CAPITOLO XLI.

Tragitto per andare a Suez. — Incaglio della nave. — Isola Omelmelek. — Continuazione del viaggio. — Accidenti diversi. — Sbarco d'Ali Bey a Gadiyahia. — Prosiegue il viaggio per terra.

Tutti i Daos che trovavansi nel porto dell'Iemboa riuniti a quelli che venivano da Djedda, ed a molti altri piccoli bastimenti carichi di caffè, misero alla vela il giorno 15 aprile a cinque ore e mezzo del mattino per passare a Suez. Il mio capitano comandava i Daos dell'Iemboa; ed un altro era alla testa di quelli di Djedda.

In tre giorni arrivammo nella rada detta el-maado, di dove vedeva al S. O. l'isoletta dell'Okàdi, ove mi salvai dopo il naufragio del mio tragitto per venire alla Mecca.

Domenica 19 aprile.

Sembra che la sorte non abbia voluto ch'io facessi verun viaggio marittimo senza qualche accidente. Alle quattro e mezzo del mattino la nostra flottiglia fece vela con un leggier vento che portava al nord, ed alle sei ore il mio dao incagliò sopra uno scoglio a fior d'acqua: la scossa fu terribile, e riportò una grande apertura all'estremità della chiglia dalla banda di prua, per cui entrava l'acqua in abbondanza. Come dipingere la confusione ed il turbamento dell'equipaggio in così fatale momento...! Io mi affretto di guadagnare la scialuppa seguito da due domestici e da pochi pellegrini portando meco le carte, ed i miei strumenti. Presenti a tanto disastro, tutti gli altri bastimenti ammainano le vele, e mandano le loro scialuppe in soccorso del dao naufragato.

Il nostro primo pensiero, tosto che fummo in sicuro, fu di presentarci per essere ricevuti in un altro bastimento. Il capitano cui prima mi rivolsi rifiutò di ricevermi. Ebbi lo stesso rifiuto da un secondo; e mi fu detto che in tali circostanze, sventuratamente troppo frequenti su questo mare, è stabilito di non ricevere a bordo alcun uomo, nè alcuna parte del carico del bastimento naufragato finchè il capitano non dia il segno di farlo, perchè la cosa interessa il suo onore. Fummo perciò costretti d'aspettare nella scialuppa la nostra sorte.

Convinto dell'impossibilità di fermare la quantità d'acqua ch'entrava nella stiva, il capitano diede il convenuto segnale, e tosto fummo ricevuti a bordo di un altro bastimento. Una parte del carico fu posto sopra le scialuppe per essere diviso sugli altri Dao; e così alleggerito si rimise a galla, e venne a dar fondo col rimanente della flotta tra un'isola vicina e la terra ove fu scaricato affatto, disalberato e messo alla banda. Questa scena non lasciava d'essere interessante. Figurinsi circa trecento marinai affatto nudi, quasi tutti neri in atto di tirare a terra il carcasso del Dao disalberato; in faccia tutta la flotta ancorata, coperta di pellegrini, e di passeggieri chiamati sui ponti dalla curiosità, mentre il capitano del naviglio naufragato, ancora stordito sedeva sul fianco, e gli altri capitani comandavano la manovra; aggiugnetevi il tumulto e le confuse grida che impedivano d'intendersi; tale fu lo spettacolo che durò tutta la notte. Gli Arabi Bedovini non mancano mai d'accorrere coi loro battelli in somiglianti occasioni, quantunque assai lontani dal luogo del naufragio, per vedere se loro riesce di rubare qualche cosa. Molti ci si avvicinarono in fatti, e se fossimo stati soli, non avrebbero lasciato di spogliarci. Io era accampato sull'isoletta, la maggior parte del carico e gli attrezzi erano al mio lato, i battelli de' Bedovini erano ancorati a poca distanza dalla mia tenda; ma noi li osservavamo. Intanto si rimpalmava la nave, talchè la mattina del 20 si potè metterla più al secco, e tutti i falegnami della flotta travagliavano intorno alla medesima.

La mattina del 19 morì un passaggiere sul bastimento, pellegrino Turco, e personaggio di considerazione. Morì pure un marinajo di uno de' vascelli del sultano Sceriffo della Mecca, e furono sepolti senza veruna ceremonia nell'isola.

Si continuò il lavoro ne' giorni 21 e 22, nel qual tempo presi la latitudine dell'isola che trovai di 25° 15′ 24″. Non potei fissarne la longitudine per causa delle nubi, ma credo potersi fissare a circa 33° 59′ 45″ dell'osservatorio di Parigi.

Nel dopo pranzo del 22 le riparazioni del dao erano terminate. Allora i capitani e gli equipaggi di tutta la flotta si riunirono per metterlo a galla, lo che si fece durante la notte in mezzo alle grida, ed al tumulto come quando fu tirato a terra. Si occuparono in appresso a ristabilire i cordaggi e le vele, ed a rimbarcare il carico.

Il 23 il Dao fu compiutamente ricaricato, ed avanti il cadere del sole era pronto per mettere alla vela.

Venerdì 24.

Di fatti alle cinque e mezzo del mattino dirigendosi all'O. con una serie intermittente di venti variabili e di calme si andò ad ancorarsi alle tre ore presso all'isola Schirbàna.

Sabato 25.

Essendo partiti alle quattro e mezzo del mattino con un vento contrario di nord assai forte, si corsero parecchie bordate fino alle tre, e si lasciò l'ancora all'isola Aleb.

I colpi di vento che avevamo provati, avevano cagionate delle avarie a tutti i bastimenti; il nostro ebbe l'antenna spezzata che fu rimessa all'istante; e molti altri dao furono tirati a terra per aggiustare le vele squarciate. Alle sette della sera, sette dao non erano ancora arrivati.

Qual mare è mai questo! esso è così sparso di scogli e di banchi, che la più leggiera negligenza basta per occasionare un naufragio; si deve ad ogni istante attraversare canali quasi impraticabili, ed ordinariamente con un terribil vento, che accresce il pericolo, e l'allarme.

Domenica 26.

Alle cinque ore del mattino eransi già levate le ancore, e si viaggiava all'ovest.

Alle sette ore un dao dello Sceriffo facendo una falsa manovra ci venne sopra, e toccò dolcemente il nostro bordo; ed in seguito rivolgendosi da poppa tornò sulla prora, e la urtò con tanta violenza che ne portò via una parte. Fortunatamente quest'accidente accadde in un mare aperto e tranquillo, senza di che poteva avere pessime conseguenze.

Lunedì 27.

Vedemmo finalmente ricomparire i daos, che il cattivo tempo aveva tenuti addietro: partimmo di conserva a sette ore del mattino, e si raggiunsero que' bastimenti che avevano jeri continuato il loro viaggio. Rinforzando un vento contrario d'ovest, e fattosi il mare assai grosso, fummo costretti di ancorarci alle undici e mezzo del mattino presso di un'isola riguardata come il punto di mezzo del tragitto da Suez a Djedda, nella quale si venera il sepolcro di un santo detto Scherih Morgob. Dal mio bastimento vedeva la cappella, che è metà casa e metà baracca. L'isola porta il nome del santo, e come tutte le altre isole Hamarà è bassa, piccola, formata di sabbia, e circondata di scogli. Trovai la latitudine di quest'isola di 25° 45′ 47″ N.

L'acqua della nostra nave era già affatto corrotta, onde per beverla era duopo chiudersi il naso, tanto era puzzolente; ma ad ogni modo lasciava dopo bevuta nella bocca e nella gola un odore insopportabile.

Martedì 28.

Alle cinque ore e mezzo del mattino la flotta veleggiava con leggier vento che ben tosto mancò. E dopo mezzo giorno essendosi rinforzato il vento contrario si camminò bastantemente per giugnere alle quattro ore a Vadjih sulla costa d'Arabia porto assai piccolo, ma bello molto e ben coperto dai venti, e l'unico di questa costa provveduto di buon'acqua. Quando arrivai vidi una specie di pubblico mercato per la vendita dell'acqua: erano molti Arabi, uomini e donne coi loro cammelli, e con una quantità d'otri pieni d'acqua posti a varj ordini sulla riva del mare.

Dietro buone osservazioni ho potuto fissare la latitudine settentrionale di Vadjih a 26° 13′ 39″.

Mercoledì 29.

I venti di nord-ovest non ci permettono di uscire dal porto, ove ci raggiungono tre dao rimasti addietro.

Giovedì 30 aprile.

Una violenta burrasca non permette l'arrivo degli altri daos. In questi giorni d'ancoraggio aveva raccolti diversi oggetti di storia naturale; ma accortisi delle mie ricerche gl'ignoranti miei compagni di viaggio, ed incominciando a sospettare intorno allo scopo di questa raccolta, fui forzato di sospenderla.

1 e 2 maggio.

Benchè arrivassero gli altri bastimenti, fummo costretti dal vento a restare ancorati.

Domenica 3 maggio.

Finalmente tutta la flotta uscì dal porto alle cinque del mattino dirigendoci a nord-ovest; ed a mezzo giorno diede fondo presso ad uno scoglio.

Lunedì 4.

Ad un'ora dopo mezza notte eravamo già in viaggio con vento variabile ed interrotto delle calme, finchè fissato all'O. N. O. ci portò felicemente al porto di Demeg, posto sulla costa d'Arabia. Avevamo fin allora generalmente tenuta la direzione di N. O. e sempre rasentando la costa; ma eravamo finalmente usciti da questo pericoloso labirinto di scogli, che per tanta parte della nostra navigazione minacciava d'inghiottirci ad ogn'istante.

Eccellente è il porto di Demeg e ben chiuso da montagne che sembraronmi argillose, e si prolungano fino alla riva. Nel circondario vedonsi alcune piante, ma in piccola quantità. Ci si presentarono diversi Arabi ed Arabe per venderci dei montoni. Mi fu detto che questa gente è assai cattiva.

Martedì 5 fino all'8.

Si spiegarono le vele allo spuntare dell'alba, ma rinfrescatosi il vento assai si dovette dar fondo alle otto del mattino a Libeyot. Poco viaggio si fece anche i giorni 6, 7 e 8, in cui si rimase all'ancora presso ad una delle isole Naamàn, ossia degli Struzzi.

Sabato 9.

Alle quattro del mattino eravamo in mare. Alla calma tenne dietro ben tosto un vento contrario assai violento, che durò fino alle sette ore, dividendosi allora in molti fili paralleli, di modo che la flotta che formava un solo ordine, presentava il più singolare spettacolo; mentre un dao correva a piene vele, un altro rimaneva in perfetta calma, e così alternativamente sopra tutta la linea, benchè la distanza di un dao all'altro non fosse maggiore di dugento tese. Questo fenomeno durò quasi un'ora, quando fissatosi il vento all'O. N. O. si potè continuare il cammino. Poco dopo mezzo giorno si gettò l'ancora a Kalaat-el-Moïlah che è un alcassaba quadrato, che può avere cento tese di fronte con una torre ad ogni angolo, ed un'altra in mezzo ad ogni lato.

Entro l'alcassaba trovasi un cattivo villaggio con una moschea. L'acqua de' suoi pozzi è assai buona; e vi si trovano alcuni bestiami, polli, e piantagioni di palme fuori delle mura, ma il restante del paese non è che un arido deserto. Gli abitanti possedono alcuni pezzi di cannone che attestano l'antica loro indipendenza. Al nostro arrivo spiegarono bandiera rossa, e la nostra flotta fece lo stesso. Alcuni di loro vennero a visitare il nostro capitano, ma gli uomini di poche scialuppe smontate per cercare acqua e comperare commestibili ottennero con difficoltà di essere ammessi entro le mura; tanto sono essi diffidenti! Lagnansi costoro de' Wehhabiti, che li sottomisero, come gli altri popoli dell'Arabia, al loro dominio, ed al pagamento della decima; ma non entrò verun impiegato nel villaggio.

In questo luogo la costa forma una vasta baja, in fondo alla quale è situato l'Alcassaba. Vedevansi in questo giorno le montagne dell'Affrica, che d'ordinario le carte geografiche pongono lontane ottanta miglia da Kalaat-el-Moïlah, quantunque assai più vicine. La latitudine di questo Alcassaba dovrebb'essere di 17° 10′ 51″.

Domenica 10.

Si partì alle due del mattino con leggier vento, seguito da una perfetta calma, durante la quale avendo fatte nuove osservazioni che confermavano quella di jeri, non potei più dubitare dell'errore, di più di mezzo grado nella posizione che le carte danno a Kalaat-el-Moïlah. Osservai inoltre che le montagne vedute il giorno innanzi non appartengono altrimenti all'Affrica, come indicano le carte, ma alla terra di Tor, e fanno parte del capo Mohamed nell'Arabia.

L'isola Schram, ove ci trovavamo ancorati è posta all'imboccare del Bahar el-Aakaba, ossia seno del mar Rosso, che s'interna nell'Arabia.

Lunedì 11 e Martedì 12.

Si ebbero due burrasche terribili che danneggiavano il dao, e non ci permisero di oltrepassare la rada di Ben-Hhaddem, di dove vidi effettivamente le alte montagne dell'Affrica.

Mercoldì 13.

Questo viaggio incominciava a diventare insopportabile. Il 13 morirono quattro uomini sopra un dao dello Sceriffo, un altro sul nostro, e ve ne avevano molti altri gravemente ammalati, che rifiutavansi di prendere verun medicamento in conseguenza del loro sistema del fatalismo, di cui erano stati vittima i loro compagni. Medicava per altro alcuni altri ammalati, e due feriti; cioè il mio capitano, che aveva una forte contusione ad una gamba, ed il capitano d'un dao gravemente ferito sotto la pianta d'un piede. Queste due ferite si avvicinavano alla loro guarigione, ma la mia piccola spezieria era quasi esausta.

Giovedì 14.

Si mise alla vela alle otto ore del mattino a fronte di un vento assai forte, e di un mare sparso di scogli che lascia appena un angusto passaggio alle navi, ed arrivammo finalmente in un bel porto detto Gadiyahia.

Venerdì 15.

Una terribile burrasca ci forzò a restare ancorati. Fin da jeri il mio capitano mi aveva esibito di procurarmi quattro cammelli, e tutti i mezzi di sicurezza per il mio viaggio, qualora avessi preferito di andare a Suez per terra. Veramente avrei amato di visitare Djebel-Tor, Tour Sinina, ossia Monte Sinai; ma non potendo più reggere alle fatiche di così aspra navigazione, mi disposi a partire la stessa sera, montato sopra un cammello, scortato da due miei domestici, da un cuciniere e da uno schiavo, con quattro cammelli; e lasciando nel bastimento il resto delle mie genti, e dell'equipaggio, diedi allegramente l'ultimo addio al mare.