—«Ecco la fiera con la coda aguzza», ecc. Il presente canto si continua col precedente assai evidentemente, in quanto nella fine del precedente ha dimostrato come, per lo segno fatto da Virgilio, vedesse sotto l’acqua una figura, la qual notando veniva insú, cioè verso la sommitá del fiume; e nel principio di questo dimostra questa figura esser pervenuta a riva. E dividesi il presente canto in tre parti: nella prima discrive la forma della figura venuta; nella seconda dimostra l’afflizione degli usurieri; nella terza dimostra come, salito sopra le spalle di quella figura, insieme con Virgilio fosse passato, e trasportato del settimo cerchio dello ’nferno nell’ottavo. La seconda comincia quivi: «Quivi ’l maestro»; la terza quivi: «Ed io, temendo».
Comincia adunque cosí:—«Ecco la fiera»; chiamala «fiera» dal suo fiero e crudele effetto; «con la coda aguzza», cioè aguta e pugnente piú che alcun ferro, «che passa i monti», cioè le durissime e grandi cose, «e rompe i muri», della cittá e di qualunque fortezza, «e l’armi» (supple) passa e rompe di qualunque fortissimo e ardito cavaliere; «Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza»,—cioè corrompe e guasta col suo iniquo è fraudolente adoperare. E dice «ecco» demonstrative, percioché, allora quando Virgilio cominciò a parlare, giugneva questa fiera sopra l’acqua del fiume dal lato loro. «Si cominciò», come detto è, «lo mio duca a parlarmi». Poi dice: «Ed accennolle», poi che cosí ebbe detto, «che venisse a proda», cioè sopra la riva del fiume, «Vicino al fin de’ passeggiati marmi». Pon qui la spezie per lo genere, cioè «marmi» per «pietre»: è il marmo, come noi veggiamo, una spezie di pietra bianchissima e forte. E dice «passeggiati marmi», percioché, passeggiando, eran venuti su per l’argine del fiume infin quivi; il qual argine ha di sopra dimostrato che era divenuto pietra: vuol dunque qui dire che Virgilio le fece cenno che ella venisse insino al luogo dove essi, passeggiando, erano pervenuti.
«E quella sozza immagine di froda». Manifesta l’autore qui di che cosa questa fiera fosse immagine, e dice che era «di froda»: la qual froda che cosa sia si dimostrerá appresso. «Sen venne», per lo cenno fattole da Virgilio, «ed arrivò», cioé mise sopra la riva, «la testa e ’l busto», cioè il rimanente del corpo; «Ma ’n su la riva non trasse la coda»; e cosí mostra che quella si rimanesse coperta nell’acqua.
«La faccia sua», di questa fiera, «era faccia d’uom giusto, Tanto benigna», mansueta e piacevole, «avea di fuor la pelle», cioè l’apparenza; «E d’un serpente» era «tutto l’altro fusto», della persona di questa fiera. «Due branche», cioè due piedi artigliati, come veggiamo che a’ dragoni si dipingono, «avea pelose infin l’ascelle», cioè infino sotto le ditella; «Lo dosso e ’l petto ed amendue le coste», cioè tutto il corpo, fuor che la testa e ’l collo e la coda, «Dipinte avea», ornate, come naturalmente hanno molti animali, «di nodi», cioè di composti, li quali parevano nodi, «e di rotelle», di figure ritonde.
«Con piú color sommesse e sopraposte», a variazion dell’ornamento, «Non fer mai drappi tartari né turchi», li quali di ciò sono ottimi maestri, si come noi possiam manifestamente vedere ne’ drappi tartareschi, li quali veramente sono si artificiosamente tessuti, che non è alcun dipintore che col pennello gli sapesse fare simiglianti, non che piú belli.
Sono i tartari..................... .............................
ARGOMENTI
IN TERZA RIMA
ALLA “DIVINA COMMEDIA”
DI DANTE ALIGHIERI
«Nel mezzo del cammin di nostra vita»,
smarrito in una valle l’autore,
e la sua via da tre bestie impedita,
Virgilio, dei latin poeti onore,
5da Beatrice gli apparve mandato
liberator del periglioso errore.
Dal qual poi che aperto fu mostrato
a lui di sua venuta la cagione,
e ’l tramortito spirto suscitato,
10senza piú far del suo andar quistione,
dietro gli va, ed entra in una porta
ampia e spedita a tutte persone.
Adunque, entrati nell’aura morta,
l’anime triste vider di coloro
15che senza fama usâr la vita corta;
io dico de’ cattivi: eran costoro
da moscon punti, e senza alcuna posa
correndo givan, con pianto sonoro.
Quindi, venuti sopra la limosa
20riva d’un fiume, vide anime assai,
ciascuna di passar volenterosa.
A cui Caròn:—Per qui non passerai!—
di lontan grida; appresso, un gran baleno
gli toglie il viso e l’ascoltar de’ guai.
25Dal qual tornato in sé, di stupor pieno,
di lá da l’acqua in piú cocente affanno,
non per la via che l’anime teniéno,
si ritrovò; e quindi avanti vanno,
e pargoletti veggon senza luce
30pianger, per l’altrui colpa, eterno danno.
Dietro alle piante poi del savio duce
passa con altri quattro in un castello,
dove alcun raggio di chiarezza luce.
Quivi vede seder sovr’un pratello
35spiriti d’alta fama, senza pene,
fuor che d’alti sospiri, al parer d’ello.
Da questo loco discendendo, viene
dove Minós esamina gli entranti,
fier quanto a tanto officio si conviene.
40Quivi le strida sente e gli alti pianti
di quei che furon peccator carnali,
infestati da venti aspri e sonanti,
dove Francesca e Polo li lor mali
contano. E quindi Cerbero latrante
45vede sopra a’ gulosi, infra li quali
Ciacco conosce; e, procedendo avante,
truova Plutone, e’ prodighi e gli avari
vede giostrar con misero sembiante.
Che sia Fortuna e la cagion de’ vari
50suoi movimenti Virgilio gli schiude:
e, discendendo poi con passi rari,
truovan di Stige la nera palude,
la qual risurger vede di bollori,
da’ sospir mossi d’alme in essa nude,
55dove gli accidiosi peccatori,
e gl’iracundi, gorgogliando in quella,
fanno sentir li lor grevi dolori.
Sopra una fiamma poi doppia fiammella
subito vede, ed una di lontano
60surgere ancora e rispondere ad ella.
Quivi Flegias, adirato, il pantano
oltre gli passa, nel qual vede strazio
far di Filippo Argenti, e non invano.
E appena era di tal mirare sazio,
65ch’a piè della cittá di Dite giunti,
senza esser lor d’entrarvi dato spazio,
si vide, e quindi da disdegno punti
per la porta serrata lor nel petto
da li spiriti piú da Dio disiunti.
70E mentre quivi stavan con sospetto,
le tre Furie infernai sovra le mura
Tesifon, vider, Megera ed Aletto.
Appresso, acciò che l’orribil figura
del Gorgon non vedesse, il buon maestro
75gli occhi gli chiuse, e fennegli paura.
Di scender poi per lo cammin silvestro,
per cui la porta subito s’aprio,
mostra, e ’l passare a loro in quella, destro.
Quivi dolenti strida ed alte udio,
80che de’ sepolcri uscivano affocati,
de’ qual pieno era tutto il loco rio:
in quegli essere intese i trascutati
eresiarci, e tutti quelli ancora
ch ’a Epicuro dietro sono andati.
85Lì, ragionando, picciola dimora
con Farinata e con un altro face,
ch’alquanto a l’arca pareva di fora.
Disegna poi come lo ’nferno giace,
da indi in giú, distinto in tre cerchietti,
90e poi dimostra con ragion vivace
perché dentro alle mura i maladetti
spiriti sien di Due, e nel suo cerchio,
piú che color che ha di sopra detti.
Centauri truova poi sovr’al coperchio
95d’un’altra valle sovra Flegetonte,
nel qual chi fe’ al prossimo soverchio
bollir vede per tutto; e perché cónte
le vie salvagge, a passar la riviera
Nesso gli fa della sua groppa ponte.
100Oltre passati, in una selva fiera
di spirti, in bronchi noderosi e torti
mutati, entraron per via straniera.
Tutti se stessi i miseri avien morti,
che li piangean, divenuti bronconi;
105dove gli fe’ Pier delle Vigne accorti
delle dolenti lor condizioni
e delle sue; e nella selva stessa,
dopo gli uditi miseri sermoni,
da nere cagne un’anima rimessa
110vide sbranare, e seppe a tal martiro
dannato chi la sustanzia, commessa
all’util suo, biscazza. E quindi giro
piú giú, dove piovean fiamme di foco,
fuor della selva, sovra un sabbion diro;
115lá dove Campaneo, curante poco,
vider giacer sotto la pioggia grave
con piú molti arroganti; e ’n questo loco,
seguendo, mostra con rima soave
d’una statua, ch’ è di piú metalli,
120l’acqua cadere in quelle valli prave,
e quattro fiumi per piú intervalli
nel mondo occulto fare, infino al punto
piú basso assai che tutte l’altre valli.
Poi ser Brunetto abbrusciato e consunto
125sotto l’orribil pioggia correr vede,
col quale alquanto, parlando, congiunto,
di sua futura vita prende fede.
Poi, Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi,
Iacopo Rusticucci, infino al piede
130di lui venuti, a’ lor nuovi dimandi
sodisfa presto; e quinci procedette
dove anime trovò con tasche grandi
sedere a collo, sotto le fiammette,
di loro alcuni a l’arme conoscendo
135stati usurieri, e per tre render sette.
Poi, sovra Gerion giú discendendo,
in Malebolge vene, ove i baratti
in diece vede, senza pro piangendo.
De’ quali i primi da dimòn son tratti
140con grandi scoreggiate per lo fondo,
scherniti e lassi, vilmente disfatti;
lá dove alcun ch’avea veduto al mondo
vi riconobbe, ch’era bolognese,
Venedico, e ruffiano; a cui secondo
145Iason venia, che tolse il ricco arnese
a’ colchi. E quindi Alesso Interminelli
in uno sterco vide assai palese
pianger le sue lusinghe; e quindi quelli
che sottosopra in terra son commessi
150per simonia; e li par che favelli
con un papa Nicola; ed, oltre ad essi,
travolti vede quei che con fatture
gabbarono non ch’altrui, ma se istessi.
Quindi discendon lá ove l’oscure
155pegole bollon chi baratteria
vivendo fece, e di quelle misture,
mentre che van con fiera compagnia
di diece diavol, parla un che fu tratto
da Graffiacan per la cottola via,
160sé navarrese dicendo e baratto;
quinci com’el fuggi delle lor mani
racconta chiaro, e de’ diavoli il fatto.
Sotto le cappe rance i pianti vani
degl’ipocriti poi racconta, e mostra
165Anna e ’l suo suocer nelli luoghi strani
crocifissi giacer. Poi, nella chiostra
di Malebolge seguente, brogliare
fra’ serpi vede della gente nostra,
quivi dannati per lo lor furare:
170Agnolo e ’l Cianfa ed altri e Vanni Fucci;
li quai mirabilmente trasformare,
dopo nuovi atti, parlamenti e crucci,
e d’uomo in serpe, e poi di serpe in uomo,
in guisa tal, che mai vista non fucci,
175discrive. E poi chi mal consiglio, comoda,
come Ulisse, in fiamme acceso andando,
vede riprender dattero per pomo.
Pria con Ulisse, e poscia ragionando
col conte Guido, passa; e, pervenuto
180su l’altra bolgia, vede gente andando
tutta tagliata sovente e minuto,
per lo peccato della scisma reo
da lor nel mondo falso in suso avuto.
Lì Maometto fesso discernéo,
185e quel Beltram che giá tenne Altaforte,
e Curio e ’l Mosca, e molti qual potéo.
Appresso vide piú misera sorte
degli alchimisti fracidi e rognosi,
u’ seppe da Capocchio l’agra morte,
190e Mirra e Gianni Schicchi e piú lebbrosi
vide, ed i falsator per fiera sete
ritruopichi fumare stando oziosi:
tra’ quali in quella inestricabil rete
vide Sinón, ed il maestro Adamo
195garrir con lui, come legger potete.
Quindi, lasciando l’uno e l’altro gramo,
dal mezzo in su gli figli della terra
uscir d’un pozzo vede, ed al richiamo
del gran poeta intramendue gli afferra
200Anteo, e lor sovr’al freddo Cocito
posa, nel quale in quattro parti serra
il ghiaccio i traditor: quivi ghermito
Sassol de’ Mascheron nella Caina,
e ’l Camiscion de’ Pazzi, ebbe sentito.
205oscia nell’Antenora, ivi vicina,
tra gli altri dolorosi vide il Bocca,
e di Gian Soldanier l’alma meschina,
ed altri molti, ch’ora a dir non tocca,
si come l’arcivescovo Ruggieri,
210ed il conte Ugolino, anima sciocca.
Piú oltre andando pe’ freddi sentieri,
spiriti truova nella Ptolomea
giacer riversi ne’ ghiacci severi.
Quivi, racconta, l’alma si vedea
215di Brancadoria e di frate Alberico,
che senza pro de’ frutti si dolea.
Appresso vede l’Avversario antico
nel centro fitto, e Iuda Scariotto,
e Cassio e Bruto, di Cesar nemico,
220nell’infima Iudecca star di sotto.
Quindi, pe’ velli del fiero animale
discendendo, e salendo, il duca dotto
lui di fuor tira da cotanto male
per un pertugio, onde le cose belle
225prima rivide, e per cotali scale
usciron quindi «a riveder le stelle».
«Per correr miglior acqua alza le vele»
qui lo autore, e, seguendo Virgilio,
pe’ dolci pomi sale e lascia il fiele.
Catón primier, fuor dell’eterno esilio,
5truovano e seco parlan, procedendo;
poi dánno effetto al suo santo consilio.
Su la marina vede, discendendo
nell’aurora, piú anime sante,
e ’l suo Casella, al cui canto attendendo,
10mentre l’anime nuove tutte quante
givan con lor, rimorsi da Catone,
fuggendo al monte ne girono avante.
Incerti quivi della regione,
truovan Manfredi ed altri, che moriro
15per colpa fuor di nostra comunione
col perder tempo, adequare il martiro
alla lor colpa; e quindi, ragionando,
del solar corso gli solve il desiro
l’alto poeta sedendosi, quando
20Belacqua vider per negghienza starsi;
e giá levati verso l’alto andando,
Bonconte ed altri molti incontro farsi
vider, li quali infino all’ultim’ora,
uccisi, a Dio penáro a ritornarsi.
25Quindi Sordel trovar sol far dimora,
il qual, poi che l’autor molto ha parlato
contro ad Italia, il gran Virgilio onora.
Poi mena loro in un vallone ornato
d’erbe e di fior, nel qual, cantando, addita,
30a Virgilio Sordello stando allato,
spiriti d’alta fama in questa vita,
tra’ quai discesi, il Gallo di Gallura
riceve l’autor; quindi, finita
del di la luce, vede dell’altura
35due angeli con due spade affocate
discender ad aver di costor cura.
Poscia, dormendo, con penne dorate
gli par che ’n alto un’aquila nel porti
d’infino al foco; quindi, alte levate
40le luci, spaventato, da’ conforti
fatto sicur di Virgilio, Lucia
gli mostra quivi loro avere scorti.
Del purgatorio gli addita la via,
dove venuti, qual fosse disegna
45la porta, e’ gradi onde a quel si salía,
chi fosse il portinaio, che veste tegna,
e quai fosser le chiavi, e che scrivesse
nella sua fronte, e che far si convegna
a chi passa lá dentro pone expresse.
50E quindi come en la prima cornice
dichiara con fatica si giugnesse;
ed intagliate in alta parte dice
di quella istorie d’umiltá verace:
poi spirti carchi dall’una pendice
55vede venir cantando, ed orar pace
per sé e per altrui, purgando quello
che ne’ mortal superbia sozzo face;
tra’ quali Umberto ed Odorisi, ad ello
appresso, e simil Provinzan Silvani
60piangendo vide sotto il fascio fello.
Oltre passando pe’ sentieri strani,
sotto le piante sue effigiati
vide gli altieri spiriti mondani.
Da uno splendido angiolo invitati
65piú leggier salgono al giron secondo,
perché li «P» l’autor trovò scemati.
Lí alte voci, mosse dal profondo
ardor di caritá, udir volanti
per l’aere puro del levato mondo;
70e poi che giunti furon piú avanti,
videro spirti cigliati sedere,
vestiti di ciliccio tutti quanti,
perché la invidia lor tolse il vedere:
Guido del Duca, Sapia e Rinieri
75da Calvol truova lí piangere, e vere
cose racconta di tutti i sentieri
onde Arno cade, e simil di Romagna;
quindi altri suon sentiron piú severi.
Ed oltre su salendo la montagna,
80da un altro angelo invitati foro,
parlando dell’orribile magagna
d’invidia, e dell’opposito, fra loro,
e, di sé tratto andando, vide cose
pacefiche in aspetto; né dimoro
85fe’ guari in quelle, che ’n caliginose
parti del monte entraron, dove l’ira
molti piangean con parole pietose.
Quivi gli mostra Marco quanto mira
nostra potenzia sia, e quanto possa
90di sua natura, e quanto dal ciel tira.
Appresso usciti dall’aria grossa,
imaginando vede crudi effetti
venuti in molti da ira commossa.
Quivi gl’invia un angel; per che, stretti
95alla grotta amendue, a non salire
dalla notte vegnente fur costretti.
Posti a sedere incominciaro a dire
insieme dell’amor del bene scemo,
che ’n quel giron s’empieva con martire,
100dove, sí come noi veder potemo,
distintamente Virgilio ragiona
come si scemi in uno ed altro estremo,
che sia amor, del quale ogni persona
tanto favella, e come nasca in noi.
105L’abate li di San Zen da Verona
con altri assai correndo vede poi
e con lui parla, e seguel nell’oscuro
tempo, con altri retro a’ passi suoi,
come sentendo si rifá maturo
110d’accidia l’acerbo. Indi ne mostra
come, dormendo in sul macigno duro,
qual fosse vide la nemica nostra,
e come da noi partasi, e, sdormito,
come venisse nella quinta chiostra,
115fattogli a ciò da uno angel lo ’nvito.
Quivi giacendo assai spiriti truova,
che d’avarizia piangon l’acquisito
in giú rivolti e, perch’el non sen mova
alcun, legati tutti; e quivi parla
120con un papa dal Fiesco; appresso pruova
l’onesta povertá, ed a lodarla
Ugo Ciappetta induce, i cui nepoti
nascer dimostra tutti atti a schifarla,
pien d’avarizia e d’ogni virtú vòti;
125e come poscia contro alla nequizia,
passato il dí, cantando, vi si noti.
Quindi, per tutto, novella letizia,
ed il monte tremare infino al basso
dimostra, mosso da vera giustizia.
130Qui truova Stazio non a lento passo
salire in su, al qual Virgilio chiede
della cagion del triemito del sasso.
la quale Stazio assegna; indi succede
al priego suo ancora a nominarsi.
135Quindi, com’uom ch’appena quel che vede
crede, dichiara Stazio avanti farsi
ad onorar Virgilio, e gli fa chiaro
lui, per contrario peccato agli scarsi,
aver per molti secoli l’amaro
140monte provato. E giá nel cerchio sesto,
parlando insieme, uno albero trovâro
donde una voce lor disse il modesto
gusto di molti; e, piú propinqui fatti,
chiaro s’avvider ch’ogni ramo in questo
145albero è vòlto in giú, e d’alto tratti
vider cader liquor di foglia in foglia,
e sotto ad esso spirti macri e ratti
vider venir piú che per altra soglia
dell’erto monte, e pure in sú la vista
150alli pomi tenean, che sí gl’invoglia.
Cosí andando infra la turba trista,
raffigurollo l’ombra di Forese:
con lui favella; e della gente mista
piú riconobbe, e, tra gli altri, il lucchese
155Bonagiunta Orbiccian; poi una voce
all’albero appressarsi lor difese.
Un angel quinci al martiro che cuoce
gl’invita, ed essi, per l’ora che tarda
era, ciascun n’andava sú veloce,
160mostrando Stazio a lui, se ben si guarda,
nostra generazione, e come l’ombra
prenda sembianza di corpo bugiarda,
e come sia da passione ingombra:
e, sí andando, pervennero al foco,
165prima che ’l santo monte facesse ombra;
lungo ’l qual trapassando per un poco
d’un sentieruolo udîr voci nemiche
al vizio di lussuria, ed in quel loco
piú anime conobbe, che ’mpudiche
170furon vivendo, e Guido Guinizelli
gli mostra Arnaldo in sí aspre fatiche.
Ma, poi che s’è dipartito da elli,
a trapassar lo foco i cari duci
confortan lui, ch’appena in mezzo a quelli
175il trapassò. Di quindi a l’alte luci
salir gl’invita uno angel che cantava,
pria s’ascondesser li raggi caduci.
Vede nel sonno poi Lia che s’ornava
di fior la testa, cantando parole
180nelle quali essa chi fosse mostrava.
Quindi levato nel levar del sole,
Virgilio di sé stesso il fa maestro,
sul monte giunti, e può far ciò che vuole.
Venuti adunque nel loco silvestro
185truova una selva, ed in quella si spazia
su per lo lito di Letè sinestro.
Vede una donna, che a lui di grazia
parla e con verissime ragioni:
del fiume il moto e dell’aura il sazia.
190Di quinci a vie piú alte ammirazioni
venuto, sette candelabri e molte
genti precedere un carro, i timoni
del qual traeva, con l’alie in sú vòlte,
un grifon d’oro, quanto uccel vedeasi,
195l’altro di carne, alle cui rote accolte
da ogni parte una danza moveasi
di certe donne, e nel mezzo Beatrice
del tratto carro splendida sedeasi.
Da cosí alta vista e sí felice
200percosso, da Virgilio con Istazio
esser lasciato lagrimando dice.
Appresso questo non per lungo spazio,
con agre riprension la donna il morde,
senza aver luogo a ricoprir mendazio;
205per che le sue virtú quasi concorde
li venner meno, e cadde, né sentisse
pria ch’alle sue orecchi, ad altro sorde,
pervenne:—Tiemmi;—onde, anzi ch’egli uscisse,
da una donna tratto per lo fiume,
210l’acqua convenne che egli inghiottisse.
Poi quattro donne, secondo il costume
di loro, il ricevettero, e menârlo
di Beatrice avanti al chiaro lume.
Qual gli paresse il suo viso, pensarlo
215ciascun che ’ntende può; poi la virtute
gli mancò qui a poter divisarlo.
I casi avversi appresso, e la salute
della Chiesa di Dio, sotto figmento
delle future come delle sute
220cose, disegna; poi il cominciamento
di Tigri e d’Eufrate vede in cima
del monte, e con Matelda va contento,
e con Istazio, ad Eunòe prima;
donde bagnato, e rimenato a quelle
225donne beate, finisce la rima,
«puro e disposto a salire alle stelle».
«La gloria di Colui che tutto move»
in questa parte mostra l’autore
a suo poder, qual ei la vide e dove.
Ed invocato d’Apollo l’ardore,
5di sé incerto, retro a Beatrice
pe’ raggi sen salí del suo splendore
nel primo ciel, lá, onde a ciascun dice,
men sofficiente, che retro a sua barca
piú non si metta fra ’l regno felice.
10E mentre avanti cantando travarca,
de’ segni della luna fa quistione
alla sua guida, e quella se ne scarca.
Poi c’ha udita la sua opinione,
e, premettendo alcuna esperienza,
15chiaro nel fa con aperta ragione,
Piccarda vede, e della sua essenza
nel primo cielo «per manco di voto»
con lei favella; e, della sua presenza
partita, Beatrice a lui divoto
20qual violenza il voto manco faccia
distingue ed apre; e simil gli fa noto
perché gli paia i cieli aprir le braccia
a diversi diversi, e come siéno
però presenti alla divina faccia;
25quindi, con viso ancora piú sereno,
se sodisfare a’ voti permutando
si possa o no, a lui dichiara appieno;
e nel ciel di Mercurio ragionando
veloci passan. Lí Giustiniano
30prima di sé sodisfá al dimando;
appresso, quanto lo ’mperio romano
sotto il segno dell’aquila facesse
gli mostra in parte, e poi a mano a mano,
parlando seco, volle ch’el sapesse
35Romeo in quella luce gloriarsi,
che fe’ quattro reine di contesse.
Induce poi Beatrice a dichiararsi,
«come giusta vendetta giustamente
fosse vengiata»; e quindi trasportarsi
40nel terzo ciel, veggendo piú lucente
la donna sua, s’avvide. Ivi con Carlo
Martel favella, il quale apertamente
gli solve ciò che ’l mosse a dimandarlo,
come di dolce seme nasca amaro;
45quindi Cunizza viene a visitarlo,
e del futuro alquanto gli fa chiaro
sovra i lombardi, e con Folco favella,
che gli mostra Raab. Indi montâro
nella spera del sole, onde una bella
50danza di molti spiriti beati
vede far festa, e nel girarsi snella;
de’ quai gli furon molti nominati
da Tommaso d’Aquin, che di Francesco
molto gli parla poi e dei suoi frati.
55Poi scrive un cerchio sovraggiugner fresco
a questo, e ’n quel parlar Bonaventura
da Bagnoreo del calagoresco
Domenico, nel qual fu tanta cura
della fé nostra e dell’orto divino,
60quanta mai fosse in altra creatura.
Poi rincomincia Tommaso d’Aquino
com’egli intenda: «Non surse il secondo»
di Salamone, e con chiaro latino
gliele dimostra, ed un lume giocondo
65l’accerta lor, piú lieti e piú lucenti,
come i lor corpi riavran del mondo.
Quindi nel quinto ciel di lucolenti
spiriti vede una mirabil croce,
della quale un de’ suoi primi parenti
70gli fa carezze, e con soave voce
gli si discuopre, e mostra quale stato
Fiorenza avesse, quando nel feroce
e labil mondo fu da pria creato;
quindi le schiatte piú di nome degne
75nomina tutte, da lui dimandato.
Poi gli fa chiare le parole pregne
di Farinata, e ’n purgatoro udite,
a lui mostrando del futuro insegne.
Appresso ancor con parole espedite
80gli nomina di quei santi fulgori
Iosuè, Iuda, Carlo e piú, scolpite
da lui nel nominar per gli splendori
cresciuti. E quindi nel Giove sen sale,
dove un’aquila fanno i santi ardori
85di sé mirabile e bella, la quale
gli solve il dubbio d’un che nato sia
su lito, senza udire o bene o male
di Dio, mostrando quel che di lui fia;
quindi Davit e Traiano e Rifeo
90gli mostra, ed altri en la sua luce dia.
Poi ’l chiarisce d’un dubbio che si feo
in lui, de’ due che appaion pagani
nel primo aspetto. Quindi uno scaleo,
salito nel Saturno, di sovrani
95lumi ripien discerne, onde altro scende
ed altro sale, e con Pier Damiani
ragiona lí; e qual quivi risplende
gli parla e noma piú contemplativi
quel Benedetto onde Casin dipende.
100Sal nell’ottavo del poscia di quivi,
e, nel segno de’ Gemini venuto,
le sette spere ed i corpi passivi
si vede sotto i piè. Poi conosciuto
Cefas, sua fede e suo creder confessa,
105da lui richesto, a lui tutto compiuto.
Con voce appresso lucolenta e spressa
al baron di Galizia la speranza
dice che è, e che spetta per essa;
indi venire a cosí alta danza
110Giovanni mostra, il qual del corpo morto
di lui di terra il cava d’ogni erranza.
Poi seguitando, al suo domando accorto,
che cosa sia la caritá, risponde,
e qual da lei gli proceda conforto.
115Appresso scrive come alle gioconde
luci s’aggiunse quel padre vetusto
che prima fu da Dio creato, e donde
tutti nascemmo, e per lo cui mal gusto
tutti moiamo: il qual del suo uscire
120laonde posto fu, e quanto giusto
in quello stesse, e quanto il gran desire
di quella gloria avesse, e la dimora
quanto fu lunga qui dopo ’l fallire
gli conta, ed altre cose. Indi colora,
125quasi infiammato, il vicaro di Dio
contr’a’ pastor che ci governano ora.
Poi come nel ciel nono sen salío
discrive, dove l’angelica festa
in nove cerchi vede e ’l suo disio;
130di lor natura lí gli manifesta
con sermon lungo assai mirabil cose,
e della turba che ne cadde mesta.
Poi vede le milizie gloriose
del nuovo e dell’antico Testamento,
135che bene ovrando a Dio si fêro spose
nel ciel piú alto sovra il fermamento,
dove ’l solio d’Enrico ancor vacante
discerne. E quivi lui, che stava attento
a riguardar le creature sante,
140lascia Beatrice, ed in loco di lei
Bernardo con lo sguardo il guida avante,
dove, poi c’ha orazione a lei,
cui seder vede dove la sortiro
gli merti suoi, gli è mostrata colei
145che sposa antica fu del primo viro,
Rachel, Sara, Rebecca e ’l gran Giovanni,
che pria il deserto, e poi provò il martíro.
Appresso poi in piú sublimi scanni
Francesco ed Agostino e Benedetto,
150e quei che trapassar ne’ teneri anni,
vede, de’ quali il dottor sopra detto,
dico Bernardo, ragionando ad ello,
caccia ogni dubbio fuor del suo concetto.
Quindi il santo grazioso e bello
155piú ch’altro di Maria gli mostra il viso,
e davanti da lei quel Gabriello
che ’l decreto recò di paradiso
della nostra salute, tanto lieto
che qui per non poter ben nol diviso:
160onesto l’uno e l’altro e mansueto.
Adamo e Pietro e poi il vangelista
Giovanni lí seder vede, ripleto
d’alta letizia, e quindi il gran legista
Moisé vede, e poi Lucia ed Anna;
165e punto fa alla gioiosa vista.
Appresso, acciò che la divina manna
discenda in lui, e faccial poderoso
a veder ciò per che ciascun s’affanna,
umile quanto può, nel grazioso
170cospetto della Madre d’ogni grazia,
insieme col dottor di lei focoso
orando, priega che la vista sazia
del primo Amor gli sia, e per lo lume,
che senza fine profondo si spazia,
175ficca degli occhi suoi il forte acume;
poi, disegnando quanto ne raccolse,
termine pone al suo alto volume,
mostrando come in quel tutto si volse
l’alto disio ed alle cose belle,
180e come ogni altro appetito gli tolse
«l’Amor che muove il sole e l’altre stelle».
RUBRICHE IN PROSA ALLA «DIVINA COMMEDIA»
Comincia la prima parte della Cantica, overo Comedia, chiamata Inferno, del chiarissimo poeta Dante Alighieri di Firenze, e di quella prima parte il canto primo. Nel quale l’autore mostra sé smarrito in una valle e impedito da tre bestie, e come Virgilio, apparitogli, se gli offerse per duca a trarlo di quel luogo, mostrandogli per qual via.
Comincia il canto secondo dello ’Nferno. Nel quale l’autore, fatta la sua invocazione, muove un dubbio a Virgilio della sua andata. Il quale Virgilio, mostrandogli chi ’l mosse, e come tre benedette curan di lui nel cielo, gliel solve, e rassicuralo, ed entrano in cammino.
Comincia il canto terzo dello ’Nferno. Nel quale l’autore mostra come in quello entrasse e vedesse i cattivi piagnendo correr forte, trafitti da vespe e da mosconi; e appresso come molte anime s’adunavano alla riva d’Acheronte, le quali tutte Caron passava, ma lui passar non volle.
Comincia il canto quarto dello ’Nferno. Nel quale l’autor mostra come si ritrovò nel primo cerchio di quello; e quivi scrive esser quegli che per difetto di battesimo son dannati, e dichiaragli Virgilio come giá n’avea veduti trarre alquanti. Poi, venuti loro incontro quattro poeti, con loro entrano in un castello, dove nobili uomini d’arme, filosofi e valorose donne vede.
Comincia il canto quinto dello ’Nferno. Nel quale l’autore, discendendo nel secondo cerchio, truova Minos, e appresso i peccatori carnali da aspro vento percossi; e quivi con madonna Francesca da Polenta parla, e ode come con Paolo de’ Malatesti si congiugnesse per amore.
Comincia il canto sesto dello ’Nferno. Nel quale l’autor discende nel terzo cerchio, nel quale sotto grave pioggia son tormentati i gulosi. Quivi truova Cerbero, e parla con Ciacco, il quale gli predice certe cose future a’ fiorentini divisi.
Comincia il canto settimo dello ’Nferno. Nel quale l’autore, scendendo nel giron quarto, truova Plutone, e vede i prodighi e gli avari incontro a sé volger grandissimi sassi; e Virgilio gli dimostra che cosa è la Fortuna; e quindi, scendendo nel giron quinto, vede la padule di Stige, e in quella ode esser tormentati gl’iracundi e gli accidiosi.
Comincia il canto ottavo dello ’Nferno. Nel quale l’autor mostra che, salito sopra la barca di Flegias, s’avventò alla banda di quella Filippo Argenti, e come, sospinto da Virgilio nell’acqua, fu straziato dagli altri spiriti; e appresso come, venuti alla porta di Dite, fu da’ demòni serrata nel petto a Virgilio.
Comincia il canto nono dello ’Nferno. Nel quale, poi che Virgilio ha detto che altra volta fece quel cammino, gli mostra le tre Furie, e chiudegli gli occhi, accioché non vegga il Gorgone. E appresso scrive come messo di Dio fece aprir la porta, ed essi entraron dentro, e trovaro l’arche affocate degli eretici.
Comincia il canto decimo dello ’Nferno. Nel quale l’autor parla con Farinata, il quale alcuna cosa gli predice, e solvegli alcun dubbio.
Comincia il canto decimoprimo dello ’Nferno. Nel quale Virgilio mostra, dal luogo dove è in giú, lo ’nferno esser distinto in tre cerchi, e che gente si punisca in quegli, e assegna la ragione per che quegli, che lasciati hanno, non son nella cittá di Dite racchiusi.
Comincia il canto decimosecondo dello ’Nferno. Nel quale mostra l’autore come Virgilio facesse partire il minotauro, fattosi loro incontro, e rendegli la ragione d’una grotta caduta; e come truovano i centauri, e pervengono al fiume di Flegetone, nel quale vede bollire rubatori e tiranni; e poi Nesso il porta dall’altra parte.
Comincia il canto decimoterzo dello ’Nferno. Nel quale l’autore mostra esser puniti quegli che se medesimi uccidono, trasformati in bronchi, di ciò parlando con Piero dalle Vigne, e appresso coloro li quali giucarono e guastarono i lor beni, dicendo loro essere sbranati da cagne nere.
Comincia il canto decimoquarto dello ’Nferno. Nel quale l’autor mostra sé esser venuto sovra un sabbione ardente, sopra il qual piovono continue fiamme, e dove si puniscono quegli che violentamente hanno adoperato incontro a Dio e contro alla natura, e avanti agli altri vede punir Campaneo. Poi gli dimostra Virgilio come d’una statua di diversi metalli si creano tutti i fiumi dello ’nferno.
Comincia il canto decimoquinto dello ’Nferno. Nel quale l’autore di scrive il tormento de’ sogdomiti, e truova ser Brunetto Latino, il quale gli predice alcuna cosa della sua futura vita.
Comincia il canto decimosesto dello ’Nferno. Nel quale l’autor parla, in quel medesimo luogo che di sopra, con tre spiriti; poi, data una corda a Virgilio, mostra come egli, con quella pescando, facesse venir fuor Gerione.
Comincia il canto decimosettimo dello ’Nferno. Nel quale l’autore discrive la forma della fraude e il tormento degli usurieri, e come, saliti sovra Gerione, passarono il fiume.
Comincia il canto decimottavo dello ’Nferno. Nel quale l’autore prima discrive come sia fatto Malebolge; e appresso mostra come i ruffiani siano con iscuriate battuti da demòni; e ultimamente come i lusinghieri piangano in uno sterco.
Comincia il canto decimonono dello ’Nferno. Nel quale l’autore, disceso nella terza bolgia, dimostra qual sia il tormento de’ simoniaci, e parla con papa Niccola, il quale gli predice d’alcun papa futuro simoniaco; e quindi esclama l’autore contro al detto papa.
Comincia il canto vigesimo dello ’Nferno. Nel quale l’autore discende nella quarta bolgia, nella qual truova coloro li quali vollero antivedere, fatturieri e maliosi, tutti travolti; e alcuna cosa parla della origine di Mantova.
Comincia il canto vigesimoprimo dello ’Nferno. Nel quale l’autore, venuto nella quinta bolgia, mostra come in una bogliente pegola si puniscano i barattieri e come in quella è gittato un lucchese; e come, volendo andare avanti, son dati loro dieci diavoli in compagnia.
Comincia il canto vigesimosecondo dello ’Nferno. Nel quale l’autor discrive come i dimòni presero con gli uncini un navarrese, il quale, alcune cose raccontate, subito si gittò nella pegola; per lo qual ripigliare i demòni, volando sopra la pece, s’impegolarono.
Comincia il canto vigesimoterzo dello ’Nferno. Nel quale l’autore scrive come, temendo de’ dimòni, li quali impacciati avean lasciati, Virgilio il ne portò nella sesta bolgia, dove trovarono gl’ipocriti, vestiti di cappe rance.
Comincia il canto vigesimoquarto dello ’Nferno. Nel quale l’autore mostra come trapassasse nella settima bolgia, nella quale trova i ladroni, tormentati variamente da serpi, tra’ quali primieramente truova Vanni Fucci, il quale alcuna cosa gli predice.
Comincia il canto vigesimoquinto dello ’Nferno. Nel quale l’autore nella sopradetta bolgia mostra come, veduto Caco, vide certi fiorentini trasformarsi maravigliosamente in diverse forme.
Comincia il canto vigesimosesto dello ’Nferno. Nel quale mostra l’autore come pervenne all’ottava bolgia, nella qual dice esser puniti i frodolenti consiglieri in fiamme di fuoco; e qui vi ode da Ulisse il fine suo.
Comincia il canto vigesimosettimo dello ’Nferno. Nel quale l’autore nella sopradetta bolgia discrive aver trovato il conte Guido da Monte Feltro, a cui racconta lo stato di Romagna, e ode le colpe sue.
Comincia il canto vigesimottavo dello ’Nferno. Nel quale l’autore dimostra nella nona bolgia con l’esser tutti tagliati punirsi i scismatici; e quivi, riconosciutine molti, parla con Beltram dal Bornio, e con certi altri.
Comincia il canto vigesimonono dello ’Nferno. Nel quale l’autore, disceso nella decima bolgia, mostra primieramente come in quella, essendo maculati di rogna e di scabbia, si puniscano gli alchimisti; e quivi parla con Capocchio d’Arezzo; poi, piú avanti, mostra con altre pene punirsi ogni falsario.
Comincia il canto trigesimo dello ’Nferno. Nel quale l’autore, continuando nella predetta bolgia, ne nomina alquanti, e tra gli altri maestro Adamo, discrivendo la riotta stata tra ’l maestro Adamo e Simon greco in sua presenza.
Comincia il canto trigesimoprimo dello ’Nferno. Nel quale l’autore dimostra sé esser pervenuto al pozzo dello abisso, e quello essere intorniato di giganti, e sé con Virgilio essere da Anteo disposti nel nono ed ultimo cerchio dello ’nferno.
Comincia il canto trigesimosecondo dello ’Nferno. Nel quale l’autore, andando per la Caina, dove nel ghiaccio si puniscono coloro che tradiscono i fratelli e’ congiunti, parlando con Camiscion de’ Pazzi, n’ode piú nominare. E poi, procedendo nell’Antenora, dove in simil pena si puniscon coloro che tradiscon le lor cittá, truova Bocca degli Abati, il quale piú altri gli nomina dannati in quel luogo; e ultimamente vede il conte Ugolino rodere la testa di dietro all’arcivescovo Ruggieri.
Comincia il canto trigesimoterzo dello ’Nferno. Nel quale l’autore, udita la ragione e ’l modo della morte del conte Ugolino, procedendo nella Ptolomea, truova frate Alberigo, il quale gli dice quivi cader l’anime, parendo qua sú ancora il corpo vivo.
Comincia il canto trigesimoquarto dello ’Nferno. Nel quale l’autore passa nella Giudeca, e vede il Lucifero e Giuda Scariotto e altri spiriti; e quindi, appigliatosi Virgilio a’ velli del Lucifero, si cala e esce dello ’nferno; e, per luoghi vacui procedendo, perviene a riveder le stelle.
Qui finisce la prima parte della Cantica, over Comedia, di Dante Alighieri, chiamata Inferno.
Comincia la seconda parte della Cantica, overo Comedia, chiamata Purgatorio, del chiarissimo poeta Dante Alighieri di Firenze. E di quella seconda parte comincia il canto primo. Nel quale l’autore, fatta la sua invocazione, discrive sotto qual parte del cielo sia la regione dove arrivò; e quindi, trovato Catone uticense e il suo cammin dimostratogli, ne va alla marina, dove Virgilio, secondo il comandamento di Catone, gli lava il viso e cignelo d’un giunco.
Comincia il canto secondo del Purgatoro. Nel quale l’autore mostra come, essendo alla marina piú spiriti arrivati e smontati in terra, tra essi riconobbe il Casella, ottimo cantatore, al canto del quale mentre essi stavano tutti attenti, sopra venne Catone, dal quale ripresi, tutti verso il monte cominciarono a fuggire.
Comincia il canto terzo del Purgatoro. Nel quale Virgilio mostra perché egli come Dante non faccia ombra. Appresso, al cominciar dell’erta, truovano il re Manfredi con piú altri, della porta del purgatoro schiusi a tempo, percioché morirono scomunicati.
Comincia il canto quarto del Purgatoro. Nel quale Virgilio mostra la ragione all’autore, per che quivi dal sole sieno feriti in su l’ómero destro. Poi truova Belacqua con quegli che in sin lo stremo indugiaron la penitenza.
Comincia il canto quinto del Purgatoro. Nel quale l’autor mostra aver trovato Bonconte di Monte Feltro e altri assai, stati per forza uccisi e indugiatisi ad pentere in fino a l’ultima ora.
Comincia il canto sesto del Purgatoro. Nel qual Virgilio solve a l’autore un dubbio mossogli del pregare che gli spiriti faceano che per lor si pregasse. Poi truovan Sordello da Mantova, e appresso l’autore parla contro ad Italia; e ultimamente contro a Fiorenza.
Comincia il canto settimo del Purgatoro. Nel quale l’autor mostra come, poi s’ebber fatta festa insieme Virgilio e Sordello, che Sordello gli menasse in un grembo del monte, dove vide Ridolfo imperadore e piú altri magnifichi spiriti.
Comincia il canto ottavo del Purgatoro. Nel quale l’autor mostra come due angeli discesero da cielo a guardia del luogo dove erano; e appresso come truova giudice Nino e Currado marchese Malespina, con li quali alquanto parla.
Comincia il canto nono del Purgatoro. Nel quale l’autor dimostra come, adormentatosi, gli parve da una aquila esser portato infino al fuoco; per che destatosi, si trovò presso alla porta del purgatoro, dove, secondo che Virgilio gli dice, l’avea portato una donna. E quindi dice sé essere andato alla detta porta, la quale discrive come fatta sia, e similmente uno angelo che sopra quella stava, e come gli scrivesse sette P nella fronte e dentro il mettesse.
Comincia il canto decimo del Purgatoro. Nel quale l’autore dimostra che, entrato dentro a quello, vedesse intagliate nella ripa del monte certe istorie d’umiltá, e poi vedesse anime chinate sotto gravi pesi andare dintorno.
Comincia il canto decimoprimo del Purgatoro. Nel quale l’autor mostra come, trovati spiriti che sotto gravi pesi purgavano il peccato della superbia, parla con Uberto Aldobrandesco e con Odorigi da Gobbio; e alquanto grida contro alla vanagloria umana.
Comincia il canto decimosecondo del Purgatoro. Nel quale l’autore dimostra l’abbattimento di molti superbi essergli apparito scolpito nel pavimento; e appresso, invitati a salire nel secondo girone da uno angelo, gli è uno de’ sette P levato dalla fronte.
Comincia il canto decimoterzo del Purgatoro. Nel quale l’autore, venuto nel secondo girone dove si purga il peccato della ’nvidia, ode certe voci, mosse da caritá; poi truova spiriti a sedere, vestiti tutti di ciliccio e con gli occhi cigliati, tra’ quali Sapia gli favella.
Comincia il canto decimoquarto del Purgatoro. Nel quale l’autore nel predetto girone parla con Guido del Duca, il quale, abbominata la valle d’Arno, predice alcune cose del nepote di Rinier da Calvoli; e poi si duole di piú valenti uomini romagnuoli, venuti meno; poi ode voci in detestazion della ’nvidia.
Comincia il canto decimoquinto del Purgatoro. Nel quale l’autor mostra come, invitati da uno agnolo a salir nel terzo girone, Virgilio gli solve un dubbio, natogli per parole di Guido del Duca; poi mostra sé avere per vision vedute certe cose dimostranti mansuetudine, e, nel giron pervenuti, dice cominciarsi lor sopra un gran fummo.
Comincia il canto decimosesto del Purgatoro. Nel quale l’autor mostra come, entrato nel fummo del terzo girone, dove si purga il peccato dell’ira, truova Marco Lombardo, il quale ragiona con lui del mondo ch’è guasto e della cagione.
Comincia il canto decimosettimo del Purgatoro. Nel quale l’autor mostra come, vedute certe cose in visione, le quali sono in detestazion dell’ira, Virgilio gli aperse che cosa è amore e di quante spezie, essendo essi pervenuti nel quarto girone, dove si purga l’amore del bene scemo.
Comincia il canto decimottavo del Purgatoro. Nel quale l’autore mostra ancora come amore in noi si crea. E appresso ode cose ad incitare la sollecitudine; e poi parla con l’abate di San Zeno da Verona, e ultimamente ode cose in vitupèro della pigrizia.
Comincia il canto decimonono del Purgatoro. Nel quale l’autore discrive una vision d’una femina contrafatta, veduta da lui; e appresso come perviene nel quinto girone, ove si purga il peccato dell’avarizia; e quivi truova peccatori a giacere vòlti in giú e legati, e parla con un papa di que’ dal Fiesco.
Comincia il canto vigesimo del Purgatoro. Nel quale l’autore mostra d’aver parlato tra gli avari con Ugo Ciappetta, il quale gli dice come di lui son discesi li presenti reali di Francia, e, oltre a ciò, alcune vituperevoli opere fatte e che far debbono, e, oltre a ciò, gli mostra come il dí cantano laudevoli cose della povertá, e la notte vituperevoli dell’avarizia; e ultimamente come sentí tutto tremare il monte.
Comincia il canto vigesimoprimo del Purgatoro. Nel quale l’autor mostra come Stazio, apparito tra loro, dice la cagion del tremar del monte, e poi se medesimo manifesta, e conosce Virgilio.
Comincia il canto vigesimosecondo del Purgatoro. Nel quale l’autore mostra come, venuti nel sesto girone, e andando Virgilio e Stazio ragionando di varie cose, trovarono uno albero nella strada, del quale sentîro certe voci venire verso loro, le quali sonavano in laude della sobrietá.
Comincia il canto vigesimoterzo del Purgatoro. Nel quale l’autore mostra purgarsi il vizio della gola; e, trovato Forese Donati, ode da lui certe cose, e, tra l’altre, alcune cose future, contra la disonestá delle donne fiorentine.
Comincia il canto vigesimoquarto del Purgatoro. Nel quale l’autore, continuando il suo ragionar con Forese, ode nominare piú altri spiriti che quivi erano, tra’ quali Bonagiunta Orbicciani gli predice lui doversi innamorare in Lucca, e similmente Forese il disfacimento d’alcun fiorentino. Poi truova un altro albero, e ode cose in vitupèro della gola, e da uno agnolo sono inviati al girone superiore.
Comincia il canto vigesimoquinto del Purgatoro. Nel quale l’autore scrive come Stazio, per dichiarargli come si dimagri dove non è uopo di nudrimento, gli disegna come generati siamo, e come dopo la morte i nostri spiriti piglin corpo dell’aere. E appresso dice l’autore come nel settimo giron pervennero, nel quale in fiamme dice si purga il peccato della lussuria.
Comincia il canto vigesimosesto del Purgatoro. Nel quale l’autore mostra nelle fiamme aver piú spiriti veduti, e tra gli altri riconosciuto Guido Guinizelli e Arnaldo, e parlato con loro.
Comincia il canto vigesimosettimo del Purgatoro. Nel quale l’autor mostra come, passato un fuoco, e veduta la notte una visione, pervenne in su la sommitá del monte, dove Virgilio in suo arbitrio rimise che quel facesse che piú gli aggradisse.
Comincia il canto vigesimottavo del Purgatoro. Nel quale l’autore mostra come, pervenuto nel paradiso delle delizie, truova il fiume di Letè; e, parlando con una donna che da l’altra parte del fiume gli apparve, ode da lei la cagione che fa muovere le frondi degli alberi di quel luogo; e mostragli l’origine di Letè e d’Eunoè.
Comincia il canto vigesimonono del Purgatoro. Nel quale l’autor disegna come venir vedesse il celestial triunfo.
Comincia il canto trigesimo del Purgatoro. Nel quale l’autore dimostra come Beatrice sopra il triunfal carro gli apparí, e come, essendo Virgilio partito, ella il chiamò per nome e gravemente il riprese, mostrando poi alle sante creature, che dintorno al carro erano, perché degno era di riprensione.
Comincia il canto trigesimoprimo del Purgatoro. Nel quale l’autore distesamente discrive la grave riprension fattagli da Beatrice, e il dolore che per quella sentí; e appresso come, fuor di sé essendo e risentendosi, si trovò tirato dalla donna, che prima trovata avea, nel fiume, e in quello da lei tuffato; e avendo dell’acqua bevuta, fu dalle quattro donne presentato a Beatrice, e come lei, levato dal viso il velo, apertamente vide.
Comincia il canto trigesimosecondo del Purgatoro. Nel quale l’autore discrive come il triunfo celeste si volse a tornare indietro, e come, ad un albero senza foglie smontata Beatrice del carro, esso vi fu legato dal grifone; e appresso come s’addormentò, e, svegliato, vide il grifone esser partito e Beatrice rimasa, la quale gli fa rimirare il carro, sopra ’l quale per figura vede certe cose alla Chiesa di Dio avvenute e che doveano avvenire.
Comincia il canto trigesimoterzo del Purgatoro. Nel quale l’autore significa certe cose future a lui da Beatrice predette, e come, da Matelda bagnato in Eunoè, puro tornò a Beatrice.
Qui finisce la seconda parte della Cantica, overo Commedia, di Dante Alighieri, chiamata Purgatoro.
Comincia la terza parte della Cantica, overo Comedia, chiamata Paradiso, del chiarissimo poeta Dante Alighieri di Firenze. E di questa terza parte comincia il canto primo. Nel quale l’autore, poi che dimostrato ha sommariamente quello che in essa intende di trattare e fatta la sua invocazione, discrive come appresso a Beatrice se ne salisse nel primo cielo, e come ella gli solvesse un dubbio per lo suo veloce montare venutogli.
Comincia il canto secondo del Paradiso. Nel quale l’autore, poi che a quegli che meno sofficienti sono alla presente considerazione ha detto che si rimangano, dimostra la cagione de’ segni bui, li quali nel corpo della luna veggiamo.
Comincia il canto terzo del Paradiso. Nel quale l’autore parla con madonna Piccarda; e ella gli solve un dubbio, mostrandogli ciascuna anima esser contenta nel luogo dove posta è in paradiso; e poi gli mostra Costanza imperadrice.
Comincia il canto quarto del Paradiso. Nel quale Beatrice solve il dubbio della doppia volontá e del tornar dell’anime alle stelle.
Comincia il canto quinto del Paradiso. Nel quale Beatrice dichiara all’autore se per alcuna permutazione si può adempiere il boto fatto. E quindi, saliti nel secondo cielo, vede l’autore molti spiriti gloriosi, de’ quali uno, offertoglisi, domanda chi el sia.
Comincia il canto sesto del Paradiso. Nel quale Giustiniano imperadore se medesimo manifesta all’autore, mostrando appresso molte cose magnifiche fatte sotto il segno dell’aquila, e quanto falli chi quello senza giustizia s’apropri; e ultimamente dice quivi esser l’anima di Romeo.
Comincia il canto settimo del Paradiso. Nel quale Beatrice chiarisce all’autore come giusta vendetta fosse giustamente vengiata; e appresso perché a Dio, a rilevare l’umana generazione dalla colpa del primo padre, piacque piú di dare se medesimo che altro modo; e ultimamente perché gli elementi sieno corruttibili.
Comincia il canto ottavo del Paradiso. Nel quale l’autor mostra come salisser nel terzo cielo; e quivi parla con Carlo Martello, il quale gli dichiara come di dolce seme possa nascere amaro frutto.
Comincia il canto nono del Paradiso. Nel quale l’autor discrive come madonna Cuniza alcune cose gli predice contra i lombardi, e appresso Folco contro a’ pastori della Chiesa.
Comincia il canto decimo del Paradiso. Nel quale l’autor discrive come nel cielo del sole pervenissero, dove gli parla Tommaso d’Aquino, e nominagli piú altri spiriti, li quali tutti furon gran letterati; e tra gli altri gli nomina Alberto di Cologna, Salomone e Boezio.
Comincia il canto decimoprimo del Paradiso. Nel quale Tommaso d’Aquino mirabilmente commendando onora san Francesco.
Comincia il canto decimosecondo del Paradiso. Nel quale Bonaventura da Bagnorea mirabilmente parla di san Domenico, e nomina piú altri beati spiriti, li quali quivi dice gloriarsi.
Comincia il canto decimoterzo del Paradiso. Nel quale l’autore mostra come san Tommaso d’Aquino gli chiarisse quello che di Salamon detto avea: «non surse il secondo».
Comincia il canto decimoquarto del Paradiso. Nel quale primieramente l’autore mostra come chiarito fosse come, dopo la universal resurrezione, i santi avranno quello medesimo splendore che al presente hanno, e forza visiva a riguardarlo; e appresso come, nel quinto cielo salito, vide in quello una croce, e in quella lampeggiar Cristo.
Comincia il canto decimoquinto del Paradiso. Nel quale l’autore mostra come con festa ricevuto fosse da messer Cacciaguida, suo antico, e come da lui udisse certe cose degli antichi costumi fiorentini, e dove e a che tempo nascesse, e dove abitasse, e poi morisse.
Comincia il canto decimosesto del Paradiso. Nel quale messer Cacciaguida mostra all’autore quali fossero le piú notabili famiglie di Firenze al suo tempo.
Comincia il canto decimo settimo del Paradiso. Nel quale messer Cacciaguida, domandato, predice all’autore il suo futuro esilio, e che per quello gli debba seguire; e confortalo a scrivere le cose vedute e udite, a cui che elle si debbano parer gravi.
Comincia il canto decimottavo del Paradiso. Nel quale messer Cacciaguida nomina piú famosi spiriti che in quello cielo son gloriosi. E appresso l’autore, mostrato come nel sesto cielo salito sia, discrive molti santi spiriti ne’ loro movimenti fare diverse figure di lettere, e quelle finire in una M, e di quella farsi una aquila.
Comincia il canto decimonono del Paradiso. Nel quale mostra l’autor dalla sopradetta aquila essergli dichiarato quello che creder [si de’] d’uno non battezzato e che mai di Cristo alcuna cosa non udí ragionare, ma per ogni altra cosa è buono; e ultimamente quello che contro a piú cristiani dicesse la predetta aquila.
Comincia il canto vigesimo del Paradiso. Nel quale l’autor discrive come la detta aquila gli nominò alquanti degli spiriti che in essa erano gloriosi; e appresso gli mostrò come Traiano imperadore e Rifeo troiano, li quali da lei erano stati nominati, non moriron pagani come esso stimava.
Comincia il canto vigesimoprimo del Paradiso. Nel quale l’autor dimostra come, pervenuto nel settimo cielo, vide una scala altissima, per la quale salivano e scendevano molti spiriti; de’ quali venne a lui Pietro Dammiano, il quale, ad alcuna sua domanda avendo risposto, alcune cose dice contro a’ pastori della Chiesa.
Comincia il canto vigesimosecondo del Paradiso. Nel quale l’autore narra come parlò con san Benedetto, il quale piú altri santi spiriti contemplativi gli nominò, e piú cose gli disse in vitupèro de’ presenti religiosi; poi dietro a lui su per la scala se ne salí nell’ottavo cielo; e quindi vòlto in giú, discrive quali vedesse la terra e tutti gli altri cieli.
Comincia il canto vigesimoterzo del Paradiso. Nel quale l’autore discrive come la celeste milizia mirabil festa facesse dintorno alla Vergine Maria.
Comincia il canto vigesimoquarto del Paradiso. Nel quale l’autore, con san Pietro parlando, mostra quello che è fede e quello ch’ e’ crede.
Comincia il canto vigesimoquinto del Paradiso. Nel quale l’autore scrive come, da sa’ Iacopo apostolo domandato, dice che cosa è speranza; e appresso come, essendo sopravenuto san Giovanni evangelista, ode da lui non essere in cielo alcuno altro col proprio corpo che Cristo e la madre.
Comincia il canto vigesimosesto del Paradiso. Nel quale l’autore, a domanda di san Giovanni evangelista, dice che cosa è caritá; e appresso come, con Adam parlando, da lui ode quando creato fosse, quanto vivesse, e dove.
Comincia il canto vigesimosettimo del Paradiso. Nel quale l’autore primieramente racconta parole dette da san Piero contro alli moderni pastori; e appresso discrive come pervenisse nel nono cielo.
Comincia il canto vigesimottavo del Paradiso. Nel quale l’autore di scrive la gloriosa festa de’ nove cori degli angeli.
Comincia il canto vigesimonono del Paradiso. Nel quale Beatrice dimostra all’autore l’ordine della creazione delle cose; e appresso ragiona della natura angelica; e ultimamente parla contro alla vanitá d’assai moderni predicatori.
Comincia il canto trigesimo del Paradiso. Nel quale l’autore scrive sé esser salito nel decimo cielo; dove prima in forma d’un fiume, poi in forma d’una rosa, vede la celeste corte, e in quella la sedia d’Arrigo imperadore; del quale e di Clemente papa Beatrice alcuna cosa gli predice.
Comincia il canto trigesimoprimo del Paradiso. Nel quale l’autore dice come, in luogo di Beatrice, trovò san Bernardo, il quale gli mostrò lei sedere nel luogo a’ suoi meriti sortito; ed egli le fece orazione; poi, dicendogliel san Bernardo, volse gli occhi alla letizia de’ gloriosi.
Comincia il canto trigesimosecondo del Paradiso. Nel quale l’autor narra come san Bernardo gli mostrasse la Vergine Maria e Eva e nominatamente piú altri santi uomini e donne, e la letizia dell’agnolo Gabriello, e poi lui ad orare con seco, per grazia impetrar, disponesse.
Comincia il canto trigesimoterzo del Paradiso. Nel quale discrive l’autore l’orazione fatta da san Bernardo, e come con lo sguardo penetrasse alla divina essenzia; e fa fine.
Qui finisce la terza e ultima parte della Cantica, overo Commedia, di Dante Alighieri, chiamata Paradiso.