Sessanta soldati soli partirono dalla Elba, e sessanta tumultuarono a Livorno. Qui il Popolo gli arrestò. Lo Stato Maggiore del presidio di questa Piazza protestò devozione al Paese rappresentato allora dal Governo Provvisorio. Sopra gli altri il maggiore Pescetti, che non rifiniva di persuadere i soldati, com'essi non avessero a badare tanto in là, e dovessero difendere con tutta l'anima da qualunque invasione straniera la Patria, che gli nudrisce e paga durante la vita intera, perchè col braccio la proteggano un giorno. — (Monitore, 15 febbraio 1849.)
A Lucca, tranne pochissimi, soldati e Ufficiali si mostrarono pronti di obbedire al concetto di mantenere il Paese quieto dentro, difeso fuori, fino al resultato del voto universale; e invece di aspettare insinuazioni o abbisognarne, mandavano agli altri proclami per trasfondere in essi lo ardore dal quale, a sentirli, si dicevano animati.
La Linea senza riguardi voleva la Repubblica:
«Fratelli d'Italia!
«Non seconda è la Linea a quei sentimenti che Veliti e Granatieri hanno mostrato alla Nazione; essa pure sente nel cuore l'alto disimpegno che l'è affidato, sente gli affetti di Patria, l'idea sacra della Libertà. Il traviamento di pochi, che ogni sforzo all'opera non omesso a ricondurli al giusto e perfetto sentiero (sic), non sia per dare idea di corruzione nel totale.
«Pronta ed avida di far mostra di sè al mantenimento dei diritti sociali, alla difesa della Libertà e della Indipendenza d'Italia, anela quel momento di stringere la mano d'unione al Popolo, per nuovamente combattere il comune nemico, quando chiami la tromba all'onorato appello.
«Sì, Fratelli! giura altamente esser con voi e con le altre milizie, nella brama che la Patria risorga, e vendicare quei valorosi che un dì pugnando morivano sui campi lombardi.
«Viva il Governo Provvisorio toscano! Viva la Repubblica Romana ec. ec. ec.
«Livorno, 15 febbraio 1849.
«La Linea.»
Più rimessi i Granatieri, pubblicavano parole portentose a dimostrare la gran voglia che provavano di farsi fare a pezzi, pei fini di che avverte lo stupendo loro Proclama,
«Livornesi!
«Alcuni soldati, dimentichi di sè stessi, ignari del proprio dovere, a scherno di noi tutti, tentarono la fuga, e corse voce per ogni via di Livorno, essere dei Granatieri; ma, siccome galleggiano in seno al mare le navi, così l'innocenza più leggiera galleggia sopra l'infamia e i delitti.[480] Vi supplichiamo a disprezzare e non credere i retrogradi che amano porre discordie fra il Popolo e i Soldati.
«No, non vogliamo che rida su di noi lo straniero, non vogliamo che le Armi Fraterne, intente alla difesa della Patria, brandiscano contro i petti nostri, ma anzi l'impeto del nostro furore le faccia sfavillare nella gente nemica allorquando pugneremo a fronte i diritti della bella Penisola, e la tanto sospirata Libertà. (sic.)
«Livornesi! ogni cittadino è soldato; or dunque facciamo di noi salda catena, la quale sarà di cilicio al barbaro Croato che tenterà spezzarla.
«Sì, giuriamo tutti sul tricolore Vessillo, di farci fare in brani pria che vederlo sventolare in mani tedesche. Fratelli! scordate quei detti pestiferi vomitati da Vipere velenose, amanti di discordia fra noi, la rovina di tutta l'Italia; è loro che fuggitivi (sic) vogliamo che sentano il peso di quella pena quale si deve ai Traditori di Patria. Uniamoci, e la vittoria è certa.
«Viva il Governo Provvisorio! Viva l'Italiana Indipendenza! Viva l'Unione.
«S. B. — I Granatieri.»
Le Guardie di Finanza (e fecero bene, e le lodai allora di Palazzo, e torno a lodarle adesso di prigione) accorsero spontanee a tenere in rispetto Empoli che sembrava volere rinnuovare il guasto della odiata strada a vapore.[481] Nè mancarono i Veliti, chè anzi primi fino dal 12 febbraio, non contentandosi di favellare ai soldati Toscani, si rivolsero a tutti quelli d'Italia, e loro dicevano.... Ma sarà meglio ch'eglino stessi i proprii concetti manifestino:
«A tutti i Soldati Italiani di Toscana!
«Fratelli! Camerati! L'affetto e la riconoscenza ad un uomo è un lodevole sentimento; ma il sentimento più puro e più nobile è quello del Cittadino verso la sua Patria. Prima di rivestire una uniforme di soldato noi eravamo Cittadini, e tuttora siamo Cittadini a buon titolo, poichè vestiamo le insegne e portiamo le armi dei difensori della Patria. Rispettiamo noi stessi nei Governanti eletti dal voto del Popolo, di quel Popolo di cui noi pure facciamo parte. Riserbiamo le ire contro il nemico comune, contro lo straniero oppressore dell'Italia, e giuriamo di volere essere soldati e difensori di questa Italia, madre comune di tutti noi, di questa Italia che fino a quest'oggi fu debole perchè divisa in brani, ed ora comincia ad esser forte perchè si unisce al cenno di Roma, della città che Dio ha posto a capo e centro della forza e della gloria italiana. Fino a quest'oggi il superbo straniero rideva dei soldati toscani del Papa, e gl'insultava chiamandoli guardie del Santo Sepolcro. Ma lo straniero non riderà e non insulterà ai guerrieri della grande Nazione Italiana. Uniamoci dunque in un amplesso fraterno ai nostri concittadini, e gridiamo con loro:
«Viva il Popolo Italiano! Viva Roma eterna! Viva l'Italia!
«Firenze, 12 febbraio 1849.»
(Seguono le firme dei componenti il Reggimento Veliti.)
E non si voglia dimenticare, in grazia, che in quel giorno stesso, 12 febbraio, io mi opponevo allo inalzamento dell'Albero della Libertà in Firenze, e che nel giorno seguente, 13, soldati toscani e Popolo empievano i cortili di Palazzo Vecchio, con tremende grida proclamando la Repubblica; in fine, che soldati erano quelli che, poche ore prima, avevano appeso bandiera rossa alla magione reale.
Il giuramento non conteneva in sè espressione o concetto il quale, in modo irrevocabile, alienasse i soldati dalla Monarchia Costituzionale: presentava anch'esso il carattere di provvisorio; e quando pure avesse dovuto ritenersi permanente, anche alla restaurazione dello Statuto applicavasi: «Giuro fedeltà e obbedienza alle Leggi e ai Poteri esecutivo e legislativo costituiti e da costituirsi dal libero assenso del Popolo. Giuro difendere e sostenere col mio sangue la sacra bandiera italiana sotto cui ho la fortuna di militare, e di non mai abbandonare o vilmente cedere il posto che mi verrà affidato. Giuro sdegnare qualunque relazione col nemico della Patria. Giuro di non usare le armi che contro i suoi nemici sì interni che esterni. Giuro di prestare obbedienza a tutti i miei superiori, e rispettarli e difenderli.»[482] Porge testimonianza della verità di quanto poco anzi affermai, che nessuno soldato fosse stato violentato, anzi nemmeno blandito a rimanersi, l'Ordine del giorno dell'11 febbraio 1849: «Il Capitano interrogherà ciascun soldato della sua volontà di servire la Patria, oppure abbandonare le bandiere. Quelli che vorranno continuare saranno raccolti ec. — I soldati poi che avranno deciso abbandonare le bandiere, verranno immediatamente licenziati senza congedo alcuno. Il Governo Provvisorio rilascerà loro la giacchetta di panno e il berretto di fatica.»[483] L'Auditore Padelletti nell'Atto del 27 agosto 1849 dichiara: «Non feci Processo verbale perchè non vi era bisogno, essendo liberi di andarsene quelli che non volevano servire il Governo Provvisorio.»[484]
Come a me poco importasse di questo giuramento l'ho dimostrato riportando la lettera spedita al Consigliere Paoli nel 13 febbraio 1849, nella quale si legge la sentenza: «Non abbiamo bisogno di giuramento; ma se pure lo prestano, meglio che mai.»[485]
Nè quanti rifiutarono giurare ebbero a patire per parte del Governo Provvisorio molestia: all'opposto si accettarono di nuovo, reintegrandoli facilmente nei loro gradi e titoli di anzianità. «Il Governo Provvisorio, volendo attribuire ad aberrazione momentanea di mente, anzichè a mala volontà, il fatto di quei militari che ricusarono di prestarsi al giuramento di fedeltà alle nuove istituzioni, ha ordinato che vengano riammessi al servizio, senza perdita di anzianità, tutti coloro che pentiti del commesso fallo si sono di già costituiti e si costituiranno alle militari bandiere per riprendervi il corso della rispettiva Capitolazione. — Firenze 17 febbraio 1849.»[486]
Dai quali fatti deduco, ed il dedurlo è lieve, non avere punto bisogno le milizie toscane delle mie insinuazioni per dichiararsi favorevoli al Governo Provvisorio; recandomi inerme e solo in compagnia del Montanelli, non potere usare violenza alla milizia, ma all'opposto essere in facoltà della milizia ritenerci prigioni; gli Uffiziali delle tre armi, onoratissima gente, se le mie parole non fossero state ristrette in questa formula: «Qui non si tratta altro che di difendere la Patria, e questo di voi altri soldati è dovere supremo. In quanto al Principe o forma di Governo, dipenderà deciderne all'Assemblea toscana eletta con suffragio universale. Voi pure, soldati, darete il voto alla persona, o persone, che penserete più acconcie a sostenere il vostro voto;» (se, dico, così da una parte e dall'altra non fosse stato detto ed inteso), è da credersi che da me, inerme, in mezzo a loro, dentro Fortezza chiusa, avrebbero con equo animo ascoltato proposizioni di tradimento? Può egli supporsi, che essi avrebbero mandato spontanei, senza che nessuno gliela chiedesse, padroni del Castello assoluti, la protesta del 12 febbraio contro una parte della milizia, se i sensi manifestati da questa fossero stati tutti affetto, tutti spiranti benevolenza e devozione al Principe? Avrebbero eglino pregato il Governo a rendere pubblica la dichiarazione di non concordare co' sentimenti espressi da una parte della milizia? — No, ripeto, qui non si trattava tradire nessuno, lo intenda bene l'Accusa, sibbene tutelare la Patria fino al voto dell'Assemblea: — no, le grida dei pochi soldati non suonavano devozione, ma sì piuttosto impazienza di servizio militare, e cupidità di recuperare le masse perdute.
Adesso esamino se le milizie laugeriane potessero essere per opera mia corrotte, o spaventate da me. Le milizie dopo le rotte sogliono rilassare la disciplina; questo noi vedemmo accadere anche negli eserciti incliti per militari ordinamenti, come a mo' di esempio quelli di Napoleone; le nostre milizie, dicasi con rammarico, non avevano mai avuto il pregio della disciplina, e per maggiore stroppio erano state vinte. Non è mio studio trattare qui dei modi di comporre ed istruire lo esercito in Toscana; basti dire, ch'eglino erano tali, da produrre effetti pessimi, e li partorirono. Gli Ufficiali disprezzavano i soldati a un punto, e temevano; i soldati avevano a vile gli Ufficiali, e gli odiavano; non fu spettacolo capace di rassodare la disciplina davvero la mutua detrazione. Il Generale Laugier, preso da impeto, coperse di obbrobrio a Valleggio gli Ufficiali, al cospetto dei soldati. Per avventura poteva avere ragione di concepire amarezza inestimabile contro gl'imbelli, ma si ha da confessare eziandio, che il modo tenuto tagliò alla radice la disciplina. Cotesti Ufficiali non potevano più durare al comando. Non importa che io dica come occorressero nobili eccezioni, e non poche, e queste al confronto quanto da un lato facevano risaltare la bontà dei soldati virtuosi, così dall'altro svelavano come il male fosse profondo pur troppo. Che cosa, di rovina in rovina, diventasse il nostro esercito sarà bello tacere, imperciocchè dopo la vergogna vediamo avanzare una strage nefandissima dalla quale il pensiero inorridito rifugge.[487] Io narrai come la massima parte dei soldati raccolti in Castello di San Giovanni Battista, indifferente ad ogni sentimento, urlasse: «Vogliamo andarcene! La massa! La massa!» La soldatesca laugeriana, uguale in tutto a questa, non aveva in bocca gridi diversi.
Nello scritto che ho citato sopra, impresso nel Risorgimento, egli stesso, il Generale Laugier, dichiara che nel 16 febbraio: «aumentava la diserzione e la indisciplina nelle truppe; mancava il danaro per pagarle.» Più oltre: «Moltissimi ordini di previdenze militari non sono eseguiti.» Ancora: «Truppe e cavalli non avevano preso nutrimento; compagnie senza cappotto; mancano fieno e biada; cavalleggieri privi di portamantelli. — A Montemagno ordino strattagemmi guerreschi, che non furono eseguiti con diversi pretesti.» — «Le truppe, egli aggiunge, erano piene di entusiasmo, non però quelli, fra queste, che temevano di pericolare il proprio sostentamento, e famiglia.» A cui coteste parole accennassero, di lieve si comprende, imperciocchè i soldati semplici non abbiano famiglia, nè il soldo loro sia tale da farli paurosi di perderlo. Convoca gli Uffiziali e propone loro o ritirarsi in Piemonte, o far testa a Fosdinovo: rigettano l'uno e l'altro partito; vogliono capitolare. — A un tratto gli giunge notizia del campo di Porta in piena rivolta; — «ai soldati essere stato assicurato (egli continua) averli io traditi, e fuggito in Piemonte. Gli esorto a ricondursi all'ordine, e seguirmi a Fosdinovo, ma rifiutano ostinatamente gridando: A casa! La paga! La massa! — Il Colonnello Reghini e molti Ufficiali assistevano impassibili a quella brutalissima scena. Coloro stessi che io reputai più fidi, mi avevano abbandonato. Volli che il Commissario di Guerra Pozzi mi mostrasse la cassa; negava: la pretesi; costretto, aprì; eranvi poche centinaia di lire; l'obbligai a consegnarle al Capitano Traditi, e ne feci ricevuta. — Ordinai all'artiglieria, alla cavalleria, ai buoni soldati, seguirmi a Fosdinovo. Gli Uffiziali non mossero. — Cercai coloro che formavano parte del mio Quartiere Generale, ed avevano oggetti per me necessarii, che avevo loro affidati al momento della partenza: non potei mai trovarli! — Mi fermai all'Avenza con la speranza di vedermi, se non altro, raggiunto da quelli che mi avevano le mille volte giurato non volere la loro dalla mia sorte dividere, o almeno restituirmi quello che avevo loro affidato. Inutile!»
Riuscirebbe difficile, per non dire impossibile, ritrarre con tinte più scure la indisciplina soldatesca, nè questa poteva essere opera del momento, sibbene derivata da origine remota; e come si vede, poco, anzi nulla, desumeva da opinioni politiche, ma tutto da voglia di ridursi a poltroneggiare a casa co' danari della massa. Nè dicasi che questo portento di disordine nascesse dal mio Proclama del 22 febbraio 1849, però che óstino due ragioni, una più forte dell'altra; la prima, perchè cotesto Proclama non fu impresso, nè pubblicato; la seconda, perchè innanzi che io muovessi da Lucca, De Laugier, deliberato a partirsi, mandava l'ultimo addio ai Popoli della Versilia. E queste mi paiono ragioni, che anche dall'Accusa si potrebbero capire.
I soldati toscani un po' per colpa dei successi, e moltissimo per quella degli uomini, erano ormai ridotti a tale, che, qualunque mutamento in loro accadesse, non poteva essere che in meglio. Don Mariano D'Ayala, personaggio di quella rettitudine che tutto il mondo sa, si dimise dal Ministero della Guerra, sgomento di riuscire a condurre la milizia a termine ragionevole di disciplina.[488] Quello che il Generale D'Apice ne pensasse, può ricavarsi da questi brevi cenni, contenuti nella lettera del 27 febbraio 1849, pubblicata nei Documenti dell'Accusa a pag. 72: — «Alla mia entrata in Massa, vi trovai il Caos; ed ho dovuto mandare le truppe di Laugier ad organizzarsi altrove, per dopo richiamarle. — Una compagnia italiana dovei spedire a Firenze, per evitare la dissoluzione di quel corpo, conseguenza della indisciplina della truppa, della quale io non ho colpa. — Gli Uffiziali del mio Stato Maggiore sono animati del migliore spirito, e pieni di zelo e di attività. Cosa farà la truppa? Lo ignoro.»
Il Ministro della Guerra, Colonnello Tommi, malgrado i suoi sforzi lodevolissimi, non venne a capo di nulla; ond'è che giustamente commosso, uscì col seguente Ordine del Giorno, che ben dimostra quale e quanta fosse la disperazione del male, atteso i rimedii gagliardi, ch'egli si proponeva adoperare:
«Uffiziali, Sotto-Uffiziali, Soldati!
«La giustizia non può sostenere più a lungo la indisciplina che disfà l'armata. Ogni mite consiglio, ogni mezzano temperamento sarebbe una ingiuria alla Patria, che versa in tanto rischio, da esigere come dal cittadino ogni sagrifizio estremo, così dal soldato ogni prova più estrema di valore. Nè il valore può essere disgiunto dall'ordine, che solo costituisce la forza degli eserciti; e l'ordine è calpestato da voi. Fiacchezza nei comandi, ribellione nelle compagnie, soldati faziosi, inobbedienti, disertori; ecco il miserando spettacolo che la Toscana ha dinanzi ogni giorno. E la Toscana non può soffrirlo, noi non vogliamo, voi nol dovete, ove pensiate uno istante alla ignominia vostra e del vostro Paese. Su dunque, sentite per voi stessi una volta riverenza di uomo, ed amore di soldato; e trattenete con contegno migliore la mano della Giustizia, che pende inesorabile sopra di voi. Noi l'amministreremo senza pietà, poichè la pietà sarebbe così per voi estrema rovina, come per noi incancellabile vergogna.»
Se non che a guasto antico male si ripara con parole; e le minaccie, e i rigori stessi, tornano inefficaci nella estrema corruzione; sicchè il meglio è disfare, ed a questo partito penso che si sieno attenuti; ma tanto basti allo increscioso argomento di dimostrare come le milizie del Generale Laugier e le toscane tutte fossero di per sè e da gran tempo corrotte.
Prima però che io mi parta dallo ingrato soggetto promosso dalla suprema indiscretezza dell'Accusa, e da me assunto per necessità di difesa, abbiano meritata lode i generosi soldati che si mostrarono degni di fortuna, non di causa migliore; — con grato animo io la profferisco loro, e desidero ch'essi non l'abbiano meno accetta, perchè venga dalla parte di un prigioniero.
Apparisce chiaro del pari, che non per me il Generale De Laugier fosse costretto ad allontanarsi. Due vie egli aveva per riuscire alla impresa: o una forza irresistibile e materiale, o un consenso universale di Popolo. Per la prima aveva mestieri del soccorso piemontese, per la seconda no. La seconda era scevra da conflitto sanguinoso, e da guerra civile; la prima difficilmente, imperciocchè le armi allora non erano poche in Toscana, terribile il furore della gente armata, e la concitazione di parte del Popolo maravigliosa; ed una volta venute a riscontro le due schiere, l'una avrebbe voluto andare innanzi, e l'altra spingere indietro, la quale cosa come possa definirsi senza zuffa tra uomini che tengono le armi in pugno, e si reputano nemici, io non so vedere. Ad ogni modo questo partito venne meno, col rifiuto o con la disdetta dello intervento piemontese.[489] Avanzava l'altro; ma non correva la stagione opportuna, nè poteva farlo riuscire De Laugier, come ho notato poco anzi: questo doveva partirsi dal centro ed estendersi alla periferia: alla rovescia, senza molto polso di armi, non vedemmo mai riuscire simili moti, perchè hanno sembianza di aggressione, e trovano i Popoli indifferenti o contrarii; nè ricorrere alla forza diventa meno incomodo a cui l'adopera che a quello contro cui si adopera, conciossiachè per esempii quotidiani rimanga chiarito come quegli che usa la forza si trova sempre, per vicenda di casi, tratto più in là che non voleva; e sostenuto da gente cupida, e spesso anche pessima, almeno in parte, ch'è del pari pericoloso accettare o ricusare, comincia co' consigli proprii e termina sempre o quasi sempre con gli altrui: per le quali cose, trovandosi debole suo malgrado, è costretto ad abbracciare partiti violenti, e, posto ormai sul pendio, bisogna che vada.... e vada tuttavia — prima di passo, e poi di corsa a precipizio. Il tempo pertanto non era opportuno; e il modo anche meno: ritornerò fra poco su questo argomento. Frattanto giovi notare come De Laugier, incontrate appunto le popolazioni indifferenti o avverse, depose giù dall'anima la impresa avventata prima assai che io mi muovessi da Firenze. Di vero, la mia partenza fu il 20 febbraio, ed egli ci racconta nella sua Relazione del 1º marzo, che nel 17 già era solo; non secondato che da pochi, contrariato segretamente dalle autorità politiche e governative, in niun luogo aveva appoggio, meno in lui solo.[490] Viareggio non si mostrava disposta a contrastare co' Livornesi, essendo fra loro dimestichezza grande a cagione dei commerci;[491] più tardi protestò apertamente contro De Laugier.[492] Pietrasanta non si commosse,[493] Lucca e Massa mormoravano contro di lui.[494] Carrara gl'insorgeva nemica, Camaiore ci accoglieva festosa; soldati Piemontesi non venivano; i suoi per fame, per difetto di paga, per indisciplina, sbandavansi; tutto questo basta, e ce n'è di avanzo, per fare capitare male un disegno importuno. Ma in conferma del vero, stiamoci agli stessi laugeriani Proclami. Nel 21 febbraio, appena entrato io a Lucca, egli così avvisava i Pietrasantini.
«Pietrasantini!
«Io voleva sostenere i diritti di Leopoldo Secondo mio legittimo Sovrano; le popolazioni non hanno corrisposto; siamo pochi, e perciò mi ritiro, perchè mi ripugna di versare il sangue cittadino.»
Nelle prime ore del giorno 22 febbraio mi pervenne nelle mani questo altro:
«Popoli della Versilia!
«Voleste risparmiar l'orrore di una guerra abbominevole, io vi aderisco; nessuno desidera versare il sangue cittadino, meno dell'Italianissimo Generale De Laugier.»
Veramente nella sua Relazione datata 1º marzo, Sarzana, copiosa d'inesattezze, egli c'insegna come nel 21 febbraio fosse deciso andare a Lucca, e nella notte ritirandosi avesse ordinato a Montemagno strattagemmi guerreschi; e se non condusse a fine il primo proponimento, e' fu perchè le milizie nol vollero, o nol poterono seguitare; il secondo (che non mi sembra diretto a risparmiare sangue) gli fallì, perchè sotto diversi pretesti non venne eseguito. — Che che di ciò sia, il Generale Laugier nelle prime ore del giorno 23 partiva per Sarzana. — A me si presentò la Deputazione Massese in Pietrasanta, nel giorno 23 febbraio, verso le ore 2 p. m.[495]
Da tutto questo, se non erro, mi sembra provato: che io a Lucca andai per sottrarmi a presentissimo pericolo; nel concetto di allontanare dalla città in momenti di esasperazione gente arrabbiata; per rendere innocua la Spedizione, la quale, senza me e contro me, con offese e con morti sarebbesi fatta; e rimane chiarito eziandio, come non paure d'incendii o di saccheggio io incutessi, ma parole civilissime e cristiane favellassi, perdono a tutti concedessi, i soldati del Generale Laugier non corrompessi (poichè tanto, più guasti di quello ch'erano non si potessero fare, nè pervenisse a loro il mio Proclama; anzi prima che io lo scrivessi, si fossero, molto per colpa loro, moltissimo per colpa di chi li lasciò senza paga e senza pane, sbandati); Laugier non costringessi a partire, come quello che i Piemontesi non vollero soccorrere, le popolazioni seguitare, i soldati obbedire; finalmente che in tutto quel successo io non favorii la Repubblica, anzi neppure la rammentai nei pubblici Atti, malgrado i focosi eccitamenti degli uomini mandati dalla Fazione repubblicana a sorvegliarmi; e che pei fatti e per le ragioni politiche io ritenni, e doveva ritenere, la mossa del Generale Laugier, operata senza il consentimento del Principe, contraria agl'interessi della Patria.
Che mal consiglio fosse cotesto, e capace di sobbissare il Paese con la guerra civile, universalmente, crederono, ed io allora credei, e credo ancora. I Popoli se ne commossero prima, e se ne rallegrarono poi come di lutto domestico evitato. Santissimi Vescovi ne resero, spontanei, grazie solenni a Dio!