E per ben tre volte questo Proclama mandavasi per tutta Toscana, e con tali comenti lo accompagnavano:

«Questo indirizzo noi ripetiamo anche quest'oggi, e lo ripeteremo sempre finchè ne sia mestieri. — Preghiamo i Circoli Toscani a fare noto all'Uffizio dell'Alba lo INVIO delle loro deputazioni, o di spedirci copia dei loro Indirizzi al Governo Provvisorio in proposito della Unione con Roma. Noi li pubblicheremo immediatamente, ed avremo uno incoraggiamento di più a non ismettere in quella perseveranza, che, se ci suscita le velleità dei pochi, ci frutta d'altronde la simpatia di ogni buono Italiano, e il soddisfacimento della nostra propria coscienza.»[307]

Così un Governo fuori del Governo avevano creato i Settarii, e tutti infiammati in quei loro smaniosi spiriti, per venire a capo dei concepiti disegni, non badavano con accuse di ogni maniera, ed insinuazioni di tradimento a mettermi in mala voce del Popolo, ed anche, poichè docile benchè nelle mani loro non mi trovarono, a farmi capitare sinistramente.

I Comitati di pubblica sicurezza eletti dal Governo, screditati:

«Creansi Comitati di pubblica sicurezza, ma si compongono di elementi eterogenei, impossibili; ove al buono fa contrasto insormontabile il tristo, l'inerte allo energico, al liberale repubblicano il codino-tricolore.»[308]

Accusano il Governo, e perchè? Perchè la decadenza della Casa di Lorena non dichiara, un sospettoso timore per la Repubblica diffonde; perchè il Granduca e la sua famiglia lasciò fuggirsi dalle mani, e mandò a Empoli un uomo egregio, di temperato consiglio, ad assettare le cose. La maggiore colpa è per Empoli per avere tumultuato, il restante per noi per non avere spento il tumulto nel sangue. Il Popolo deve reprimere da sè gli eccessi del Popolo malvagio (e questo mena diritto allo scannare per le piazze); ma al Governo corre obbligo di mostrarsi rivoluzionario rovinando innanzi a suon di cannonate e moschettate. A mente riposata, e in tempi tranquilli, coteste più che vane jattanze sarebbero festevoli smargiasserie, ma non era così quando servivano a gittare olio e zolfo sur un fuoco che minacciava divorarne tutti.

«Ma il democratico Ministero, ma il Provvisorio Governo, volendo contentar tutti, non contenteranno nessuno: volendo salvar tutto, non salveranno nulla.

«Non sono questi i tempi, nè sono i governi rivoluzionarii, i governi a Popolo, che permettere debbono alle fazioni politiche di avvalorarsi, di diffondersi col mezzo della impunità, e di far causa comune coi ladri e coi briganti. — Non è più la stagione di lasciare pazientemente perorare la causa della Dinastia Sabauda ad un Massimo D'Azeglio a Lucca, ad altri in altri luoghi.

«Non vi basta, o uomini del Governo Provvisorio, non vi basta non volere proclamata la decadenza della Dinastia di Lorena, non vi basta lo insinuare un sospettoso timore per la parola Repubblica, non vi basta lo esservi lasciato sfuggire di mano l'ostaggio prezioso del Reale Arciduca e della sua famiglia che voleva oggi prestar mano, non ispegnendola in tempo, ad accendere la reazione?

«Quando a voi si presentò una Deputazione empolese per invocare l'assistenza vostra contro l'impeto di una turba di masnadieri, che cosa faceste voi?... Inviaste uno dei più tiepidi fra gli amici vostri, il Manganaro, ottimo conciliatore di cose conciliabili, ma inetto a far marciare ad un passo disordine e tranquillità, moderazione di gastigo ed esorbitanza di colpa.

«E il tumulto divenne aperta rivolta; la masnada, esercito; il danno che lieve saria stato riparare, divenne danno difficilmente riparabile.

«A Empoli la maggior copia della colpa; — a voi il restante; giacchè se il vero Popolo deve sapere, occorrendo, da per sè stesso reprimere gli eccessi del Popolo malvagio, un Governo che vuol nome di democratico non deve aborrire da quello di rivoluzionario; e le rivoluzioni, per Dio, non si fanno a furia di sermoncini in piazza, ma coi fucili e coi cannoni[309]

Si mandano Deputazioni in Fortezza per giustificare i soldati che non erano comparsi allo appello; e ciò per onore della disciplina! E agli ufficiali trasognati, per cotesti singolari onori renduti alla soldatesca disciplina, invece di cacciare la gente contumace in prigione, toccava a farle di berretta e a dirle: brava! Nuovo argomento della forza che a quei giorni esercitavano i Circoli, e della necessità di obbedirli. Nel Circolo si parla della mia opposizione allo inalzamento dell'Albero; coteste brevi parole somigliano la nuvola nera pregna del fulmine: «Nella pubblica discussione di ieri sera (13) fu risoluto di spedire, per espresso desiderio dei militi e per onore della disciplina, una Deputazione ai comandanti delle due Fortezze di Firenze, perchè fossero giustificati tutti quei militi i quali non poterono rispondere all'appello serale per far parte delle pubbliche dimostrazioni in favore della libertà e della unità italiana, che occuparono il Popolo fiorentino nella giornata.

«Dipoi, per la tanta affluenza di Popolo, convenne trasferire il Circolo negli ampii corridori del Convento di Santa Trinita. — Il soggetto che più trattenne la discussione fu l'Unione da farsi con Roma. Su di che non poteva esservi pensiero discorde. Solo parlossi di varii modi, ed ogni conclusione fu differita.

«Fu ragionato ancora della erezione di un Albero della Libertà che nella sera era stato portato in Piazza del Popolo per piantarvelo. Fu udito come il Guerrazzi avesse dissuaso il Popolo[310]

Il Circolo tratta comporre una schiera repubblicana di 1,000 uomini, seguita da un tribunale, per iscorrere il Paese e giudicare i colpevoli; se ne rimane, per ora, a cagione dei tumulti empolesi repressi. Voi da ciò lo vedete; il Circolo si affatica a procedere come Governo separato: sola via a trattenerlo, e sventare le insidie per farmi segno ai sospetti e alle ire popolari, sta nel preoccupargli il passo su quanto egli minaccia imprendere fra mezzo agli orrori rivoluzionarii. «Visti i presenti casi della Patria, il Circolo si occupò della formazione intanto di una schiera di 1000 uomini eletti, di puro sangue repubblicano, da percorrere in tutti i sensi il Paese ovunque si manifestassero accidentalmente macchinazioni tedesche; schiera seguita da un tribunale per giudicare i colpevoli. Ma l'ultimazione dei ladronecci e degli scandali d'Empoli ne fece respingere, almeno per ora, la proposta.»[311]

Comecchè dei fatti che seguono occorra traccia nei Giornali posteriori al 14 febbraio, io gli riporto perchè appartengono ad epoca anteriore. Il Circolo fiorentino, avvisando i modi di cacciare il Granduca da Porto Santo Stefano, delibera: «Quindi fu trattato dei mezzi di scacciare il Despota dall'ultimo suo nido di Santo Stefano, e di avviare spedizioni popolari da tutte le città del presente Stato provvisorio, a fare una crociata verso quel punto, e percorrere il Paese affine d'infiammarlo e muoverlo tutto per la santa causa; e fu proposto che Firenze desse cominciamento a queste patrie spedizioni coll'inviare intanto 1000 uomini a Siena, italiani e repubblicani[312]

I Lombardi, uomini intendenti assai delle faccende politiche, a quanto il Governo in quei giorni operava costretto, non si acquietavano punto; non pareva loro che ei desse sicurezza di compimento finale; nulla per essi era fatto, se con la decadenza del Principe e la proclamata Repubblica non si varcava il Rubicone; appunto come adesso per l'Accusa è nulla non averlo passato, ed avere impedito che altri lo passasse! Ma la Emigrazione Lombarda, è da credersi che dei suoi interessi intendesse meglio nel febbraio del 1849 che non l'Accusa nel gennaio del 1851; quindi, mentre questa reputa lo accaduto fra l'8 e il 14 febbraio completo elemento di colpa, quella rampogna non lo contare niente, e dai sei giorni, cioè dal 9 febbraio in poi, cercare invano negli atti del Governo eseguito quanto essa era venuta ordinando. Finora dunque stetti in mano a Faziosi? — E ardite giudicare voi? Guardi tutto il Paese, e consideri se sono io, o se sono i miei Giudici quelli che devono essere giudicati.

«Questa è la condotta, questa è la missione che vi è tracciata, o cittadini del Governo Provvisorio? Adempitela, adempitela, per Dio! prima che i giorni fuggano, e con essi l'occasione e l'entusiasmo e la forza. Non siam noi sorti nel nome della Italiana Costituente, nel nome del dogma della sovranità nazionale? L'agitazione lunga non fu desiderio di unità, sforzo a ravvicinarsi delle diverse membra della Italia divisa?

«Ebbene, che più tardare si doveva ad attuare questo principio di legalità incontestata, a convocare i Rappresentanti della Toscana alla nazionale Assemblea di Roma, e dichiararci solidarii e indivisibili della nuova vita proclamata dal Campidoglio? Perchè se tutte le fatiche della nostra Rivoluzione han per fine ultimo la compenetrazione ed unificazione assoluta di tutto il Paese che Appennin parte e l'Alpe e il mare circonda, perchè forti di questa missione salvatrice e italiana che vi fu confidata, non realizzare, non tradurre voi medesimi in fatto questo voto infallibile e universale? Ora che la legge d'oggi ha proclamato il principio della unità italiana, consacrandolo nella convocazione dei Deputati alla Costituente, perchè non lo iniziate e preparate nel fatto, proclamando l'Unione con Roma?

«La legittimità del mandato da accordarsi ai rappresentanti italiani non avea bisogno della giustificazione di nessun atto precedente di provinciale pretesa sovranità. I Governi delle diverse provincie non hanno altro incarico che, proclamato il principio, assicurarne l'esercizio nella libertà e verità più intera: i Governi non possono che pubblicare una legge elettorale, la quale emana dal potere esecutivo ad essi provvisoriamente delegato. Imperocchè non fa d'uopo di nessuna legge per decretare il diritto che ha l'Italia di essere sovrana di sè stessa.

«Voi dunque siete nella più stretta legalità, o cittadini del Governo Provvisorio, promulgando voi stessi la legge che chiami il Popolo a nominare i suoi mandatarii alla Costituente Italiana. E voi dovevate farlo, noi ne abbiamo ferma convinzione, voi lo dovevate sotto pena di apparire fiacchi e derisi in faccia a tutti coloro che vi hanno sfidato all'attuazione della vostra dottrina, in faccia a tutti quelli che, credenti in essa, vi hanno promesso il concorso della propria opera e delle proprie simpatie. Voi lo dovevate, perchè tra Leopoldo e l'Italia non è possibile l'alternativa, e la decisione s'impone invincibile da sè stessa.

«Il Popolo, nel suo desiderio, si spinge innanzi alle lente e tranquille deliberazioni; esso attesta altamente le sue simpatie, vuol rompere le barriere municipali che lo dividono, e domanda con grido irresistibile universale: Unione con Roma. L'entusiasmo cresce e si propaga come generosa manifestazione del nuovo spirito italiano; questo voto incarnato nella convinzione di tutti, diventa istintivo, urgente bisogno. L'Unione con Roma è già in tutti i cuori, è già un fatto compiuto, una rivoluzione vittoriosa; al Governo Provvisorio di Toscana forse non resta che consacrare questo fatto, e, accettandolo, farsi interprete del pensiero comune. Ma al di sopra di questo movimento inconsapevole delle masse vi ha l'intelligente e sovrana Rappresentanza Nazionale. L'Unione con Roma, l'obbietto di questa commozione viva ed infiammata, non può essere che espressione temporanea del voto dei Popoli toscani, che essi sommettono docili e reverenti alla sentenza della Italiana Assemblea.

«Sei giorni sono trascorsi dacchè Leopoldo è fuggito, la Toscana libera, il Governo investito della suprema dittatura.... L'entusiasmo, cagion prima ed unica dei miracoli, si diffondeva, affratellando gli animi, preparando la forza.... sei giorni sono trascorsi, e noi cercavamo indarno negli atti del Governo quella coscienza delle grandi misure, quell'impeto d'azione che dalla prima ora della sua esistenza gli avevamo inculcato.»[313]

Le mura di Firenze, nei giorni 14 e 15 febbraio, andavano coperte di questo avviso, che i Circoli bolognesi mandavano ai Toscani:

«Fratelli Toscani!

«Il senno, l'ordine e l'energia che nel momento il più difficile della vita de' popoli voi dimostraste, ci hanno compresi di tanta maraviglia ed in uno di tanto entusiasmo, che non potemmo frenare più a lungo l'impeto dei nostri affetti, e palesarvi quanta sia la stima e quanto l'amore che a voi possentemente ci legano.

«Fratelli! Se Leopoldo di Lorena vi abbandonava vilmente, il Dio, proteggitore de' Popoli, vi rimaneva e rimane a tutela; e, senza dubbio, un Nume misericordioso è coll'Italia nostra, perocchè è piuttosto unico che singolare l'esempio di genti, a cui tolto ogni freno di governo, siensi nullameno comportate con così alta sapienza da esterrefare perfino i più avversi e increduli al loro valore, al loro progresso.

«Roma e Firenze subirono le medesime crisi; Roma e Firenze le attraversarono del pari impavide; Roma e Firenze si stringono fraternamente la mano associandosi ad un medesimo destino: adunque onore a Roma, onore a Firenze!

«Fratelli! concordia e perseveranza, speme nel futuro, attività e non avventatezza, e trionferemo de' nostri nemici.

«Prepariamoci alla pugna; e il primo nostro pensiero sia il riscatto delle misere terre lombardo-venete che piovono sangue, e della infelice Napoli che risuona lugubre di gemiti e di catene.

«Già le Aquile latine dispiegano i loro vanni sul Campidoglio; già la spada di Ferruccio ruota sul capo dei tiranni: il Dio delle vendette sarà colla Italia nel giorno della lotta finale, ed Italia si erigerà alla perfine in Nazione.

«La Costituente Italiana giudichi del nostro futuro. Viva la Costituente Italiana!»[314]

Eccitamento a muovere contro il Granduca: «Guardatevi un po' in seno. Il male più grave, quello che per ora fa d'uopo estirpare, per ora sta lì, e non altrove. Lì sta Leopoldo d'Austria, e finchè esso sta in Toscana non vi può stare ordine, nè regime, nè libertà stabile e vera.

«Che mi parlate voi d'austriaco intervento ai confini, quando l'intervento austriaco è sempre in casa?...»[315]

Nella citazione che segue leggiamo cose che male ci basterebbe l'animo compendiare; solo io prego chi legge ad avvertire la favella ebbra di superbia e di minaccia, foriera della rivoluzione, che già si spera trionfante, e la urgenza dei provvedimenti proposti da mandarsi ad esecuzione. Il Popolo in armi aveva ad ordinare, il Governo ad obbedire. Ecco, il dado è tratto; adesso staremo a vedere se meco si salva la civiltà, o se, me sopraffatto, la Rivoluzione allaga con la sua barbarie. — O voi, uomini di ordine, nudriti sempre dallo Stato, promossi alle cariche, insigniti di onori, voi osate domandarmi perchè io non fuggiva? Rispondete piuttosto a vostra posta voi: Perchè non vi stringevate animosi intorno a me per salvare la Patria e per impedire la decadenza del Principe? Perchè, dite, me lasciaste solo a lottare contro tanto sforzo rivoluzionario? Amici del Principe voi? Ah! voi lo abbandonaste allora; e voi adesso, con persecuzione che egli non vi comanda, che invano sperate gli possa essere accetta, senza verità, senza convinzione, senza coscienza, non dettando carte, ma tendendo agguati, con gelato furore, con l'astio della ingratitudine, con passioni malnate, che enumerare è ribrezzo, avventandovi contro cui dovreste rispettare, voi, — se dipendesse da voi, — lo rendereste odioso e crudele.... Ah! la pazienza ha un confine, e perdonate, o miei compatriotti, questo sfogo a chi si sente da ventotto mesi avvelenare il sangue più puro del suo cuore dai morsi di schifosi scorpioni.

«Salviamo la Patria, cittadini del Governo Provvisorio!... E per salvarla incominciamo dal proclamare in diritto, dal consumare in fatto la decadenza della Famiglia di Lorena dal trono di Toscana. Questa decadenza, questo diritto, questo fatto, se ne persuadano i Toscani, non è ancora consumato.

«Cittadini del Governo Provvisorio, grande errore voi commetteste nel trascurare di proclamare il regime repubblicano e la Unione immediata con Roma il giorno stesso in che saliste al Potere. Cotesta vostra diffidenza nel senno e nella virtù del Popolo vi ha ora reso impotenti a salvarlo, giacchè ora a lui fa d'uopo salvarsi da sè stesso, proclamando ciò che voi, per ritegno o per paura, trascuraste di proclamare.

«E il Popolo si salverà, il Popolo salverà la Patria!

«Senza attendere la convocazione di troppo remota e lontana della toscana Assemblea Costituente, i rappresentanti di tutti i Circoli toscani, quelli dei principali Municipii, quelli della Guardia Cittadina e di qualunque altro corpo morale e politico toscano, accorreranno solleciti in Firenze allo invito che loro sarà mosso dal Circolo del Popolo. Quivi essi faranno di gran cuore ciò che voi non faceste, e il Circolo del Popolo avrà la gloria di avere, per la seconda volta, salvato la Patria pericolante....

«Il Popolo provveda alla salute della Patria, scacciando il tiranno.

«Il Governo provveda per parte sua, a riparare in parte al grave fallo commesso, richiamando nella Capitale sotto severe comminatorie tutti li aristocratici che se ne allontanarono allo allontanarsene di Leopoldo: — e ove essi ricusino, a gravi imposte sieno condannati, le quali, sparse nel Popolo bisognoso, lo riconfortino e lo aiutino a durare nella quiete e nell'ordine necessario in sì gravi momenti. Sia dal Popolo cacciata dall'ultimo suo nido la belva boema, e così appaia manifesta la volontà popolare anche in questo: e tutti i pretesti vengano rimossi ad una restaurazione principesca, che sarebbe distruzione di ogni conquista della democrazia.

«Cacciata di Leopoldo d'Austria, per opera del Popolo.

«Unione immediata con Roma, e promulgazione della Repubblica per opera dei suoi rappresentanti.

«Questi sono i provvedimenti, cui è indispensabile il compiere entro il giro di poche ore.

«Governo, all'opera! Popolo, alle armi!»[316]

Io ripeto, e lo ripeterò dieci volte e cento, che sono privo di Documenti officiali: pare a me, e parrà a tutti coloro che hanno senso di giustizia, atrocissima cosa essere, che mi si domandi conto dell'operato e mi si neghi la via di mostrare le ragioni dell'operato; e tanto più empirà il rifiuto di ribrezzo, quante volte si pensi che l'Accusa con mille occhi e con mille mani ha svolto, letto e riletto negli Archivii del Governo, per ricavarne argomento al suo assunto; e a me, ridotto ai miei soli occhi infermi, si ricusi desumerne quel tanto che valga a giustificarmi: e poi con serena fronte ardiscono dirmi: — difenditi! — E confidano, che altri creda la difesa concessa liberissima!

Non pertanto ridotto in tali angustie, ecco io ho spigolato, in campo che non è mio, prove che bastano per ismentire l'Accusa. Signore! ma perchè muovermi addosso con tante arti per farmi comparire colpevole? O come potè affermare l'Accusa, che non occorrono prove di coartazione nei primi giorni successivi all'infausto otto febbraio? Come sostenere, che all'opposto si trovano prove che ogni violenza escludono? Come la mano le resse scrivere, che alla decadenza del Principe, e alla proclamazione della Repubblica io non mi opposi, tranne che dopo la notizia della disfatta di Novara? Perchè l'Accusa dei testimoni cita quelli, che reputa dannosi, e scarta i favorevoli ricercati dalla Procedura? O a che mira l'Accusa? A qual mai fine tende? Per conto di cui ella lavora? Pel Principe no... dunque per cui? — Io tremo investigare... io raccapriccio indovinare per conto di chi lavora l'Accusa. — Certo questo pervertimento nello ufficio del Custode della Legge svela una infermità profonda nel corpo sociale, conciossiachè i Magistrati oggimai nulla più abbiano ad invidiare ai Sacerdoti di Teute.

Importa poi intorno alle allegazioni di questa parte dell'Apologia avvertire, che alcune narrano fatti i quali non si possono revocare in dubbio, corrette in qua e in là di qualche inesattezza; altre parlano di dottrine, d'impulsi, e di provvidenze da prendersi. In quanto esse emanano dalla Costituente o dai Circoli, facilmente s'intende che equivalevano ad ordini da eseguirsi senza fiatare, però che venissero appoggiate con le armi da gente accesissima e disposta al mettere a sbaraglio la vita, pure di riconquistare la patria, e le paterne case, e tutto quanto all'uomo è più dolce quaggiù: in quanto si partono poi da altri Giornali, si consideri che se non coartavano direttamente, tanto più comparivano terribili suscitando sospetti, infiammando ire, e spingendo la plebe cieca a disfarsi con qualunque mezzi, e i violenti accettatissimi, del Governo costituito. Un po' più tardi mostrerò a prova come io fossi in grido di traditore, posto segno alla rabbia del Popolo.

§ 3. Spedizione al Porto Santo Stefano.

Delle cose fin qui discorse sommerò unicamente quelle che allo scopo di questo paragrafo si riferiscono. Nei giorni antecedenti al quattordici febbraio fu chiarito come due cose si facessero: 1a eccitamenti urgentissimi al Popolo e al Governo; 2a coazione a quest'ultimo, affinchè intorno al dimorare del Principe nel Porto Santo Stefano senza indugio alcuno provvedesse. Accusavasi il Governo ora di non avere seguíto il Granduca a Siena; ora di esserselo lasciato fuggire dalle mani; per ultimo, il Governo nemico espresso del Popolo predicavano, e fu qualificato perfino uguale a quelli con cui allora tenevamo guerra: nemici in Toscana, non fuori, dicevano, dovevansi cercare, finchè ci fermava stanza il Principe. Ma quello che mi pareva troppo più grave era lo eccitamento quotidiano, o piuttosto continuo, impresso al Popolo per ispingersi in massa contro Porto Santo Stefano; erano gli apparecchi dei Circoli a chiara prova raccolti non pure fuori del Governo, ma contro il Governo. Ben poco intendimento ci vuole a conoscere la opera indefessa dei Circoli per usurpare l'autorità e adoperarla in concetti diversi ai governativi, anzi in danno manifesto di quelli.

Proseguendo a trattare il doloroso tema, esporrò altre prove speciali in proposito, che sono venuto estraendo dai Documenti stessi dell'Accusa.... prugnole acerbe e scarse date dalle spine della siepe! — E qui si consideri la mia miseria, e si giudichi se è cosa non dico consentanea a giustizia, ma ai sentimenti primi di umanità, che dalla officina del nemico io abbia a prendere quelle sole armi ch'ella crede potermi concedere della difesa. — Le difese si compongono di fatti; ma se mi togliete il mezzo di poterli rintracciare, ordinare e accompagnare dei necessarii commenti, si rende manifesto che la difesa è negata. Le cose sono come elle sono, non quali si vorrebbero fare apparire, quantunque verso me neanche le apparenze si abbia voluto adoperare: avvilire e opprimere fu il truce programma di chi mi perseguita; miserabili furono i conati nell'uno intento e nell'altro; ma il secondo sta in loro potere, il primo no. Intanto rimarrà, e me ne dolgo, come uno sfregio in faccia alla civiltà toscana la memoria dello avermi posto senza pudore a canto di assassini e di ladri.... Ma io ho bisogno di mantenermi pacato; quindi, tronca a mezzo ogni amara considerazione, riprendo lo interrotto lavoro.

Nel Corriere Livornese del 12 febbraio trovo un documento in data dell'8-9-10 febbraio, dal quale si ricava che il Circolo Grossetano «adunatosi per urgenza, inviò una Commissione all'Alberese per invitare il Granduca a ridursi in Grosseto, nel caso si fosse allontanato da Siena per timore di Partiti, dove avrebbe goduto perfetta tranquillità, e consigliarlo al tempo stesso a tornare alla Capitale. La Commissione giunse all'Alberese dopo la partenza di S. A. per Santo Stefano, e allora colà si diresse. La Commissione di ritorno a Grosseto dichiara non avere potuto rilevare la intenzione del Principe di restare o di partire, e non sapere se a quella ora si fosse o no imbarcato. Il Circolo avvertito che si trattava di fuga, manda sollecitamente al Comitato di pubblica sicurezza di Grosseto due petizioni, richiedendo con la prima una continua vigilanza della persona del Principe, onde sapere se partiva, per dove, e con quali intenzioni; — con la seconda venisse stabilita una continua corrispondenza col Governo centrale di Firenze. — Il Circolo popolare avendo fondati sospetti che nei reali Presidii si tenti uno sbarco per una reazione, e verificato che tutto il littorale, non che i Forti di Porto Ercole, Santo Stefano e Palmanuova, sieno sprovvisti della guarnigione necessaria, — fu stabilito dirigersi al Comitato di pubblica sicurezza, affinchè di concerto con le Autorità governative stabilisca il pronto armamento del littorale, e dei Forti dei reali Presidii

Nel giorno dieci febbraio troppo più fiera notizia mi perviene da Livorno: i Deputati Grossetani essersi collegati con quei di Orbetello, Porto Ercole, Magliano, Talamone, e di altri luoghi, e tutti insieme avere deliberato, il Principe non potessedovesse partire, al Vapore di prendere il largo s'intimasse, la reale famiglia a Monte Filippo si sostenesse.[317]

Alle ore 3 del giorno 11 febbraio, da Grosseto scrivono a Livorno: «L'attitudine di Grosseto è imponente per reprimere qualunque reazione da chiunque e da qualunque parte si manifestasse. Il voto dei patriotti, che tanti ne albergano qui, quanti in una grande città, è la indipendenza d'Italia. Il già Principe trovasi a Santo Stefano; tenta il vile di fare suscitare la guerra civile: è impossibile. La Maremma non sarà la Vandea, nè l'antica Valdichiana. La Maremma, e specialmente Grosseto, darà esempio luminosissimo di amore per la Italia: lo vedrete. Si attendono truppe per terra e per mare all'oggetto di snidare quel covo di uccelli rapaci dal Porto Santo Stefano.»[318]

E quattro ore prima, dallo stesso Porto Santo Stefano, mandavano: «Questo codardo Principe ex-Granduca di Toscana ha impedito al Pretore di pubblicare i Proclami del Governo Provvisorio, ed ha minacciato il paese con dire, che ha a sua disposizione cento pezzi di cannone. Egli tenta di far nascere la reazione, ma non ci riuscirà, per Dio! Questo è il tempo di fargli conoscere qual destino serbi la Italia ai Principi traditori come lui.... Noi confidiamo nel soccorso dei nostri fratelli di Grosseto, e nel Governo Provvisorio[319]

Intorno alle disposizioni delle genti maremmane, possiamo ricavarne conoscenza dalla lettera pubblicata dall'Accusa a pagine 833: «Gli animi sono ardenti, e vogliono finirla una volta per sempre con un ex-Principe traditore[320] e dall'altra pubblicata a cura dell'Accusa medesima a pagine 835 del volume citato: «Presto presto la Maremma si leverà come un solo uomo contro chi ha vilmente tradito la Italia

I Giornali andavano propagando: «Leopoldo d'Austria non ebbe vergogna di dire alla Deputazione del Circolo popolare di Grosseto — che Egli in questi ultimi tempi aveva ricevuto molti dispiaceri dai Grossetani. Quando la Commissione in adunanza solenne riferiva tali parole, il Popolo fremeva d'indignazione, e decretava fino d'allora che lo ex-Granduca era uno dei membri della Camarilla di Gaeta.»[321]

Dal Porto Santo Stefano, asilo periglioso del Granduca, ai Circoli corrispondenti scrivevano: «Sarebbe necessario, che il Governo adottasse pronta ed energica risoluzione, tentando un colpo ardito in quel nido di reali vipere, onde cacciarle lungi dalle nostre terre.»[322]

E perchè alla richiesta tenesse dietro lo effetto, muovevansi da Grosseto Deputazioni a Firenze, le quali ingrossate da quanti Faziosi stanziavano qui, armate di prepotenza e di audacia in virtù degli erudimenti del Circolo fiorentino, venivano a costringermi con ineluttabile pressura. Chi sia, che revochi al pensiero quale e quanta fosse la veemenza dei partigiani a cotesti giorni, e la Toscana fin dentro le viscere commossa da speranza, da terrore, e da furore di mettere le mani nel sangue, non reputerà esagerate le tinte colle quali ce li dipinge il Decreto del 10 giugno 1850.

Narrava taluno di Grosseto, il 16 febbraio, come: «La deputazione inviata al Governo Provvisorio...... fosse tornata con le più liete assicurazioni per parte del Governo, che la Maremma sarebbe coadiuvata nei suoi generosi sforzi di patriottismo con tutti i mezzi. — Molti egregi Maremmani si uniranno al D'Apice, e lo seguiranno nella sua importante missione.»[323] Ed altra testimonianza di queste Deputazioni ce la porge il Corriere Livornese del 23 febbraio: «Il Circolo popolare (di Grosseto) ha tenuto la sua seduta straordinaria per udire la relazione dei Deputati cittadini.... di ritorno dall'Assemblea tenuta dal Circolo Popolare di Firenze il 18!....»

Già fu chiarito a prova, i Circoli fatti omai governo distinto, e aspirando a diventare il solo, corrispondere inquieti e sospettosi fra loro; non pertanto occorre traccia nei Giornali del tempo come in questa occasione più operosi che mai si restringessero a operare.

Il Circolo di Orbetello, l'altro di Grosseto, corrispondono non pure col Circolo centrale di Firenze, ma con quello ancora di Livorno.

A comprendere la tremenda attività del Partito, che urgeva stringentissimo a prendere immediati provvedimenti, importa riferire parte della corrispondenza dei Circoli. Nessun Governo mai si auguri trovarsi tanto bene servito come i Circoli erano: io poi sovente all'oscuro di tutto; sicchè venendo a me i più impronti faccendieri di quello, smaniosi per notizie più fresche, e trovatomi ignaro perfino di quelle ch'essi sapevano, trascorrevano in rampogne acerbe di colpevole negligenza, e di peggio.

Da Santo Stefano, nel giorno 8 febbraio, all'Alba e agli altri Giornali mandano: a ore 2 p. m., l'arrivo del Granduca con parte della sua famiglia, e dei signori Sproni e Conticelli, su di una barca peschereccia partita da Talamone a mezzogiorno.

A ore 4 e ½, arrivo della Granduchessa col resto della famiglia. Albergo in casa Sordini, magazziniere del sale e tabacco. Sospetti di fuga.

Ore 8 e 9 p. m., arrivo di due staffette con dispacci.

9 febbraio, 9 ore p. m., arrivo della fregata inglese.

Da altra corrispondenza pervennero ai Circoli i minimi particolari, come: L'aspirante inglese posto a guardia del Granduca; la tristezza dei membri componenti la R. Famiglia; il cibarsi di S. A. di alcune gallette navigando da Talamone; l'arrivo di carrozze, equipaggi, segretarii e servi.

13 febbraio 1849. Il Granduca è sempre in Santo Stefano. Sparge danaro. Grossetani hanno rotto la strada che conduce a Santo Stefano. Le popolazioni maremmane tutte in armi, avverse al Granduca.

15 febbraio 1849, ore 12 m. Partenza del Ministro inglese. — Il Virgilio va a Ponente con due compagni di Sir Carlo Hamilton.

Ore 3 p. m. Istruttore dei Principini s'imbarca per l'isola del Giglio o per Gaeta, come sembra, per fissare un palazzo di dimora.

Ore 4 p. m. Visita delle LL. AA. al Can Mastino; voce che sieno partite, ma tornano a terra; pure si accerta, che poco più si trattengano.

16 febbraio, ore 7 a. m. Nella notte è arrivato dall'Alberese un Bestiaio con dispaccio pel Granduca.

Ore 9 a. m. Arrivo dell'Agente dall'Alberese con venti starne e un capriolo.

Ore 2 p. m. Fregata mette segnali.

Ore 4 p. m. Il Granduca va a bordo della Fregata Teti in compagnia del Comandante.

Ore 5 p. m. Arrivo di un espresso a spron battuto con dispacci pel Principe.

17 febbraio, ore 6 ½ a. m. Leopoldo è sempre in Santo Stefano.

Ore 7 a. m. Arrivo del Porcospino.

Ore 6 p. m. Sembra che il Granduca voglia partire. Imbarca sul Can Mastino bauli, valigie ec.

Ore 10 p. m. Seguita lo imbarco.

18 febbraio, ore 12 ½ di mattina. Arrivano i Ministri di Francia e Spagna. Sono presenti quelli di Piemonte, Roma, Svezia, Prussia: si attende il Russo. — Stanno ancorati in porto Teti, Porcospino, Can Mastino. Sordini e Lambardi al fianco del Granduca. — Prete Baldacconi mandato a Siena per motivo segreto. Dama Palagi sviene alla lettura di certa lettera. Frequente convocare del Corpo Diplomatico. Imbarco e disbarco di arnesi. Incertezza di atti. Paese tranquillo.

Da altra corrispondenza:

Porto Santo Stefano, 14 febbraio. Porco-Spino parte per Napoli col carico dei danari l'11; torna il 12 col Can Mastino.

Staffette in questo giorno non sono arrivate.

Ore 6 p. m. Sul Virgilio arriva il Ministro Sardo. Servitore supposto del Ministro Inglese, è napoletano. Bellerofonte dicesi navigare per questi paraggi.

15 febbraio, ore 7 a. m. La notte senza staffette.

Altrove si troverà più completa e continua questa corrispondenza, dalla quale risulta quanto grandi fossero il sospetto della Fazione, ed anche la paura generatrice di partiti disperati; e quindi la vigilanza mantenuta su tutti e su tutto, alla quale riusciva impossibile che potessi sottrarmi io.

Ciò posto, ricerchiamo prima quali potevano essere, e quali di fatti erano le mie apprensioni, e poi esamineremo il contegno tenuto.

Primieramente, io opinava che S. A. avesse in animo di partire aspettando il benefizio del tempo, il quale, come dimostrerò a suo luogo, doveva riuscirgli favorevole, e somministrava l'unica via per conseguire lo intento in quella guisa ch'egli pure desiderava; mi confortavano a credere così le informazioni ricevute, di cui trovasi testimonianza nel Dispaccio diretto da lord Hamilton a lord Palmerston in data del 7 febbraio 1849: «Il Granduca.... mi chiede, che io voglia ordinare ad uno dei Vapori di S. M. di essere nel Porto di Santo Stefano domani sera, per ricevere esso e la sua famiglia sul bordo.... Non conosco se la intenzione del Granduca sia andare alla Elba, o no.» — (Collezione di Documenti citata). — Il Piroscafo tardò un giorno; invece della sera dell'8 arrivò in quella del 9. — Opinione universale fu che l'A. S. in Inghilterra o a Gaeta riparasse. Lo imbarco e lo sbarco delle masserizie dimostra l'animo perplesso a stare o a partire. Il Porto Santo Stefano poi non poteva essere lungamente stanza pel Principe e la sua R. Famiglia, atteso i disagi del luogo; i cariaggi, mancando locali capaci a ricettarli, stettero al sereno; nè casa Sordini era atta a tanti ospiti.

Nella notte dell'8 febbraio pervennero al Principe due staffette, in virtù delle quali io pensai che egli fosse consigliato a restare, nel presagio che la Toscana commossa con universale dimostrazione, Governo Provvisorio e Costituente rovesciando, lo richiamasse al trono.

In quanto ai disegni della Fazione, non vi era dubbio da accogliere; ad uno di questi due scopi ella tendeva con tutte le forze, o cacciare il Principe, o impadronirsene. L'animo mio ondeggiava combattuto da pensieri angosciosi. — Nonostante io esitava, e vinto dalla gravità dei casi rimanevami inerte. Ma quando da un lato i Circoli, le Deputazioni e il Popolo frementi d'ira, vennero ad accusarmi dicendo: «Che avete voi fatto da sei giorni a questa parte? Nulla. Voi ve la intendete co' nostri nemici; voi la rovina del Paese preparate e la vostra;» e dall'altro udivo: «Il Popolo farà da sè, il Governo è ormai impotente a salvarlo: egli nulla vuole conoscere, nulla sapere: si manderanno frattanto mille uomini armati a Siena; il Popolo sorgerà come un uomo solo: presto la Maremma sarà tutta in armi; gli animi ribollono ardenti e vogliono finirla....» con le altre più cose, che prego i lettori di rammentare, e dispensarmi dal travaglio di riferire da capo; coartato allora in guisa, che nessuno io penso abbia patito violenza pari alla mia, nel curvarmi sotto il giogo provvedo ai fieri eventi che presagivo probabili; e tale fu il mio consiglio: dissuadere i Popoli Maremmani da muoversi senza ordine del Governo, e indurli a sottoporsi al comando del Generale D'Apice; nel mentre che la imposta leva in massa sembro assentire, prescrivere che si adunasse gente eletta, usa alla disciplina, e sempre al Generale D'Apice nei suoi moti si sottomettesse; raccolta così una colonna di milizie ordinate, contenere le Popolazioni nei moti impetuosi, e impedire che la Fazione senza o contra il Governo si agitasse; intanto fare comprendere a S. A. che lasciasse tempo al tempo, e in altra parte attendesse quello che pure stava in cima dei suoi pensieri, ritornare senza spargimento di sangue a reggere mite popoli miti; in qualunque caso tenere apparecchiata una forza per tutelare la persona del Principe, e la sua famiglia, dal minacciato attentato d'impadronirsi di loro. Rammentisi che le Deputazioni maremmane non intendevano già coadiuvare, bensì essere coadiuvate; la quale cosa importa, che i Maremmani volevano formare la parte principale della impresa; rammentisi la strada grossetana tronca, e l'accusa di essermi lasciato sfuggire il Granduca dalle mani, e la deliberazione presa di ridurlo a Monte Filippo: rammentisi eziandio le popolazioni in arme avverse al Granduca, e la notizia che si leverebbero in breve come un uomo solo, e l'ardore di cui si mostravano prese, e il proponimento di finirla una volta per sempre con lui... E ritenuto tutto questo, ed altro ancora che non ricordo, domando s'egli era bene lasciare che cotesto assembramento di uomini esaltati si operasse? — I miei Giudici dunque non avrebbero pensato ad alcuna provvidenza al fine d'impedirne o reggerne i moti? Hanno mai avvertito i miei Giudici alle sventure, che dovevano temersi possibili dal mescersi di tante generazioni di uomini senza freno, e senza guida? — Balenò mai loro alla mente il fiero caso, ch'esse giungessero a impedire la partenza del Principe.... e quello, che è anche a imaginarsi più orribile, che lo sostenessero?

Accusa, Giudici, — che fin qui non mi avete giudicato, ma calunniato, — non parlo a voi. Voi irridete le mie parole, e a mezza voce mormorate il ritornello:

Lustre, mostre, ed arti per parere;

arti solite di chi doppio ha il cuore, con quello che seguita: — io parlo al Paese, che mi sarà più pio.

Consideriamo il Dispaccio al Governatore di Livorno: la sua data è del 14 febbraio; — dunque molto tempo dopo le coartazioni e le minaccie perigliose della stampa, dei Faziosi, del Circolo fiorentino e delle Deputazioni maremmane. Il Dispaccio parla di lettere che mi vengono poste sotto gli occhi; dalle quali espressioni si ricava, che una gente estranea, desumendone necessità di misure immediate, non mi lasciava neanche tempo a copiarle, onde senza dilazione si spedissero gli ordini. Dall'8 al 14 febbraio corre pure un bel tratto! Sei giorni: quanti appunto mi rinfacciavano essermi rimasto inerte. Nei tempi di rivoluzione sei giorni paiono, e veramente sono, una eternità. La stanza del Granduca al Porto Santo Stefano si conobbe presto; dunque finchè non mi violentarono, io stetti inoperoso. Anche qui occorre il caso, che parrebbe a un punto miserabile e festoso, ove non si conoscesse come tutti i Partiti giudichino con le mani su gli orecchi, e la benda su gli occhi: che i Repubblicani mi riprendono da una parte di non fare; l'Accusa dall'altra mi rimbrotta di aver fatto. Per questo i primi mi avrebbero tolta la libertà; la seconda mi mantiene prigione! Il Dispaccio del 14 febbraio trascrive, come quello dell'8 febbraio, taluna delle parole stesse che i Faziosi venuti ad estorcerlo vedemmo avere già adoperate: si apparecchi gente da ingrossarsi per via; ma però avverto che sia SCELTA; il quale avviso fu introdotto con intenzione di far comprendere che la gente buona fosse, e ad obbedire disposta. La frase però più meritevole di essere specialmente notata è la seguente, posta con cautela, come mi era concesso in quelle strette: D'Apice scriverà, e attenetevi ai consigli di lui; e questo importa: nessuno si muova senza ordine del Generale. — Lasciate, di grazia, lo inviluppo delle parole, che la temperie del giorno rendeva necessario, oppure ritenetele tutte, ma sotto la scorza ricercate il vero, e troverete prudente consiglio, non potendo fare a meno, essere stato quello di apprestare buona e cappata gente, che sotto gli ordini di Domenico D'Apice (soldato a cui per la sua temperanza nemmeno rifiuta lode l'Accusa) si tenesse pronta a fare riparo ai temuti infortunii.

E mio concetto fu, qualora il presagito assembramento si avverasse, spingere D'Apice a presidiare Grosseto, e quivi, recatasi in mano la somma del comando, reprimere le masse popolari dal trascorrere contro Porto Santo Stefano, e tenere fermo il Paese fino alla pronunzia del voto dell'Assemblea toscana.

Il Generale D'Apice, oppone l'Accusa, dichiara avere ricevuto lettera di mio, onde con parte della truppa si dirigesse a Grosseto; «ma poichè, egli aggiunge, si trattava che cotesta Spedizione doveva farsi contro il Granduca, che allora era in Maremma, io ricusai incaricarmene.» — A vero dire, richiamando la mia memoria su questo punto, posso affermare risolutamente senza timore di essere smentito, che tale non fu il dubbio esternato a me dall'onorevole Generale; sibbene la ripugnanza di trovarsi con poca truppa e male ordinata fra Popoli tumultuanti. Questo però non toglie punto, che dentro l'animo suo accogliesse anche l'altro che accenna; solo dico che si astenne da parteciparmelo; e dov'egli mi avesse aperto l'animo suo, conoscendo la fede dell'uomo, lo avrei chiarito del congetturare suo falso; per tutela, non per offesa del Principe, volerlo io incamminare a Grosseto, e commettergli in quella città si fermasse, ogni aggressione contro Porto Santo Stefano sventasse, i moti tumultuarii prevenisse, il Paese quieto fino alla pronunzia dell'Assemblea toscana, che malgrado le opposizioni intendevo convocare, mantenesse.

Dell'ordine dato, e della raccomandazione che nessuno senza comando del Generale si avesse a muovere, oltre al Dispaccio mandato il 14 febbraio al Governatore di Livorno; oltre alle parole della Deputazione Grossetana, che la gente si sarebbe aggiunta seguitando il D'Apice; oltre alla dichiarazione, che per muoversi attendevano le milizie ordinate, ne fanno aperta testimonianza questi Documenti che ricavo dal Volume stampato dall'Accusa: ex ore leonis, come Sansone, il mele. —

«Al Governatore di Livorno — Petracchi.

«La mia colonna è sottoposta al Generale D'Apice, nè posso muovermi senza suo ordine.» — Pontedera, 13 febbraio 1849.[324]

Il medesimo al medesimo:

«Ieri sera circa le ore 11 arrivai a Pontedera, donde avvisai il Generale D'Apice del nostro arrivo, avvertendolo che sarei partito col treno delle 12 di questa mattina. Ero con la colonna sotto la Stazione PRONTO A PARTIRE quando un Dispaccio del Generale D'Apice MI ORDINAVA DI RESTARE QUAGGIÙ.» — Pontedera, 14 febbraio 1849.[325]

Dove gli ordini per la Spedizione del Porto Santo Stefano fossero stati spontanei, io non avrei certo aspettato dal giorno 9 febbraio, in cui seppi l'arrivo di S. A. in quel Porto, al diciassettesimo a sopportare mossa la colonna Guarducci per Rosignano. Gli ostacoli frapposti perchè non fosse mandato ad esecuzione quanto i Faziosi imponevano, appariscono evidenti da questo: la colonna Guarducci nel 16 febbraio si trovava in Empoli:[326] «La colonna Guarducci era già partita prima del mio arrivo a Empoli.» Il giorno 17, rimandata a Livorno, s'incamminava per la via littorale verso Maremma; e non ha guari ho detto: io non l'avrei sopportata mossa il 17 febbraio; imperciocchè senza ordine del Generale D'Apice, a cui era sottoposta, nè mio, nè di veruno altro Membro del Governo Provvisorio, si fosse posta in marcia. Il Popolano, che da sè stesso s'intitolava Monitore del Circolo Fiorentino,[327] ed era informatissimo di quanto accadeva, annunzia la partenza del battaglione Guarducci per Maremma, ma non sa avvertire per comando di cui, nè a qual fine.[328] Riscontro sicuro che Guarducci non ebbe comando nè dal Generale nè da me, è questo: che da Empoli non lo avremmo respinto a Livorno, ma sì da Pisa su per la Via Emilia incamminato a Grosseto. — Altra prova che di arbitrio del Governatore era lo invio del Maggiore Guarducci in Maremma, è considerare come questi non trasmetta i suoi rapporti al Generale D'Apice o al Governo superiore, ma renda ragguaglio dell'operato unicamente al Governatore.[329] Ancora: il Governo non poteva intendere col Dispaccio del 14 al Governatore di Livorno, che questi spedisse il Battaglione Guarducci, però che lo avrebbe fatto direttamente da sè. Con questo ho voluto dimostrare che, per me, il Battaglione fu trattenuto fino al 17 febbraio; che da noi non fu comandato di marciare alla volta di Maremma; e che il Governo di Livorno, il quale volle, seppe eziandio incamminarlo immediatamente là dove il Governo superiore non lo incamminava. Altra prova che eravamo andati trattenendo la gente dallo accorrere in Maremma, è l'ordine trasmesso il 14 stesso, al Battaglione Petracchi, di stare fermo a Pontedera, ed incontrarvelo sempre nel 17 febbraio. In cotesto giorno il suo Comandante non corrisponde più col Generale come gli correva obbligo, bensì col Governatore di Livorno, a cui manifesta il suo pensiero di partire il giorno appresso per Maremma, non già in virtù di ordine ricevuto;[330] il Governatore di Livorno, usurpando le funzioni del Generale D'Apice, comanda senza superiore concerto, e di sua autorità, il ritorno del Battaglione Petracchi.[331]

Dunque rimane provato che D'Apice non mosse per Maremma, anzi rifiutò muoversi; che il Battaglione Guarducci, trattenuto fino al 17 in Empoli, e nel giorno stesso rimandato a Livorno, si avviò per Maremma non pure senza ordine del Governo, ma contro la volontà del Governo; e finalmente che il Battaglione Petracchi tenuto da noi fermo fino al 17 in Pontedera è richiamato a Livorno dal Governatore, che ormai si arroga autorità a disporre le cose a suo senno.

Altro riscontro di consigliato impedimento occorre confrontando la seguente corrispondenza. Il Governatore Pigli domanda con Dispaccio telegrafico del 17 febbraio 1849, ore 11, m. 5 pom., al Maggiore Petracchi: «Per ordine del Governo Superiore domattina circa le 11» (e non era punto vero) «deve essere eseguita una spedizione di Militi cittadini per oggetto importante. Se ella, senza nuocere alla missione che l'è meritamente affidata, credesse far parte con la sua colonna di detta spedizione, o di mandarne almeno porzione, la prego prevenirmi col mezzo del telegrafo nel caso affermativo.»

Parmi pressochè inutile notare come, se il Governo avesse voluto servirsi di questa forza, avrebbe trasmesso direttamente gli ordini, non già pel mezzo del Governatore: infatti, se non per altro, per economia di tempo, era ragionevole che il Dispaccio restasse a Pontedera, e non si spingesse a Livorno per ritornare poi a Pontedera: parmi del pari superfluo ricordare come per avviarsi verso Grosseto il Petracchi da Pontedera non avesse mestieri di condursi a Livorno: finalmente nemmeno mi tratterrò ad avvertire una cosa, che, come troppo ovvia, salta agli occhi dei più idioti; ed è, che avendo voluto spingere gente in Maremma, poco importava la condotta del Generale D'Apice, dacchè più tardi il Governatore Pigli, quando ebbe sotto la sua potestà il Battaglione Guarducci, ve lo diresse.

Solo mi giovi richiamare l'attenzione di chi legge su questo, che nel fine di rendere frustraneo l'ordine estorto, nei giorni 14 e 15 febbraio, come dimostrano gli stessi Documenti dell'Accusa,[332] fu comandato al Petracchi di non si muovere senza ordine del Generale D'Apice, e, otto ore dopo lo invito a lui fatto dal Governatore Pigli, io sospettando di qualche trama, fui cauto di richiamarlo a Firenze. «Il Presidente del Governo Provvisorio al Comandante Antonio Petracchi. — Firenze, 15 febbraio 1849, ore 8 a. m. — Venga subito a Firenze. Prenda una carrozza. Risposta subito.»[333] Sicchè, ritenuti nelle nostre mani i battaglioni Petracchi e Guarducci, il primo a Pontedera, il secondo a Empoli, di gente scelta e disciplinata, o che presentasse almeno simulacro di disciplina, donde e chi potesse raccogliere il Governatore di Livorno, in verità non si comprende.

L'Accusa insiste allegando lo invio dei 12 Municipali a Grosseto, e degli Artiglieri nazionali e di linea, i quali dalla lettera del Prefetto Massei, riportata nei Documenti dell'Accusa a pag. 321, ricaviamo sommare a 14, e così in tutti a 26! — Ma io non ho trovato ordine alcuno da me, nè da altri, trasmesso al Governatore Pigli perchè muovesse di arbitrio neppure una persona; e questo Governatore molte cose faceva a modo suo, più molte si accingeva a farne; e moltissime poi ne dava ad intendere. Poco sopra avete osservato come egli avvisasse Petracchi della Spedizione che doveva essere eseguita la mattina del giorno 15, prima delle ore 11, e non fu vero; nella lettera del 14, riportata in nota qui sotto, annunzia al Prefetto di Grosseto lo invio dei 26 uomini; aggiunge, che nel veniente giorno partirebbero da Livorno due compagnie di Guardie Nazionali, e non fu vero; nello stesso giorno 15 afferma altre forze militari provenienti da Firenze capitanate dal Generale D'Apice costà sarebbonsi dirette, e non fu vero: da Firenze per lo contrario partì l'ordine che stessero ferme.[334]

Il disegno di formare in Livorno un centro di Governo Repubblicano, nello intento di rovesciare il Governo Provvisorio, vedremo farsi mano a mano più chiaro che c'inoltreremo a discutere le imputazioni dell'Accusa. Essa dice: ma voi impediste le corrispondenze al Principe, e mandaste persone armate a Cecina per intraprenderle. Io nulla impedii. Il Circolo Grossetano ricorrendo co' suoi emissarii al Governatore di Livorno, presso cui trovava più facile ascolto, insisteva per questo provvedimento. Il Governatore, sempre più emancipandosi, prende le misure che reputa convenienti, e poi ne avvisa il Governo:

«Signor Ministro. Persone autorevoli di questa città mi hanno fiduciariamente fatto supporre che dal Fitto della Cecina, villaggio posto sopra la strada maremmana, transitino di frequente degl'individui diretti a Porto Santo Stefano, i quali, per la loro indole sospetta, sarebbero meritevoli di tutta la sorveglianza governativa. Essendomi sembrata cosa di somma importanza lo attivare senza indugio questa sorveglianza, la quale può condurci ad utilissimi resultati, sono sceso nella determinazione di fare la Spedizione per quella località di venti cittadini armati, i quali, di fatti, nelle ore pomeridiane di oggi partono a quella volta capitanati e diretti dal nominato Giovanni Scotto. L'ufficio che eglino debbono esercitare quello si è di vigilare e tenere di occhio le persone transitanti per detta ubicazione, spingendo le loro indagini, nei casi di dubbio e sospetto, fino alla perquisizione, ed effettuandone, occorrendo, anche l'arresto. Per fare fronte alle spese necessarie al mantenimento dei componenti la detta Spedizione, è stata, per mio ordine, prelevata dalla Cassa di questa Dogana la somma di L. 500, su le quali ho fatto una anticipazione di zecchini 12 al rammentato Giovanni Scotto. Affrettandomi a renderle conto, signor Ministro, di questa misura, che ho creduto dover prendere per urgenza, starò in attenzione delle sue istruzioni in proposito ec. — 13 febbraio 1849. — C. Pigli.»

Dall'altra parte il Prefetto di Grosseto avvisava il Circolo di Grosseto, avere deliberato di operare in guisa che i Dispacci attinenti alla Corte Granducale si fermassero. In simili angustie ai signori Marmocchi e Allegretti non era dato disfare, senza manifesto pericolo, quello che ormai aveva il Governatore compíto; e per altra parte, considerando le sciagure a cui sarebbero andate sottoposte le persone partecipi della corrispondenza se le lettere fossero pervenute in mano degli arrabbiati, mi sembra che dirittamente si consigliasse dai predetti Signori, ordinando al Prefetto di Grosseto procedere con prudenza e saviezza per l'adozione delle misure necessarie ad assicurare la esecuzione del divisato progetto.[335]

E che tale dovesse essere la intenzione dei signori Marmocchi e Allegretti nessuno potrà negare, e forse, se interrogato, lo avrà già detto il signor Segretario Allegretti compilatore dei Dispacci allegati. A me giovi affermare che io, non pure non concorsi a impedire la libera corrispondenza a S. A., ma all'opposto, per quanto stette in me, gliela schiusi. A Sir Carlo Hamilton, che me ne fece istanza, detti carta amplissima perchè lo lasciassero passare liberamente; e non solo questa carta io gli affidai, ma consenso espresso a quanto intendeva proporre.

Ed ecco quanto egli aveva in mente proporre, e mi affermò avere proposto. Spontaneo, o, come credo piuttosto, di concerto con personaggi cospicui della città nostra, egli restringendosi meco mi confessava volere tentare l'animo dell'A. S. a deporre i fastidii del molesto Governo, rassegnandolo al suo reale Primogenito; e mi ricercava, nel caso che il suo consiglio venisse accolto, se avrebbe potuto ripromettersi la mia adesione. Io risposi quello che ora non dubito manifestare: parermi il Popolo troppo acceso adesso; essere di mestieri liberarlo prima dagli stimoli urgenti e incessanti; poi dargli tempo a riaversi dal delirio; per questi argomenti egli sarebbe tornato per certo alla devozione antica; in quanto a me, tranne la momentanea esaltazione, crederlo, anzi saperlo bene affetto al Principato; la più parte dei Toscani desiderare le libertà costituzionali, e di queste chiamarsi contenta; per siffatta mia convinzione, confermata dai Rapporti officiali e da particolari notizie, potere egli ritenere per fermo, che avrei di buon grado aderito a tutto quanto tornasse di vantaggio al Paese, onorevole per me. Sir Carlo tornando mi riferiva bene avere del suo proponimento tenuto motto a S. A., ma, rinvenuto il terreno poco arrendevole, essersi trattenuto dallo insistervi sopra. Motivi di convenienza, che anche in mezzo ai pericoli e alle provocazioni della intemperantissima Accusa reputai mio dovere osservare, mi persuasero ad astenermi da esporre questi fatti, finchè Lord Giorgio Hamilton visse, e Sir Carlo dimorò in Firenze. Adesso poi che il Signore ha richiamato alla sua pace l'onorevole ed egregio Lord Giorgio, e Sir Carlo si condusse altrove, penso potere, senza offesa della delicatezza, manifestare simili trattati, e prego con fervorosa istanza il nobile Baronetto, dovunque si trovi, se mai gli perverranno nelle mani queste dolenti pagine, a rendere pubblica testimonianza in faccia della Europa se sieno i miei labbri mendaci, o se anche in questa parte esprimano la verità.[336]

Altro esempio, che il Governatore Pigli faceva da sè, lo troviamo nello avere pagato lire diecimila al Petracchi per la Spedizione a Portoferraio, senza ordine del Governo, anzi senza pure avvisarlo. Di vero, agevole cosa è comprendere come cotesta Spedizione per diffalta di danaro non avrebbe avuto luogo, e il Governatore per certo doveva avvertire, che non gli essendo provvisti i mezzi necessarii, non poteva mandarla ad esecuzione, nè le facoltà sue estendersi a disporre dei pubblici danari; e questo per lui potevasi avvertire subito per telegrafo, non già aspettare al 10 febbraio quando le cose erano fatte. — Così tra il mandare Dispacci, e rispondervi, sarebbe scorso tempo sufficiente a sedare gli spiriti accesi, persuaderli della inanità di cotesto moto, e indurli forse a desistere.[337]

Altro esempio dello arbitrario operare del Governatore Pigli ci viene offerto dalla Spedizione fatta dal medesimo, fino dall'11 febbraio, alla Isola del Giglio, della Spronara, per vigilare persone sospette, e pubblicare Proclami, della quale avvisa il Governo unicamente nel giorno tredici successivo;[338] e sì, che anche su questo, se per via telegrafica non poteva informarci intorno ai particolari delle cose, gli era agevole notificarcene la somma. Nel maggiore uopo ci lasciava per taluni giorni senza avviso delle operazioni che gl'importava palesarci ormai compíte, comecchè di altre per minuto ci ragguagliasse; ed egli medesimo il confessa: «La rapida e incessante successione degli eventi, e le cure che ne conseguitano, assorbono così il mio tempo da non lasciarmi agio a quell'ordinato e quotidiano ragguaglio che avevo impreso, e che riannoderò come prima mi sia concesso, limitandomi di presente a darle conto dei casi più gravi, e delle più importanti misure.»[339]

Il Rapporto del 14 febbraio incomincia con la protesta medesima: «Neppure oggi mi è dato riprendere la interrotta narrazione degli avvenimenti attuali, bastandomi appena il tempo e le forze di accennare di volo i più notevoli ed importanti.»[340]

L'Accusa sostiene che, ricusato dal Generale D'Apice il comando della Spedizione pel Porto Santo Stefano, il Governo lo confidava al Pigli, il quale tosto incamminò La Cecilia per la Maremma verso Porto Santo Stefano. Contradizioni, e peggio: nè l'una cosa, nè l'altra. La Cecilia per ordine del Governatore di Livorno, non già spedito dal Governo o da me, precede la Colonna Livornese, e va per mettersi a capo delle Guardie Nazionali della Maremma; poi fa una giravolta, pubblica Proclami, nessuno gli dà retta, e torna maledicendo ai Maremmani. Il Governatore non ebbe mai altra commissione, tranne quella di adunare gente scelta, e dipendere dagli ordini del Generale D'Apice. A D'Apice fu proposto il comando delle forze nel caso che si avesse dovuto spedirle a Grosseto; egli non accettò lo incarico, e a nessuno altro venne conferito giammai. Chi sostiene diversamente, a chiare note si sappia ch'ei calunnia, all'atroce intento di nuocere contro la verità manifesta. Infatti, quando ebbe questo ordine il Pigli, che l'Accusa fabbrica nella sua officina? prima, o dopo il 14 febbraio? Prima no, conciossiachè pel Dispaccio incriminato del 14 la gente scelta doveva apparecchiarsi, e dipendere dal Generale D'Apice, e per le prove superiormente addotte ne dipendeva; dopo nemmeno, dacchè, oltre il Dispaccio del 14, per frugare che abbia fatto, l'Accusa non ha potuto rinvenirne altro. Qui dunque si tratta, io lo ripeto, di calunnia, non già di accusa.[341]

Ma la presente materia merita di essere più sottilmente considerata, onde si faccia luce maggiore nella ragione degli uomini e dei tempi. Coloro che volevano strascinare il Paese al compimento della rivoluzione, sfiduciati d'incontrare nel Governo arrendevolezza, si volsero a quelli che meglio parvero disposti a secondarli; e fra questi venne lor fatto incontrare, più accesi degli altri, Carlo Pigli e La Cecilia; noi li vedremo collegati avversare il Governo, tentare ogni via di usurpare il Potere per promuovere la Repubblica, e per altra parte noteremo indirizzarsi a loro uomini perversi con orribili proposte. Alfine l'uno è deposto dall'ufficio, l'altro avviato fuori del Paese.

La Cecilia crebbe avverso a me: delle sue qualità morali non parlo, chè a me nulla è noto che onorevole non gli sia; favello dell'uomo politico. Io presto ebbi a conoscerlo irrequieto e dominato, più che da altro, da certo spirito torbido che lo agitava a fare e a disfare.[342] I Livornesi, i quali, più che altri non estima, aborrono i commuovimenti inani o pericolosi, spesso venivano o mandavano a lamentarsi meco di lui, e mi pregavano trovare modo ad accomiatarlo onestamente. La corrispondenza officiale ha da porgere di questo piena testimonianza; in suo difetto, ne occorre traccia nel mio Dispaccio telegrafico al Governatore di Livorno del 19 novembre 1848: «I reclami contro La Cecilia crescono di momento in momento. Invitisi venire a Firenze per conferire col Ministero.» Egli prima mi tenne caro; quando poi mi conobbe avverso alla Repubblica, prese a inimicarmi con molta acerbezza nel Corriere Livornese che tolse a dirigere: però nel 7 marzo stampa su l'Alba, Giornale devoto a parte repubblicana, essersi ritirato da cotesta Direzione per la stupida servilità dei tipografi proprietarii del Giornale. I tipografi gli rispondevano: «Non essersi già ritirato, ma averlo essi licenziato, e averne avuto motivo non dalla stupida servilità loro, ma dalle sue continue incoerenze, avendo fatto subire in breve tempo al Giornale cento variazioni e colori diversi: ora adulando il Governo in cose che nessuno lodò, anzi biasimò (come nel Discorso della Corona per l'apertura delle Camere!), ora facendogli una opposizione alla quale la opinione pubblica ripugnava[343] Mandato a Roma da Montanelli come Console toscano, in breve renunzia e torna in Livorno. Qui domina Pigli, e lo governa a suo senno: va, viene, capovolge ogni cosa; si accompagna a tutti i conati per istrascinare il Governo a proclamare la Repubblica, ed unirsi, senza indugio, con Roma. Quando mi verranno consegnate le carte della mia amministrazione, confido potere ordire più completa storia; — costretto a valermi delle carte dell'Accusa, a nuocere copiose, a salvare parche, mi si presenta nel primo di marzo 1849 un Dispaccio, dal quale si argomenta come La Cecilia si affaticasse a conseguire qualche grado superiore nello esercito, ed io rispondo: «Gli ufficiali delle milizie sono destinati, e La Cecilia guasterebbe ogni cosa. A Pistoia lo Ufficiale superiore sarà Melani colonnello, a San Marcello Razzetti maggiore; non facciamo confusione. Riguardo ai mezzi, bisogna regolare le cose in maniera che lo impiego della fortuna pubblica si faccia rigorosamente, e possa darsene sempre esatto conto. Entrerà nelle previsioni del Governo mandare un quartier-mastro pagatore.» Pigli risponde: La Cecilia non essere eletto a comandare truppe, solo a precederle fino a Lucca, onde provvedere ai bisogni delle nostre colonne, e averlo inviato i Maggiori Guarducci e Petracchi; stasera o domattina aspettarsi reduce in Livorno.[344] All'opposto ricaviamo dai Documenti che La Cecilia il Generale comandante le Milizie toscane non cura, molto meno il Governo, bensì col Governatore di Livorno unicamente corrisponde; in quel giorno stesso egli lo avvisa non avere trovato cavalli da treno, e fra le altre cose, che alle due partirà per Lucca. Un poco più tardi: avere passato in rivista la compagnia di Pisa, e, dopo altre notizie, domanda l'approvazione del Governatore.

Barli, comandante di Piazza a Pisa, per telegrafo avverte: essersi presentato il signor Colonnello La Cecilia con una Circolare del Governatore di Livorno, che lo autorizza a presentarsi alle Autorità Civili e Militari, per essere assistito in ogni sua operazione a reclutare Volontarii, e cavalli per l'artiglieria nazionale; avergli domandato quanta cavalleria fosse disponibile in questa Piazza; domandare istruzioni per non intralciare le operazioni di cotesto Dipartimento.[345]

Sicchè quanto fosse vero, che Petracchi e Guarducci avessero inviato la Cecilia, e non il Governatore, di qui apparisce espresso. Per queste notizie accorgendomi come ormai volesse stabilirsi un Governo di fatto Repubblicano a Livorno, di cui Pigli avesse ad essere la mente, e La Cecilia la spada, mando al Governatore:

«Lo invio del La Cecilia è uno dei soliti spropositi; domanda artiglieria, cavalleria, e altro da Pisa. Tu hai azione dentro il tuo Dipartimento, fuori no; non puoi farlo senza mandare sottosopra ogni cosa. Per Dio, così rovina la impresa. Dite il vostro bisogno. Dite come potete provvedere per voi, e come deve aiutarvi il Governo centrale. — Manderemo ufficiali a posta. Il Comandante di Pisa, come è naturale, non sa che fare. Si richiami La Cecilia con bel garbo.[346]

Pigli per gratificarsi i Volontarii livornesi, promette di propria autorità venti crazie al giorno di paga. Avverto, che questo negozio sconvolge da cima in fondo lo esercito, imperciocchè tutti pretendono paga uguale; per rimediare, suggerisco far credere che la differenza della paga ricevano dal Municipio; scongiuro non prendano misure senza concerto nostro; altrimenti, quando più la disciplina e la organizzazione abbisognano, ci casca addosso il caos.[347] La Cecilia, apprendendo che l'ordine del Pigli intorno alla cavalleria non verrà eseguito, gli scrive parole concitate contro il Governo superiore.[348] Pigli risponde insistendo non avere egli inviato La Cecilia... «Che debbo farci?» egli aggiungeva: «gl'imbarazzi sono molti!»[349] Questa parevami, ed era, duplicità manifesta. Da lunga pezza io era informato delle disposizioni di Carlo Pigli ostili al Governo, dello studio posto da lui a radunare un partito gagliardo in Livorno, della sua professione nuovamente repubblicana, del suo accontarsi co' più ardenti di cotesta parte, non meno che dello agitarsi perpetuo del La Cecilia. Certo mio parente, che di me, troppo spesso fiducioso più che non conviene, prendeva amorevole cura, sorprende e mi reca lettere, inviate da un Frugoni di Lerici, capitano di mare, e proprietario di bastimenti, a La Cecilia, con le quali gli proponeva alla ricisa di ammazzarmi come traditore, e surrogare lui a me, Pigli a Mazzoni come uomo inetto; si lasciasse Montanelli, finchè non si trovasse meglio. Dai Documenti raccolti per opera dell'Accusa resultano le prove di questi fatti, i quali vengono per altri riscontri confermati in processo. Spedito Marmocchi a Livorno a investigare le cose, così riferisce nel 5 marzo: «Non ho scritto fino ad ora, perchè ora solamente ho un concetto preciso delle cose in questa città. Ho sentito molte persone di opinione diversa. Vado per la diagonale e vado bene. La cosa principale per la quale sono qua è una ridicolezza. Pigli è lo stesso amico di prima, sincero e ardente. La differenza è nella salute, perchè io l'ho trovato veramente decaduto. Si regge mercè lo spirito, e considererebbe siccome gran favore la sua licenza, o almeno una gita di riposo nel suo paese per un mese. Bisogna dare un collocamento conveniente a La Cecilia. In tutti i modi, subito. Non ha il seguito che credete, no, ma manca l'antica amicizia, e di gran cuore se ne andrebbe. Quel di Lerici è un fatuo; non è nulla; vorrebbe vendere al Governo Provvisorio alcuni bastimenti, ecco la chiave di tutto. Il Popolo livornese è sempre eroico e grande; è anche moderato. La Repubblica non è proclamata. Siamo qui come a Firenze su questo proposito, con la differenza, che Firenze è una selva di alberi, e qui non ve ne sono che tre o quattro soli. Volete si tolgano di Piazza, e si portino in Chiesa fino al giorno che l'Assemblea decreti definitivamente la Repubblica? Livorno aderisce, e Firenze non sarebbe così docile. Vedete dunque che cosa è Livorno.»[350]

Il Rapporto del Marmocchi non poteva persuadermi: comunque vogliasi tenere in poco conto la vita, pure sentirti dire, che il disegno di ammazzarti è cosa da nulla, non garba ad un tratto; e il successo venne dimostrando, che Marmocchi per soverchio di dolcezza neanche nelle altre cose si era apposto al vero. Ad ogni modo risposi: non potere offerire altro ufficio, che di secondo segretario a Parigi; però poco dopo aggiungevo, che se l'uomo meritava congedo, non capivo perchè si avesse a impiegare; ed avvertisse che la mansuetudine, quando è troppa, rovina.[351] Marmocchi replica: La Cecilia accettare; egli essermi ancora molto amico, ma disgraziato; non potere dirmi tutto per telegrafo; venire La Cecilia a Firenze: pregarmi riceverlo, in considerazione della lunga amicizia; nessuno credere a tradimento; quel di Lerici essere fatuo come lo scrittore della Frusta repubblicana; la passata intrinsechezza con La Cecilia avrebbe fatto vedere con dolore la presente severità; esultare gli amici ch'egli partisse, ma non derelitto da me; bene altri nemici avere il Governo; trovarsi chi traendo argomento dalla miseria corrompe la plebe; mi manderebbe nella notte uno di questi facinorosi incatenato a Firenze.[352] Qualche ora più tardi nello stesso giorno, aggiungeva avere veduto il Gonfaloniere, il quale si rallegrava col Governo per la misura presa relativamente a La Cecilia, e la opinione pubblica commendarla.[353]