fine della vita sua, secondo che scrive Tullio nel primo libro delle Quistioni tusculane, essendo Diogene infermo di quella infermitá della quale si morí, fu domandato da alcuno deʼ discepoli suoi, quello che voleva si facesse, poi che egli fosse morto, del corpo suo. Subitamente rispose:—Gittatelo al fosso.—Alla qual risposta colui, che domandato avea, seguí:—Come, Diogene? vuoi tu che i cani e le fiere salvatiche e gli uccelli ti manuchino?—Al quale Diogene rispose:—Pommi allato il baston mio, sí che io abbia con che cacciargli.—A cui questo addimandante disse:—O come gli caccerai, che non gli sentirai?—Disse allora Diogene:—Se io non gli debbo sentire, che fa quello a me perché eʼ mi mangino?—E cosí si morí: il dove non so.

«Anassagora». Anassagora fu nobile uomo ateniese, e fu uditore di Anassimene e famoso filosofo. Percioché sostener non poteva i costumi e le maniere deʼ trenta tiranni, li quali in Atene erano, si fuggí dʼAtene e seguí gli studi pellegrini tanto tempo, quanto la signoria deʼ predetti durò. Poi, tornando ad Atene, e vedendo le sue possessioni, che erano assai, tutte guaste e occupate daʼ pruni e da malvage piante, disse:—Se io avessi voluto guardar queste, io avrei perduto me.—Questi nella morte dʼun suo figliuolo, assai della sua fortezza dʼanimo e della sua scienza mostrò; percioché essendogli nunziata, niuna altra cosa disse a colui che gliele palesò:—Niuna cosa nuova o da me non aspettata mi racconti, percioché io sapeva che colui, che di me era nato, era mortale.—Ed essendo infermo di quella infermitá della quale egli morí, e giacendo lontano alla cittá, fu domandato se gli piacesse dʼessere portato a morire nella cittá. Rispose che di ciò egli non curava, percioché egli sapeva che altrettanta via era dal luogo dove giaceva in inferno, quanta dalla cittá in inferno.

«E Tale». Tale fu asiano, figliuolo dʼuno che si chiamò Essamite, sí come Eusebio scrive in libro Temporum; e, secondo che Pomponio Mela dice nel primo libro della Cosmografia, egli fu dʼuna cittá chiamata Mileto, la quale fu in una provincia dʼAsia, chiamata Ionia: e, sí come santo Agostino dice nel libro ottavo della Cittá di Dio, egli fu prencipe deʼ filosofi ioni, e fu massimamente ammirabile in quanto, essendo da lui compresi i numeri delle regole astrologiche, non solamente conobbe i diffetti del sole e della luna, ma ancora gli predisse. E, secondo che alcuni vogliono, essa fu il primo che conobbe la immobilitá, o brevissimo circúito di moto della stella la qual noi chiamiamo «tramontana», e che da essa preso dimostrò lʼordine, il quale ancora servano i marinari nel navicare, quel segno seguendo. Fu sua opinione che lʼacqua fosse principio di tutte le cose, e da essa tutti gli elementi ed esso mondo tutto e quelle cose che in esso si generano procedessono, sí come santo Agostino nel preallegato libro dimostra. E, percioché esso fu deʼ primi filosofi di Grecia e, avanti che il nome del filosofo si divulgasse, fosse chiamato «savio», come sei altri suoi contemporanei e valenti uomini furono; avvenne che, essendo daʼ pescatori presa pescando, e tratta di mare, una tavola dʼoro, ed essendo diliberato che al piú savio mandata fosse, e per conseguente mandata a lui; fu di tanta e sì discreta umiltá, che ricevere non la volle, ma la mandò ad uno degli altri sei. Recusò, secondo che alcuni scrivono, dʼaver moglie, e ciò dice che faceva per non avere ad amare i figliuoli. Credomi che questo fuggiva, percioché troppo intenso e forse non molto ordinato amor gli parea. Ultimamente assai utili libri lasciando, essendo giá dʼetá di settantotto anni, morí. Ma, secondo che scrive Eusebio in libro Temporum, pare che egli vivesse anni novantadue. Fiorí neʼ tempi che Ciro re per forza trasportò in Persia lʼimperio deʼ medi.

«Empedocles». Empedocles fu ateniese, secondo Boezio, del quale, credo piú per difetto del tempo, che ogni cosa consuma, e della trascutaggine degli uomini, che negligentemente servano le scritture, che perché egli solenne filosofo degno di laude non fosse, alcuna cosa non si truova che istorialmente di lui raccontar si possa; quantunque alcuni dicano lui essere stato ottimo cantatore, ed il suo canto avere avuta tanta di melodia che, correndo impetuosamente un giovane appresso ad un suo nemico per ucciderlo, udendo la dolcezza del canto di costui, il quale per avventura allora in quella parte cantava, per la quale il giovane seguiva il suo nemico, dimenticato lʼodio, si ritenne ad ascoltarlo. Costui, secondo che scrive Papia, investigando il luogo della montagna di Mongibello in Cicilia, disavvedutamente cadde in una fossa di fuoco, e in quella, non potendosi aiutare, fu ucciso dal fuoco. Fiorí regnante Artaserse.

«Eraclito». Eraclito è assai appo gli antichi filosofi famoso; ma di lui altro nella mente non ho, se non che quegli libri, li quali egli compose, furono con tanta oscuritá di parole e di sentenze scritti da lui, che pochi eran coloro li quali potessero deʼ suoi testi trar frutto; per la qual cosa fu cognominato «tenebroso». Dove vivesse, o quello che egli adoperasse, o di che etá morisse, o dove, non trovai mai; quantunque alcuni dicono lui essere stato contemporaneo di Democrito.

E «Zenone». Furono due eccellenti filosofi, deʼ quali ciascuno fu nominato Zenone; ma, percioché qui non si può comprendere di quale lʼautor si voglia dire, brievemente diremo dʼamenduni. Fu adunque lʼuno di questi chiamato Zenone eracleate. Costui, potendosi in pace e in quiete riposare in Eraclea, sua cittá, e in sicura libertá vivere, avendo allʼaltrui miseria compassione, se ne andò a Girgenti in Cicilia, in queʼ tempi da miserabile servitudine oppressa, soprastantele la crudel tirannia di Falaris, volendo quivi esperienza prendere del frutto che dar potesse la sua scienza. Ed essendosi accorto il tiranno piú per consuetudine di signoreggiare che per salutevol consiglio, tenere il dominio, con maravigliose esortazioni i nobili giovani della citta infiammò in disiderio di libertá. La qual cosa pervenuta agli orecchi di Falaris, fece di presente prender Zenone, e lui nel mezzo della corte posto al martorio, il domandò quali fossero coloro che del suo consiglio eran partefici. Deʼ quali Zenone alcuno non ne nominò; ma in luogo di essi nominò tutti quegli che piú col tiranno eran congiunti, e neʼ quali esso piú si fidava: e in tal guisa renduti gli amici suoi sospetti a Falaris, fieramente cominciò a mordere e a riprendere la tristizia e la timiditá deʼ giovani circustanti: e quantunque dʼetá vecchio fosse, riscaldò sí con le sue parole i cuori deʼ giovani di Gergenti, che, mosso il popolo a romore, uccisero con le pietre il tiranno e la perduta libertá racquistâro. E questo ho, senza piú, che poter dire del primo Zenone.

Lʼaltro Zenone chi si fosse altrimenti né donde non so; ma quasi una medesima costanza di animo alla precedente nʼ ho che raccontare. Essendo adunque questo Zenone, secondo che Valerio Massimo scrive nel terzo libro, fieramente tormentato da un tiranno chiamato Clearco, il quale, per forza di tormenti, sʼingegnava di sapere chi fossero quegli che con lui congiurati fossero nella sua morte, della quale Zenone tenuto avea consiglio; dopo alquanto, senza averne alcuni nominati, disse sé essere disposto a manifestargli quello che esso addomandava, ma essere di necessitá che alquanto in disparte si traessero. Per che, cosí da parte tiratisi, Zenone prese Clearco per lʼorecchio coʼ denti, né mai il lasciò, prima che tronca gliele avesse, come che egli daʼ circustanti amici del tiranno ucciso fosse.

«E vidi ʼl buon accoglitor del quale», cioè della qualitá dellʼerbe; e che esso intenda dellʼerbe, si manifesta per lo filosofo nominato, il quale intorno a quelle fu maravigliosamente ammaestrato: «Dioscoride dico». Dioscoride né di che parenti né di qual cittá natio fosse, non lessi giammai; e di lui niunʼaltra cosa ho che dire, se non che esso compuose un libro, nel quale ordinatamente discrisse la forma di ciascuna erba, cioè come fossero fatte le frondi di quelle, come fosser fatte le loro radici, come fosse fatto il gambo e come i fiori e come i frutti di ciascuna e come il nome, e similmente la virtú di quelle.

«E vidi Orfeo». Orfeo, secondo che Lattanzio, in libro Divinarum institutionum in gentiles scrive, fu figliuolo dʼApolline e di Calliope musa, e a costui scrive Rabano, in libro Originum, che Mercurio donò la cetera, la quale poco avanti per suo ingegno avea composta: la quale esso Orfeo si dolcemente sonò, secondo che i poeti scrivono, che egli faceva muovere le selve deʼ luoghi loro, e faceva fermare il corso deʼ fiumi, faceva le fiere salvatiche e crudeli diventar mansuete. Di costui, nel quarto della Georgica, racconta Virgilio questa favola, cioè lui avere amata una ninfa, chiamata Euridice, ed avendola con la dolcezza del canto suo nel suo amore tirata, la prese per moglie. La quale un pastore, chiamato Aristeo, cominciò ad amare: e un giorno, andandosi ella diportando insieme con certe fanciulle su per la riva dʼun fiume chiamato Ebro, Aristeo la volle pigliare; per la qual cosa essa cominciò a fuggire, e, fuggendo, pose il piè sopra un serpente, il quale era nascoso nellʼerba; per che, sentendosi il serpente priemere, rivoltosi, lei con un velenoso morso trafisse, di che ella si morí. Per la qual cosa Orfeo piangendo discese in inferno, e con la cetera sua cominciò dolcissimamente a cantare, pregando nel canto suo che Euridice gli fosse renduta. E conciofossecosaché esso non solamente i ministri infernali traesse in compassione di sé, ma ancora facesse allʼanime deʼ dannati dimenticare la pena deʼ lor tormenti, Proserpina, reina dʼinferno, mossasi, gli rendé Euridice, ma con questa legge: che egli non si dovesse indietro rivolgere a riguardarla, infino a tanto che egli non fosse pervenuto sopra la terra; percioché, se egli si rivolgesse, egli la perderebbe, senza mai poterla piú riavere. Ma esso, con essa venendone, da tanto disiderio di vederla fu tratto, che, essendo giá vicino al pervenire sopra la terra, non si poté tenere che non si volgesse a vederla. Per la qual cosa, senza speranza di riaverla, subitamente la perdé; laonde egli lungamente pianse, e del tutto si dispose, poiché lei perduta avea, di mai piú non volerne alcunʼaltra, ma di menar vita celibe, mentre vivesse. Per la qual cosa, si come dice Ovidio, avendo il matrimonio di moltʼaltre, che il domandavano, ricusato, cominciò a confortare gli altri uomini che casta vita menassero. Il che sapendo le femmine, il cominciarono fieramente ad avere in odio; e multiplicò in tanto questo odio, che, celebrando le femmine quel sacrificio a Bacco, che si chiama «orgia», allato al fiume chiamato Ebro, coʼ marroni e coʼ rastri e con altri stromenti da lavorar la terra lʼuccisono e isbranaron tutto, e il capo suo e la cetera gittate nellʼEbro, infino nellʼisola di Lesbo furono dallʼacque menate: e, volendo un serpente divorare la testa, da Apolline fu convertito in pietra: e la sua cetra, secondo che dice Rabano, fu assunta in cielo e posta tra lʼaltre imagini celestiali.

Ma, lasciando le fizioni poetiche da parte, certa cosa è costui essere stato di Tracia, e nato dʼuna gente chiamata «cicona»: e secondo che Solino, De mirabilibus mundi, afferma, questi cotali ciconi infino nel tempo suo in sublime gloria si reputavano Orfeo esser nato di loro. E fu costui, secondo che molti stimano, di queʼ primi sacerdoti che furono ordinati in queʼ tempi, che prima si cominciò in Grecia a conoscere Iddio, a dovere quelle parole esquisite comporre, dalle quali nacque il nome del poeta. E furono le forze della sua eloquenza grandissime in tanto, che in qual parte esso voleva, aveva forza di volgere le menti degli uomini. E, secondo che scrive Stazio nel suo Tebaida, egli fu di queʼ nobili uomini, li quali furono chiamati argonauti, che passarono con Giasone al Colco: e fu trovatore di certi sacrifici, infino al suo tempo non usati, e massimamente di quei di Bacco, secondo che Lattanzio scrive nel preallegato libro, dicendo Orfeo fu il primo, il quale introdusse in Grecia i sacrifici di Libero padre, cioè di Bacco; e fu il primo che quegli celebrò sopra un monte di Beozia, vicino a Tebe dove Bacco nacque: il qual monte è chiamato Citerone, per la frequenza del canto della cetera, il quale in quello faceva Orfeo. E sono quegli sacrifici ancora chiamati «orfichi», neʼ quali esso Orfeo fu poi morto ed isbranato. Della cui morte dice Teodonzio che, avendo Orfeo primieramente trovati i sacrifici di Bacco, e appo quegli di Tracia avendo comandato questi sacrifici farsi daʼ cori delle Menade, cioè delle femmine, le quali quel natural difetto patissono, del quale esse ogni mese sono, almeno una volta, impedite: e questo aveva fatto a fine di torle in quel tempo dalle commistioni degli uomini, conciosiacosaché non solamente sia abominabile, ma ancora dannoso agli uomini; ed esse, di ciò essendosi accorte: estimando questo essere stato trovato per far palese agli uomini la turpitudine loro, turbate, congiurarono contro ad Orfeo, e lui, che di ciò non si prendeva guardia, coʼ marroni uccisono e gittaronlo nel fiume Ebro. Fiorì costui in maravigliosa fama, regnando appo i troiani Laomedonte, e appo i latini Fauno, padre di Latino. Nondimeno Leone tessalo diceva esserne stato un altro molto più antico di costui, il quale, essendo grandissimo musico, aveva trovato insieme con Museo quel modo esquisito di parlare, il quale di sopra dicemmo; avvegnaché Eusebio in libro Temporum scriva questo Museo, figliuolo di Eumolpo, essere stato discepolo dʼOrfeo.

«Tullio». Tullio, quantunque roman fosse, nondimeno la sua origine fu dʼArpino, città non lontana da Aquino, anticamente stata di queʼ popoli che si chiamarono volsci; e discese di nobili parenti, percioché si legge li suoi passati essere stati re della lor città. Questi, giovanetto, venne a Roma; e già in eloquenza valendo molto, avendo lʼanimo gentile, sempre sʼaccostò aʼ più nobili uomini di Roma. I suoi studi furon grandi e in ogni spezie di filosofia: e quantunque in quegli fosse ammaestratissimo, nondimeno in eloquenza trapassò ogni altro preterito, e, per quello che insino a questo di veder si possa, si può dire e futuro. Costui compose molti e laudevoli libri. Egli ancora giovinetto compose in rettorica lʼArte vecchia e la Nuova. Poi, più maturo, compose in questa medesima facultà un libro chiamato De oratore, nel quale con artificioso stilo racchiuse ciò che in retorica dir si puote. Scrisse, oltra a ciò, molti filosofici libri, sì come quello De officiis, Delle quistion tusculane, De natura deorum, De divinatione, De laudibus philosophiae, De legibus, De re publica, De re frumentaria, De re militari, De re agraria, De amicitia, De senectute, De paradoxis, De topicis ed altri più: e lasciò infinite orazioni fatte in senato ed altrove, degne di eterna memoria: e, oltre a ciò, scrisse un gran volume di pistole familiari e altre. Divenne per la sua industria in Roma splendido cittadino, in tanto che non solamente fu assunto tra la gente patrizia, ma esso fu fatto dellʼordine del senato, e insino al sommo grado del consolato pervenne: nel quale avendo da Fulvia, amica di Quinto Curio, e da certi ambasciatori degli allobrogi cautamente sentita la congiurazione ordinata da Catellina, presi certi nobili giovani romani che a quella tenevano, essendosi giá Catellina partito di Roma, di grandissimo pericolo liberò la cittá. Fu, oltre a ciò, mandato in esilio daʼ romani, e poi, finito lʼanno, rivocato e con mirabile onore ricevuto. E, sopravvenute le guerre cittadine, seguí le parti di Pompeo; ed essendo in ogni parte i pompeiani vinti da Giulio Cesare, fu rivocato in Roma, né però fu privato dellʼordine senatorio. Ultimamente fu di quegli li quali congiurarono contro a Cesare, e quivi si trovò dove Cesare fu ucciso; per la qual cosa, come gli altri congiurati fuggitosi di Roma, essendo il nome suo posto nella tavola deʼ proscritti da Antonio triumviro, il quale fieramente lʼodiava, se nʼandò a Gaeta. Dove pianamente dimorando, Gaio Popilio Lenate, il quale Tullio con la sua eloquenza avea di capitale pericolo liberato, pregò Marco Antonio che gli concedesse di perseguirlo e dʼucciderlo: ed ottenutolo, lui nel campo Formiano, non lontano da Gaeta, uccise; e tagliatagli la testa e la destra mano, con esse se ne tornò a Roma, quasi trionfasse di quella testa che la sua avea liberata da morte.

«Lino» (supple) vidi. Lino fu tebano, uomo dʼaltissimo ingegno e in musica ammaestrato molto; e insieme con Anfione e con Zeto, tebani e nobilissimi musici, concorse. Credesi fosse uno di quegli primi poeti teologi; e, secondo che scrive Eusebio, egli fu maestro dʼErcole; e fu aʼ tempi di Bacco, chiamato Libero padre, regnante Pandione in Atena e Steleno appo gli argivi; e perseverò insino al tempo che Atreo e Tieste regnarono in Micena ed Egeo in Atene.

«E Seneca morale». È cognominato questo Seneca «morale», a differenza dʼun altro Seneca, il quale, della sua famiglia medesima, fu poco tempo appresso di lui, il quale (essendo il nome di questo «morale» Lucio Anneo Seneca) fu chiamato Marco Anneo Seneca, e fu poeta tragedo; percioché egli scrisse quelle tragedie, le quali molti credono che Seneca morale scrivesse. Fu adunque, questo Seneca, spagnuolo, della cittá di Corduba: ed egli con due suoi fratelli carnali (dei quali lʼuno fu chiamato Iunio Anneo Gallio e lʼaltro Lucio Anneo Mela, padre di Lucano) da Gneo Domizio, avolo di Neron Cesare, secondo che alcuni dicono, furono menati a Roma, e quivi furono in onorevole stato; e massimamente questo Seneca, il quale, qual che la cagione si fosse, venuto in disgrazia di Claudio Cesare, il rilegò nellʼisola di Corsica, nella quale egli stette parecchi anni. Poi, avendo Claudio fatta uccidere Messalina, sua moglie, per gli manifesti suoi adultèri, e presa in luogo di lei Agrippina, figliuola di Germanico e sorella di Gaio Caligula imperadore e moglie di Domizio Nerone, padre di Nerone Cesare; aʼ prieghi di lei fu da Claudio rivocato in Roma e restituito neʼ suoi onori, e, oltre a ciò, dato per maestro a Nerone, ancora assai giovanetto, col quale in grandissimo colmo divenne e massimamente di ricchezze. Egli fu uditore dʼun famoso filosofo in queʼ tempi, chiamato Focione, della setta degli stoici; e, quantunque in molte facultá solennissimo divenisse, pure in filosofia morale, secondo la setta stoica, divenne mirabile uomo, e in tanto piú commendabile, in quanto i suoi costumi, quanto piú esser potessono, furon conformi alla sua dottrina. E, perseverando in continuo esercizio, compose molti e laudevoli libri, sí come il libro De beneficiis, quello De ira, quello De clementia a Nerone, quello De tranquillitate animi, quello De remediis fortuitorum, quello De quæstionibus naturalibus, quello De quatuor virtutibus, quello De consolatione ad Elviam e altri piú. Ma sopra tutti fu quello Delle pistole a Lucillo, nel quale, senza alcun dubbio, ciò che scriver si può a persuadere di virtuosamente vivere, in quel si contiene: e quello ancora che si chiama Le declamazioni. Compose, oltre a questi, un altro, secondo che alcuni vogliono, il quale è molto piú poetico che morale, ed è in prosa e in versi, in forma di tragedia: e in quello discrive come Claudio Cesare fosse cacciato di paradiso e menatone da Mercurio in inferno. E che esso questo componesse, quantunque a me non paia suo stilo, nondimeno alquanta fede vi presto, percioché egli ebbe fieramente in odio Claudio, per la ingiuria dello esilio ricevuta da lui; e quello libretto per tutto non è altro che far beffe di Claudio e della sua poca laudevol vita.

Ma, poi che Claudio, per lo ʼnganno dʼAgrippina, sua moglie, fu morto dal veleno, datogli mangiare neʼ boleti, e per lʼastuzia di lei posposto Britannico, figliuolo legittimo e natural di Claudio; Nerone, figliuolo adottivo del detto Claudio e dʼAgrippina e discepolo di questo Seneca, fu fatto imperadore ancora assai giovane; e senza alcun dubbio multiplicò molto la grandezza e la ricchezza di Seneca, la quale men che felice uscita ebbe; percioché, avendo Nerone fatto morire Britannico di veleno, e, oltre a ciò, avendo fatta uccidere Agrippina, sua madre, e Ottavia, sirocchia carnale di Britannico e sua moglie, rifiutata e mandata in esilio in una isola, molte cose falsamente apponendole, e ultimamente fattala uccidere, e fattasi moglie una gentildonna di Roma, chiamata Poppeia Sabina, la qual più anni aveva per amica tenuta, e fatto morire uno Burrone, il quale era prefetto dello esercito pretoriano e suo maestro insieme con Seneca, e in luogo di Burrone, ad istanza di Poppeia, posto uno chiamato Tigillino; ed avendo Poppeia e Tigillino sospetto Seneca non, coʼ suoi consigli, lʼanimo di Nerone volgesse e loro gli facesse odiosi, cominciarono sagacemente ad incitare Nerone contro di lui. La qual cosa sentendo Seneca, per menomare la ʼnvidia portatagli, pregò Nerone che tutte le sue ricchezze e gli onori prendesse, e lui lasciasse in povero e in privato stato. Le quali Nerone non volle ricevere, ma, postogli il braccio in collo, e lusingandolo, e quello nelle parole mostrando che nellʼanimo non avea, ciò, che egli rifiutava, ritenere gli fece. Nondimeno Seneca, suspicando sempre della poca fede di Nerone, cominciò del tutto a rifiutare le visitazioni e le salutazioni degli amici, ed a fuggire la lunga compagnia deʼ clientoli, e a dimorare il più del tempo ad alcune sue possessioni, le quali fuora di Roma avea.

Ultimamente, essendosi scoperta una congiurazione fatta contro a Nerone da molti deʼ senatori e da più altri dellʼordine equestre, e daʼ centurioni e da altri cittadini, essendo di quella prencipe un nobile giovane di Roma chiamato Pisone; venne in animo a Nerone di farlo morire, non perché in quella colpevole il trovasse, ma per propria malvagità e come uomo che era disideroso dʼadoperare crudelmente la sua potenza coʼ ferri. Ed essendo per ventura di queʼ dí, secondo che scrive Cornelio Tacito nel quindicesimo libro delle sue Storie, tornato Seneca di campagna, sʼera rimaso in una sua villa, quattro miglia vicino a Roma, alla quale Sillano, tribuno dʼuna coorte pretoria, approssimandosi giá lʼora tarda, andò e quella intorniò dʼuomini dʼarme, ed entrato in casa, trovò lui con Pompeia Paulina sua moglie, e con due deʼ suoi amici mangiare. E mangiando egli, gli manifestò il comandamento fattogli dallʼimperadore, cioè: uno, chiamato Natale, essere stato mandato a lui per parte di Pisone, ed esso essersi in nome di Pisone rammaricato perché da poterlo visitare fosse proibito. Al quale Seneca rispuose: sé essersi da ciò scusato, che fatto lʼavea per cagione della sua infermitá e per disiderio di riposo; e che esso non avea avuta alcuna cagione per la quale la salute del privato uomo avesse preposta alla sua sanitá; e che il suo ingegno non era pronto né inchinevole a dover lusingare alcuno; e che di questo non era alcuno piú consapevole che Nerone, il quale spessissimamente avea provata piú la libertá di Seneca che il servigio. Le quali parole, presente Poppeia e Tigillino, il tribuno rapportò a Nerone; il quale Nerone domandò se Seneca sʼapprestava a volontaria morte. Rispose: niuno segno di paura aver veduto in lui e niuna tristizia conosciuta nelle parole e nel viso. Per la qual cosa Nerone gli comandò che tornasse a Seneca, e gli comandasse che egli sʼeleggesse la morte. Il quale tornatovi, non volle andare nella sua presenza, ma mandovvi uno deʼ centurioni, che gli dicesse lʼultima necessitá: la quale Seneca senza alcuna paura ascoltò, e domandò che portate gli fossero le tavole del suo testamento. La qual cosa il centurione non sostenne. E perciò Seneca, voltosi aʼ suoi amici, molte cose disse, e, poiché negato gli era di poter render loro grazia secondo i lor meriti, testò sé lasciar loro una di quelle cose le quali egli aveva piú bella, e ciò era la immagine della vita sua, della quale se essi si ricordassono, essi sempre seco porterebbono la fama delle buone e laudevoli arti e della costante loro amistá. E, oltre a questo, ora con parole e ora con piú intenta dimostrazione, cominciò le lor lacrime a rivocare in fermezza dʼanimo: domandògli dove i comandamenti della sapienza, dove per molti anni avesser lasciata andare la premeditata ragione intorno alle cose sopravvegnenti, e da cui non esser saputa la crudeltá di Nerone; e che niunʼaltra cosa gli restava a fare, avendo la madre e ʼl fratello uccisi, se non dʼuccidere il suo maestro e colui che allevato lʼavea. E quinci, abbracciata la moglie, la confortò e pregò che con forte animo portasse questa ingiuria. E, avendo giá il centesimo anno passato, si fece aprir le vene delle braccia, e appresso, percioché il sangue lentamente usciva del corpo, similmente si fece aprir le vene delle gambe e delle ginocchia; e, mentre lentamente mancava la vita sua, infino che gli bastaron le forze di poter parlare, fatti venire scrittori, piú cose degne di laude in sua fama e in bene di coloro che dopo la sua morte le dovevan vedere, fece scrivere. Ma, prolungandosi troppo la morte, pregò Stazio Anneo medico, lungamente stato suo fido amico, che gli desse veleno, il quale egli lungamente davanti sʼaveva apparecchiato. Il quale preso, né dʼalcuna cosa offendendolo, per li membri, che erano giá freddi e niuna via davano donde il veleno potesse al cuore trapassare; si fece alla fine mettere in un bagno dʼacqua molto calda, nel quale entrando, con le mani, queʼ servi che piú prossimani gli erano, presa dellʼacqua, risperse. Daʼ quali fu udita questa voce: che esso quello liquore sacrificava a Giove liberatore. E poco appresso dal vapore caldo dellʼacqua fu ucciso, e senza alcuna pompa o solennitá di funebre ufficio fu, secondo il costume antico, arso il corpo suo.

Fu nondimeno fama, secondo che il predetto Cornelio scrive, che Subrio Flavio aveva coʼ centurioni avuto secreto consiglio, il quale Seneca aveva saputo, che, poiché Nerone fosse stato per opera di Pisone ucciso, che esso Pisone similmente ucciso fosse, e che lʼimperio fosse dato a Seneca, quasi, come non colpevole, per ragione delle sue virtú fosse stato eletto allʼaltezza del principato.

Ma, come che lʼautore in questo luogo il ponga come dannato, io non sono perciò assai certo, se questa opinione sia da seguire o no: conciosiacosaché si leggano piú epistole mandate da Seneca a san Paolo e da san Paolo a Seneca, nelle quali appare tra loro essere stata singulare amistá, quantunque occulta fosse; ed in quelle, o almeno nellʼultima di quelle, essere parole scritte da san Paolo, le quali, bene intese, assai chiaro mi pare dimostrino san Paolo lui aver per cristiano. E se esso fu cristiano e di continentissima e santa vita, perché traʼ dannati annoverar si debba non veggio: senza che, a confermazion di questa mia pietosa opinione, vengono le parole scritte di lui da san Girolamo in libro Virorum illustrium, nel quale scrive cosí: «Lucius Annaeus Seneca Cordubensis, Focionis stoici discipulus, et patruus Lucani poëtae, continentissimae vitae fuit, quem non ponerem in chatalogo sanctorum, nisi me illae epistolae provocarent, quae leguntur a plurimis Pauli ad Senecam et Senecae ad Paulum, in quibus, cum esset Neronis magister, et illius temporis potentissimus, optare se dicit eius esse loci apud suos, cuius sit Paulus apud Christianos. Hic ante biennium, quam Petrus et Paulus coronarentur martyrio, a Nerone interfectus est».

[E, oltre a questo, mi sospigne alquanto a sperar bene della sua salute, quasi lʼultimo atto della vita sua, quando, entrando nel piú caldo bagno, disse sé sacrificare quella acqua a Giove liberatore; parendomi queste parole potersi con questo sentimento intendere: che esso, il quale, quantunque il battesimo della fede avesse, il quale i nostri santi chiamano «flaminis», non essendo rigenerato secondo il comune uso deʼ cristiani nel battesimo dellʼacqua e dello Spirito santo, quellʼacqua in fonte battesimale consegrasse a Giove liberatore, cioè a Iesu Cristo, il quale veramente fu liberatore dellʼumana generazione nella sua morte e nella resurrezione. Né osta il nome di Giove, il quale altra volta è stato mostrato ottimamente convenirsi a Dio: anzi a lui e non ad alcuna creatura. E cosí consecratala, in questa essersi bagnato, e divenuto cristiano col sacramento visibile, come con la mente era. Ora di questo è a ciascuno licito quello crederne che gli pare.]