Desumo la storia di queste due accuse dal Decreto del 10 giugno, facendovi le aggiunte e correzioni opportune dietro il confronto del Decreto del 7 gennaio e l'Atto di Accusa del 25 detto 1851.
«È luogo a ritenersi che a questo punto non si arrestasse la Rivoluzione, ma che, presentendo prossima l'ora del riscatto, i Circoli, coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, si dessero a presentare petizioni per la cacciata dello stesso Principe dal suolo toscano.
«Nel concetto di accoglierle, così scrisse il Guerrazzi nel dì 8 febbraio 1849 (6 ore pom.) al Governatore Pigli:
«Il Ministro Inglese assicura essere andato il Granduca con la sua famiglia a Portoferraio; si faccia tornare il Giglio. Si mandino barche e navigli con Livornesi ed uomini arrisicati a cacciarnelo. Leopoldo non merita ospitalità sopra il suolo toscano, dopo che, con tanta ingratitudine e nera perfidia, ha corrisposto alla fede del suo Popolo. — E la raccomanda il 9 al Governatore di Portoferraio sotto minaccia di destituzione:
«Può supporsi che sia diretto costà, e già si trovi in cotesta Isola, Leopoldo Secondo. — Quando ciò fosse sicuro, egli ha abbandonato la Toscana, il Governo Provvisorio non può permettergli di rimanere in una parte di essa. La sua presenza potrebbe divenire causa di perturbazione, e forse di guerra civile. Ella perciò deve in quel caso invitarlo ad assentarsi anche da cotesta Isola, e fare in modo che la presente disposizione abbia il suo pieno ed immediato compimento. — A ciò mancando non potrebbe da lei evitarsi la destituzione dallo impiego. —
«Fallito il disegno di cotesta Spedizione, e dietro notizia che il Principe era a Santo Stefano, si rinnuovarono dal Guerrazzi al Pigli gli ordini per una seconda Spedizione militare contro il Granduca, chiamando a soccorso le truppe e i talenti del Generale D'Apice che vi si ricusò.» — Perchè, dice il Decreto del 7 gennaio, fosse nelle ferme intenzioni della Rivoluzione procacciare ad ogni costo la partenza del Principe dalla Toscana.
La lettera al Pigli è così concepita: «Dalle annesse lettere che mi ritornerete, e che per difetto di tempo mando nell'originale, vedrete il pericolo che ci minaccia. Colla massima sollecitudine apparecchiate gente scelta che s'indirizzi verso Santo Stefano per la via del Littorale, ma per paese amico, e per ingrossarsi come palla di neve. D'Apice vi scriverà, e vi terrete ai suoi consigli. — 14 febbraio 1849.»
La dichiarazione del Generale D'Apice suona nel modo seguente: «Dirò con tutta verità, che allorquando mi trovava in Empoli ricevei lettera per parte del signor Guerrazzi, nella quale mi diceva lasciassi in Empoli porzione della truppa che io aveva sotto i miei ordini, e con altra mi dirigessi in Maremma, e mi pare precisamente a Grosseto. Ma poichè si trattava che cotesta Spedizione doveva farsi contro il Granduca, che allora era in Maremma, io ricusai incaricarmene.»
E raccomandando io scriveva al Paoli: «Scrivo a lei perchè capace d'intendere e di eseguire. Qui poco si fa, molto si parla. Cornacchie, non uomini. Leopoldo austriaco sta in Santo Stefano, organizza la reazione coll'empio pensiero di convertire Maremma in Vandea. Bisogna fare due cose: riunire quanta più forza si può: parte offrirne al Prefetto di Lucca, parte tenerne a disposizione del Governatore di Livorno. La causa della Toscana, e forse della Italia, dipende da queste misure, perchè da ogni buco può entrare acqua, cagione di naufragio. Rendete ragguaglio, per Dio, di quello che fate. Il Potere centrale deve essere informato di tutto.»
«Pigli (continua il Decreto del 10 giugno) raduna gente di ogni arma. La Cecilia la conduce; sparge proclami, ma non ottiene seguito, nè riunisce gente ai ribelli.
«Questi apparecchi si accelerano, ma rimangono interrotti per dirigere il tumultuario armamento a Pietrasanta a comprimere un tentativo di restaurazione del Generale Laugier che dicevasi avere rialzato a Massa la bandiera del Principato, senza però abbandonare il disegno della cacciata del Principe.»
L'Accusa stessa, poichè ha posto che i Circoli, coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, presero a presentare petizioni per la cacciata del Principe, perchè m'imputa questi fatti? Perchè, come ha proceduto con altri meno di me pressurati, non mi scusa per quello che non mi riuscì impedire, e non mi ricompensa di una parola che non sia disprezzo per quanto operai? L'Accusa non può, e non lo tenta, attenuare il carattere della forza rivoluzionaria, adesso che nel pieno suo impeto punta sopra di me. La ritenga pertanto, com'ella medesima la qualificava, audace, impronta, sprezzante di ogni autorità, che leva il furore a virtù, la moderazione a delitto; la ritenga, com'ella stessa ce la racconta, cospirante in Toscana, anzi per tutta Italia, a rovesciare Monarchia e Statuto; in agguato di opportunità per invadere ogni cosa; opportunità che le venne offerta nello allontanamento del Granduca da Siena; la ritenga, come ella dice, ferocemente esultante per la strage di un Ministro reputato contumace ai voleri del Popolo: e tanto, se giusta, avrebbe dovuto bastarmi presso di lei.
Ma l'Atto di Accusa trova che gli eccitamenti, le improntitudini e l'esigenze (e si guarda di pronunziare violenze, perchè quando si volta a me la Fazione cangia natura) furono adoperate, a coartarmi dopo l'8 febbraio, e, senza precisare il tempo in cui ripresero, crede potere affermare in coscienza che non intervennero nel giorno 8, nè durante lo spazio necessario a commettere gli atti che, a suo parere, costituiscono il delitto di lesa maestà. In più parti di questa Memoria a chiara prova dimostrai lo assurdo di siffatto supposto: aggiungansi nuovi fatti e nuove considerazioni. L'Accusa stessa confessa che il Circolo, nel giorno 8, si costituiva in permanenza armato: e se meglio avesse voluto cercare pei Documenti da lei medesima raccolti, avrebbe trovato che il Circolo fiorentino si era costituito in permanenza fino dal 5, ed aveva creato una Commissione, per mantenersi in corrispondenza continua col Ministero.[260] È naturale pertanto che non se ne stesse con le mani alla cintola; che, se non dormiva il 5, molto meno si addormentasse l'8 febbraio, ma sì attendesse alacre e ardente a conseguire lo estremo suo fine. Ritenuto quello che dicono i Giudici del Decreto del 7 gennaio 1851, che fosse nelle ferme intenzioni della Rivoluzione procacciare ad ogni costo la partenza del Principe dalla Toscana, non può razionalmente negarsi che questi conati urgessero più veementi al primo scoppio che dopo. — Io leggo talora che mancano prove della coartazione; tale altra, che anzi la coartazione è esclusa; finalmente che le prove ci sono, ma non bastevoli. Questo linguaggio non solo perplesso, ma contradittorio, dei Documenti dell'Accusa, mentre gli scredita tutti, mi toglie abilità di conoscere lo stato della procedura; dacchè ognuno comprende che tra il provare poco e lo escludere la contrarietà è grande, come fra la luce e le tenebre. Non sarà privo di ammaestramento, e forse somministrerà subietto di amare riflessioni, esaminare per lo appunto il progresso in peggio degli Atti della Accusa.
Il Decreto del 10 giugno 1850 andante: «Attesochè, comunque il processo manifesti avere il Guerrazzi fatto sforzo di contenere in questa parte le sfrenate voglie della Demagogia (Processo a c. 69, 767, 2220, 2245, 2418.; Som. a c. 2498, 2510, 2513, 2615, 2761), ciò non pertanto, a perimere ogni elemento di civile imputazione, converrebbe giungere a provare luminosamente che tutti gli atti ostili, dei quali si fece autore, furono influenzati da una forza tale da impedire il retto uso della ragione e della libertà, almeno riguardo alla esecuzione dei malvagi disegni che inspiravano, e da coartarlo a non abbandonare quella posizione che poteva strascinarlo al delitto, ec. ec. ec.»
Qui sembra che prove ve ne sieno, ma non per tutti gli atti; come se la violenza politica che nasce da un Popolo in rivoluzione, sempre in atto, o in potenza, presente, e sempre delirante, sospettosa e furiosa, sia di natura transitoria, e instantanea, uguale alla violenza ordinaria che può usarsi da uno o più individui contro lo individuo; e come se non torni lo stesso aver la mano di un uomo sul collo, o udire il ruggito delle moltitudini giù in piazza.
Il Decreto del 7 gennaio 1851 crescendo: «Considerando — che comunque il Processo dimostri che il Guerrazzi, una volta salito al Supremo Potere, si adoperò, in qualche circostanza, a distogliere le più accese voglie della Demagogia; — ciò non pertanto il complesso degli atti autorizzava a ritenere che tutto ciò egli facesse per tenere fermo nelle sue mani il Potere di che, per modi riprovevoli, era giunto a impossessarsi; — e in ogni ipotesi, a perimere la civile imputazione degli atti criminosi dei quali certamente fu autore, dovrebbe esso provare luminosamente...» e segue come nel primo Decreto.
«Considerando che molti sono i fatti allegati dal Guerrazzi per far sentire il predominio assoluto e costante sopra di lui della Fazione; ma oltrechè questi fatti non sono d'importanza da stabilire una violenza irresistibile e continuata, il Processo somministra altri fatti, dai quali emerge la influenza personale su le turbe tumultuanti! — essendosi notato ch'egli dichiarò non averne timore! (pei Giudici di cotesto Decreto timore e paura sono tutta una cosa!) ed essendo egli riuscito, come racconta, a contenerle e comprimerle a vantaggio di privati cittadini....»
Qui i miei sforzi spariscono, e, in certo modo, si neutralizzano in virtù dei prodigiosi ragionamenti del Decreto.
Ora ecco l'Atto dell'Accusa del 29 gennaio 1851 che dà la stretta: «Ma la violenza coattiva, sia allo Individuo, sia al Collegio, non è provata, e resta anzi esclusa in quei primi giorni, e da quei primi atti NEI QUALI E CO' QUALI venne o consumarsi il delitto. Le posteriori improntitudini, insistenze, esigenze ec.» — E qui non solo vi sono piccole prove, non solo cessano o si neutralizzano le prove, ma vi sono prove in contrario. Davvero in questo modo io non ho veduto giuocare nè anche agli aliossi, non che con anime che pensano e sentono, e delle umane miserie profondamente si contristano.
Ben dovrebb'esser la tua man più pia,
Se state fossimo anime di serpi.
Io ignoro il deposto dei testimoni; vi furono, vi hanno ad essere, e mostreranno quanto singolare sia la nuova infermità trovata dall'Accusa della intermittenza rivoluzionaria. Ridotto ai miei soli ricordi, rammento che la Fazione dichiarò essersi arrogata il diritto di vigilare «fino dal 5 febbraio ogni mia azione, d'interpellarmi con la stampa, co' Circoli e co' petizionarii, di chiamarmi a severo rendimento di conto ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.»[261]
Il Circolo nella sua protesta liberamente espose, che la decadenza del Principe e l'abolizione della monarchia fino dall'8 febbraio era stata nel voto, e nel grido di tutti.[262] Dai Giornali si ricava, come nel giorno 13 il Circolo mi mandasse una Deputazione per informarsi di quanto io sapeva, e di quanto operava.[263] Il Governo è dichiarato impotente a salvare il Popolo; s'egli non si muove alla cacciata del Principe, il Popolo farà da sè.[264] Il Circolo fiorentino propone spedire armati da tutta la Toscana contro il Granduca: Firenze si dispone a mandare 1000 uomini.[265]
A tutto questo si aggiungano uomini sempre al mio fianco armati, fino dal giorno otto febbraio, nell'anticamera e pei corridoj, sicchè si rendeva difficile il passare; più spessi nei primi giorni, che dopo; commissarii dalla città, commissarii dalle Provincie;[266] individui ancora, che con brusca cera, così nelle sale, come per le vie, senza distinzione, di giorno o di notte mi fermavano, e m'interpellavano. Con gli scarsi Documenti che ho per le mani, mostrai pocanzi, essere state rammentate le deputazioni dei Circoli di Livorno, Arezzo, Prato e Pistoia: ho mostrato gli eccitamenti alle Provincie di accorrere per coartare il Governo, ma prima passassero nell'aula del Circolo fiorentino, per dare e ricevere conforto, per concertare istruzioni; ho esposto le lagnanze amare, le minaccie e le accuse contro il Governo, perchè per lo appuntino, e subito, non obbedisse; fu detto delle trame contro di me, della dichiarazione di tradurmi in giudizio, dell'aperta rampogna di traditore, della strage più e più volte minacciata. Quello, che Popolo e soldati facessero nei primi giorni del febbraio, esaminatelo nei Giornali del tempo.
E tutto questo pare poco alla Accusa! Di triplice acciaio deve avere ricinto il petto l'Accusa! Cotesto suo non è umano coraggio, o almeno di cotesti uomini antidiluviani, che potevano dire: «Col leone lottai mentre era fanciullo, e sebbene scherzassi, egli fuggì ruggendo dalle mie mani co' denti rotti.»[267]
Io trovo prova di quanto affermo in certo tentativo avventurato dal signor Marmocchi, per allontanare da sè il nugolo delle moleste deputazioni, e il nugolo più tristo degli sciagurati, che o per malizia propria, o aizzati da altri, accorrevano delatori di sospetti per istrascinare il Governo nelle vie rivoluzionarie, e porre le mani addosso ai designati cittadini.
«Firenze, 28 febbraio 1849. — Il Ministro dello Interno rende noto, ch'egli non riceve deputazioni di verun Circolo, od altro corpo morale, se non sono munite di speciale mandato in iscritto, che indichi chi le spedisce, e l'oggetto della missione.»[268]
Imperciocchè gente nefanda, nefande cose voleva; e, parve che ordinandole scritte, il pudore dovesse trattenere da porle in discussione, e ridarle in iscrittura. L'Accusa ha da essermi cortese di questo, che ordinando nel 28 febbraio cessassero, ciò significa che avevano incominciato innanzi; e se il Circolo, anzi i Circoli fino dall'8 febbraio si costituirono in permanenza per invigilare e dominare il Governo, dica nella sua coscienza chi legge, con quale verità si possano asserire queste tre cose a un punto, — che non ci sono prove, — che ve ne sono, ma non bastevoli, — che ci sono prove che escludono l'allegata violenza. Come queste tre cose possano stare insieme, non bisogna domandarlo a me; a me tocca udirle, e commentarle co' mesti giorni di carcere troppo più che bienne; e' vuolsi chiederne ai Magistrati, che le seppero accozzare insieme.
E come le referite cose precederono il 28 febbraio 1849, così lo susseguirono, non essendo mai riuscito di allontanare dal Governo le fervide istanze e i più fervidi petenti, per conseguire lo scopo che stava in cima di ogni loro pensiero.
Nel giorno stesso, e nel medesimo Monitore, il Ministro dello Interno rende noto pubblicamente: «che i Rapporti di Polizia, che i privati cittadini si degnano trasmettere per il pubblico bene, sieno inviati invece ai rispettivi Prefetti, ai quali soltanto spetta questo incarico, perchè, mentre è compreso di gratitudine per le premure che in tal modo i Cittadini mostrano pel Governo, non potrebbe convenevolmente corrispondervi.»
Nè per questo cessarono le denunzie segrete, e le intimazioni ad arrestare i cittadini sospetti, che io con mille espedienti attesi ad eludere. I Rapporti di Polizia lo proveranno, e verrà dichiarato chi sieno coloro, che mi devono libertà, sicurezza; forse anche la vita. Di tanti mi basti allegarne uno, non per vana jattanza, molto meno per rimprovero, ma perchè di questo fatto si hanno a trovare negli Archivii le prove.
Spesse e insistenti Deputazioni del Circolo pretendevano che l'attuale Presidente del Consiglio dei Ministri signor Baldasseroni della pensione si privasse, e come cospiratore contro il Governo si traducesse in carcere. Stretto da tanta pressura, risposi stessero sicuri, avrei provveduto senz'altro. Rimasto solo col mio Segretario sig. Chiarini, lo interrogai intorno alla sua opinione, che a me non conviene riferire, perchè, trovandomi adesso ridotto in misero stato, parebbe viltà; basti che io la seppi tale da dovere esclamare: «Non sarà mai detto che io dia mano a perseguitare gente dabbene.» Però, onde oppormi con buon successo alla Fazione, scrissi lettere particolari al Prefetto Martini, onde segretamente s'informasse e con lealtà referisse. Di queste ricerche occorre traccia a pag. 501 dei Documenti dell'Accusa: «La persona spedita ieri a Usigliano di Palaia è tornata. Riferisce, che Baldasseroni è con la famiglia in villa Bertolla, e conduce vita ritirata, senza apparenza da ingerire sospetto di cospirazione. Domani con la posta dirò qualche cosa di più in particolare.» Non piacquero le notizie Martini; il Partito mandò suoi emissarii sul luogo a invigilare, è comecchè non ricavassero costrutto, pure tornarono ad assalirmi; onde io di nuovo mi rivolsi al Prefetto di Pisa; e questi sempre più confermando i suoi Rapporti, io mi adoperai così efficacemente, che giunsi a rimuovere cotesti arrabbiati dalla disonesta persecuzione. Le lettere responsive dell'ottimo signor Martini, tutte di suo carattere, furono, se non erro, dal Segretario Chiarini consegnate al Segretario Allegretti, affinchè le depositasse nello Archivio. — Il signor Barone Bettino Ricasoli volevasi ad ogni costo arrestato e processato; lui accusavano di cospirazione, eccitatore di sommosse, ricoglitore nel suo castello di Broglio di moschetti, e perfino di cannoni.[269] Questo signore aveva provato avverso, e però doveva essermi raccomandato maggiormente: almeno io penso, e sento così!.... Mandai persona a posta, fidata e discreta, e trovai che moschetti ne aveva, ma per la Guardia Civica, ed anche cannoni, ma di legno, innocente minaccia un giorno su i merli del Castello, adesso confinati in cantina, come vediamo tutto giorno accadere anche ad oggetti che cannoni di legno non sono, e lo hanno per bazza; e lui inconsapevole difesi da fastidii, e forse da gravi pericoli. Detenuto nel Forte San Giorgio per ordine della Commissione Governativa, di cui il Barone Ricasoli faceva parte, io volli contestargli questo fatto: pare che poco, anzi punto lo muovesse. Io ho reso bene per male, altri resero male per bene: certo i Signori della Commissione mi hanno fatto perdere tutto.... tutto, tranne la fama: essi poi non hanno perduto nulla!.... Ma io aveva promesso allegare uno esempio solo, e ne ho citati due.... troppo si produrrebbe lunga la storia, e tanto mi basti.
Rimane adesso ad esaminare, che cosa potessero i Circoli in quei tempi. I Circoli, nientemeno, si reputavano, ed erano padroni; il Governo aveva ad essere arnese passivo, ed esecutore docilissimo; altrimenti, fuori; oppure avrebbero fatto da loro. Avvi una testimonianza gravissima di quello che potesse allora il Governo, ed è del Ministro Inglese. Se fossero pubblicati i Dispacci di Benoît Champy Ministro di Francia, ne avremmo altra solenne conferma. Lord Hamilton scrive a Lord Palmerston, con lo scrupolo di fidato mandatario e con l'accortezza del diplomatico, affinchè il superiore si regoli nella sua politica. — Tanto meglio voglionsi ritenere esatte coteste informazioni, in quanto che, come ho avvertito, Sir Carlo Hamilton ne riferiva di vista. Ecco pertanto in quali termini egli si esprimeva: «Il Governo Provvisorio è obbligato però di sottomettersi a padrone supremamente dispotico, il quale ad ogni ora gli rammenta le catene con le quali lo tiene stretto, cioè il potere dei Circoli (clubs). QUESTE FORMIDABILI ASSEMBLEE GOVERNANO IL GOVERNO. È impossibile esagerare il terrore e la desolazione di questa bella città.»[270]
Il Ministro Hamilton, comecchè così vedesse e sentisse, pure non rifiniva raccomandarmi: «resistete, resistete; salvate il vostro Paese.» Benoît Champy dava simili conforti; entrambi promettevano scrivere ai loro Governi lettere amplissime in lode degli sforzi da me sostenuti; il primo anzi assunse di fare rettificare in certi Giornali esteri, segnatamente nel Débats, gli erronei giudizii: entrambi offerivano, in qualsivoglia evento, protezione dei loro Governi, asilo nelle proprie dimore. In Toscana, Giudici miei concittadini, presenti, scienti forse più degli Esteri Ministri, mi rampognano e mi accusano, e non solo mi accusano, ma mi oltraggiano con insulti fabbricati nel 1800!
Un'altra persona domiciliata qui a Firenze, scrivendo nell'8 marzo a certo suo amico di Parigi, tale gli dava ragguaglio delle nostre condizioni: «I Ministri e il Comitato esecutivo — tutti sono obbligati a sottomettersi alla tirannide di una mano di Faziosi, che si fecero padroni di Firenze, quantunque la più parte non sia neppure nativa del Paese. Firenze è fatta convegno di tutti i seminatori di zizzanie della Penisola. Ridotti in Club, che porta nome di Circolo del Popolo, dettano leggi, promulgano decreti, ai quali il Governo ha da sottomettersi docilmente.»[271] Infatti il Giornale del Circolo così con parole ingenue ne raccontava la importanza e lo istituto:
«Essi sono un vero Magistrato (i Circoli) del Popolo, cui egli corre per tutti i suoi interessi, per tutti i suoi reclami e lagnanze, e vi trova tutte le simpatie per ottenere protezione. — (Popolano, 17 febbraio 1849.)
E quando in cotesto modo scrivevano, ero pur giunto a impedire che i Circoli dominassero interi; e la potenza loro scemava: si pensi un po' quanto potessero allora che mandavano commissarii in Provincia, e sopra ogni canto gli Oratori loro con accese parole aggiungevano legna al fuoco, le armi in pugno brandite tenevano.
Ora sotto la impressione di questi fatti si prendano a considerare i Dispacci dell'8 febbraio. —
Il primo delle 2 e ½, strappato a forza, porta seco evidentemente la prova della violenza immediata, avvegnachè vi si legga perfino la dichiarazione della decadenza del Principe, che sempre ho combattuta e impedita.
Nel secondo delle 5 e 10 minuti, è gittata la parola che accenna l'áncora di speranza, con la quale in quei fortunosi frangenti immaginava salvare il Paese: «Si rammentino tutti, che sarà proclamata presto la Costituente TOSCANA.»
Quando non occorressero altre prove, per conoscere che il Dispaccio dell'8 febbraio 1849, ore 6 p. m., fu imposto dalla violenza della Fazione trionfante, basterebbe questa sola, ed è che facendo scrivere il 14 febbraio 1849 (giorno della Spedizione a Santo Stefano) al Governatore di Portoferraio, lo ammoniva: «Se il Principe è partito, non è decaduto; lo Stato non è perciò venuto a mancare; le leggi non sono abolite ec.»[272] Ma importa inoltre riflettere alla inanità del medesimo. Generalmente, me non reputano stupido affatto: però, se la condizione mia non fosse stata in quel punto pericolosa così da farmi temere ogni obiettare fatale, se io avessi sperato, che tra i furibondi schiamazzi dei comandatori la Spedizione di Portoferraio potesse avere luogo consiglio, come non richiamarli a considerare «che ritenuta certa la partenza del Principe per Portoferraio, di due cose dovevano ammetterne una, o che il Principe vi fosse arrivato, o no? Se arrivato, o gli Elbani nol vogliono accogliere, e allora qual forza possono aggiungere a loro cento o duecento persone? Se lo hanno accolto, e quale urto mai vi augurate che facciano poche barche, contro fortezze giudicate insuperabili, e difese da molte centinaia di cannoni di grosso calibro? Non poche barche, ma intere armate male si avventurerebbero sotto le batterie del Falcone e della Stella. Dove poi non fosse arrivato, come si sosterranno le vostre barche, se venissero ad incontrarsi contro le fregate a vapore il Porco-Spino e il Cane Mastino, rinforzate dalla fregata a vela la Teti, e il vascello di primo ordine il Bellerofonte?[273] Ma nè queste, nè altre, erano riflessioni da potersi avventurare a quel tempo, nè alcuna. «A Portoferraio! a Portoferraio!» urlava la turba infellonita, e bisognò darle aperto il Dispaccio, che vollero portare alcuni di quella allo Ufficio del telegrafo. Come ci hanno testimoni i quali attestano, che nella mattina dell'8 febbraio il Niccolini diceva: «Noi siamo d'accordo, tranne col Guerrazzi... ma...», così non ne mancano altri co' quali egli confidandosi, nei primi giorni di cotesto mese infaustissimo, palesava: «andrebbe bene ogni cosa; solo resistere Francesco Domenico alle loro mire, ma gli avrebbero messo il cervello a partito.»
La storia moderna mi somministrerebbe esempii in copia per mostrare come in simili casi si comportassero uomini incanutiti fra guerreschi pericoli. Vi rammentate il 17 marzo del 1848 a Milano? Quando i deputati del Popolo lombardo si presentarono al conte O'Donell capo del Governo, per esigere da lui la sanzione di atti ostili all'Austria, negava forse? No; diceva: «Farò quello che voi volete, quello che voi volete. Sì, avete ragione, giù polizia, giù tutto!»[274]
E fu appuntato perchè non avesse resistito? Lo accusarono forse, perchè avesse acconsentito a buttare giù tutto? Ed io tutto non dissi che gittassero, e mi adoperai che ciò non facessero. Non incontrò tanto crudeli e poco assennati sindacatori, imperciocchè la sua resistenza, come di certo esizio per lui, così non avrebbe apportato profitto alcuno alla fortuna austriaca in quei giorni. Il sagrifizio della persona allora è lodevole, che, come nello esempio del Cavaliere d'Assas, gridando all'erta, ad onta della morte minacciata, si dà la sveglia al campo e si preserva dalla sorpresa: altrimenti è giudicato follia.
La discretezza, di cui per certo non mi dà norma l'Accusa, mi trattiene dallo esaminare la condizione di tutti coloro che si dichiararono coartati, e dal confrontare se le scuse che addussero e furono tenute buone, a paragone delle mie, dovessero più o meno gravi considerarsi: forse lo dovrò fare più tardi; — mi basti per ora uno esempio domestico.
Ferdinando Zannetti procedè sempre zelante delle libertà costituzionali: nel 12 aprile, io penso che più efficacemente degli altri alla restaurazione del Principato Costituzionale desse opera; e fu dei primi, che il Decreto a questo scopo tendente firmò: era Generale della Guardia Civica, e quindi stava in lui il comando della forza capace a schermirsi; egli conosceva i pericoli della Unione con Roma; egli sentiva quanto poco il Popolo, pure allora chiamato a libertà, fosse disposto a reggimento repubblicano; assennato com'è, prevedeva eziandio che il suo pronunziarsi per la Repubblica avrebbe potuto strascinare irreparabilmente il Governo; egli era stato testimone del mio rammarico espresso agli Ufficiali della Guardia Civica per la partenza del Principe, e dell'aspra lotta da me sostenuta perchè la Repubblica a furia dai violenti non si pronunziasse; e nondimeno, invitato dal Popolo, ebbe a gridare: Viva la Repubblica! Viva la Unione con Roma![275] Quando il Popolo è preso da una passione, e i più fervidi di quello ti fanno cerchio dintorno, e schiamazzano, e gridano, chi mai resiste? Chi può resistere? Me poi il Popolo non calcava festoso, ma torbido; non invitava, ma minacciava; non arrendevole trovava, ma in quanto mi era dato con industria opponente. Gli arrabbiati della Fazione trionfante, padroni nei primi giorni di tutto, non si muovono dalle mie stanze, notte e giorno spiano gli atti, le parole e i pensieri.
E tutto questo sembra poco all'Accusa; anzi, ella, proprio in coscienza, crede che, invece di provare, escluda la prova della coartazione!
Io mi ricordo avere letto nei Giornali dei tempi certo discorso, o lettera di Giuseppe Mazzini ai suoi amici di Roma, nella quale gli ammoniva non volersi partire di Toscana, prima di avere conseguíto il suo intento. Ora (e spero che l'Accusa non mi vorrà smentire almeno in questo), io affermo che il concetto mazziniano fosse repubblicano.[276] — L'Accusa avverte, che la presenza del Principe in Toscana era pruno negli occhi ai Rivoluzionarii.[277] Qui dentro, Romani, che la Unione con Roma e la Repubblica agognavano; qui Lombardi, che nella Repubblica vedevano l'unica via per ritornare alla patria, ai domestici focolari, e alle gioie di famiglia; qui il lombardo signor Maestri, Inviato straordinario romano, forte del soccorso del Circolo, il quale, come il signor Rusconi si esprime, lottava quotidianamente per portare via di assalto la Unione con Roma. All'Accusa sembra che tutti questi elementi qui condensati escludano perfino la possibilità, che io mi trovassi nei primi giorni costretto a consentire quelle cose a cui non trovavo riparo, nè con la forza, nè con la opinione, nè con lo ingegno.
Che Dio benedica l'Accusa! Se si confronteranno i varii Dispacci scritti nel giorno 8 febbraio, dalla forma stessa del linguaggio, chiunque imparziale consideri, argomenterà la maggiore o minore coazione, che in quel momento pativo. Infatti nei Dispacci telegrafici scritti a dettatura sotto la immediata pressione, tu leggi d'ingratitudine e di nera perfidia: nel Dispaccio scritto al Governatore di Portoferraio si dice, che il Governo non può permettere al Granduca di rimanere in una parte della Toscana; che la sua presenza potrebbe causare perturbazione, e forse guerra civile; la cacciata diventa invito di assentarsi.
Qui per avventura si obietterà: — e non potevate mandare contr'ordine segreto al Governatore di Livorno? — In qual modo spedirlo perchè giungesse a tempo? Per telegrafo forse? Allo Ufficio di Livorno era preposto tale, che prima di recapitare i Dispacci al Governo ne faceva copia alla Fazione. Tentai rimuoverlo, ma il Popolo tumultuante volle stesse fermo in Livorno; di vero egli serviva meglio lui, che il Governo. — Potevate mandare le lettere per la posta. — E chi se ne fidava? — Per messo particolare. — Non era agevole sottrarmi, nei primi giorni, alla incessante sorveglianza; e avrei trovato chi avesse voluto incaricarsene? E trovatolo, in quale estremo pericolo non avventurava lui con me stesso? Adesso non doveva trattenermi il medesimo dubbio, che in buon punto mi persuase a resistere alle sollecitazioni del Colonnello Reghini a Livorno? Più tardi, e quando credei poterlo fare senza danno, mandai persona a Livorno a chiarire i miei amici delle mie intenzioni, ma allora era impossibile. Pure via, tutto questo doveva arrischiarsi in negozio sì grave; arrisichiamo.... perchè? Per far pervenire il Dispaccio in mano di gente che lo avrebbero letto in piazza, alla presenza del Popolo!
Intanto, è vero che una frotta di furiosi intronava le orecchie gridando: «Bisogna cacciare il Granduca; Portoferraio sta per diventare la Terceyra di Toscana; di là muoveranno trame, cospirazioni e guerra civile: egli è evidente: qui non vi ha mestiero indugio; bisogna provvedere, e subito; scrivasi al Governatore di Livorno, a quello di Portoferraio; da tutta Toscana si muovano gente. Il Popolo comanda questo e questo altro, e vuole essere obbedito, e subito: ora non hanno luogo discorsi, e guai a chi esita.» Lo sguardo torvo, lo scrollare minatorio del capo, le pugna percosse sopra la tavola non si rammentano; tacere allora, e obbedire, fu la mia parte, senza potere nemmeno fare osservare la inanità degli ordini. Nè meno insensata parevami la lettera, ch'ebbi a mostrare scritta, al Governatore di Portoferraio, con minaccia di destituzione; avvegnadio se il Principe fosse sbarcato, protetto da quattro legni da guerra, non il Granduca era in potestà del Governatore, ma il Governatore del Granduca; e supposto che il Governatore si mantenesse parziale al Principe, la minaccia di destituzione avrebbe destato la sua ilarità.[278]
Aveva pensato in prima di porre a piè di pagina a guisa di note, e per ordine di data, i fatti narrati quotidianamente dai Giornali, onde confutare lo strano concetto dell'Accusa, che la violenza dei Faziosi mi lasciasse libero di operare tutti gli atti nei quali e pei quali venne a consumarsi la perduellione: ma considerando come questo partito genererebbe confusione e stanchezza, mi è parso bene raccoglierli tutti in un punto, affinchè servano come di Appendice al paragrafo della Spedizione all'Elba, e d'Introduzione a quella di Porto Santo Stefano. Però vuolsi avvertire una cosa, che molti fatti non occorrono rammentati dai Giornali, avvegnadio le violenze, i soprusi e le soperchierie non si raccontino; e rifletterne un'altra, che nei primi giorni i Faziosi, troppo più occupati a operare che a scrivere, nè tempo avevano nè modo di registrare per lo appuntino i gesti loro: sicchè operavano più, scrivevano meno. A questo, in parte, devono avere supplito i testimoni uditi dall'Accusa, e meglio suppliranno questi stessi più diligentemente ricercati, e i nuovi che saprà addurre la Difesa.
Nel giorno 8 febbraio abbiamo dai testimoni, ricercati dalla stessa Accusa, che il Niccolini, eccitando la gente a unirsi a lui per mandare a fine i suoi disegni, affermava: «ostare io solo.... ma!...» Ancora: che poco prima, o poco dopo di quel giorno stesso, ad altro testimone Niccolini medesimo confidava: «trovare resistenza in me.... ma che mi avrebbero messo giudizio.»
Ora dai Documenti dell'Accusa resulta che il Circolo di Firenze stette in permanenza fino dal 5 febbraio 1849. (pag. 193.) E questa permanenza venne di nuovo decretata, e con più rigore mantenuta nel giorno 8, nè il 20 febbraio era per anche sospesa. «Il Circolo... sempre in permanenza fino dal dì 8 corrente.» — (Popolano del 20 febbraio 1849.) — Che cosa potessero i Circoli non importa ripetere.
Della sospettosa Polizia del Circolo l'Accusa stessa raccolse prova, e la citerò più tardi; intanto osservate come fino dal declinare del gennaio egli procedesse a investigare sottilmente le cose, e le persone: «Il Circolo del Popolo nella sua seduta ordinaria del 28 gennaio deliberò di stabilire una inchiesta su i fatti avvenuti la notte del 27, e nominò una commissione composta di cinque membri del Circolo, a cui dirittamente furono porti i più estesi e precisi ragguagli intorno agli avvenimenti in discorso.» — (Frusta Repubblicana, 1 febbraio 1849.)
Quello che il Partito trionfante faceva e ordinava al Governo che facesse, si ricava dalla Costituente Italiana del 9 febbraio, organo, come sappiamo, della Emigrazione armata, fra gli accesi accesissima a precipitare lo Stato a Repubblica, per le ragioni chiarite in più parti di questa Apologia. «Non lasciate ricadere il Paese in un fatale letargo, non lasciate ch'ei si addormenti. Agitatelo, tenetene sempre desta e viva la vita! In ogni momento colla parola, colla presenza, cogli atti mantenetevi innanzi alla sua attenzione, ponetevi con esso in continua, incessante comunicazione di spiriti e di idee! Che da tutto e dovunque il Popolo conosca ch'ei non versa nelle condizioni ordinarie, bensì tra vicende agitate e pericolose, e anzichè cullarlo con facili lusinghe, gridategli sempre: all'erta! all'erta! Rammentatevi l'artefice che ha bisogno di aver sempre rovente il ferro per foggiarlo secondo la propria intenzione. Solo in questa intimità tra il Popolo e voi, solo dentro a quest'aura di rivoluzione e di entusiasmo sono possibili le forti cose, a operare le quali oggi voi foste chiamati.» Padroni di tutto, è da credersi che non si rimanessero ai soli consigli commessi alle pagine infiammate del loro Giornale, ma sì alle parole aggiungessero lo esempio.
Se nel primo giorno il Circolo fiorentino facesse forza, e poi, uditelo un po' dal Giornale che ne registrava gli atti e i concetti: «Armi al Circolo del Popolo, legione sacra che stette sempre al primo posto ogni qualvolta occorse combattere i nemici del Paese, ogni qualvolta occorse spingere la bilancia delle nostre sorti che pendeva incerta....»[279] I vecchi consigli di violentare il Governo praticavansi. —
Voi desumete prova che nei primi giorni non mi era dato oppormi apertamente in nulla, dal rimprovero che mi muovono, il 15 febbraio, «di non volere dichiarare la Repubblica, perchè la Repubblica bandisce decaduto Leopoldo, e di ostare alla Unione con Roma per amore della autonomia toscana, della quale dieci giorni indietro vi mostravate poco curante.» Il giorno 8 mostrarsi poco curante era tutto quel più, ed anche non senza molto pericolo, che potesse farsi.[280]
«Voi non volete dichiarare Repubblica, perchè la Repubblica dichiara decaduto Leopoldo, e la decadenza di Leopoldo porterebbe intervento, invasione, abbassamento di stemmi inglesi e francesi, e tutte le diavolerie immaginabili.
Voi non volete per ora l'Unione con Roma, perchè l'Unione con Roma ci toglie l'autonomia toscana, di cui oggi vi mostrate tanto passionati, quando dieci giorni fa ve ne mostravate non curanti; e la distruzione di autonomia importando infrazione dei trattati di Vienna, importerebbe anch'essa intervento austriaco, invasione straniera e tutta la solita litania. Ma dunque che cosa volete?» — (Frusta repubblicana, 15 febbraio 1849)
Gli Emigrati Lombardi amaramente mi rampognavano nel 14 febbraio, che da sei giorni io non adémpia le grandi misure nè adoperi lo impeto di azione che mi avevano inculcato dalla prima ora della mia chiamata al governo. Consigli di gente armata, accesa di passione politica, smaniosa di ricuperare la Patria, convinta profondamente che per altra via non vi si ritorni, che sieno, dacchè l'Accusa non vuol capire, capite voi tutti che leggete queste pagine, e vedete con quanta giustizia di me si faccia lo strazio disonesto.
«Sei giorni sono trascorsi, e noi cercavamo indarno negli Atti del Governo quella coscienza delle grandi misure, quello impeto di azione, che dalla prima ora della sua esistenza gli avevamo inculcato.» — (Costituente Italiana del 16 febbraio 1849.)
E se l'Accusa volesse sapere quali ammonimenti mi dessero i Settarii, e come facessero a fidanza, e se mi lasciassero libero, altro non ha che fare, che leggere queste poche righe: «Fino dall'8 febbraio abbiamo detto agli uomini che le speranze del Popolo avevano inalzato al Governo: noi vi richiederemo conto strettissimo giorno per giorno, ora per ora, della opera vostra, e un minuto sprecato, è una colpa; e noi conteremo i vostri minuti.»[281] Vero è bene che chi scriveva dichiarava essersene astenuto, e in quanto a sè forse non profferiva bugia; però lo aveva fatto fare dalle Deputazioni incessanti dei Circoli, e dagli Assembramenti popolari.
E se all'Accusa prendesse così per genio vaghezza di conoscere quale potere i Giornali e i Circoli si fossero arrogato sul Governo, può, a tempo avanzato, vederlo in queste parole: «Noi però abbiamo conservato sopra tutti i vostri atti un diritto e un dovere; il dovere di vegliare su di voi; il diritto di provvedere a noi, se voi stessi nol fate.»[282]
Oda un po' l'Accusa che cosa il Circolo del Popolo, onnipotente, allora, intendesse istituita fino dal 10 febbraio; e neghi che se io non ero, ella avrebbe veduto il Tribunale rivoluzionario, e feroce, e insensato, e spietato, come.... come vediamo essere tutti i Tribunali nei giorni dell'ira di Dio.
«Un Comitato straordinario di Salute Pubblica sia immediatamente instituito. Sieno uomini provati a libertà, ad energia di cuore e di mente; abbiano pieni i poteri; sia rapido, estremo il giudizio: vigilino a vicenda il giorno e la notte; dispongano sempre di forze determinate e sicure. Sia lor cura scuoprire le fila intricate e lunghissime della reazione; e scoperte, con lo esempio della pena prevengano colpe e pene ulteriori. Tutto ciò noi domandiamo al Governo Provvisorio di Toscana, — lo domandiamo col linguaggio della necessità, con la coscienza ferma del diritto, con la volontà irremovibile del Popolo libero.» — (Popolano dell'11 febbraio 1849.)
E che la Unione con Roma, e per conseguenza, la Monarchia abolita, il Principe decaduto, la Repubblica proclamata, fossero non pure desiderii o voti, ma ordini imposti dalla Fazione trionfante, fino dal giorno otto febbraio, voi lo vedete a prova. «La Unione con Roma era per noi condizione della esistenza del Governo Provvisorio fino dal giorno otto febbraio; fino dal giorno in cui il Popolo restituito nel pieno possesso dei suoi diritti rovesciava per sempre un ordine di cose impossibile ormai.» — (Alba, 25 febbraio 1849.)
«Ieri abbiam detto al Governo Provvisorio di Toscana diritti e doveri. — Con franchezza gli abbiamo accennati: diremo con franchezza se verranno compiti. — Una verità oggi ripetiamo, una suprema verità: — il tempo preme, fate tesoro del tempo.
«Abbiam detto ieri uniti con Roma, — oggi diciamo immediatamente uniti. I bisogni vincano le forme. — Cittadini! quando vi abbiamo affidati poteri assoluti, abbiamo ad essi posto il suggello di una condizione: l'Unione con Roma: avete accettati gli uni, avete dunque accettata l'altra; compitela.
«Gli avvenimenti mutarono. La Repubblica Romana è proclamata. A voi incombe inviare tosto un plenipotenziario che rechi il saluto e l'omaggio di Toscana alla gloriosa sorella. A quest'ora l'avrete fatto: se no, perchè il ritardo?
«L'Unione con Roma fu decretata, acclamata dal Popolo: restano a stabilirla nodi di legalità: stringeteli.
«Trentasette Deputati erano già destinati alla Costituente nazionale. Questi si raccolgano prima in Costituente Toscana, — compiano la volontà del Popolo, sanzionino il patto di Unione, costituiscano lo Stato della Italia Centrale. Poi vadano a Roma rappresentanti nostri alla Costituente Italiana, e dal Campidoglio dettino a noi i decreti, comunichino a noi le speranze e i bisogni.
«Ciò vi domanda il Popolo, — ciò vuole il Popolo. Poichè se dai bisogni, dalle speranze e dai fatti fu il tempo prevenuto, l'opera deve eguagliarlo non solo, ma superarlo eziandio. Meglio con l'opera d'oggi affrettare il domani, anzichè affaticarci a ricostruire sui frantumi di ieri.»[283]
E badate, che nè soli, nè più temibili erano i Lombardi, condotti in parte dallo stesso Ministero Capponi, ma Napoletani, Romani, e Romagnuoli crescevano l'ansietà, e la paura. Fino dall'8 febbraio la Fazione organizzò una Legione Romana; nel 12 del medesimo mese ne apparecchiò un'altra; il Popolo anch'esso si armò: «Questa sera una nuova Legione di Romani sta organizzandosi per offerire i suoi servigi al Governo. Anche il Circolo del Popolo sta ordinandosi in legione armata, per mettersi a disposizione delle autorità.» E mettersi a disposizione del Governo significava: attendesse a fare a modo del Partito Repubblicano; se no, guai!
Che cosa si proponesse fino dall'8 febbraio 1849, e che cosa gridasse tutto il Circolo del Popolo in permanenza, lo si legge nel Nº 16 febbraio del Popolano: «Nell'adunanza di ieri sera il Circolo del Popolo fu invitato da un socio a ripetere con solenne dichiarazione quello che fino dal dì 8 febbraio era stato nel cuore e nel grido di tutti: la decadenza del Despota, e l'abolizione della Monarchia.»
«Qual bisogno ha oggi la Toscana di rimettere ad una Assemblea la decisione di un voto, il quale fu già deciso dal Popolo?... Il Popolo ha già deciso di essere unito con Roma, e Roma ha proclamato la Repubblica il giorno stesso di tale decisione.» — (Popolano del 15 febbraio 1849.)
E fino da Roma venivano le congratulazioni al Giornalismo toscano per avere insistito presso il Governo Provvisorio affinchè indissolubilmente si unisse con Roma. Altrove notammo, e qui giovi ripetere, Giornalismo di partito trionfante, che sia; e che cosa importassero le parole e le insistenze della Emigrazione Lombarda organizzata a corpo militare, e del Circolo armato.
Di buon grado riproduciamo le seguenti osservazioni del Giornale romano l'Epoca intorno alla pronta Unione della Toscana agli Stati Romani:
«Noi facciamo plauso al Giornalismo liberale di Toscana, il quale fin dal giorno di partenza del Granduca Leopoldo insistè presso il Governo Provvisorio, perchè si unisse subitamente e indissolubilmente col Governo della Costituente Romana. E questo fatto, se così vogliam chiamarlo, questo diritto, se meglio intendiamo di esprimerlo, era implicito nel mandato consegnato dal Popolo ai tre rappresentanti del Governo Provvisorio medesimo....
«La Toscana in qual senso potrebbe ella adunare la sua Costituente? O a meglio dire, cosa potrebbe decidere questa Costituente che nel fatto non sia già deciso? O ella sceglie il Governo di Roma per effettuare la sua Unione; ed allora una parola, un atto fraterno non basta nei momenti attuali di tanta vitalità? O ella recede dalla Repubblica.... e in qual modo tanto trionfo avrebbe ottenuto colà il principio democratico?
«No, non è possibile giammai. La Toscana è democratica, è repubblicana, e non da adesso. Lo è per tradizioni, lo è per sentimento. — Coraggio, uomini del potere! Tempo è di unione e di concordia una. Affrettando la fusione dei popoli delle due famiglie, voi affretterete la Costituente italiana e la Guerra.» — (La Costituente Italiana, 19 febbraio 1849.)
In quel medesimo giorno istituiscono Circoli parrocchiali per agire di concerto col Circolo generale: «E per accendere lo spirito pubblico, fu notato non essere via migliore che istituire subito, in ogni Parrocchia, Circoli parrocchiali da agire tutti di concerto col Circolo generale del Popolo fiorentino.»[284] Sicchè nel giorno 10 poterono armarsi i Faziosi in centurie per istimolarmi, dicevano essi; ma in fatti per dominare tiranni. «La mattina di sabato (10) fu vero scopo d'eseguire immediatamente la ordinata classazione in centurie e decurie, e di stimolare il Governo a volere lo armamento dei patriotti italiani. Fin d'allora fu aperto nel suo seno un corpo di guardia fisso, ove furono tenute esposte note di soscrizione per tutti i patriotti che, nei pericoli della patria, volessero impugnare le armi. Il sabato sera il Circolo era diviso in due parti: una parte discuteva, l'altra era sotto le armi.... Il Circolo e il corpo di guardia non si sono più chiusi. L'azione del Circolo ha dato un moto alla popolazione, che oggi è accorsa in folla a sottoporsi alle armi per sicurezza dell'ordine pubblico.... Tutti i Fiorentini in armonia hanno oggi mostrato che il Popolo poteva sfidare qualunque pericolo.»[285]
La continua guardia, la indefessa pressura si prova dai Documenti stessi dell'Accusa: «Fino dal 5 febbraio il Circolo fiorentino si è costituito in permanenza, ed ha creato una Commissione perchè stia in continua corrispondenza col Ministero.»[286] — Gl'inquisitori non si staccavano mai dal fianco, ordinavano, investigavano, riferivano, sospettosi sempre, pronti all'accusa.
Dal Circolo armato la città, in cotesti giorni, si perlustrava. «La perlustrazione della città non era neppure trascurata.»[287] e coteste armi sbigottimento e terrore nei cittadini incutevano, cosicchè al Governo, smarriti, si raccomandavano esigendo misure che avrebbero precipitato alla rovina, condizioni già piene di difficoltà, dalle quali, se prudenza e senno non giovavano a salvare, niente altro poteva. Pretesto a parecchi, motivo vero in molti di quel tremendo ribollire, era trovare modo efficace di combattere la guerra italiana; perciò tanto più arduo contrastarli, quanto meglio ne appariva lo scopo all'universale accettissimo; e nella seduta dell'11 febbraio, nel Circolo Popolare si dichiarava che: «.... la divisione dell'Italia avendo fatto finora il nostro infortunio, anche nell'ultima guerra di Lombardia contro gli Austriaci, la sola unione di tutte le forze italiane in un solo Governo, può scacciare il nemico straniero di seno alla patria. — I Principi non sono stati da tanto. L'Italia unita sola il potrà. — Nè a ciò poter recare impedimento, notavano alcuni degnissimi sacerdoti, le minaccianti scomuniche di Pio IX.»[288]
Nè il Circolo fiorentino si contentava, fino dai primi giorni del febbraio, raccogliere le proprie forze, ma eziandio riuniva quelle degli altri Circoli per difendere l'ordine repubblicano; il che agevolmente s'intende per imporre la Repubblica. «Il Circolo armato non potea fare a meno di ricercare agli altri Circoli, nel presente stato di cose, il numero di quelli Italiani, che, socii o non socii, fossero pronti a porgere il loro braccio alla difesa dell'ordine repubblicano. Il perchè fu ordinato di tosto scrivere in proposito.»[289]
E grande fu e penoso lo schermirsi dalle pretensioni di tôrre via i beni e i tesori sacri alle chiese, sopprimere gli ordini cavallereschi, e incamerarne la sostanza. Di ciò tu trovi traccia nei Giornali, fievolissimo eco di quanto a voce burbanzosamente ordinavano: «Secolarizzati tutti i beni ecclesiastici. Il monacume è tempo ormai che cessi da impinguarsi a spese della nazione.... Le chiese siano private di tutto il superfluo. Li antichi credenti onoravano Dio con altari di pietra e calici di legno, ec.
«Soppressi tutti li ordini cavallereschi, ed incamerarne i tesori.»[290]
E vedete com'era libero io, quando, tutto giorno, i rappresentanti della Emigrazione Lombarda venivano a rammentarmi i loro proponimenti, e, le armi brandendo, mostravano come intendessero sostenerli: «Noi ci troviamo in momenti di supremo pericolo; non bisogna nè esitare nè oscillare sulla via che abbiamo eletta a percorrere, poichè la nostra salute è sola nell'azione rapida e vigorosa. — Lo verremo tutto giorno rammentando agli uomini a cui è fidato reggere i destini della Patria.
«La reazione tenta qua e là sollevare la testa; non rifugge da nissuna arte feroce e sovversiva, da nessuna passione, per quantunque bassa e antisociale, per giungere al suo scopo. Ella ha deciso riconquistare il potere fuggitole di mano attraverso al caos della anarchia, attraverso alla guerra civile: ella non rifuggirà dal comparirvi innanzi come vanguardia ed alleata alla invasione straniera.
«La reazione stimola i ciechi istinti delle popolazioni più ignare della campagna, mette in atto la molla segreta della superstizione, si rafforza della influenza dei vasti possessi, della colleganza con un clero che abusa il facile dominio delle coscienze. Ella ha sospinto il Granduca a Siena, lo ha consigliato alla fuga. Il Principe, docile alle sue insinuazioni, ha assunto di rappresentare la sua parte nel dramma sanguinoso della ricostruzione del dispotismo; ora tocca ai vecchi suoi sostenitori a sottentrare alla riscossa ed adempire alla propria.
«Ma noi siamo preparati a riceverli e a rintuzzare convenientemente questa perfidia nuova, che lavora e cospira nel secreto, che getta i germi della divisione nel momento in cui l'Austriaco minaccia alle porte, che vuol renderci all'Austria, anzichè arrendersi a questa forza rinnovatrice e irresistibile, che avvia l'Italia verso un nuovo destino.
«Stoltezza troppa ci hanno supposta i nostri nemici, e semplicità inaudita, se credettero persuaderci causa vera della fuga di Leopoldo essere state le paure della sua timorata coscienza.»[291]
E già fino dal giorno dieci febbraio 1849, se non adempio gli ordini imposti della fusione, mi si minaccia la vita: «In qualunque Governo è sacramento, ma in un Governo che fu decretato dal Popolo, e che solo per suo volere sussiste e comanda, è condizione di vita, è necessità ineluttabile. Nè si dee, nè si può dire — Domani — a chi oggi non ha da vivere. — Domani, o non sarebbe più vivo lui, o nol sareste voi.»[292]
I soldati che rifiutavano prendere il giuramento, comecchè da me lasciati liberissimi di prestarlo o no, e di tornare, volendo, alle proprie case, sono vilipesi e percossi; avviso ai renitenti: «I pochi soldati che stamani si rifiutavano di prestare giuramento, uscendo di Fortezza, venivano accolti a fischi e sassate dal Popolo: essi tornano tutti contriti a domandare di prestarlo; ma non lo si concedeva loro, e, posti in luogo appartato, si dava loro agio di riflettere affinchè il voto fosse spontaneo e non estorto dalla paura.»[293]
«Ieri, 12 stante, le truppe prestarono giuramento al Governo Provvisorio toscano, salvo poche eccezioni. Coloro che recalcitrarono furono respinti in fortezza a furia di Popolo, ed i loro commilitoni ricusarono riceverli.»[294]
Avanti: perchè ogni uomo, anche a me più fieramente avverso, si persuada come potessi operare spontaneo io in mezzo al turbine rivoluzionario. E se si obiettasse che i Livornesi erano chiamati a Firenze dal Governo, risponderei ch'è vero, ma che, innanzi di partire da Livorno ammoniti come a Firenze si chiamassero contro i nemici interni, non già per dimostrazione politica,[295] essi avrebbero osservato il precetto, dove non fossero stati provocati dal Popolo e dal Circolo accorrenti.
«Ogni discussione del Circolo fu interrotta quando fu fatto il lietissimo annunzio del pronto arrivo dei Livornesi per la strada ferrata, con cinque cannoni, sessanta artiglieri e seicento uomini. Fra i clamorosi applausi fu scelta una deputazione per andare ad attenderli. Erano le 9 ¼ di sera (11); ma ad un tratto altre voci annunziarono un moto di Popolo che andava ad incontrarli; ed allora il Circolo tutto, tranne gli obbligati al seggio e gli armati, con moto spontaneo, si volse incontro ai Livornesi che furono salutati, in Borgo Ognissanti, col sublime grido di unione, di Viva la Repubblica italiana, a cui i fieri Livornesi non furono tardi a rispondere col medesimo grido. È indicibile la gioia di questo minuto popolo fiorentino al nome di Repubblica! Ciò mostra come in esso non si sieno mai spente le abitudini repubblicane, come dalle due infami dinastie dei Medici e degli Austriaci non se ne sono potute distruggere, in tre secoli, le memorie. E ciò porge la più salda speranza che in tutte le città italiane, vissute a Repubblica, i medesimi spiriti repubblicani abbiano, con egual forza e vigore, a risorgere. È però vero che se alcuno gridava semplicemente: Viva la Repubblica, non mancava chi subito avvertisse di aggiungere un altro grido: Italiana. Ciò mostra che se noi Italiani vogliamo la libertà municipale delle passate Repubbliche, fatti accorti che l'Italia non può vivere di fronte ai grandi Stati europei se non è unita in un solo Stato con Roma per sua metropoli, la Repubblica Italiana deve regolare le libertà municipali. Allora ogni città sarà libera, e l'Italia sarà un solo Stato con leggi a tutti gli Italiani comuni.
«Nel suo passaggio in Piazza del Popolo, di faccia alla linea, fu notato il grido: Abbasso li Uffiziali codini, alludendo chiaramente a quelli che nelle Fortezze avevano tentato di spingere alla diserzione i soldati e di sciogliere l'esercito; al quale grido i nostri bravi italianissimi soldati prontamente risposero: Abbasso!»[296]
Il Circolo fiorentino fino dal giorno 11 febbraio 1849, col pretesto di avvantaggiare la opera del Governo Provvisorio, tira a sè le milizie; così togliendogli ogni mezzo di resistenza si apparecchia a proclamare la Unione con Roma e la Repubblica: «Fino dalla mattina dell'11 il Circolo aveva mandato un proclama a stampa nelle due Fortezze, da Basso e di Belvedere, per avvertire i soldati delle mene traditrici di alcuni loro Uffiziali. Nè ciò fu senza effetto; perchè, nella sera, appena il Circolo, adunato in permanenza e armato, aperse la ordinaria discussione, molti militi, da bravi e buoni Italiani, sì dell'artiglieria che della linea, presentarono al Circolo una dichiarazione firmata ove proclamavano i loro patrii e italianissimi sensi, e la piena fede che avevano nel nuovo Governo, mostrandosi pronti a spargere il loro sangue per l'amatissima patria, l'Italia. Gli amplessi e i baci fraterni coronarono l'opera. Quindi fu fatto, discusso e dato loro un altro Indirizzo da recarsi in Fortezza agli altri fratelli della milizia, per sempre più riaffratellare tutti i cuori in un desiderio comune: la salvezza d'Italia.»[297]
L'Accusa m'incolpa (e si è veduto) di avere conferito impieghi ai rivoluzionarii; i rivoluzionarii fino dal 12 febbraio mi rampognano all'opposto per non averli ricevuti. Chi di loro ha torto, chi ragione? Ambedue torto, imperciocchè la passione ingombri la mente, e alla pacata disquisizione del giudizio sostituisca l'astiosa agonia di nuocere.
«Noi crediamo fermamente e con religione professiamo la massima che il nuovo Governo sia per dovere obbligato a collocare tutta l'autorità governativa e tutta l'autorità militare negli uomini che hanno saputo fare la rivoluzione, perchè altronde la rivoluzione repubblicana non è sicura. Tanto per loro massima.»[298]
L'Accusa sostiene, ch'e' fu un nonnulla combattere quotidiana battaglia, e spesso quasi vinto tornare a pertinace difesa, affinchè la Toscana nella Unione romana non precipitasse, e il Popolo prima intorno alle sue sorti, come padrone di sè, s'interrogasse, e decidesse. Gli Esuli Lombardi all'opposto non la pensavano così; tengono essere questo negozio supremo, e vi si affaticano intorno con tutti i nervi; di Assemblea non vogliono sentire parlare; àncora di salute ultima la Unione con Roma, donde uscirebbero la guerra, e le forze per poterla vincere. Quanto questo partito potesse avvantaggiare i loro disegni, io non compresi allora, e nè anche adesso giunsi a capirlo: non importa: essi lo pensavano, oltremisura smaniosi a conseguirlo.
«Lasciate dormire in pace le Assemblee Legislative; non evocatele adesso nel momento del pericolo, alla vigilia della guerra. A che mai un'Assemblea convocata a 34 giorni d'intervallo, un'Assemblea che dovrà precedere la Costituente, perchè chiamata a sanzionare la legge? Fate tesoro del tempo, non rimettete la vita del Paese a così lontana epoca; non date agio alla reazione di diffondere le malvagie influenze, non fate disperdere con lunghi conflitti elettorali quella forza che dovete tutta concentrare nella difesa dello Stato. Funesto esempio di debolezza potrebbe essere questo procrastinare, questo invocare una remota sanzione legale al potere, che il Popolo diede intero nelle vostre mani. Ben è dritto che l'Unione della Toscana colla Romagna, che voi ora proclamerete per impeto di volontà popolare, per suprema necessità di circostanza, abbia a risultare, anche qual forma temporaria, voto legalmente espresso dal Popolo. Ma in tal caso basterà promulgare all'atto dell'Unione la legge sulla Costituente Italiana, fare eleggere i 37 Deputati, spedirli a Roma, e ottenere dai Deputati Romani e Toscani insieme raccolti la prima sanzione di quella forma, che poscia dovrà essere sottoposta al supremo giudizio della Costituente di tutta Italia. E le elezioni devono essere compite in 10, in 8 giorni, in meno se pur si può, giacchè il tempo urge, e per poco che aspettiamo, i registri elettorali dovranno cambiarsi in ruoli di combattenti.»[299]
E poco più oltre sentite con quali insistenze c'intronavano le orecchie, e ce le facevano intronare dal Popolo; e nonostante, tutto questo parrà poco all'Accusa. Ma che dico io, parrà poco? Sembrerà al contrario, che sia nulla, anzi che sia prova di piena libertà, — se non superiore, almeno uguale a quella di cui nelle appartate stanze godevano i Giudici alloraquando bastava loro il cuore per dettare le pagine, che di me, della mia fama, e delle mie opere, fanno così acerbo governo!
«Noi rammentiamo con insistenza sempre più forte il debito che ha il Governo Provvisorio di rispondere con alacrità, con energia, ai supremi bisogni del Paese. La patria è in pericolo; questo è il grido che vogliamo risuoni continuamente alle orecchie dei governanti, questo sia il pensiero consigliatore d'ogni loro provvedimento. Gli avvenimenti incalzano, il tempo fugge rapidissimo; è d'uopo prevenire gli uni, economizzare, moltiplicare l'altro. Le rivoluzioni si compiono solo per virtù di ardimenti: osiamo, osiamo; affrettiamoci; l'avvenire è dei confidenti e degli audaci.
«Una potenza somma d'attività è nel Popolo, l'entusiasmo. Non lasciamo che dorma inoperoso nei cuori, risuscitiamolo, facciamo che alla prima sua ebbrezza sottentri il coraggio dei forti propositi... è solo dalle intime fonti dell'anima commossa, agitata, che si traggono le virtù che fanno le nazioni.
«Osate, osate, noi ripetiamo ai cittadini del Governo Provvisorio; siate quali il Popolo vi ha fatto, dittatori nell'ora del pericolo; abbiate la coscienza di questa forza ond'egli vi riveste e vi sorregge, non vi arrestate davanti alle temerità consacrate dalle estreme circostanze. Ogni titubanza, ogni indugio può tornare fatale, e la Patria ve ne chiederà un giorno strettissimo conto... Siate veramente governo di rivoluzione, organizzate a rivoluzione il Paese, non impedite con larve pericolose di legalità la vostra azione, bisognosa di prontezza e di vigore. Troppo furono finora funeste le lentezze ai poteri emanati dalle rivoluzioni; vi giovi, per Dio! l'esempio degli errori passati ad evitarne la prova.
«Il voto del Popolo, la forza irresistibile delle cose, il bisogno di concentrazione e di potenza, chiedono oggi imperiosamente l'Unione della Toscana colla Romagna. Lo chiede l'Assemblea Romana... Non esitate, non indugiate a risolvere; Romagna e Toscana non debbono da questo punto formare che uno Stato solo, nucleo della futura unità... I Toscani vogliono essere uniti in un solo Stato co' Romani... Dite dunque la solenne parola... È il Popolo che ve lo chiede; non temete d'usurpare sulla sua sovranità...
«Noi lo ripetiamo ancora una volta ai cittadini del Governo Provvisorio: osate, osate; la salute della Toscana sta tutta da queste parole: Unione con Roma e convocazione della Costituente. L'istinto popolare, nel suo squisito buon senso, ha già precorso il vostro giudizio, e domanda questa Unione. Voi avete udito le sue grida di gioia e il suo saluto a quella Repubblica, nel cui nome ei vuol combattere e morire; voi potete e dovete sanzionare quel saluto e quelle grida. In nome dell'Italia, non esitate. L'ardimento vi renderà gloriosi; il dubbio potrebbe perdere la patria.»[300]
E non è tutto ancora: nel 12 febbraio Popolo e Soldati invadono i cortili di Palazzo Vecchio e urlano: Repubblica! Per l'Accusa questa pure è prova esclusiva di coazione... Ma è di pietra, è di ferro, o di che cosa è mai cotesta Accusa? Veramente ella in durezza disgrada le sfingi di granito dello antico Egitto; non v'ha metallo, che possa rassomigliarsi a lei; io rimango sbalordito a tanta sovrumana costanza... Solo mi rassicuro alquanto pensando, che ella tale argomentava nel gennaio del 1851; posso io venirle senza tremore innanzi, e domandarle se nel febbraio 1849 ella avrebbe voluto, o potuto procedere come insegna nel gennaio del 1851? — No; ella non lo avrebbe potuto, nè voluto, perchè se le fosse bastato il cuore avrebbe pensato sopra tutto a salvare (in Dio confidando e nella sua coscienza) la Società che agonizzante le stava abbandonata fra le braccia.
«Alle ore tre pomeridiane, il Circolo accoglieva un numeroso drappello di militi d'ogni arma, che venivano ad affratellarsi. Poco appresso, dopo le calde accoglienze e gli applausi, il Circolo, con bandiere alla testa portate dai militi, moveva incontro ad altra schiera di militi, che attendeva da Santa Maria Maggiore; e tutti uniti al sublime grido di: Viva la Repubblica Italiana! e sempre ingrossando, si sono condotti fino nei cortili del Palazzo della Signoria, ad applaudire al Governo della nostra Repubblica. Poi sono andati con grande ilarità a cantare il De profundis all'aborrita dinastia, innanzi alla porta del Palazzo Pitti, fra le risa e gli applausi fino degli Anziani. Tre soldati, arrampicatisi ad una finestra, vi hanno collocato una bandierina rossa, fra le acclamazioni d'immenso Popolo. Quindi il corteggio ha salutato a Santo Spirito i Livornesi,[301] poi si è recato fuori di Porta San Frediano; e dal ponte di ferro e dalle Cascine è rientrato, per Porta al Prato, in mezzo alle faci, in città, ove percorrendo Borgo Ognissanti, Lung'Arno, Piazza del Popolo, Via Calzaioli e altre principali vie, si è, dopo tre ore di gioia repubblicana, sciolto tranquillamente.»[302] —
Questi fatti, notati dai Giornali nel giorno 13 febbraio, accadevano il 12; per la quale cosa, irridendomi (e l'ho notato anche altrove) il Popolano intorno alla mia lettera inserita nel Monitore gridava:
«La Toscana, e il suo Governo Provvisorio, hanno sentito questa sera la voce del Popolo, fragorosa e terribile come il tuono, empiere l'aria del grido: Viva la Repubblica! — La Toscana, e il suo Governo Provvisorio, hanno veduto come il Popolo sia maturo per la libertà, e quanto andassero errati coloro che lo dicevano ligio troppo ancora alle tradizioni del principato (e fra questi eranvi ancora gli oracoli del Giornale officiale il Monitore). — Toscana decida, e il Governo Provvisorio sanzioni tale decisione.»[303]
Vediamo adesso i fatti successi nel 13, e raccontati il 14. — Una Deputazione di Circoli fiorentini, ed un'altra di Popolo livornese, vengono tumultuariamente a impormi la Repubblica; io con le ragioni più efficaci che seppi mi schermiva, e li conforto ad aspettare. I Giornali subito mi pongono segno al feroce sospettare del Popolo commosso.
«Firenze, 13. — Una deputazione dei Circoli e del Popolo livornese, recatasi a Firenze, si presentò stamattina a Palazzo Vecchio, esponendo al Governo Provvisorio i desiderii di tutta la popolazione: venisse cioè proclamata la Repubblica, e tosto si unisse la Toscana a Roma, atterrandosi tutti i segnali di separazione fra le due Repubbliche. La Deputazione venne accolta dall'attuale Presidente del Governo, Guerrazzi, molto freddamente, e non potè ricavarne parola di promessa, essendo a suo dire da aspettarsi l'Assemblea, che viene convocata pel 15 marzo.»[304]
Il Circolo fiorentino manda Deputazioni al Governo, per essere ragguagliato intorno alle condizioni delle cose; intanto spedisce uomini armati di sua autorità contro Empoli.
«... Riferirono notizie che spinsero ad inviare deputazioni al Governo. Intanto fu reso pubblico, come una piccola spedizione del Circolo, composta di soli 20 uomini, guidati dal socio Spinazzi, avesse la prima e sola avuto l'ardire, frammezzo le voci minacciose che si spargevano, di spingersi verso Empoli.... La Deputazione ottenne dal Governo conferma delle cose già note, e migliori speranze pel dì seguente.»[305]
Inviando la seguente circolare a tutti i Circoli della Toscana, l'Alba apparecchia la rivoluzione repubblicana; il Popolano si leva con l'Alba, e la promuove caldamente.
«A voi che vi siete addossata una sì nobile missione nel regolare e manifestare i desiderii del Popolo da voi rappresentato, a voi spetta una generosa iniziativa in questi momenti, nei quali la patria nostra attende ansiosamente la salute invocata. A voi, giovani e forti creature del Popolo, sostenitori de' suoi dritti, ammaestratori de' suoi doveri, a voi il compiere al più presto l'opera di rigenerazione che incominciaste sì bene. Sollecitate lo invio delle Deputazioni vostre a Firenze. Tutte abbiano uno scopo solo, una voce sola: Unione immediata con Roma. — A questo patto sta il Governo Provvisorio in Toscana. Il Popolo appose questa condizione, la consacrarono nell'Assemblea i Rappresentanti di tutta Toscana con unanime voto; altro non grida, altro non domanda Firenze: Unione con Roma. Questa è la calda preghiera, la volontà irremovibile di quanti amano Italia e lei vogliono prima che Toscana e Romagna e Sardegna, nomi di un tempo. — Voi, o membri dei Circoli Toscani, questo dovete ripetere, con la energia di uomini maturi a libertà, al Governo Provvisorio che accettaste con noi. — Questo unicamente voi dovete ripetere. — E le invocate legalità, che non basterebbero a salvarci dalla possibile e probabile invasione dell'Austria, cadano davanti all'urgenza del pericolo, alla volontà del Popolo toscano, al fremito che irrompe dal cuore di quanti vogliono che Italia sia. — Roma ci ha chiamati con una suprema parola, con una parola di fede schietta, d'amore ineffabile. — Toscani! Come vorrete rispondere a Roma? Le direte voi: per renderti lo addio, per stringerci a te, noi aspettiamo il 15 marzo? Ed allora quale sarà il giorno che attenderete voi, o Toscani, per assistere alla Costituente nazionale? — Deh, correte, o Rappresentanti dei Circoli, correte in nome di Dio! e presto, a Firenze! — Noi vi attendiamo con ansia indicibile, con inenarrabile affetto; noi vi apriremo le braccia, noi vostri confratelli nel sostenere pubblicamente i diritti del Popolo. E vi accoglieremo col giubbilo, con la riconoscenza di chi vede rifiorire una cara vita e minacciata e soffrente.»[306]