§ 5. Della lettera del 19 febbraio 1849 indirizzata al Pretore del Porto Santo Stefano.

La Requisitoria del Regio Procuratore generale, a pag. 126, afferma essere stata questa lettera dal signor Marmocchi composta sopra minuta o appunto del Guerrazzi. Il Decreto della Camera di Accuse, a pag. 87, aggiunge, che per essa lettera non si deponeva punto il pensiero della cacciata del Principe. Ecco la lettera:

«Cittadino Prefetto.

«I provvedimenti da voi adottati, dopo le notizie delle quali avete informato questo Ministero col foglio vostro in data del 17 stante, non possono non rimanere pienamente approvati. — Noi corriamo alla frontiera dalla parte di Massa. Colà urge il pericolo. Leopoldo penso che attenda a fuggire. Voi intanto mandate a Orbetello, Massa, S. Filippo, e Rocca S. Caterina. Il Pretore di San Stefano si porti dal Granduca, e gli dica, che il Governo, eletto dalla Assemblea e dal Popolo, gli partecipa che la reazione non può avere luogo; che la sua presenza ecciterà, come ha eccitato, qualche facinoroso al delitto; che è indegno di Principe cospirare a turbare l'ordine, che dice raccomandare. La Nazione giudicherà di Lui come Sovrano. Il Pretore faccia il suo dovere; se non può farlo, protesti all'Ammiraglio, che con la minaccia dei cannoni inglesi s'impedisce il Magistrato ad eseguire gli ordini del Governo. E vi saluto.

«Li 19 febbraio 1849.»

Prima di tutto, come possa da uomo di mente sana conservarsi il concetto di cacciare via tale, ch'ei pensa in procinto di partire, è per vero dire uno dei tanti prodigi di ragionamento, che l'Accusa ci abituò ad ammirare senza insegnarci, almeno per ora, ad intendere. Io poi ho serbata a questa sede del discorso la lettera del 19 febbraio, perchè l'attenzione del lettore si fermi a considerare il tempo e lo stato delle cose in cui fu dettata.

Ora è da sapersi come il signor Gustavo Mancini con Dispaccio del 12 febbraio 1849, in assenza del Prefetto di Grosseto, domandasse le istruzioni, e come dopo cinque giorni il Prefetto medesimo, non le vedendo comparire, per averle insistesse. Dunque da ciò si rende manifesto, come io da ben sette giorni mi andassi indugiando a rispondere intorno al Granduca, però che scrivere spontaneo cosa che gli tornasse spiacente io non voleva, e cosa che a me e ad altrui nuocesse io non poteva. Giunto a Firenze nel giorno 18 febbraio il Dispaccio nel 17 mandato da Grosseto, che instava, affinchè al Pretore del Porto San Stefano le istruzioni domandate fino dal 12 del mese stesso si mandassero, il signor Marmocchi, il quale esercitava allora l'ufficio di Ministro dello Interno, meco per certo ne avrà conferito, e con altrui. Nel Volume dei Documenti occorrono di mio carattere due scritti relativi a questa lettera: il primo veramente è appunto come per ordinario ponevo nel margine dei Dispacci, contenente il concetto della risposta, che si doveva fare; il secondo è copia precisa della lettera mandata.

Lo appunto dichiara: «Le istruzioni furono date. Se S. A. ama, come dice, il Paese, repugna alla dignità e lealtà sue rimanere in parte ove serve di bandiera alla guerra civile. Rammenti, che la situazione attuale del Paese fu creata da lui, non già dal suo Popolo innocentissimo.»[451]

La copia della lettera del 19 febbraio suona in diversa guisa: «Approvansi i suoi provvedimenti. Noi corriamo alla frontiera dalla parte di Massa. Colà urge il pericolo. Leopoldo penso che attenda a fuggire. Mandi a Orbetello, a Massa, San Filippo, e Rocca Santa Caterina. Il Pretore di Santo Stefano si porti dal Granduca, e gli dica, che il Governo, eletto dalle Assemblee e dal Popolo, gli partecipa che la reazione non può avere luogo; che la sua presenza ecciterà, come ha eccitato, qualche facinoroso al delitto; che è indegno di Principe cospirare a turbare l'ordine, che dice raccomandare. La nazione giudicherà di lui come Sovrano. Il Pretore faccia il suo dovere; se non può farlo protesti all'Ammiraglio, che con la minaccia dei cannoni inglesi s'impedisce il Magistrato ad eseguire gli ordini del Governo.»[452]

Ora parmi chiaro, che meco conferendo e con altri il Ministro dello Interno ricevesse commissione di comporre il Dispaccio dietro le traccie dello appunto trascritto sopra la lettera del signor Mancini del 12. Questo naturalmente successe nelle prime ore del giorno 18, dopo lo arrivo della posta. I casi avvenuti in cotesta fiera giornata, le ardenti accuse mosse contro il Governo di avere con negligenza colpevole somministrato motivo alla guerra civile, e la necessità di difenderci all'uopo da persone, che si erano arrogate il diritto di sorvegliare i nostri atti, i nostri moti di ora in ora, e perfino di minuto in minuto, persuasero di certo alla svegliata prudenza del signor Marmocchi di mettere nel Dispaccio parole più colorite, e provvedimenti, che nè allora seppi, e neppure adesso so che cosa mai potessero importare. Lascio, come anche ora che scrivo, frugando nella mia mente, Rocca Santa Caterina che sia, del pari ignoro; bensì chiunque abbia intelletto di stile, di leggieri comprende, che la copia della lettera del 19 non è mio dettato.[453] Interrogato il Ministro circa il Dispaccio trasmesso, io, secondo ch'egli mi veniva dicendo, scrissi su i margini della lettera del signor Prefetto, onde potere mostrare ai miei Inquisitori come le istruzioni fossero date, e quali: molto più, che difetto nel mandarle vi era, ed aveva mestieri schermirmi da giusto rimprovero d'inerzia.

Arrogi quello che soventi volte ho dichiarato, non correre nè potere correre allora stagione opportuna a restaurare il Principato Costituzionale pochi giorni dopo che egli lasciava il campo, senza fare neppure le viste di resistere a parte repubblicana. Ella è follia espressa pretendere quiete il giorno seguente alla rivoluzione. La Inghilterra, che stette ferma all'urto della rivoluzione francese del 1830, pure, a giudizio di Lord Melbourne, durò per bene quattro anni a tentennare.[454] Nè questo è tutto: distraendo in altra parte le forze che tenevo apparecchiate col Generale D'Apice per impedire tumultuarie aggressioni contro Porto Santo Stefano, molte e gravi fortune potevano accadere alle quali importava grandemente ovviare. Come le terre di Maremma ardessero tutte, abbiamo veduto; certo La Cecilia le descrive diverse, ma altri dissente da lui; varii i giudizii secondo le impressioni; bensì il fatto dimostra che meglio i secondi opinassero, dacchè per le città e terre di Maremma, non annuente il Governo, vollero proclamare la Repubblica, e la proclamarono; e al Porto Santo Stefano eziandio, appena ebbe quinci rimossi i piedi il Granduca.

Pertanto considerando maturamente la qualità dei successi, i tempi fortunosi, i pericoli, la inanità, anzi il danno espresso di rimontare contro pelo la corrente quando strascina più rapida, e la sicurezza di riuscire dando tempo al tempo, e modo di riaversi con la quiete consigliera di giusti partiti ai Toscani tutti, costituzionali ed anche esaltati, io per me, se avessi tuttavia seduto nei Consigli della Corona, le avrei detto:

«Altezza. L'autorità che, debole e disarmata, non senza sforzo reggeva all'urto della Fazione avversa al Principato, impossibile parmi che possa ricuperarsi adesso per forza, adesso che di propria mano ha schiuso la porta ai suoi nemici. Che la Toscana per la massima parte, e gli uomini di senno pressochè tutti, sieno del costituzionale reggimento tenerissimi, V. A. lo sa, lo ha veduto, senza timore d'inganno lo ha detto più volte, ed è vero così. Si danno epoche per la umanità, che io volentieri chiamerei di contagio politico; e la presente è fra quelle: testimone la Europa. Quali argomenti si adoperano contro il contagio? Giova talvolta sostenerne imperturbati lo assalto, e, senza lasciarsi sbigottire, far prova di vincerlo col valore e con l'arte; tale altra parve più utile scansarsi, aspettare che la malignità dell'aere cessasse per tornare poi nelle purificate dimore. Praticare in un punto questi due partiti è impossibile. Del presente stato male s'incolperebbe tale o tale altro uomo, tale o tale altro Popolo. Stupidezze di menti meccaniche sono queste. Siffatte perturbazioni politiche non dirò che sopraggiungano alla sprovvista per tutti, bensì sempre ai Governi fatali, generate di lunga mano, per molti umori disposte, come sarebbero appunto le pestilenze ed altre maniere di perturbazioni fisiche. Ora poichè dei due partiti fu scelto quello di scansarci, scansiamoci, e provochiamo da questo i frutti che ne dobbiamo raccogliere, i quali, a senno mio, matureranno presto, e felici se lasceremo gli esaltati a straccarsi nello inane tumulto, se torremo loro prudentemente dinanzi gli argomenti i quali, gittandoli a disperate risoluzioni, chiuderebbero loro al rinsavire ogni via; in qualunque Stato che muti forma di reggimento con sicurezza di durata, il trapasso dal vecchio al nuovo noi vedemmo sempre doloroso per necessarii subugli; immaginiamo ora se accadrà di quieto questa trasformazione priva di potenza vitale. Voi vedrete i neghittosi diventare prodi per lo spavento della prossima anarchia. Tutto il male sarà attribuito alla Rivoluzione; ogni speranza di pace riposta nella restaurazione del Principato Costituzionale; dalla speranza al desiderio, dal desiderio al bisogno di ristabilirlo è brevissimo il tratto, se pure tratto ci corre; il moto poi riuscirà irresistibile, imperciocchè gli avversarii non pure troverete avviliti negli sforzi infecondi, ma vinti dal sentimento della propria impotenza, ed è questa fortuna suprema nelle faccende politiche dove la forza doma, ed anche per poco, — non vince; i traviati troverete all'abituale devozione ricondotti, gli ignavi, scottati dall'acqua calda, solleciti ora a guardarsi anche dalla fredda; riassicurati i timidi; tutti acclamanti; gli amici vostri, non della vostra fortuna, esulteranno e procederanno modesti; gli amici della vostra fortuna, e non di voi, si mostreranno insolenti, e voi con la prudenza e gravità vostre ne saprete tenere corti gli ugnoli. Fra pochi mesi V. A., tornando chiamato dal voto universale della Nazione, esclamerà: io ne vado sicuro, come Carlo II reduce a Londra, che suo fu il torto di andarsene o di non essere tornato più presto fra Popoli amatissimi e amantissimi.[455] Ogni altro consiglio, Altezza, come pernicioso a Voi, esiziale alla autorità che importa ricostruire, nemico al Popolo, deh! vi scongiuro, rifiutate. Ricondotto dalle armi, e sieno pure piemontesi, aprirete nel cuore delle genti una ferita che per tempo non sana, e gli esempii del secolo ce lo hanno fatto vedere.[456] Confidando nei moti interni, adesso che la febbre dura, avverto, che per lo meno insorgeranno contrasti, e questo è ciò che ho dimostrato doversi prudentemente evitare, conciossiachè l'uomo, animale di contradizione, soglia, per contrasto, ostinarsi, e, per offesa, nello errore confermarsi. Nè sono a temersi contrasti ed offese individuali soltanto, ma nascerà, e già è nata la guerra civile, di cui V. A. ha meritamente ribrezzo: l'anarchia stenderà, e già ha cominciato a stendere, le mani ladre, e, orribile a dirsi, alza l'augusto vostro nome a bandiera! Altezza, se orrore di sanguinosi conflitti l'animo vostro mansueto persuase ad allontanarvi da Siena, deh! considerate che, a cagione della presenza vostra a Santo Stefano, questi conflitti.... per ora.... non cessano.... ma crescono; — dacchè, durando le cause che in questo momento li provocano, anzi essendo diventate maggiori, la distanza di poche miglia non può avere virtù di spegnerli. Sceglieste il partito di dare tempo al tempo; io lo avrei combattuto con tutte le forze prima che voi, Altezza, lo aveste preferito; ora che lo sceglieste, giova seguirlo; se non m'inganno, ormai è quello che vi ricondurrà con pace nell'onorato seggio: mite foste, mite mantenetevi; gli altri consigli rigettate, però che se per essi (cosa che adesso subito parmi ad accadere difficile) vi fosse restituito lo scettro.... V. A. lo rigetterebbe da sè perchè sarebbe insanguinato.»

Così con non savie forse, ma affettuose parole, io avrei favellato a Leopoldo II, se mi fosse stato concesso recarmi a Santo Stefano; e questo era il concetto che in nota succinta registrava il 18 febbraio 1849 sul Dispaccio inviato al Governo dal Consigliere di Prefettura di Grosseto il 12 di quel mese.[457]

§ 6. Motivi per muovermi contro il Generale Laugier.

Ora si voglia supporre per un momento, che stesse in facoltà del Governo astenersi dalla Spedizione a Massa. Innanzi tratto, io vorrei domandare se i Giudici credono davvero che quando un soldato alza una bandiera, sia pure in nome del suo Sovrano, devano tutti sotto pena di ribellione prestargli fede, e seguitarlo. Badino, che quello che dicono, come pare, è veramente enorme, e potrebbe tirare grandemente a male.

Per buona sorte servendo l'Accusa alla sua passione ha rinnegato la scienza, ed ha commesso gli errori deplorabili, di cui, invocata la dottrina dei pubblicisti, la incolpa l'Avvocato Adriano Mari nella Difesa che presentò alla Cassazione per Leonardo Romanelli.

Il terreno che io ho da percorrere brucia: scerrò quello che scotta meno; e dirò soltanto, che più meditava il Proclama del 17 febbraio del Generale Laugier, meno mi riusciva intenderlo. Per nessun segno io poteva ritenerlo sincero.

Infatti il Proclama dichiara, che il Granduca nello allontanarsi da Siena aveva nominato un Governo Provvisorio: ora questo era patentemente falso, nè conosciuto in quel tempo, nè mai; anzi contradittorio con la lettera e con lo spirito delle dichiarazioni granducali del 7 febbraio: con la lettera, perchè nulla contenessero espressamente in proposito; — con lo spirito, perchè raccomandando a noi i regii servi (e non invano), cosiffatta raccomandazione a privati non si poteva indirizzare; e se il Principe avesse eletto un Governo Provvisorio, noi privati cittadini ridivenivamo: inoltre pensava, che se il Principe avesse lasciato qualcheduno a rappresentarlo, sarebbe stato un Luogotenente, non un Governo Provvisorio. L'affermazione del Proclama accennava a due cose: prima, a una menzogna; seconda, ad uno errore commesso, o fatto commettere, perchè il Paese versasse nell'anarchia. Sosteneva inoltre avere vietato alle truppe di sciogliersi dal giuramento, ed anche di questo non era comparsa notizia. — Della Commissione conferita al De Laugier, nessuno fu avvertito dal Principe in modo autentico; in quanto a me, dopo l'ultima lettera particolare del signor Commendatore Bitthauser da Siena, nella quale mi si prometteva prossimo il ritorno del Principe, e intanto a suo nome mi si raccomandava la quiete della città, non ebbi avviso di sorta, neppure verbale. Nè anche Sir Carlo Hamilton mi riportò invito, ordine, raccomandazione, o che altro, da Santo Stefano. Al Governo, eccetto la lettera e la dichiarazione del 7 febbraio, non pervenne altro atto dalla Corona direttamente nè indirettamente. Ma non soli noi; non il Senato, non la Camera dei Deputati, non il Municipio, nessuno insomma ricevè avviso, che appo loro accreditasse il contegno del Generale Laugier.

Ingrate materie io tratto, e con ingrato animo; ma se dei generosi non è spento il seme, ricorderanno, che io mi difendo da capitale accusa, e deploreranno con me chi mi ha ridotto in questo non giusto stato. — Sopra tutto mi faceva andare pensoso la chiamata dei 20,000 Piemontesi. Gli uomini che presiedevano allora ai consigli del Re Carlo Alberto si erano mostrati, non dirò poco benevoli, ma con mio sommo rammarico avversi alla Toscana. In altra parte di questa Apologia ho favellato delle quistioni col Governo di Piemonte poi confini; fu visto che per comporre coteste faccende era stata proposta al Ministro Pareto una commissione mista di Piemontesi e Toscani; accolto il partito, riceveva un principio di esecuzione. Avenza (come ognuno conosce) fa parte di Carrara: occupata prima dai Piemontesi, dopo l'armistizio Salasco la sgombrarono: allora, gli Avenzini imploranti, presero a presidiarla i Toscani. Il Piemonte a un tratto, sopportando ciò molestamente, c'impone la uscita non senza aggiungere minaccie. A questo punto, salito al Ministero io, trovai la quistione. Proposi allora alla Corona saggiare un po' di quali frutti sarebbe stata portatrice la Costituente, fino dal 12 Maggio 1848 da lei bandita fra cotesti Popoli, opposta come mezzo di difesa al Piemonte; e piaciuto il consiglio sfidai in certo modo il Governo Sardo a rimettercene al voto universale. Il Piemonte aderiva: proseguendo nelle trattative, fu convenuto una forza mista di milizie piemontesi e toscane, fino al giorno della votazione, presidiasse Avenza; in quel giorno si ritirasse; due commissarii, uno per parte, alla votazione assistessero. I Sardi, presentendo sfavorevole lo esito del negozio, adesso si danno a mettere in campo cavilli: opposi a tenacità tenacità; il convenuto solennemente ebbe ad adempirsi, ed è cosa degna di considerazione, come due soli voti ottenessero i Piemontesi. Con voglie prontissime gli Avenzini confondevansi alla famiglia toscana.[458] Ottimo esperimento era cotesto, e pegno felice a bene sperare della Costituente quando le vicende politiche ci avessero persuaso o costretto di ricorrere a lei. Piemonte, mal soddisfatto, metteva innanzi non so quali irregolarità di votazione, e mandava di nuovo Carabinieri ad Avenza per tenervi lo ufficio. Inestimabile, e l'ho detto, fu la contentezza della Corona per l'esito di questo suffragio universale. Pareva a lei, come a chiunque altro, che procurare alla Toscana confini naturali fosse un bello acquisto, — e più ne letiziava il cimento prosperoso del voto.

Nel decembre i Piemontesi tentano torci Panicale, per la qual cosa il Regio Commissario conte Del Medico si risentiva gagliardamente scrivendo al Delegato di Sarzana:

«Devo significarle il dispiacere e la sorpresa che ho provato nel ricevere dal signor Sabatini, R. Delegato di Pontremoli, la notizia che a Panicale si fossero avvisati di procedere ad una votazione assistita soltanto da alcuni Sarzanesi, senza la presenza di verun Toscano, e, dirò di più, accompagnata da minaccie e da violenze. — Come non sentirne dispiacere? Oltrechè quei modi non sono civili nè onesti (non parlo della legalità la quale niuno vorrà per certo affacciare), non si addicono poi a popoli di amiche Potenze, e molto meno ad Italiani del nostro tempo.»

Più tardi (referisco le parole del Monitore), correndo il 12 decembre, il villaggio di Parana fu preso da alquante milizie piemontesi, che ne cacciarono fuori le toscane;[459] tennero dietro i dissidii per Mulazzo, Calice, Pallerone, e terre altre parecchie, su di che vedi il Monitore del 3, 12, 27 decembre 1848, e 6 febbraio 1849, e le corrispondenze officiali, quando me le daranno.

Per queste tribolazioni sarde assai si turbava la Corona, e penso non dilungarmi troppo dalla verità, se confermo, che principalissimo motivo a renderle accetta la Costituente fu quello di potere opporla quando il bisogno stringesse alle tendenze corrosive sarde, che lievi adesso, ma tenaci, davano a pensare del futuro assai. Meschina contesa fu quella, per non dire di peggio; intorno alla quale una considerazione mi conforta, ed è questa, che la si deve attribuire unicamente a colpa degli zelanti, flagello dimenticato dal Profeta Natan, e fatale a qualunque Governo, il quale comunque per ordinario diligente venga distratto da cure supreme.

Con simili premesse, come io dovea credere che di punto in bianco dal sospetto si traboccasse nella sconfinata fiducia? E come supporre vero, che, mutata di subito politica, la Corona si gittasse a occhi bendati in braccio al Piemonte? Non era mica indovino io; e badate, se anche avessi indovinato, non per questo mi sarei trovato meno deluso, conciossiachè se la Corona, cedendo a improvvidi consigli, chiamò un giorno il soccorso sardo, il giorno veniente lo disdisse: però io avevo buon fondamento a ritenere il soccorso sardo non vero, perchè non verosimile.[460]

E qui ripeto, che l'obbligo di soccorrere quei Popoli alla nostra fede commessi ci correva grandissimo, dacchè pareva duro, dopo averli alienati dai Piemontesi, esporli adesso al loro risentimento, che pur talvolta provano anche i generosi quando si vedono disprezzati. Ad ogni modo il nostro dovere era cotesto, perchè, se i fati non ci vogliono uniti nel grembo di una stessa famiglia, la gente apuana serbi almeno per noi stima di probi, amore di fratelli.

Quando conobbero menzogna lo intervento piemontese, cotesti Popoli mostraronsi a viso aperto contrarii al Generale Laugier, e con lettere pressantissime e messaggi dicevano: «Ci affrettassimo a liberarli dalla insopportabile molestia. Non essersi dati alla Toscana per patire le stravaganze di un soldato, che non adempiva al dovere, voltando la faccia colà dove non erano nemici.»[461]

La chiamata dei Sardi con volontà della Corona, a cagione delle cose esposte, mi pareva incredibile; pure il Generale De Laugier bandiva in quel punto 20,000 Piemontesi passare la frontiera, sicchè malgrado avvisi in contrario era a dubitarsi che fosse così. Io pensai che Cesare De Laugier italianissimo come perpetuamente vantava, preso da vaghezza di lode presente, e più dalla cupidità di fama futura, avesse di repente abbracciato il partito di unire la Toscana al Piemonte: non era strano, nè forte, supporre in lui il disegno, che intendesse collegare il suo Paese ai destini di un grande Stato italiano forte in su le armi, invece di lasciarlo andare in balía della cieca ed avventurosa unificazione con Roma. In questa opinione confermavami la notizia di un Partito piemontese agitantesi da tempo remoto in Toscana; la permanenza di Piemontesi di gran seguito quaggiù, a cui mettevano capo con molta ostentazione tutti coloro, che si reputavano od erano parziali al Piemonte, e il Generale Laugier, non dico che fosse, ma si riteneva fra questi;[462] la riunione di parecchi personaggi al Golfo della Spezia per macchinare nuovità; e finalmente la natura stessa del Generale De Laugier, uomo della prestanza militare del quale non è da dubitarsi, però non sempre seco, per quanto parve, pienamente concorde. Nè questo agitarsi non dei Piemontesi, ma pei Piemontesi, a Lucca, era solo; temevansi eziandio le mene, provocate da cui non voglio dire, a favore di Carlo Ludovico, che, incominciate da parecchi mesi indietro,[463] furono rinvenute vitali dalla procedura conclusa col Decreto della Camera di Accuse della Corte Regia di Lucca in causa Santarlasci e consorti, da me citata a pag. 459-460 di questa Apologia.

Ed oltre ai moti politici, da tempo antico covavano nel contado lucchese, e vi si erano manifestate, enormezze in senso di anarchia.

«Il Prefetto di Pisa al Ministro dello Interno. — Oggi alle 4 circa, vetturini ed altri paesani lucchesi hanno rotto 4 o 5 verghe della strada ferrata a due miglia da Lucca, verso Pisa, e si sono opposti alle riparazioni che i lavoranti della strada volevano subito fare ecc. — 31 decembre 1848.»

Parevami (e ciò sia detto, s'egli è mai possibile, senza inasprire gli animi che pur troppo dureranno inacerbiti), parevami eziandio che in tale impresa, dove più che nelle armi era da farsi capitale nella benevolenza dei Popoli, non fosse da preferirsi il Generale Laugier, essendo noto a tutti quanto da lui repugnassero e Lucca e Pisa e Livorno, nè troppo gli procedessero benevoli neppure in Firenze: colpa, io voglio credere, non sua, bensì dei mutabili umori del Popolo, a cui per rendersi accetto egli non omise argomento di sorta. Ma, insomma, quando vogliamo conciliarci il Popolo per via di blandizie, è pur mestieri non prenderlo a contro pelo nelle sue affezioni, ed anche nelle sue fantasie.

E avvertite, che non fui mica il solo a credere che il Generale Laugier mancasse di mandato a operare come faceva. In certa sua Apologia, datata da Sarzana il 1º marzo 1849, e impressa nel Risorgimento, egli medesimo ne informa: «Non vedendosi comparire i Piemontesi, gli animi abbatteronsi: si suppose mia invenzione lo intervento, e perfino la lettera del Granduca

Pensoso, e gravemente pensoso del pericolo che minacciava la città per la estrema esasperazione, solita accompagnare la paura del pericolo e la violenza rivoluzionaria, intendendo al disegno di distrarre la mente accesa delle turbe cittadine dalla Spedizione di Porto Santo Stefano, e dal proclamare a tumulto la Repubblica, mi parve operare prudentemente, prima col Dispaccio del 18 febbraio a volgere i corpi volontarii armati, senza dilazione, verso Lucca, e più tardi a vuotare Firenze, se mi venisse fatto, di quanta più gente armata potessi: quantunque (e si noti con prudente discernimento) nel medesimo giorno alle ore 6 pomeridiane io sapessi, che i Piemontesi non sarebbero entrati,[464] e su le prime ore del giorno 19 mi giungesse la conferma di questa notizia per la parte del Delegato Regio di Massa.[465] Ho detto, che anche un pensiero di personale sicurezza mi spinse; della mia persona niente importa all'Accusa, e troppo bene lo dimostra in ogni suo atto; ma se un cotal poco di me a me premesse, vorrà ella per questo incolparmi di criminlese? In marcia i soldati non attendono ad agitazioni politiche, nè i cittadini stanno loro alle orecchie per sobillarli. Di questo mi rampogna l'Accusa, ma davvero anche qui ella si è affrettata troppo, però che io deva confessare avere sortito il mio concetto meno che mezzo. I soldati non toscani formarono piccolissima parte della colonna spedita a Lucca, ed è agevole riscontrarlo negli Ufficii del Ministro della Guerra. Vennero alcune compagnie lombarde da molto tempo condotte ai nostri stipendii:[466] la massima parte erano Toscani; con loro partii; in mezzo a loro io stetti inerme. Mi circondavano i soldati medesimi che avevo trovato tumultuanti in Fortezza di S. Giovanni Battista. Le genti in mezzo alle quali io passava, nel vedermi circondato di ufficiali al nome italiano poco, ed a torto, creduti amorevoli, mormoravano. Ai soldati e agli Ufficiali toscani poi nemmeno mancava chi insinuasse condurli D'Apice ed io per tradirli nelle mani dei Piemontesi. Così nei tempi torbidi la perfidia mesce mostruose novelle, e così facile le accoglie l'armento degli uomini.[467]

§ 7. Di una lettera del R. Delegato di Massa e Carrara.

Ho voluto differire a ragionare in questo luogo della lettera del Delegato Regio di Massa e Carrara del 13 febbraio. Il Decreto della Camera delle Accuse del 7 gennaio così dichiara alla pagina 84:

«Al Prefetto Staffetti il quale faceva noto al Guerrazzi con lettera del 13 febbraio, come le truppe acquartierate ai confini ricusassero di prestare giuramento e si sbandassero, il Guerrazzi con lettera privata rispondeva che calunniasse e screditasse il Granduca nell'animo di Laugier, onde indurlo a seguitare il nuovo Governo.»

Importa, come sempre, prima di tutto rettificare il fatto. Il Regio Delegato di Massa e Carrara queste cose mandava: 1º la milizia toscana a Pontremoli, negato il giuramento, sbandarsi, e verso la Capitale incamminarsi; 2º d'accordo col comando generale egli spedire Ufficiali a incontrarla per ricondurla al dovere; 3º ancora inviare parte della Guardia Civica a Fosdinovo per agire secondo i casi; 4º a Massa avere temporeggiato a deferire il giuramento alle milizie; 5º mancata la truppa di Linea, difficilissimo mantenere l'ordine nel Paese;[468] 6º doversi organizzare 5 o 6 compagnie di bersaglieri; 7º da Fivizzano indirizzare una Deputazione in cerca di truppa piemontese temendo invasione nemica.

Se ciò sia vero si conoscerà leggendo la lettera stessa del Delegato, stampata a pag. 208-209 dei Documenti:

«In questo momento giunge avviso al Comando generale da Pontremoli che la truppa non ha voluto prestare giuramento, che ha incominciato a sbandarsi, dichiarando incamminarsi verso la Capitale.

«Di accordo col Comando generale, si spediscono alcuni Ufficiali per incontrarla verso Fosdinovo e procurare di ricondurla al dovere. Nel tempo stesso io parto per Carrara, per mobilizzare una parte di quella Guardia Civica, e la invio egualmente a Fosdinovo per agire a seconda delle circostanze. Vi è colà una compagnia di truppa di Linea, colla quale si vorrebbe impedire il contatto di questi traviati.

«Qui, conoscendo le difficoltà d'indurre immediatamente come si voleva la truppa a prestare nuovo giuramento, si è temporeggiato, predicando la necessità di mantenere l'ordine, e procurando di disporla a poco per volta al giuramento stesso; ma le notizie sopracitate, unite ad altre che sono giunte di Lucca ed altri paesi, non so quale effetto potranno produrre.

«Se manca la truppa di Linea non so cosa potrà accadere in questi paesi. Io faccio e farò risolutamente quanto sarà in mio potere per il mantenimento dell'ordine, ma questa volta l'affare è serio davvero.

«Mandami subito il Capitano Franzoni che ti diressi con lettera pochi giorni sono, e manda qui a chi credi l'incarico di organizzare 5 o 6 compagnie di Bersaglieri, le quali potranno essere utilissime. Io non mi ricuso di fare quanto possa essere utile. Addio.

«Massa, 13 febbraio 1849.

«Tuo affez.
«Del Medico Staffetti.

«Notizie del momento.

«Da Fivizzano è stata mandata una Deputazione a Sarzana per cercare la truppa piemontese temendo di una invasione nemica. — Manderò staffette ogni qualvolta sia necessario.»

La minuta, o appunto della risposta, dichiara in questa maniera:

«Prefetto ed Amico,

«Tieni forte: fa quanto credi; arma Bersaglieri: difendi i confini: lusinga, loda ed eccita l'onore del Laugier; senta nel profondo che Leopoldo II, senza pretesti, senza plausibile motivo, lasciò il Paese all'anarchia e all'invasione. Portò seco quant'oro potè; e sull'estremo lito, con un piede in terra e un piede sopra un naviglio inglese, sta speculando la guerra civile. Creeremo un'armata, troveremo denaro; e quando nulla potrem fare, anderemo all'aria.»

Tieni forte, riguarda la difesa dell'ordine: fa quanto credi, si riferisce al mettere in moto la Guardia Civica: arma i Bersaglieri, considera la difesa dei confini: le altre parole sono dirette a indurre il Generale ad operare gagliardamente in pro della Patria, e in benefizio di cotesti paesi. Quanto fosse in noi l'obbligo e lo interesse di difenderli, ho esposto altrove; se fosse necessario confermare in qual conto da noi Toscani meritamente si tenessero, io non avrei a fare altro che allegare le istruzioni dal Ministero Capponi conferite nel 22 settembre 1848 al Marchese Ridolfi inviato straordinario e ministro plenipotenziario del Granduca di Toscana alle conferenze di Brusselle, in quella parte in cui queste provincie gli si raccomandano:

«.... Ciò che il Governo granducale chiede, e lo chiede opinando di avere molti titoli per ottenerlo, è la conservazione dei suoi attuali confini, quali furono determinati dall'atto di accettazione del 12 maggio 1848. La perdita di questi territorii nuovamente aggregati alla Toscana sarebbe per essa cagione di vivissimo rammarico; e ciò non tanto per la diminuzione che essa soffrirebbe del suo territorio o per altro fine di proprio e particolare interesse, ma perchè il Governo granducale è sinceramente convinto che i popoli della Lunigiana e della Garfagnana, recentemente aggregati, siano toscani e per geografica posizione e per rapporti commerciali e per affetto, e che la prosperità, che ai medesimi può derivare dal far parte della famiglia toscana, non sia per essi possibile di trovare nella unione con qualsivoglia altro Stato. I voti e l'affetto di queste popolazioni, la lealtà costantemente dimostrata dal Governo di S. A. R. nella questione italiana, i sacrifizii da esso fatti per la causa nazionale costituiscono altrettanti titoli degnissimi di considerazione, per i quali questo desiderio della Toscana non potrebbe senza ingiustizia non appagarsi....»[469]

Certo le parole contenute nella estrema parte di cotesto mio appunto, dimostrerebbero animo mal disposto pel Principe là dove spontanee mi fossero uscite dalla penna. Ma quando furono esse vergate? Vogliasi rammentare: nel giorno 14 febbraio 1849, in quel giorno stesso nel quale, come confido avere dimostrato nelle pagine precedenti, la prepotenza della Fazione mi costringeva a spedire al Governatore di Livorno l'ordine di apparecchiare gente onde essere poi inviata per la Maremma. Agl'Inquisitori e' fu mestieri fare copia della lettera del Regio Delegato; accesi quindi gli avvisi e i comandi; coteste espressioni contengono l'eco di quanto stampavasi pubblicamente, e predicavasi; ed io scrissi lo appunto in discorso per acquietare cotesti arrabbiati; ma la ricerca, che doveva proporsi l'Accusa, e sopra la quale avrebbe potuto fondarsi, allorchè fosse stata quella scrittura spontanea, consisteva nel conoscere se il foglio fu spedito, se ricevuto dal Conte; se, adoperando gli argomenti indicati, ei si era fatto a scrollare la fede del generale Laugier.

Ora tutto questo non prova l'Accusa, e non fu. Perchè non interrogò ella i miei Segretarii, tanto gli eletti quanto i reprobi, voglio dire tanto i mantenuti in carica, quanto i congedati, se compilarono Dispaccio alcuno sopra le traccie di cotesto appunto? Perchè non ne ricercarono lo egregio conte Del Medico? Veramente, a cagione del suo amore per la Toscana, male gl'incolse, e forse, mentre io tribolava in carcere sotto le torture degl'interrogatorii, questo illustre amico mutava in terra non sua gli amari passi dello esilio; ma nel modo (ed è questo uno dei singolari trovati della presente Procedura) che i dimoranti in Firenze, per lettere s'interpellavano; anzi un po' a voce, e con giuramento, e un po' per via di epistole s'invitavano a raccontare il fatto loro; potevasi col medesimo mezzo richiamare anche il Conte, a somministrare schiarimenti in proposito.

Veramente l'Accusa, sommando i suoi addebiti, di cotesta lettera non fa capo d'incolpazione, ma intanto ella la cita, ella la converte in risposta, la suppone spedita, e ricevuta; le giova nella composizione non giusta nè leale dell'atmosfera criminosa, nella quale si studiò sempre e si studia immergermi dentro.

Io penso avere provato quanto la pressione da me patita fosse materiale e continua, tale da soddisfare la Legge anche nei casi ordinarii; ma per chiarire come altre forze e di altra maniera necessità valgano a costringere gli uomini politici, mi giovi riportare certa sentenza profferita da Odilon Barrot nella Seduta dell'Assemblea di Francia del 19 luglio 1851 che mi cade adesso sott'occhio: «Bisogna confessare, che occorrevano allora una certa corrente d'idee, tali e siffatte preoccupazioni degli spiriti, certe morali necessità, le quali fanno sempre sentire la loro pressione sopra gli uomini politici. Quante volte nelle nostre secrete discussioni intorno ai punti che adesso si affacciano, circa i pericoli che avevamo preveduto, e la esperienza confermò, quante volte non intesi io rispondermi: — Certo voi avete ragione, non oggi però; più tardi: adesso lo stato degli umori, la corrente, le preoccupazioni impediscono ad accettare le vostre idee!»

§ 8. Minaccie d'incendii e di saccheggi.

E poichè sento in cuore carità di patria, andando, confidai prevenire i casi pei quali tutta guerra civile viene esecrata meritamente. La fortuna (ed io perciò le perdono ben molte offese) di tanto mi era in questa parte benigna, che lo esito rispose alla speranza. Onde io rimasi sbigottito davvero, quando mi conobbi accusato di avere incusso timore di saccheggio e d'incendii. Questa turpe accusa è scomparsa, come piace a Dio, nel Decreto del 7 gennaio 1851 e nell'Atto di Accusa; ma fu scritta nel Decreto del 10 giugno 1850: onde riesce pieno di sconforto pensare come uomini cristiani possano con tanta leggerezza aggravare di scellerate accuse il capo di un uomo cristiano.

Di me troppo era consapevole, avvegnadio quasi per iniziare il carattere di cotesta Spedizione, appena giunto in Empoli, volli ogni trascorso rimesso agli Empolesi, e riceverli in grazia come buoni fratelli: e già mostrai in che guisa premurosamente ammonissi i Livornesi, passando per Empoli, ad osservare buona condotta, e a rammentarsi che cotesti popoli, comecchè momentaneamente traviati, ci erano pur sempre fratelli. Tanto riposi solertissima cura a inspirare sensi di umanità in tali fortunose vicende, dove la voce di lei per ordinario si fa meno ascoltare! Nonostante rilessi affannoso se per avventura taluno vi avesse aggiunto qualche espressione maligna, e la Dio mercè di simile minaccia io non trovai vestigio. Questa sarebbe stata contradizione al mio scopo, il quale fu implorare pace, e portarla; impedire effusione di sangue; appena nata, sopprimere la guerra civile. Di ciò dia prova, che informato come la colonna condotta dal Petracchi si avanzasse sopra Pietrasanta precorrendo la colonna D'Apice, nello intento di ovviare ogni probabile conflitto, anzi ogni ingiuria, e anche semplice iattanza, non meno che per istudio della militare disciplina, non esitai ad avventurarmi solo per vie non sicure; e giunto in tempo, le ordinai riprendesse la via di Viareggio. L'ordine venne eseguito, non ostante la stanchezza dei soldati, e il non celere obbedire.[470] Ne sieno prova il comando ai soldati di portare fronde di olivo nella bocca dello archibugio scarico e su i caschi, e il perdono concesso largamente a tutti. Se questo non feci a De Laugier, ciò avvenne, perchè prima di attendere la risposta si era fuggito; però ai signori Compagni e Salvioni, intercedenti per lui, dissi che non sarebbe stato senza grave pericolo rimanersi allora in Toscana, e che lo consigliavo a ritirarsi in Piemonte, dove liberissimo intendevo lasciarlo andare.

In qual parte, pertanto, incussi timore di saccheggio e d'incendii? Forse nel Dispaccio da Pisa inviato nel 21 febbraio 1849 al Prefetto di Lucca? Quivi si parla del Decreto del Presidente del Governo Provvisorio contro De Laugier; si protesta ritenere per apocrifi gli atti di lui, perchè nè il Governo nè il Municipio ha ricevuto da Leopoldo II veruna dichiarazione autentica in proposito; avere il Governo sentito il bisogno di reprimere la guerra civile nei suoi primordii; venire io mandato con 3,000 uomini e D'Apice generale, a disperdere gli autori dello attentato.

Per avventura i saccheggi e gl'incendii s'incontrano nell'Ordine del Giorno ai Soldati, in data di Lucca, del 21 febbraio? Ma no, quivi anzi si palesa il modo col quale intendevo mandare ad esecuzione il Decreto, che poneva il Generale De Laugier fuori della Legge: — fugga, sgombri dalla nostra terra; — e quivi è l'ordine di non combattere: «Portate un ramo di olivo sopra i vostri caschi, perchè voi non venite a suscitare, ma a reprimere la guerra civile.» Con quale, non dirò probità, ma fronte, avrei potuto io nel giorno 22 febbraio volgermi ai Cittadini, ponendo la condotta del Governo in parallelo con quella del Laugier, se avessi minacciato gli orrori dello incendio e del saccheggio?

«Cittadini! — Un soldato ribelle ordina si straccino le Notificazioni del Governo Provvisorio, eletto dall'Assemblea nazionale e dal Popolo. Il Governo Provvisorio all'opposto ordina, che le stampe di cotesto soldato vengano diffuse e affisse sopra le cantonate. Il Governo intende che il Popolo, confrontando, giudichi e veda: come il soldato adoperi parole di menzogna, il Governo di verità; — il soldato ecciti la maledetta guerra civile, il Governo si affatichi richiamare i fratelli a concordia, necessaria sempre, santissima adesso che l'Austriaco torna a minacciare la desolazione nel nostro diletto Paese; — il soldato tolga il presidio alle frontiere, il Governo spinga la gioventù, atta alle armi, a difenderle; — il soldato calpesti la legge e la nazione, il Governo legge e nazione sostenga; — il soldato tenti spegnere la civile libertà nel sangue dei cittadini, il Governo procuri conservarla intera; — il soldato semini l'anarchia, susciti la Patria a sanguinose reazioni, il Governo voglia conservare l'ordine e gridi pace, pace.

«Tacciano le discordi opinioni, tregua alle parti. Soldati toscani, il vostro posto non è contro il soldato toscano, ma sì alle frontiere contro il comune nemico. Cittadini, l'odio vostro non contro voi, ma deve volgersi contro l'Austriaco, che vede le vostre discordie, e ride. Il Governo co' voti più ardenti del suo cuore supplica Dio che cessi, appena nata, l'empia guerra: richiama i traviati ad avere pietà se non di altrui almeno di sè stessi; spera dovergli bastare a questo fine una parola di affetto, desidera essere risparmiato da più penoso ufficio; ma quando accadesse diversamente, sappiano i perversi pertinaci avere dichiarato il Governo, chiunque con parole, con scritture, o con fatti si adoperi aizzare la guerra civile, traditore della Patria, e come tale doversi punire con tutto il rigore della Legge. Il Governo farà in modo, che la sua dichiarazione non rimanga parola vana, e lo abbiano per inteso.»[471]

Vedasi il Proclama diretto ai soldati del Generale Laugier in data di Camaiore, del 22 febbraio (il quale non pervenne loro, e fu inutile, perchè già eransi sbandati): in quello io dico, «che voglio abbracciarli, dimenticare ogni trascorso, perdonare lo involontario fallo; tornino in famiglia per combattere il solo nemico che abbiamo, lo straniero.» Vedasi la Notificazione datata da Camaiore nel medesimo giorno, essendomi qui pervenuta nuova della intenzione manifestata da alcuni di arrestare la madre del Generale Laugier;....[472] di qual tenore ella fosse vedete qui sotto. Mi risponderanno, preservare uno annoso ed innocente capo dalle furie di uomini perversi, fu dovere, nè può somministrare adesso argomento d'ingenerosa iattanza. Ed io dico: sta bene; dovere fu, non argomento di lode; non mi si dia, non la cerco; ma neppure si converta il dovere in subietto di accusa. Ed io mi difendo da accuse. Se poi taluno volesse appuntarmi per l'espressioni che adoperai in cotesto Proclama, lo pregherei a tenere sempre fisso nella mente lo esempio del Lafayette e del Fauchet, che non dubitarono valersi di parole bene altramente gravi, per salvare Foulon, o Luigi XVI; e la Storia, invece di biasimarli, gli loda per l'arguta loro pietà.[473]

Nelle tempeste rivoluzionarie se si avesse a guardare le parole, che la necessità pone su le labbra, o su la penna, guai a tutti quelli, che sederono, sedono, e sederanno Ministri! Sarebbe più agevole far passare un cammello traverso la cruna dell'ago, che assolvere un Ministro da queste stolide imputazioni; gli uomini di Stato e i Politici opinano così: è opera di Accusa, quando speculando il suo calendario crede il sole entrato nel segno del mastino, andare a cercare il nodo nel giunco, e dai detti e dai gesti ricavare materia di perduellione. Non senza raccapriccio, io credo, gli Storici prudenti noteranno, e già hanno notato, come la Riforma Leopoldina del 1789 di cosiffatte esorbitanze purgava la Toscana. Del progresso abbiamo avuto assai: oh! chi ci fa stornare, di grazia, sessantadue anni!......

Nulla d'incendio e di saccheggio nel Dispaccio spedito al Presidente del Governo Provvisorio datato parimente da Camaiore il 22 febbraio; il quale mi giova riferire non solo per mostrare che non fu mai proposito ricorrere a questo mezzo ch'è infamia dei popoli civili, ma eziandio che non ve ne fosse bisogno, atteso l'arrendevolezza per tutto incontrata.

«Al Presidente del Governo Provvisorio.

«Al mio giungere in Lucca, senza perdere tempo, deliberai correre contro Laugier e verso i nostri fratelli in tre punti. Uno per la strada littorale di Viareggio, dove mandammo i Livornesi con ordine che fossero sostenuti per mare dal Vapore il Giglio. In Val di Serchio furono lasciati in riserva i Civici Pisani. Il secondo verso il Monte-Chiesa, dove il Maggior Petracchi si era spinto col solito generoso ardore, distendendosi fino a Macellarino. Il terzo per la via di San Quirico verso Camaiore, dove Laugier aveva raccolto maggior copia di gente e posto tre pezzi di artiglieria.

«Era ordine a tutti di procedere a schioppo scarico con ramoscelli di olivo nella bocca del medesimo e sui caschi; dove avessero incontrato resistenza fossero andati innanzi, domandando se per la empietà di un uomo i fratelli dovessero trucidare i fratelli. L'anima mi esulta nel poterle dire che i Toscani ingannati da Laugier, appena seppero che per la parte di San Quirico mi avvicinava col General D'Apice, protestarono che non intendevano combattere contro i loro concittadini, onde da Montemagno, ove Laugier aveva posto un pezzo d'artiglieria e diverse compagnie, si ripiegarono sopra Camaiore, e quinci, per quanto ci viene riferito, sopra Pietrasanta. Entriamo adesso a Camaiore, alle 5 e mezza pomeridiane, fra il suono delle campane e gli applausi di tutte le popolazioni accorse dalle campagne circostanti, che acclamavano al Governo Provvisorio, alla Italia, alla Libertà. Il Municipio indirizza la protesta che si compiega qui dentro.

«Appena riposati qualche ora, è proponimento nostro passare oltre. Qui mi giunge la consolante notizia che il Petracchi con la sua colonna è entrato in Viareggio in virtù delle medesime disposizioni dei nostri fratelli Toscani.

«Nessuna nuova di perviene di mosse piemontesi, anzi avendo mandato un amico mio[474] e del Gioberti a Sarzana per sapere un po' se, egli Ministro, i Piemontesi avessero a comprimere la Libertà in Toscana, con promessa che, ove trovasse dato simile ordine al Generale Piemontese colà stanziato, sarebbe tornato ad avvisarmi, od altrimenti avrebbe proseguito per Torino, non si è più visto; e tutto porta a credere che la invasione Piemontese fosse una brutta calunnia del Laugier. Dove, contro il diritto delle genti e lo interesse medesimo dei Piemontesi, questi passassero la frontiera, noi anderemo loro incontro collo stesso ulivo in cima alle armi, e gl'interrogheremo se i nemici dei Piemontesi sono i Toscani o se gli Stranieri, e gli costringeremo a nome della Patria e della Libertà a procedere uniti con noi alla difesa della Patria. Credo debbano esser queste per tutti i cuori generosi liete novelle. Nella fiducia di potergliene partecipare ben presto anche migliori, mi dichiaro di Lei ec.

«Camaiore, 22 febbraio 1849.»

Perchè incutere timore di saccheggio e d'incendio, se le popolazioni mostravansi lietissime di accoglierci, e noi invitavano a liberarle con incessanti messaggi? Dove dalle mie labbra fosse uscita la immanissima minaccia, come avrei avuto abilità di lasciare ai Lucchesi il seguente Manifesto? Io vado lieto per averlo dettato, perchè spira intero l'anima mia. Del mio intelletto ho, com'è debito, opinione rimessa; ma non così leggermente concedo che altri possa vincermi per altezza di cuore.

«Lucchesi!

«I deboli nella inaspettata vittoria si mostrano crudeli. Il Popolo nel trionfo dei suoi diritti, come colui che si sente fortissimo, è sempre generoso. Il Governo, nelle cui mani fu confidata la rappresentanza del Popolo, sa mantenersi all'altezza del suo mandato: egli non ricorda le ingiurie disoneste ed ingiuste di cui era posto segno ne' tempi passati; e se le ricorda, le perdona. Come vinse i suoi nemici armati con fronde d'ulivo, così egli intende vincere i suoi detrattori colla persuasione e con la magnanimità. Si assicurino pertanto tutti i suoi avversarii, perchè la passata malevoglienza, invece di somministrare al Governo argomento di persecuzione, dà titolo loro di amplissima tutela. Quelli soltanto che le procedure iniziate paleseranno cospiratori contro la Patria saranno giudicati a norma delle leggi veglianti; depongano il pensiero che il Governo intenda procedere a modo di Dittatore e rinnovare le proscrizioni sillane. Egli assunse il carico di mantenere tranquillo il Paese, finchè l'Assemblea nazionale non decida delle sue sorti: questo intende fare, e questo con ogni supremo sforzo farà. Il Governo darà opera infaticabile a stringersi con gli altri Stati Italiani per combattere la sacra guerra della Indipendenza. Tutti quelli che sentono carità di Patria devono cospirare a questo scopo. Il Governo indirizza le sue preghiere ad ogni classe di cittadini, e segnatamente poi ai Sacerdoti, onde essere sostenuto nell'arduo assunto. I copiosi di beni terreni ricordino che con poco danaro dato alla Patria acquisteranno onore grande e sicurezza di non rimanere disfatti dai rapaci stranieri. I Sacerdoti tengano in mente che l'albero della Libertà deve crescere fortunato accanto alla Croce. Una volta la Libertà fu bandita coll'abolizione di ogni culto divino; adesso si predica Cristo iniziatore di Libertà. Noi abbiamo fatto molti passi verso i Ministri dell'Altare; deh! ne muovano essi uno solo verso di noi. Anche la Libertà è una Religione nutrita di lacrime di popoli desolati, santificata col sangue dei Martiri, ed essa pure merita la benedizione del Cielo. Non sieno i Sacerdoti ribelli ai voleri di Dio, perocchè Dio con segni manifesti protegga visibilmente la Causa Santa della Libertà e della Indipendenza Italiana.[475] Possano queste parole, che ci partono dal cuore, avere virtù di vincere gli animi più renitenti, indurli a deporre gli odii e gli sdegni, e ad unirsi una volta nel concorde volere di dare salute alla povera Patria, che a mani giunte a tutti i suoi figliuoli supplica PACE.

«Lucca, 26 febbraio 1849.»

Se io con gli atti smentii le mie parole; se la lingua dolosa pronunziava ipocriti accenti, sorga l'accusatore, e mi vituperi: possano i miei avversarii, come me in questa parte, aspettare il giudizio degli uomini e di Dio senza paura.

A completare i Documenti che furono mia fattura, mi giova citare una frase del Dispaccio telegrafico del 21 febbraio 1849 riportato a pagine 487 del Volume dell'Accusa: «Le cose andranno bene. Penso al Piemonte;» e l'altra contenuta nella lettera del 22 febbraio riportata poc'anzi: «ho mandato a Sarzana uno amico del Gioberti, e mio.» Come pensavo io al Piemonte? In che guisa? Con quali termini? Certo gl'Inquisitori dei Circoli non mi si staccavano dai fianchi, ma adesso, in Lucca, era più libero; mi confidava con persona amica in procinto di partire. A Pasquale Berghini io consegnava questo scritto pel Ministero Piemontese:

«Berghini,

«Siete amico mio, e più della Patria; quindi vi dichiaro essere la verità:

«Che la Costituente Italiana fu liberamente accettata dal Principe col consiglio del Ministro d'Inghilterra.

«Che partì da Firenze sempre promettendo sollecito il ritorno.

«Che tardando a tornare, e mandandogli noi la nostra dimissione, rispose, stessimo al nostro posto, sarebbe quanto prima tornato.

«Che dopo simulata infermità andava via senza indicare il luogo ove intendeva celarsi.

«Che il Ministero, considerando da una parte offeso il patto costituzionale, dall'altra la impossibilità di governare, depose, come doveva, i suoi poteri nel seno dell'Assemblea.

«Che l'Assemblea e il Popolo elessero il Governo Provvisorio per provvedere alla quiete e all'ordine del Paese. Sostenere adesso da taluno dei Deputati che non votarono con libertà, è menzogna:

«1º Perchè la necessità li costringeva ad eleggere un Governo Provvisorio;

«2º Perchè nella Sala delle Conferenze anche prima di entrare in Seduta pubblica, e prima che il Popolo invadesse l'emiciclo della sala, avevano determinato l'elezione del Governo Provvisorio;

«3º Perchè i Deputati in parte uscirono, ma per le mie veementi rimostranze, cacciato via il Popolo, i Deputati tornarono, mentre nessuno li costringeva, unitamente al Presidente, e votarono, dopo discussione, all'unanimità.

«Il Governo non poteva governare con Camere nate da legge elettorale conosciuta difettosa, e perciò le ha convocate di nuovo sulla base del voto universale. Queste Camere sono convocate pel 15 marzo: più presto non si poteva. Il Popolo irrompe e vuole Repubblica. Il Governo con tutte le forze ricusa prendere la iniziativa per dichiarare la Repubblica, e la fusione con Roma. Intende che tutta la Nazione rappresentata legittimamente, e con maturità di consiglio, decida delle sue sorti. Ma sforzato da questa posizione, che gli sembra ed è legalissima, in primo luogo si difenderà dalle ingiuste aggressioni, ed in secondo luogo, ritirandosi, lascierà a cui spetta, tutta la odiosità d'avere protetto, mentre invadeva il comune nemico tedesco, la guerra civile in Italia.

«Lucca, 21 febbraio 1849.

«Guerrazzi.»

Lo scrissi allora, nè mi sembra dovermene pentire adesso. Se Vincenzo Gioberti, invece di essere preso da quella sua caldezza che parve soverchia, e se invece di stimarmi, a torto, dei maneggi politici di Giuseppe Mazzini svisceratissimo, avesse voluto sperimentare da sè, io vado convinto che noi ci saremmo trovati d'accordo; però che io non mi senta presuntuoso così da ostinarmi nel mio concetto, e quanti mi conoscono sanno che di buon grado ascolto, e, dove trovi avere errato, di leggieri il confesso. La mia scrittura pertanto apriva l'adito a interrogazioni e a schiarimenti, e a senno mio le prime potevano ridursi a due: Perchè la Convocazione dell'Assemblea col suffragio universale? Qual fine ve ne ripromettete voi? Io gli avrei risposto, con parlare succinto, quello che verrò diffusamente ragionando fra poco, e allora io penso che il Ministro Gioberti avrebbe potuto, con vantaggio grande della Patria comune, interporsi mediatore fra il Paese e il Principe; certificarlo dello scopo mio, e confortarlo ad aspettare lo esito del rimedio proposto, siccome quello che si addiceva meglio ai tempi, al Paese, al decoro, e alla contentezza dell'universale.[476]

Il signor Farini nel tomo III della Opera altrove citata a pag. 223 afferma: «Queste dichiarazioni del Guerrazzi erano consentanee a quelle che il Governo Provvisorio aveva già pubblicate, nè a mutare le risoluzioni del Governo Piemontese potevano essere efficaci.» In primo luogo ha da notarsi, che lo intervento piemontese in Toscana fu concetto particolare a Vincenzo Gioberti, non già del Governo Piemontese, se dobbiamo ritenere per vere le dichiarazioni parlate da Urbano Ratazzi nella Seduta del 21 febbraio 1849 della Camera dei Deputati piemontesi, e le scritte da Domenico Buffa, che in quei giorni governava Genova. In secondo luogo domando: e perchè le mie dichiarazioni non dovevano avere la virtù di mutare il concetto di Vincenzo Gioberti intorno allo intervento piemontese in Toscana? Forse la bandita Costituente toscana chiudeva irrevocabilmente l'adito a qualsivoglia mezzano partito? La Costituente doveva per necessità sopprimere il Governo Costituzionale in Toscana? I rimedii vi erano, e buoni, e lo stesso signor Farini gli ha scritti, ma non ha meditato, come agli storiografi si addice, a sufficienza su quelli; o forse gli obliò, o forse, e questo parrebbe più grave, gli ha voluti dimenticare. Quando Roma nel gennaio del 1849 ebbe bandita la Costituente, Vincenzo Gioberti non reputò rotta ogni via di accordo col Pontefice; all'opposto tenne, che per essa potesse condursi a fine la pratica di onorevole e fortunata conciliazione. «Illustrissimo signor Presidente. — Ricevo da Gaeta la lieta notizia, che il conte Martini fu accolto amichevolmente dal Santo Padre in qualità di nostro ambasciadore. Tra le molte cose che gli disse il Santo Padre pel conto degli affari correnti, questi mostrò di vedere di buon occhio che il Governo Piemontese s'interponesse amichevolmente presso i rettori ed il popolo di Roma per venire ad una conciliazione. Io mi credo in debito di ragguagliarla di questa entratura, affinchè ella ne faccia quell'uso che le parrà più opportuno. Se ella mi permette di aprirle il mio pensiero in questo proposito, crederei che il Governo romano dovesse prima di tutto usare influenza, acciocchè la Costituente che sta per aprirsi riconosca per primo suo atto i diritti costituzionali del Santo Padre. Fatto questo preambolo, la Costituente dovrebbe dichiarare che per determinare i diritti costituzionali del pontefice uopo è che questi abbia i suoi delegati e rappresentanti nell'assemblea medesima, ovvero in una commissione nominata e autorizzata da essa Costituente. Senza questa condizione il papa non accetterà mai le conclusioni della Costituente, ancorchè fossero moderatissime, non potendo ricevere la legge dai proprii sudditi senza lesione manifesta non solo dei diritti antichi, ma della medesima costituzione. Se si ottengono questi due punti, l'accordo non sarà impossibile. Il nostro Governo farà ogni suo potere presso il pontefice affinchè egli accetti di farsi rappresentare, come principe costituzionale, dinnanzi alla commissione o per via diretta, od almeno indirettamente: ed io adoprerò al medesimo effetto eziandio la diplomazia estera, per quanto posso disporne. Questo spediente sarà ben veduto dalla Francia e dall'Inghilterra, perchè conciliativo, perchè necessario ad evitare il pericolo d'una guerra generale.»[477]

Perchè Vincenzo Gioberti, che sì manieroso mostravasi a Roma, voleva dare alla Toscana il pane con la balestra? Hassi a ritenere pertanto, che Gioberti un po' per isdegno concepito per mendaci rapporti, un po' cedendo alle insistenti suggestioni di cui non importa dire, deviasse in questa faccenda dalla prudente gravità dell'uomo di Stato.

Questi Documenti, la difesa del mio onore mi ha persuaso allegare; e non tanto per respingere da me la temeraria imputazione appostami dal Decreto del 10 giugno 1850, ma molto più ancora, perchè porgono manifesta testimonianza di tre cose a ritenersi notabili:

Prima, come io reputassi e dovessi reputare la mossa del Generale Laugier operata senza il consenso della Corona, e contraria agl'interessi della Patria, a parte qualunque quistione intorno alla forma di reggimento.

Seconda, come in tutti questi atti emanati da me, sempre circuito dallo inquieto sospetto degli Inquisitori rivoluzionarii, pure lontano alquanto dalla violenza immediata io non adoperassi verbo nè facessi allusione alcuna relativa alla Repubblica: riscontro sicurissimo dell'animo mio intorno a questo particolare.

Terza, come per me non fossero incarcerati, nè si ordinasse incarcerarsi Sacerdoti; i quali no, mai, se Sacerdoti davvero, io mi condurrò a credere nemici della Patria nostra, a noi tutti, quanti sortimmo nel suo grembo la vita, per tanta bellezza, e più per tanta sventura sommamente diletta.

§ 9. Corruttela delle milizie laugeriane, e di tutte in generale, e accusa del giuramento.

A materia ingrata subentra altra ingratissima. Nel modo di concepire dell'Accusa, so bene io che cosa ella intenda per corruttela, e come non le piaccia nè le giovi distinguere; a me all'opposto talenta analizzare ed esporre dirittamente la materia al giudizio altrui. Ora, se per corruttela si voglia indicare la indisciplina delle milizie, apparirà strano davvero che a me si attribuisca; se invece per corruttela s'intende la parzialità dimostrata a difendere la Patria, la repugnanza a seguire, e la prontezza ad abbandonare il Laugier, si vedrà del pari come male possa essermi attribuita. E innanzi tratto, favelliamo del Decreto che scioglie le milizie dal giuramento. Questo Decreto fu apparecchiato per ordine di non so cui, e presentato alla firma; io ricusai firmarlo, sì perchè i nostri sindacatori non lo esigevano, sì perchè ho piccola opinione dei giuramenti, i quali dovrebbero legare moltissimo, ma alla prova vediamo che stringono pochissimo: ne abbiamo uditi tanti di questi benedetti giuramenti! — Breve; di giuramenti non sono partigiano gran fatto, perchè l'uomo probo, e che teme Dio, non ha mestiero di altro ritegno, che il timore di offenderlo; e per lo improbo, i giuramenti sono come funi a Sansone quando aveva i capelli cresciuti.... E Cristo maestro lasciò scritto: «sia il tuo parlare: sì, sì; no, no; il soverchio a queste parole viene dal maligno.» Ho letto ancora, che Ugo Foscolo, il quale per fede intemerata fu, piuttosto che raro, unico al mondo, soleva portare uno anello dove erano incise le parole: est, est; non, non; nobilissima impresa, che ognuno che voglia può meritare. Nonostante la mia opposizione e la mancanza della mia firma, il Decreto venne stampato, e col mio nome. La sera il Generale D'Apice accorse ad osservarmi come gli paresse cotesta provvidenza inopportuna, ed io gli rispondeva approvando il suo concetto; solo non comprendere il motivo delle sue riflessioni, però che io mi fossi astenuto da firmare il Decreto, e non avere voluto che si stampasse. Egli replicava averlo letto: io soggiungeva essere impossibile; finalmente chiesto il Monitore, esaminando, trovo il Decreto stampato. Procedei alle debite indagini, interrogai ufficiali e stampatori, e chiarii come lo sconcerto nascesse dal costume, che mi assicurarono antico, di raccogliere i Decreti dalla tavola dei Ministri, e farli firmare dopo stampati. Più del costume pessimo ed antico, scusava poi la nuova pressura, imperciocchè ai Decreti nostri sovente accadde quello ch'ebbe a sperimentare il Governo Provvisorio di Francia nei suoi, «i quali, pretesi con gridi impazienti da quelli che accorrevano a dimostrarne la urgenza, erano portati via e stampati, prima che fossero sottoscritti dai Componenti il Governo Provvisorio.»[478]

Questo fatto molto di leggieri poteva chiarire l'Accusa interrogando gli ufficiali del Ministero dello Interno, tanto gli eletti quanto i reprobi, e qualcheduno degl'impiegati alla compilazione del Monitore; potevasi eziandio ricercare il Generale De Laugier, che presentasse la mia lettera, dove di questo fatto gli si ragiona; e al D'Apice era dato somministrare in proposito testimonianza pienissima; ma tanto è pervertito il fine dell'Accusa, così, falsato il suo instituto, ella dimentica lo ufficio che le commise la Società, che il vero teme, e fugge, se nuoccia al fine della condanna.

Nè qui, nè a questo soltanto si limitò l'Accusa; e quante volte i testimoni vollero deporre quello che venne loro dettando la coscienza, udironsi dire da taluno degli Esaminatori: «basta.... non importa altro

Questo nasce dal pervertimento delle nozioni più ovvie intorno allo ufficio del Ministero Pubblico, che fino dal principio di questo lavoro noi con l'autorità del Guizot deplorammo. Non è duello, no, lo incontro del Ministero Pubblico col prevenuto; questo sarebbe scelleratissimo, imperciocchè rinnuoverebbe lo spettacolo dell'uomo inerme gittato alle bestie feroci; — sarebbe pagano. Un credente di Cristo, Santo Telemaco, incontrò il martirio perchè questa infamia presso gli antichi Gentili cessasse nei circhi; ora potremmo noi moderni cristiani patirla rinnuovata nei fôri? No; — la Legge e la Società non hanno istituito il Ministero Pubblico avvocato, furiere e provveditore del patibolo; egli non deve fare dell'accusa un patrimonio suo proprio: non deve mettervi gara, come se si trattasse vincere un palio. Se, non vincendo l'Accusa, il Ministero Pubblico corresse pericolo dell'azione della calunnia, comprenderei, se non la fede, almeno il bisogno del sostenerla tenacemente. La Società e la Legge chiudendo il prevenuto, e sequestrandolo da ogni relazione, circondandolo di terrori, saziandolo con pane d'angoscia.... hanno confidato alla religione di chi presiede al Ministero Pubblico d'indagare sottilissimo le ipotesi della innocenza e della colpa; altrimenti il giudizio diventa assassinio giuridico. La Società e la Legge non sentono bisogno, molto meno vantaggio, a punire: in ciò non guadagnano la prosperità, nè la morale, nè la economia pubblica, nè nulla. Se alla religione del Ministero Pubblico la Società non confidasse altro che la vittoria della pena, come potrebbe resistergli il prevenuto? Chi cercherà le difese per lui? Chi lo assisterà? Chi supplirà con lo ingegno e la pacatezza a quanto gli rapiscono il tedio del carcere, e le ansietà della procedura? Come mai il prevenuto, sbigottito e solo, durerà davanti l'Accusa fredda, acuta, esercitata da lunghissima scherma, sovvenuta da cento braccia e da cento occhi, terribile Briareo? No; — l'Accusa è tutela di verità: se dimentica il suo instituto, o lo calpesta; se le prove della innocenza sopprime; se i testimoni favorevoli esclude, o non ascolta, o non provoca a dire quello che sanno; se i mezzi per chiarire la verità rigetta, — paga solo di quanto ella pensa capace per la condanna.... allora, perchè si raddoppiano impieghi? Perchè si commettono inutili spese? Il carnefice può fare tutto da sè.

Continuando adesso io dico, che se l'Accusa con le sue imputazioni vuolsi referire alla mia visita nel Castello di San Giovanni Battista, io colà mi recai in compagnia del signor Montanelli con la semplice intenzione di esaminare la indisciplina della milizia, che da ogni parte mi affermavano vergognosa. Trovai la Fortezza chiusa, remosse le sentinelle, Popolo stipato sotto le mura, parte dei soldati alle trincere, parte vaganti, e le milizie e il Popolo avvicendarsi ingiurie e sassate. Fatto aprire le porte, il Popolo vi sì precipitò, ma venne, con molta difficoltà, respinto, adoperandomivi io stesso. Dentro, tumulto infernale. Anche cotesta fu trista giornata. Le milizie schieraronsi in tre file, due laterali, una di faccia; da sinistra i Volontarii gridavano: Viva la Libertà! Viva il Governo Provvisorio! — Verso questi si avviò il signor Montanelli. Io, accompagnato dal Colonnello Baldini, m'incamminai al centro. Qui sorgevano diverse le grida; alcuni urlavano: Viva Leopoldo! — Altri: vogliamo andarcene! — Altri finalmente, e questi erano i troppo più: vogliamo la massa! Alcuni artiglieri, ma rari, minacciavano volerci puntare contro i cannoni. Passando davanti alla Linea, non una, nè dieci, ma cento volte dissi: che il Governo non costringeva nessuno; e chiunque volesse ritirarsi, lo facesse liberamente; noi poi non essere nè padroni, nè signori, nè nulla; soltanto preposti a mantenere illeso lo Stato a benefizio dello Stato medesimo, e di quello a favore di cui si sarebbe dichiarato il voto universale; ognuno di loro avrebbe potuto votare come meglio credeva.

E queste cose diceva in parte suggeritemi dagli stessi Ufficiali, che mi assicuravano come i soldati ritenuti a forza avrebbero voluto partire; e lasciati partire, avrebbono voluto rimanere. Così invece di esortare i soldati al giuramento, e incutere timore ai repugnanti, la verità è, che per me concedevasi a tutti facoltà amplissima di restare o di andare. Le mie proposizioni compariscono vere dalle cose che seguono:

Nel giorno stesso ci pervenne la seguente Protesta:

«Ai Signori Membri del Governo Provvisorio.

«L'ordine, la Patria e la Guerra della Indipendenza, essendo la divisa di tutti gli Uffiziali toscani, quelli della milizia stanziale di Firenze protestano altamente pel loro onore in faccia alla Toscana e alla Italia tutta, che i loro sentimenti non concordano con quelli espressi questa mattina da una parte dei loro sottoposti ai signori Membri del Governo Provvisorio, e pregano il Governo suddetto a rendere di pubblica ragione la presente dichiarazione.

«Firenze, dalla Fortezza di S. Giovanni Battista, li 11 febbraio 1849.»

Questa Protesta presentava l'intero collegio degli Ufficiali dei Volontarii, del Reggimento di Artiglieria e del 4º di Linea: l'originale è negli Archivii, la copia nel Monitore.

Pochi soldati si prevalsero della facoltà di partire; e i partiti, come gli Ufficiali presagivano, tornarono chiedendo essere ammessi al giuramento, che avanti rifiutavano. — (Monitore, 12 febbraio 1849.)

A Pontremoli i soldati reputandosi sciolti dalla milizia, disertano con arme e bagaglio; ma breve tratto di cammino percorso, tornano addietro, e parte spontanei, parte persuasi dagli Ufficiali, giurano. — (Monitore, 15 febbraio.)

A Portoferraio varii soldati tumultuano; vengono repressi dai Sedentarii, timorosi che non si vogliano unire ai galeotti per mandare in subbisso la città. — (Monitore, 15 febbraio.)

Gli Ufficiali delle milizie stanziate all'Elba mandano al Governo Provvisorio la seguente Protesta:

«Gli Uffiziali del 2º Battaglione del 3º Reggimento di Linea, di guarnigione a Portoferraio, protestano, nulla avere risparmiato per quanto loro incumbeva, onde prevenire gli eccessi commessi nei tre precedenti giorni da molti individui del Battaglione medesimo. Quindi solennemente dichiarano di avere disapprovato l'accaduto, avvenuto con loro dolore per subdoli raggiri, e di non approvare quanto fosse per seguire di consimile, giacchè i sottoscritti intendono di servire fedelmente alla Patria, all'Onore, al Governo Provvisorio, e a tutto ciò che per le superiori disposizioni potrà contribuire alla tanto sospirata Indipendenza Italiana.

«Portoferraio, 13 febbraio 1849.»

A questa Protesta accenna il Dispaccio del Ministro della Guerra, al Governatore di Portoferraio, del 16 febbraio 1849. «Pervenuta a questo Ministero per l'organo del Maggiore Orselli Comandante il Battaglione che trovasi ora in cotesta Città, una Protesta di cotesti Ufficiali, che fa loro onore, il Ministero medesimo non può che esternare su di ciò la piena sua soddisfazione, scorgendo in essa quei sentimenti che non possono andar disgiunti da chi apprezza la Patria, l'onore, ed i voleri di un Governo eletto dalla pluralità dei voti di un Popolo.»[479]