Ritorno d'Ali Bey a Djedda. — Sua posizione geografica. — Notizie. — Tragitto all'Iemboa.
Il 2 di marzo del 1807 dopo aver fatti i sette giri alla casa di Dio, e recitate le particolari preghiere di congedo innanzi ai quattro angoli del Kaaba, al pozzo Zemzem, alle pietre d'Ismaele, ed al Makam-Ibrahim, sortii dal tempio per la porta Beb-l'oudaa: lo che è di felice augurio, perchè il Profeta sortiva di là quando aveva terminato il suo pellegrinaggio: indi abbandonai la Mecca alle cinque e mezzo della sera per tornare a Djedda.
Appena fuori di città gli arabi che mi accompagnavano contendevano tra di loro con tanto calore che non potei mettermi in cammino avanti le sette ore della sera. L'atmosfera era coperta in modo che a fronte della luna eravamo in una perfetta oscurità. Alle quattro e mezzo del mattino si fece alto ad un dovar detto el-Hàdda. Molti pellegrini che tornavano alle loro case coprivano la strada coi loro cammelli ed equipaggi.
Alle tre ore dopo mezzogiorno, quantunque ammalato, partii colla carovana tenendoci nella direzione d'O., e poco dopo il levar del sole si entrò in Djedda. Dalle più accurate osservazioni fatte al presente, e combinate con quelle della mia precedente dimora, trovai la longitudine Est di Djedda = 45° 54′ 30″, e la latitudine nord 31° 52′ 42″.
In questo paese circondato da deserti di sabbia, i giorni piovosi sono rari assai, fuorchè nell'equinozio di autunno, epoca in cui le pioggie sono abbastanza forti per riempire le cisterne. I venti che dominano sul Mar Rosso soffiano quasi sempre dal settentrione, fuorchè nei mesi d'agosto, di settembre, e di ottobre che passano al quarto del mezzodì.
I soldati turchi di Djedda congedati come quelli della Mecca, lasciavano la terra santa, e non rimanevano a Djedda che i cannonieri. Vidi imbarcarsi con bandiere spiegate, e tamburi battenti dugento soldati che lo scheriffo mandava sulla costa d'Affrica per riscuotere le contribuzioni; possedendo egli sulla costa d'Affrica l'isola di Saouàken, che i geografi chiamano Suakem, come pure Messoua sulla costa dell'Abissinia, ed alcune altre isole a nome del Sultano di Turchia.
Per ordine di Saaoud, erasi soppresso a Djedda come alla Mecca, nella preghiera del venerdì che si fa alla moschea, il nome del Sultano di Costantinopoli. Il Kadi Wehhabita era venuto a Djedda per amministrarvi la giustizia in nome di Saaoud in tempo che il governatore Negro, schiavo dello Sceriffo, continuava a governare la città in nome del suo padrone. Questa mescolanza di autorità non lascerà di produrre il cattivo effetto che forse ne spera il Sultano Saaoud.
Oltre i Mudden, che dall'alto delle torri delle moschee chiamano il popolo alla preghiera, i Wehhabiti hanno stabilito a Djedda una seconda specie di banditori, che potrebbero dirsi esecutori per costringere i fedeli a recarsi al tempio. Alle ore indicate vanno per le strade gridando: Andiamo alla preghiera; alla preghiera: essi spingono tutti gli abitanti per obbligarli d'andare alla moschea, ed obbligando gli artigiani ed i mercanti ad abbandonare le loro botteghe, e i loro magazzini, perchè vengano ad assistere alla pubblica preghiera cinque volte al giorno com'è prescritto dalla legge. Prima che spunti l'aurora gridano pure e fanno un orribile fracasso per le strade, per costringere tutto il mondo ad alzarsi, ed a venire al tempio. Quanto non è ardente il loro zelo! L'abito di questi esecutori è assai semplice non avendo che un pajo di piccole mutande bianche, ed una coperta ripiegata sulla spalla, ed un enorme bastone in mano. Seppi che alla Mecca erasi di già cominciato a far uso di questi eccitatori per isforzare il popolo a recarsi alla moschea; ma si usa maggiore moderazione a Djedda perchè si limitano al gridare, al rimbrottare, ed allo spingere tutti quelli che incontrano: almeno ciò è quanto mi accadde di osservare dalle mie finestre che guardavano sulla gran piazza.
Durante il mio soggiorno a Djedda vi diede fondo un grosso bastimento procedente da Bengala con bandiera rossa musulmana armata di venti pezzi di cannone, carico di riso. Il commercio riceve tutti gli anni quattro o cinque bastimenti di questa specie che portano oltre il riso altri prodotti dell'India.
Il sabato 21 marzo, giorno dell'equinozio, m'imbarcai dopo il cader del sole sopra una specie di battello detto Sarabok. Dopo un'ora e mezzo di ravvolgimenti tra i banchi e gli scogli della rada, arrivai al bastimento che doveva condurmi a Suez: era un daos come quello sul quale ero venuto.
A quattr'ore e mezzo del mattino del giorno 23 si levò l'ancora, e fu il bastimento rimurchiato a traverso di una infinità di scogli che chiudono la bocca del porto. A mezzo giorno rinfrescò il vento d'O., e si gettò l'ancora ad un'ora e mezzo in una cattiva rada, detta Delmaa, ove trovavansi all'ancora cinque altri daos che tenevano la medesima strada. Il mare era grosso, ed il nostro bastimento era gagliardamente agitato dalle onde.
Il martedì 24 si mise alla vela alle quattro ore del mattino, e benchè il vento non fosse troppo favorevole, il bastimento marciava assai bene. Alle due dopo mezzogiorno si diede fondo otto miglia lontano del villaggio d'Omelmusk. L'ancoraggio era eccellente, e vi restammo tutto il giorno per ricevervi il sopraccarico di trecento quintali di caffè, che si erano esportati da Djedda senza pagare la gabella. Tra il bastimento e la gran terra eravi un'isola bassa, e molto estesa. Il capitano discese nella scialuppa colle sue reti, e riportò molto pesce. Il tempo si mantenne costantemente cupo, e dopo mezzogiorno il vento rinforzò, ed il mare in alto era agitatissimo, mentre al nostro ancoraggio era affatto tranquillo.
Malgrado il vento del nord che contrariava la nostra direzione, si mise alla vela; il mare era grosso, ed il vento violentissimo. Il nostro bastimento soffriva assai per causa del suo eccessivo carico. Si ruppe l'antenna di un'altra nave, e noi fummo costretti di ritornare all'ancoraggio d'Omelmusk. Colà ci raggiunsero avanti sera altri bastimenti sortiti da Djedda, cosicchè formavamo una squadra di dieci daos senza contare altri più piccioli bastimenti.
Alle quattro e mezzo del mattino si spiegarono le vele con vento contrario, ed alle due dopo mezzogiorno entrammo nel porto di Araborg. Mi feci portare a terra, e raccolsi alcune conchiglie e piante marine. Araborg è provveduto di pochi giardini, e mi furono portati alcuni cocomeri e cetriuoli.
Si fece vela alle dieci ore, e poco dopo, mancato il vento, la nave dovette farsi rimurchiare dalle scialuppe, come tutti gli altri daos. Alle quattr'ore della sera ci ancorammo presso ad Elsthat.
Viaggiammo lentamente al N. O. facendoci rimurchiare per mancanza di vento sempre alla distanza di tre miglia, o poco più dalla costa in mezzo ad infiniti scogli a fior d'acqua. Dopo mezzogiorno il vento rinfrescò, e passato il tropico, si diede fondo in faccia ad Algiar alle quattr'ore.
A mezzogiorno avemmo lo spettacolo straordinario d'un combattimento di pesci. Il mare tranquillo presentava nello spazio di cento in cento venti piedi di diametro un subitaneo bollimento, accompagnato da molta schiuma e da un grande romore. Ciò durava un mezzo minuto, poi il mare tornava tranquillo, ma un minuto dopo ricominciava la stessa scena. Al di fuori intorno al cerchio osservasi durante questo bollimento un gran numero di punti, lo che indicava le parziali zuffe, corpo a corpo, che stendevansi e notabile distanza dal campo di battaglia. Il bastimento rasentò il cerchio nell'istante dell'attacco, sgraziatamente nel punto del mezzogiorno, mentre io stavo osservando il passaggio del sole. Posto al bivio tra i due oggetti diedi la preferenza all'astronomia, e perdetti l'occasione di osservare il genio guerriero delle genti acquatiche. I miei compagni di viaggio mi dissero che avevano veduto combattere un'immensa quantità di pesci della lunghezza d'un piede all'incirca.
Mentre durava ancora la battaglia si vide accorrere da tutte le parti anche lontanissime una infinità d'uccelli di mare affatto bianchi che andavano svolazzando sopra il campo di battaglia quasi a fior d'acqua, sperando, senza dubbio, di predare i pesci uccisi, e forse i piccoli ancora vivi. La pugna era in tale stato quando noi eravamo già troppo lontani per conoscerne l'esito.
Si levò l'ancora a mezza notte, ma durando tuttavia la calma i daos erano di tratto in tratto rimurchiati dalle scialuppe. Alle dieci ore si levò un vento di mezzogiorno, che ci portò ben tosto alla città di Iemboa ove sbarcammo felicemente ad un'ora e tre quarti.
Desiderava di andare a Medina a visitare il sepolcro del Profeta, malgrado l'assoluta proibizione dei Wehhabiti. La cosa era rischiosa assai; ma non pertanto trovai molti pellegrini Turchi, ed alcuni Arabi Mogrebini disposti ad esporsi meco ai pericoli del viaggio.
Siccome il mio capitano aveva la sua famiglia a l'Iemboa, ove tutta la flottiglia doveva rimanere alcuni giorni, convenni con lui che sarei di ritorno il giorno otto d'aprile. Feci tosto cercare i dromedarj onde viaggiare più speditamente; ma a dispetto delle mie diligenze non mi fu possibile di partire avanti la sera del successivo giorno. Non presi meco che un piccolo baule con alcuni istromenti astronomici; facendomi accompagnare soltanto da tre domestici.