Come il tempo negli antichi marmi corrompendo taluna lettera, e tale altra consumando, rende le iscrizioni a leggersi difficili, così la forza degli eventi, esercitandosi sopra le opere dell'uomo politico, quasi sempre ne scompone il disegno; però, nel modo stesso che periti archeologhi sanno ricostruire le prime, e ridurle ad ottima lezione, uomini che la scienza del governo degli Stati professano, indagando, ritrovano in mezzo alle scosse della fortuna, e alle deviazioni della necessità, il concetto dell'uomo politico. — E non sarà soltanto legge di giustizia storica, bensì di giustizia universale, giudicarlo non già con le norme assolute del retto, e del giusto, bensì con lo esame dei tempi nei quali visse, e degli avvenimenti che lo costrinsero ad operare.[551] Che se questa sentenza dettata da Ugo Foscolo fu reputata vera, ragionando dello scopo di Gregorio VII, tanto maggiormente deve accettarsi nel mio, in quanto che le forze del tempo, se meno si presentavano ardue a dominare, più inopinate e furiose imperversavano a scuotere. Io però rinnegherei la esperienza e la verità, se o credessi o affermassi, che agevolmente dagli uomini politici si renda giustizia agli uomini politici loro contemporanei: chè da un lato le Fazioni pervertono lo intelletto, il giudizio per passione si corrompe; e sovente eziandio, più che non converrebbe a spiriti elevati, invece di affaticarsi a cercare il vero sotto la fronte prima delle cose, pigramente si accomodano alla volgare sentenza. Onde, a senno mio, non le preghiere soltanto, come disse Omero, sono zoppe e losche, ma la verità altresì, avvegnadio veda a poco per volta, cammini tarda, e troppo spesso non giunga neppure in tempo a chiudere gli occhi al travagliato dalla fortuna e dagli uomini. M. Lamb, che fu poi Lord Melbourne, con aggraziata e verace scrittura deplorò la condizione dei Ministri di Governo, la quale mi piace referire onde si veda se questa sia stoffa da mettersi fra dita di uomini rusticani, e per di più maligni:
«Le geste del soldato si compiono davanti alla faccia del sole, alla luce del giorno, presenti i compagni, e i nemici contro i quali ei combatte. Tutti le vedono, le conoscono tutti; nessuno le contrasta, o le attenua. La fama tosto pel mondo le spande: e tosto il premio di lode dovuto ai salvatori degli Stati ricevono. Il sagrifizio di un Ministro e la devozione dell'uomo di Stato sperano invano ricompense siffatte; però che gli sforzi loro adoperandosi più spesso a prevenire, che a comprimere grandi vicissitudini, avviene che rimangono oscuri, ignorati, esposti a tutte le false interpretazioni della ignoranza e della mala fede. Li criticano, li accusano, e li condannano, mentre all'opposto meritano il plauso della Patria non ingrata. Quante e quante volte questi sforzi generosi e penosi vanno obliati in mezzo alla pubblica sicurezza mantenuta da loro, o alla prosperità per essi iniziata!»[552]
Ora il mio disegno da alcuni in parte si disprezza, in parte si nega; da altri si confessa, ma si calunnia, e acerbissimamente riprendesi.
Qui emmi venuta in testa certa fantasia di raccontare una storiella, la quale, comecchè alla mestizia dello argomento non convenga, pure alle fortune che provo maravigliosamente si accomoda; ed è questa. Fu già un Dottore, ma non ricordo il nome, di assai tenera pasta, al quale, quantunque volte gli capitava operare qualche bene, pareva proprio andare a nozze; e malgrado che da questo suo costume gliene fossero venuti fastidii non pochi, e molestie grandi, pure non si sapeva ridurre a mutarlo. Ora accadde, che, passando per certa contrada, s'imbattesse in un marito ed in una moglie, i quali con una pertica e con un bastone si ricambiavano univoci, e non equivoci (come direbbe l'Accusa), segni di coniugale affetto. Il buon Dottore acceso di sdegno cacciavasi risoluto in mezzo agli arrabbiati, e, messa la destra al petto dell'uomo, la sinistra non so in qual parte della donna, teneva l'uno dall'altra lontano, esclamando: — «In questa maniera, sciagurati!... per voi si rappresenta la Unione di Gesù Cristo con la Chiesa? Così si fa bugiardo il primo padre Adamo, quando disse, che marito e moglie sarebbero stati due in una carne sola?...» E continuava a dire; ma il marito, accigliato, gli rispose: «E che cosa importa a lei dei nostri fatti?» E la moglie dall'altra parte: «O come entra lei nei fatti nostri?» E poi marito e moglie insieme: «E se ci vogliamo bastonare, o che cosa gliene ha da premere? Se tanto bastonassimo lei!... e se lo meriterebbe... se lo merita.... io lo bastono... tu lo bastoni... noi lo bastoniamo...» E i coniugi coniugarono il verbo bastonare sul corpo del Dottore. Gliene dettero cento, tanto erano e giustamente infelloniti costoro; ma il povero uomo non sentì le dieci, chè cadde alle prime percosse malamente ferito sul capo. Il Cerusico, accorso, prima di medicare la piaga, prese co' suoi ferri a scandagliarla, onde il Dottore traendo doloroso guaio: «Ohimè» disse, «che cosa fate, Cerusico?» E il Cerusico a lui: «Io tasto per vedere se vi hanno offeso il cervello.» — «Ah! Cerusico mio» soggiunse il ferito, non istate a perdere tempo, fasciatemi il capo addirittura; e vi pare egli, che se avessi avuto cervello mi sarei messo in mezzo a scompartire moglie e marito?» — Così è, voi troverete la storia dei moderatori dei Partiti in tutto uguale a quella del Dottore e alla mia.
Ma, delle due Fazioni, per ora parlerò intorno alla prima rappresentata dagli Accusatori e dai Giudici, intervenuti fin qui in questa lamentevole procedura. La parte che da loro adesso si tiene a vile, e la pubblica e la privata sicurezza difese; e sta bene; voto di naufrago, passato il temporale, raro si ricorda: la parte che si nega, è che, consentendo io a quello che formava allora, e conosceva sperimentalmente formare il desiderio della parte grandissima del Paese (voglio dire stabilire ed usare le libertà costituzionali), procurassi con ogni mezzo legale e leale, senza neppure atomo di comodo privato, che con modi civili la universalità del Popolo la restaurazione dello Statuto decretasse.
Ma se altri lo impugna, a me basti averlo dimostrato fin qui, e compirne adesso la dimostrazione. Ho detto come a simile intento per me fossero adoperati di due maniere partiti: i primi di resistenza, i secondi d'iniziamento. Mi si conceda toccarli succintamente da capo, per mostrare poi quanto sembrasse la conclusione propostami razionale e onorevole.
Rispetto ai primi, la resistenza fu opposta alla forza, all'astuzia e alle adulazioni. — La forza apparve materiale e morale; e poichè anche sommarne i capi saría troppo lungo lavoro, mi commetto alla benevola memoria del leggitore. — Astuzia fu la insistenza per la proclamazione provvisoria della Repubblica, salva la conferma dell'Assemblea; — astuzia le otto proposte preliminari per la Unificazione, del 27 febbraio, quasi accettate dal Presidente del Governo; — astuzia i due Ministri romani, ordinario e straordinario, qui fermi per sollecitare ogni momento; e i due ambasciatori straordinarii mandati il 15 marzo per isforzare la Unificazione immediata;[553] — Ciceruacchio, alla testa di una Deputazione del Popolo di Roma portante il voto del medesimo per la unificazione con la Toscana, nel 17 marzo non già da Livorno direttamente avviatosi a Firenze, ma aggirantesi per Pisa, Lucca, Valdinievole, Pistoia e Prato, onde concionare i Popoli, e strascinarli ad ogni modo nello statuito disegno;[554] — e il Ministro degli Esteri, Rusconi, qui venuto in fretta ad assicurare, che Francia e Inghilterra avrebbero impedito qualunque intervento nella Repubblica della Italia Centrale (e non era vero), purchè costituita.[555] — Lusinghe: la Deputazione romana venuta a offrirmi la carica di Triumviro a Roma, e la proposta espressa che di ciò fece il Principe di Canino Presidente all'Assemblea Romana.
Partiti d'iniziamento furono: impedire che il Popolo facesse da sè; ostare, per quanto era dato, che il Governo non passasse alle moltitudini in piazza, la macchina governativa non si disfacesse, gl'impiegati probi e animosi non fossero cacciati o se ne andassero per dare luogo a gente forse prava, certo incapace; attendere con somma diligenza che le proprietà e le vite dei cittadini si rispettassero, onde il Popolo, mutata natura, non diventasse feroce; — rigettate le misure di Legge dei sospetti, di armate mobili rivoluzionarie, di supplizii immediati, e impedito che i Faziosi facessero da sè; — rigettate le misure di mettere mano violenta negli argenti sacri, e nelle borse dei ricchi, e impedito che i Faziosi facessero da sè; — i più temibili fra gli agitatori o cacciati, o allontanati, o imprigionati; — i Ministri Marmocchi e Mordini persuasi a sostenermi nello assunto della Restaurazione per via delle Assemblee Costituenti; — dei Giornali, qualcheduno reso favorevole; altri pregati a cessare, o a moderarsi; — armi tolte al Circolo; — emigrazioni armate allontanate dalla città; — Religione protetta, delegando il Tribunale di Volterra a giudicare delle ingiurie patite da lei; — Arcivescovo richiamato; — Magistrati difesi; — con ogni mezzo attutito il delirio del Popolo, e richiamata la intera Toscana al sentimento delle sue tradizioni, dei suoi costumi, dei suoi interessi, della sua capacità, e della sua potenza; con altre più cose, che nel corso di questa Memoria vengono sparsamente discorse.
Quello però su cui giova trattenermi con maggiore larghezza è il provvedimento legale destinato a operare la Restaurazione. Considerando come alla piena del Popolo, che aveva fino dall'8 febbraio decretato la Unificazione con Roma, la Decadenza della Corona e la Repubblica, fosse impossibile resistere direttamente, fui sollecito di pubblicare il Decreto del 10 febbraio 1849. Ho detto come questo e l'altro Decreto del 14 successivo venissero presentati dal signor Montanelli, e non furono sua fattura, ma sì, mi sembra, del signor Avvocato Rastelli; e mi affrettai a sottoscriverli per tre ragioni distinte, e d'importanza grandissima: 1a perchè mi davano tempo di un mese e più, e il tempo in questi negozii è tutto, checchè paia diversamente opinare l'Accusa, dall'autorità della quale, in fatto di politica, mi sia lecito discostarmi; 2a perchè a fine di conto mi assicuravano di un'Assemblea toscana, la quale degl'interessi toscani discutesse, e il Paese veramente rappresentasse;[556] 3a perchè, sebbene dichiaravasi che la forma del Governo della Toscana sarebbe stabilita dalla Costituente Italiana, però la Legge sopra questa Costituente si prometteva, e non si diceva nè come aveva ad essere composta, nè a quali condizioni vincolata.[557]
Fu per me dimostrato con quanto, non dirò sfavore, ma furore venisse ricevuta cotesta Legge dai Repubblicani. Il Popolano la lacerò acerbamente: espose i pericoli della dilazione alla proclamata Repubblica; minacciò guerra civile; rampognò il Governo per la sua repugnanza di aderire alla dichiarazione popolare della decadenza del Principe; insistè aspramente nel sollecito uso di mezzi violenti e rivoluzionarii, con altre enormezze, di cui con non mediocre fastidio venni raccogliendo la storia da quello e da alcuni altri Giornali, che in quel tempo si pubblicavano. In proposito di cotesta Legge la Costituente Italiana del 13 febbraio 1849, prendendo a discutere strettamente la materia con raziocinii affatto rivoluzionarii, dopo avere detto con focose parole quanto ho riportato a pag. 333 e 334 di questa Apologia, continuava così: «Noi lo ripetiamo ancora una volta ai Cittadini del Governo Provvisorio: osate, osate. Unione con Roma e convocazione della Costituente. L'istinto popolare nel suo squisito buon senso ha già precorso il vostro giudizio, e domanda questa Unione. Voi avete udito il suo grido di gioia, e il saluto a quella Repubblica per cui vuol vivere e morire; voi potete e dovete sanzionare quel saluto e quelle grida.» Nel successivo Nº del 14: «Abbiamo meditato sopra il Decreto che convoca un'Assemblea legislativa toscana, e, in onta alla buona intenzione, non abbiamo saputo indovinarne le ragioni politiche, nè il principio di diritto. Un'Assemblea uscita dal suffragio universale, in un Paese abbandonato al Provvisorio, o non ha voto, o non ha senso, o si colloca come Sovrano in faccia al Popolo da cui fu eletta.»
E dietro lei la folla dei Giornali del Partito, urgentissima tutta, come se si trattasse di scaldare al fuoco mozziconi di candela di cera e appiccicarli insieme! In verità io non capisco più dove sia andato il senno italiano. La massima parte dei Popoli, repugnante o inerte, come spingiamo noi? Con questo strepito forse? No certo: con che cosa dunque? Col terrore; e questo non dovevate, nè potevate domandare a me; e a questo dovevo oppormi, e mi opposi. I Repubblicani, avendo penetrato il riposto consiglio che dettò il Decreto del 10, presso il signor Montanelli si adoperarono; il quale, piegando alle insistenze loro, apparecchiava il Decreto del 14 febbraio, o, come ho detto, per lui lo apparecchiava l'Avvocato Rastelli. Non vi ha dubbio: il Decreto del 14 febbraio metteva le mani dell'Assemblea Romana nei capelli alla Toscana; legata ad una rota del carro della Repubblica Romana, era mestieri che la mia Patria precipitasse nella carriera perigliosamente inane di quella. Comecchè così mi venisse a sfuggire la tavola di salute, pure firmai, perchè costretto a farlo, tutto parendomi meglio che proclamare a tumulto la Repubblica, la Decadenza del Principe, e la Unificazione con Roma; sperai in qualche congiuntura favorevole; in ogni caso ero determinato a mandare avanti l'Assemblea Toscana, onde discutere pubblicamente insieme i grandi interessi del Paese, che avrebbero persuaso i Toscani a seguire lo antico loro dettato: «piano ai ma' passi.» Infine, cotesto Decreto lasciava lo addentellato a molti schiarimenti, e a molte questioni.
Invero, questo Decreto non piacque ai Repubblicani; e più che mai raddoppiarono le violenze e gli sforzi, i mezzi qualunque, che dichiaravano sacri perchè tendenti a conseguire lo scopo agognato, siccome largamente al suo luogo, con prove storiche, fu fatto conoscere; alle quali, chiunque vorrà giudicare secondo che religione insegna, fie che aggiunga tutti i Giornali che io non possiedo, come, a modo di esempio, la Italia dei Giovani, il Giornale Popolare, lo Inferno, il Calambrone, il Tribuno del Popolo, la Lanterna Magica, il Lampione, — ed altri, che io non ricordo, diarii e foglietti staccati, e avvisi, e proclami, e decreti dei Circoli; e cotesta congerie di fogli gli sarà com'eco di un tempo passato, e come testimonianza di quanto gli uomini pensassero, macchinassero e compissero per instituire la Repubblica, rovesciando il Governo Provvisorio. Nello intervallo che corre dal 14 febbraio al 6 marzo, vedete che il Circolo Fiorentino manda 25 Commissarii nelle Provincie per convocare uno assembramento mostruoso a Firenze, al fine di costringere il Governo a proclamare la Repubblica.[558] Il Circolo delibera che non forzerà la mano al Governo in quanto al giorno della riunione dei Deputati in Roma.... Non vi par ella grandissima libertà cotesta? L'Assemblea intimata dal Governo è vilipesa, minacciata, o derisa. — In questo intervallo i Popoli accorsi dalle Provincie, uniti col fiorentino, proclamano la Repubblica di diritto e di fatto, e piantano l'Albero della Libertà davanti il Palazzo. Il Circolo Popolare decreta Legge uniforme. I Popoli accorsi sopra la Piazza, con immense strida, dichiarano decaduto il Principe, la Repubblica, la Unione con Roma, e Laugier traditore; migliaia di furiosi presentano al Governo i plebisciti perchè gli accetti e ratifichi. — Come potessi schivarmi in quella tremenda giornata, ho esposto altrove. Nondimeno Circolo e Giornali annunziano, bugiardamente, essere stata accolta con giubbilo cotesta dimostrazione, — avere aderito, il Governo, a proclamare la Repubblica; mentiscono parole, falsificano proclami: ma accortisi che il Governo teneva il fermo a non lasciarsi strascinare, di nuovo tramano altro più formidabile apparecchio pel 1º marzo, onde mandare ad effetto la proclamazione della Repubblica. Non essendo soppressa la Legge Stataria, pubblicata dai miei Colleghi per reprimere la reazione, io la mantengo per reprimere le minacciate violenze dei Faziosi; e lo annunzio col Proclama del 27 febbraio, il quale, accorso (per parare il colpo) il 26 da Lucca, persuasi i miei Colleghi, ottengo che sia pubblicato a Firenze. — In Consiglio mi secondarono tutti i Ministri. Il Circolo ruppe in aperte minaccie, più che mai palesò i danni dello indugio, e sospinse alla Repubblica; protestò contro il Governo, ci fece sentire prossimo lo stato di accusa; me appellò, bruttamente, traditore; ma il 1º marzo l'assembramento fu prevenuto. Il giorno successivo tolsi via la Legge, dichiarando che si aveva ad aspettare la deliberazione dell'Assemblea eletta col voto universale.[559]
Le vicende accadute nel tempo intermedio mi avevano purgato agli occhi dei più di ben molte calunnie, quantunque, e lo vedremo in breve, non cessassero di lavorarmi di straforo con arti proditorie. Comprese allora il mondo, e più comprenderà adesso, che, se contrastavo alla tumultuaria e violenta Repubblica, io già nol facessi per tradire la Patria, non per concerti presi col Principe lontano, non per mantenermi al Potere, non per rendermi necessario a tutti i Partiti, non in grazia di futuri comodi, o talento di titoli (vanità sempre, in questo caso vergogna); comprenderà che se ogni esordio di guerra civile ed attentato contro la sicurezza pubblica o privata io diligentemente attesi a comprimere, già nol facessi io in odio del Principato Costituzionale. Nella mia condotta io non ho riguardato me, nè altri: ho considerato quello che mi pareva meglio pel mio Paese: e al mio Paese ho sempre tenuto diritti la mente e il cuore. Questo ho voluto: questo ho operato con pericolo passato, e con danno presente. Non importa: meglio sventura onorata, che fortuna con vituperio. «Io sono per la Patria, e per Lei» dissi certa volta a Leopoldo II; «nè che metta prima la Patria vorrà V. A. adontarsi, perchè anch'ella l'ama con cuore di figlio.» Il Principe blando assentiva al detto; ed io, quello che parlai quando saliva i gradini della magione reale, penso potere ripetere ora che ho sceso gli scaglioni del carcere.
Poichè ogni resistenza felice aumenta nel resistente il credito che scema nello assalitore, così in breve io mi sentii forte abbastanza per avventurare un passo, che sostengo decisivo, come quello che, se non finiva la Rivoluzione, ormai la sottometteva; le sue ultime prove erano fatte, e per necessità di cose doveva andare di mano in mano digradando.
Lo spirito pubblico riassicurato incominciava, comecchè timidamente, a farsi sentire, e bisbigliava sommesso: che se la Toscana dovesse unirsi a Roma, non si aveva a discutere davanti all'Assemblea Romana, ma sì davanti all'Assemblea Toscana. I Settarii se ne commossero maravigliosamente; quale mi minacciò, quale mi interpellò; quale infine, ostentando sicurezza, diceva ormai la quistione decisa: la Unificazione con Roma e la forma del Governo doversi deliberare a Roma. L'Alba del 4 marzo stringeva il Governo Provvisorio con le seguenti parole:
«Alcune interpellazioni al Governo Provvisorio.
«Fino dal giorno in cui il Governo Provvisorio toscano ascese al Potere, chiamatovi dalla volontà unanime del Popolo e dal consenso del Parlamento, fu sua prima cura di circondarsi dei Rappresentanti del Popolo, liberamente eletti per suffragio universale diretto, onde dar forza alla sua nascente autorità e coadiuvarlo nel soddisfare alle gravi bisogne dello Stato.
«A quest'effetto il Governo, abolendo da un lato il Consiglio generale ed il Senato, convocava immediatamente un'Assemblea legislativa di centoventi Rappresentanti, determinando i modi della elezione, e promettendo di sottoporle colla maggiore sollecitudine il progetto di Legge per l'attuazione della Costituente Italiana.
«Questa Assemblea doveva concentrare in sè stessa tutti i poteri legislativi, per esercitarli in unione al Governo Provvisorio, il quale si riservava, oltre alla sua parte d'iniziativa, l'esclusiva sanzione e promulgazione delle Leggi.
«Il giorno appresso, una Dichiarazione governativa, inserita nel Monitore, modificava in parte il precedente Decreto e restringeva nei suoi giusti limiti l'autorità del Provvisorio Governo; annunziando che la volontà liberamente espressa dai Rappresentanti del Popolo toscano, eletti per suffragio universale diretto, sarebbe stata legge pel Governo, il quale avrebbe primo dato l'esempio della più perfetta obbedienza al volere del Popolo sovrano.
«Ma accortosi bentosto come la precipitanza nel convocare l'Assemblea toscana non gli avesse concesso di maturarne bastantemente la natura, i modi ed i limiti; avvedutosi come non bastasse alle esigenze del Paese la presenza di un'Assemblea meramente legislativa, la quale dall'indole stessa del proprio mandato sarebbe stata limitata esclusivamente alla interna amministrazione dello Stato; e come il Paese, rimasto privo di uno dei tre Poteri costituiti, abbisognasse di una Assemblea sovrana Costituente, la quale decretasse la forma politica dello Stato e le norme del nuovo patto sociale; il Governo Provvisorio pensò che fosse necessario sopperire immediatamente a questo pressante bisogno, ed a questo effetto pubblicò poco appresso il Decreto del 14 febbraio, col quale intendeva ad un tempo di dotare la Toscana di un'Assemblea Costituente che determinasse la forma di Governo con cui dovrebbe reggersi il Paese, e di soddisfare al voto unanime e concorde manifestato dal Popolo Toscano e dal Popolo Romano per la Unione immediata dei due Stati in una Italia Centrale.
«Se ci atteniamo al contesto di questi Decreti, i quali a dir vero spesso si elidono e si contraddicono in più d'una parte, non può cader dubbio che il concetto del Governo Provvisorio non sia stato quello di deferire le questioni di ordinamento, tanto quelle relative alla forma dello Stato, come quelle relative alla Unione con Roma, di deferirle, diciamo, ai 37 Deputati della Costituente, i quali, raccolti coi Deputati Romani in Assemblea unica e sovrana, decreterebbero la Unificazione dei due Stati, determinando in appresso il patto sociale e le sorti dello Stato comune.
«Le parole infatti dei Decreti governativi parlano troppo chiaro, a chi voglia e sappia intenderle, perchè si possa revocare in dubbio a quale delle due Assemblee debba appartenere la questione dell'ordinamento politico.
«Il Decreto dell'11 febbraio stabilisce che la forma del Governo della Toscana, come parte d'Italia, dovrà essere stabilita dalla Costituente Italiana. Il successivo Decreto del 14 febbraio, ordinando la elezione dei 37 Deputati ed il loro invio a Roma, il quale sarebbe troppo ritardato se la Legge per la Costituente dovesse essere sancita dalla Assemblea Legislativa Toscana, allega come ragione di questa sollecitudine: che la Unione della Italia Centrale, già operata nei comuni desiderii e nei comuni bisogni, aspetta il suo compimento dall'invio dei nostri Deputati alla Costituente Italiana.
«Ad onta però di queste chiare e lucide espressioni, parecchi organi della stampa periodica (tratti forse in errore dalle non poche e non lievi incongruenze dei due Decreti; da certi termini dubbii ed oscuri contenuti nella Dichiarazione del 12, di cui abbiamo sopra accennato, e nel Proclama del 27; e finalmente dalla convinzione della incompatibilità di due Assemblee che reciprocamente si elidono e si distruggono) hanno stranamente travisata la natura dei due Decreti, e ne hanno falsata la interpretazione, sostenendo che la questione dell'ordinamento politico sarebbe sottoposta all'Assemblea Legislativa, e restringendo la sfera e l'autorità della Costituente, fino a ridurla in qualche guisa soggetta e subordinata ai Decreti dell'altra Assemblea.
«Questa erronea opinione, portata dal Giornalismo nell'arringo dei Circoli e delle altre Associazioni politiche, ha falsati i giudizii, contorte le opinioni, ed ha sparso nel Pubblico l'incertezza, il dubbio e la esitanza; di guisa che la Stampa ed i Circoli nel proporre le liste elettorali, e gli Elettori nel compilare le loro schede, si trovano tuttavia nel maggiore imbarazzo, ignorando la natura e l'indole respettive delle due Assemblee, non meno che i limiti del mandato da darsi ai 120 Deputati della Legislativa ed ai 37 della Costituente.
«Ora questa incertezza, questi dubbii, e questi imbarazzi debbono cessare immantinente.
«Noi chiediamo quindi formalmente al Governo Provvisorio di mettere in chiara luce questa delicatissima e troppo stranamente complicata questione; di disvelare il concetto che lo animava nel dettare i due Decreti; di dichiarare infine solennemente a quale delle due Assemblee egli intenda rimettere la discussione della forma che dovrà assumere la Toscana, e della sua Unione con Roma.
«Non esitiamo a credere che il Governo vorrà dare una pronta e adeguata risposta a questa nostra interpellanza, nè vorrà nascondersi nel velo del mistero o dell'obblio, come ha fatto per la precedente inchiesta fattagli nel nostro Numero di mercoledì. Si rammenti il Governo che in assenza dei Parlamenti, e presso un regime libero e popolare, il diritto d'interpellare il Governo sui suoi atti appartiene ad ogni Cittadino, e sovra tutto a quei corpi morali, i Circoli e la Stampa periodica, che ne rappresentano i bisogni, i voti e le speranze; e che debito del Governo si è di darvi pronta, sincera e soddisfacente risposta.»
La Costituente Italiana del 6 marzo 1849, dopo avere censurato tutti gli atti del Governo Provvisorio, così prosegue: «Ora taluno vorrebbe turbare il corso logico delle idee, revocare in dubbio a cui competa decidere della forma del Governo toscano, e consumare l'atto più eminente di sovranità popolare. Il dubbio è nato dal cammino ondeggiante, traverso al quale si sviluppavano le decisioni del Governo Provvisorio. Il dubbio è grave. I nostri amici dell'Alba hanno solennemente chiesto che venga in modo esplicito dissipato, e noi non possiamo che fare eco ad essi, ed alle loro legittime istanze congiungere anche le nostre. A noi però il concetto fondamentale della Costituente Italiana, i limiti del mandato legislativo, e le considerazioni stesse che precedono i due Decreti dei 10 e 14 febbraio, stanno dinanzi allo sguardo e insegnano necessariamente la soluzione più logica di questa difficoltà. — Dopo dichiarazioni sì esplicite, nessuna pretesa invaditrice potrebbe essere messa in campo dall'Assemblea Legislativa senza disconoscere la legittimità della sua origine, e attaccare il sovrano mandato deferito alla Costituente. L'Assemblea Legislativa non esiste che come istituzione transitoria e secondaria, come garanzia speciale accordata alla Toscana a propria tutela duranti i pericoli e la necessità della situazione presente: collo esercizio incoato della sovranità nazionale nella Costituente, anche i Poteri legislativi debbono cessare, perchè in quella soltanto debbono concentrarsi. Noi non riguardammo, e non possiamo riguardare l'Assemblea Legislativa, che come elemento di soccorso, congiuntosi al Governo Provvisorio per fortificarlo; che al cessare di esso rientra nelle brevi limitazioni di un'autorità consultiva provinciale. Tali almeno sono le deduzioni naturali, invincibili, della Unione. Noi quindi respingiamo assolutamente qualunque dottrina che tentasse, contro la parola e lo spirito della Legge, trasportare all'Assemblea Legislativa quelle facoltà che sono irrevocabilmente e solo acquisite alla Costituente.» E qui continua facendosi l'obietto se la forma definitiva del Governo della Toscana deva decidersi dai Deputati Toscani congiuntamente ai Deputati Romani, o se da loro esclusivamente; e, come è da aspettarci, si mostra parziale del primo partito.
Eccomi giunto alle Forche Caudine. Stretto in questa maniera, era forza spiegarmi. Lo invio di 37 Deputati Toscani a Roma, perchè, congiuntamente co' Deputati Romani, deliberassero sopra la forma del Governo della Toscana, mi suonava vergognosissimo inganno. Che cosa avessero a deliberare, con Assemblea che già aveva proclamata la Repubblica, davvero non sapeva comprendere. Sul principio non poteva cadere questione, a meno che l'Assemblea Romana, abrogato il Decreto del giorno 8 febbraio, non avesse consentito a tornare da capo; il che appariva assurdo. Supposto che lo avesse concesso, o potuto concedere, il brutto inganno non veniva meno, avvegnadio il numero dei Deputati Romani superasse troppo quello dei Toscani. — Nè meno sarebbe stato festoso mettere a partito, nell'Assemblea degli Stati Romani, stremi di moneta, con carta che non trovavano da esitare nemmeno a vilissimo prezzo, se avesse voluto ricevere caritatevolmente la Toscana, tuttavia florida e con un attivo nel suo patrimonio sempre superiore al passivo.[560] Ma questi, nel linguaggio acceso degli uomini di parte, e' sono positivismi insensati. Io, per me, non desidererei meglio che i cittadini altra moneta non possedessero tranne di rame; dei cibi, non compri, dispensati dall'orticello, si contentassero; sempre brodetto nero bevessero: ma dipende forse da me, se gli uomini questo benedetto amore di sostanza non vogliono abbandonare? Se sia buono o cattivo costume quello di stare attaccati al proprio avere, io non voglio discutere adesso; per certo egli è vecchio, nè facile a farlo smettere, e credo che se ne siano potuti accorgere anche il signor Rusconi e i suoi compagni; però si astengono da confessarlo, perchè, appo la Chiesa loro, presumono la infallibilità della dottrina che negli altri contrastano: e così sempre dei Partiti succede. — Le due Costituenti, promesse dal Governo, non potevano senza pericolo revocarsi; ma, sottoposti i Deputati per la Costituente Italiana alla decisione della Costituente Toscana, il Paese tornava assoluto padrone di sè stesso. Il Governo, che minacciava cascare giù in piazza fra le moltitudini, senza che alcuno osasse impedirlo, era da me raccolto, e riposto in mano del Partito Costituzionale. Ora stava a questo accorrere, e farsi vivo. Non avevo adempito, con industria pari al pericolo, anche quello che gli uomini del Conciliatore avevano consigliato? A chi ben guarda, il Decreto del 6 marzo era infinitamente più ristrettivo della Legge della Costituente già proposta dal signor Montanelli. Invero, l'Assemblea Toscana si trovava investita di facoltà sì ampie, che il Consiglio Generale non immaginò possedere giammai. All'Assemblea spetta deliberare se voglia unirsi con Roma: — quindi, ella poteva decidere non volere; non volendo questa Unione, le competeva, a un punto, il diritto e il dovere di ordinarsi in Repubblica o in Principato Costituzionale separatamente; e, scegliendo il Principato, nessuno poteva impedirle di restaurare la Casa di Lorena. Tutto stava in lei.
Considerando, pertanto, gli uomini capaci per le faccende politiche non abbondare in Toscana, pensai, che su molti sarebbe caduta doppia nomina per le due Assemblee; e questo concessi per avere maggiore sicurezza che i Deputati alla Costituente Italiana, partendo prima delle deliberazioni prese dalla Toscana, non somministrassero pretesto a soverchierie rivoluzionarie. Al quale intento, provvidi ancora che le formalità per lo spoglio dei Deputati alla Costituente Italiana si eseguissero con lentezza; e di vero, non furono mai principiate.[561]
Se in mezzo agli sconvolgimenti politici, o per virtù o per fortuna, mi venne fatto condurre a questa riva lo Stato, l'Accusa, per onore suo, si ritiri, anzi si penta e si dolga di avermi offeso, e prometta fermamente di pensare, in seguito, a quello che scriverà. Nè creda essa che io in questo modo per vana iattanza mi esprima; mai no: se io il faccio, è segno che ho da opporle un testimone a cui ella dee fare di berretta; una prova che ella almeno ha da credere; una autorità, che da lei alla più trista vuolsi rispettare, e questa autorità è la sua; questo testimone egli è dessa.... propriamente l'Accusa....
Il Decreto del 10 giugno 1850 dichiara con parole solenni: «Il Popolo Fiorentino restaurava la Monarchia» (il Decreto non mette costituzionale, ma ce lo metto io, credendo servire allo amore della Patria e alla reverenza del Principe) «alla quale era devoto, ed a cui si era mantenuto, in mezzo alla tristezza dei tempi, costantemente fedele.»[562] E sia così, poichè così dice. Lo incubo rivoluzionario fu quegli che, aggravandosi sul petto a questo Popolo, gl'impediva la voce e la conoscenza; ora, poichè dallo incubo io lo liberava, dandogli abilità e modo di manifestare la sua devozione, egli è evidente che, anche a giudizio dell'Accusa, merito lode, non biasimo. Di qui non si esce: o crede, o non crede a sè stessa l'Accusa? Io devo supporre che a sè creda; e allora, dove trova materia a quel brutto delitto che si chiama tradimento? Ella potrebbe sospettare, come fa, quando fosse persuasa che io immaginassi il voto universale nemico al Principato Costituzionale, o che per me si volessero praticare violenze e inganni, per estorcere un voto contrario al desiderio dei Popoli; ma no, chè io ho provato, e proverò ancora, come nessuno con sicurezza maggiore alla mia sapesse gli umori dei Toscani; e in quanto a brogli, per preoccupare la libera votazione, nessuno, e neppur essa (ed è tutto dire!), ha mai pensato accusarmi.[563] Forse ella avrebbe potuto criticare il mio concetto, preferire un metodo ad un altro; e su questo ognuno ha i suoi consigli. A me le violenze non garbano, di qualunque colore elle sieno, e quando una cosa può ottenersi in palazzo, con modi civili e fra uomini di senno, non comprendo la ragione nè la necessità di andarla a pescare fra le commosse moltitudini in piazza. Ma poichè prevedo che con l'Accusa non si può fare a fidanza, così sarà prudente consiglio continuare il mio ragionamento.
Io riporterò questo Decreto, affinchè si conosca come con la prudenza, aspettata la opportunità, possano ottenersi giuste e ragionevoli cose, senza ricorrere a partiti disperati.
«Il Governo Provvisorio Toscano
«Decreta:
«Art. 1º L'Assemblea Toscana è investita del Potere Costituente a due distinti effetti, cioè:
«(a) Per decretare, se e con quali condizioni lo Stato Toscano debba unirsi a Roma.
«(b) Per comporre insieme ai Deputati dello Stato Romano la Costituente dell'Italia Centrale.
«Art. 2º Tenuta ferma la nomina dei trentasette Deputati per l'Assemblea Costituente Italiana, e la contemporanea ma distinta votazione per l'Assemblea Toscana, non sarà per altro incompatibile che si riuniscano in uno stesso individuo la rappresentanza sì nell'Assemblea Toscana, come nella Costituente Italiana.
«Art. 3º Il Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento dello Interno è incaricato dell'esecuzione del presente Decreto.
«Dato in Firenze li sei marzo milleottocentoquarantanove.
«F. D. Guerrazzi
«Presidente del Governo Provvisorio.»
Non è da dirsi se Circoli e Giornali si tenessero offesi; accorrendo pronti al riparo, si dettero sollecitamente a mutare le note dei Deputati, transfondendo nella Costituente Toscana i più sviscerati Repubblicani, affinchè la Repubblica e la Unificazione con Roma fossero proclamate per acclamazione dall'Assemblea appena convocata.
Che più? Io vengo apertamente oltraggiato come avverso alla Repubblica. Il Circolo minaccia rivoluzione, se l'Assemblea Costituente Toscana non dichiara la Unificazione con Roma; esamina gli eligendi, e, se non si obbligano a sostenere questo concetto con le armi, rigettansi con vituperio.[564] I Giornali repubblicani, infervorando gli animi alla scoperta, bandiscono la guerra civile, se l'Assemblea Toscana non proclama la Repubblica, e subito. E queste cose abbiamo veduto altrove; ma specialmente intorno al Decreto del 6 marzo il Nazionale muove querela perchè gli sembra alla onnipotenza del Popolo ingiurioso; e a parere mio s'inganna, imperciocchè lo studio di formulare dirittamente il partito non si sa comprendere in che cosa o come offendesse la libertà di risolverlo.[565] La Costituente provoca il Popolo, affinchè riparando la ostinata resistenza del Governo a proclamare la Unificazione con Roma, in onta alla volontà manifesta del Paese, mandi all'Assemblea Costituente Toscana gli uomini che l'acclameranno spontanea e unanime; e di queste iattanze mi prendevo cura mediocre, conciossiachè io troppo bene sapessi che i Settarii rimasti delirassero, ed i partiti avessero ottimamente compreso, che questa Unificazione, non essendo stata vinta di assalto, ormai per bloccatura non riusciva altramente possibile.[566] Il Popolano, tra perchè il Governo non buchera l'elezioni, e tra perchè la Legge pessima genererà un Assemblea di Retrogradi e di Conservatori, mi viene intuonando da capo la minaccia della guerra civile.[567] Come se fosse fede quella di convocare i comizii universali, perchè liberissimi dieno il voto, e maneggiarli poi perchè lo depositino nell'urna a modo tuo; e lasciata la fede, bel senno davvero sarebbe, per conoscere e rispettare il sentimento di tutto il Popolo, industriarti con ogni arte a farlo attestare del tuo. Questo si chiama nel sistema dei Settarii consultare il Popolo; e se non si obbedisce, o ci dichiarano la guerra, o ci congiurano contro, o ci calunniano con vituperii di cui nessun Partito oggimai più si vergogna; — nessuno.
La solerzia del Governo non mancò alla Patria. Il Ministro dello Interno stampò e diffuse una lista di Deputati di opinione moderata, per rettitudine insigni; altro non poteva fare, e non fece, chè senno e probità lo vietavano. Il Prefetto ebbe ordine raddoppiare vigilanza sopra i Circoli, e sopra le moltitudini. Io raccolsi la Guardia Civica nel Giardino di Boboli. Quello che io le dicessi vuolsi ricavare dal Monitore del 12 marzo 1849: «La Guardia Nazionale di Firenze, in numero di meglio che 2000 uomini, è stata stamane passata in rivista dal Generale Zannetti su la Piazza Maria Antonia. Quindi, marciando per plotoni, si è recata nel Giardino di Boboli, dove il cittadino F. D. Guerrazzi Presidente del Governo Provvisorio l'ha arringata, interpellandola se fosse deliberata a tutelare l'ordine, ad aiutare della sua forza il Governo, fermo nel volere la libertà delle elezioni e la indipendenza degli eletti Rappresentanti. A queste interpellazioni la Guardia Nazionale ha risposto con manifesta ed unanime adesione alla mente del Governo.»[568]
Ora esaminiamo un po' come cotesto atto venisse commentato dai Faziosi: «Ecco, dicevano essi, apparecchiarsi il terreno perchè le Assemblee non pronuncino la Unificazione con Roma, e conseguentemente la decadenza della famiglia di Lorena, e la Repubblica: questo non può succedere, nè succederà; ma quando mai per caso inopinato accadesse, noi allora profitteremo di ogni mezzo ci presentino le circostanze, affine di salvare il Paese nostro da un giogo aborrito, che imporre si volesse a nome della legalità e di una servile rappresentanza.»
I Repubblicani non temono che la Guardia Nazionale voglia suscitare nel Paese la guerra civile, facendo fuoco sopra i suoi fratelli, che «traditi nei loro voti, e vedute strozzate le loro speranze dal capestro delle legali formalità, usassero l'estremo loro appiglio, la suprema loro ragione — la forza e la violenza.» E neppure i Settarii temono che i Deputati possano sopportare l'obbrobrio del rifiuto delle tre Leggi indicate; ma «dove questo obbrobrio dovesse pesare su di essi, certo, ad onta di tutte le esortazioni del Guerrazzi, non peserà su la Toscana l'obbrobrio assai maggiore di avere pazientemente sopportato il tradimento; e la Toscana saprà consumare la sua Unione con Roma, e saprà subirne tutte le conseguenze, anche ad onta dei suoi Rappresentanti, e degli uomini del Governo Provvisorio.[569]
I Repubblicani strepitano e minacciano a cagione dell'Assemblea Costituente toscana, dichiarando che la si vuole da me instituita per decretare la Restaurazione; — il Procuratore Regio Paoli, e dietro a lui gli Auditori Marrucchi, Bambagini e Ciaccheri, e dietro a loro i Consiglieri Orsini, Aiazzi e Pieri, e Regio Procuratore generale Bicchierai, strepitano e accusano a cagione dell'Assemblea Costituente toscana, che la si volle instituita da me per decretare la Repubblica. I Repubblicani mi chiamano alla scoperta traditore per volerla convocare; — i Procuratori Regii, Auditori e Consiglieri, gli uni dietro agli altri, m'incolpano di tradimento per averla convocata. In verità, sarebbe questa farsa gioconda da rallegrare le genti, se non l'avessero rappresentata su le lagrimevoli scene di un carcere, che da 29 mesi divora la salute degli uomini e delle famiglie.
I Repubblicani, per quanto venni informato, e i Circoli e i Giornali manifestavano, tentarono un colpo estremo. La Legge Stataria non era più da richiamarsi in vigore a Firenze. Il 1º aprile per contenerli dall'avventurarsi a disperati partiti, mandai fuori la Notificazione, che già fu da me riportata a pag. 518 di questa Apologia.
Premesse queste considerazioni e questi fatti, lascio a quanti fanno studio di onestà giudicare, se sieno consentanee al vero ed al giusto le seguenti proposizioni dell'Atto di Accusa, § 85.
«Quanto alla Repubblica ed alla fusione con Roma, non si vuol conoscere se il Guerrazzi l'ha creduta sempre, od in massima, forma buona ed accettabile per la Toscana, quando si sa, che servì di elemento disorganizzatore; che in questo senso fu lasciata operare liberamente;[570] che tutto il suo sforzo si ridusse in qualche contingenza a persuadere ed agire perchè non venisse attuata troppo sollecitamente, o prima che venisse approvata dal voto nazionale; e ad interpellare su la fusione il Consiglio di Stato; e che, sia questa, sia altra forma di Governo per la Toscana, non che il giudizio sul Principe e sul Principato, era ormai abbandonato anche per fatto suo al potere illimitato dell'Assemblea Costituente Italiana!»
Sì, certo, pretendere e sostenere che il voto nazionale toscano pronunziasse intorno alle sorti toscane non era piccola impresa, però che nei miei presagi importasse esclusione di Repubblica, e richiamo del Principato Costituzionale. Il successo poi dichiara, e lo ardore dei Repubblicani a impedirlo rivela, come io al vero mi apponessi. Inoltre, per mostrarvi come i denti dell'Accusa, comecchè mordano, pure tentennino, avvertano di grazia i miei lettori: l'Accusa afferma, che io altro non feci che procrastinare la dichiarazione della Repubblica all'apertura dell'Assemblea. Quel giorno venne; ebbene, fu ella proclamata la Repubblica? No: nè allora, nè poi. L'Accusa opporrà: «No, perchè Novara ti aveva messo in cervello.» Nemmeno; nel giorno 25 marzo, imitando lo esempio dato da Roma nell'8 febbraio, dove avessi voluto, poteva essere decretata la Repubblica per acclamazione. Chi mai lo avrebbe impedito? L'Accusa da capo obietterà: «Sì, potevi, ma per quanto?» Questo è un altro discorso: — quanto sarebbe bastato per sentire qualche Requisitoria contro i perversi perturbatori dell'ordine repubblicano.....
Il 25 marzo il signor Montanelli apriva l'Assemblea Costituente Toscana;[571] nel 27 sopraggiunse la notizia lacrimevole della disfatta del 23 di Novara. Riarse la rabbia dei Repubblicani; ma oggimai credevo di avere raccolto forze abbastanza per resistere con profitto. Sebbene non mi fosse riuscito ad allontanare, per virtù di voto, i non Toscani dall'Assemblea, — nè per ingegno, pubblicando sul Monitore la lettera del Generale D'Apice. — pure, mercè le pratiche indefesse, era giunto il Governo ad acquistare una maggiorità al Partito Costituzionale.[572] Venuto alle strette co' Colleghi, Montanelli domandava allontanarsi, diviso fra la evidenza dei fatti e il dolore di dovere renunziare alle visioni dello entusiasmo; Mazzoni, proseguendo nella sua fede, nonostante i fatti nemici, passa fra gli oppositori del Governo.
Nella notte del 27 al 28 fu proposta all'Assemblea la elezione di un Capo provvisorio al Potere Esecutivo per curare specialmente le cose della guerra. — Non era presente il Popolo, mancavano gli stenografi; ma vivono i Deputati presenti, i quali attesteranno le ingiurie atrocissime avventate contro di me dal Partito Repubblicano. Non mancarono accuse aperte di trame ordite per operare la Restaurazione del Principato; nome e sostanza del tradimento dichiararono. Montanelli sorse a difendermi sostenendo, che egli rispondeva per me, e prometteva, che io senza il consenso dell'Assemblea non avrei con violenza imposta forma governativa allo Stato, e veramente io pensava fare così. Ma le ingiurie repubblicane siffattamente mi commossero, che ricusai ostinatissimo lunga ora il carico commesso. I preghi urgenti, continui, a ributtare impossibili, dei Deputati Costituzionali formanti la maggiorità, e dell'egregio Presidente Taddei; le rampogne oltre modo passionate, e veementi degli amici, che, dopo avere tanto fatto pel Paese, vinto da sdegno lo abbandonassi nel supremo pericolo; — e soprattutto la paura di commettere cosa vile, dopo spazio, forse troppo, di tempo, mi piegarono. Nel Monitore del 28 marzo è riportato il Decreto dell'Assemblea, che dichiara:
«L'Assemblea Costituente Toscana nella notte de' 27 al 28 marzo 1849 ha deliberato quanto appresso:
«Art. 1. Che sia immediatamente ricostituito un Potere Esecutivo provvisorio.
«Art. 2. Che questo Potere Esecutivo sia conferito ad una sola persona.
«Che il Cittadino Deputato F. D. Guerrazzi sia rivestito del Potere Esecutivo anzidetto.
«Che questo Potere abbia facoltà straordinarie per provvedere ai bisogni della guerra e alla salvezza della Patria, e che queste facoltà continueranno in esso, finchè ne durerà la necessità.»
Nel No del 29 successivo si legge il mio Proclama, il quale stampato a pagine 220 di questa Apologia, in nota, rende testimonianza manifesta del mio forte rifiutare, e del pauroso quanto esiziale sospettare dei Repubblicani, che i pieni poteri io adoperassi per restaurare violentemente il Governo Costituzionale.
Malgrado le mio promesse, o fosse diffidenza di me, o le suggestioni calorose che venivano da Roma, le quali accertavano dei soccorsi inglesi e francesi, solo che trovassero il Paese costituito a determinato reggimento, esporrò brevemente quello che per loro si tentasse.
A ben significare le scosse che camminando pel dirotto sentiero io pativa, non meno che la necessità delle dichiarazioni vie via emesse come scudo a riparare me ed altrui dal flagello delle lingue dolose, importa riprendere e proseguire la serie delle calunnie di traditore, che copertamenie o scopertamente i Settarii andavano insinuando contro di me. Quando pensai cavare di Livorno la Guardia Municipale livornese sostituendole parte della fiorentina, mentre i Faziosi Reazionarii davano ad intendere in Firenze che io chiamava i Livornesi per formarmene un corpo di Pretoriani, i Faziosi Repubblicani a Livorno dicevano che io vi mandavo a opprimere la Libertà; ed allorchè, consigliando il Colonnello Tommi, il reggimento del Colonnello Reghini s'indirizzava a Livorno, secondo che ho esposto a pag. 373 di questa Apologia, con Dispaccio del 9 marzo eravamo avvisati: «ad arte essersi sparso fra il Popolo che il Comandante era incaricato di fare fuoco sul Popolo, come già dicevasi aveva fatto sul Popolo Pistoiese.»
Nel 17 marzo 1849 si fa credere a Livorno, che io tramo di consegnare la Toscana al Piemonte; a parare la insidia scrivo a Livorno, e induco Montanelli ad accompagnare con la sua firma (poichè in lui riponevano fede i Settarii) il Dispaccio del medesimo dì inviato al Governatore:
«Al Governatore di Livorno.
«Scrive il signor Demi, che si sparge voce come noi vogliamo consegnare la Toscana al Piemonte. Quantunque noi crediamo che queste voci non sussistano, pure vi autorizziamo a dichiarare, che il Governo crede, e lo ha detto, che la Unione con Roma sarà proclamata come necessità. Guardatevi dalle mene dei nemici, che si vestono in ogni maniera per guastare la santa impresa.
«Guerrazzi. — Montanelli.»
L'Accusa s'impadronisce di cotesto Dispaccio, e intende ritenerlo per dimostrazione di animo: come se all'uomo politico posto a duro partito non deva nè anche essere concesso con parole schermirsi. Le quali parole poi, in confronto delle opere, spariscono; e considerate tritamente, non esprimono cosa che valga: però che la opinione di un fatto deva cedere davanti alla evidenza del fatto contrario.
Ma io potrei dire di più, se non mi ritenesse la reverenza delle somme chiavi; potrei dire, che prima di accusare uno scritto, hassi a conoscere la lingua nella quale e' fu dettato; e se la non si conosce, allora tutte le Procedure ammaestrano ricorrere al Dragomanno. L'Accusa pensa che la parola Unione spieghi il rimescolare di due cose, per modo che vengano a formare uno impasto solo; ed anche qui l'Accusa s'inganna. Altro è unire, ed altro unificare; unire significa, in lingua italiana (che nei tempi antichi si chiamava fiorentina, perchè sapevano parlare e scrivere egregiamente in Firenze tutti, compresi anche Giudici), congiungere due cose in guisa che ognuna ritenga la propria specialità: unificare importa ridurre due cose ad unità per modo, che, ognuna di loro perdendo la propria specialità, compongano un tutto. Dove l'Accusa obiettasse che sono queste sottigliezze filologiche, e che le parole voglionsi intendere pel senso politico, che il tempo loro partecipa, nemmeno avrebbe ragione. Di ciò gli faccia testimonianza primieramente il Farini, che io qui le richiamo alla memoria: «Il Mazzini era giunto (in Toscana) il dì stesso che il Granduca partiva da Siena, e vi era stato accolto con grande festa. Egli si era dato a predicare la Unificazione con Roma, che non voleva chiamare Fusione, parola a lui ed ai suoi esosa, la quale voleva dire lo stesso...... ma il Guerrazzi non voleva la Unificazione ec.»[573] Più espresso poi il Conciliatore: «Colla parola Unione intendemmo sempre stabilire un vincolo di federazione negl'interessi politici, militari e commerciali, dei varii Stati d'Italia.»[574] E poco oltre: «Quindi o si parla di Unione, e noi diciamo: si proclami pure la Unione con Roma, ma si proclami al tempo stesso la Unione col Piemonte.» Nella Seduta del 29 marzo 1849 il proponente la Legge che aveva in iscopo la confusione degli Stati Romano e Toscano, non riputando la sola parola Unione esprimesse il suo concetto, la chiamò Legge per la Unione assoluta con Roma. Per le quali spiegazioni filologiche e politiche, io vorrei che si persuadesse l'Accusa potersi desiderare la Unione degli Stati Italiani senza bisogno ch'ella scappasse fuori con una Requisitoria di Lesa Maestà.
L'Accusa sa, o dovrebbe sapere, poichè nel suo Volume lo registra a pagine 828, come io, favellando nel 12 febbraio dalla terrazza di Palazzo Vecchio al Popolo ragunato per piantare l'Albero, dicessi, che forse cotesto atto di unirsi con Roma sarebbe stato consentito da tutta Toscana; per ora essere prepotenza che le presumevano imporre: — donde era agevole quanto onesto dedurre, anche senza porre mente ai successi del tempo, che una legge suprema costringeva ad usare cosiffatti ripari. Nel Popolano del 18 marzo abbiamo veduto appormi alla scoperta l'accusa di tradimento, e tradimento con tremanti labbra i Settarii fremevano, e tradimento ogni ora nelle oscure carte stampavano. Ad ogni caso inopinato, non solo in Firenze ma nelle Provincie si gridava: tradimento.[575] Tradimento per Novara, tradimento per Genova. Nel 29 marzo a Lucca, a Pisa e a Pescia spargono la voce essere io partito per Gaeta a prendere il Granduca,[576] con altre più strane novelle, — e trovano fede;[577] quindi la necessità di stampare nel Monitore del 30 marzo la Nota seguente, ma senza pro: «Siamo autorizzati a smentire la voce che si va spargendo dello invio, per la parte del Governo, di una Deputazione a Gaeta.» L'Accusa non manca di acciuffare cotesto avviso; lo separa dalle circostanze che conosce accompagnarlo (anzi le sopprime), lo appunta, lo arruota, lo affila, e me lo scaglia addosso, come se spontaneo egli fosse, e pubblicato solo per vaghezza di mostrarmi avverso al Granduca. Se questa sia fede, conosca il Paese intero, e giudichi; e se a tale siamo noi che possano per esercizio lodevole di professione usarsi arti, che nel cittadino si rimprovererebbero come iniquissime, io incomincierò a dubitare davvero, se la vita salvatica debba anteporsi a questo tanto commendato nostro civile consorzio.
Nel 1º aprile i Settarii, i quali si affaticavano a screditarmi presso lo universale, insinuando che, se avversavo la Repubblica, già non intendevo a questo per amore che portassi al Paese, bensì per turpe interesse, e per cagione di accordi già stabiliti col Principe, ordiscono fra loro di muovermene improvvisa domanda; avvisato per tempo, entrando all'Assemblea, preoccupo il passo e distruggo lo artifizio, dicendo: «Domando la parola per un fatto personale. Innanzi che io mi recassi in seno di questa onorevole Assemblea, ho appreso come qualche Deputato ha proposto all'Assemblea stessa di fare una interpellazione al Potere Esecutivo sopra la verità del supposto invio di una Deputazione o che altro di simile a Gaeta, per ricondurre quaggiù il fuggitivo nostro Principe. Debbo dichiarare che una simile domanda è tanto trista per chi la fa, quanto è stupida per chi la crede.»
Si levarono voci minaccievoli; di grida, di gesti rabbiosi non fu penuria, ma per quel giorno squarciai la male composta trama. Intanto, mentre in mezzo al fortunoso mareggiare di Fazioni smanianti la mia fama preservo e la mia vita, del combattuto potere mi valgo a difendere pertinacemente l'Assemblea dagli estremi conati della Setta, promulgando il Proclama del 1º aprile 1849 già riportato a pag. 579-580 di questa Apologia.
Me ne valgo per richiamare l'Arcivescovo, e per resistere alle crescenti e continue calunnie. L'Accusa rammenta e adopera contro me, come subietto di Accusa, la dichiarazione del 5 aprile, che io con tutti i Ministri firmai; ma non ricorda o non sa del cartello mantenuto affisso, dopo il 3 aprile, all'Albero su la Piazza del Duomo; non sa o non ricorda la congiura allo scopo di tôrmi di mezzo come traditore che ha venduto Patria e coscienza; non ricorda, e si dovrebbe rammentare come in piena Assemblea mi rinfacciassero nel 3 aprile di apparecchiare le feste della Restaurazione con i due milioni stanziati per le spese della guerra; non si ricorda, e lo dovrebbe sapere, che a motivo dei veementi sospetti nella deliberazione dell'Assemblea Costituente fu apposto il vincolo solenne di non risolvere intorno alle sorti della Toscana senza il concorso e l'annuenza dell'Assemblea, a pena di nullità, e di essere punito come traditore della Patria. Crescendo pertanto il perseguire infestissimo, irrequieto, dei Settarii, per tutela di vita, e per condurre a compimento il concepito disegno, feci e consigliai gli altri a fare la dichiarazione seguente:
«Il Capo del Potere Esecutivo e il Ministero dichiarano sopra l'anima e onore loro, essere calunnioso, che per essi siasi operato o si operi, direttamente o indirettamente, pratica, trattato, insinuazione, ed anche principio alcuno o preliminare di proposta, parlato o scritto, tendente alla Restaurazione in Toscana della Dinastia della Casa di Lorena. Il Potere Esecutivo sente e ricorda l'ordine imposto dall'Assemblea, e l'obbligo da sè medesimo assunto, che non si possa in verun modo mutare la forma politica della Patria nostra senza consultare l'Assemblea Costituente. — Firenze, 5 aprile 1849.»
Dei firmati, ne fecero colpa allo egregio amico P. A. Adami; e questi non tacque averla sottoscritta, perchè la conobbe provvidenza necessaria a salvarmi e a salvarsi da pericolo imminentissimo; e fu reputato sincero: così che la porta del carcere gli venne dischiusa; — certo non avranno ommesso di rampognare il defunto Colonnello Manganaro, uomo di molta virtù; ma egli sembra che avesse la fortuna, la quale a me non arrise finora, di trovare orecchie alla persuasione non disperatamente impenetrabili, conciossiachè i giorni che visse ultimi della vita onorata non gli furono fatti amari con lo squallore del carcere infame.[578]
La Seduta del 29 marzo si apre con le dimostrazioni del Partito Repubblicano avverse al voto della notte del 28: voglionsi pubblicati i nomi dei consenzienti e dei dissidenti, per esporli alla popolare indignazione. Il Deputato Manganaro[579] contradice la proposta, ma dichiara: «Frattanto ho il coraggio di asserire, che io votai per il Potere Esecutivo conferito al Cittadino Guerrazzi; e nulla temo avere opinato in tal modo.» Così eravamo arrivati a tal punto col Partito Repubblicano, che era pericolo procedermi amico, e per dichiararlo vi abbisognava coraggio; e questo avrebbe dovuto avvertire chi giudica. Un Deputato propone la Legge di cui lo scopo è la Unione assoluta con Roma, e però implicitamente la dichiarazione della Repubblica e la decadenza del Principe. Nella Seduta del 30 marzo il Deputato Marinelli riassume la interpellazione mossa nel 29 dal Deputato Giotti per sapere da me se avessi mandato una Deputazione a Gaeta: intende che vi risponda pubblicamente, perchè simile notizia si va insinuando fra il Popolo! Altri v'insiste. Lo scopo di questa interpellazione era di diffidare sul mio contegno i Repubblicani fanatici, e spingerli a qualche estremità. A me parve necessario riparare alla insidia, dichiarando a voce e in iscritto, non essere vero, sì perchè lo invio della Deputazione a Gaeta fosse veramente menzogna, sì perchè, come altrove ho detto e qui ripeto, e di ripetere mi giova, volevo condurre con la persuasione i dissidenti ad aderire alla Restaurazione; non già per via di trame, nè per violenza, o per basso motivo di privato interesse. — Il Deputato Venturucci troppo presto avventura la proposta: «Gettiamo uno sguardo sopra gli avvenimenti che occasionarono la esistenza di questa Assemblea. Mancò uno dei Poteri; il Governo si trovò incompleto; fu interrogato con suffragio universale il Paese come intendeva provvedere al suo avvenire. Ebbene! Ora non possiamo, che rispondere: il Paese, di cui siamo i Rappresentanti, accetta la Carta del 1848. Così avremo una Costituzione concessa, ma consentita. Noi non avremo fatto una Rivoluzione, saremo in terreno legale, o almeno la Rivoluzione non sarà colpa nostra. Non nasceranno interni dissidii, si eviteranno gli esterni nemici, avremo serbato le nostre forze per un migliore avvenire, e daremo il nobile esempio, giusta la sentenza di Sallustio, di avere voluto seguire la ragione piuttosto che la fantasia.»
Questo era il concetto del Rappresentante del Potere Esecutivo. Ma Venturucci col suo affrettarsi indisciplinato l'ebbe a mettere in repentaglio gravissimo.[580] — Si levarono grida di disapprovazione, nelle tribune alte in ispecie. Un Deputato del Partito contrario obietta la proposta di dichiarare l'Assemblea solidale della Rivoluzione. Un altro afferma che l'Assemblea ha ricevuto mandato ristretto dal Popolo, vale a dire determinato a proclamare la Repubblica e la Unione con Roma. — Dannata sentenza era questa, imperciocchè con siffatto mandato imperativo non faceva mestieri discussione, e l'adunanza compariva simulacro inane.
Il Deputato Nespoli, ad evitare che il partito Busi fosse approvato per acclamazione, fa la proposta che prima si provveda al modo di resistere; penseremo dopo alla forma del Governo. Venturucci protesta contro qualunque voto per acclamazione; Nespoli gagliardamente lo appoggia; Palmi nota, che il proponimento della patria difesa votato dall'Assemblea è nullo, se non venga seguíto dallo effetto; per conoscere questo, bisogna consultare il Popolo intero; e quindi propone lo invio di Commissarii in provincia. Turchetti si unisce a questi oratori, concludendo perchè il voto nella quistione agitata si sospendesse. Questi tutti formavano parte della maggiorità creata dal Governo, ma andavano disseminando, e anche anticipando incautamente i varii partiti discorsi nelle conferenze: invero i Repubblicani, prevalendosi di cotesta sconnessità, si sforzano a far discutere il partito Busi come pregiudiciale. Turchetti, e principalmente il Deputato Sestini che muove dubbio se possa deliberarsi così grave negozio, senza il concorso dei 120 Deputati, vengono derisi. I Settarii, sparsi nelle tribune alte, prorompono in grida di minaccia. La più parte dei Costituzionali balena. Fu allora che io, domandata la parola, uscii in quella proposta, di cui, elogiando così, faceva la storia il Conciliatore del 1º aprile 1849: «Alle parole degli opponenti alla fusione immediata con Roma strepitando le tribune, e togliendo così ai Deputati la libertà delle loro opinioni, il deputato Guerrazzi si è alzato, e rivoltosi con nobile fierezza al Presidente della Camera, disse: Signor Presidente, io domando che sia a me data la forza di cui ella dispone; ed io come capo del Potere Esecutivo andrò a fare sgombrare le tribune a tutti questi scellerati ed iniqui perturbatori. Queste parole sono state accolte co' più vivi applausi.»[581]
I Deputati della maggiorità, e il Popolo non educato dal Circolo, m'interruppero con applausi di conforto. Palmi e Venturucci, ripreso coraggio, orano per la sospensione del partito Busi, fino a mutate condizioni politiche. Modena, e altri Deputati, conflittano la sospensione, e intendono si deliberi sopra la Unione, e subito. Si va ai voti. Sessantasei Deputati si trovano presenti: 42 votano pel Governo, 24 per la parte repubblicana. La maggiorità governativa sommava quasi a due terzi.
Quanto è vero dunque ciò che afferma l'Accusa, che io avversassi la Repubblica, solo per farla proclamare dall'Assemblea? Gl'idi di marzo erano venuti; dunque perchè non la feci dichiarare, non la favorii io? Anzi, perchè l'avversai? — La notizia della disfatta novarese ti aveva sopito nell'animo il genio repubblicano, — oppone l'Accusa; ma io ripeto che nel 25 marzo questa mai sempre dolente novella non era arrivata, anzi in quel giorno inebbriava, piena nel suo bel fiore, la speranza.
I Repubblicani, secondo che vedevano inclinare le cose alla restaurazione dello Statuto, s'inviperivano a sospingere il Paese nella Repubblica. Urgeva contenerli, e affrettarmi a sgombrare le vie, affinchè il voto universale, nelle vicende che precipitavano, si manifestasse solenne e trionfante: a questo intento mando Montanelli, che lo chiedeva, in Francia; pubblico il Proclama del 1º aprile, e alla fine dichiaro non potersi provvedere alla salute della patria: 1º Se non si proroghi l'Assemblea, con obbligo nel Potere Esecutivo di non risolvere intorno alle sorti del Paese senza consultarla; 2º Si sospenda ogni questione intorno alla forma del Governo; 3º Rimangano i Deputati a Firenze per condursi, a richiesta del Capo del Potere Esecutivo, in qualità di Commissarii per la guerra nelle Provincie, o sovvenirlo in altra maniera.
Prima che per me si manifesti il motivo di cosiffatta proposta, vedasi come l'accogliessero i Repubblicani. Essi tornano passionatamente su le cose decise, — perchè, come il Popolo avrà coraggio, essi dicevano, per prendere le armi, se l'Assemblea non l'ha per proclamare la Repubblica? — I Settarii fremono nelle tribune; il Deputato Del Sarto procura placarli con accomodate parole, ma cresce il rumore. Il Deputato Manganaro valorosamente dichiara: «Che Popolo e non Popolo? Nessuno ha diritto di chiamarsi Popolo nel nostro cospetto. È una frazione del Popolo che ce ne vorrebbe imporre. Noi soli, eletti dal suffragio universale, possiamo parlare in nome del Popolo, e provvedere alla salute di lui.»
Il tumulto a queste parole scoppia per modo violento e scandaloso, che il Ministro dello Interno dichiara: la dignità dei Ministri non consentire che rimanessero. Biondi esclama che i Deputati avranno il coraggio di morire; e nessuno abbandoni il posto (e questo si chiama sapere sostenere le parti di Deputato). Turchetti corre a dare ordini per isgombrare le tribune. Il Ministro dello Interno grida al Presidente: «Io le ho mandato 180 uomini, che ne fa ella?»
Nel 3 aprile si tornò a discutere intorno alla mia proposta. Il Deputato Pigli, sempre nello intento d'indurre l'Assemblea a riporsi dalle cose decise, si oppone che il partito del Capo del Potere Esecutivo venga preso in considerazione, finchè non sia decretato intorno alla forma di reggimento: egli vota per la Repubblica. «Il Partito Repubblicano» prosegue l'oratore «dicono poco numeroso in Toscana: gli uomini si pesano, non si contano. Gli uomini della Rivoluzione vincono con la Rivoluzione. Prudenza e opportunità essere istrumenti da tiranni. Voi dite non vedere il Popolo invaso da entusiasmo; e sia: ma dovete dirmi, che avete fatto tutto per eccitarlo, che tutto avete fatto perchè non andasse spento e distrutto. I principi sono fuggiti, i troni sono restati. Voi chiamate il Popolo a difendere le frontiere, ma non gli date armi, nè danaro e divise. Volete che il Popolo risponda davvero? proclamate la Repubblica.» Protesta contro le parole del Deputato Venturucci, che dichiarò la Toscana soddisfatta dello Statuto del 1848. Così, a sentire il Pigli, la Repubblica era di Elena il nepente, che avrebbe somministrato non solo uomini, ma danari, armi, cannoni e cavalli, anche quando il Governo non gli avesse somministrati; ed egli ignorava quello, che altrove ho narrato, che richiesto dai Repubblicani Romani a mandare a Bologna per instituirvi una Commissione di reciproca difesa, vi aveva spedito Manganaro e Araldi, i quali, poichè ebbero atteso più giorni indarno, si ridussero non so se più sconfortati, o incolleriti, per non avere potuto vedere in faccia un Commissario Romano!!![582]
Le opinioni di Carlo Pigli udivo, in quei tempi, andare su le bocche degli uomini accesi da inestimabile entusiasmo, ed anche oggi leggo ripetute nei libri che essi stampano. La dura esperienza dovrebbe averli sgannati; ma non è così. Io ho sempre tenuto come perniciosissima la invasione della fantasia nel dominio della ragione; e tanto le volli anche materialmente separate, che, in casa mia (quando la ebbi!), tenni due stanze: in una delle quali scriveva quanto mi dettava la immaginazione, e in un'altra trattava negozii. La Repubblica è una voce; niente più, niente meno; nè le voci a un tratto, meno quelle di Dio, operano prodigii. In quanto a spirito pubblico, non vogliono intendere i Repubblicani che essi non operarono rivoluzione in Toscana, ma andarono oltre perchè trovarono sgombra la via; se il Principe teneva fermo, il Partito Repubblicano non avrebbe allora mai, nè anche un momento, prevalso; e in quanto agli ordini militari, ci vogliono tempo, concordia e sapere. Le armi, i danari, e le assise non difettavano; mancavano chi le volesse e sapesse maneggiare e vestire; e le cose affermate in questo proposito, a carico del Governo, erano sfrontatezze, e niente altro. Deh! non ci nuoccia perpetuamente la nostra matta prosunzione; e di più non dico.
A Pigli subentra il Deputato Mazzoni; egli pone essere stata intendimento universale la Repubblica; venire tardi i consigli della paura. Il Popolo avere conferito ai Deputati mandato imperativo. Adesso trattarsi di Repubblica, o di Restaurazione. Per richiamare il Principe Costituzionale, mancare l'Assemblea di facoltà. — Si obietta il Popolo restío allo appello del Governo; l'Assemblea faccia il suo dovere: se il Popolo non farà il suo, peggio per lui. La proposta del Potere Esecutivo non somministrare veruno vantaggio, anzi recare danno. Con la Restaurazione non può trattare l'Assemblea.
Il Deputato Mazzoni erra manifestamente su la natura del mandato, il quale era impressionato dalla formula proposta dal Decreto del 6 marzo: se, e come Toscana deva unirsi a Roma. Aveva ragione trattarsi adesso di Repubblica o di Restaurazione; non aveva ragione a credere i Deputati propensi alla Repubblica prima dello infortunio novarese, mutati dopo; perchè prima di allora erasi dato opera ad agitare fra i Deputati i concetti, che verrò esponendo. Rigidi i suoi principii, non giusti. E quando anche veri e giusti, vi ha qualche cosa nel mondo, davanti alla quale ha da cedere il rigore del raziocinio, ed è la carità della Patria. Perano piuttosto venti sillogismi, che un uomo solo! La carità del luogo natío persuade a procurare al Popolo il maggior bene possibile anche a carico della propria reputazione. Pur troppo col Deputato Mazzoni, uomo d'altronde per integrità di vita santissimo, procedevo diverso. Questo motivo mi costrinse a non partecipargli i miei consigli: sarebbe stato lo stesso che persuadere il David di Michelangiolo. Propugnarono pel concetto repubblicano i Deputati Modena, Bichi, Giotti, Menichelli, Vannucci, Trinci Bartolommeo, Cipriani; lo avversarono i Deputati Carrara, Palmi, Micciarelli, e Socci. Gli oratori favorevoli al Governo, e contrarii alla immediata proclamazione della Repubblica, vennero vilmente oltraggiati dal Popolo tuttora parteggiante pei Circoli. Più volte fu ordinato lo arresto dei perturbatori, e lo sgombro delle tribune.
Pigli, per confondere le cose e ritardare la votazione, dichiara volere interpellare il Governo: non gli riesce, e si passa ai voti. Quarantatrè sono per la sospensione, 29 contro; il Deputato Taddei si astiene dal votare perchè non aveva assistito alla discussione.