Porta-Longa. — Bastimenti Europei. — Ipsilanti. — Continuazione del viaggio. — Burrasca. — Arrivo in Alessandria. — Uragano. — Spaventosa burrasca. — Arrivo a Cipro. — Pessimo stato del bastimento. — Sbarco a Limmassol.
Io rimasi a Modone fino al 20 febbrajo dì sera, quando il capitano mi avvisò d'essere pronto a partire. Perciò entrai nella scialuppa che mi condusse a Porta-Longa, ove trovai tre bastimenti austriaci, i di cui capitani mi diedero all'indomani una piccola festa.
I venti d'E. ci obbligarono a restare tre giorni in quel porto della costa orientale dell'isola Sapienza. Due esatte osservazioni fatte in terra mi diedero la latitudine settentrionale di 36° 46′ 37″.
In questo frattempo si approvisionò la nave di viveri presi a Modone, come pure d'acqua piovana raccolta nell'isola.
Nell'ultimo giorno entrarono in porto una grande ourca Russa armata, ed un altro bastimento procedente da Napoli e da Corfù, i quali portavano ufficiali e soldati Russi sulle coste del Mar Nero.
Vennero a visitarmi un general maggiore ed alcuni ufficiali. Il generale parvemi un buon uomo; era vestito di nero, con una piccola berretta di cuojo in capo dello stesso colore, ed una corona composta d'una dozzina di grani grossi come una noce che teneva in mano. Gli ufficiali avevano tutti presa l'aria e le maniere inglesi. Erano accompagnati da un Greco, chiamato Costantino Ipsilanti, nipote del famoso principe di tal nome. Questo giovane che aveva servito in qualità d'ufficiale nelle guardie vallone di Spagna, mi parve un dizionario poliglotto ambulante, perciocchè parlava e faceva versi in dieci o dodici lingue. Io l'udii parlare inglese, francese, spagnuolo, italiano assai bene: sgraziatamente per altro con tante cognizioni e talenti, le sue idee erano frequentemente confuse.
Poichè si ritirarono, io mandai loro un piccolo regalo di latte, e di rinfreschi, cui corrisposero con una scarica generale dell'artiglieria dei due bastimenti. Ipsilanti mi spedì i seguenti versi:
«Volerà di lido in lido
La tua gloria vincitrice,
E d'oblio trionfatrice
La tua fama viverà.
«E non solo in questi boschi
Sarà noto il tuo coraggio
Ma ogni popolo più saggio,
Al tuo nome, al tuo valore
Simulacri innalzerà.»
«In segno di verace stima
e profondo rispetto
«L'infimo sì, però servo sincero
Costantino Ipsilanti.»
Se come pare questi versi improvvisati sono suoi, può riguardarsi il Greco Ipsilanti come l'uomo attualmente più istrutto della sua nazione.
All'indomani mattina 21 febbrajo si mise alla vela per continuare la nostra navigazione al S. O., avendo il capitano alla fine risolto di passare al largo di Candia senza entrare nell'Arcipelago.
Il vento di N. O. cominciò a rinfrescarsi a mezzodì, e verso sera erasi cangiato in decisa burrasca. Si corse tutta la notte, ed il susseguente giorno con colpi di mare terribili; ma in su le nove della sera il vento calmossi alquanto, ed il pericolo cessò.
Moderati furono i venti del susseguente giorno benchè il mare continuasse ad essere grosso. Io trovavami in un estremo stato di debolezza; niente potendo mangiare o ritenere nello stomaco, e vomitando sangue. Quasi tutti i passeggieri trovavansi egualmente ammalati, e nel più compassionevole stato. Il capitano peggiorava i nostri mali prolungando il tragitto, perchè faceva di notte piegar le vele onde poter dormire a suo agio, dopo aver passata un'ora a cantar canzoni in onore di Bacco in mezzo alle bottiglie; ciò che non lasciò di fare in tempo di burrasca. Io non avrei mai creduto d'incontrarmi in un capitano Turco così dedito all'ubbriachezza, e così poco guardingo nel celarla. Molte volte pregavami di alzarmi per osservare la nostra posizione, perchè egli non teneva verun conto di stima, nemmanco per approssimazione; e trovavasi come un cieco in alto mare senza sapere da qual parte andare: cosa che faceva disperare i passeggieri, onde mi pregavano tutti a levarli da tanto imbarrazzo.
Portato a guisa d'un moribondo su le spalle di alcuni uomini veniva spesso sul ponte. E perchè non avevasi veruna stima della nostra posizione, feci varie osservazioni del Sole e di Venere, e per approssimazioni successive, fui a portata di determinare con esattezza il nostro punto, che trovai di già ben vicino ad Alessandria. Tale notizia rincorò tutti i passaggieri.
All'indomani mattina 3 marzo avendo trovato che la nostra longitudine era vicinissima a quella di Alessandria, feci drizzar bordo al S. per trovar terra. Si scoperse infatti prima di mezzogiorno, e da quest'istante la gioja fu universale. Ma perchè è una spiaggia assai bassa ed uniforme, non trovavo verun punto che me la facesse distinguere.
Osservai la latitudine meridionale, e la trovai quasi affatto la stessa di quella d'Alessandria. Feci girar di bordo all'E. con vento fresco di N. O. che ci faceva avanzare gagliardamente.
Ad un'ora e mezza si scopri Alessandria in faccia a noi. Due ore dopo eravamo già presso al porto; e le case sembravano tanto vicine da toccarsi colla mano: tutti saltando per allegrezza, si vestivano, e disponevansi a scendere a terra; già preparavansi le ancore.... Nel medesimo istante in cui afferravamo la bocca del porto col vento più favorevole, uno spaventoso colpo d'uragano colpisce la nave ed impietrisce il capitano.
Il suo secondo, ed i marinaj si ostinano a voler entrare in porto; il capitano vi si oppone, si fa ubbidire a colpi di bastone, e correndo sul ponte rimette la prora al mare. Si scongiura di prendere l'altro porto d'Alessandria, o quello d'Aboukir: ma sordo alle preghiere riprende il mare, e ci porta in seno alla burrasca la più orribile che immaginar si possa.
La furia del vento e delle onde s'accrebbe a segno che verso sera tutti i passeggieri si credettero perduti, e già imploravano ad alte grida la Divina misericordia. Salii sul ponte, e vidi uno spettacolo d'orrore. Le onde più alte assai del vascello venivano le une sulle altre a rompervisi contro; e formavano come una specie di nebbia densa, che a traverso dalla incerta luce del crepuscolo confondeva la vista del cielo con quella del mare; tutti gli oggetti sembravano d'un color grigio che piegava al rossiccio; le vele erano squarciate, il bastimento faceva acqua da tutte le parti, e le pompe non bastavano per diminuirne la quantità. La maggior parte de' passeggieri tremanti, sembravano moribondi; molti marinai erano feriti, sia pei colpi loro dati dal capitano, sia per le cadute ed i colpi della manovra. Il bastimento era raggirato come una palla da giuoco tra i due elementi che lo battevano. Tale fu io spaventoso quadro che s'offerse a' miei occhi. Il capitano mi s'avvicinò colle lagrime agli occhi, e mi disse; che potrei io fare, Sedi Alì Bey? Se è volontà di Dio che noi moriamo qui, questa notte, che andiamo noi ad essere?.... Io gli risposi soltanto: Ah! capitano.... e non volli proseguire, perchè la cattiva sua condotta, e la sciocca sua ostinazione ne avevano condotti a tale estremità, ch'egli avrebbe potuto schivare entrando in uno dei porti d'Alessandria, o meglio ancora s'egli avesse vegliato la precedente notte; nel qual caso saremmo entrati in porto avanti il mezzogiorno.
Questa terribile burrasca si andò alquanto calmando in sul cominciar della notte. Così urgente pericolo non impedì al capitano di chiudersi nella sua camera, ove poich'ebbe bevute alcune bottiglie di vino s'addormentò così tranquillamente come se fosse stato all'ancora. Lo stesso fece il suo secondo poich'ebbe fatto assicurare il timone. I marinai stanchi e senza capo, sparirono l'un dopo altro andando per dormire sotto coperta. Io rimasi sul ponte con un marinajo maltese e due napolitani. Quale spettacolo presenta una nave della grandezza di una fregata, sbattuta da violenta burrasca, facendo acqua in ogni lato, senza capitano, senza piloto, senza marinaj, col timone attaccato, e totalmente abbandonata al furore dei venti e delle onde!
Alle dieci ore della sera il vento rinforzò ancora, ed i colpi di mare si resero più gagliardi e più frequenti. Vedendo che la burrasca prendeva nuovo vigore, ero preparato ad una crisi terribile nell'atto del passaggio della luna per il meridiano; e non potendo assolutamente contare sul capitano, nè sull'equipaggio, ritenni ogni cosa perduta.
Alle undici ore la luna passò il meridiano, crebbe la burrasca, ed a mezzanotte era più orribile che mai. Malgrado la luna, ci trovavamo tra le più dense tenebre; montagne di flutti ne coprivano di quando in quando, e la pioggia, e la grandine alternavano col furore del mare. I lampi illuminavano questa scena d'orrore, ma non si udiva il fracasso del tuono, reso nullo da quello delle onde somigliante al ruggito di mille lioni e tori; e per colmo di sventura il bastimento, in tale estremità era, per così dire, abbandonato dal capitano e dall'equipaggio!... Io mi trovavo affatto debole, ed omai fuori d'ogni speranza di salvezza: ma la considerazione che vent'anni di vita più o meno passano come un sogno, ed alcune altre riflessioni calmarono il mio spirito; e rimasi alcun tempo aspettando tranquillamente il fatale istante.
La burrasca continuava colla medesima forza. Vidi più volte cadermi il fulmine vicino, e parvemi ancora di averlo altra volta osservato guizzar dal mare verso le nubi. Ottenni intanto di risvegliare il secondo ed alcuni marinaj, i quali cominciarono a pompar acqua, mentre il secondo ch'era un uomo colossale, preso il timone, cercava di presentar la prora alle onde: queste due operazioni furono assai utili. Finalmente alle due ore dopo la mezzanotte vidi innanzi alla prora risplendere una fiamma che parvemi avesse tre piedi di diametro; ma perchè non potevo calcolarne la distanza non mi fu possibile di conoscerne l'effettiva grandezza. La sua esplosione si eseguì senza lampo e senza apparente movimento; la sua luce brillante come il sole durò tre in quattro secondi. La figura di questa meteora parvemi quella d'un sacco che si vuota, e di cui si svolge la tela. Turchino e rossastro fu l'ultimo raggio di luce.
Lo sparire della meteora fu seguito da un orribile colpo di mare, di vento, di grandine, che durò fino alle tre ore. Allora la tempesta cominciò a scemarsi quantunque fosse ancora assai violenta fin dopo il levarsi del sole; continuando a mantenersi tutto il giorno il vento N. O., e l'onda grandissima.
Il cinque di marzo poi ch'ebbi osservata la mia posizione, il capitano decise che non potevasi arrivare ad Alessandria; e risolse di passare a Cipro. Diressi perciò la nave a quella volta, ed in tre giorni di navigazione con venti sempre furiosi, ed il mare grossissimo, si diede fondo nella rada di Limmassol nell'isola di Cipro il 7 marzo 1806.
Come potrei io descrivere il miserabile stato del nostro bastimento? Tutte le vele squarciate, e senza averne di cambio; il corpo faceva acqua in ogni lato a segno che le pompe dovevano sempre essere in azione; tutte le genti ammalate; venti che sembravano prossimi a spirare: uno era morto il giorno 4, ed il suo corpo era stato gettato in mare, un altro morì il giorno che si prese porto, due altri erano agonizzanti, e due impazziti. Gli uomini dell'equipaggio ajutandosi a vicenda per iscendere a terra fuggirono tutti lasciando il capitano a bordo con tre o quattro marinaj turchi. Tutti ci affrettammo di sbarcare. Gli abitanti in vista dell'infelice stato del bastimento, se ne allontanarono: niuno voleva montare a bordo; e fu duopo che il governatore della città ordinasse ad alcuni calafattaj di chiudere almeno le principali aperture del carcasso per salvar la nave, che faceva temere di colare ben tosto al fondo.
Si pretese che la cattiva acqua dell'isola Sapienza avesse pregiudicata la salute della nostra gente, e che il vapore di alcuni quintali di zafferano avesse viziata l'aria del bastimento: ma il peggio di tutto fu, che in molti giorni che fummo agitati dalle burrasche, furonvi sempre più d'ottanta persone chiuse sotto senza la menoma apertura per respirare: tutti eravamo tristi ed abbattuti non avendo altro che pochi cibi freddi, e gli escrementi di tante persone gettate in fondo alla cala. Da ciò è facile l'immaginarsi lo stato di quegl'infelici. Rispetto a me, fortunatamente la camera di poppa ov'io ero solo, non aveva comunicazione colla sotto coperta.
Allorchè sbarcai a Limassol mi si presentarono alcuni Turchi e Greci; ai quali avendo chiesto un alloggio, mi condussero in una bella casa, di cui ne presi possesso coi miei domestici. In seguito venne ad offrirmi i suoi servigi il governatore turco che è un agà, e spedì due scialuppe con un ufficiale per isbarcare i miei effetti, che alla dogana non furono visitati. In ogni cosa fui trattato con quella delicatezza che avrei potuto desiderare nella più cortese città d'Europa.
Colui che qui aveva cura de' miei affari era il più ricco greco, Dometrio Francondi, allora vice console d'Inghilterra, e di Russia, e console di Napoli: parlava assai bene l'italiano, ed era egualmente rispettato dai greci, e dai turchi.
Era alloggiato in sua casa un inglese chiamato il sig. Rich, che risiedeva al Cairo, come egli diceva, per amministrarvi gli affari della compagnia delle Indie. Questo giovane preveniente che parlava senza stento il turco, ed il persiano, ed aveva adottati gli usi e le costumanze mussulmane mi accompagnava spesso a pranzo, e parlavami sempre con entusiasmo di Mamlouk Ali-Bey.
Trovavasi pure presso il sig. Francondi un eunuco nero, ch'era uno dei quattro capi del serraglio del Gran Signore: chiamavasi Lala, e si recava alla guardia del sepolcro del Profeta a Medina. Allorchè arrivò a Limassol rimase mortalmemte ferito da alcuni soldati, che avevano attaccato uno de' suoi domestici; e questo uomo dotato del più dolce carattere che mai possa immaginarsi, perì vittima di tale accidente.
Uno de' miei domestici era ammalato in conseguenza delle fatiche sofferte sul bastimento. Eranvi nella moschea molti altri sventurati nello stato medesimo.
Il 21 marzo morì una delle donne ch'erano sulla nave, il 25 si perdette un altro passeggiere, ed un altro mio domestico ammalossi il giorno 23.