CAPITOLO VENTESIMOTTAVO FINIS FLORENTIÆ

Eccomi solo

Ho il mio coraggio e la gloria meco.

Aiace, tragedia.

Cuoprirà l'erba e il tribolo

Le mute spoglie, ed irti

Per le notturne tenebre

Vagoleran gli spirti,

Che morti ancor daranno

Spavento.

Il bardo della Selva Nera.

Ferruccio, ributtata una mano di cavaleggeri che gli aveva mosso contra Fabrizio Maramaldo, il quale si era vantato bastargli la vista per impedirlo nel cammino, varca la Cecina e, seguitando la via littorale, tocca Rosignano e giunge a Livorno.

La sua grande anima così potentemente gli agitava le membra che non sentiva più bisogno di cibo o di bevanda, nè lo spossava fatica. Mirabile e misteriosa è la forza dello spirito, e quando abbiamo udito narrare le stupende gesta di qualche eroe, ci siamo compiaciuti a immaginare un'anima di fuoco entro un corpo di ferro. La storia però ci ha tramandato come gli uomini più famosi, anzichè apparire aiutanti della persona, fossero oltremodo di fibre delicate e gentili; tra i moderni basta rammentare Bolivar. Ferruccio poi era ben composto, ma non avrebbe potuto reggere fisicamente ai gravosi travagli, dove la gagliardia dello spirito non gli avesse somministrato insolito vigore[296].

I suoi soldati gli avevano posto tanto singolare venerazione che se egli avesse comandato proseguissero il cammino, comecchè rifiniti dalla stanchezza, avrebbero obbedito. Ferruccio, li vedendo trafelati, co' piedi sanguinosi riarsi al sole, e per altra parte pensando che stavano per avventurarsi in sentieri ancora più aspri, con maggiore pericolo di essere assaltati, ordinò facessero alto, di riposo convenevole confortassero le membra.

Nè in quei remoti tempi era Livorno fastidievole vista per un'anima repubblicana. Certo, non per anche il commercio l'aveva ingrassata sì da non dar luogo a sentimento altro diverso che non fosse guadagno; non le erano divenuti ancora nomi del tutto ignoti patria e libertà; non ti pareva, al primo porre il piede nella sua piazza, udire rinnuovato il caso di Babele o piuttosto il vestibolo dell'inferno rimbombante per voci alte e fioche; non ancora, onde crescesse di popolo, l'avevano convertita in asilo di ladri, falsari, di ogni risma ribaldi; no, Livorno non era anco fatta la tavola di salute a quanti mai tristi vissero nel mondo. Livorno abitava poca cittadinanza, ma pura fino all'ultimo artista; breve si estendeva il giro delle mura, ma su quell'umile castello si era posata una stella, come già sul presepio di Betelemme; i suoi bastioni erano stati consacrati col sangue dei cittadini sparso in difesa della libertà, i suoi ripari resi illustri dalla vittoria.

Tutto questo ignora Livorno popolosa, Livorno intenta ai subiti guadagni. Eppure, come Dio volle, avvenne che un uomo si ostinasse a lanciarvi dentro la voce di patria, e sentendola ripetere mille volte, esultò immaginando quivi palpitassero mille petti cui largivano i cieli il dono pericoloso di amare la patria. Grave errore fu questo, perocchè non ripetessero già la voce bocche mortali, ma l'eco: e chi non sa che l'eco tanto risuona maggiore, quanto più il luogo è deserto? Livorno se ne sta pingue, stupida, mostruosa sopra il mare etrusco, come la balena buttata alla spiaggia dall'impeto della tempesta.

Ferruccio allora contemplò con religiosa riverenza quelle bastie dalle quali era stato respinto Massimiliano I, don Chisotto fra gl'imperatori; si compiacque immaginare la pazza ira di quel superbo costretto a indietreggiare vinto da così debole castello, con la minaccia sopra le labbra, la paura nel cuore, con la veste lacera, chè una palla da falconetto gli aveva portato via una manica del suo robone imperiale di broccato d'oro trapunto di perle, la quale trovata poi fu venduta cento ducati. Il prode uomo si prostrò davanti alla statua che per ordine della Signoria di Firenze condusse di macigno Romolo del Tadda e collocata sopra la fronte del bastione del Villano in benemerenza della fede e del valore di che fece prova in cotesto avvenimento la gente del contado.

Ella era semplice come la virtù, bella come il fatto che le aveva dato origine. Rappresentava un villano con un palo in braccio, un sacco, un barile ed un cane ai piedi; denotava il palo le palizzate costruite e difese contro Massimiliano imperatore; il sacco e il barile, il pane e l'acqua, a cui stettero contenti gli assediati finchè durò l'assedio; il cane, la fedeltà pel comune di Firenze. E qui è cosa festevole assai notare come l'uomo, creatura superba, scelga un animale per significare qualche sua virtù, il cane per la fedeltà, il serpente per le prudenza, e simile. La verità scoppia la superbia, le bestie vagliono meglio di noi, forse perchè, come al creatore piacque, non compartiva loro la ragione[297].

Questo insigne monumento scomparve sotto il principato; in vece sua orna adesso Livorno la statua di un principe con quattro uomini incatenati sotto nella base, ingenua espressione della monarchia! — Chi è costui? Prima fu cardinale, poi principe della Toscana per retaggio del suo fratello maggiore morto di veleno. Quale impresa rammemora il monumento? Nessuno lo sa. La storia tace. Le statue ritte al principe vivo, più che dimostrazione di grandezza in lui, fanno testimonianza della viltà di chi gliele offriva. Non forse i Romani inaugurarono statue a Domiziano, a Nerone e a Caligola? Se i cranii dei Medici inariditi dentro le loro sepolture potessero formare un desiderio, certo vorrebbero rovesciati i propri simulacri. Oh! voi sapeste quanto è cosa dura la memoria a colui che si spense nel rimorso. I Medici già quasi avrebbero conseguito l'oblìo: le monete dalla loro effigie consumava il tempo: la storia udendo i delitti di quella turpe famiglia gittò lo stilo e non volle registrarli; chè nè tante furono nè tanto scellerate le colpe degli Atridi; e poi questi costrinse il fato, mentre nei Medici fu spontaneità di libidine e di sangue... — per altro non si ricorderebbero; stanno le statue: — in ciò che più agognarono, adesso rimangono puniti, — nella bassezza di turpi lusingatori. Durino quelle statue; non le logori il tempo, la inclemenza dei cieli non le offenda: i principi hanno elevato con le loro mani il proprio supplizio; — ogni uomo sa dove lanciare una maledizione: assai lunghi anni si conserveranno così. Quando mutilate cadranno ingombrando, masse deformi, il terreno, possa urtarvi dentro il cieco e rifiutarle, esecrandole, per seggio dove aspettare l'elemosina del popolano che passa.

Col sembiante dimesso, ravvolgendo mesti pensieri, passeggia il Ferruccio sopra la estrema sponda del mare; volge i suoi passi verso la parte di ponente, — ad ora ad ora solleva lo sguardo e geme, non trova luogo dove fissarlo senza che si rinnovi in lui un'antica memoria di dolore: guardando a man destra scorge la eminenza dove già stette Torrita, l'antica città; — in lei si agitarono alti spiriti, in lei fu copia di santi affetti, in lei care ricordanze, decoro di sapienza e di grandezza: adesso rimase ogni cosa sepolta, un denso strato di terra la ricuopre, un altro più denso di oblio; sparirono fin anche le rovine; il tempo non ha lasciato neppure una lapide dove piangere la morta città. Questo dileguarsi di città e di reami senza segnar traccia fra i posteri, — questo morire tutti e il non vedere differenza alcuna tra la estinzione di un popolo e la caduta dell'erba dei campi davanti la falce del mietitore, contristavano amaramente l'anima del nostro eroe. Nè gli giova meglio guardare a manca; quivi a breve distanza nel mare gli si presenta un monumento che richiama alla memoria un popolo italiano svenato da un altro popolo italiano, — la terribile battaglia della Meloria. Colà Pisa giacque sotto la fortuna di Genova. Oh nefande guerre fraterne!... Ferruccio dà volta e indirizza il cammino verso levante: adesso si pone a contemplare il cielo e le acque. — Magnifici elementi! Dapprima gli sembra che emuli poderosi vogliano cimentarsi percorrendo a gara il cammino della eternità sopra due parallele infinite, poi lontano lontano, quasi li prenda fastidio della corsa solitaria, — si riuniscono, — si confondono — continuano uniti il sentiero che loro avanza per giungere al punto determinato. Il mare spiana le acque perchè il cielo vi contempli dentro la propria bellezza, e il cielo ricambiando l'amore del fratello gonfia con l'influsso della sua luna le marine, col tremolìo delle stelle irradia i lembi dei flutti mormoranti; e quando la divina lampa del sole ha infuocato le sue sfere, non sembra che la deponga in grembo al mare perchè si riscaldi a sua posta? In riva al mare sorgeranno per avventura pensieri strani, se vuoi, ancora bizzarri, ma sempre grandi: nè alcuno presuma immaginare alti concetti, se prima non contempla questa gloriosa creazione di Dio: se mai tu ti affacciassi al mare, e il cuore rimanesse muto dentro di te, calca di un piede l'aratro e rompi il seno della terra, — la natura ti destinava per questo.

Lo spirito del Ferruccio per siffatte immagini si estende; concepimenti sublimi si affollano come ispirazioni al pensiero di lui, ch'egli si affatica a ridurre a tale che possa la favella significarli e l'altrui ingegno comprenderli. Quasi tratto fuori di sè, si percuote la fronte e, gli occhi fissi nell'alto, esclama:

«Magnifica, Creatore, l'anima mia, — pel mio cuore basta!»

Vico Machiavelli si accosta frettoloso al Ferruccio, grave cura lo preme, — da lontano lo chiama, — quegli non ascolta, — replica la chiamata e sempre invano; — giuntogli dappresso, lo scorge, quasi tolto a' sensi diversi, tendere ansioso lo sguardo su le acque, come farebbe la madre che affidò il figlio all'Oceano per iscoprire la vela che deve ricondurglielo tra le braccia; e poichè alla voce aggiunse il tirare della veste, Ferruccio lo guarda in volto e favella:

«Chi sei? Perchè mi togli la visione della mia gloria? Vico, tu qui?» — e, senza attendere risposta, continua: «Vieni, siimi testimonio che in questa ora Dio mi ha rivelato il disegno di poter tutelare non solo la libertà della patria, ma cambiare la faccia all'Italia, — forse anche il mondo. Vedi là oltre?» — e col dito gli accenna davanti a sè, — «là oltre è Africa; piegando alquanto a levante, quasi dirimpetto a Roma, giaceva Cartagine... Quando la fortuna di Annibale prostrava le forze romane in Italia, i padri nostri ardirono accogliere lo stupendo divisamento di portare la guerra in Africa, e Scipione mutò i destini del mondo, però che Annibale accorrendo in aiuto della patria, — all'aquila romana tornò il cuore a riprendere il fatale suo volo a traverso la terra[298]. Più che le libertà italiane premono ai Dieci e alla Signoria di Fiorenza le case e masserizie loro; la fortuna di rado favorisce i meschini concetti, spesso gli audaci. Essi mi hanno rivestito di facoltà che paiono amplissime, ma sottosposte alla condizione di volgermi più che io possa veloce alla tutela di Fiorenza: Corri, mi hanno detto, ma dentro il circolo che noi ti segniamo. — Ah! mi avessero dato balìa di movermi a mio talento, ecco, imitando l'esempio di Scipione, giorno e notte camminando con passi accelerati, mi spingo a Roma, sorprendo papa e cardinali, distruggo il papato, sciolgo il voto del Frangsperg[299], — le dottrine di Lutero, che già serpeggiano, non pure nel popolo, ma nelle reggie dei principi[300], confermo, — la mia causa aggiungo a quella dei riformatori in Germania, — scuoto il seggio di Carlo, — libero a un punto l'Italia dal giogo spirituale e temporale, — rifabbrico il Campidoglio, — resuscito il popolo romano...[301] Ahimè! questo pensiero mi ucciderà; bisogna che tenti dimenticarlo. Chiudiamoci in Fiorenza, manteniamo viva la lampada, dacchè ci è conteso suscitare l'incendio; anche qui occorre pericolo, anche qui è gloria.»

Vico, lasciato trascorrere alcun tempo, favellò:

«Signor commissario, Giampagolo Orsini a grande istanza domanda restringersi a parlamento con voi.»

«Colonna... Orsini..., che vuol da me questa lebbra d'Italia? Per bene egli certo non giunge. La Repubblica ebbe abbastanza di loro. Va' e riportagli da parte mia che s'ei viene a restituire il danaro che sotto fede di condurre dugento fanti e dugento cavalli ai servigi di Fiorenza si rubò il suo consorte abate di Farfa[302], gli renda e si vada con Dio: traditori, per somma sventura, ne possediamo anche troppi.»

«E non pertanto», soggiunse Vico, «ai modi aperti di lui e alle sembianze giovanili, avrei giurato non fosse uso a male opere...»

«Non importa; per essere giovane, non morde meno velenosa la vipera... Ma tu lo dici giovane: di lui non intesi mai novella. Come si chiama suo padre?»

«Renzo da Ceri, uomo assai riputato nella milizia, nè per quanto io sappia, contaminato da brutta fama. Almeno il Cristianissimo lo esperimentò fedele, quanto valoroso capitano.»

«È vero; — lo udrò, — mi aspetti.»

Dopo breve ora, Ferruccio si presentò all'Orsini e conobbe, come gli aveva riportato Vico, essere giovane di belle non meno che di prestanti sembianze. Lo guardò fisso in volto e con voce aspra lo interrogò:

«Orsini, che domandate voi dal commissario Ferruccio?»

«Signor commissario», risponde Giampagolo arrossendo e declinando modestamente lo sguardo, «la fama che in tanto breve spazio avete saputo meritarvi grandissima empie tutta la Italia. Qua mi trasse amore della vostra virtù e desiderio di combattere per la causa che sostenete. Ormai questa impresa diventò tale che le più inclite spade d'Italia vi sono concorse per una parte o per l'altra: ella è amara cosa pensare come non sieno tutte concorse dalla parte più giusta, — ch'è la vostra; — colpa delle nostre voglie divise ed anche del fato, imperciocchè senza intervento dei destini mal saprei dichiarare a me stesso la cecità degli Italiani raccolti nel campo imperiale, i quali guerreggiando Fiorenza par che non veggano come con le proprie mani si lacerino le viscere; — io poco offro alla libertà di Fiorenza, o piuttosto d'Italia, — ma se non offro di più, non m'incolpate; vi do quanto possiedo di danaro e di sangue.»

«Giovane, la causa che piace a me, non sembra che piaccia alla fortuna. Gli Orsini poi cercarono sempre e sopra tutto la fortuna.»

«Commissario, conosco le colpe dei miei padri e le detesto. Per quanto mi fosse concesso operare in pro dell'Italia, assai di leggieri comprendo non potrei a gran pezza ristorare il danno che le arrecarono i miei. Ma s'è folle che il nipote insuperbisca pei vanti paterni, ingiusto è del pari che a cagione del padre si abbia a disprezzare il figliuolo: e certo voi, commissario Ferruccio, non accogliete sì bassi spiriti nè contenderete che un giovane procacci con la sua spada la sua fama, nè vorrete ch'io getti via disperato una vita che potrei spendere utilmente pel mio paese, gloriosamente per me.»

«Udite, Giampagolo, giunto a questa parte della età mia, per amara esperienza, ho conosciuto che il linguaggio quanto più si mostra generoso, tanto maggiore abiezione dell'animo adombra.» — Qui il giovane alzò gli sguardi e li tenne fieramente fermi negli sguardi del Ferruccio, il quale continuava: «Però questo non dico per voi, Giampagolo, imperciocchè se la ipocrisia potesse mentire, come fate voi, non dirò favella, ma colore, sguardo e tutto in somma, allora davvero mancherebbe ogni via per iscoprire la virtù, e col timore di essere ad ogni momento tradito la vita non meriterebbe il pregio di essere conservata tra tante tribolazioni. Venite dunque a parte di quei pericoli e di quella gloria che mi destinano i cieli, certo almeno di questo, che, qualunque sia per essere la nostra fortuna, non mancherà di chiara ed onorata fama.»

L'Antinori si ostina.... Cap. XXVII, pag. 626.

Giampagolo gli strinse la mano, Vico l'altra, e fecero atto di volergliele baciare; lo impediva il Ferruccio, che commosso altamente diceva:

«No, no, venite tra le mie braccia: aveva un figlio, ora mi trovo a possederne due: non dubitare, Vico, basta a tutti l'anima mia. Orsino, buon augurio mi dai, tu mi accresci le forze alla speranza.»

Questo fatto io trovo registrato da tutti gli storici, nè io ho voluto tacerlo, e tutti quelli che con auspicio ed ingegno migliori prenderanno a parlare di questi tempi, scongiuro a non lo lasciare inonorato. Certamente lo straniero si meraviglierà di questa lode, e non saprà persuadersi come si abbia a levare a cielo azione così naturale. I comandamenti della legge di Dio non dovrebbero per avventura comprendere ancora il precetto al cittadino di sovvenire con tutte le forze la propria patria? Giampagolo Orsini non aveva forse sortito i suoi natali in Italia? Ma lo straniero cesserà la maraviglia per due cause: una che senza la mia spiegazione gli sarà nota, cioè che gli uomini in generale sogliono i comodi anteporre alla fama; l'altra poi (e quantunque mi gravi dirla, la manifesterò ad ogni modo, poichè a me non piaccia la ipocrita carità patria che dissimulando le colpe assopisce con encomii bugiardi, e ufficio vero di buon cittadino consideri la rampogna acerba che conduce all'ammenda) abbisogna di commento italiano, ed è questa, che o per ira di Dio o, come credo piuttosto, per tristizia degli uomini, fummo e siamo noi altri Italiani siffattamente divisi che il Romano crede avere che fare col Fiorentino quanto con un abitante dell'Oceania o di quale altra più remota parte del mondo. I Piemontesi si reputano così estranei alle cose d'Italia che, favellando con Toscano, Romano o Napoletano, hanno in costume di designarlo così: — Voi altri abitanti d'Italia. — Questo mal seme funestando il nostro paese nei tempi di che si parla anche più fieramente che ai nostri, l'azione dell'Orsini non parrà ufficio patrio, ma sibbene amore purissimo degli uomini e della libertà.

Il Ferruccio, lasciata Livorno, si riduce a Pisa: qui appena giunto gli scemò la speranza, non l'animo. Gli aveano dato i Signori poteri ampissimi, anche di donare terre e città, ora che da Volterra e Pisa in fuori non ne tenevano altre nel loro dominio; lo avevano eletto generalissimo degli eserciti, nè gli mandavano gente o pecunia per farne; soffriva i tormenti di Prometeo, si assottigliava l'ingegno per trovare danari, e non rinveniva il modo; n'ebbe dall'Orsino, ma pochi: egli davvero si sarebbe coniato anche il cuore. Quantunque di natura piuttosto superbo che altero: come Provenzano Salvani[303], si condusse a tremare per ogni vena supplicando fin colle lagrime i più facoltosi tra i cittadini pisani, affinchè gliene imprestassero, offrendo sicurezza sopra i suoi beni e su quelli dell'Orsino: vedendo non fruttare le preghiere nè la promessa di largo guadagno, mutata mente, impose pagassero; chi rifiutasse sarebbe carcerato; sopportassero tutti la taglia così cittadini come forestieri; e poichè uno di loro disse avrebbe sostenuto piuttosto morire di fame o impiccato che pagare pure un quattrino, comandò nessuno ardisse recargli cibo o bevanda. L'ostinato Pisano non perciò si rimuoveva[304], e il Ferruccio sempre più si fermava nel suo proponimento, e lo avrebbe per certo fatto impiccare, se i suoi parenti pagando per lui non lo avessero liberato[305].

Nè già si creda che nel Pisano ciò fosse tutta avarizia, ma in gran parte rancore contro i Fiorentini, i quali dopo ferocissima guerra più che quindicennale tolsero alla sua patria la libertà. Fu questa veramente colpa dei Fiorentini, della quale però gli avrebbe, non che assoluti, celebrati la ragione politica, se, come intendevano, riuscivano a dominare sopra la universa Italia. Tra la serie infinita di sventure volle il destino che il concetto medesimo agitassero i principi e le repubbliche d'Italia, ma le forze si trovassero così equilibrate con quelle degli altri, tanta sapienza dimostrassero gli stati a stringere lega tra loro, onde altri non crescesse, che nessuno potè condurlo a fine; sicchè le conquiste delle terre vicine, mancato lo scopo, parvero ingiustizie, l'esito non giustificò la rapina; suscitaronsi odii che non poterono poi spengersi con i vantaggi di bene universale; l'amore di municipio non si trasfondendo nell'amore di popolo italiano, diventò furore. Adesso la piaga non duole... perchè la si è fatta cangrena.

Mentre più si travagliava il Ferruccio in questa faccenda, Luigi Alamanni, istando presso la nazione fiorentina stanziata in Lione, raccolse certa quantità di pecunia e la inviò speditamente al valoroso commissario[306]. Riprese lena, si dette a levare gente, formò nuove compagnie, mescolò agli inesperti certa quantità di provati, esercitò tutti, rivide le cittadelle e le munì; scrisse lettere ortatorie agli uomini del contado e ne ottenne cavalli. Molti lavoratori si presentarono co' loro arnesi rurali, ed ei ne formò due compagnie di marraiuoli senza provvederli di altre armi, perocchè sapeva che gl'istrumenti co' quali si lavorava la terra sono eziandio molto bene acconci a difenderla; ragunò vettovaglie, apprestò cariaggi, scale, polvere, ogni maniera munizione. Considerando dovere tenere la strada per vie dirupate, alle artiglierie impraticabili, per non rimanere privo di questo potentissimo mezzo di guerra, ordinò dodici moschette o vogliamo dire spingarde, da potersi accomodare in qualunque più arduo luogo mercè alcuni cavalletti molto agevoli al trasporto, finalmente apprestò copia di trombe di fuoco artifiziato e distribuì ad ogni capitano la sua. L'antico Briareo non sembrò più favola, egli operava ratto e molteplice, come se la natura gli avesse compartito cento braccia e cento teste.

Però mentre a tante cose provvedeva, dimenticò sè stesso. La vigilia prolungata, i soprumani travagli, l'oblio degli alimenti lo fecero macro, gli occhi gli diventarono vitrei e fissi, sopra le guance pallide ad ora ad ora appariva una striscia di colore etico. Un giorno, mentre più acuto costringeva il pensiero alla meditazione, gli si turbò il cervello; come arco troppo teso si rompe, e il dardo pronto a volare nel brocco cade senza forza od obliquo, così la sua immaginazione giacque spossata; sente lo sfinimento del naufrago sopraffatto dalle onde burrascose, gli si abbuia l'intelletto; la febbre, la quale dopo le ferite tocche a Volterra quando più quando meno non gli aveva mai dato tregua, gli riarde il sangue e gli ricorda essere la sua anima legata pur sempre all'inviluppo di carne.

Lo tormentò un lungo delirio, ma anche nel disordine delle facoltà intellettuali splendè luminoso a guisa di stella che tolta all'armonia dei cieli si avvolga nella sua vagante carriera non meno lucida di prima. Furono le sue visioni di patria, di battaglie, di gloria, qualche volta di sconforto, ma rade e passeggiere, quasi tenue nuvola presto portata dall'ale dei venti traverso il disco della luna.

Risensato appena, solleva il fianco ed esclama:

«Abbiamo combattuto? Abbiamo vinto? — Ah! il morbo mi tiene giacente nel letto. — Porgetemi l'arme; io non ho tempo di trattenermi ammalato, non voglio essere infermo... anche un mese di salute, fortuna, poi a cui la vuole gli dono la vita...»

A queste aggiunse altre parole, nè i circostanti riuscirono a fargli deporre quel suo proponimento, se il medico discreto non lo ammoniva che in cotesto modo agitandosi prolungava la sua infermità con danno inestimabile della patria.

«Vico», disse un giorno al Macchiavelli, «chiamami i miei capitani, la vista di questi prodi uomini mi conforterà l'anima. Ahi quanto mi travaglia Fiorenza!»

E i capitani vennero, coperti di armi maravigliose, a vedersi; e il Ferruccio esultò e,

«Alzatemi», soggiunse, il gonfalone col motto di LIBERTÀ davanti gli occhi; se gli occhi, sollevando io non vedo le pieghe di questo venerato vessillo occupare parte dell'azzurro del firmamento, parmi vedovo il cielo, — non mi riesce di pregare Dio. — Anime generose, deh! non mi mancate in tanto estremo, obbedite adesso ad ogni mio comando.... Voi lo vedete... non ve lo chiedo per me... per la patria vostra lo chiedo... a voi tutti palpita un cuore... voi tutti avete od aveste una madre... una donna... una cosa cara nel mondo, — voi non rallegrerebbe questa dolcezza di amore senza la patria.... Amate... amate la patria.... Credete in me, — Dio non ne sarebbe geloso, se voi l'amaste anche sopra di lui.»

«Capitano Ferruccio, state di buon animo, noi vinceremo o ci faremo ammazzare con voi.»

Il giorno veniente ordinò si schierassero i soldati lungo le sponde dell'Arno; egli sorretto da Vico e da Giampagolo si accostò al balcone per contemplarli, — erano tre mila pedoni, trecento circa cavalieri, — buona gente, ma pure tre mila trecento. Ferruccio stette a considerarli con liete sembianze, poi all'improvviso si fece tristo, e tanto non potè frenare la interna passione che non prorompesse in queste acerbe parole:

«Ecco lo sforzo d'Italia per combattere lo straniero. Tre mila trecento uomini e con pene di sangue allestiti. Quanti eravate schierati su queste sponde medesime e di una sola città d'Italia, — di Pisa, — quando moveste a battaglia di morte contro una città sorella... la repubblica di Genova? Sedici mila rimaneste morti o prigioni nella terribile battaglia della Meloria[307]. E un sacerdote benedisse le armi raccolte alla strage fraterna; ma Cristo abborrì rimanersi complice a tanta nefanda scelleraggine, e poichè le mani aveva inchiodate, per farsene velo agli occhi, si staccò dal gonfalone e traboccò su le pietre con caduta più dolorosa... avvegnachè contemplasse dai cieli essere stato il suo sacrifizio indarno, — le sue parole di pace scese come rugiada sopra la sabbia del deserto... e il suo cuore si contristò... e gli angioli piansero...[308] Su, alzatevi, fratricidi, lasciate i vostri sepolcri di acqua e di terra, venite ad ammendare le colpe prima che la tromba vi chiami al supremo giudizio... Silenzio! — il sepolcro apre la bocca, ma per divorare soltanto... O forsennati! migliaia foste a trucidarvi fra di voi; — giungete appena alle diecine per combattere lo straniero!...»

Dove nacquero, come si chiamarono gli eroi che, comunque pochi, pure in cotesti tempi giunsero a tre mila trecento in Italia disposti a vincere o a morire per la libertà?

Non isbigottirti, lettore; non è questa una minaccia di rassegna d'esercito. Io non mi sento epico abbastanza da cimentare così la tua pazienza; e poi, tu il sai, io rinnego la pazienza per virtù nè vorrei che tu la possedessi, lettore, almeno per ora. — Assicurati: — le rassegne soglionsi porre nei secondi canti, e potrai, volendo, riscontrarle in Omero, Tasso e negli altri santi della poesia scolpiti in pietra e da secoli esposti entro le nicchie alla adorazione delle genti; — io me ne sono dimenticato quando ci cascava il taglio, e adesso è troppo tardi per riparare il fallo.

Dove nacquero questi eroi non so, come si chiamarono, tranne pochi, nemmeno; — ma di questi pochi, vinci il fastidio, amico lettore, se sei italiano, e leggi i nomi — nudi, — soli, — non fosse altro per gratitudine e per imporne uno al figliuolo che sta per nascerti: potresti fare di meno in onoranza di guerrieri che dettero la vita, tentando conservarti la libertà?

Vissero uomini (che Dio li perdoni) a cui talentò calunniare la gloria e dirla polizza giuocata alla lotteria della storia, fumo, sogno e mattana. — Non è forse sfrondato abbastanza l'albero della vita onde ci affatichiamo ad abbatterne le ultime foglie? — Evvi una gloria che presto si spenge, come la luce della farfalla detta lanternaia, côlta dalla morte e ve n'è un'altra nella di cui lampada il tempo versa secoli e secoli per alimentarla. Evvi una gloria per gli oppressori dei popoli, e ve ne ha un'altra pei liberatori; — la prima danno gli uomini, la seconda scende dal cielo. — Salute, o vera gloria! Nè calunnia nè dubbio potranno mai tanto accecare l'uomo che non veda questa stella polare della sua vita. Tu scintilli traverso le mura del carcere, — tu coruschi anche sul ferro della scure. Pochi anni bastano a disperdere le dovizie raccolte, — la verga del potere tosto o tardi si rompe come vetro nelle mani dei potenti, le tombe orgogliose, le piramidi stesse non salvano dall'oblío; — ma tu fedele al tuo amante irradii il suo tumulo modesto; — le generazioni che uscirono dal tuo fianco quinci derivano ogni giorno decoro, nè tu consenti che impallidisca per tempo; il tuo iride divino, volga la stagione procellosa o serena, non iscomparisce mai dal cielo dei generosi. No, — non è un sogno la gloria, se dopo tre secoli di morte e di servitù, palpitando cerchiamo i nomi dei difensori della libertà patria, se gli rinnoviamo nei nostri figliuoli, se nel pronunziarli il sangue nei suoi moti si accelera.

Si rammentano dunque Giampagolo Orsino, Vico Macchiavelli, Sprone e Balordo da Borgo San Sepolcro, Paolo, Giuliano, Francesco e Grigione Corsi, Capitanino da Montebuoni, Vaviges Francese, Antonio da Piombino, Nicolò Masi, Gigi Niccolini, Goro da Montebenichi, Bernardo Strozzi, Amico Arsoli, Alfonso da Stipicciano, il conte Carlo da Civitella, Carlo da Castro ed altri assai di cui non mi è avvenuto rintracciare memoria.

Papa Clemente, terminata la guerra, fece trasportare a Roma gran parte delle scritture concernenti l'assedio, e affermano le bruciasse. Forse un diligente esame nell'archivio delle riformagioni a Firenze potrebbe resuscitare alla fama nomi ignorati; ma cotesto archivio è diventato un altro Eden dopo il fallo di Adamo, e certo dopo la perdita del paradiso nessun'altra sventura può affliggere più crudelmente l'uomo della perdita della libertà, — un orto esperide col dragone che guarda i pomi d'oro. Bene sta; le polveri si tengono chiuse... badate alla favilla[309]!

Passati che furono davanti gli occhi del Ferruccio i soldati da lui raccolti, trovò essere, come abbiamo avvertito, in tutti tremila fanti e trecento cavalli; ondechè fidando nel fiero portamento di loro e nell'aspetto animoso, sorrise alquanto e soggiunse:

«Comunque pochi basteranno; perchè, vedete, figli miei, se incontriamo forze pari od anche una metà maggiori, noi le vinciamo di certo ed entriamo in Fiorenza: o ci muovono incontro grossi i nemici e sforniscono il campo, e allora escono i nostri e lo mettono in rotta. In ogni caso l'impresa è vinta; ma Orange si rimarrà al campo, perchè partirsene sarebbe troppo grave errore di guerra.


Era da circa mezz'ora suonata l'Ave Maria della sera. Giovanni Bandini se ne stava pensoso, tuttavia sotto l'influenza di cotesto istante del giorno in cui la luce che muore ci ammonisce che tra poco anche la nostra vita passerà così: istante solenne che ci ritrae le passate vicende come un punto luminoso o come una nuvola nera in fondo all'orizzonte; — che ci schiude le labbia ad un mesto sorriso, o ci nasconde mezzo le pupille sotto le sopracciglia aggrottate, secondochè il pensiero evoca memorie di delitto o di virtù; — istante pieno della prossima eternità.

Gli occhi del Bandino non guardano il cielo; — quivi non isplende stella per lui, — non lo conosce per patria, — dal cielo non aspetta inspirazione, ma castigo. — Se gli fosse dato di aggiungere le dimore celesti, vorrebbe pervenirvi come Encelado, o vincitore, o fulminato. — Contempla la terra: che guarda egli sì intento? — Forse l'immaginazione gli mostra le sue colpe convertite nei vermi che dovranno divorare il suo corpo? — Nè rimorso nè passione possono mutare quel suo volto... — è diventato di pietra.

Un tocco sopra la spalla gli fece cambiare attitudine, quantunque a rilento e quasi suo malgrado, ch'egli si compiaceva a pregustare gli orrori dell'inferno; nè a prima giunta ravvisando il sopraggiunto, con voce pacata interrogò:

«Chi sei?»

«Messere Bandino, io sono Pirro Colonna.»

«O Stipicciano, che volete da me? Nulla di buono per certo...»

«Forse che sì; — io vengo da Roma.»

«Volete dire dal contado. Roma ha giudici che prima di pronunciare sentenze se la intendono col papa, — e Roma ha patiboli pel vostro collo, messer Pirro.»

«E nonostante questo io vengo proprio da Roma, dove fui a baciare i piedi santi del beatissimo padre.»

«Ma non vi ha egli scomunicato?... non vi pose addosso la taglia?»

«Il cielo ei può serrare e disserrare. Sebbene quello che a me sopratutto premeva si era che non mi serrasse il collo. Non tolse il nome di Clemente in simbolo della clemenza e mansuetudine sua?»

«Ah! non ci pensava adesso.»

«Or bene, sappiate che siamo ridivenuti amici carissimi, se mai ne vissero altrettali al mondo: guardate questo segno... lo ravvisate? — Io devo conferire con voi cose che Sua Santità mi ha rivelato in arcanis. Siamo sicuri?

«Parmi di sì: favellate.»

«In qual concetto tenete il principe Orange?»

«Lo reputava meno francese: il suo cervello due terzi del giorno ha sommerso nel sonno e nel vino, l'altro terzo nel giuoco; animoso è molto, — io però ho veduto mastini molto più valorosi di lui.»

«Il papa crede diversamente, — lo reputa uomo da prendere la Toscana per sè, — da condurre in moglie la duchessina..., da lasciare insomma quel dabbene duca Alessandro come l'arme di casa Pucci, — un moro senza corona.»

«Chi disse al papa siffatte novelle?»

«Forse nessuno, — le avrà immaginate... sospettate...; or che mi ricordo, affermava essergli state riferite da tale che udì vantarsene l'Orange.»

«Il papa s'inganna.»

«Silenzio! Non vi preme ella l'anima vostra? Il papa è infallibile.»

«Orange non conserva un pensiero più di cinque minuti, per timore che non gli arrechi il dolore di testa.»

«Ma il papa non vorrebbe differirgli più di oltre il regno dei cieli: in questa faccenda ci guadagnano tutti, — l'Orange primo, che va in paradiso di volo, perchè il santo padre gli manda pel viaggio tre once di piombo e non so quante libbre d'indulgenze plenarie, — misura di carbone pesato alla stadera dell'Elba, che ha la prima tacca sul mille; ci guadagniamo noi che attrapperemo una diecina di prebende, — non furono istituite per darsi a coloro che recitano il breviario alla gloria di Dio? Noi serviamo a Dio ben altro che con uffizi. — Il papa si libera da' suoi timori; — povero vecchio! In verità abbisogna di spirito riposato per questi giorni che gli avanzano a vivere. Rimane il rimorso, ma il papa tiene i rimorsi in conto di zanzare; — con buone cortine se ne difende, e bisogna crederlo, perchè lo ha provato, povero vecchio! — Gli eredi acquistano più presto il retaggio; — gli scultori innalzano più presto il sepolcro; — i poeti percuotono la musa, come una moglie dopo dieci anni di matrimonio, per farla piangere lacrime di Elicona. Per me credo che, a dirlo allo stesso Orange, risponderebbe: Il papa ha ragione: — però il santo padre non desidera sia consultato, e afferma che quando si fa la cosa utile, non importa ottenere il consenso di colui in vantaggio del quale la operiamo.»

«Orange ha una spada... non basta... gli manca una testa, — peggio per lui; — non è vela acconcia per nessun vento, — morrà, — non mica perchè pericoloso, ma perchè a nulla buono; — per me poi... Ah! per me ormai corre buon tempo ch'io non conto più — colpa dei teologhi, i quali al primo delitto non dovevano comminare l'inferno per sempre; — ora, o dieci o mille, la eternità dura lo spazio medesimo. Orange è morto, — ho già trovato il modo. Quando giace morto qua dentro», e si toccò la testa, «poco può andare ch'egli si giaccia morto nel camposanto. — Messer Pirro, siate diligente a segnarvi con la vostra compagnia di qui a due ore tra le bande degli archibusieri che partiranno pel contado di Pistoia.»

«Ma, per quanto ho udito e vedo, — nessun si muove nel campo.»

«Buona notte, — tra due ore... intendete... anche una parola di più, sarebbe di troppo[310]


Forse due ore correvano dacchè aveva avuto luogo il colloquio riferito qui sopra, quando due uomini uscendo con molto riguardo fuori di Firenze dalla porta di San Pietro Gattolini, indirizzavano celeri i passi alla volta del campo. Percorsero un tratto di strada taciti e uniti; all'improvviso uno di loro si fermò e disse all'altro:

«Cencio, qui conviene separarci: siamo alla fine; ora sì che bisogna adoperare arte e destrezza, — è l'atto quinto; dopo di questo potremo volgerci al pubblico e comandargli, come i personaggi di Terenzio al termine della commedia, Plaudite.»

«Plaudite! E se il mondo ci saluta con tale un fischio che l'eco ne rimbombi dentro l'inferno?»

«Ci consoleremo con l'antico detto del dio Momo: Nè anche Giove piace a tutti; — parteciperemo la sorte di tutti i grandi intelletti che in vita o furono calunniati o derisi o spenti, — in morte onorati come santi. Ai Fiorentini non piaceremo di certo, almeno io; ma vi sono apparecchiato, perchè Gesù Cristo lo ha detto: Nessuno è profeta in patria sua. Tu vedi che se ti danni, ciò non avviene senza buone autorità sacre e profane.»

«E sopratutto senza compagnia. Dio vi abbia nella sua santa guardia, messere Bandino.»


Fu cotesta una notte consacrata ai tradimenti. A quattro ore di notte Cencio Guercio ritornò a Firenze, e dopo breve spazio di tempo Malatesta Baglioni e il principe Orange, senza altra compagnia che di due uomini d'arme, s'incontrano presso la porta Romana[311].

«Messer lo principe», cominciò il Baglione, «tutta la fortuna della guerra si è ridotta sopra un trarre di dadi. Si accosta il commessario Ferruccio, capitano valoroso, fortunatissimo...»

«Capitano italiano, — soldato da insidie; — noi stiamo a buona guardia, ed egli non ardirà tentare l'assalto...»

«Signor vicerè, dov'io non fossi stato, a quest'ora avrebbero rotto quattro volte il vostro campo. Adesso non corre stagione di garrire fra noi, — lasciamo le parole, che menerebbero troppo in lungo il discorso. Ferruccio ha per avventura maggiore l'audacia che il senno; però senno ha molto. Ferruccio conduce gagliardissimo esercito, e se giunge ad entrare in Fiorenza, potete pensare a ripiegare le tende.»

«Mi hanno riportata la sua gente sommare appena a duemila fanti e a cento cavalli...»

«V'ingannarono. Dai ragguagli che egli, il Ferruccio, ha spedito ai signori Dieci risulta menare seco cinque mila fanti e mille cavalli almeno.»

«Ne siete sicuro, signor Malatesta? Egli è poi vero tutto quanto mi dite?»

«Vero come un giorno dovremo andare in luogo di salute.»

«Che fa quel Baccio Valori, che mi porta sempre notizie le une più fallaci delle altre? Veramente adesso è tempo di stare a sollazzarsi coi libri greci e latini! — Egli è mestieri ch'io vi pensi sopra...»

«E mentre pensate, l'occasione fugge. Urge adesso, messere lo principe, non mettere un momento fra mezzo. Togliete con voi il fiore dell'esercito, andategli incontro e opprimetelo nei monti di Pistoia.»

«E il campo me lo guardate voi, Malatesta?»

«Pur che andiate presto, io ve lo guarderò.»

«Sono io bene sveglio? Siete voi che mi parlate, Malatesta? O mi credete così semplice da intricarmi in siffatte reti? Ben altri ingegni che non sono i vostri si richieggono, o Malatesta, per ingannare un Orange.»

«Vicerè, io non inganno. Il papa mi assicura un guiderdone che non saprei sperare nè desiderare maggiore: — ponete gli occhi su questo breve.»

E tolta di mano la lanterna ad uno de' suoi uomini d'arme, presentò all'Orango la carta dei patti firmata dal papa; — quindi, ripostasela in seno, continuò:

«La parca Fiorenza non potrebbe, nè anche volendo, darmi tanto. Ora dunque vedete che preme a me consegnarvi la città per lo meno quanto a voi preme prenderla. Non dubitate: — io mi terrò fermo finchè non torniate vittorioso.»

«Andrò — ma farò spargere voce ch'io non mi allontano; sia vostra cura confermarla; — ritornerò tra poco: — mi basta la vista, — due giorni o al più tre. Però in ogni caso fatemi una polizza con la quale con sacramento vi obbligherete a non uscire di Fiorenza finchè io non torni, — altramente non avrei scusa. — Rodolfo, andate a procurare una penna e una carta.»

«Lasciate la polizza. Non basta a voi quello che basta al pontefice?»

«Non basta.»

«Ma sentite: la carta non ha mai trattenuto nessuno; — voi capite lei essere tanto fragile cosa che non resiste alla pressione di un dito.»

«Non importa. Io la pretendo ad ogni modo.»

«Ed io la farò.»

«Scrivete. Noi, Malatesta Baglioni, sotto sacramento ci obblighiamo e promettiamo di non uscire nè lasciare che altri esca di Fiorenza prima del ritorno nel campo...»

«Ritorno nel campo...»

«Del principe Orange. In fede. — Apponete il vostro nome.»

«Dunque siete sicuro di ritornare...?»

«Al più lungo fra tre giorni.»

«Addio. Lasciate ch'io vi stringa la invitta destra. Vi accompagni la fortuna. Buon viaggio!»

«Apparecchiate le feste: ci rivedremo fra tre giorni.»

«Quando mi sono fregato la bocca, chi potrà accusarmi di aver bevuto del vino? — Buon viaggio! — Va'; — nel viaggio che imprendi nè ti si stancheranno le piante, nè ti rovescerà il palafreno. — E poi vi ha chi cerca le lame di Brescia o di Damasco! — Stolti! — La intenzione dell'uomo taglia meglio di qualunque acciaro. Qual pugnale potrebbe vantarsi di ferire più giusto delle mie parole? Tornerà fra tre giorni... ed io non devo uscire finchè ei non rivenga in campo... per Dio! ciò mi obbliga a starmi in Fiorenza per una eternità... e quello ch'è peggio, l'ho promesso con giuramento... basta, il papa mi acconcerà con Cristo. — O Cristo, tu pure per la tua parte dovresti sovvenire la giusta causa! Deh! pensa tu a far morire il Ferruccio, come io ho pensato a far morire l'Orange! Allora comincerò davvero a conoscere che ti sta a cuore la Chiesa, ed io andrò persuaso di essere accolto fra gli eletti in paradiso, alla tua delira, Amen.»

Così l'empio Malatesta scherza col delitto e con l'inferno. Dio non paga il sabbato.


Vedeste mai più immobile cosa delle arene del deserto finchè il vento tace? Le sferza il sole co' suoi raggi, — le pestano le piante dei dromedari e dei cammelli, — la caravana vi procede sopra spensierata come sul cimitero della natura: all'improvviso ecco comparisce una nuvola infuocata, — subito dopo il soffio sterminatore; e la bufera del deserto rugge più terribile della procella del mare; — qui arte di nocchiero non giova, — ogni argomento umano vien meno, — quasi serpente inferocito ravvolge la sabbia nelle sue interminabili spire uomini e animali: — dov'è la caravana? Tra un centinaio di secoli una mummia d'uomo, un osso fossile di dromedario o di cammello faranno testimonianza che un giorno fu calpestato il deserto. — Così il popolo.

Il due di agosto corre una voce, il principe Orange, lasciato il campo, aver mosso contro al Ferruccio; il fiore dell'esercito accompagnarlo; la fama, esitante dapprima, si difinisce e conferma, siccome avviene quantunque volte precorre la verità. Il popolo solleva la faccia contristata per vedere se alcuno viene a sovvenirlo di consigli o di comandi. Gli uni non mancarono nè gli altri. I giovani della milizia, e sopra tutti Dante da Castiglione, presero a dire essere venuto il tempo di combattere, porgere Dio nella sua misericordia l'occasione per liberare la città: il popolo s'infiamma, la parte migliore dei magistrati acconsente, il gonfaloniere esulta ancora egli e promette in tanto stremo non si rimarrà neghittoso a vedere.

Due dei Dieci andarono in gran fretta a trovare Malatesta Baglioni e Stefano Colonna, e a pregarli che volessero rendersi al palazzo per consultare; ambidue si mostrano rilenti a obbedire, pur vanno, — il primo in compagnia di cinquecento soldati, armato di corsaletto e di celata.

Per le scale del palazzo Zanobi Bartolino ricambia una parola col Malatesta, e con quella parola gli pone in mano il pugnale per trucidare la patria.

Stavano adunati la Signoria, i Collegi, i Dieci, i Nove e i gonfalonieri dei sedici gonfaloni. Quivi con acconce parole Rafaello Girolami espose; la mente del governo essere di rassegnare l'esercito e poi rimettersi in tutto all'arbitrio della fortuna e combattere. Malatesta a siffatta proposta rispose le seguenti parole riferite da Giovambattista Busini[312].

«Signori, io sono venuto a farvi reverenza ed ho indugiato sino ad ora perchè mi era detto che le Signorie Vostre mi volevano gettare a terra di questo palazzo; tal vedo tra voi che mi mostrò sempre aperta, la finestra dalla quale fu precipitato Baldaccio; — e pur ora, salendo, udii dire da uno dei vostri cittadini: Va' pur su, va' pur su; tu non uscirai. Io non sono traditore, ma vi affermo che poco più avete rimedio a salvarvi.»

«Noi non vi chiamiamo», riprese il gonfaloniere, «per udire discolpe, — conosciamo a prova la fede e prodezza vostre, e in queste intieramente noi confidiamo. Nei liberi reggimenti non è da farsi conto delle parole che si vanno ad ogni ora spargendo dintorno dai malcontenti e più spesso dai tristi; a voi basti possedere la fidanza della Signoria. Noi vi chiamiamo per sapere quanta gente abbiamo e per fare la rassegna[313].

«Voi avetene poca.»

«Quanta poca? Non paghiamo dodicimila paghe? Che dite voi? Perchè ci fate pagare tanti danari non avendo gente?»

«Per mantenere la reputazione a voi e a me; perchè se i nemici sapessero che noi abbiamo così poca gente, darebbero l'assalto alla nostra città.»

«Noi vogliamo ad ogni modo rassegnare la gente.»

«E come? Non c'è una picca tra' soldati.»

«E dove sono quelle di cui li provvedemmo?»

«Ne hanno fatto fuoco per cuocere pesciduovi.»

«Quante ne manca?»

«Ne mancano seimila.»

«Saranno provvedute domani.»

«Mancano gli arnesi ai cavalli per trainare le artiglierie.»

«Abbiamo gli arnesi.»

«Mancano i cavalli.»

«Abbiamo i cavalli.»

«Dunque i traditori siete voi», rispose alterato il Malatesta, «che tutte queste cose avete provveduto e meco non ne teneste parola.»

«Malatesta, a mani giunte vi supplichiamo ad assaltare il campo.»

«Questo non è possibile.»

«L'esercito è scemato, il capitano lontano.»

«Eccelsi signori, v'ingannano; poche genti mossero contro al Ferruccio. Fabrizio Maramaldo e Alessandro Vitelli lo stringono su quel di Pistoia con due eserciti due volte maggiori di quello che farebbe mestieri per opprimerlo. Qui sta il principe, e veglia attentissimo per ributtare chiunque esca.»

«No, le nostre spie non c'ingannano; sappiamo tutto: il principe ha mosso contra il Ferruccio con la gente più valorosa del campo, nove o diecimila tra fanti e cavalli; a guardare il campo rimasero da quattromila e dei peggiori; sappiamo avere ordine di non uscire a fare giornata, bensì in caso di difficoltà ridursi nel forte della piazza abbandonando il Sassetto, Musciano, Giramonte, il Gallo e gli altri luoghi forti; noi abbiamo seimila ducento settanta soldati in punto da combattere, ottomila della milizia cittadina; allestimmo ventidue pezzi di artiglierie da campo: voi lo vedete, sappiamo questo ed altro ancora[314]

«Voi non sapete nulla... voi non sapete nulla; vi mettono di mezzo, vogliono la vostra rovina..»

«Bene, sia, — noi vogliamo combattere; vostro ufficio è obbedirci.»

«Voi mi volete ammazzare, — ma ammazzerete un corpo fradicio.»

«Che parole, che pensieri sono questi vostri, messere Baglioni? Noi vi ripetiamo che vogliamo combattere.»

«Or da che parte intendete uscire, signori? Da San Friano no, perchè da Monte Oliveto ci sfolgoreggiano i nemici con le artiglierie fin sulla porta e impediscono attelarci in battaglia, e inoltre abbiamo i Tedeschi di San Donato in Polverosa alle spalle; non da San Pier Gattolino, perchè, come vedete, le batterie avversarie distano dalla città un tiro di archibuso appena. Da San Giorgio nemmeno, standoci di faccia il cavaliere del Barduccio. E quando pure potessimo stenderci in battaglia, affrontare i ripari e superarli, chi ci difenderà in quella disordinata zuffa da seimila fra Tedeschi e Spagnuoli che c'incalzeranno dietro nuovi della battaglia e composti? Uscendo dalla parte opposta dell'Arno ci mancano le forze, perchè dobbiamo tenere guardato il monte e sostenere la cavalleria, alla quale dal nostro canto non possiamo opporre cavalli. — Ora pensate voi se io, od altri v'inganna[315]

«Messere Malatesta», notò Michelangiolo Buonarroti, «non ha osservato che l'Arno è gonfio, nè così di leggeri potranno aiutarsi i nemici delle due sponde del fiume[316]. Messere Malatesta ha lasciato eziandio inosservato che per la via di Rusciano e per la valle verso il Gallo può molto bene avanzare la gente senza timore d'impedimento per le artiglierie nemiche.»

«Il signor Malatesta», riprese Francesco Carduccio, «ha pur anche dimenticato che quantunque volte i Fiorentini assaltarono il campo, stettero a un pelo di metterlo in rotta... La causa poi per cui mancammo il fine, se si partisse dalla fortuna o da che muovesse, — meglio di tutti può dirvi qui Malatesta Baglioni.»

«Carduccio, Carduccio, la vostra lingua ferisce velenosa quanto quella della vipera.»

«Piuttosto le vostre orecchie stanno tese con più paura che quelle della lepre.»

«Voi mi portate rancore, voi vorreste farmi capitare male, — un giorno verrà in cui i Fiorentini si accorgeranno chi di noi due fu traditore.»

«Ma io credo che, per saper questo, i Fiorentini non abbisognino aspettare pure un istante.»

«O signore Stefano», interruppe il gonfaloniere, «perchè non ci aprite la mente vostra? In negozio di tanta importanza certo il vostro consiglio varrebbe a farci deporre o confermare la opinione nostra; — in nome di Dio, favellate.»

«Onorando messere Rafaello, questa eccelsa repubblica possiede copia di capitani, come il signor Malatesta e il commessario Ferruccio, i quali assai meglio di me varranno a torvi d'impaccio; pure, dacchè così volete, vi dirò schiettamente il parer mio. Nei termini ai quali vi veggo ridotti, vi consiglierei ad accordare; nonpertanto io vi ho promesso difendere il poggio, e sia che si voglia, — vi terrò fede: se delibererete uscire, uscirò anch'io, non degli ultimi, ma nè anche dei primi! — è tempo che il signor Malatesta assuma questo principalissimo ufficio di capitano generale.»

«Prodi uomini», si volge il Carduccio ai capitani chiamati nella consulta, «pare a voi potersi assalire il campo con buona speranza?. Siamo da quindicimila contro quattromila, nè l'animo ci manca.»

«Non è vero... e' v'inganna», grida Malatesta.

«Tacete, Malatesta, — io ve lo impongo in nome della legge. Stanno in Fiorenza quindicimila circa soldati, — buona e animosa gente; — il principe d'Orange ha abbandonato il campo, si trae seco quattro colonnelli italiani, tutti i cavalleggeri, compresi gli stradiotti, non so quanti archibusieri, da tre mila e più fanti tra Tedeschi e Spagnoli; — arrogete il campo essere scemo delle bande del Maramaldo e del Vitelli; — ancora, devonsi aggiungere gli Spagnuoli ribellati che sotto la condotta di Cuviero stanziano ad Altopascio; — noi dunque superiamo adesso di gran lunga il nemico».

«Odilo!» proruppe Malatesta, «non par ch'ei dica la verità? Come avete saputo tutte queste cose, messere?»

«Queste sappiamo ed altre più assai, Baglione. — Noi sappiamo ancora che ieri a tre ore di notte...»

«Che ardireste?...»

«A tre ore di notte due uomini fuori di porta Romana si restrinsero a segreto parlamento; — uno di loro adesso arriva a Prato; — voi comprendete che possiamo dunque sapere dove in questo punto si trovi l'altro, — Malatesta...»

«Ah! voi mentite...»

«Soldato! Se tu sei barbaro, come Brenno, sappi che io sarei romano, come Papirio; ma rammenta che le armi di che hai cinto la persona e l'apparecchio dei cinquecento soldati coi quali tu minacci non potrebbero forse salvarti.» — E tra mezzo a un tumulto sempre crescente, allo schiamazzo universale, con maggior voce il Carduccio continua:

«Non anche noi siamo ridotti ad avere scettri di avorio e canizie per difesa; qui sotto le vesti abbiamo i nostri pugnali, — nei nostri petti un cuore che freme alla vista dei traditori...»

Si prolunga il trambusto; i capitani perugini si stringono attorno al Malatesta silenziosi e minaccevoli; — i padri si agitano sui seggi, — parlano o piuttosto gridano tutti. Veementi erano i gesti, veementi le parole; — i capi ondeggianti davano sembianza di mare commosso o di campo di spighe quando il vento soffia. Pure, adoperandovisi i migliori cittadini, lo stesso Malatesta accennando che volea parlare, si placò a mano a mano lo schiamazzo; in mezzo al digradante conturbamento fu udita la voce del Malatesta:

«Che libertà è questa vostra? Volete libero reggimento, ma soltanto per voi; — amate il favellare sciolto finchè vi giova; — quando vi nuoce, condannate il malcauto ad avere mozza la testa. Io ho aperto francamente il parere mio, perchè amo questa città davvero e perchè non vorrei vedere voi altri trucidati sotto i miei occhi.

Michelangelo Buonarroti, levandosi in piedi ed ambe le braccia stendendo verso il Baglione, profferì queste solenni parole:

«I codardi non lasciano eredità di odio o di amore. Noi vinceremo; e quando pure rimanessimo morti, sappiate che co' vermi nati dai cadaveri dei martiri della libertà le furie compongono il flagello di rimorso e di terrore col quale percuotono eternamente i tiranni.»

«Posciachè fato comune è morire», aggiunse Dante, «una palla, una piccata nelle viscere sono bene spesso infermità meno dolenti delle altre, — sempre più gloriose.»