La infamia seguirà la parte offensa
In grido, come suol, — ma la vendetta
Fia testimonio al vero.
Dante.
Ahi fortuna! Ci vien meno sotto i piedi la terra. Dove precipitiamo, o Cencio?» disfatto dal terrore esclamava Malatesta Baglioni, a cui Cencio riferiva rotto l'esercito imperiale, morto l'Orange, Ferruccio vincitore accostarsi a Firenze, il destino della Repubblica prevalso; — alle quali parole Cencio rispondeva:
«Ch'è questo, signor Baglione? Non dubitate; un sostegno non sarà per mancarvi giammai: se vi fugge dalla parte dei piedi, la Repubblica sta apparecchiandovene un altro dalla parte del collo.»
«Maledetto quando mi apparisti davanti! Possa la tua anima traboccare dal patibolo nell'inferno! Ma ti par ora questa da motteggiare, Cencio? Vien qua, Cencio, senti: vediamo se vi ha mezzo di salvarci la vita... la vita! e che devo farmi della vita senza la potenza, senza le dovizie... senza...?»
«Senza il sangue dei nemici?»
«Lo hai detto. — Costoro non mi uccideranno, anzi diranno al valletto: Prima che quella vivanda passi al cane, datela a Malatesta che sta di fuori seduto sopra i gradini del nostro palazzo.»
«Addio Chiusi, addio duchea di Bevagna e Tunigiana.»
«Il figlio che doveva essere orgoglio dei miei tardi anni, che stava per condurmi regal donna in casa!»
«Non che il duca di Camerino, ma il più povero artigiano non si vorrebbe mescolare con lui; voi non avrete da sodare la dota nè anco il cento ducati...»
«E il nipote, cui già immaginava ammantato della porpora cardinalizia...»
«Diventerà dopo dieci anni curato di campagna...»
«Potessi fare un patto col diavolo! Ah!...»
E gettò un grido di spavento, chè in questo punto si udì forte un rumore di uomini accorrenti, e subito dopo tutto affannoso comparve nella stanza Biagio Stella, il quale espose: la prima nuova della battaglia falsa, vera la morte dell'Orange, ma esservi pur morto il Ferruccio, e il suo piccolo esercito andare disperso pel contado toscano.
«O santo Pietro!» favella Malatesta levando le mani al cielo e poi come spossato declinandole al pavimento, «o santo Pietro! Queste due morti giovano meglio al pontefice che le tue chiavi d'oro e d'argento. Dopo tanti anni di matrimonio io dubitava a Cristo non fosse diventata incresciosa la Chiesa sua moglie; ora poi conosco a prova cotesti sponsali rimanersi pur sempre sotto l'influsso della luna del miele. Io comincio a credere in Dio... Biagio, un abbraccio; — Cencio, un bacio; — figli miei, questa è l'ultima nostra fatica; — anche il grappolo di Perugia produce vino generoso, — e la vendemmia ci aspetta. Cencio, torna la speranza del sangue nemico assai più soave del vino. Biagio, comunque adesso mi travagli il caldo, parmi rinfrescarmi all'ombra dei platani di Tunigiana, sotto i gelsi della valle Topina; — i miei occhi, Cencio, sono inebbriati di rosso, il vermiglio mi lusinga intero... rosso il sangue di Sforza, — rossa la porpora di Ridolfo, — rosso il manto ducale del figliuol mio: Cencio, Biagio, — mi sento l'uomo più avventurato del mondo; — andate per sonatori, per femmine, — oggi è un bel giorno...
«È il giorno di morte della libertà italiana!!!...»
«Magnifico messere capitano, — due magistrati che si dicono dei Dieci della guerra fanno istanza di favellarvi.»
La voce, il guardo, le mani, tutta la persona, insomma spirava la distruzione... Cap. XXIX, pag. 698.
«I signori Dieci! I magnifici signori Dieci di libertà e pace! Che vengano tosto, in miglior punto non potevano arrivare i messaggeri dei magnifici signori Dieci. Cencio, Biagio, rimanete con me, affinchè non abbiano a camminare troppo per rinvenire medico, confessore e notaio per la Repubblica che muore; o piuttosto sentite: noi rappresenteremo i tre sacramenti: io la Penitenza, Biagio l'Eucarestia, e tu, Cencio, la Estrema Unzione; — guarda mo', Biagio, non ti par egli che abbia Cencio una faccia di olio santo? E per questa volta tu l'ungerai proprio all'agonia, come raccomanda l'apostolo santo Iacopo, — la Estrema Unzione non si dovrebbe replicare una seconda volta, — ciò sta contro le regole. — Ecco i Dieci. — Ben vengano i magnifici signori Dieci. — In che e dove posso spendere l'opera mia? Cencio, porgete sgabelli. — State a vostro agio, come a casa vostra. Ci avanza ancora qualche poco di vino; vorreste saggiarne? — Vino d'assedio... ma vi do quello che ho, e di cuore...»
E tutte queste parole erano profferite con procacia e petulanza tali da movere a sdegno i più mansueti.
I Dieci però o non si sdegnarono o molto bene dissimularono l'ira concetta; onde mansueti risposero:
«Gran mercè, signor capitano generale, — noi ci staremo in piedi; la urgenza del caso è tale che non concede la perdita di un momento di tempo.»
«Orsù dunque dite: io tutto orecchie vi ascolto.»
«Malatesta, — voi siete cristiano, e vi supplichiamo per Dio; — voi siete soldato, e vi supplichiamo per l'onor vostro; — voi siete padre, e per l'amore dei vostri figliuoli vi scongiuriamo a prendere pietà del nostro infelice paese. Voi lo sapete, Orange è morto, — morto pur anche il valoroso Ferruccio; — il nostro esercito rimase rotto, ma la vittoria del nemico si assomiglia alla sconfitta; possiamo anche vincere, conduceteci all'assalto del campo, — noi confidiamo sia per riuscirci agevole opprimerlo; — vuoto dei migliori soldati, sbigottito, diviso di voglie, forse mai come ora ci stette in pugno la vittoria. L'ordinanza della milizia ad alta voce domanda mescolarsi col nemico.»
«Ordinanza! Poveri folli! Ma che? credete voi che ordinare una battaglia, esercitare il mestiere del soldato sia come cimare panni, tignere sete e sedersi in banco a dare a prestanza sul pegno al venti per cento d'interesse? Chi vi ha contato tante novelle? Così foss'io sano, com'è Orange! — Così...»
«Signor Malatesta, noi ne abbiamo sicurissimo ragguaglio.»
«Ed io vi dico che vi hanno ingannato. Voi non avete più speranza di vincere, e credetelo a me, che sono uomo di guerra: abbandonatevi nelle mie braccia; sutor ne ultra crepidam, — a voi i negozi, la spada a me. — L'ordinanza!... Voi avreste fatto un gran bene a lasciare cotesta gioventù ai suoi fondachi, che le bisogne sarieno state assai meglio amministrate...»
«L'ordinanza, messere...»
«L'ordinanza, messeri, ha fatto più male che bene, e adesso non potrebbe fare più nulla. Sentite, io vi amo, e perchè vi amo vi consiglio ad accordare: — ho già consultato don Ferrante... voleva dire il principe Orange, e promette buoni patti...»
«Chi ve ne dava la commissione?...»
«Me la sono tolta da me; io faccio la cosa utile, mi vesto da gestore di negozi, come dicono i giureconsulti... appunto perchè sono cristiano e temo Dio, voglio risparmiare la effusione del sangue e conseguire con parole di pace quello che ormai non potreste ottenere con la guerra; appunto perchè intendo l'onore, mi piace guadagnarmi la fama che nasce da salvare una città nobilissima, qual'è questa vostra; pur troppo accolgo viscere di padre, e come padre sento qual debito avrei presso gli uomini e presso Dio, se compiacendo ad alcuni Piagnoni io lasciassi andare a fuoco tanti magnifici ostelli, a sangue tanti incliti cittadini; se nulla mi premesse il decoro di tante vergini e di tante gentildonne. Io dunque ho già convenuto su i patti meglio importanti con don..., col principe di Orange...»
«Chi ve ne conferiva il mandato?»
«Continuerete voi ingrati a maledire la luce che v'illumina? Già comincia a pesarmi questa diuturna pazienza. Credete voi che ignori le vostre vociferazioni? Forse io non so che mi andate vituperando come traditore? Non conosco io che voi, in premio dei patiti travagli in pro vostro, mi torreste la testa? E non pertanto dissimulo e perdono come Cristo perdonò, e ai vostri vantaggi mi affatico dicendo, com'egli disse: io li perdono, perchè non sanno quello che si fanno. — Certo i posteri quando apprenderanno questa mia longanimità mi estimeranno codardo; avrei dovuto abbandonarvi, lasciarvi in balia del nemico, ma non me lo concede la mia natura. Io restringo molte cose in una: speranze non ve ne rimangono, io accorderò per voi; e se ostinati volete ad ogni modo combattere, datemi licenza di ricondurmi alle mie case..., dove forse mi attende la morte a cagione dell'ira del pontefice ch'io mi sono provocato contro per voi..»
«Voi dunque non volete combattere?»
«Non voglio condurre a perdizione la vostra patria...»
«E desiderate la licenza...»
«La licenza! Portatemela e vedrete.»
«Malatesta, l'avrete.»
E crucciosi abbandonarono le case di lui. Allora Cencio, volgendosi al Baglioni, favellò:
«Voi siete il libro della Sibilla: e se vengono con la licenza?»
«Non verranno.»
«Ma se venissero?»
«Al papa certa volta prese talento di scomunicare non so quale dei Visconti e gli mandò ambasciatori: questi lo incontrarono sopra un ponte del naviglio grande e gli esposero la scomunica. Udita ch'ebbe leggere la sentenza il Visconti, Messeri, disse agli ambasciatori, ora vi conviene o bevere, gittati capovolti dal ponte, l'acqua del canale, o mangiare cotesta condanna. Scelsero mangiare, e ben per loro, che avevano denti buoni e stomaco migliore, perchè il Visconti quinci non si rimosse, finchè non ebbero trangugiato l'ultimo pezzo di carta pecora, e l'ultimo frammento di piombo del suggello sub annulo piscatoris. — Mi manca l'acqua: pur tanto è alta questa magione da fare preferire il pasto della licenza al volo dalle finestre.»
Nelle insolite commozioni dell'animo di gioja o di dolore, gli uomini abbisognano mescolarsi tra loro; quindi vedevi al palazzo della Signoria un brulichío di persone, un andare e un venire, un domandare l'un l'altro; se non che scomposta appariva cotesta frequenza, paurosi i moti, inquieti i sembianti, nè v'era mestieri di lungo esame per conoscere che per questa volta l'afflizione raccoglieva la gente; il passo stesso accenna la passione dell'uomo che cammina; rimossa ogni luce, io credo che di leggieri possa indovinarsi s'egli muova ad un festino, o piuttosto ad un mortorio.
Furono per bene due volte udite le parole del Malatesta, e mentre tra il fremito universale tentava alcuno dei Signori proporre cosa che fosse buona, ecco apparire Cencio Guercio, il quale, pretermessa la debita reverenza, entrò nella sala del supremo magistrato della Repubblica, non altramente che fosse una taverna, e gittò sulla tavola un manifesto, che fu il terzo firmato da Malatesta e dal Colonna, nel quale in sostanza si replicavano con più diffuse parole i medesimi concetti.
Cencio, reso insolente dai casi, credendo ormai potergli essere lecito qualunque malefizio, alla indignazione suscitata da cotesta lettura aggiunse nuova esca, adoperando siffatto linguaggio:
«O mercadanti, sbrigatevi via: non vi par egli di avere fatto aspettare assai messer papa e messere lo imperatore, principi e baroni, di cui uno solo val meglio di tutti voi altri? I granchi mangeranno le balene? Avete per questa volta conchiuso un tristo negozio; — più che aspettate, e meno costate; — io, con buon rispetto parlando, dalla lana in fuori non darei di voi altri Signori due lire di piccioli; — la vostra testa è un'aia, — volendo ci metteremo fieno, — ma per cervello, ah! ci si potrebbe trarre d'arme da mattina a sera... Orsù via, sbrigatevi, tornate alle faccende, le botteghe vostre vi attendono; anche lì potete fare la guerra..., col braccio corto... e la menzogna lunga, alle borse degli avventori.»
Dante da Castiglione e Lionardo Bartolini si mossero concitati e levarono le mani per metterle addosso all'insolente soldato, ma al Gonfaloniere sembrando che ciò non sarebbe avvenuto senza notabile scapito della reputazione del governo, ordinò si rimanessero, e aggiunse:
«Costui certo è pazzo od ebbro: così essendo, non ci facciamo micidiali del suo sangue, quantunque l'oltraggio, per la parte del Malatesta, diventerebbe maggiore.».
«Venga il medico e il carnefice», ripresero varie voci, «ed il cagnotto vada all'ospedale o al supplizio.»
«Sentite, Signori», favella Cencio, ma sbaldanzito non poco e pur continuando nella sua procace natura, «se mi mandate all'inferno, vi scoperò le stanze...»
«Mazzieri», gridò Raffaello Girolami, «cacciate questo ebbro dal palazzo.»
E i mazzieri accorsero, e Cencio suo malgrado, spinto fuori di stanza in stanza, senza potere più oltre articolare parola, si trovò, quasi prima di accorgersene, cacciato in mezzo di piazza.
Il gonfaloniere Girolami in tanta urgenza di casi domandava consiglio; Dante da Castiglione, consultatosi prima con Francesco Carduccio, con Domenico Simoni ed altri della sua fazione, animosamente disse:
«I partiti audaci, siccome sempre dimostrano spirito sicuro, essere ancora il più delle volte favoriti dalla fortuna; per tanto consigliare l'arresto del traditore Baglioni; si adunassero di quieto le bande della milizia, stesse il Gonfaloniere in pronto a condurlo, si mandasse un uomo fidato al Monte per guadagnare in ogni maniera il signore Stefano, poi si scendesse con mille circa soldati, e si circondasse la casa Bini: preso Malatesta, con breve processo si condannasse nel capo, come i maggiori loro avevano adoperato con Giovampagolo Vitelli al tempo della guerra di Pisa, poi si rimettessero in tutto nelle braccia della fortuna sortendo a combattere, e così vincere, ovvero insieme con la vita perdere il tutto, determinando che quelli i quali rimarranno a custodia delle porte e dei ripari, se per caso avverso la gente della città fosse rotta, abbiano con le mani loro subito a uccidere le donne ed i figliuoli, e porre fuoco alle case, e poi uscire alla stessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che sieno d'immortale esempio a coloro che sono nati liberi e desiderano vivere liberamente[349].»
Questi consigli estremi, comecchè accolti con molto favore, non sortirono effetto, sia perchè, secondo alcuni scrivono, il Gonfaloniere rifiutasse uscire armato, sia piuttosto, come sembra più vero, che Donato Giannotti, segretario delle tratte, spedito al signore Stefano, non giungesse a persuaderlo. Per il qual fatto, se il Malatesta si guadagnò fama di traditore operando contro la patria, il Colonna se la meritò per essersi astenuto dall'operare. E di questa sua mancanza parte fu colpa l'astio ch'egli conservava pur vivo della preferenza data a Malatesta nel capitanato generale della Repubblica, parte all'invidia della gloria del Ferruccio, il quale in breve tempo era giunto ad oscurare le vecchie reputazioni; e finalmente più che ad altro vuolsi attribuire all'ordine espresso mandatogli da Francesco I di Francia, col quale s'ingiungeva partirsi dagli stipendi di Firenze quando prima, senza scapito del suo onore, il potesse.
Riuscito questo provvedimento invano, Francesco Carduccio, sebbene scorgesse la perdita della Repubblica ormai sicura, non perciò abbandonava il timone, continuando a lottare contro la fortuna, che ad ogni istante diventava più burrascosa. Egli dunque propose, poichè Zanobi Bartolini di commessario della Repubblica era diventato consigliere del Malatesta, Tomaso Soderini e Antonio Giugni andavano navigando per perduti, i quattro commessari si cassassero, ed altri più fedeli e più acconci ai tempi presenti si sostituissero. La quale proposizione venendo accolta con molto favore, in luogo dei tre mentovati elessero Luigi Soderini, Francesco Zati, Francesco Carduccio, e per quarto Andreuolo Niccolini confermarono.
Un altro provvedimento notabile e del pari promosso dal Carduccio, il quale, preso in tempi opportuni, non è da dubitarsi che avrebbe la salute della Repubblica partorito, fu questo. A ciascheduno dei settantadue capitani stipendiati confermarono la provvisione loro vita naturale durante, ancora in tempo di pace e militando ai servizi altrui, purchè non fosse contro alla Repubblica. Comecchè simile liberalità con animo grato accogliessero i capitani, i quali nell'udirla pubblicare presi da entusiasmo giurarono di nuovo difendere fino all'estremo Firenze, tuttavolta non ebbe tempo di mettere radice, e la procella dei casi sorvegnenti ne disperse, per così dire, il seme appena gittato.
Restava il danno a riparare peggiore, voglio dire il Malatesta. Francesco Carduccio esponendo per la parte dei Piagnoni, sosteneva la proposta di Dante non doversi mutare per la sostanza in nulla, soltanto andare sottoposta ad alcune modificazioni rispetto all'eseguimento per il mancato sussidio del signore Stefano Colonna; si adunasse pertanto la milizia, il palazzo del Baglione s'investisse, lui al meritato supplizio si strascinasse. Alla quale sentenza la maggior parte degli adunati, in cui assai più della speranza preponderava la paura, obiettavano immane cosa essere non pure tra popolo civile, ma eziandio presso quelli che fama hanno ed ingegno di barbari, la sorpresa armata, il violato domicilio, la strage nei moti delle scomposte passioni; potersi molto bene provvedere a tutto accommiatando Malatesta, il quale volentieri avrebbe aderito a siffatto provvedimento, imperciocchè egli medesimo aveva chiesto licenza. Dall'altra parte il Carduccio, insistendo sempre nei suoi primi raziocinii, aggiungeva: quel domandare congedo essere nel Malatesta mera apparenza, chiederlo non dato, dato poi lo ricuserebbe, e il vedrebbero; non parergli uomo il Baglione da lasciare la vendemmia quando i grappoli stavano nel tino; la milizia, pronta e vogliosa adesso, forse tra mezz'ora rifiuterebbe adunarsi; fugace l'occasione e irrevocabile; pensassero andarne grossa posta, la libertà della patria, forse anche la vita.
Orò con grande eloquenza il Carduccio, e se non avesse avuto per contradittore la paura, che, rubata la maschera alla prudenza sotto il velame della temperanza sempre e poi sempre nasconde la eterna viltà, non è a dubitarsi avrebbe prevalso il suo consiglio; statuirono invece concedere licenza al Malatesta, che in termini quanto bugiardi altrettanto magnifici compilarono amplissima e codardissima. Compilata che fu, intesero affidarla al Carduccio, onde in compagnia di altro commessario gliela recasse; ma egli da quell'uomo astuto che era, presago ormai del futuro, si cansava fuori della sala, aprendo l'animo suo al Castiglione con questo proverbio fiorentino:
«Chi ha il lupo per compare, porti il cane sotto il mantello; — e questi stati mi manderebbero a lui con la pecora.»
Allora la Signoria ne commise lo incarico a Francesco Zati ed a Andreuolo Niccolini, i quali, comecchè a malincuore, andarono vestiti in abito magistrale, montati sopra due bellissime mule, preceduti da due mazzieri del comune e seguitati dal notaro ser Paolo da Cutignano, affinchè rendesse pubblica testimonianza del fatto.
Pervenuti al palazzo del Bini, assai facilmente ottennero l'ingresso, se non che, appena entrati, vennero loro dietro chiuse le porte, e si trovarono in mezzo ad una frotta licenziosa di soldati. Dopo un attender lungo, durante il quale ebbero a soffrire gli ammicchi, i sorrisi beffardi e le minacce mezzo susurrate dei cagnotti del Malatesta, scese il comando che proseguissero. Andarono con miglior volto che animo, tanto più che salendo le scale si accorsero siccome avessero trattenuto dal seguitarli il notaio e i mazzieri.
Nel porre il piede nelle prime sale occorse loro una quantità di giovani nobili, i quali, ormai apertamente ribellati alla patria, tenevano pel Malatesta. I commessari e i giovani abbassarono gli sguardi, i primi per l'amarezza che sentivano del misero stato a cui si trovava ridotta la patria, gli altri per rimorso di tale un'azione intorno alla quale si sforzavano invano acquietare la coscienza col dire che tornava in vantaggio manifesto del proprio paese.
La stanza del Baglione era ingombra di gente. Cencio, prossimo al suo orecchio, gli versava nell'anima il fiele concepito pel severo rabbuffo e pel pericolo sofferto poco anzi dalla Signoria. Biagio Stella, Margutte da Perugia, Pasquino Côrso ed altri più assai fidati di lui davano delle giravolte intorno ai commessari investigando sottilmente se sotto le vesti portassero armi da offendere e porgendo attentissimi gli occhi alle mani. Quivi pure incontrarono Zanobi Bartolini, il quale, ormai strascinato dagli eventi e costretto (come per ordinario avviene a cui si mette sopra mal pendío) a fare più di quello che si era da prima proposto, non pensava essere sicuro, se non se nella casa del traditore della patria; e Ormanozzo Dati e Alamanno dei Pazzi con altri molti di quei giovani che furono dei primi nel ventisette a prendere le armi contro i Medici e a trascorrere in atti disordinati, come sfregiarne gli stemmi, arderli in simulacro, rimoverne le statue dalle chiese, incendiarne le case.
Malatesta se ne sta seduto in fondo della stanza sopra un lettuccio, attrappito nelle membra, con occhi viperini, di sembianze più gialle, più triste del solito, che in quel giorno un fiero dolore nelle ossa aggiungeva infinita malignità alla naturale scelleratezza della sua indole. All'apparire improvviso che fecero i commissari, un tremito gl'invase la persona, però che ebbe a prorompere in un acerbissimo ahi! — ma subito dopo, vedendo come nessuno gli seguitasse, si assicurò, cupo aspettando e silenzioso che profferissero parola.
Andreuolo Niccolini gli si accosta con atti ossequiosi, e la favella componendo al suono più dolce che per lui si potesse,
«Magnifico signore Malatesta Baglioni», incomincia cavandosi dal seno la carta della licenza e presentandogliela con bel garbo, «gli eccelsi Signori, i venerabili Collegi, il consiglio degli Ottanta e Pratica, considerando gli alti meriti vostri e il valore e la fede con la quale avete saputo difendere fin qui la nostra patria da due potentissimi eserciti, con acerbità inestimabile di animo si piegano a darvi quella che con tanta istanza domandate vostra licenza; — però i meriti vostri appunto e le infermità che vi affliggono, li consigliano ad essere discreti e non volere...»
A questa parte del discorso di messere Andreuolo, Malatesta, gittato l'argine della bestiale sua ira, strappa fremendo dalle mani di lui la licenza, la mette in brani e poi urla con ingegno plebeo:
«Figli di malvage femmine! — La licenza a me? Mi avete voi tolto per un corpo fradicio da mandarsi alla Sardigna[350]? — Io vi so dire che vivo e penso e opero, e ve ne accorgerete ben voi. — Traditori!... scellerati!... voi mi vorreste con coteste vostre parolone lunghe un miglio cacciare via per governare le cose a vostro senno. — V'ingannate a partito; ho giurato salvare Fiorenza, e la salverò in dispetto dei tristi; e tu, iniquo ambasciatore di una sinagoga di farisei, prendi la mercede che si conviene al tuo inverecondo ministero...»
Prima che il mal giunto Andreuolo se ne potesse accorgere, Malatesta, cacciato fuori un pugnale, gli tirò presto tre colpi, di cui uno solo avrebbe certamente apportata la morte al Niccolino, dove la infermità non gli avesse tenuto in quel giorno più che negli altri attrappite le braccia. Tuttavolta Andreuolo, tra lo stupore e lo spavento, non sapeva muover passo o sciogliere la lingua; sicchè il Baglione, nonostante storpio com'era, lo avrebbe finito, se Alamanno e Zanobi, forse tardi scorgendo l'inganno, non accorrevano a levarglielo di sotto.
Francesco Zati, pensando sovrastargli il suo ultimo giorno, caduto ai piedi del Malatesta, lo scongiurava a salvargli la vita; ed egli sdegnoso gli rispondeva:
«Va al diavolo! — io non voleva te, ma quel tristaccio del Carduccio[351].»
Intanto nel palazzo si era levato rumore grande. I soldati, le barbarie del capo superando, gittatosi in folla sopra al mazziere e al notaro, li percuotono turpemente, tolgono loro il danaro e perfino le vesti di dosso, le mazze di argento involano, le mule dei commessari non rispettano meglio: che più? Gli stessi commessari, quantunque difesi dai giovani fiorentini, non andarono illesi dalla rapacia e dalla brutalità di costoro; toccarono percosse da vicino e da lontano, a brani a brani furono loro strappate le cappe di dosso, e non senza sforzi gagliardi poterono uscire salvi dalle mani di quei masnadieri.
Pervenuto l'osceno fatto a notizia della Signoria, commossa da immensa passione, delibera adesse per isdegno praticare il partito che avrebbe dovuto mettere in opera dianzi con prudenza ed auspicii migliori: per la qual cosa comandò si adunassero subitamente in piazza tutti i gonfaloni armati e pronti a combattere; ed avendo udito come quattrocento giovani fiorentini, sprezzata la religione del giuramento, raccolti sopra la piazza di Santo Spirito si fossero dichiarati che in caso di contesa avrebbero sostenute le parti del Malatesta, come quello che nella rovina della patria gli assicurava di oneste condizioni, mandò alla volta loro Dante da Castiglione e Bernardo da Verazzano, onde si affaticassero a ritrarli dall'esiziale proponimento. Andarono, il primo pur sempre fidente di sovvenire la patria moribonda, l'altro sfiduciato dell'esito, ma pronto in qualsivoglia ventura a soddisfare il suo debito di cittadino, — con diverso concetto egregi spiriti entrambi.
Pur troppo la migliore gioventù del paese, uscita dal più inclito sangue, stava sopra la piazza di Santo Spirito accolta ai danni della patria, non però baldanzosa, ma dimessa in vista, mesta e pensosa più di altrui che di sè stessa; alcuni favellavano a mezza voce, — non era la speranza argomento dei loro colloqui, — con sofismi intendevano assicurarsi dei sinistri presagi; altri, ragunati a capannelli, non ardivano guardarsi in faccia e non aprivano labbro; un'aria greve sembrava che ingombrasse celesta piazza. Quasi brulichio di vermi sopra il cadavere di generoso animale, tu vedevi agitarsi per quella gente una mano di codardi, parte dei quali, lodatori esagerati della libertà pur dianzi, ora con vituperii di ogni maniera la laceravano, i Medici celebravano, i beneficii loro levavano a cielo; a sentirli, stava per rinnovarsi l'età dell'oro, l'Arno avrebbe menato miele, il Mugnone latte; niuna quiete sperabile, se non se sotto ai Medici; avere i Medici mandati alla terra nella sua misericordia Dio. — Vili ed infami di cui la razza si mantiene viva anche a' dì nostri! piaga perenne con la quale la provvidenza volle contristata la stirpe umana! Susurroni famelici, in perpetuo abbaianti per un pane che gli sfami, senza badare se questo pane getti loro davanti un santo o il carnefice, senza neppure curare s'egli sia composto col frumento della rapina o con le lagrime degli oppressi, — se temprato nel sangue d'illustri cittadini: — e l'altra parte si affaccendava, mossa da invidia, da vendetta, da superba viltà, da stolida arroganza e dall'altra famiglia di truci passioni piovute sopra di noi come il fuoco del cielo sopra Gomorra. Tra questi più degli altri si sbraccia Bono Boni, dottore di leggi, e salta e strilla a guisa di gazza; non lo badava nessuno, ma egli provoca, rampogna ed anche minaccia, prosuntuoso per l'appoggio, — lo credereste? — del Morticino degli Antinori. Siffatta compagnia denotava l'ultimo grado di decadenza in questo sciagurato. Bono Boni lo tiene per le braccia e ride di tale un riso che aggrinzisce con infinite rughe tutta la pelle del suo volto dove sta scritto: forca a caratteri da speziale: certo così ride il demonio quando dopo i suoi perfidi avvolgimenti giunge a ghermire l'anima insidiata.
Maledizione e sventura! Talvolta sembra che la storia giustifichi le contumelie fulminate contro la gloria dagli infermi intelletti o dai maligni. I nomi dei generosi che si fecero compagni al Ferruccio nell'estremo tentativo di salvare la libertà della patria i ricordi del tempo non raccolsero interi, mentre all'opposto furono conservati i nomi di coloro che perfidi o traviati la impiagarono di ferita insanabile. Eravi Alamanno dei Pazzi, sangue degenere dei Pazzi, che congiuravano contro i Medici quando essi, deposta la lunga arte, si manifestarono tiranni alla ricisa; eranvi quattro dei Capponi, tralignati figli di tanta casa, i quali così illustre nome eredarono quasi peso che le forze loro non bastavano a sopportare; eravi...: ma la mente abborre l'ingrato ufficio, e la mano rifugge dal vergare cose nefande. O Memoria, quando ai lontani nepoti tramandi le geste degl'incliti avi, te meritamente salutarono i poeti genitrice delle muse; — ma quando narri la storia delle turpitudini antiche, io penso che dal tuo grembo traessero ben anco nascimento le Furie.
Il magnanimo Castiglione, percorso che ebbe col guardo la piazza di Santo Spirito, sentì mancarsi sotto le gambe, un freddo sudore gli si diffuse per la persona, ed accostandosi vacillante al Verrazzano gli disse:
«Bernardo, sostienmi...; mi cade l'anima e il coraggio; adesso conosco che la patria è perduta davvero.»
E il suo meno appassionato compagno rispondeva:
«Io lo sapeva anche prima; non pertanto proviamo.»
E Dante allora co' segni della più disperata desolazione, piangendo lacrime che lasciavano un vestigio ardente sopra le sue pallide guancie, — meglio che con le parole esprimendosi con singhiozzi, abbandonandosi nelle braccia di chi primo gli si parava davanti:
«Pazzi», diceva, «Capponi, Cavalcanti, — voi qui! Pazzi; adesso si fabbrica, non si distrugge un tiranno, — e voi qui, Capponi! — per Dio! non vi rammentate che i maggiori vostri con l'ingegno e col sangue difesero la Repubblica? — Cavalcanti... Baccio... unitevi a me... aspettate... io mi getterò a terra... calcatemi il corpo... servitevene come di bigoncia e tornate a recitare la bellissima vostra orazione composta in lode del vivere libero... io l'ho tutta a memoria... Se in parte vi fosse sfuggita di mente, io potrò suggerirvela intera... Ma che il mondo è sconvolto? Capponi, Pazzi e Cavalcanti promovitori e difensori dei Medici! Per certo si disfà la natura, ritornano le cose create alla pristina confusione. Quelli che narrano degli Abderitani, i quali per tre giorni durarono pazzi, non vuolsi ormai tenere più in conto di favola. Per Dio! vincete il veleno... quando risenserete vi starà davanti svenata la patria. Udite! la Signoria vi chiama... accorrete a sostenerla; — forse non è ancora tutto perduto, — forse può tuttora trovarsi via alcuna di salute... Se il gonfaloniere v'incresce, ci se ne andrà dal magistrato; se, non volendo, io vi offesi..., esulerò dalla patria... raggiungerò nel sepolcro i miei padri, — quanto vorrete faremo...:»
«No, Castiglione», risposero alquanti dei giovani, «la patria non può salvarsi intera; anzichè perdere tutto, noi ci affatichiamo a mantenere la libertà..., lasciamo l'addentellato per riprendere l'opera in giorni meno sinistri...»
«Ahi delusi! Quando non avrete più armi, chi vi manterrà la promessa? La mano disarmata se s'innalza verso il tiranno ad implorare cosa che non sia limosina, il carnefice la tronca: Per cui vi giureranno i Medici? — Su gli avelli dei padri? Essi hanno loro legato l'iniquo proponimento di assoggettare la patria. Sopra al capo dei figli? La lionessa educa i lioncelli alla preda; — essi crebbero nella vendetta, — le prime parole che proferirono le loro labbra infantili già non furono di padre o di madre; essi dissero al sangue: Tu sei mio padre, — e alla rapina: Tu sei la madre mia. — Vi giureranno sul Cristo? Chi, come Clemente, comprò la cattedra di san Pietro può bene anche ingannare, — può vendere Cristo. Sovvenite alla patria... o patria! o patria! Vedetela lacerata come la moglie del Levita...; e come della moglie del Levita furono mandati i brani alle tribù d'Israello, ecco io distribuisco tra voi le membra sanguinose della vostra Fiorenza. Le tribù, rammentatevi, vendicarono la donna trucidata... Nel nome santo di Dio, salvate la vostra genitrice che sta per essere manomessa...»
«Noi non possiamo.»
«Oh! come non potete? E chi vi contende morire? — Potè Leonida alle Termopili? E, più avventurosi di Leonida, poterono i Milanesi? Il barbaro ne distrusse la patria e ne seminò la nuda area di sale; ma la terra della libertà fece germogliare il seme infecondo: altre mura sorsero sopra le rovine, e Federigo le vide e non le superò... Venitemi appresso... da questo punto io vedo sopra la torre di San Miniato il gonfalone del comune svolgere il suo volume per l'aere sereno; — egli si compiace del bel cielo, — il cielo di lui, — entrambi trionfali; — venite, vedetelo; e' par che vi accenni, onde accorriate a difenderlo... vedetelo pure una volta e poi ditemi: Noi non possiamo!»
I meno inverecondi dei giovani non ardivano schiudere le labbra, — l'un l'altro mirava spiando nel volto del vicino la risposta da darsi. Allora i codardi, temendo le parole ardenti del Castiglione, proruppero in ischiamazzi plebei, col fango dell'anima loro pensarono contaminarlo dicendogli oscene ingiurie e contumelie di ogni maniera.
Boni Boni, curvandosi all'orecchio del Morticino, susurrava:
«E' farebbe mestieri cacciarlo via dalla piazza.»
«Certo che sì, — ma come?»
«Oh! non sapete che l'anima nostra fa più lungo cammino e più presto con una palla di piombo che non con sei mute di posta?»
Il Morticino declina l'archibuso, ne volge la bocca alla volta di Dante e accosta la corda accesa al focone; il colpo partiva[352].
Alamanno dei Pazzi con pronte mani strappa all'Antinori l'archibuso e, gittandoglielo a terra, così lo garrisce:
«E pârti poco quello che facciamo, onde tu vi aggiunga ancora il vanto di assassino?»
Però crebbero gli urli, e con gli urli furono lanciate pietre contro il Castiglione, il quale, conserte le braccia sul petto, sostenne l'infame oltraggio senza piegare il collo, senza stringere le ciglia; e comecchè i sassi in più parti gli rompessero la persona, i suoi labbri non si mossero ad accento che denotasse ira o dolore.
Poi all'improvviso scosse la testa ed esclamò:
«Uccidetemi, ma ascoltatemi.»
E si mescolò tra' suoi percuotitori, e quale abbraccia, qual bacia e quale strascina, pure pregando che vogliano affrettarsi in aiuto della patria.
Perchè si arresta il magnanimo? Per qual cagione alla intensa alacrità successe tanto stupida quiete? Forse gli si scoppiò il cuore e non sostenne la vista della rovina della patria?
Come Cesare, quando tra i congiurati contro la sua vita riconobbe Bruto, si avviluppò col manto la testa e ad altro non pensò che a morire dignitosamente, Dante, avendo ravvisato tra i ribelli della Repubblica il suo fratello Giovambattista, pievano di Santo Appiano, non potè proferire altre parole se non queste:
«Anche tu, Giambattista!...»
E con le mani si coperse la faccia; — ogni vigore rimase in lui affatto spento, — non vide nè senti più nulla, — stette come uomo morto. — E poichè Bernardo da Verazzano si accorse che i tristi, imbaldanziti del silenzio di lui, erano per rinnovargli qualche mal tratto, lo trasse via con dolce violenza da quel luogo; ed ei lasciò condursi immemore, a guisa di fanciullo, chiuso in tale una angoscia che non gli concedeva nè un pensiero nè una lacrima nè un atto di furore disperato.
Giunto presso al ponte Santa Trinita, incontra messere Bernardo da Castiglione, il quale, tutto smanioso, volgendo i passi alla volta di lui, da lontano gli grida:
«Sálvati, Dante, la patria è perduta.»
«Mente chi lo dice!» urla Dante, e gli occhi dilata orribilmente, il volto pel subito moto gli diventa pavonazzo, e dalle ferite torna a sgorgargli vivido il sangue.
«Ahi! mentissi davvero! — fosse quanto vidi ed udii un mal sogno!... Ma ascolta, figliuol mio: dei gonfaloni chiamati la metà appena si adunò su la piazza; dei mercenari, tranne i Guasconi, nessuno. Il gonfaloniere gridava senza posarsi: Arme, arme, a me il corsaletto e il cavallo... — All'improvviso allibbisce e tace, e seco gli altri, che una nuova giunge disperante in palazzo: Malatesta avere fatto impeto alla porta di San Pietro Gattolino, dispersa la guardia, cacciato l'Altoviti che vi stava a capitano, rotte le imposte, intromesso il nemico; le artiglierie, a lui affidate in difesa della città, averle volte ai nostri danni e minacciare ridurre i nobili palazzi, l'egregie basiliche in un mucchio di cenere: stanziare insieme con lui Baccio Valori e don Ferrante Gonzaga. In tanta confusione di eventi, in così grande imminenza di pericolo non avere potuto la Signoria o saputo abbracciare partito altro migliore che quello di rendere a Malatesta il bastone e al Bartolino il commessariato; atto primo della ricuperata autorità di ambedue questi tristi essere stato disfare la Signoria, convocare gli Ottanta ed eleggere quattro cittadini, Bardo Altoviti, Iacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pierfrancesco Portinari, per fermare la capitolazione...»
«E non vi basta? — E vi par poco, Bernardo?» interruppe Dante, e poi con maligna intenzione soggiunse: «Ora in rimerito delle mille pugnalate abbiatevi questa una. Voi, che andavate tanto superbo della vostra stirpe, — voi che affermavate da memoria di uomini incontaminato il candido manto dei vostri cani[353], Bernardo, andato a casa, ardete le immagini dei padri, ardete gli stemmi, me, voi, tutti i Castiglioni e i nostri palagi sopra essi, imperciocchè la nostra schiatta siasi avvilita per sempre; — colà, — su la piazza di Santo Spirito, Giovambattista dei Castiglioni patteggia co' traditori ai danni della patria....» Il vecchio vacillò, come se forte lo percotessero sul capo, si appoggiò alla parete; dopo lungo tempo con labbra tremanti riprese: «È prete.» — E di lui non disse altro; stette di nuovo taciturno, quindi incominciò;
«Dante, tu sai se io abbia avuto viscere di padre per te; — tu sai se anche potendo io vorrei consigliarti una viltà: — la fortuna prevale: — sálvati, — consérvati a tempi meno tristi..., aspetta che il popolo torni a svegliarsi.»
«No, l'uomo stanco s'addormenta e la mattina si sveglia più gagliardo di prima, ma i popoli dormono un sonno di morte eterna; — io rinnego la speranza, come renunzio alla vita.»
«Oh! non dirlo», favella il vecchio, «non dirlo», e la mano gli pone sollecita sopra la bocca, «non dirlo, figliuol mio; queste sono bestemmie che accendono l'ira di Dio: ciò che il popolo veracemente vuole, quello anche può; — tu sei giovane assai, ma pur devi sapere che tre volte in novantaquattro anni fu cacciata di Fiorenza la casa dei Medici, e due di queste, si può dire, ai tuoi tempi, nel quattrocento novantaquattro ed ora nel ventisette...: perchè non sarebbero cacciati la quarta e per sempre?»
«E quando?»
«Quando i loro peccati diventeranno maggiori dei nostri[354]; e sarà in breve, perchè agevole è agli oppressori dei popoli passare il segno dell'ira di Dio.»
«Andiamo dunque.»
«Io rimango....»
«Avrebbe il vecchio più sangue del giovane?»
«No: appunto perchè ne ho meno, rimango; impaccio ti sarei nella fuga, carico nell'esilio, e i miei anni sono tanti che dipartirmi dalla patria a me null'altro frutterebbe tranne sepoltura straniera.»
«Che cosa direbbero i posteri di me, se, il paese natale abbandonando, io non portassi meco i miei parenti e i penati?»
«Il nostro Dio dovunque vive...»
«E voi?»
«Io vivrò, spero: vergogneranno forse insanguinare i miei capelli canuti; e per le altre persecuzioni, — io le sfido, — dacchè alla età mia ben possono arrecarmi gravi mali, non lunghi.»
«Ahimè! ahimè! Io vedo gittare nei nostri avelli prima la vostra testa, poi il busto...»
«Allora ti lascerò il legato di David[355], — la vendetta.»
«Tristo il figliuolo che altro non sa che vendicare la morte paterna! Il mondo mi maledirebbe infame.»
«Il mondo ti dirà grande; dirà che ogni affetto spogliasti per consacrarti tutto alla patria; — dirà che, per vivere intera una vita di odio e di persecuzioni contro ai tiranni, all'amore di patria aggiungesti la rabbia della vendetta; dirà che in tanta fiacchezza di animi non dubitasti lasciarti dietro a pericolare un caro capo, onde gli estremi aneliti del viver suo impiegasse a favore della patria. Voi piante orgogliose abbatterà la tirannide, noi lascerà mezzo morte e caduche; — in voi troppo alto freme lo sdegno onde sappiate dissimulare; — voi avete il dorso d'acciaio e non potete curvarvi, ma noi c'infingeremo vili e lusinghieri, gli assopiremo con dolci parole, gli ricingeremo di una rete invisibile, — con l'arte noi appianeremo la via al vostro ferro...»
In questo mentre sopraggiunsero Giovambattista Gondi, Cardinale Rucellai, Giovacchino Guasconi, Antonio Berardi, Lionardo Bartolini e Braccio Guicciardini e Marco Strozzi e il Busini ed altri più assai, dilettissimi amici del Castiglione, i quali tutti ormai disperati della salute della patria cercavano di mettersi in salvo; ed insieme gli si posero attorno e lo scongiurarono ad essere loro capo e compagno; senza di lui non sarebbero partiti; se egli rimaneva, ed essi rimanevano, e sopra il suo capo sarebbe ricaduta la morte di tutti; lo taccerebbero di codardia, se si lasciasse andare alla disperazione; presto gli imperiali sgombrerebbero dall'Italia, Clemente prossimo a morire, — allora chi difenderebbe i Medici? Ma ed allora chi anche gli offenderebbe, se essi non vivessero più? Andasse, si affrettasse; il signore Stefano avrebbe loro fatto spalla a fuggire; — ogni indugio mortale.
Aggirato, confuso, andò il Castiglione o piuttosto lasciò condursi, chiuso nel suo dolore, con le braccia incrociate sul petto, a viso chino, e pervenuto alla porta San Nicolò, levò gli occhi, la guardò una ed altra volta sospirando; — quindi chiamatosi dappresso Bernardo gli domandava:
«Bernardo, pel sangue di Cristo, ditemi il vero: dov'è Michelangiolo?»
«In salvo.»
«E il Carduccio?»
«Non si è più visto, e lo crediamo salvato...»
«Gran mercè. Ora sul limitare della porta io scuoto dal mio calzare una terra maledetta, — la terra della mia patria, perchè sta per produrre il frutto della tirannide.»
Ma quel pietoso vecchio di Bernardo curvandosi a stento ne raccolse un pugno e tornò a cospargergliene i sandali dicendo:
«No, figliuolo mio, ella è terra di sventura. Negli amari passi dell'esilio due sole cose ti rimarranno della patria — la sua memoria nel cuore, — la sua polvere sul calzare, — e allora ti sarà cara anche questa, e penserai parte di lei ricoprire i tuoi padri, — i tuoi parenti — e forse anche me che ti amai tanto; — serbala, Dante mio; noi adoriamo reliquie meno sante di lei.»
Varcarono le porte, — si dilungarono alquanto; all'improvviso Dante volge la faccia alla patria che abbandonava, e vede Bernardo sopra la porta che gli manda un estremo saluto —; poi si chiusero le imposte, e non vide più nulla. Allora lo vinse un fiero proponimento; ratto trasse fuori il pugnale e puntandoselo ai petto esclamò:
«Nessuno potrà impedirmi di morire a mio senno.»
Se non che gli amici lo trattennero, con dolci parole lo raumiliarono, gli trassero il pugnale, nè glielo resero prima che con solenne giuramento si obbligasse a conservarsi la vita.
Come finì questo magnanimo? Sortirono, o no, i suoi disegni il loro adempimento? Morì per morte di sangue, o mancò col cuore roso dalla amarezza dell'esilio e dall'ansia della speranza delusa? La febbre del desiderio lo inaridiva, o piuttosto prima di spengersi sorrise pure una volta nel rivedere la patria? Non lo dirò. I casi e la morte di lui ben possono dare nobile argomento a nuovo poema; — lascio la messe intatta a cui voglia mettervi dentro la mano poderosa. Però chiunque non si sente l'anima grande davvero si vergogni di stendervela; — gli ultimi palpiti della libertà di un popolo sono santi quanto l'arca di Dio; Rammenti Oza[356]. Il dramma storico e il poema del popolo, simili all'arco di Ulisse, chiunque gli afferra e non gli curva, — uccidono.