CAPITOLO XLII.

Viaggio a Suez. — Disputa degli Arabi. — El-Vadi-Tor. — El Hammam Firaoun. — El-Wad Corondel. — Sorgenti di Mosè. — Arrivo a Suez. — Petrificazioni del mar Rosso. — Abbassamento del suo livello. — Corrispondenze su questo mare. — Viaggio al Cairo.

Lo stesso giorno, 15 maggio, partii due ore dopo mezzogiorno montato sopra un magnifico cammello ornato di funicelle, di fiocchi e di piccole conchiglie, e seguito dalle mie genti montate anch'esse sopra i loro cammelli.

Mezz'ora dopo raggiunsi una carovana, alla quale mi associai, e dopo aver mangiato insieme, continuammo il cammino nella stessa direzione facendo alto alle due della notte per prendere riposo.

Sabato 16.

La carovana composta di quaranta cammelli, di sessanta uomini e di tre donne, si pose in cammino alle cinque ore del mattino. È cosa notabile ch'io non feci verun viaggio coi musulmani per terra o per mare senza che vi fossero donne: vero è che allora la circospezione richiede che si riguardino come fantasmi, o come carichi posti sopra un cammello, o in un angolo del bastimento. La carovana era formata di turchi scacciati dalla Mecca, e da Djedda, e di pellegrini parte a piedi e parte a cavallo.

Alle dieci ore si fece alto in un eremitaggio quasi ruinato, dedicato ad un santo detto Sidi-el-Akili, il di cui sarcofago sussisteva ancora perchè i Wehhabiti non erano colà arrivati. Il freddo era piccante assai, ed incomodava molto un gagliardo vento di N. O. da cui vedevasi il mare agitatissimo. Si ripartì alle due, e si fece alto presso alcune case abbandonate del porto di Tor, ove fui testimonio della più comica scena che possa immaginarsi. Gli Arabi cammellieri dovevano continuare la loro lite sul riparto del carico dei cammelli, perchè è tra loro generalmente convenuto, che all'istante dello sbarco ognuno carichi tutto quanto può prendere: fin qui non parlano, ma appena sono giunti alla prima stazione hanno la libertà di contrattare insieme finchè arrivino ad un gruppo di palme, ove la lite deve terminarsi: allora tutto rientra nel buon ordine, ed ognuno deve accontentarsi di ciò che la sorte, il caso, o l'effetto della disputa gli ha procurato.

Fino dal principio del viaggio aveva osservato che alcuni cammellieri borbottavano tra di loro; ed avendone chiesto il motivo mi fu risposto, che la querela doveva terminarsi nella città di Tor.

Colà giunti fanno scendere a terra tutta la gente della carovana, e cominciano tra di loro la più accanita lite. Voleva interpormi per metter pace, ma mi fu risposto che era la costituzione. Lasciai dunque che continuassero la loro disputa, e li vidi mettersi in giro bocconi per terra, levarsi, e sempre parlando rimettersi nella prima positura in distanza di dieci passi, finchè finalmente chiamarono un vecchio per decidere le loro differenze. Il vecchio arriva e giudica. Gli uni si accontentano della sua decisione, gli altri chiamano un altro vecchio, e si rinnova la medesima scena. Scaricano alcuni cammelli per caricarne alcuni altri, e la disputa continua nello stesso modo, e colle grida di prima. Finalmente si rimonta a cavallo, e la carovana incomincia a camminare; ma la rissa non cessa: gli uni ritengono i cammelli; altri corrono per giugnere più presto al luogo in cui deve cessare la disputa. Talvolta fanno far alto a tutta la carovana stringendosi in cerchio in mezzo alla strada, riscaldandosi e gridando a perdita di fiato. Cammin facendo cambiano ancora alcuni carichi, e si prendono pel collare in atto di venire alle mani. Quando arrivati al gruppo delle palme si grida ad una voce Hhalòs! Hhalòs! (basta, basta). Tutti rimangono immobili come fittoni, e la carovana riprende pacificamente la strada. Io non poteva ritenere le risa; ma mi si diceva sempre, è la costituzione. Applaudii alla semplicità di queste genti, che davvero non hanno la fierezza degli Arabi dell'Hedjaz.

Si proseguì il viaggio fino alla borgata di Sadi Tor, distante una lega da Tor; ed io presi alloggio in una di quelle case.

Gli abitanti di Tor abbandonarono la città ed il porto, perchè frequentemente vessati e maltrattati dagli equipaggi dei daos, che vi davano fondo: e perciò le case rimaste vuote vanno cadendo in ruina, non servendo che di ricovero ai pescatori.

Gli abitanti che trasportarono le loro famiglie ad el-Wadi-Tor, vi si trovano assai meglio, perchè quantunque tal luogo sia posto in fondo ad una valle, vi è acqua in abbondanza ed a non molta profondità. Tutte le case hanno un largo pozzo che serve ad innaffiare i giardini, ove abbondano le palme, i fiori, i legumi ed i frutti.

Domenica 17.

Si rimase tutto il giorno in questo villaggio composto di trenta famiglie greche, e di un minor numero di musulmane. Benchè così poco popolato occupa un grande spazio di terreno pei giardini uniti ad ogni casa, e circondati di muri alti sei piedi.

Io era alloggiato in casa di un musulmano, nel cui giardino trovai alcune belle piante. Ricevetti la visita del curato greco, vecchio venerabile, dipendente dall'Arcivescovo del monte Sinai, da cui dipendono pure tutti i Greci di questa parte dell'Arabia. Quando andai a rendergli la visita mi fece vedere una Biblia in arabo ed in latino, che suppongo stampata in Venezia, benchè mancante de' primi fogli, ne' quali avrebbe dovuto trovarsi la data. Tutti i preti di questo paese dicono la messa, e le altre preghiere in arabo. Il curato mi diede il Pater scritto da lui medesimo in questo idioma.

L'arcivescovo del monte Sinaï è indipendente. I greci hanno quattro patriarchi, di Costantinopoli, di Alessandria, di Gerusalemme, di Antiochia. Hanno inoltre quattro arcivescovi, cioè quello di Russia, di Angora, di Cipro, e del monte Sinaï. Questi otto dignitarj indipendenti gli uni dagli altri, hanno sotto di loro tutti i ministri e tutti gl'individui del rito greco.

Il Papasso, o curato, mi disse ch'ebbe nelle sue mani tre disegni del monte Sinaï, che donò all'ammiraglio Sir Home Popham, e a due altri Inglesi.

Lunedì 18.

Il passaggio del sole osservato questo giorno, ed osservato anche il giorno precedente mi diede la latitudine settentrionale di 28° 18′ 51″. Tor trovasi distante tre miglia al sud-est, ed io conto sulla mia longitudine cronometrica 51° 12′ 15″ dell'osservatorio di Parigi, osservato nel mio primo viaggio. Così la posizione geografica dei punti principali della Arabia da Suez fino alla Mecca resta esattamente determinata.

Gli abitanti di Tor vestono come quelli di Hedjaz: ma se ne vedono molti coperti di un caftan di drappo, e di un turbante. I cristiani lo portano turchino; ed alcuni costumano una grande camicia dello stesso colore. Non vidi alcuna donna, ma soltanto qualche brutto fanciullo, sudicio e ributtante.

Il curato cristiano porta una veste nera, una berretta dello stesso colore in figura di cono troncato e rovesciato, ed un fazzoletto turchino o nero. L'attuale Papasso, detto Bàba Cheràsimus Sinaiti, è un uomo di cinquantott'anni, con venerabile barba bianca come la neve: è assai intelligente, e di ottimo carattere. La sua influenza non si ristringe sui soli cristiani, ma anco sugli arabi del circondario, per lo che gl'individui delle due religioni vivono in buona unione. Egli si lagna della mancanza delle mercanzie francesi cagionata dalle guerre d'Europa. Il paese scarseggia di carni, ed abbonda di pesci. I datteri sono piccoli, ma buoni, di cui si fa pane; ed i cristiani ne traggono un eccellente aceto.

Il Papasso, che ha viaggiato in molte parti della Turchia, mi assicurò, che al monte Sinaï, non molto lontano da Tor, trovasi molt'acqua ed assai buona, come pure molti giardini ricchi di aranci, limoni, peri, e di altri alberi fruttiferi.

L'arcivescovo del monte Sinaï detto Constanzio era allora in Egitto, ove stava ammassando denaro, perchè non poteva prendere possesso della sua sede senza regalare cinquantamila franchi agli arabi del vicinato.

Dopo mezzo giorno vidi tutta la nostra flotta passare con piccoli venti in faccia a Tor; di dove io partii un'ora avanti il tramontare del sole, e si fece alto per riposarci alle dieci ore.

Martedì 19.

Alle cinque del mattino marciando nella direzione di N. ¼ N. O. sopra un terreno sempre arenoso, fummo sorpresi da un caldo insoffribile. Invano già da qualche tempo sentivamo il bisogno di fermarci; che non si trovavano alberi, nè luoghi ombrosi per salvarci dagli ardenti raggi del sole. Scoprimmo alla fine alcune basse macchie, all'ombra delle quali si fece alto alle dieci del mattino. Bentosto fu alzata la mia tenda, ed io mi affrettai di entrarvi per ispogliarmi degli abiti che mi soffocavano. Questa diversità di temperatura così contraria all'acuto freddo di sabato dipende unicamente dal vento dominante.

Essendosi in sul mezzo giorno levato un venticello fresco, si riprese il cammino, ed alle sei della sera la carovana si fermò nella valle di Fàran, Wadi Fàran, ove tanti secoli prima si fermavano pure i figliuoli di Giacobbe.

La valle di Faran è generalmente calcarea, ed il suo suolo assai disuguale. È chiusa da alte montagne, nelle di cui roccie vidi molte belle breccie argillose, miste di ciottoli antichi e moderni. Vi abbonda il genere selcioso, e si trova molta pietra focaja. La vegetazione si riduce a pochi arbusti di abeti.

In questo luogo fui testimonio di una trista scena. Circa quaranta poveri pellegrini a piedi trovavansi senz'acqua. Piangevano tormentati dal bisogno della sete, ma niuno li soccorreva, perchè eravamo in un deserto, che ci obbligava a conservare l'acqua come un tesoro. Un pellegrino a cavallo che aveva terminata la sua acqua ne acquistò una mezza pinta all'incirca per cinque franchi. Io diedi da bevere ad alcuni di quegl'infelici, ma come mai soddisfare al bisogno di tutti?... Mio malgrado dovetti appigliarmi al partito di chiudere gli occhi e le orecchie, per non trovarmi io ed i miei domestici vittima in breve della mia compassione.

Si continuò a camminare lungo la valle, il di cui dolce pendio ci condusse in poco tempo alla riva del mare; di dove piegando ancora a N. O. e N. N. O. mi fermai per riposarmi alle undici ore sulla spiaggia del mare.

Mercoledì 20.

Alle due e mezzo del mattino la carovana era già in moto, ed io ne affrettava la marcia per arrivare più presto ad una fonte. Giunti poco prima di mezzodì ad Almarra lontano due miglia dal porto di questo nome, mi fermai, mentre alcuni della carovana si staccarono con tutti i cammelli per cercare l'acqua nelle montagne lontane due leghe dalla banda di levante.

Il passaggio del sole mi diede per latitudine settentrionale 29° 1′ 41″. La longitudine del Capo osservata nel mio precedente passaggio fu di 36° 43′ 25″. Questo capo forma l'estremità meridionale del territorio e del porto Hamam Firaun. Il paese è coperto di piccolissimi abeti, al cui rezzo si ristorano i viaggiatori. Tutto questo territorio fino al burrone detto Wadi Corondel è conosciuto sotto il nome di bagno di Faraone; nome venutogli da una sorgente d'acqua calda minerale sulfurea, ove vengono a bagnarsi alcuni ammalati.

Alle nove della sera si camminò lungo tratto sulla spiaggia; poi piegando al N. ed al N. N. O. si lasciò a mezza notte la spiaggia per entrare in uno stretto burrone in mezzo a montagne argillose tagliate a picco, come un muro sparso di frequenti spaccature bizzarramente disposte, che sembrano un muro di città mezzo ruinato. A mezza notte si fece alto.

Giovedì 21.

Si continuò il viaggio per lo stesso burrone, che ha l'aspetto d'una grande spaccatura cagionata dal tremuoto. Le montagne argillose sono composte di strati perfettamente orizzontali, e talvolta obliqui, dai dieci ai quindici gradi dal nord al sud.

Alle sette ore si cominciarono a vedere piante e palme selvaggie in fondo alla valle indizio sicuro di vicine acque. Di fatti si arrivò ben tosto ad una piccola sorgente d'acqua dolce, la prima che si trovi lungo questa strada dopo Tor.

Alle nove del mattino eravamo passati presso la montagna dell'acqua termale che dà il nome a tutto il distretto. Nel luogo in cui ci eravamo fermati all'ombra di molte belle palme selvaggie, eravi un pozzo di acqua ma non troppo buona.

Si camminò da un'ora dopo mezzo giorno fino alle tre, ed allora si fece alto presso al torrente Wadi Corondel. Mezz'ora prima aveva scoperto il mare e la costa d'Affrica assai vicina.

Il Wadi Corondel è un torrente asciutto che ha una fonte d'acqua assai buona, ed è coperto di abeti e di palme. Feci accampare la carovana fuori del suo letto, perchè gli arabi dicono che sonovi molti rettili velenosi; ma a fronte di tutte le diligenze da me praticate nelle macchie, nelle cavità, e dovunque sperava di poterne trovare, non vidi che moltissime grosse formiche, ed un piccolo insetto, di cui non seppi sovvenirmi il nome, ma non malefico.

Cammin facendo aveva trovato una lucertola lunga otto pollici, perfettamente bianca. Questo animale, un corvo, due piccoli uccelli, alcune formiche e mosche furono i soli esseri viventi da me veduti in quell'arido deserto.

Alle nove della sera si proseguì il viaggio nella direzione di N. N. O. in mezzo a basse montagne, e si fece alto alle undici ore per passarvi la notte che fu freddissima.

Venerdì 22.

Alle cinque ore andando sempre a N. N. O. scesi alcune collinette, di dove giunsi in una vasta pianura, ove si riposò fino a mezz'ora dopo mezzo giorno. Parmi che questa pianura affatto arida, e le colline attraversate prima chiaminsi dai cristiani: il deserto dello Smarrimento, o deserto di Faran. Alle undici della sera si arrivò ad un burrone ove si fece alto.

In sul far del giorno, svegliandoci, eravamo bagnati da un'abbondante rugiada; ed alle cinque ore si partì alla volta di Suez, che già vedevasi a molta distanza. Giunto alle sei ore e tre quarti presso ad Aàïon Moussa, ossia sorgenti di Mosè, mi fermai quasi due ore. Altro non sono queste sorgenti che poche buche sopra una sommità contenenti un'acqua verdognola e fetida; ridotta senza dubbio in tale stato dal lavarvisi gli uomini, e dall'entrarvi che fanno liberamente le bestie.

Durante la campagna d'Egitto i Francesi spinsero fin qui le loro scorrerie, e suppongo che i dotti che trovavansi in quella spedizione avranno data una circostanziata descrizione di queste sorgenti. Avendo ripresa la strada alle otto ore, e giunti sulla spiaggia in faccia a Suez, entrammo in un battello per attraversare quel braccio di mare che può avere poco più d'un miglio di larghezza, e con sì poco fondo, che il battello rimase lungo tempo incagliato in mezzo al tragitto: finalmente sbarcammo a Suez alle undici ore. Poco più alto trovasi un passaggio, ove i cavalli ed i cammelli possono sempre passare.

La nostra flotta aveva dato fondo nel porto.

Dietro un gran numero di osservazioni e di confronti per fissare il cammino della carovana in un tempo determinato, dopo aver calcolata la lunghezza ed il numero dei passi, e confrontate le ore di cammino colla diversità di latitudine osservata in due punti; finalmente avuto riguardo alla obliquità delle linee scorse, trovo per un termine medio che la carovana corse ordinariamente 13,392 piedi parigini, o 2,232 tese per ora. Siccome la strada di Tor a Suez segue quasi costantemente la linea del meridiano, questi confronti ed i loro risultati sono assai più esatti che tutti i calcoli che avessi potuto fare sopra linee più oblique o più lontane dal meridiano.

Se per una parte la natura è quasi morta per la vegetazione sulle coste del mar Rosso da me visitato, è invece attivissima e feconda di fossili. La somma abbondanza dei molluschi, dei polipi, e delli zoofiti somministra la materia delle concrezioni calcaree, e la poca profondità di questo mare, unita alla temperatura elevata dell'atmosfera, contribuisce in modo ad accelerare queste operazioni della natura, che per l'osservatore che vuole studiare e conoscere a fondo i fenomeni della petrificazione, io credo che non siavi miglior gabinetto al mondo delle coste del mar Rosso.

Benchè le circostanze mi vietassero di fare continue osservazioni, la natura travaglia qui in così visibile maniera, ch'io credo d'averla talvolta colta in sul fatto. Ho raccolte delle conchiglie nell'istante su cui stavano per conglutinarsi colla massa pietrosa che le circondava, altra ne raccolsi impietrita per metà. Ma ciò che è più interessante, è un banco di pietra calcarea che formasi attualmente nella parte orientale dell'isola Om-lmelek.

Qui è dove ho potuto osservare tutte le gradazioni dell'impietrimento dall'arena, ossia attritus pulverulentus delle conchiglie fino alla roccia compatta; e ciò che trovai di più maraviglioso in questa scala d'impietrimento, è che il detritus delle conchiglie di già amalgamato e diventato concreto, benchè ancora friabile, e di facile spezzatura, trovasi impregnato d'una specie d'olio volatile, che ugne le dita toccandolo: ma quest'olio si volatilizza e sfuma in poco tempo. Nel solo spazio di sei in sette piedi trovansi tutte le gradazioni dell'impietrimento; cioè l'arena incoerente, l'arena convertita in pasta molle, la parte che comincia ad indurirsi, la pietra friabile, la pietra molle e la pietra dura. Questa gradazione è ugualmente sensibile sulle spiaggie del mare. Colsi alcuni esemplari di tutte le curiosità: ma quanto mi pesa lo staccarmi da un luogo così interessante senza poter fare una folla d'osservazioni, che forse sarebbero feconde d'incalcolabili risultati pei progressi della scienza! Io raccomando lo studio di questo banco ai viaggiatori che dopo di me visiteranno queste contrade.

Questa specie di pietra che è assai bianca forma strati d'ardesia. Le case e le mura di Djedda, e dell'Iemboa sono formate della stessa pietra che trovasi abbondante su tutta la costa, ma particolarmente in quel laberinto delle isole e scogli, chiamate isole Hamara. Questa è la più interessante parte del mar Rosso sotto i rapporti della storia naturale.

Io sospetto una diversità di livello nel mar Rosso che tende progressivamente al suo disseccamento. Si è creduto apocrifo o erroneo il livello fatto dagli antichi geografi, che trovarono il mar Rosso più elevato che quello del Mediterraneo: ma io inclino a credere che tale veramente fosse la bisogna negli antichi tempi, e che al presente il mar Rosso trovisi di già al livello del Mediterraneo, e fors'anche più basso.

La rapida progressione con cui il mar Rosso si ritira, mentre il Mediterraneo sembra essere stazionario, o retrogradare più a rilento, mi ha già da lungo tempo fatto credere a questa diversità di livello tra i due mari, indipendentemente dalla differenza più generale dovuta all'accumulazione delle acque in certi punti; lo che fa che la superficie dei due mari forse non coincide con quella che si suppone alla sferoidità terrestre. Ma questo non è il luogo di sviluppare una questione che ci porterebbe troppo lontano, e che tratteremo di proposito in altro luogo. Qui ci limiteremo ad indicare soltanto alcune più notabili osservazioni.

Nel luogo detto el-Wadjik sopra la costa d'Arabia, è un banco, la di cui superiore superficie trovasi elevata ventiquattro in trenta piedi sopra l'attuale superficie del mar Rosso; la sua larghezza media è di dugento tese sopra alcune migliaja di tese di lunghezza, lungo le sinuosità della costa. Questo banco è unito alla terra ferma, che è più elevata; la sua superficie è perfettamente piana; dalla parte dell'acqua è tagliato perpendicolarmente in maniera che rappresenta assai bene la piattaforma di una fortezza.

Dopo avere esaminati li zoofiti che compongono questo banco, parvemi ch'essi fossero di recentissima formazione relativamente alle grandi epoche della natura: egli è pure evidente che questo banco si formò sott'acqua; e siccome io non conosco sulle rive del Mediterraneo un monumento di così recente ritirata, ne conchiudo che all'epoca della formazione di questo banco, la superficie del mar Rosso forse si trovava più elevata di quella del Mediterraneo, mentre attualmente trovasi allo stesso livello, e fors'anche più bassa.

La forma del mar Rosso lunga e stretta tagliata da tanti banchi, scogli ed isole, rende necessariamente più difficile la propagazione delle alte maree, come fu giudiziosamente osservato dal viaggiatore Niebuhr. Il vento quasi intermittente dal N. e dal N. E. per nove mesi dell'anno, deve contribuire alla sortita delle acque in tempo della bassa marea, mentre è anch'esso un ostacolo alla propagazione delle alte maree. Questa propagazione si fa ogni giorno più difficile in ragione dell'impietrimento attivo che sembra dover colmare il bacino del mar Rosso, colla rapida formazione di nuovi banchi, e di nuove isole, ostacoli novelli aggiunti agli altri che già opponevansi alla libera circolazione delle acque. L'evaporazione del mar Rosso dev'essere assai più forte che nel Mediterraneo, e per la diversa temperatura e latitudine, e pei deserti che lo circondano da ogni lato, e che seccando l'aria la rendono più atta ad assorbire i vapori. Dall'altra parte il mar Rosso non riceve, per così dire, una goccia d'acqua dalle terre vicine, perchè non sorte alcun fiume dalle coste dell'Arabia e dell'Affrica, tranne alcuni torrenti nelle stagioni piovose. Quindi può dirsi che nel corso dell'anno il mar Rosso perde una maggiore quantità d'acqua di quella che riceve dalle maree dell'Oceano. Altronde le più gagliarde correnti portano d'ordinario a S. E., cioè verso l'imboccatura di Babelmandel. A queste cause si aggiugne la differenza della forza d'attrazione planetaria in ragione del movimento dell'asse dell'ecclittica, e della situazione dell'orbita della terra, che è nel suo perièlio nel solstizio d'inverno; lo che deve produrre un ammassamento di acqua in certi luoghi. Finalmente devonsi calcolare molte circostanze per la soluzione del problema, che procureremo di svolgere in un'apposita opera.

Gli arabi custodiscono gelosamente come un segreto la navigazione del mar Rosso; e temendo che gli Europei non s'invaghiscano di appropriarsela, fuggono, per quanto è loro possibile, di avere con essi diretta comunicazione, onde non si avvedano del lucroso commercio di questo mare. Questo timore è la principalissima cagione delle avarìe che si fanno soffrire agli Europei sulle coste dell'Arabia. Anche un capitano inglese dipendente dal console Petrucci, che pure aveva l'intima confidenza del sultano Sceriffo, non potè sottrarsi che colla forza ai cattivi trattamenti degli Arabi.

Io sono di sentimento che le nazioni europee che tengono stabilimenti nel Mare Indiano potrebbero aprirsi pel Mar Rosso una linea di comunicazione, che non sarebbe difficile ad ordinarsi per mezzo di agenti stabili a Moca, a Djedda, a Suez, ed al Cairo.

Due dì dopo il mio arrivo a Suez una carovana partita pel Cairo fu attaccata sulla strada dai Badovini. La carovana si difese; ed ebbe due uomini feriti, e sei cammelli presi dagli assassini. Noi aspettavamo la venuta del gran Scheik Dìidid, che doveva arrivare del Cairo con un corpo di truppe per iscortare la nostra carovana incaricata di trasportare al Cairo il carico della flottiglia. Era prevenuto che col di lui mezzo mi sarebbero stati spediti alcuni cavalli, ma seppi in appresso ch'era partito per l'alto Egitto onde ridurre al dovere alcuni Arnauti ribellatisi al pascià Mehemed Alì.

Essendo giunta a Suez un'altra carovana di sette in ottocento uomini, ed altrettanti cammelli compresi i soldati e pellegrini turchi di Djedda, risolvemmo di partire insieme, non però senza qualche sospetto ancora, perchè tale unione presentava forze inferiori alla presente situazione del paese. I capi ed altri impiegati di Medina, ed alcuni grossi negozianti di Djedda e del Cairo, dovevano pure ingrossare questa carovana.

Viaggio al Cairo.

Il giovedì, 11 giugno, alle due ore e tre quarti dopo mezzo giorno uscii di Suez per unirmi alla carovana ch'erasi accampata presso Bir-Suez (pozzo di Suez), cinque quarti di ora distante dalla città. È questo un parallelogramo, i cui maggiori lati possono avere quindici piedi, e dieci in undici i minori, ed ha diciotto piedi di profondità. L'acqua è alquanto salsa, ma la sola che esista in questo luogo. I cammellieri ne attingono l'acqua con secchj di cuojo per darne a' cammelli; ma gli uomini della carovana avevano fatte le loro provviste a Suez. Il tempo era sereno, malgrado un gagliardo assai incomodo vento settentrionale. In sul tramontare del sole il termometro nella mia tenda segnava 37 gradi di Reaumur. È questo paese una grande pianura terminata in Affrica al S. O. dalle montagne Diebel Attaka, ed in Asia da quelle assai lontane all'E. dall'Arabia.

Venerdì 12.

Eravi nella carovana un santo Marabotto, che portava uno stendardo giallo e rosso somigliante ad una bandiera spagnuola, ma tutto stracciato. Consumò costui tutta la notte invocando a tutta voce il nome di Dio, e del Profeta, facendo preghiere, e correndo da un canto all'altro del campo, di modo che niuno potè dormire.

Si partì alle quattro e mezzo del mattino; alle sette si giunse al vecchio Kalaat-Ageroud fortezza abbandonata, e di là, avanzando nella direzione di O., si entrò un'ora dopo in una gola, che è il più pericoloso passo di questo deserto. La carovana precedente era stata attaccata in questo luogo, e nel mio primo viaggio vi aveva veduti molti Bedovini. Per passare queste strette mi posi in testa alla carovana colla mia guardia di dieci soldati turchi, sostenuti da una cinquantina di soldati della stessa nazione, e da pochi arabi armati: altri soldati senz'ordine determinato proteggevano i fianchi della carovana, che occupava una linea di oltre cinquecento tese; e due Agà turchi col rimanente della truppa coprivano la retroguardia. Io passai senza ostacolo colla maggior parte della carovana, ma quando era per uscire dalla gola udii delle grida sul di dietro. Accorsi colla spada alla mano, conducendo le mie truppe in sul punto attaccato; e conobbi che i Bedovini eransi presentati tentando di tagliare la coda della carovana, e che eransi ritirati dopo alcuni colpi di fucile, essendosi lasciati imporre dalla nostra risolutezza: non erasi avvicinato che un corpo di trenta uomini, ma ne vidi in distanza col cannocchiale altri sessanta all'incirca.

Alle cinque ore ed un quarto facemmo alto in un'aperta pianura affatto deserta. Si soffrì tutto il giorno un caldo che toglieva il respiro, ed in sul tardi alcune vampe di vento, che ci obbligavano di bevere ad ogni istante, di modo che taluno cominciava a scarseggiare d'acqua, ed io stesso non era tranquillo per l'indomani se non diminuiva il calore. Il luogo in cui eravamo accampati chiamasi Dar-el-Hhamara, posto a mezza strada da Suez al Cairo.

Questo tratto di paese di Suez ad Hhamara è quasi affatto sterile ed arenoso: vi si trovano poche piante senza frutta e senza fiori, e sulle rupi pochi cespugli spinosi senza foglie. Il termometro di Reaumur alle otto e mezzo della sera segnava 38° 6′. Molti passeggieri partirono questa notte coi loro dromedarj prendendo una strada traversa per giugnere al Cairo prima della carovana.

Sabato 13.

Il timore di mancar d'acqua ci fece partire alle due ore e mezzo del mattino: e dopo aver attraversate alcune colline si sboccò alle dieci e mezzo in un'altra pianura. Il caldo faceva grandissimo; e per un'ora continua provai il singolare fenomeno di un vento d'O. alternativamente freddo e caldo. Se questo vento avesse soffiato leggermente e per intervalli non sarei rimasto sorpreso, ma era un vento uguale ed intermittente con alternative di freddo e di caldo così rapide e violenti, che spesso nello spazio di un minuto ne faceva provare tre o quattro volte la vicenda del caldo ardente, e del freddo più acuto. Come mai il calorico non equilibravasi colla massa dell'aere ambiente?

Allora coi miei domestici e le mie guardie montate sui dromedarj passai avanti alla carovana, e giunsi due ore prima ad Alberca, detta dai Turchi Birked el Gad (pozzo dei pellegrini). È questi un villaggio di circa cento famiglie posto in così deliziosa situazione, che a chi sorte dal deserto sembra più bello di Versailles, o d'Aranquez. Le inondazioni del Nilo vi arrivano per un canale. Il villaggio occupa la sommità d'una collina corrosa al piede dalle acque; e la collina e la campagna sono coperte di palme simmetricamente disposte; e la salita al villaggio forma uno spazioso ed ameno passeggio rinfrescato dalle acque, ed ombreggiato da alte palme e da altre specie di piante. A piedi del colle, entro una moschea mezzo rovinata, trovasi una bella fonte. In somma Alberca è un luogo di delizie in mezzo ad un vasto deserto di sterile arena, lontano tre ore dal Cairo. Ebbi colà una gagliarda prova dell'apatia de' Turchi: la carovana era accampata presso a questo delizioso giardino dopo un viaggio che doveva farle ardentemente desiderare un così fatto godimento; pure io solo uscii dalla tenda per approfittarne. Il termometro alle cinque e mezzo della sera segnava 42° di Reaumur, ed alle sette ore 37° 3′.

Le mie genti dopo tramontato il sole si sollazzarono tirando de' colpi di fucile.

Domenica 14 giugno.

Si partì al levar del sole; ed io non tardai a trovare gli amici usciti di città per incontrarmi. A due terzi della strada vidi Seïd Omar, capo degli sceriffi, primo personaggio del Cairo, accompagnato da molti grandi e dai dottori della città con venti Mamelucchi a cavallo, altrettanti soldati Arnauti a piedi, domestici ed Arabi armati. Ci abbracciammo con vera effusione di cuore, indi mi presentò un bellissimo cavallo bardato. Dopo esserci riposati all'ombra e preso il caffè, fui condotto a visitare un eremitaggio posto accanto al luogo in cui eravamo. Rimontati poi a cavallo si prese la strada del Cairo, accompagnati da Muley Selima, fratello dell'Imperatore di Marocco, ch'era pur venuto ad incontrarmi.

Strada facendo i Mamelucchi e gli Arabi a cavallo fecero delle corse, delle scaramuccie, e consumarono molta polvere in segno d'allegrezza; lo stesso venerabile vecchio Seïd Omar si compiacque di correre un Djerid, mettendo grida di gioja per celebrare il felice ritorno di Seïd Ali Bey.

Entrammo in città per la porta Bab-el-Fatag, che è di felice auspicio quando si torna dalla Mecca. Seïd-Omar mi condusse come in trionfo in mezzo ad affollato popolo che andava sempre crescendo per le strade e piazze principali del Cairo.

Finalmente arrivammo alla sua casa ove ci aspettava un magnifico pranzo, dopo il quale fui condotto nel mio appartamento. Seïd Omar mi mandò un altro cavallo ancor più bello del primo: ed in tal modo terminò questa festa ed il mio viaggio della Mecca. A Dio sia la lode e la gloria.