CAPITOLO XXXVI.

Donne. — Fanciulli. — Lingua. — Costumi. — Armi. — Siccità. — Matrimonj, nascite, e funerali. — Clima. — Medicina. — Balsamo della Mecca. — Incisioni sul volto.

Le donne hanno più libertà alla Mecca, che in tutt'altra città musulmana. Forse nell'epoca del suo splendore l'immensa affluenza degli stranieri contribuì a pervertirle, e l'abituale miseria e tristezza degli abitanti fu cagione che rimasero quasi affatto abbandonate a se medesime. Certo è per lo meno che l'opulenza e la povertà sono due estremi ugualmente contrarj alla conservazione de' costumi. Qui le donne, come in Egitto, copronsi il viso con un pezzo di tela nella quale sono due fori corrispondenti agli occhi, e questi d'ordinario abbastanza grandi per lasciar discoperto metà del volto; e senza ciò la maggior parte non si cura altrimenti di coprirlo. Tutte le donne portano una specie di mantello, o gran drappo di tela sottile a strisce bianche e turchine, in lungo ed in largo come in Alessandria, che loro dà molta grazia; ma quando loro vedesi il viso, si dilegua ben tosto ogn'illusione, essendo generalmente brutte, e del color giallognolo che hanno gli uomini. Il loro volto e le mani affatto imbrattate di nero, di turchino, o di giallo, offrono uno schifoso aspetto, che forse l'abitudine farà avere in conto di bellezza. Ne vidi taluna che aveva un anello passato a traverso della cartilagine del naso, e pendente sulle labbra superiori.

Esse sono assai libere, per non dirle sfrontate, ove si abbia riguardo alla riservatezza musulmana. Vidi continuamente le donne delle case vicine al mio alloggio stare frequentemente alla finestra, ed alcune affatto scoperte. Una che abitava il piano superiore della mia casa, mi faceva infinite pulitezze e complimenti a viso scoperto, qualunque volta io saliva sulla terrazza per fare qualche osservazione astronomica; lo che mi fece sospettare che le donne potessero essere un ramo di speculazione pei poveri Mecchesi. Tutte quelle ch'io vidi erano assai graziose, ed avevano occhi assai belli, ma le loro guance prominenti, e l'abitudine di tingersi di colore verdognolo, le rende disaggradevoli, e le fa parere oppilate. Del resto parlano bene, e si esprimono con grazia, hanno il naso regolare, ma la bocca grande. S'imprimono sulla pelle indelebili segni, e si tingono il contorno degli occhi in nero, i denti in giallo, le labbra, le mani, i piedi in rosso di mattone, come fanno gli Egiziani, e colle stesse materie.

Il loro abito consiste in un pajo di pantaloni immensi che entrano nelle pantoffole o stivaletti gialli: quelli delle povere sono di tela di canape turchina, e quelli delle ricche di tela screziata dell'India. Hanno inoltre una camicia della più stravagante forma e grandezza. Figurisi un pezzo di tela larga sei piedi, e lunga cinque; questa è la metà della camicia, un altro simile quadrato forma l'altra metà: unisconsi questi due pezzi nella parte superiore, lasciando nel mezzo un'apertura per passarvi il capo; ai due angoli inferiori vien tolta una sezione di cerchio di circa sette pollici, e con tale operazione ciò che forma l'angolo anteriore diventa una curva rientrante, si cuciscono soltanto le due curve, e la camicia rimane aperta in tutta la parte inferiore ed ai due lati dall'alto al basso. Le camicie delle signore sono d'un leggiero tessuto di seta finissima di color violetto liscio o screziato, che si fabbrica in Egitto. Per vestire tali camicie ripiegano sulle spalle la stoffa sovrabbondante della eccedente larghezza, e le ristringono al corpo con una cintura. Al disopra di questa camicia le ricche portano un caftan di tela d'India. Non ho mai veduto loro in capo altro ornamento fuorchè un fazzoletto, ma esse portano cerchietti, anelli, braccialetti come le musulmane degli altri paesi alle mani, alle braccia, alle gambe, ai piedi.

Il commercio della Mecca si limita alle carovane in tempo del pellegrinaggio. Ho già fatto osservare che ogni anno va diminuendosi, onde è facile il calcolare il progressivo vistoso decadimento della santa città. Vi si ricevono da Djedda le mercanzie d'Europa, che fanno la strada dell'Egitto e del mar Rosso; e si hanno per la stessa via molti prodotti dell'India, e dell'Iemen, ed in ispecie il caffè: le carovane di Damasco, di Bassora, dell'Egitto, e dell'Iemen portano il rimanente, e fanno de' vicendevoli cambj.

La consumazione della Mecca diminuisce ogni giorno in ragione della diminuzione delle ricchezze. Generalmente parlando la fortuna degli abitanti quasi tutti Wehhabiti, Bedovini, ed Arabi miserabili si ristringe alla possessione d'un cammello, e di pochi altri bestiami. Vivono quasi nudi sotto tende o baracche, non avendo altri mobili che una scodella di legno, alcuni piccoli pajuoli, un vaso per riporre l'acqua, una tazza di terra, una stuoja che loro tien luogo di letto, due pietre per macinare il grano, uno o due otri per conservare l'acqua piovana: in così misero stato quale alimento offrir possono per un commercio attivo o passivo? A fronte di ciò vedonsi alcuni personaggi riccamente vestiti di tele delle Indie, e di scialli di Cachemire, o di Persia.

Le donne Bedovine dell'interno del paese, non escluse quelle del più alto grado, non hanno altro abito che una camicia grandissima di tela turchina, un velo nero colore di conclicot sul viso, un ampio mantello o velo nero di lana, anelli, braccialetti, ed altre simili cosucce.

Chiara cosa è dunque che una popolazione di così limitati bisogni non potrà mantenere un considerabile commercio, fin tanto almeno che non sia incivilita, cosa presso che impossibile in un paese di deserti, dalla natura condannato alla superstizione, all'ignoranza, alla miseria. Se per alcuni istanti potè sortire da così infelice stato di nullità, lo dovette a quell'impulso momentaneo dell'effervescenza, dello zelo religioso; il quale non potendo lungo tempo sostenersi, nel suo raffreddamento lascia rapidamente ricadere il paese nel naturale suo stato di barbarie e di povertà. Gli storici vantano la nobiltà della nazione Araba, che non piegò mai il capo sotto il giogo de' Greci o de' Romani: ma è questa una falsa conseguenza dedotta dagli avvenimenti. Se l'Arabia ebbe la fortuna di non soggiacere a dominio straniero, lo deve più assai alla natura del paese che al carattere degli abitanti. Qual'è quel capitano che volesse sacrificar gente e denaro per conquistare vasti deserti, e popoli che non possono formare stabili corpi politici, se non quando le opinioni religiose uniscono tutte quelle volontà, che verun altro legame unire non potrebbe a cagione dell'isolamento di ogni tribù, e della sterilità del suolo, che ricusa ogni coltivazione, e per conseguenza anche le relazioni sociali che ne derivano?

La Mecca e Medina sono bensì la culla della lingua Araba, ma per cagione dell'ignoranza generale questa lingua va degradando, e variandosi per fino nella pronuncia con tanto più di facilità, in quanto che viene scritta senza le vocali, e perchè è ricca di aspirazioni che ognuno modifica a suo capriccio, per mancanza di una prosodia nazionale, e di ogni altro mezzo tendente a conservarne e perpetuarne la primitiva tradizione: e perciò in vece di andarsi perfezionando, si corrompe ogni giorno per le viziose espressioni particolari alle diverse tribù, e commercio cogli stranieri.

L'abito dei Mecchesi è simile a quello degli Egiziani, composto cioè d'un benisch, ossia caftan esterno, staccato da un altro che si unisce al corpo con una cintura, d'una camicia, d'un pajo di pantaloni, e di pappuzze, o pantoffole; ma questo è l'abito degl'impiegati superiori, de' negozianti, degli impiegati del Tempio ec. Il basso popolo non ha che la camicia, ed un pajo mutande.

D'ordinario l'arabo Bedovino porta sopra l'abito un largo cappotto senza maniche con due fori per passarvi le braccia. Questi cappotti di lana sono per lo più a strisce alternative bianche e brune, ognuna della larghezza d'un piede all'incirca.

Gli abitanti della città portano berrette rosse col turbante, ma i Bedovini non hanno berretta, e copronsi la testa con un fazzoletto giallo sparso di strisce rosse e nere, diagonalmente piegato in forma di triangolo, e semplicemente gettato sopra il capo, di modo che le due punte degli angoli acuti cadono sulle spalle davanti, e l'altra sul dorso. I Bedovini alquanto ricchi portano su questo fazzoletto un pezzo di mussolina ravvolta in forma di turbante; ma i poveri che formano il grosso della nazione, vanno quasi affatto nudi.

Tranne gl'impiegati del tempio, ed un piccolo numero di negozianti, gli abitanti sono sempre armati. Le armi più usitate sono il gran coltello curvo, l'alabarda, la lancia, e la mazza; alcuni, ma non molti, hanno ancora il fucile.

I coltelli hanno una guaina di forma assai bizzarra: questa, oltre lo spazio occupato dal coltello, ha un prolungamento curvo in forma di mezzo cerchio, e terminato con una palletta, o con altro ornamento più o meno complicato. Questo coltello viene portato obliquamente innanzi al corpo, l'impugnatura volta a sinistra, la curvatura dall'altra banda, e la punta in alto; in modo che i movimenti del braccio destro trovansi assai incomodati da simile disposizione, che non si mantiene che per la forza dell'abitudine: tanto è vero che l'uomo in ogni stato ed in ogni luogo è soggetto ai capricci della moda.

Un bastone lungo quattro piedi e mezzo o cinque al più, armato di una punta di ferro, ed ordinariamente di un'altra piccola punta nell'estremità inferiore è ciò che chiamasi alabarda. La lama o la punta superiore sempre più lunga d'un piede non ha costantemente la stessa configurazione, essendo ora larga ora stretta, con ferro di lancia o di bajonetta ec. Molte di queste alabarde hanno il tronco seminato di piccoli chiodi e di anelli d'ottone dall'alto al basso.

La mazza consiste in un bastone di circa quindici linee di diametro, lungo due piedi, e terminato con un globo dello stesso legno di ventisei in trenta linee di spessezza. Alcuni portano le mazze di ferro.

Assai rari sono i fucili all'europea, e non si vedono quasi che fucili a miccia assai pesanti e rozzi affatto: pure trovansene alcuni pochissimi assai ben fatti, ed io ne vidi uno assai bello tutto intarsiato d'avorio, che si voleva vendere per cento venti franchi.

Alcuni arabi portano certe scuri lunghe circa due piedi, altri vanno armati di bastoni del diametro maggiore d un pollice, lunghi quattro piedi e mezzo, e coperti di ferro nella parte inferiore.

L'arma de' soldati a cavallo è una lancia lunga due piedi e mezzo, ornata di un mazzo di piume nere alla imboccatura del ferro; l'altra punta del bastone vien chiusa da una piccola punta, colla quale il cavaliere fissa la sua lancia in terra perpendicolarmente quando vuole scendere da cavallo.

Gli arabi dell'Iemen portano una spada, ed uno scudo; la spada ha la lama diritta e larga; e gli scudi o sono di metallo, o di legno durissimo, o di pelle d'Ippopotamo; e questi sono i più stimati: tutti sono ornati d'incisioni, ma non hanno che un piede di diametro.

Tale è l'aridità del paese che non si vede veruna pianta intorno alla città, nè sopra le vicine montagne. Ho già detto che gli erbaggi vengono da lontani paesi; e le quattro o cinque piante da me trovate fanno parte del mio erbolajo. Forse in altre stagioni dell'anno se ne troveranno di altre specie; ma non si pensi però di trovare alla Mecca niente che abbia l'apparenza di una prateria, meno poi di giardino: arena e pietre sono i soli oggetti di cui la natura fu liberale a quegli abitanti. Non vi si semina verun grano, che sarebbe opera affatto perduta, non essendovi neppure i prodotti spontanei di ogni suolo, benchè ingrato. In somma non si trovano che tre o quattro alberi nel luogo ov'era un tempo la casa di Aboutaleb zio del Profeta, e sei od otto altri sparsi qua e là in diversi luoghi. Questi alberi sono spinosi, e producono un piccolo frutto somigliante allo zenzuino, dagli arabi detto Nèbbek. Presso ad una casa che lo Sceriffo possiede fuor di città verso il nord, vedesi una specie di giardino con piantagioni di palme dattilifere, che viene innaffiato colle acque di un pozzo.

Persone del paese mi assicurarono che i matrimonj e le nascite non sono accompagnate da feste e da allegrezze come si costuma negli altri paesi musulmani: io non ho veduto a celebrarsene.

I funerali si fanno pure senza veruna cerimonia. Portasi il morto a' piedi della Kaaba, ove i fedeli che trovansi presenti fanno una breve preghiera pel morto dopo la preghiera canonica ordinaria; ed in seguito vien portato il cadavere fuori della città per essere sepolto in una fossa. Per tale funzione innanzi ad una delle porte del tempio sulla pubblica strada v'è una quantità di cataletti: la famiglia del defunto manda a cercarne uno, sul quale si pone il corpo vestito degli ordinarj suoi abiti senza verun ornamento. Dopo sepolto riportasi il cataletto al suo luogo.

Ardente è il clima della Mecca non solo in ragione della sua latitudine geografica, ma particolarmente per la sua posizione topografica in mezzo a nude montagne. Il maggior caldo da me osservato fu di 23 gradi e mezzo di Reaumur il 5 febbrajo verso il cader del sole, ed il minimo di 16 gradi il giorno 16 dello stesso mese alle sette ore del mattino.

Avrei desiderato di raccomodare il mio igrometro, ma non me lo permise la difficoltà di trovare un capello: forse la cosa sembrerà inverosimile, ma non è perciò meno vera. Gli uomini hanno il capo raso affatto, ed i peli della barba non sono buoni: le donne poi per una specie di superstizione non darebbero un capello per qualunque cosa, temendo che si possa far servire a sortilegj e maleficj contro di loro. Per tal motivo quando si stanno pettinando hanno la più gran cura di seppellire segretamente i capelli che loro cadono di capo; e lo stesso caso sogliono fare allorchè si tagliano le unghie. Nè tutti gli uomini sono esenti da così fatte superstizioni: i Wehhabiti per altro pensano affatto diversamente, perchè all'epoca del loro pellegrinaggio li vidi farsi radere sulle strade, le quali rimasero in modo coperte delle spoglie delle loro teste, che sarebbersene potuti riempire dei matterassi: ma tutti questi capelli erano corti, non essendo più lunghi di un pollice.

Non avendo potuto aggiustare il mio igrometro mi trovai privo di uno de' mezzi d'osservazione; ma posso non pertanto dire, che durante la mia dimora alla Mecca l'aria fu costantemente secca; il vento dominante era di S. O. Il cielo fu alternativamente sereno o coperto, come ne' paesi temperati; ma non osservai verun cambiamento subitaneo di temperatura, e d'umidità, quali provai a Djedda. Pare che il clima sia sano, non osservandosi molte malattie, nè malattie croniche, ma nemmeno vi si trovano persone molto vecchie. Pochi sono ancora i ciechi, e niuno affetto dall'oftalmia egiziana. Dal poco che io ne ho detto è facile l'argomentare l'eccessivo calore dell'estate, poichè in tempo d'inverno colle finestre aperte appena si può di notte soffrire sul corpo una leggiera coperta di letto, ed il butirro anco in questa stagione è sempre liquido come l'acqua. Sotto il dardeggiare d'un sole ardente, due gradi al di dentro della zona torrida, nel fondo d'una valle di arena, chiusa da montagne ignude, senza un ruscello, senz'alberi, senza vegetazione, tutto concorre ad accrescerne il calore estremo. Senza dubbio l'Onnipossente si degnò di collocarvi la sua casa per consolazione di quegli abitanti, che senza ciò avrebbero affatto abbandonata così ingrata terra.

Alla Mecca come negli altri paesi musulmani non sonovi medici propriamente detti: pure io ne vidi due che ardivano intitolarsi medici, uno de' quali avrebbe dovuto incominciare dal curar se medesimo: questi empirici solevano impiegare quasi sempre nella cura delle malattie preghiere, e pratiche superstiziose. Dopo ciò è inutile il soggiugnere che non si trovano farmacisti, o altri venditori di droghe medicinali. Quando un abitante si ammala, un barbiere gli cava sangue, e gli fa bevere molt'acqua di zenzero; poi gli si dà dell'acqua miracolosa dello Zemzem in bevanda, e per fare i bagni; gli si fanno mangiare garofani, cannella, ed altri aromi, e l'ammalato secondo che è la volontà di Dio o muore o guarisce. Avendo portata la mia piccola spezieria, curava io stesso i miei domestici ammalati. Il mio padrone di casa si trovò preso da una febbre intermittente: dopo averlo preparato, gli feci prendere un vomitivo, che produsse il suo effetto; ma all'indomani invece di trovarlo sollevato, lo trovai più alterato che mai. Non sapendo quale ragione trovare di così straordinaria crisi, seppi la sera per accidente andando al tempio, che la notte era stato portato al pozzo di Zemzem, ch'era stato bagnato coll'acqua fredda, e fattagliene bere quanta poteva. Tornato a casa riconvenni seriamente i domestici che avevano tenuto mano a questa clandestina operazione, e ricominciai la cura del mio hhazindar, che guarì nel tempo ordinario.

Il famoso balsamo della Mecca è tutt'altro che un prodotto di questa città; che anzi è qui raro assai, e non può trovarsene che quando i Bedovini delle altre regioni dell'Arabia ne portano per accidente. Un uomo, che per essere mecchese, era abbastanza istrutto, mi disse, che questo balsamo proviene specialmente dal territorio di Medina, che colà dicesi Bèlsan, e che i suoi compatriotti non conoscono neppure l'albero che lo produce, il quale chiamasi Gilead.

Osservai in tutta l'Arabia la singolare usanza di farsi tre incisioni perpendicolari al lungo di ogni guancia, lo che fa parere la maggior parte degli uomini marcati da sei cicatrici. Interpellai più persone intorno ai motivi di tale costumanza: alcuni mi risposero, per farsi cavar sangue, altri ch'era una marca colla quale dichiaravansi schiavi della casa di Dio; ma in fondo è la sola moda che impone queste scarificazioni riguardate come una bellezza uguale alle pitture turchine nere e rosse, di cui le donne copronsi il volto. È pure la moda che fa loro portare anelli al naso, e coltelli curvi che rendono incomodi i moti delle loro braccia: ecco cosa è l'uomo.