CAPITOLO VENTESIMONONO LA BATTAGLIA DELLA GAVINANA

Or chi ti può guardare,

Infelice castello, che non pianga?

Pietro Ricciardi, Sonetto
sopra Gavinana.

Fra le alpi medie che Toscana partiscono dal Modanese, superati alquanti meno ardui gioghi, ti occorre il colle di Prunetta. Quasi penisola, questo monte s'inoltra da mezzogiorno a tramontana e nasconde la valle ov'ebbe sepoltura la Repubblica Fiorentina. Il tuo petto affannato, pervenuto una volta alla sua radice, non domanda riposo; se i tuoi occhi si volgono a misurarne l'altezza, al tuo spirito non ne deriva sconforto, bensì desiderio irresistibile di pareggiare col rimanente del corpo la velocità dello sguardo per attingerne la cima.

E quando, palpitante, il volto bagnato di sudore, tu giungi a toccarne la sommità, che chiamano le Lari, tu lanci giù nella convalle quanto hai di virtù visiva nella testa, di anelito nel cuore, e la verità non impallidisce davanti l'aspettativa; imperciocchè le magnificenze della natura sieno le sole che la umana immaginazione non possa superare giammai.

Se rialzando lo sguardo dalla valle ti venga fatto girarlo attorno, ti si presentano monti sopra monti, e parte di questi ti ricordano memorie che il tempo non ha per anche corroso dalle tavole della storia, o ti accennano col nome sventure e fatti che hanno stancata la tradizione. Da una banda sorge il colle di Mal Consiglio, dove è voce Catilina statuisse scendere a tentare la fortuna delle armi contro Quinto Metello, — e poco sotto il piano di Mal Arme, ove fu combattuto l'aspro conflitto. Vi perdeva Catilina la fama e la vita; — guai ai vinti! Se egli sforzava il destino, forse Sallustio lo avrebbe celebrato vendicatore del popolo contro la tirannide dei patrizi. — Quinci ti accennano la Selva Litana, di cui la terra nascose le ossa di una legione romana uccisa dai Galli Boi. Il giogo del Mal Passo va nomato per più recente dolore; — egli ha fatto piangere per tutta la durata della vita una madre, chè tra le balze di lui rimase miseramente infranto il figliuolo della sua tenerezza. Il Libro Aperto, i Sassi Scritti, la Croce Arcana, la Tana dei Termini, le Torri di Pompilio, sono i nomi dei monti che circondano la valle e dei quali invano tu cerchi la origine remota.

Per poco che Dio abbia benedetto la tua anima di poesia, l'aria che spira vivida su questi monti ti suscita alle visioni dei tempi trascorsi e dei futuri. Il passato è coperto di velo nero, l'avvenire di velo colore di rosa, perchè il primo lo ha tessuto l'esperienza, il secondo la speranza; ma all'occhio del poeta, come a quello di Dio, la eternità si offre intera, quasi circolo luminoso di cui i secoli compongono i punti. Al cospetto di Dio e del poeta ogni cosa sta presente. Però i grandi poeti sopra la terra si annoverano più rari dei giorni della creazione; — parte maggiore di Dio conteneva il cranio di Dante che non il giro dell'emisfero celeste.

Dall'aria che spira su i colli emanano effluvii vitali, chè di lei si nudriva la libertà infante, e di lei si compiace allorquando, cacciata meno dall'odio dei tiranni che sbigottita dalle turpi frivolezze di coloro che si dicono suoi amici, abbandona i piani per approssimarsi alla sua patria, ch'è il paradiso.

La luna sorta dall'opposto monte del Crocicchio balza impetuosa di nuvola in nuvola; e ricorda la credenza indiana che immaginò la fuga dell'astro della notte traverso i cieli per sottrarsi alle persecuzioni del serpente che la insegue per divorarla.

Da cotesto alternare di tenebre e di luce sorgevano spaventosi fantasmi.

In verità nella magnifica valle io vedeva una tomba scoperchiata dove giacesse l'immane scheletro della Repubblica; posava il suo teschio sopra di un colle, e l'altro ossame si perdeva protendendosi lontano lontano lungo la forra tenebrosa che si sprolunga dalla parte di mezzogiorno.

E nelle nere masse dei castagni secolari immaginava contemplare gli spettri degl'illustri defunti i quali traessero a lamentarsi sopra la fossa della Repubblica defunta.

Il vento cacciava zufolando giù pei declivi le foglie di castagno cadute, e gli echi dei monti ripetevano un suono somiglievole al canto dei trapassati.

Allora spontanea mi si affacciò alla mente la visione del profeta Ezechiel, — la visione delle ossa inarridite[319].

E gridai con gran voce: «Potrebbero queste ossa rivivere?»

Te avventuroso, o profeta, a cui promise il Signore di ricoprire coteste ossa di nervi di carne e di pelle, e mandare lo spirito dai quattro venti che soffiasse sopra gli uccisi, e rivivessero!

I morti dicevano: «Le nostre ossa sono secche, — la nostra speranza è perita, — e in quanto a noi siamo sterminati.»

Ma il Signore rispose: «Ecco, io apro, o popolo mio, i tuoi sepolcri, io ti traggo fuori delle tue sepolture, e ne compongo una sola nazione sopra la terra. — Io prendo la verga dove sta scritto Josef, che è in mano di Efraim, e quella della tribù d'Israel sue congiunte, e le metterò sopra la verga di Giuda e ne farò un medesimo fascio, e saranno una stessa cosa nella mia mano.»

Alla voce di Dio le ossa si accostarono ciascuno al suo osso, lo spirito entrò in loro, ritornarono in vita, si rizzarono in piedi e furono un grandissimo esercito.

Oh! perchè mi manca la fede del profeta! Qui si vuole la mano di Dio, ed io non ardisco sperare nel miracolo.

Se io esclamassi sopra i vostri sepolcri: «Sorgete!» la mia voce spirerebbe prima di giungere alle soglie della morte.

E l'eco me la rimanderebbe come uno scherno.

Almeno, poichè io vi evocava dal vostro riposo, potessi, o sacri spettri, diffondere sopra di voi la luce del canto, rivendicare il vostro nome all'oblio dei secoli ed alla ingratitudine degli uomini!

Ma di ciò degno nè altri mi crede nè io stesso; — porto le pene della mia audacia, perchè i rimorsi mi travagliano e la paura.

E sì che io visitai i luoghi dove combatteste, o miei padri, con religione pari a quella del pellegrino che muove al sepolcro di Cristo, — toccai le armi che stringeste nel conflitto[320], — bagnai la bocca alla medesima fontana dove dissetaste le labbra riarse dall'ardore della battaglia, — tolsi un pugno della terra delle vostre sepolture e me lo accostai al cuore perchè mi s'infiammasse e sapesse dire.

I raggi del sole possono trarre un suono dal granito[321]; — il cuore esulcerato dallo infortunio diventerebbe per avventura più duro della pietra!

Ma ormai quello che è scritto è scritto; giunge troppo tardi il pentimento. Se adesso io mi abbandonassi spossato, sarei meno degno di compassione che di vituperio. Dio mi sovverrà nella estrema fatica. I fatti con tanto amore raccolti non devono rimanere occultati; io gli narrerò con fedeltà di storico, invocando che nasca il poeta il quale gli sublimi del canto.

Due cose nocquero principalmente al disegno del commessario Ferruccio di liberare la patria: la prima fu, che alle ferite non bene sanicate si aggiunse la febbre venutagli addosso un po' per la troppa fatica, un po' a cagione dello ammuttinamento dei Côrsi, i quali levarono tumulto per difetto di paga; di che il Ferruccio sentendo inestimabile ira e dolore, proruppe fuori della chiesa di Santa Caterina, dove alloggiava con la testa scoperta, in giubbone da niente altro riparato eccetto le lunette di maglia, ed avventatosi in mezzo ai sediziosi, con lo stocco alla mano tre uno dopo l'altro ne uccise, restando attonito tutto il resto[322]. La seconda, che sopramodo lo travagliò, fu non avere pecunia nè trovare via per farne; imperciocchè coi danari alla mano intendeva raccogliere gente che bastasse non solo per combattere meno disperata battaglia con gl'imperiali, ma lasciare Pisa e Livorno presidiati in guisa si potessero tenere anco quando Firenze, per diffalta di vettovaglia avesse dovuto capitolare, ed i suoi sforzi per soccorrerla fossero riusciti invano. Consiglio così magnanimo come arguto; avvegnadio finchè ci è fiato ci è speranza, e per esperienza lo provammo anche ai dì nostri; invero era a sperarsi allora su gli umori di Francia, voltabili sempre, sopra la morte del papa, che ormai non poteva troppo tardare, su le molestie del Turco nella Ungheria non meno che sul mareggiare delle coscienze alemanne divise dalla Riforma[323].

Fra queste angustie il nostro eroe tanto si tribolava che i commissari di Pisa scrivevano ai Dieci in data del 25 luglio esserglisi aggravato il male in modo che i medici concludevano per qualche dì non poterlo guarire... «e per essere la presenzia sua utilissima, e quanto sia necessario il farlo presto; dall'altro canto non potere esercitare la persona per qualche giorno; ci è parso spacciare di nuovo a Vostre Signorie; avvisando tutto, acciò quelle commettino quanto doviamo eseguire[324]

I Dieci, pressurati dal popolo, il quale, non trovando più sozzure e schifezze da cibare, urlava con l'urlo della fame, scrissero al Ferruccio che per amore di Dio si avacciasse; che se non poteva andare egli, spedisse ad ogni modo tutta quella gente preponendole Giovanbatista Corsini detto lo Sporcaccino, o quale altro gli paresse più idoneo; nel qual caso davano a colui che mandasse la medesima autorità. — Presentata questa lettera al Ferruccio, dopo averla letta e poi ripiegata, tenendola in mano, la prese da un lato co' denti dicendo:

«Andiamo a morire[325]

E siccome il signore Giampagolo gli veniva raccomandando di mettersi in lettiga e così farsi trasportare con manco suo travaglio[326], egli rispose mestamente:

«No, figliuolo mio, no, pel cammino che mi avanza a fare le mie gambe basteranno.»

E senz'altro indugio il Ferruccio si pose in via, lasciata Pisa il 1 agosto 1530 e movendo per la Valdinievole: chiesta e non ottenuta dai Pesciatini la vettovaglia, fatto mostra di prendere la via maestra e piana, prevalendosi dell'oscurità della notte, tralascia l'agevole sentiero e si getta tra i monti che gli sorgono a mano dritta nelle vicinanze di Collodi. Diventando la notte più nera, ed essendo ormai pervenuto a Medicina, castello del contado lucchese, gli parve di qui rimanersi, tanto più che in questo luogo aveva dato ritrovo a certi capi di parte cancelliera, per propria prestanza e più per le molte parentele ed amicizie a sostenere le cose della Repubblica pericolante adattissimi.

Disposti gli alloggiamenti, invigilato a che ognuno fosse provveduto del bisognevole, non potendo ormai più vincere la impazienza dello attendere, si cacciò fuori solo dal castello speculando se gli aspettati giungessero.

Nè stette guari che, udendo rumore, mosse il grido consueto del conoscimento; a cui venendo data la convenuta risposta, ravvisò gli amici e con gran cuore li condusse nella sua stanza.

Ridotti così a segreto colloquio, il Ferruccio mostrava loro la commissione dei Dieci, i quali gli ordinavano valersi dell'opera e del consiglio di Baldassare Melocchi detto il Bravotto, del capitano Guidotto Pazzaglia e del capitano Domenico Belli, chè tale era il nome dei chiamati: diceva intendimento della Repubblica essere ch'egli prendesse la strada per Calamecca, Monte Berzano e Prunetta e quinci gittarsi nella valle di ponente, tra la Panche e Pontepetri, donde risalendo i Lagoni, indirizzarsi alla Badia Toana e scendere poi, come meglio gliene venisse il taglio, per Montale o per la contea del Vernio: ma la seconda, potendo, alla prima strada anteponesse, imperciocchè i conti Bardi di Vernio si erano profferti in simil caso di fare quanto spettava a cittadini amorevoli della Repubblica; finalmente a loro con tutte le viscere si raccomandava, nelle braccia loro si riponeva, dipendere da essi la salute di Firenze o la sua distruzione, e con l'abbattimento di Firenze la morte vera di qualsivoglia libertà in Italia.

Il Bravotto e il Pazzaglia con dimostrazioni infinite di benevolenza risposero — non dubitasse, avrebber eglino medesimi condotto l'esercito così sicuro come se avessero dovuto menarlo traverso i poderi; penetrato più addentro nella montagna pistoiese, non gli sarebbe venuta meno le vittovaglia, povera, ma sana e copiosa; e poi tutta la parte cancelliera, in numero da uguagliare se non da vincere, l'esercito fiorentino, si sarebbe levata in arme e lo avrebbe seguito finchè non lo avesse riposto trionfante in Firenze. — E qui non rifinivano dagli abbracciari, dalle iattanze, dalle manifestazioni di smodata allegrezza.

Intanto il Ferruccio notava che il capitano Domenico Belli, dopo le prime accoglienze, si era imbrunito del volto e, le braccia piegate sul petto, non aveva più aperto bocca. Andatogli dappresso e postegli domesticamente le mani sopra le spalle, quasi motteggiando gli diceva:

«Ora perchè tacete, capitano Domenico? Voi ci diventereste per avventura nemico?»

«Nemico no, — ma amico non posso.»

«E come non potete voi?»

«Ho dubitato della mia parte, disperai della Repubblica fiorentina e della fazione cancelliera, lo scoperto ed impunito tradimento di Malatesta mi spaventava, la discordia dei cittadini mi tolse l'animo, la imbecillità dei capi mi abbatteva del tutto; — allora pensai provvedere a me stesso. I Panciatici, mi offersero comporre le antiche inimicizie, facemmo pace obbligandoci con sagramento di non apportarci più oltre molestia...»

«Ed è ciò che vi trattiene?» lo interruppe il Bravotto.

«Null'altro...»

«E credete voi da senno che, quando saranno diventati superiori, i Panciatici vi manterranno i patti?»

«Non so di loro; io so soltanto che debbo mantenere i miei.»

«Dunque voi», riprese il Ferruccio, «mancate alla patria nel suo maggior bisogno?»

«O alla patria, o alla coscienza, — e la mia prima patria mi sta qui dentro», risponde il Belli percotendosi il seno; — «messere commessario, sull'anima di vostra padre, che fareste voi?»

«Io! — ma parmi che l'uomo debba distinguere su le cagioni per le quali è condotto a rompere la fede.... Forse talvolta dimostra maggiore magnanimità colui che la rompe che quegli che la mantiene.»

«Voi non dite la verità. Lasciate l'uomo arbitro di giudicare i casi secondo i quali deve o no mantenere la fede, ed egli vi proverà ch'ebbe sempre ragione. — Rispondete, vi prego, messere commessario, alla mia domanda; che fareste voi?»

«Io! — manterrei la fede data e mi romperei il cuore.»

«Ed io serberò la fede, e, senza pure rivedere la faccia de' miei in questa stessa notte, con le armi ed il danaro che mi trovo addosso, me ne vado in Ungheria per combattere contro il Turco e spendere la vita in favore della cristianità[327]


Il due di agosto riprese l'esercito fiorentino il sentiero per le aspre giogaie di quei monti, ed affrettando, quanto meglio poteva, il passo, arrivò a notte fitta in Calamecca, castello della montagna pistoiese, di fazione cancelliera. Ferruccio considerata la stanchezza de' suoi e il bisogno di averli ben validi nello scontro, che aspettava imminente, dell'esercito nemico, ordinò nuova posa.

Percorsa l'alba del giorno tre di agosto, che fu festa di santo Stefano, l'esercito della Repubblica continua la via. L'aria uliginosa, sollevandosi dalle valli, ingombra il cielo d'intorno, sicchè poco vi si addentra lo sguardo. Il sole quando si levò, pallido e privo di raggi, parve un occhio senza palpebra. Nessuno avrebbe ardito innoltrarsi senza la fidanza che avevano nelle pratiche guide.

In silenzio procedendo e ordinato il esercito condotto dal Bravotto e dal Pazzaglia, giunge a quella parte del colle di Prunetta che ha nome la Croce delle Lari. Qui sotto giace la terra di San Marcello, principalissima della montagna pistoiese e, come panciatica, parteggiante dei Medici. — Ella se ne sta improvvida, chè la nebbia fitta le cela qual turbine di guerra si addensi sopra di lei, quasi colomba che intenta ai dolci nati non vede il falco il quale chiuse le ali si lascia piombare sopra il suo nido. Ora tra il Melocchi e il Pazzaglia comincia il seguente colloquio.

«Bravotto», dice il Pazzaglia, «quinci poc'oltre giace il castello che alberga i nostri nemici...»

«Che così spesso ci hanno arse le case...»

«Rubato i campi...»

«E noi tante volte offeso nella persona...»

«Fatto scempio de' nostri più cari...»

«Ci verrebbe pur bene il destro di distruggere quel nido di vipere...»

«E perchè nol facciamo?»

«Ma... il commessario lo vieta; c'indicava la strada da tenersi.., e tu ricordi con quante maniere di scongiuri ne supplicava a non deviarne pure di un passo.»

«In meno di un'ora noi riduciamo San Marcello a tale che il viandante non ne ravvisi più traccia, — distruggiamo una gente che lasciata dietro di noi potrebbe molto agevolmente riuscirci molesta, diamo spirito agli amici di mostrarsi per noi, — ingrossiamo l'esercito, — spaventiamo il nemico, — e noi ci laviamo le mani nel sangue degli odiati avversari.»

E così favellando erano già scesi verso la valle di San Marcello, — l'opposta a quella che avrebbero dovuto percorrere.

Se nella rimanente Italia, con vergogna dei padri e danno diuturno di noi, la vendetta si manifestò come passione, in Pistoia fu rabbia. L'animo contristato rifugge dall'udire i fatti trucissimi che desolarono la infelice contrada, nè fu certo carità patria rendere con moderna edizione comuni le Storie pistolesi[328], che per lo innanzi occorrevano di rado. Era vanto tra i Pistoiesi offendere non il colpevole, sibbene il più reputato personaggio della famiglia di lui, il quale spesse volte mansueto in mezzo alla ferocia de' suoi deplorava l'iniquo talento. Non impietosirono i duri petti le preghiere dell'età vetusta, non i gridi delle madri, non i vagiti degl'infanti; invano i sacerdoti dai pergami esclamavano: Pace, — pace! — Segno della bestiale ira erano perfino le cose inanimate; sovente gentildonne d'inclito lignaggio congiunte agli offensori, a piedi nudi, coperte della sola camicia, col pargolo al collo, dovettero fuggire dalla casa in fiamme; e dall'alto delle torri il nipote, anzichè arrendersi nelle mani dello zio, lasciò cadersi capovolto a infrangersi l'ossa sopra la selci; ogni vincolo rotto, ogni senso di carità e di amore affatto spento; il petto più duro del ferro che fasciava i corpi loro. Quando una parte cacciava l'altra, ecco la fazione vincente scindersi anch'essa per la preda sanguinosa, e sorgerne una rete interminabile di omicidii e di rapine. Così prima i Cancellieri si divisero in Bianchi e in Neri; quindi i Bianchi in Vergiolesi e gli altri della sua parte; poi i Neri in Traviani, Ricciardi, Lazzari, Tedici, Rossi e Sinibaldi; nè qui si stette la infame rete di uccisioni, di scisme e di rapine, ma anzi si moltiplicò per modo che come mi strinse il dolore a pensarvi, così mi assale vergogna a raccontarle. E l'antico cronista fiorentino[329], il quale percosso da tanta immanità, si avvisò specularne le cause, non seppe trovare argomento altro migliore se non questo uno, che i superstiti della strage catilinaria fermandosi in cotesta contrada vi togliessero donna e di generazione in generazione il truce sangue e le furie loro senza tralignamento ai più tardi nepoti tramandassero. La quale opinione non solo deve rigettarsi come falsa, ma ed anche biasimarsi come trovata ad arte per adombrare la vera. Gran parte di colpa vuolsi attribuire ai Fiorentini, i quali, mirando al dominio della Toscana e forse della universa Italia, ebbero per accorgimento di stato tenere Pistoia con le parti, Arezzo con le armi[330]; onde, non che si dessero pensiero a sopire le antiche discordie ne suscitavano sempre delle nuove. Ma il mal seme partorì pur troppo la mala pianta; chè quinci mosse la favilla che accese sì gran fiamma in Firenze ai tempi di Corso Donati, e adesso vedremo che fu causa della rovina della repubblica. Onde quanto meglio considero la ragione delle umane vicende, tanto più mi confermo della sentenza di Focione, che la politica degli stati non deve andare disgiunta da buona morale. Un popolo nella lunga giornata dei secoli non è crudele e perfido impunemente a danno di un altro popolo.

L'avantiguardia fiorentina, scesa in fondo della valle, piegò alla volta di San Marcello, là dove anche ai giorni nostri occorre una cappella di pietra grigia dedicata alla Vergine, posta lungo la strada che da Pistoia conduce a Modena. I terrazzani non conobbero il pericolo prima che sel vedessero irreparabilmente caduto addosso; la nebbia fitta impedì loro pensassero ai ripari. Irruppe pertanto nel castello la piena dei nemici: ben s'ingegnarono chiudere le porte della Fornace e del Poggiuolo, ma non poterono; — chiusero quella del Borgo, e a nulla valse, imperciocchè gli assalitori accatastandovi davanti copia di legna suscitassero tale un incendio di cui anche ai tempi presenti occorrono vestigi. Dopo quel caso mutarono nome alla porta, e di porta del Borgo lo chiamarono porta Arsa, che tuttavia le dura. Le stragi, le rapine, i turpi fatti che così spesso e con tanto fastidio tocca riferire allo espositore delle storie umane qui si rinnovarono e più crudelmente che altrove; uccisero i vecchi, perchè avevano offeso; le donne, perchè i figli avevano nudrito alla offesa; i fanciulli, perchè crescevano a offendere; le masserizie distrussero, le case rovinarono, i ricolti serbati a mantenere la vita dispersero, pochi fuggirono, e recatisi in collo i cari figlioletti, si dettero a cercare riparo arrampicandosi su per l'ardua montagna detta la Serra o il Partitoio; alcuni si chiusero nel campanile, dove disperati di scampo attendevano, come meglio potevano, a difendersi. Poco però avrebbero potuto sostenersi, che il Bravotto co' suoi compagni sfidando la pioggia delle pietre erasi spinto a piè della torre e quivi con suoi arnesi s'ingegnava tagliarla, se non sopraggiungeva il Ferruccio. Nel contemplare la strage e l'incendio arse di sdegno, e per poco stette che, pretermessa ogni ragione di stato, non facesse lì per lì appiccare il Pazzaglia, il Bravotto e quanti si trovavano seco partigiani Cancellieri; pure compresse l'acerbità del dolore ed ordinò, pena la vita, cessasse l'infame uccisione, si spegnesse la fiamma; il vigore de' suoi si logorava non mica trucidando i nemici, bensì spargendo sangue italiano. Chiamati sotto le insegne i soldati, li trasse fuori della terra e gli stanziò sopra certa eminenza la quale e per la sua situazione e per avere prossime le mura gli parve opportuna a respingere qualunque assalto improvviso. Al tratto di terreno occupato dall'esercito del Ferruccio rimase il nome di Campo di ferro, come ne fa fede il seguente distico riportato nel manoscritto del capitano Domenico Cini:

Ferreus hic ager est, ex quo Ferrucius olim

Sive hostem statuit vincere, sive mori.

Al punto in cui il pendio cessa e la pianura incomincia, il viandante che si avvisasse entrare in San Marcello per la porta del Borgo, oggi porta Arsa, incontrava e tuttavia incontra una casa sopra le altre notabile. Vi abitava in quel tempo Antonio Albumenti Mezzalancia di Pippo Calestrini, capitano di parte Panciatica, sopra ogni altro della sua fazione temuto ed odiato; — ma egli, come colui che ardimento aveva troppo e senno poco, toglieva ad abitare quella casa fuori della mura del castello, volendo mostrare che non aveva bisogno di ripari e sapersi molto bene difendere da sè stesso.

Quando la gente del Bravotto e del Pazzaglia investirono la sua casa, ed egli, tratto dal rumore, fattosi al balcone conobbe questi suoi feroci nemici, si tenne spacciato; ma accennando nel volto quella speranza che non aveva nel cuore, vedendo ormai ingombro il terreno della casa, ordinò che la moglie, i figli, insomma tutta la famiglia si ragunasse dentro una stanza, ed egli afferrata una spada a due mani si piantò sul limitare minacciando sicurissima morte a chiunque attentasse inoltrarsi: poco gli valse cotesto disegno, chè il Bravotto, impaziente del fine, scese nella strada e, appoggiata una scala alla finestra, gli riuscì, quando meno sel pensava, alle spalle. Mentre quella stanza si empiva di urla e di strage, il prete Nanni di Pippo, fratello del misero Mezzalancia, si precipita dalla finestra opposta a quella per la quale era entrato il Bravotto e, lo secondando la fortuna, casca senza offendersi in terra: si rileva trepidante e prorompe in fuga precipitosa. Ben se ne accorsero i suoi nemici e gli spararono dietro moltissime archibugiate; non lo coglievano: alcuni cavalli lo inseguirono, e il caso (poichè la paura gli aveva rapito il lume dell'intelletto) così bene lo diresse nella fuga che i cavalieri, impediti dal cammino sdrucciolevole, trattenuti dalle molte asperità del terreno, dopo una lunga caccia dovettero rimanersi del seguitarlo. Di questo prete tra poco. — Il Ferruccio, ignaro che sopra il suo capo si era commessa tanto nefanda tragedia, co' principali dell'esercito si ferma nelle stanze terrene della casa del trucidato Mezzalancia.

Il cielo presago della sventura che stava per avvenire incupì maggiormente la sua faccia, — di grigio diventò nero e parve assumere gramaglie pel prossimo lutto. — La pioggia dirotta allaga d'improvviso la terra.

... presentò all'Orange la carta dei patti firmata dal papa;... Cap. XXVIII, pag. 664.

Per altra parte il principe di Orange, pervenuto il due agosto a Pistoia, vi si fermò tutta la giornata attendendo ad ascoltare gli esploratori e spedire di ora in ora ordini e messi a Fabrizio Maramaldo e ad Alessandro Vitelli, affinchè si stringessero alle spalle del Ferruccio senza lasciargli campo a ritirarsi; la qual cosa gli sembrò avere molto bene conseguita quando gli fu riportato che il capitano Cuviero con gli Spagnuoli ribelli di Altopascio, chiesto ed ottenuto perdono, si era congiunto con lui, e che Nicolò Bracciolino con mille armati di parte panciatica lo sosteneva e guidava. A ora di vespro, il principe, salito in cima del campanile del duomo, domandò ai cittadini pistoiesi che lo circondavano gl'indicassero la strada da tenersi fra i monti; della qual cosa, secondo che i ricordi dei tempi ci fanno fede, fu pienamente istruito da Bastiano Brunozzi[331]. Appressandosi la sera, dietro la scorta di Bastiano Chiti[332], uomo pratico del paese, si pose in via e camminando tutta la notte si condusse la mattina sotto i Lagoni, luogo quasi ugualmente distante da Gavinana e Pistoia, e si accampò in certo piano tutto ingombro di castagni che torna sopra a San Mommè, ricoperto dal poggio che riguarda Pontepetri e le Panche, adattissimo alle insidie e tale da sorprendere senza essere scoperto il Ferruccio, quando si fosse inoltrato, per la strada ch'egli disegnava tenere.

Mentre l'Orange, in questo luogo fermando l'esercito, attendeva a riconfortare gli spiriti, ecco arrivare affannoso da capo alle piante contaminato di fango un sacerdote; dalla paura turbato e dalla agonia della vendetta, trafelato di stanchezza, non trovava parole intiere; — si aiutava col gesto nè giungeva a farsi intendere meglio; — lo consigliarono a riprendere lena, lo ristorarono con vino generoso, sicchè, tornatogli l'animo, cominciò a dire: «Ferruccio, si trova a San Marcello; — la terra ormai è stata ridotta in cenere, i popoli sepolti nelle rovine... io, per la grazia di Dio appena salvo, ho veduto con questi miei occhi trucidata tutta la mia famiglia; — a che tardate? Muovetevi, se volete sorprendere il nemico come dentro una fossa[333].

Di ciò tanto opportunamente avvertito l'Orange dispose muoversi, molto più che conobbe a prova il breve riposo dopo la notte perduta sgagliardire piuttosto che afforzare il corpo; per lo che, recatosi in mezzo all'esercito accompagnato dai principali capitani, salì sopra un monticello e con lieto sembiante rivolto ai soldati disse loro:

«Soldati, si avvicina il termine dei comuni nostri fastidi. Vinta questa battaglia, torneremo a casa onorati ed anche doviziosi. Il papa, come uomo che si fida poco di voi e meno di me, non vuol pagarci, se prima non vinciamo. Vinciamo dunque; se non per volere, mostriamoci eroi per necessità. Della vittoria sarebbe piuttosto follia disperare che sperare baldanza. In ciò mi affida la prodezza vostra in tante venture provata, la dappocaggine dei Fiorentini...»

«E sopra tutto il vostro numero, sette volte maggiore di quello del Ferruccio», interruppe con gran voce il Bandini[334].

Orange abbassò arrossendo la faccia e, subito dopo rialzandola ridente, soggiunse:

«Non saremo poi tanti, Bandino. In ogni caso, anche per questa parte possiamo star certi della vittoria. Non pertanto mal ti avvenga, Bandino; interrompendomi tu hai tolto alla storia la più bella arringa che mai siasi avvisato di fare un capitano di esercito da mille anni a questa parte. Adesso non mi riesce riprendere il filo degli argomenti... Oh Dio! mi stanca tanto pensare. Meglio così, imperciocchè se ci scapita la storia, ci guadagnate un tanto voi altri soldati; — io vengo subito alla conclusione, ed è questa, — beviamo[335]

Non aspettarono i soldati a sentirselo dire due volte. Messa mano ai barili, ne empirono capacissime tazze e le mandarono in volta alternando risi, motteggi ed augurii per la vicina battaglia.

Il principe, bevuta prima una ed un'altra tazza, n'empì la terza, e considerando che il Bandino, assorto nella sua cupezza, non domandava da bere, gli porse la propria tazza dicendo:

«Bevi, Bandino, perchè potrebbe darsi che il fato ci contendesse bagnare un'altra volta le labbra nel divino liquore.»

Il Bandino, accostatasi appena la tazza alla bocca, la consegnava ad un paggio, — il poco vino libato sparse per terra; — gli parve avesse sapore di sangue.

Ora in quel luogo accadde ciò che nel medesimo punto avveniva a San Marcello. Il cielo si annuvolò ad un tratto e rovesciò sopra la terra grossissima pioggia. Orange e l'esercito stando fuori allo scoperto, ne rimasero bagnati fino alle più riparate parti del corpo; nè di questa avventura rimase per nulla sbigottito il capitano cesareo, ma anzi traendone favorevole auspicio, non senza molto riso così favello:

«Soldati! Noi non anderemo punto imbriachi alla guerra contro i nemici, poichè con tanto favore Iddio ci adacqua con le sue sante mani il vino[336]

Ciò detto, con prontezza non meno che con savio intendimento dispose l'ordine della battaglia, il quale fu questo. Mandò innanzi Teodoro Becherini, Zucchero Albanese, Rossale, Francesco da Prato e Antonio da Herrera con i cavalleggeri, e per difesa maggiore diede loro in compagnia trecento veloci archibugieri, imperando che dovunque incontrassero per la via luoghi angusti pei quali con difficoltà passasse la cavalleria, quivi ponessero certe squadre di archibugieri; onde se a caso, abbattendosi nei nemici grossi, avessero dovuto retrocedere da queste squadre appostate su i poggi, ciò potessero fare a poco a poco senza sbandarsi; e se invece il nemico fosse venuto loro sopra in luoghi piani dove scorgessero la cavalleria agevolmente adoperarsi, allora si spingessero innanzi e facessero ogni sforzo di entrare in Gavinana prima del Ferruccio, avendo avuto dagli esploratori ragguaglio il capitano fiorentino intendere ad occupare Gavinana e quivi afforzarsi contro di loro, unendosi a quanti per quella montagna parteggiavano per la fazione guelfa o cancelliera, ed erano amici alla Repubblica Fiorentina. Avrebbe seguitato l'Orange con gli uomini d'arme, i corazzieri e le fanterie.

Affrettando il passo, i cavalleggeri imperiali si accostano a Gavinana e ricercano i terrazzani aprissero le porte a nome dell'imperatore e del papa.

I principali del castello, recatisi sul ballatojo di porta Piovana, rispondono alla intimazione: aprirebbero volentieri, purchè avessero fede che sarebbero lor salve le sostanze e le vite.

I capitani dei cavalleggeri soggiungono; «Aprite tosto; di ciò vi malleviamo sotto parola del principe Filiberto di Orange capitano cesareo, che di poco tratto ci seguita.»

E i terrazzani da capo: «Di voi punto non ci fidiamo; aspettate che venga il principe, e quando egli proprio ci assicuri, vi apriremo le porte; nè l'esitanza nostra deve adontarvi, imperciocchè essendo Gavinana ab antiquo di parte cancelliera, e occorrendoci tra voi non pochi panciatici, crudelissimi nemici nostri, meno di voi sospettiamo che di loro.»

Tutte queste parole mettevano innanzi i Gavinanesi non per voglia che avessero di arrendersi, ma per dar tempo di arrivare al Ferruccio, a cui avevano mandato celerissimi messi, ed ora, per sempre più affrettarlo, si posero a suonare furiosamente le campane a martello.

I messi di Gavinana incontrano il Ferruccio nella casa del Mezzalancia.

«Affrettate i passi, per Dio! messere lo commessario; Gavinana appena si tiene, tanto l'assalgono grossi i nemici d'intorno; ma per poco che tardiate, voi troverete un mucchio di rovine. Il principe d'Orange in persona comanda all'esercito.»

«Maledetta sia la paura che vi fa vedere da per tutto il principe di Orange come se fosse il trentadiavoli e la versiera! Vi pare egli che esso avrebbe voluto o potuto abbandonare il campo sotto Fiorenza?»

«Io vi giuro pel corpo di Cristo, messere Ferruccio, che Orange vi sta incontro; molti dei nostri lo hanno veduto.»

Allora il Ferruccio trasse un sospiro e tra i denti mormorò: «Ahi! traditore Malatesta

Subito dopo il Ferruccio, raccolti i capitani, esponeva: stargli di fronte il nemico, il quale bene si avvisava incontrare, ma non già in sì gran numero, nè il principe stesso, nè così subito alle spalle; argomentare dallo stormo, essere inseguito; dicessero essi quello che in tanto estremo intendevano imprendere. — Risposero tutti: quanto a lui piacesse a loro piaceva, essere parati a mettere la vita nella imminente battaglia. — In mezzo a tanto consenso per combattere, Giampagolo Orsino, comecchè sentisse sarebbero tornate malgradite le sue parole, pure non volle mancare al debito di leale soldato, aprendo francamente il parer suo. Egli fece notare il fine di ogni loro sforzo essere la liberazione di Firenze e la salute della Repubblica; quindi ogni ingegno doversi porre a entrare sani e salvi in patria; potere questo di leggeri venir fatto seguitando su pei monti la strada tenuta dalle femmine fuggenti da San Marcello, e procedendo per gli Appennini riuscire in Mugello, donde calati a Scarperia, sarebbero venuti quasi su le porte di Firenze. — Ai quali consigli il Ferruccio oppose: che per fuggire bisognava lasciarsi dietro carriaggi e vettovaglie, sicchè non sapea di che avrebbe nudrito i soldati per quelle aspre giogaie; ancora, i nemici avere gambe pronte quanto le loro, per lo che gli avrebbe incontrati in ogni luogo forti come ora, più baldanzosi di ora, entrando in concetto di seguitare gente schiva di venire alle mani: e messo da banda il sospetto di essere perseguitato, quello che punto maggiormente aveva a temere era, che, precorrendolo nel piano di Mugello, quivi i nemici lo aspettassero e, come quelli che troppo, in ispecie cavalli, lo superavano, a mano salva l'opprimessero[337]; finalmente conchiudeva con la proposta altre volte avanzata da lui, cioè che se il nemico cui andava incontro fosse di poco od anche una metà superiore al suo esercito, egli lo avrebbe vinto di certo; oppure lo superava di sette od otto volte, ed allora i cittadini di Firenze avrebbero assalito il campo vuoto di soldati e così liberato in altro modo la patria. In ogni caso avere veduto sempre nascere pessimi effetti dalla fuga; ma la morte stessa, quando generosa, essere stata feconda. Gli audaci sforzano la fortuna. L'Orsino, persuaso dalle ragioni del Ferruccio, lo supplicava preporlo al posto più pericoloso della battaglia[338].

Il Ferruccio, uscito all'aperto, di slancio saltò in sella al suo buon cavallo e, levatosi l'elmo di testa, all'esercito, che gli stava schierato davanti come in anfiteatro, rivolse queste nobilissime parole, conservateci da Bernardo Segni al quarto libro delle sue Storie:

«So per esperienza, soldati fortissimi, che le parole non aggiungono gagliardia nei cuori generosi, ma sì bene che quella virtù che vi è dentro rinchiusa, allora si mostra più viva che l'occasione o la necessità la costringe a far prova di sè. Siamo in termine dove l'una e l'altra cosa ci si apparecchia per fare al mondo più chiara e più bella la costanza e la fortezza degli animi nostri; l'occasione vedete bellissima e sopra ogni altra onoratissima che ci si mostra difendendo con giusto petto l'onore delle armi italiane e la libertà della nobilissima patria nostra, per farvi risplendere per tutti i secoli di chiara luce; la necessità ci è presente e davanti agli occhi, che ci fa certi che ritirandoci saremmo raggiunti dalla cavalleria nemica, e che stando fermi non avremmo luogo forte da poter difenderci nè vettovaglia da poter vivere, quando bene prima entrassimo in quelle mura. Restaci adunque solo una speranza, e questa è la disperazione di ogni altro soccorso infuorchè di quello che dalla virtù delle vostre destre infino a questo giorno state invittissime e dal vostro animoso spirito procede. Questo ci farà in ogni modo vincere; nè, benchè siamo meno per numero, ci dobbiamo diffidare, per la speranza, oltre a quella della virtù vostra, maggiormente in Dio ottimo massimo; che, giustissimo e conoscitore del nostro buon fine, supplirà con la sua potenza dove mancasse la forza nostra.»

E ricopertosi il capo, con feroce sembianza brandita la spada, riprese:

«Soldati, non mi vogliate abbandonare in questo giorno.»

Carlo conte di Civitella e Amico Arsoli condottieri dei cavalleggeri spedisce innanzi, affinchè trascorrendo velocemente occupino Gavinana; seguita egli con la battaglia composta di quattordici bandiere; pone quindi le bagaglie, e la dietroguardia, ch'erano quindici insegne, commette alla fede di Giampagolo Orsino.

I cavalieri imperiali, sospettando ormai la malizia dei Gavinanesi e già vedendo apparire le insegne fiorentine, non si tennero più in freno, ma, trascorrendo a mano diritta lungo le mura di Gavinana, si fecero animosamente ad incontrare il nemico.

Il primo colpo è percosso, — ne succedono mille; uomini, cielo e campo di battaglia, tutto si presenta terribile. La strada sopra la quale combattono serpeggia a mezza costa del monte. — Da un lato il dirupo, — dall'altro l'erta scoscesa. In quelle angustie pochi prendevano parte alla battaglia, ma, sospinti dai sorvegnenti, quei pochi così si stringevano che, diventata inutile la spada e la lancia, si finivano a pugnalate, e i cavalli medesimi partecipando il furore dei combattenti si laceravano a morsi. Armi, cavalli e cavalieri precipitavano giù nel burrone, lasciando sulla schiena del monte spaventevole striscia di sangue; ed è fama che in quel giorno, l'umile rio delle Catinelle menasse giù alla valle più sangue che acqua, e la Vergine, che anche ai dì nostri scorgiamo posta a custodia della fontana dei Gorghi, vide in cotesto memorabile caso di sangue umano contaminate le caste sue linfe.

Nessuno vinceva, e si distruggevano tutti. Alcuni cavalieri fiorentini, o trasportati dall'estro della strage, o sia piuttosto, come crediamo, desiderosi col sacrificio delle proprie persone assicurare la salute della patria, scorgendo un calle su per la costa del monte, vi salirono a stento, e quando furono giunti a conveniente altezza, gridarono: «Viva la Repubblica!» — poi spinsero giù alla dirotta i cavalli, cacciando loro nel ventre intieri gli sproni. Quando eglino percossero i fianchi dei nemici, alcuni dei nostri rimbalzati dall'urto oltrepassarono volando sopra di loro e andarono capovolti ad incontrare la morte giù nel dirupo; altri caddero infranti tra le zampe dei cavalli: nondimeno così irresistibile fu l'impeto che la schiera si ruppe, e con eccidio miserabile ben molti tennero dietro nel precipizio ai nostri che tanto nobilmente si erano sagrificati. Allora crebbe il cuore ai Fiorentini: i capitani sopra gli altri volevano essere, siccome maggiori nel comando, così primi nel pericolo; sorse stupenda una gara di affrontare la morte; incalzano i Ferrucciani, piegano gli Orangeschi; indi a poco i cavalli, trovando dietro a sè bastevole spazio, si volgono e si danno alla fuga. Rifecero con veloci passi la via, piegarono di nuovo a destra di Gavinana e s'internarono nel bosco dei castagni, detto Vecchieto, sperando mantenervisi per virtù degli archibusieri appostati dietro i tronchi degli alberi. Ma nè per questo si rimase punto l'ardore dei nostri, che, scesi da cavallo, con in mano la picca conquistarono albero per albero e a palmo a palmo il terreno, sicchè pervennero a ributtarli fuori del bosco, cacciandoli oltre la fonte delle Vergini.

Il Ferruccio, trovata sgombra la via, accorre frettoloso e tra gli applausi dei terrazzani entra in Gavinana per la porta Papinia. Trasportato a festa sopra la piazza, mentre alzata la mano impetra silenzio per manifestare la gratitudine che serberebbe eterna la Fiorentina Repubblica per la divozione del popolo egregio di Gavinana, ecco volge lo sguardo alla contrada che mette capo alla porta Apiciana, e vede maravigliando comparirsi davanti la bandiera imperiale.

Fabrizio Maramaldo, il quale, come avvertimmo, aveva ricevuta commessione dall'Orange di tenere dietro al Ferruccio, giunto anch'egli sopra le Lari di Prunetti e quivi avvisato della scesa dei Fiorentini nella valle di San Marcello, piegò a mano sinistra al ponte di Mammiano, e scortato da buone guide, tenendo il cammino verso i monti che sovrastano a San Marcello, per la via sotto al Piano dei Termini, riuscì presso le mura di Gavinana dalla parte di levante. I terrazzani, accorsi ad incontrare il Ferruccio, nè da questa banda temendo l'offesa, l'avevano lasciata scoperta. Maramaldo, tentata la porta e la trovando salda, si pose a speculare la muraglia; ella era, siccome composta di muro a secco, debolissima; in breve tempo e con molta agevolezza gli riuscì atterrarne tanto spazio quanto bastasse a passarlo due uomini; un soldato, il più animoso, si provò ad entrare; non gli si opponendo nessuno, si assicurarono gli altri del sospetto d'insidia e a calca vi si affollarono. Così Fabrizio Maramaldo entrava in Gavinana da levante nel punto stesso in cui vi penetrava Ferruccio dalla parte di settentrione.

Il Ferruccio non profferì parola, ma a corsa si spinse incontro al nemico sbarrandogli lo sbocco alla piazza; gli tennero dietro Vico Machiavelli, Nicolò Strozzi, Goro da Montebenichi e molti altri dei valenti uomini che rammentammo di sopra, — oppongono una muraglia di ferro; adesso coloro che tra i nemici si mostrano più volonterosi vorrebbero ritirarsi, ma sospinti dalla piena dei sorvegnenti vanno a trafiggersi sopra le picche dei nostri; alcuni, tolto coraggio dalla disperazione, menarono orribili colpi, ma alla fine furono spenti; già d'intorno al Ferruccio si era innalzato un riparo di morti e di moribondi, sicchè gli convenne per mantenere la terribile zuffa calpestare quel baluardo di carne umana. Ad accrescere l'eccidio, uomini e donne lanciavano dalle finestre e dai tetti sassi, tegoli e di ogni maniera masserizie su le teste degl'imperiali, che vedute dall'alto avevano sembianza di palle da artiglieria disposte per entro un quadrato. Durò gran pezza la mischia, e il Ferruccio si sentiva stanco, non sazio di uccidere; l'armatura, già brunita splendidamente, appariva adesso vermiglia dal cimiero agli sproni, qua e là ammaccata, in parte fessa; pensò nuovo modo di strage, si risovvenne delle trombe di fuoco, e mandò Vico a vedere se la pioggia ne avesse lasciata illesa qualcheduna; ne rinvenne tre buone a farne uso, le portò frettoloso, le dispose con diligenza e, avvertiti i compagni affinchè si cansassero, appiccò loro il fuoco: prorompe una tempesta di palle, di scheggie, di vetri e di simili altri proietti di cui solevano i nostri antichi riempire le macchine di guerra; — la strada rimase sgombra; — di tanta gente stipata avanza un mucchio informe di membra lacere, e su le pareti delle case appaiono attaccali frantumi di cervelli umani, o impresse col sangue le forme dei corpi quivi schiacciati; l'impeto della vittoria non concesse ai nostri osservare per quale orribile rivo cacciavano le gambe, si spinsero oltre sguazzando nel sangue allo esterminio nemico[339].

Ecco arriva l'Orange, a vedersi mirabile per l'armatura fregiata di oro e di argento con sottile lavoro, pel cimiero piumato, egregia opera dell'arte, ed anche pel poderoso cavallo pure egli adorno di pennacchi e di ricca gualdrappa; il superbo animale, quasi consapevole di portare così grande barone, scalpita, sopra sè stesso si ripiega, si compiace in somma nei moti smoderati che in un cavallo comune di ordinanza sarebbero stati puniti con acerba ferita degli sproni.

Quale impeto di cieca ira agitasse il capitano imperiale contemplando scomposte le squadre dei cavalleggeri, non è da dirsi; si avvolgeva furente pel campo gridando: «Dove siete, miei cavalleggeri?» E i suoi cavalleggeri erano polvere. Ad un tratto si accorge di un alfiere che malamente ferito se ne stava acquattato dietro un castagno; — gli corre sopra, gli strappa di mano la bandiera e, dandogli dell'asta traverso la faccia, lo manda tutto pesto a rotolarsi nel fango. Sventolando poi la insegna, continua a imperversare pel campo; non mica supplichevole, ma invece garrendo i soldati con parole di contumelia gridava:

«Marrani, cani senza fede, tornate in battaglia! ringraziate Dio essere sortiti all'onore di farvi ammazzare per sua maestà l'imperatore; tornate in battaglia, o, alla croce del vero Cristo, vi faccio sterminare dalla mia gente di arme!»

In questo modo favellando, egli primo precipita giù per la china del campo delle Vergini.

Sorgono due collinette, una di faccia all'altra, fuori della porta Piovana, e con le coste presentano due piani inclinati acconci a difendersi, malagevoli ad assalirsi; quello che rimane a destra di chi entra in Gavinana si appella piano delle Vergini, l'altro che giace a manca chiamano Vecchieto. I nostri, diloggiati i nemici, stanziavano nel campo di Vecchieto, e ottimamente riparati dai castagni, che quivi anche ai dì nostri vediamo più grossi che altrove, dirigevano contro ai nemici disposti allo scoperto sul piano delle Vergini una tempesta di palle spessa e fragorosa come grandine. Pieno di pericolo l'inoltrarsi, ma l'Orange credeva che palla plebea non valesse a forare il corpo di un principe.

Tra il piano delle Vergini e Vecchieto havvi una via alpestre, e in questa strada, ma più vicina al primo campo che a quello di Vecchieto, occorre una fontana con la immagine della Madonna; ella se ne sta in mezzo a tanta rabbia di uomini, quasi colomba posata sul margine del vulcano. Perchè non placa ella i feroci? Perchè sensi mansueti non diffonde nel cuore degli omicidi? I ferri si inchinano davanti il seno delle femmine, — l'istrumento della morte rifugge dal seno onde traggono il primo alimento le creature umane. Avevano il cuore aspro come pietra i Romani e i Sabini, e non pertanto diventarono miti alle supplicazioni delle donne imploranti pace. Ma cotesti non erano figli di una medesima terra; nessuno oltraggio avevano agli assalitori arrecato i Fiorentini; essi lasciarono derelitte le mogli e le madri a casa per disertare altre madri, altre mogli; i campi abbandonarono incolti per devastare altre campagne: male dunque a loro avvenga, abbiano la tomba che si sono meritata, sieno scordati dalle mogli lontane, le quali l'annunzio della morte loro sentiranno come si ascolta la nuova delle fortune insperate. E tuttavolta, se alla Vergine non piacque separare la mischia, s'ella conobbe la giustizia della causa della Repubblica, perchè non ottenne la vittoria ai Fiorentini? Perchè con esempio memorando non dimostrò in conforto della virtù infelice prendersi su nei cieli cura e difesa della innocenza dei popoli? — Vana cosa fu sempre affaticarci la mente con domande alle quali non sappiamo trovare risposta.

Prima che il principe si avventurasse nella impresa rischiosa, monsignore Ascalino, dubitando di male, come prudente capitano pensò alla ritirata e dispose una banda di due mila tra Tedeschi e Spagnuoli in certa forra che giace tra Gavinana e il prossimo castello di Maresca; per questo caso di ora in poi la chiamarono la Forra Armata.

L'Orange muove imperversato giù sul pendio, così saldo si mantiene sopra l'arcione, così facile acconsente con la persona ai moti del cavallo che pare comporre una stessa forma con lui, — un mostro creato alla distruzione della specie umana.

Sceso in fondo del luogo ripidoso, trasse le briglie, e il buon destriero si fermò immobile. Il principe gira intorno la testa a speculare se alcuno avversario gli si presentasse davanti, ed ecco vede un cavaliere armato alla leggiera starsi presso la fontana delle Vergini senza fare atto di andargli incontro, ma ed anche disposto a non rimoversi da quel luogo. L'Orange, piegando a quella volta il cavallo e al comando della voce aggiungendo il gesto, gli grida da lontano:

«Non mi aspettare, soldato; sgombra, io ti concedo fuggire.»

Nicolò Masi di Romania, nel quale riviveva pure una scintilla di greco valore, non rispose e non si mosse. L'Orange stimolando il cavallo gli giunge appresso e rinnova la intimazione, e poichè la vide tornar di nuovo invano, gli si stringe addosso, animoso sollevando la spada.

Allora il Masi con stupenda celerità, prima che il colpo della spada calasse, si alzò su le staffe, con ambe le mani strinse la mazza di arme e ne percosse l'elmo del principe in modo che questi perdette la sinistra staffa e piegando il capo confuse i pennacchi del suo cimiero con quelli che fregiavano il frontale del cavallo. Comecchè intronato, l'Orange si rilevò furioso e menò sul Masi manrovesci e fendenti che certo gli avrebbero recato assai danno, se gli occhi abbarbagliati per entro vortici di fiamma gli avessero conceduto assestarli meglio, o se da meno fina armatura il Masi stato fosse difeso. L'astuto Greco però, seguitando il duello, a mano a mano si ritirava sperando di farlo prigione, cosa che avrebbe dato vinta l'impresa, e il principe ormai cieco della mente cadeva certo nella insidia, se il conte da San Secondo e Giovanni Bandini non avessero eccitato quanti stavano appresso di loro fanti ed uomini di arme a portare soccorso al capitano.

«Per poco che tardiamo», essi dicevano, «non saremo più in tempo. Avanti Herrera! Avanti Rossale! Dove non occorre pericolo non si acquista gloria; ove si avventura il capitano deve inoltrarsi anche il soldato.»

Herrera e Rossale si avanzano co' loro squadroni; il volto hanno pallido come codardi, e pure si mostrano animosi nei moti; passando a canto al Bandino, questi a voce sommessa dice all'Herrera:

«E bada a tirare giusto... un colpo, e basta.»

I cavalli si avventano, scomparisce lo spazio; all'improvviso s'innalza una densa nuvola di fumo; da una parte e dall'altra si sono mandati la morte scaricando gli archibusi. Chi rimase in sella? — chi ricoperse cadavere illacrimato il terreno? Non alitando soffio alcuno di vento, il fumo continua ad ingombrare il campo della zuffa. Di lì in breve però un magnifico cavallo ornato di piume galoppa, privo di cavaliere, di su di giù per le squadre dei soldati, empiendo il campo di tumulto e di spavento. È il cavallo del principe di Orange. Il suo signore giace spento nel fango trapassato da tre palle di archibuso, una nel petto, un'altra nel braccio sinistro, e la terza nel collo sotto la nuca[340].

E da un altro lato della nuvola del fumo sbucarono due cavalieri, gridando: «Salva! — salva!» — spingendo alla dirotta i cavalli. Erano Herrera e Rossale, cui la paura di comparire davanti al giudice supremo col sangue fresco di un assassinato sopra le mani rendeva codardi.

Tutta la gente di arme si disperse fuggendo, sicchè a Pistoia prima, poi a Firenze e al papa in Bologna corse la fama della disfatta e della morte del principe, sentendone, secondo i desiderii diversi, o immensa gioia, o infinita tristezza.

Per quello che abbiamo potuto indagare, sembra che da tre parti arrivasse sul principe la morte, dagli archibusieri appostati a Vecchieto, dai terrazzani schierati sulle mura della Gavinana e dagli assassini, ai quali in nome del papa era stato commesso il tradimento.

Tantavilla francese, paggio del principe, continuandogli in morte[341] quella fede di cui tante prove gli dava nella vita, malgrado la presenza del nemico e il pericolo che correva grandissimo, non volle lasciarlo, ma invece indirizzandosi al cavaliere che si vide più prossimo, e fu il valoroso Masi, lo pregò a porgergli aiuto onde caricarselo sopra le spalle.

E il Masi, magnanimo di cuore, come prode, commiserando al fato di tanto personaggio, scese da cavallo e sovvenne nel pietoso ufficio il servo fedele. Il Tantavilla, poichè si fu recato su le spalle il corpo dell'Orange, sorreggendolo con la mano manca, stese la destra al Masi e gli disse piangendo:

«Generoso cavaliere, se non vi sdegna la mano di un servo, me la stringete, vi supplico; ella è mano di servo fedele.»

«Di gran cuore», rispose Nicolò commosso, e gliela strinse con affetto; «se mai ti stringesse alcun tuo bisogno, sovvengati di Nicolò Masi. Ora parti, chè le parole sul campo di battaglia vogliono esser corte, e Dio ti tenga nella sua santa guardia.»

Il Tantavilla trasportò la spoglia del principe nella cappelletta poco lungi da Gavinana, a lato della via che mena ai Lagoni, e quivi, temendo non gli venisse tolta, l'avvolse entro una coperta di lana e la sotterrò in mezzo del pavimento, dove anche oggi si vede il segno dello scavo, benchè risarcito, per la lunghezza di un corpo umano. «E colà stette», narra il capitano Cini, «finchè, dopo acquistata la vittoria, fu da chi comandava mutato parere e considerato meglio levarlo da quel luogo ignoto e portarlo altrove; e così, quando si partì il vittorioso esercito imperiale, fu dissotterrato e involto nella stessa coperta, messo sopra un grosso cavallo. La spoglia mortale del principe, spenzolando di qua e di là le braccia e le gambe, e dimenando capo, lacrimoso spettacolo della miseria umana, giunse a Pistoia. Lo posarono prima fuori di porta al Borgo, donde il clero lo rimosse con pompa, e a grande onoranza lo trasportarono alla cattedrale. Quivi ebbe esequie solenni come vincitore. Poco dopo lo deposero alla certosa di Firenze, e quinci, dopo averlo imbalsamato, lo spedirono alla sua genitrice, che certo non si aspettava rivedere in questo modo il diletto suo figlio.»

«Vittoria! vittoria!» con immense strida gridavano i soldati del Ferruccio, respinti i nemici e dispersi per la campagna, rientrando nelle mura di Gavinana. I terrazzani dai balconi, dai tetti plaudivano battendo palma a palma e sventolando candidi pannilini. Le campane sonavano a gloria.

«Vittoria! vittoria!» rispondono i cavalleggeri fuori delle mura, i quali a posta loro, ributtati i cesarei, occupavano il piano delle Vergini. Dappertutto allegrezza. Il cielo stesso placato lasciava aperto tra le sue nuvole un adito al raggio del sole, — l'ultimo che salutasse il gonfalone della Repubblica Fiorentina.

E il prode Ferruccio, palpitante, bagnato di sangue nemico e de' suoi si appoggia all'asta della lancia sotto il magnifico castagno che sorgeva sopra la piazza della Gavinana. I suoi occhi stanno rivolti al firmamento porgendo col cuore grazie fervidissime a Dio; — non lo poteva con le labbra, chè lo impediva l'affanno.

Qui circondato dall'Arsoli, dal Masi, dai conti di Castro e Civitella, da ambedue gli Strozzi Nicolò e Bernardo, e da altri egregi difensori della Fiorentina Repubblica, udiva i vari casi della battaglia e la morte del principe.

«Dio faccia pace alla sua anima», favellò il Ferruccio, «egli è morto da valoroso. Se alcuno rinviene la sua spoglia mortale, si rammenti che il guerriero spento in battaglia è cosa sacra al guerriero. — Guai a chi l'oltraggia!»

Ahimè! Mentre si rallegrano della vittoria, ella apre l'ale per fuggire dalle loro bandiere.

Alessandro Vitelli e Mario Colonna con gl'Italiani, gli Spagnuoli ammottinati di Altopascio e il Bracciolino capo della fazione panciatica, inseguendo, secondo il comandamento ricevuto, l'esercito fiorentino, giunsero anch'essi alla Croce delle Lari. Tenne sentiero diverso il Maramaldo: piegò a mano diritta, passò il fiume Limestre e riuscì di faccia alla dietroguardia di Giampagolo Orsino.

S'incontrarono sul piano di Doccia posto a mezzo cammino tra Gavinana e San Marcello. L'Orsino, considerando non potere resistere a tanta piena di nemici e difendere così gran numero di bagaglie, ordinò ai marraiuoli che aveva in copia il Ferruccio condotti da Pisa si affrettassero ad alzare un terrapieno formato a mezzo cerchio, il quale condussero maraviglioso e con incredibile celerità. Il viaggiatore che visita quel campo può anche oggi contemplarne i vestigi per un tratto di meglio che dugento braccia. Dietro al terrapieno si difende l'Orsino; il nemico grosso minaccia di prorompere, quasi un fiume appena contenuto dagli argini; qui si rinnuovano le ferite, il dolore, il pianto dei moribondi, la strage nefanda. Il mio spirito contristato non sa che cosa più oltre deve narrare di miserabile, la fantasia cade stanca di avvolgersi tra così moltiplici immagini di morte, e al mio lettore risparmio il fastidio di più oltre affliggersi sopra le sventure e le colpe degli uomini. Forse non rimaneva rotto l'Orsino; la fortuna gli concedeva ritirarsi incolume in Gavinana, se il malefico ingegno del Bracciolino non si fosse adoperato ai danni della patria; non furono mani straniere, ma per maggiore dolore italiane quelle che consumarono il sacrificio della più nobile repubblica di questa nostra contrada. Noi dobbiamo compiangere la battaglia della Gavinana non pure come sventura, ma altresì come delitto.

La discordia percorse veloce e continua sopra la faccia della misera Italia, dalle Alpi al mare ionio a guisa di spola nelle mani del tessitore; se pose l'orma su i monti, li compresse; se sopra le pianure, le inaridì; con un flagello di vipere percosse le generazioni e trasfuse nelle vene di loro il veleno e la rabbia. Ora i figli portano il peso delle paterne iniquità; — ma durezza di fato per sospiri non muta, e il cielo arride alle mani animose, — non agli occhi piangenti. Ora i figli stanno in pace tra loro; — imperciocchè come contenderebbero i bovi gravati dal medesimo giogo? In espiazione degli antichi delitti, una volta ogni anno nella festa dell'Ascensione i monti di Gavinana risuonano di canti lugubri: due processioni muovono, una da San Marcello, l'altra da Gavinana, verso la fonte dei Gorghi. Quando s'incontrano, i cantici si rinnuovano più alti, accostano gli stendardi e fanno toccare i crocifissi tra loro; ciò chiamano — il bacio dei Cristi. I discendenti dei truci faziosi s'impalmano mansueti, più voti ricambiano con gli animi pacati; simili alle regine della tragedia inglese[342], ora che giacciono sopra la terra, le ha fatte amiche il pianto. Se questi inni e questi gemiti hanno forza di rompere il vostro sonno secolare, ossa degli antichi defunti, oh come affannosamente dovete fremere dentro ai vostri sepolcri! — Venite e vedete; — per colpa vostra gli eredi del vostro sangue altro intelletto ed altra forza non serbano che per piangere e per pregare. — Io per me, quando considero come è tumida la fortuna e corriva agli oltraggi, e quanto all'opposto consigliera di pace la sventura, tremando m'interrogo se per caso la provvidenza commise alla miseria ordire il vincolo di concordia unicamente durevole tra gli uomini. — Ma io l'ho detto, affaticarci con domande a cui non sovviene la risposta è amaritudine di spirito; e tra queste bene spesso ne occorrono di tali che percuotono le orecchie, quasi una squilla che suoni a infortunio, o piuttosto feriscono il cuore dolorose a sentirsi quanto il dardo della vipera.

Nicolò Bracciolino, che co' suoi mille faziosi procede col Vitelli a modo di lancia franca, esperto del luogo, si stacca dai compagni e per certe vie oblique a lui note celandosi dietro ai tronchi dei castagni che spessissimi crescono in questo lato, in silenzio, co' passi del traditore, si avvicina al fianco della colonna dell'Orsino. Fu agevole cosa trucidare e disperdere i pochi e meno validi soldati che vi stavano a guardia, — scompigliare le bagaglie, mandare sottosopra some e carriaggi, — empire di spavento ogni cosa. Orsino, udendo rumore alle spalle, conobbe il caso e si tenne spacciato; tuttavolta, disposto a morire da valoroso, strinse intorno a sè i suoi, ne fece gomitolo, e così ordinato, non altramente che fosse un corpo solo armato di mille spade, si dispose ad aprirsi la strada camminando sul petto dei nemici.

Sovvengati, lettore, se mai fosti in riva al mare, di aver veduta una barca per forza dei rematori rompere le onde che incessanti si accumulino contro di lei e, come se avessero senso di rabbia, fremere riottose lungo i fianchi e subito chiudersi ribollenti dietro il timone; così la virtù dei soldati dell'Orsino supera il numero dei nemici, ma il suo drappello procedendo scema, mentre da ogni stilla di sangue avversario sembra che nascano nuovi guerrieri a combatterlo; — male incolse a cui volle inseguirlo troppo dappresso, perchè sovente rivolse la faccia e balestrò la morte nelle file dei cesarei; — venuto al rivo delle Catinelle si fermò di nuovo, e di nuovo quelle umili acque si tinsero di sangue umano; finalmente lacerato dalla testa, su i fianchi, dopo avere fatto quanto e più a forza umana era concesso, ripara in Gavinana; i terrazzani non ebbero tempo per chiudere le porte, — proruppero nel castello amici mescolati ai nemici.

Per altra parte Fabrizio Maramaldo fuggendo tutto pauroso s'imbatte nella banda della Forra Armata, la quale, e per essere posta in luogo riparato e per non avere ricevuto ordine alcuno, non erasi mossa; la reputando nemica, stava per gittare l'arme e raccomandare per misericordia la vita; se non che, ravvisando l'errore, riassunse presto la superba natura, e levata la voce comandò: si muovesse a salvare i compagni messi in rotta, si affrettasse; avrebbe vinto la impresa, se si fosse comportata col consueto valore.

Si agitarono i due mila, accelerarono i passi, vogliosi di mescolarsi in battaglia; appena usciti dalla Forra, i cesarei sbandati, vedendo una bandiera levata dove potere riannodarsi, cessarono la fuga ed ingrossarono la banda, in breve sommarono a meglio di quattro mila e tutti uniti s'indirizzarono impetuosi contro la Gavinana. In cotesto cumulo di gente, comecchè mosso da passioni diverse, ardeva immenso il desiderio di vincere; — gli uni per vendicare la vergogna, gli altri, quelli della Forra Armata, per orgoglio che fosse detto di loro: il colonnello di monsignore Ascalino salvò l'esercito imperiale a Gavinana.

Ferruccio brandiva la picca, la quale per essere adoperata dagli Stradiotti cavalleggeri greci si appellava stradiotta[343], e accompagnato dall'Orsino, da Amico e Alfonso Arsoli, dai conti di Castro e di Civitella, da Agostino Gaeta dall'uno e l'altro Strozzi, da Francesco Vivages francese, da Sprone di Borgo, da Paolo e Giuliano Corsi, da Antonio da Piombino, da Giovambattista Cambiaso e dagli altri valenti capitani, giù si scaglia contro il Bracciolini, il Colonna e il Vitelli, quando, udito rumore, si volge dal lato opposto e contempla inondato nuovamente di nemici il castello. Allora gli s'intenebrò l'intelletto, gli venne affatto meno la speranza, non l'ardire nè l'animo apparecchiato alla morte magnanima; supplica gli astanti tengano testa al Vitelli finchè ritorni, e rovina dove lo minaccia maggiore il pericolo. Quasi non avesse per sei intiere ore combattuto, quasi gran parte del suo inclito sangue non gli fosse sgorgata dalle vene, apparve terribile come il Dio di Moisè. La voce, il guardo, le mani, tutta la persona insomma spirava la distruzione: «e il fatto, racconta il Cini[344], si rinnuovò con tale e tanto strepito di archibusate e di picche ch'era cosa spaventevole a sentirsi e orribilissima a vedersi, giacchè fu sì crudele e disperata battaglia che appena si poteva passare nella piazza di Gavinana impedita per i corpi morti e feriti che dappertutto v'erano ammonticchiati.»