Dentro il memore petto i sacri affanni
Va rinnovando il tuo gorgoglio, o fiume:
Però che il giorno io mi riduca a mente
In cui l'onda cruenta i forti corpi
Menò travolti, e le spoglie infelici.
Veggo morti giacere, e vedo le armi
Sparse per la campagna, e le ferite
Tabe stilanti. Oh! degli eroi gli spirti
Debitamente supplichiamo. Molto
Poi nel cor sospirando, e molte a Dio
Mettendo preci, io passo.
L'uomo del Bosco.[38]
Di tratto in tratto Pasquale Paoli metteva fuori il capo dalla camera che abitava nel convento di Murato, terra grossa nel Nebbio, e con impazienza sempre crescente domandava ad Altobello ed agli altri che stavano fuori; non si è anco visto nessuno?
— Nessuno, gli rispondevano sempre.
Per ultimo comparve un vecchio, cui crederono parecchi raffigurare, ma così alla confusa, che postisi appena sur un sentiero ne smarrivano la traccia; infatti com'era possibile mai riconoscere padre Bernardino da Casacconi senza barba, con due baffi formidabili, una parrucca infarinata, ingessata e per di più vestito da soldato? Da soldato in verità, nè basta; da soldato nemico, da soldato traditore, in breve da soldato delle compagnie côrse composte da Matteo Buttafoco e messe sotto il comando di Ferdinando Agostini, del cavaliere Lazzaro Costa, di Orso Campana e di Angelo Luigi Matra, le quali furono il colpo di grazia alla libertà della Corsica. Egli si presentò con un certo fare insultante e beffardo che unito alla nappa bianca francese appuntata al cappello gli avrebbe fruttato disgustoso saluto se di subito non chiedeva del generale. Questi, a quanto parve, stava con le orecchie tese, imperciocchè spalancò in un attimo la porta esclamando:
— Ben venga il nostro venerando in Dio, padre Bernardino; stavo sui ferri arroventati non vi vedendo arrivare.
— Ed io finchè non arrivava mi sentiva molto vicino al piombo bollente; ma eccomi qua come piace al Signore, ed è faccenda finita.
Entrati nello studio dove era distesa per terra una carta geografica della Corsica, padre Bernardino incominciò: — voi già saprete lo sbarco a S. Fiorenzo del generale comandante conte De-Vaux; il Marboeuf fu promosso all'ufficio di capo civile: come però egli duri sempre a mestare nei negozii soldateschi non saprei: fatto sta, che ci si mescola. Voi conoscete questo De-Vaux, che altre volte militò in Corsica lasciandovi fama di poco valore e di molta ribalderia; or bene i suoi amici affermano, e dove bisogna anco con giuramento, che il tempo gli ha logorato il poco di buono e cresciuto a dismisura il cattivo. Il duca di Choiseul non ha trovato di meglio a cui appoggiarsi adesso che traballa: dicono che dove vinca presto, gli abbia promesso in fede di gentiluomo il bastone di maresciallo di Francia, ma dicono eziandio che senza pregiudizio della fede di gentiluomo, perda o vinca non gli darà nulla. Lo precede la reputazione di lunatico, di beone e di crudele per ferocia e per bizzarria: e già taluno ha provato che la fama non mentisce. Poichè, come voi sapete meglio di me, non manca mai in Francia qualche persona che a parole non ti sovvenga, massime se la parola buona per te trafigga altrui; così nell'udire la commissione del conte De-Vaux, il quale nei suoi colloquii si dimostra troppo più perito di forche e di ruote che di battaglie, corse sul conto del duca di Choiseul il motto: prima comprò le pecore, ed ora manda il macellaio a spellarle; dalla quale rampogna desiderando il duca schermirsi gli mise a canto non so quale ufficiale affinchè lo temperasse, ma gli è stato un buttare polvere negli occhi; in vero per altra parte gli raccomandò si riportasse ai consigli del Sionville...
— Sionville! Quel vecchio feroce che insanguinò la Corsica sotto Teodoro, e rese odiosissimo ai Côrsi quest'uomo il quale si era presentato come liberatore?
— Per l'appunto lui. Il De-Vaux afferma a chi non lo vuole e a chi lo vuole sentire, che fa caso di ridurre a partito la Corsica come di bere un uovo; anzi ha giuocato dopo pranzo con Lord Pembroke dodici dozzine di bottiglie di vino di Canarie di averla ridotta alla devozione del re prima della rinfrescata.
— Jattanze francesi che si potranno verificare pur troppo se manchi ai Côrsi la consueta virtù; — ora ditemi quante forze di certo il nuovo capitano può adoperare contro noi?
— La paura, e andiamo franchi, anche la prudenza che conta vi direbbero molte anzi troppe: danno per sicuro, ch'egli possa campeggiare con 50 battaglioni non comprese le artiglierie che sono un subisso, e più dei battaglioni e delle artiglierie, assai mi fa paura un'altra cosa.
— Ed è?
— Parecchi milioni di lire in luigi d'oro e la facoltà di conferire impieghi militari e civili; i francesi medesimi fanno le stimate non sapendo donde la corte abbia potuto cavare tanti quattrini; ma purchè il duca di Choiseul duri al governo, non rileva se per ammazzare mille Côrsi bisognerà che duemila francesi muoiano di fame.
— Ah! padre mio, da questa parte la patria disarmata riceverà il colpo mortale. Dio ci assista — e il Generale, chiusi gli occhi piegò dolorosamente la testa.
— Amen! rispose il frate.
Il generale rinfrancato l'animo nel raccoglimento interrogò di nuovo:
— E non vi è venuto fatto di penetrare nulla intorno all'ordine col quale intendono condurre la guerra?
— Ve lo dirò per disteso, anzi ci sono venuto a posta per questo, altrimenti mi sarei rimasto. Quando mi fui acconcio come mi vedete, talchè specchiandomi non ravvisava più me stesso, me ne andai difilato dal conte di Marboeuf, e gli dissi voler pigliare soldo per Francia; interrogato del nome io glie lo dissi: Bernardo da Casacconi; sarei volentieri entrato nel corpo delle guide, che agli altri servizi io mi sentiva inetto, o per lo manco meno atto: egli mi rimandò a Matteo Buttafoco che si dimena come il diavolo nell'acqua santa a portar fascine per bruciare la sua Patria; a me che non garbava punto questo andare da Erode a Pilato, fatto del core rocca risposi: che non mi ci entrava; volere servire la persona del conte; se così gli piaceva mi accettasse, diversamente mi lasciasse stare, perchè ogni uccello sa il suo verso, ed io intendeva fare il mio.
Il Conte di rimando: la si potrebbe accomodare, ma sacco vuoto mal si giudica, ed io se non ti conosco non ti maneggio. Voi siete un signore prudente, risposi io; e in questa come a Dio piacque entrò Ferdinando Agostini; certo mi fece e per più cagioni un tuffo il sangue, ma mostrando il viso alla fortuna replicai: ecco qua qualcheduno che potrà darvi buona contezza di me, e volto all'Agostini ripresi: compare, dite senza rispetto al signor conte qual è il mio nome nè più nè meno, e se mi credete capace a insegnargli le vie che menano a Corte. L'Agostini mi guardava come uomo che riconosce la voce, ma poi non gli corrisponde alla sembianza, e tra il sì e il no si confondeva; io gli ammiccai degli occhi, ed egli rabbrividì: tenni che stesse per denunziarmi e non lo fece; forse la mia audacia lo mise sottosopra: forse la coscienza del bene che altre volte gli aveva fatto lo rimorse; può darsi che la paura dei miei vendicatori lo stringesse, o piuttosto, come ho potuto conoscere confessando, Dio ordinò che nei cuori più tristi restasse sempre una particella sana, non fosse altro, perchè sentissero la diversità che corre fra le opere buone e le ree, e trovassero per così dire sempre aperta una porta alla penitenza, fatto sta che rispose asciutto; costui si chiama Bernardo; ed è de' Casacconi senza dubbio! quando voglia, non troverete uomo più adatto di lui per condurvi a salvamento per tutti i tragetti dell'isola.
— Non occorre altro, voi starete a posta mia e questi vi dono per gaggio.
— Così disse il Conte e mi dette sei monete d'oro, che eccole qui — diss'egli frugandosi in tasca e mettendole sul tavolino.
— E che me ne ho a fare io?
— Pigliarle e spenderle in vantaggio della Patria, voi che lo sapete, io non le posso tenere, che ho fatto voto di povertà. — Dov'eravamo? Aspettate; non m'interrompete più; o che io perdo il filo. Uscito l'Agostini sopraggiunse un uomo corto e grosso, che fin dalle scale gridava; Conte! Conte! dove diavolo siete, Conte? Il signor di Marboeuf gli si fece incontro col cappello in mano, dandogli della Eccellenza, ed egli a lui; però presto mi accorsi ch'egli era il De-Vaux, imperciocchè spiegando un involto di carte continuò ad urlare; — corpo qui; sangue là; insomma bestemmie da staccare i travicelli dal muro; chi credereste voi di avere per generale? forse il Conte de Vaux? Voi v'ingannate. Il generale sta a Parigi; di là si vedono meglio le cose, e soprattutto ci si vedono più riparati; il generale è il duca: lo spirito santo gli ha versato sul capo le virtù a catinelle; in breve voi lo sentirete creato cardinale, forse anche papa, — ecco qua — aggiunse rabbiosamente gettando l'involto su la tavola — egli mi manda da Versaglia bello e fatto l'ordine della guerra; egli comanda e vuole che in due punti si abbia a campeggiare; uno nel Nebbio per mettere fuori il Capo Côrso, e l'altro nella Casinca per penetrare nell'interno dalla parte di Aleria: questo come vedete è perfettamente assurdo; tra me e il capoluogo delle operazioni metto un paese intero, mi dilungo senza sapere dove troverò il nemico, mi espongo ai disastri di una marcia arrisicata, ed offro campo di proseguire a nostro danno la guerra di avvisaglie che sperimentarono così acerba i miei antecessori: no, signore io non la intendo così; la colonna nel Nebbio sta d'incanto, ma sostenuta da corpi vicini, i quali operino di concerto con lei; una colonna manderemo anche in Casinca per tenere in rispetto il nemico, e torgli il ruzzo di raccogliersi in massa: ma la terza colonna che mi dispongo a comandare io voglio che s'inoltri per la sponda sinistra del Golo e faccia capo sotto le costiere di Lento, dove congiunta coll'altra che scenderà dal Nebbio mi concederà potere da un lato di occupare la Balagna, dove ci aspettano a braccia aperte, dall'altro, sforzato il passo del fiume, correre fino a Corte e così darmi di un tratto vinta l'impresa...
— Chi è quell'uomo là? — a questo punto scorgendomi domandò il De-Vaux.
— Non dubitare è dei nostri; l'ho preso ai miei stipendi per guida.
— Sta bene, ma mandatelo al diavolo: e poi cotesto furfante sapete voi che aggiunse? Aggiunse: e se la sua faccia non mentisce, mi sembra che mandandolo al diavolo lo abbiate a mandare proprio a casa sua. — Andate via, Bernardo, mi disse allora il Marboeuf, buttate su di un fico cotesta pelle di orso per vestire la divisa di S. M. cristianissima. — Dopo una licenza così inchiodata e ribadita non vedeva verso di potere fermarmi: andai a vestirmi e mi trattenni finchè ieri notte, colto il destro, me ne sono venuto via con armi e bagaglio.
Appena frate Bernardino ebbe chiuso la bocca, che Altobello entrò avvisando un frate domenicano che partito in fretta da Calvi chiedeva conferire col generale:
— Venga il padre domenicano.
Il padre comparve come uomo sgomento: disse mandarlo a furia il suo superiore ad avvertirlo che si vedeva bordeggiare tra il capo di Alga e quello di Spano un'armata francese industriandosi a pigliar terra.
— Grazie in nome della Patria a voi e al vostro superiore; i Francesi lo possono fare; possiedono naviglio e soldati più che bastevoli a questo. Andate a riposare, che morite di stanchezza. Ambrogio, pigliatevi cura di questo degno sacerdote.
— Generale! affacciandosi di su la porta disse Altobello, un altro frate, ma questa volta dei servi di Maria, partito da Ajaccio, fa istanza di essere accolto da voi.
— E parrebbe che questi padri si fossero dati la intesa per confessare e amministrare il viatico e la estrema unzione alla Corsica: entri il servita. — Il servita ammesso alla presenza del generale espose arrivare ratto a chiarirlo come grossa mano di soldati francesi sbarcata ad Ajaccio si fosse sentita dire che rifatte appena le forze del travaglioso viaggio si sarebbe messa in cammino per pigliare i Côrsi alle spalle. Impallidì leggermente a tale annunzio il Paoli e raccomandò anco il servita alle cure di Ambrogio. Appena uscito il frate, il Paoli portando la manca mano su gli occhi esclamò con voce cupa; — Noi non possiamo più vincere...
Padre Bernardino stava lì lì per fargli un rabbuffo, quando venne annunziata una femmina la quale piena di angoscia in vista recava un foglio che dichiarava non volere consegnare in altre mani eccetto quelle del signor generale: facilmente accolta, ella disse averle dato il foglio a Olmeta un soldato, ordinando portasselo a Murato, e avvertisse darlo proprio al Paoli; se nol facesse, guai; i suoi figliuoli e la sua casa pagherebbero per lei; onde la scusasse se per caso avesse fallato. Il generale confortò la povera donna, e donatole alquanto di danaro l'accommiatò; gittato l'occhio, su la carta ebbe a meravigliarsi non poco considerando com'ella fosse straccia e sgualcita; presago in cuore che contenesse cose vituperevoli, la porse al Guelfucci perchè la leggesse; e il segretario con voce che mano a mano procedeva nella lettura si mostrava alterata lesse: — «Sua eccellenza il comandante generale delle forze terrestri e marittime di S. M. cristianissima al capo dei ribelli Côrsi: che S. M. il re avendo comperato dalla serenissima repubblica di Genova l'isola di Corsica per più danari che non vale, e però appartenghiate alla Francia pel sacrosanto diritto di compra e vendita, voi già sapete e non importa che io vi dica: quello che importa che sappiate è che noi siamo cinque volte tanti in maggior numero di voi; misericordia ci consiglia a tenere tuttavia levato il pugno sul vostro capo; approfittatevi del momento per inchinarvi alla bandiera di Francia e meritarvi perdono: vi si concedono due volte ventiquattro ore, le quali trascorse senza ridurvi a consigli migliori, potranno ben cercare, chi ne ha voglia, i tritoli delle vostre ossa, ma non li troveranno.»
Assai prima che la lettura cessasse, il Paoli si aggirava per la stanza a mo' di lione dentro la gabbia; le mani apriva e chiudeva quasi intendesse stringere l'elsa della spada; squassava il capo: in breve da tutta la persona spirava, non che ira, furore: di botto sta, si stringe con la destra le tempie e del piè pestando la terra comanda:
— Buonfigliuolo, scrivete; no, no di quella carta, bensì dell'altra papale dove registransi le deliberazioni del regno.
Il padre Guelfucci preso un foglio e adattatoselo dinanzi con molto magistero, speculata prima traverso la luce la penna di cui le punte andavano a sesto, pose la manca aperta sul foglio, con la destra intinse la penna nel calamaio, e stretti i labbri, levato il capo in su aspettò.
— «Eccellenza, dettava il Paoli tremando a verga e agguantandosi al tavolino, — se veramente vi sentite cinque volte più forte de' Côrsi, voi dovreste comportarvi cinque volte più generosamente di loro. Se la Francia, la quale un giorno ci sovvenne per liberarci dai tiranni, oggi si mette nei piedi di loro, questa è sventura nostra ed anco vostra non poco, nè credo possa somministrarvi argomento a inorgoglirvi troppo. In ogni caso se a voi servitore sembra onesto obbedire i comandi del vostro padrone, non dovreste trovare reprensibile che io uomo libero obbedisca alle leggi della Patria mia. Minacce e oltraggi tra gente valorosa non usano: ho sentito dire che i gentiluomini francesi una volta se ne astenevano. Con le parole non ci possiamo dire più nulla: noi vi attendiamo su i campi dove vincendo ci aspetta gloria immortale, e perdendo non troveremo vergogna, perchè avremo combattuto con Francesi, e cinque volte, voi lo affermate, più numerosi di noi.» — Fin qui l'egregio uomo dettava, poi tolta la penna segnò il suo nome fulminando a zig zag come si dipingono le saette.
— Se non sono scoppiato, egli disse piegando la lettera, posso garantire il mio petto di acciaio. Orsù, Ambrogio, mettiti il tuo meglio vestito, e voi, signore Altobello, invitate a mio nome il signore Stein a portare nella qualità di parlamentario questa lettera al generale in capo dei Francesi; lo troverà in Oletta; spedita la faccenda tornate, che ho da commettervi cose di molta premura.
Quando il conte De Vaux ebbe letta la risposta del Paoli si sentì umiliato e nel profondo; ma all'incontro di accogliere cotesta mortificazione come castigo o come ammenda, se ne valse per alimentare la ingiusta ira; però sorse in piedi quasi fuori di sè urlando: — S'impicchi! s'impicchi!
I circostanti, qualunque fosse la buona voglia loro per obbedirgli, non sapevano che farsi, dacchè non rammentava alcun nome; onde egli mirando cotesta loro inerzia vie più si arrovellava; per buona ventura capitò il conte di Marboeuf, che vistolo con gli occhi strabuzzati, e pavonazzo in viso da fare temere imminente un colpo di apoplessia, essendosi informato della cosa licenziò tutti, e quando fu rimasto solo con lui così gli parlò:
— Signore, i Côrsi meritano quello e peggio che minacciò loro con tanta giustizia vostra eccellenza; ma come sapete bisogna lasciare andare tre pani per coppia, per amore delle convenienze: e il parlamentario per di più non è punto côrso, bensì prussiano, gentiluomo e inoltre colonnello di S. M. il re di Prussia.
— Diavolo! Allora è un altro paio di maniche; ma vedete un po' dove si vanno a ficcare i gentiluomini? Questo travagliarsi dei nobili in pro della plebe e farla comparire qualche cosa non può condurre a bene, assolutamente non può...
— Voi parlate d'oro, signore, ma che farci? Intanto vi piacerà senz'altro di accogliere il parlamentario?
Il colonnello fu inondato di convenevoli, e non sapea che per poco non lo avevano appeso: la superba arroganza del De-Vaux pensava emendare adesso con la copia degli ossequii la malcreata villania di dianzi. Anche ad Ambrogio, venuto come trombetto, toccò il benefizio del vento mutato, sicchè invece di un nodo scorsoio ebbe in regalo dieci bei luigi nuovi di zecca, che fece proposito depositare nella cassa pubblica, ma poi in onore del vero gli rimasero in tasca; tutta colpa, già s'intende, della cattiva memoria.
Altobello compito il comando tornò in camera del generale scorato; così appariva nel sembiante disfatto, che il padre Bernardino non potè astenersi da domandargli se si sentisse male.
— Ohimè! rispose Altobello, noi non possiamo più vincere...
— Già, proruppe il frate dabbene, nei decreti della Provvidenza, per Dio Santo, dacchè me lo fate dire, non ci ha anco letto nessuno; e dei miracoli se n'è visti anche ai dì nostri; non ci è stato un David solo che abbia rotto la testa a Golia; ed un popolo, fermo davvero a non lasciarsi vincere, sovente opera miracoli da per sè senza incomodare Dominedio: ad ogni modo ci rimane morire...
— Morire! morire! riprese Altobello facendo spallucce, e il frate crucciandosi più che mai gridava con quel suo fare avventato:
— Certo! morire. Per la Immacolata! così disse Leonida alle Termopili ai suoi trecento, e nessuno fece spallucce; e chi era Leonida? Un pagano; e che disse ai suoi trecento? Sta sera cenerete meco, domani ceneremo tutti a casa del diavolo. — Mentre io posso assicurarvi, Altobello, che morendo per la Patria voi andrete a cena con gli Angioli diritto come un cero.
E Altobello: — E non è per questo che io parlo; bensì perchè pensava che la Patria si aspettasse da noi qualche cosa meglio che morire.
— E ancora io lo penso; però, figliuolo, io vo' che tu sappia non essere cosa di piccolo momento lasciare a cui viene dopo una vendetta da compire; i figliuoli non possono davanti agli uomini, e nè davanti a Dio ripudiare la eredità sanguinosa. E datagli una grande stretta di mana se ne andò pei fatti suoi.
Altobello quando entrò nello studio del Paoli lo rinvenne sempre inteso sopra la carta geografica; appena ei lo avvertì rizzossi in piedi, e tale prese a parlare:
— Io non comprendo niente nell'ordine di guerra del nostro nemico: affermano moversi in tre colonne, una nel Nebbio, e sta bene; l'altra per la forra del Golo; finalmente l'ultima contro la Casinca; e' pare che non sappiano, forra del Golo che sia, e non temano incontrarci ostacolo, onde scorrendo fino alla costiera pigliarci alle spalle se contrastiamo nel Nebbio, tagliarci la ritirata se indietreggiamo; meglio così. Se il tradimento non ci consegna a mano salva in potere dei Francesi, potremmo anche sgarrarla; accostatevi, Altobello; se mai venissi a mancare, perchè i casi della guerra importa prevedere tutti, e per me non sono i soli che io deva temere, giova che voi conosciate i miei disegni e procuriate mandarli a compimento. Bisogna che i patriotti sgombrando subito il borgo si affrettino a ingrossarsi al ponte in foce di Golo, e quivi alzando bastie e terrapieni adoperino ogni industria a ributtare il nemico dalla Casinca. Da ciò due sequele; o il corpo nemico si ferma in capo al ponte, o si ritira in Bastia, e tanto minori forze avremo a combattere noi: ma questo non sembra verosimile; bensì reputo certo ch'ei si unirà alla colonna la quale per la forra del Golo avvisa pigliarci alle spalle; se ciò avviene, erat in votis. Ora passiamo al Nebbio: qui andranno più gagliardi, perchè per primo scopo con lo stare forti in Patrimonio e in Barbaggio vorranno separarci dal Capo Côrso, e questo dubito che sia per venire loro conseguito con molta agevolezza; e poi mireranno a spazzarci via dal Nebbio cacciandoci dalla costiera di Lento e Canavaggia giù per la vallata del Pontenuovo. Le forze non ci bastano a tutto; intorno a Patrimonio e Barbaggio, dopo avere sostenuto il nemico irrompente quanto desidera l'onore della milizia, i nostri si ritirano su Rapate e Murato, e si uniscono agli altri di San Pietro per difendere le bocche di Tenda: alzino terrapieni, asserraglino strade, mettano travate alle case, i ponti rompano; ad ogni costo si sforzino sostenersi; avendo a cedere, riparino al campo trincerato di Santo Nicolaio; non si potendo reggere nè meno a San Nicolaio, scendano giù per la costiera gettando rinforzi in Lento e Canavaggia. Qui poi bisogna tenere fermo o morire; però studiate mandarci in fretta le robe e gli uomini che vi ho minutamente distinto nell'ordine di numero 9. Quanti non capiranno là dentro si riducano a valle, e passato il fiume a Pontenuovo riparino sopra la destra sponda del fiume. Per ora basta così: commetto il mio quartiere generale a Murato, dovendo lasciarlo lo trasferirò a Rostino, laddove ci possiamo mantenere nel Nebbio meglio che mai; se non possiamo, ecco la massima parte dell'oste francese stipata nell'angusta e dirotta valle del Golo: ora la Corsica la tiene nel palmo della mano: solo ch'ella stringa le dita con l'usato valore ed eccola soffocata; dalla destra le rovescio addosso i popoli di Casacconi, Ampugnani, Santo Antonio e Santo Angiolo co' circostanti paesi; a sinistra quelli di Bigano, Campitello, Scolca, Valpaiuola e Vignale; Lama, Pietralba e Ortenga di faccia; tutta la Casinca alle spalle. Padre Bernardino è già in via per tenere bene edificati i popoli di Casacconi e delle pievi convicine; ora voi pigliate tutti questi ordini e spediteli; procurate affidarli a giovanotti dalla gamba destra e dall'occhio acuto; sapete a cui potete fidare?
— Quanto a ciò non dubitate — e così rispondendo Altobello pensava a tali di cui il nome dovrebbe leggersi nel calendario dei santi dei popoli liberi e che pur troppo non vi si leggono, imperciocchè i popoli di Europa fin qui libertà che sia veramente non sanno e calendario non posseggono; per ora è fuoco di paglia, forse avverrà diversamente più tardi; e si avviava; senonchè lo trattenne sopra la soglia il Generale e dolcemente richiamandolo aggiunse:
— Altobello, il dovere di cittadino o la stima di amico mi persuadevano prima della spedizione di cotesti ordini a domandarvi se al vostro giudizio si fosse affacciato partito che vi paresse migliore per salvare la patria.
— Risponderò leale come merita la lealtà vostra. Ho sovente udito dire dal mio zio ed anco rammento avere letto, che Sampiero, il quale fu eccellente maestro di guerra ai tempi suoi, diceva che le vere Termopili della Corsica erano alla stretta di Omessa.
— Ed è così, ma Sampiero non si trovava con cinquantamila uomini su le braccia da combattere: le artiglierie si trattavano allora con poca industria, massime nei monti; nè aveva la Corsica intera a difendere; per sostenermi a Omessa contro il de Vaux mi occorrerebbero venti cannoni, munizioni in copia e artiglieri capaci; tutta la parte della isola lasciata scoperta cedendo alle corruttele francesi, perderebbe l'amore della libertà, di amica la sperimenteremmo nemica: a Sampiero non capitò mai di vedersi così com'io ricinto da tutte le parti: finalmente Omessa ci rimarrà sempre per ultimo partito, quantunque io tema forte che questa sia l'ultima battaglia che combattiamo, se la fortuna ci si mostri contraria.
Il conte de Vaux con 24 Battaglioni di fanti e tutta la cavalleria, eccetto la legione di Soubise, stanziò ad Oletta, dove avendo convitato il 3 maggio a festivo pranzo gli ufficiali superiori, levate le mense commise che con le artiglierie facessero gazzarra in segno d'allegria per la vicina battaglia. Invero all'alba del giorno veniente egli mosse con parte delle milizie ad assalire Rapale, altre ne mandò verso San Pietro e altrove a scarrozzare il paese per prendere lingua delle opere di fortificazione costruite dai Côrsi, e dei difensori di quelle. Certo pertinace fu la resistenza dei capitani Colle e Pelone a Rapale, però non si deve credere che sarebbero stati bastanti a ributtare i Francesi dove questi avessero deliberato di spuntarla; al contrario deve credersi che il de Vaux, uomo rotto agli scaltrimenti guerreschi, a questo modo operasse per indurre i Côrsi nella fallace opinione ch'ei tornerebbe ad assalirli in quel punto nel giorno veniente e così divertirli da Murato dove intendeva operare ogni suo sforzo. Però non si deve tacere che il Paoli, sia che si accorgesse dello strattagemma del nemico o no, difettava di forze per fronteggiarlo in due luoghi; anzi dove quegli appariva più debole, pure era tanto da vincerlo tre volte di numero. La mossa di Murato minacciava di tagliare il Paoli fuori del centro dell'isola ricacciandolo nel Nebbio, nel Capocorso e verso Bastia in mezzo al nemico grosso e padrone delle terre fortificate; non ci era tempo da perdere; dato dunque il segnale della raccolta, si ritirò con solleciti passi al campo di San Nicolaio, dove potendo avrebbe voluto sostenersi; ma il capitano di Francia inseguendolo stretto non gliene diede abilità; e poi il campo di San Nicolaio, ottima positura per chi può campeggiare ad armi uguali al nemico, non apparisce fornito da veruno dei naturali vantaggi, onde, si reputa dai maestri di guerra un luogo atto alle difese: pertanto il Paoli ebbe anco di lì a sgombrare e tosto: per questa mossa si trovò separato dal Nebbio e dal Capocorso, dove i popoli stavano in aspettativa per sollevarsi; se non che, vista poi la mala parata, cagliarono; le milizie rimaste fuori si sciolsero sperperandosi per evitare la prigionia e forse peggio: soccorse ai capi una nave d'Inghilterra usa fino da cotesti tempi ad accorrere dove accadono naufragi per raccoglierne le reliquie; la quale imbarcati Antonlionardo di Belgodere, Achille Murati, il capitano Pelone, un Pizzoni con altri 176 compagni li trasportò a Onelia, donde tornarono, ma tardi. Un altro danno troppo maggiore per lo scoramento fu questo, che avendo spedito gente a Pietralba, affinchè si aprisse l'adito in Balagna e quivi reprimesse le scorrerie dello Arcambal, la incontrò trista e curiosa, perchè i terrazzani in parte spauriti dai progressi del nemico, in parte sobillati dalla fazione fabiana avversissima al Paoli, le avevano contrastato i passi: ond'ella per non dare al nemico gradito spettacolo di guerra cittadina, se n'era tornata. Dall'altro lato a conforto dell'animo sbattuto del Paoli soccorreva il pensiero, che sgombrato il Nebbio, di poca importanza alle fortune della guerra appariva la Balagna; e più di questo la vista delle bandiere côrse che scendendo giù dalla vasta costa conobbe sventolare prima su Lento, poi su Canavaggia: deliberato di stabilire questi due punti quasi perno delle mosse future fece alto mostrando francamente la faccia al nemico tanto che ottenne risposta ai messaggi in tutta fretta spediti agli uomini di cotesti due paesi a domandare se di soldati o di munizioni desiderassero rinforzo.
Reduci e messaggi gli riferirono, che i Lentini e i Canavaggesi lo ringraziavano; avere a sufficienza di tutto, vivesse tranquillo, terrebbero fino all'ultimo fiato per lui. Allora scese giù in valle di Golo, in sembiante allegro, ma chi gli avesse visto il cuore avrebbe esclamato: Oh Dio che passione! In vero la risposta dei popoli della costiera lo aveva trafitto più che tutto: egli pensava amaramente come lui non più considerassero una cosa con la Patria, bensì colle parole lui oggimai distinguessero dalla Patria: il quale linguaggio palesò sempre a chi intende, che altri già si decise a tradirli o prese a prestare le orecchie credule od interessate ai sobillatori, che sempre intenti alla rovina di un popolo danno ad intendere come la causa della patria sia diversa da quella del suo custode. Giunto a valle gli occorse un corriere che lo ammonì da parte del Serpentini avere il Marboeuf tentato il passo del fiume, ma respinto con perdita non pareva disposto per ora a rinnovare la prova. Questa fu buona novella e se ne rallegrò; sicchè il suo volto riapparve sereno, e' sembra che la Provvidenza pei suoi arcani fini volesse provare la tempra di cotesta anima con l'assidua vicenda del dolore e della gioia capace ad abbattere anche le divine non che le umane nature; lotte ineffabili sono coteste; qualcheduno ne scampa e il Paoli fu tra questi; ma pari a quella che Giacobbe sostenne coll'Angiolo, chi n'esce, ne rimane tocco per tutta la vita.
Passò il ponte che ha nome di nuovo, lungo ben cinquanta braccia; lo trovò benissimo in ordine, munito di trincere e fortini; uno dei quali a metà del ponte: poichè tutta la sua gente lo ebbe passato ed egli ultimo, chiamò a se il conte Gentili preposto al comando dei prussiani e degli Svizzeri messi a custodia del ponte, e gli disse che l'esito della guerra dipendeva nella massima parte dalla difesa di cotesto ponte; confermasse i soldati nella ottima mente; con ogni partito più acconcio li persuadesse a tenere il fermo. Cotesta gente rude, ma fida, udì con lieto animo le parole del generale e rispose farebbe il debito: allora il Gentili su la fede di soldati e di cristiani la richiese di giurare che avrebbero senza rispetto, finchè l'anima le bastasse, sparato adosso a qualunque si fosse ardito passare. Appena passato il ponte, il Paoli scrisse lodando Saliceti, Cottoni e Serpentini, strenui mantenitori della foce del Golo, e raccomandò loro che operassero in modo che durante la notte gli spedissero di rinforzo quanta più gente potesse, senza però mostrare di sguernire il ponte. Giunto a Rostino, appena scese da cavallo, prese penna e calamaro e di suo proprio pugno vergò sopra un foglio d'ordine al comandante delle compagnie côrse stanziate al ponte alla Leccia: pigliasse sul far del giorno mille uomini fra i più gagliardi e valicato il Golo a Ponte Rotto per via di traghetti s'insinuasse nelle macchie di Canavaggia, donde ingaggiata la battaglia avesse ad irrompere improvviso percotendo il nemico di fianco o alle spalle. Dopo questi ordini parve più quieto, e proseguì a mandare comandi da ogni parte e a riavere ragguagli; i corni côrsi non cessarono mai tutta notte di rispondersi da valle a valle, e più che di uomini parvero voci delle foreste secolari, di vetusti dirupi che si dessero la posta per la prossima battaglia; però come se il cielo volesse chiarire le sue sinistre intenzioni, ad un tratto si ricoperse di nuvoli e quindi a breve il vento precursore della tempesta, scotendo gli alberi fronzuti di foglie novelle, empì la campagna di un segreto rammarichio, di un suono di piante come se le anime dei morti per la Patria da quarant'anni in poi uscissero dalle antiche sepolture per lamentare il prossimo infortunio, poi scoppiò il fulmine e il tuono lungamente ritronante di forra in forra terribile come la voce dell'Angiolo che sveglierà i morti di tutta la terra e dirà: — sorgete, o morti, e venite al giudizio! — Durò la tempesta poco più di due ore; ma la sconcia pioggia empì fossati, ingrossò i torrenti, e alle tante voci di terrore il Golo aggiunse il suo brontolìo mentre menava torvo le gonfie acque: passate due ore le stelle tornarono a scintillare più vivide come se avessero terso i raggi nei lavacri del cielo. Il Paoli ora si affaccia ad una ed ora ad un'altra finestra, impaziente di scernere su l'estremo orizzonte quella lista di luce grigia foriera del giorno; ma non vedendola comparire, scende e montato il cavallo s'inoltra solo per la via che da Rostino mena a Ponte Nuovo; il poggio sul quale si era cacciato ingombravano allora macchie di cornioli e qualche sughero, onde poco si poteva scorgere di giorno, molto meno di notte. All'improvviso il cavallo si ferma e il Paoli scorge due uomini armati ognuno da un lato tenergli il morso; veramente non si può nè manco dire che la costanza in lui fosse virtù; piuttosto qualche qualità naturale del suo temperamento; tuttavolta si tenne giunto alla sua ultima ora e non gliene increbbe; chiuso in sè, sdegnoso di profferire parola stette ad attenderla: però rimase poco in cotesta ansietà dacchè una voce amica rompendo il silenzio disse:
— Ecco, per un capo di esercito questo è trascuratezza degna di biasimo.
— O padre Bernardino, chi vi può riconoscere sotto le fogge che ogni giorno mutate, è bravo davvero!
— Mi sembra che non vi abbia a tornare nuovo che i frati trattino le armi in Corsica, e chi crede altrove che le virtù del chiostro chiudano la porta in faccia alle virtù della Patria ha torto marcio; ma ciò non monta adesso: tornate indietro, Pasquale e spedite i vostri ordini da Rostino, procurando di non mostrarvi fra i soldati, perchè vi ha tra essi non uno ma più Giuda, che hanno venduto il vostro sangue e già riscosso il prezzo.
— E come ardite affermare questo?
— Perchè lo so, essendomi stato rivelato in confessione, e veniva appunto per avvisarvene.
— I traditori quali?
— Si palesa il peccato, non il peccatore; io lo ebbi in confessione, e basta.
— Dunque il popolo pel quale ho sofferto tante fatiche e tanti dolori mi rinnega adesso?
— Il popolo non vi rinnega, prese a dire l'altro personaggio, il popolo non sa tradire; se vi avesse preso in odio vi ammazzerebbe, non vi tradirebbe; chi vi tradisce sono gl'incipriati; come hanno imparato a mentire il colore dei capelli, così mentiscono adesso la qualità dell'anima.
— Più su ancora, più su, gridava a tutti avanti Altobello; le vette dei monti ci allontanano dai travagli degli uomini e ci avvicinano alle consolazioni del cielo. (Cap. IX)
— E voi chi siete?
— Io sono Orsone di Tavera, che voi non conoscete; ma egli conosce voi, e alla vostra chiamata lasciò quattro figliuoli maschi (le femmine non si contano) a casa, per fare il debito come patriotta e come cristiano.
— E adesso dove andate?
— Sto col popolo dei Casacconi, che di esso sono i parenti miei dal lato della moglie; e vado qui con fra Bernardo per fare il debito come patriotta e come cristiano.
— Andate e rammentatevi e rammentate altrui, che per cosa che vediate o che sappiate, veruno, per quanto amore porta alla Patria, si attenti a passare il fiume della destra sponda alla sinistra se prima non ne abbia ricevuto segno, Dio sia con voi.
— E con voi altresì, rispose il frate, avete le vostre pistole?
— Le ho.
E mentre il frate col compagno scendeva verso il Ponte Nuovo, il Paoli rifacendo i passi s'incamminò sopra la via di Rescamone; giunto forse tre miglia lontano del Ponte Nuovo non gli bastò il cuore di proseguire, e non curando il pericolo lì scese, lì si pose a sedere sopra un greppo col capo appoggiato al tronco di una sughera; l'aurora lo sorprese colà.
Bella fu oltre ogni credere cotesta mattina, e i poeti l'avrebbero paragonata meritamente a Venere quando emerge dalle onde: imperciocchè come la Dea ridesse e come la Dea stillasse acqua, la natura l'aveva dapprima circumfusa di una tenue nebbia, che poi diventata più vermiglia abbandonò all'appressarsi del sole, pari alla sposa novella, che arrossendo si spoglia l'ultima zona all'appressarsi del talamo nuziale. La natura vagheggiando la sua diletta figliuola aveva di propria mano appeso copia infinita di gemme ad ogni foglia di albero, ad ogni pianta, a ogni fiore, poi commise alla brezza e alla luce di ministrare come ancelle, e quella le penetrò nelle intime fibre scotendo di un tremito di voluttà le foglie, le piante e i fiori, i quali parvero piangere per eccesso di piacere, e questa le mise su la faccia gli splendori di Dio; — stupendo tutto e divino, senonchè il lamentìo delle acque grosse che il Golo menava a rompersi per gli scogli del suo letto, a mo' dello scheletro ai festini dei re di Babilonia, ti ammoniva che la sventura è figliuola della gioia, la morte starsi accanto alla vita; dopo la libertà succedere la tirannide. Terribili trapassi e non pertanto fatali!
E sopratutto empiva di affanno la vista di una quercia fulminata; la sua frasca, che fatto meriggio a venti generazioni, eccola in terra sparsa, i rami cionchi in parte inceneriti, in parte riarsi; il merlo cercando il noto nido scoteva alquanto le ale sopra il luogo dove fu l'arbore, e non rinvenendo le amate frasche vibrava nell'aere un gemito e fuggiva via: tutti avevano abbandonato il povero percosso; dal suo casolare lo guardava il boscaiuolo, e intanto che aspettava occasione di metterlo in pezzi senza disturbo, affilava l'accetta. Non vi ha dolore al mondo che uguagli a questo, avvegnadio finchè dura la tempesta o la battaglia imperversa, il tuo spirito si mescola all'uragano, brontola col tuono o si lascia in balìa del lampo, ovvero ancora aspira l'odore delle polveri fulminanti, alle fiere armonie delle zuffe trasale; ma dove si presenti a te pacato dinanzi in mezzo ai fiori il cadavere di un bambino colto anco lui fiore dalla mano della morte, e il raggio mattutino del sole di maggio gli vesta la faccia mentre tutto d'intorno rinnova la vita e ne gode persino l'importuno moscone che non rifinisce mai di zufolare ronzando intorno alle labbra e agli occhi del caro defunto, oh! allora se il tuo cuore non sanguina, va, tu sei più o meno di un uomo, ma cento volte su di una anche meno di una bestia.
Passate con inestimabile ansietà le prime ore del giorno, ormai il sole era arrivato a mezzo del suo cammino; dal ponte della foce di Golo arrivato a gran fretta Giancarlo Saliceti con mille uomini occupava i posti assegnati: tutta quella gente colà raccolta, circa a 4000, anelava come una persona sola; la mano sul grilletto, l'occhio alacre, il piede impaziente. Clemente Paoli dalla sua esaltazione cavava argomento di esaltarsi; voleva parlare e non gli riusciva, le parole cozzavano urtandosi fra i denti donde prorompevano in fremiti, pure scorrendo per le fila co' gesti concitati, gli occhi leonini e le chiome irte ispirava terrore e furore. Di repente dai poggi che menano alla volta di Bigorno balena un lampo, poi due, poi cento; era la vanguardia della colonna francese che sboccava nella valle di Golo. Clemente la vide e immemore dell'ordine di battaglia e della disciplina di cui egli pure fu osservatore piuttosto rigido che scrupoloso, immemore di sè, gittato un urlo, col gesto accennò voler assalire il nemico; chi lo ama il seguisse, e tempestando si slanciò sul ponte. Difficilissima cosa era tenere con le ammonizioni e con gli esempi l'empito dei Côrsi; immaginate chi avrebbe potuto attraversarsegli adesso che gittava legna sul fuoco il meglio reputato dei loro capitani; i Prussiani e gli Svizzeri messi a guardia del ponte non lo tentarono nè manco, massime perchè la consegna portava a impedire la entrata non già l'uscita del ponte. Scoppiarono fuori i Côrsi dal ponte angusto come spirilli di acqua compressa e senza assembrarsi, senza ordinarsi si avventarono a mo' di gatti salvatichi contro i Francesi: questi erano buona e cappata gente in Francia, distinta allora meritamente col nome di granatieri; imperciocchè oltre fare uso delle armi ordinarie, come fu avvertito altrove, costumavano gettare granate nel folto della mischia.
A Clemente teneva dietro frate Bernardino come il tuono al baleno. Poemi, storie e racconti vanno pieni di fatti di guerra, sempre ai medesimi colpi seguitano le molteplici forme della morte, tutte terribili, tutte cause di pianto sconosciuto o non curato; però anco in quest'arte (alcuni la dicono scienza) lo ingegno umano ogni giorno supera sè stesso: verranno tempi nei quali due popoli strapperanno il fulmine dal cielo, non al modo di Franklin, bensì per armarsene le mani ed avventarselo contro: allora potranno, se vogliono, sterminarsi in un minuto. Lo faranno essi? La speranza crede di no, ma la esperienza le tentenna il capo dopo le spalle dicendo: — povera folle!
Noi non esporremo i vari casi di questa battaglia: diremo solo che i Côrsi a saltelloni e alla scoperta corsero incontro ai reggimenti francesi; parte per trovarsi più spediti gittarono gli schioppi, avventaronsi contro le baionette, con le mani agguantarono le sciabole; giocarono di stiletto. I Francesi a cagione dell'asperità del terreno non poterono ordinarsi come avrebbero voluto, dacchè possiamo supporre che se fosse loro riuscito mantenere il fuoco, i Côrsi non avrebbero retto.
Frattanto arrivati sopra un po' di piano si strinsero e adoperandovi ogni sforzo rigettarono i Côrsi; i quali tornarono addietro sì, ma come uomo che per islanciarsi con maggior foga piglia campo; i Francesi riguadagnando le alture, fosse accorgimento di guerra o necessità, questa volta si divisero, ed una parte di loro si ritirò a Lento l'altra a Canavaggia; i Côrsi anch'essi si separarono ed inseguendo i nemici mettevano l'orma dov'essi la levavano; questo dicasi dei fuggenti, fra i pertinaci accadevano duelli; dove mancate le armi guerresche, il furore ne ministrava altre inusitate; si finivano a morsi, o a colpi di pietra sul capo; gli aliti fumosi dell'assalito e dello assalitore si confondevano; sentiva l'uno il palpito del petto dell'altro; spesso esalarono ad un tempo l'anima, bocca accostata a bocca. — Misericordia non si domandava nè si concedeva; preghiere non ne furono dette, o se dette, assunsero il suono delle bestemmie; pianti, urli, minaccie, singhiozzi, tutto pigliava un rumore confuso pari al bramito della fiera che dopo lungo digiuno azzanna il carcame. La gente di Francia si giudica perduta imperciocchè ritirandosi su le alture di contro alle terre di Lento e Cavanaggia, munite di arme copiosissime e di uomini decisi a menare le mani da disperati, stretta così fra due fuochi non sembra che abbia più scampo.
Cotesta mossa avventata, comecchè favorita fin qui dalla fortuna, potrebbe partorire inestimabile danno, forse anco la perdita della impresa; ma la può essere sostenuta dalle compagnie côrse le quali fino dall'alba devono avere lasciato il ponte alla Leccia. Si sono elleno mosse? Non si sono mosse, e ciò per colpa del capitano, che, compro con premio presente e speranza di onori futuri, oggimai si era venduto alla Francia. Il nome di costui si conosce e potremmo rammentarlo, ma a noi giova tacerlo; imperciocchè ai traditori dalla loro stessa infamia venga pure qualche fama; e le cose buone sieno rammentate, le triste no. Costui appartenne a stirpe inclita per delitti, per tradimenti e per isventure da un lato, dall'altro per gesti magnanimi e per morte gloriosa; onde meritamente potè dirsi la famiglia degli Atridi di Corsica; però compensando il molto di cattivo col molto di buono, ragione vuole che le siamo cortesi di oblìo; e ciò tanto più che oggimai rimane di lei un vecchio solo, foglia secca di ramo morto; di breve egli cascherà, se a quest'ora non è caduto nelle tenebre eterne, e il suo nome dopo essersi propagato tuttavia per tre generazioni o quattro cesserà dalla memoria nella guisa che sopra il sasso cascato nel mare, poichè si succedono quattro ruote o sei, torna gelida e unita la faccia delle acque.
Paolo Luigi Nasica ufficiale delle compagnie côrse stanziate al ponte alla Laccia, consapevole degli ordini mandati, dal generale, vedendo il sole alto senza che apparisse o desse il segnale della partenza, a ciò sospinto eziandio pei conforti dei più zelanti fra i suoi compagni salì risoluto le scale della casa dov'era albergato, e fattosi alla porta della camera chiese licenza di entrare; la quale venendogli tosto concessa egli entrato disse:
— Signor comandante, voi senza dubbio vi rammentate che giorno sia questo?
— Lo so.
— Oggi forse si decide della libertà della Corsica... forse adesso i Côrsi stretti corpo a corpo co' Francesi combattono l'ultima battaglia.
— Mi sembra molto verosimile.
— Il Generale ci comandò di moversi alla punta del giorno e accorrere al Pontenuovo.
— È così.
— Posso domandarvi perchè dunque non siamo in cammino?
— Innanzi tratto costumo secondo le regole della buona milizia dare discarico della mia condotta ai miei superiori, non già ai sottoposti.
— E va bene, ma io a nome di parecchi compagni non pretendo, imploro.
— Che compagni? Tre o quattro cervelli balzani come il vostro.
— Domando perdono, signor comandante, saremo dugento e più.
— Dugento! come può essere questo? ad ogni modo vi voglio dire che l'ordine del Generale dichiarava: partissi all'alba e dopo che fossero arrivate le vettovaglie le quali egli spediva: ora non avendo vista la vettovaglia ho dovuto argomentare che il Generale non giudica più necessaria la nostra mossa.
— Vi domando perdono, signor comandante, ma il vostro argomento nè meno conclude a star fermo; perchè o ci moviamo o no, il vivere bisogna pure procurarcelo.
— Cotesta è la vostra opinione; io la penso diversamente.
— Inoltre osservate che l'ordine del signor Generale va distinto in due parti; una principale, l'altra accessoria; la prima sta nel trovarci sul campo di battaglia, la seconda nel procurarci la munizione.
— Io non sono teologo ed obbedisco gli ordini come li leggo: obbedienza cieca e passiva è la prima virtù del soldato.
— Nè qui si tratta di teologia, bensì di carità patria e di amore della libertà; partiamo, vi supplico, per via troveremo di che nutrirci, e poi per ventiquattro ore senza pane non morì mai nessuno.
— Non posso: la obbedienza cieca e passiva è la prima virtù del soldato.
— Facciamo una cosa; lasciamo qua un picchetto il quale arrivando la vettovaglia la scorti dietro noi.
— Non voglio. Obbedienza cieca e passiva!
— Accomodiamoci in quest'altra maniera: mezzi dei nostri rimangano qui con voi, e mezzi mandatene meco contro il nemico.
— Peggio che mai. Obbedienza cieca e passiva!
— Ma come fate a starvi così tranquillo a quest'ora? Come calmare il sangue che bolle?...
— Aspettate; or ora scendo e giocheremo insieme una partita alle piastrelle.
— Alle piastrelle! Per durare così su le brace bisogna essere san Lorenzo, e nè manco quel santo ci stava volontieri.
— Forse presumeresti disobbedirmi?
— Se potessi io vi fucilerei su' due piedi, signor comandante.
E uscì impetuoso urlando ch'erano traditi; quanto a partirsi subito chi gli voleva bene o piuttosto chi amava la Patria lo seguisse.
Circa ducento lo seguitarono; gli altri della famiglia del comandante, o cognati di lui, si rimasero; più tardi i Francesi promossero al grado di generale colui che non aveva voluto combattere.
I giovani snelli e animosi corsero via, e camminando tutto di un fiato arrivarono al Ponte-rotto dove sentirono lo strepito delle moschettate che si ricambiavano i combattenti: si sentivano rifiniti, ma bevuto alquanto di acqua che col cavo delle mani attinsero dal fiume si riposero in via cacciandosi per le macchie che vestono il colle a mezzo-giorno di Canavaggia. Di botto cessa lo scoppio delle armi; che significa questo? — Abbiamo vinto, abbiamo perso? Prima che sbocchiamo allo aperto ci vuole un secolo. Vien qua Zembo, tu che ti arrimpichi come una scimmia salisci su cotesto albero, e mira un po' che cosa si veda. Il Zembo che non per una, ma per molte qualità si assomigliava alle scimmie, in meno che non si dice comparve su in vetta all'albero. — E bene che vedi? — Vedo — Presto! ti pigli un accidente — Vedo Canavaggia... sì, è lei... è Canavaggia — E poi? Ma non si scorge mica tutto, alcune case più soprane e i tetti di altre sottane. — E chi ha vinto? — Aspettate... Ecco vedo una bandiera... — Côrsa? — Non mi pare — Ha la testa di Moro? — Non ha la testa di Moro — Oh! che angoscia, o che bandiera ella è? — Bandiera bianca, per la Immacolata, bandiera francese! — Va via, traditore, morte al traditore!...
E al medesimo punto lo circondò un nuvolo di sassi; da taluno si schermì, altro lo colse; per buona ventura la palla di moschetto, che gli sparò contro il suo patrigno, gli portò via il berretto. Il gobbo, lasciandosi scivolare giù a guisa del ragnatelo per un filo della sua rete, strillava: All'inferno quanti siete!... su gli alberi non mi fate salire più; che colpa ho io se la bandiera è francese?
Anelanti, invasi di furore e di spavento ecco sboccano allo scoperto e innanzi ai loro occhi si palesa un molto infelice spettacolo. I Côrsi a furia di sangue avevano respinto i Francesi fino a piè delle trincere costruite per la difesa di Canavaggia, e si tenevano oggimai sicuri della vittoria, che da un punto all'altro aspettavano vedere irrompere fuori i Canavaggesi a farne strage, quando... oh! tradimento, oh! dolore... sul campanile della chiesa fu inalberata bandiera bianca e dalle aperte trincee sortirono freschi e ordinati parecchi battaglioni francesi, i quali presero a sparare con tanta maestria, che i tiri di tutti parvero uno scoppio solo. La moltitudine dei Côrsi dalla lontana parve un arbore, che per impeto di vento piega a destra e a mancina, e investito a un tratto dalla gragnuola semina il terreno di foglie; pure si riebbe e fece vista di resistere; se non che per darle il colpo di grazia, il medesimo tradimento nella medesima guisa operavasi nel punto stesso a Lento, donde il nemico prorompeva più grosso, traendo seco qualche artiglieria da montagna. I Côrsi sotto le trincere di Lento non poterono tentare nè manco le difese e furono respinti, rotti come il flutto iemale, che si avventa contro la rupe della spiaggia. I Francesi rovinando giù procellosi accennano percotere di fianco le milizie côrse, che tuttavia si ostinavano a contrastare il colle di Canavaggia, e se venga loro fatto, circuirle e prostrarle di un colpo.
E' bisognò pensare a ritirarsi se non volevano rimanere tagliati a pezzi. Le ritirate, quando non sono fughe, stroppi sono sempre: sogliono celebrarsi la ritirata antica di Senofonte e la moderna di Moreau, e sta bene; ma come a cui cascando da tre piani invece da fiaccarsi il collo si rompe una gamba si dà il mi rallegro; chè in altro modo non pare ragionevole. Ora poi la ritirata dei Côrsi doveva riuscire tanto più disastrosa in quanto che si operava dall'alto al basso; sicchè agl'inseguenti ogni oggetto offeriva materia da offesa, e lo impeto della velocità cresceva la forza; nè compariva per tutta la china ostacolo o schermo, dove i respinti potessero attestarsi a rintuzzare l'ardente foga dei persecutori: per ultimo il tradimento dei paesi di Costiera aveva scorato l'universale, e anco i più arditi sentivano tremarsi l'anima dentro. Pure a Clemente venne fatto osservare due rialti quasi in fondo della salita, i quali comechè poco rilevati e di piccola mole, nondimanco potevano per un po' di tempo difendersi, e fra tanta confusione, fra un turbine di ferro e di piombo il prode uomo senza punto scomporsi, chiamò ad alta voce parecchi dei più strenui compagni; taluni risposero, tali altri no; ma questi, eccetto quella degli angioli, ormai non udiranno più altra voce nel mondo: ai rispondenti ordinò si addossassero ai poggiuoli; quanto potessero tenessero fermo; pareva a lui, ed era così, che se i Côrsi riuscissero a passare il Ponte, e a mettere tra loro e i Francesi il Golo ingrossato per la sconcia pioggia, forse le fortune della Patria non erano anco perdute.
Egli poi scelse il rialzo a destra come più pericoloso, e quivi lo seguitarono venti frati col padre Bernardino in capo. Quello che cotesti frati operassero certo non troverebbe posto adatto nel Flos sanctorum, bensì potrebbe registrarsi nei libri che insegnano a venerare il sangue versato per la Patria; combatterono come gente che sa di compire un dovere ferendo finchè il fiato la regga, ed è convinta, che la palla nemica le varrà quanto l'eucarestia e l'olio santo per biglietto d'ingresso in paradiso. Le varie morti io non posso raccontare e nè anco ridire i nomi degli uccisi: la storia tutto non registra, ed anch'ella non si mostra troppo parziale pei vinti: la tradizione, fuoco domestico conservato sotto la cenere, anch'egli viene meno, se allo straniero padrone del paese rincresca e al compatriotta servo ammansito non garbi che tu ci soffi su: ma il supremo dispensatore del premio e della pena li vide, li notò, e adesso riposano nel suo seno, dov'è Washington, e dove non è Napoleone di certo, quantunque il primo non credesse nel papa, ed il secondo sì.
Clemente e padre Bernardino, con l'anima legata negli occhi e nelle mani, non avvertivano la strage che intorno a loro menavano le scariche nemiche: morti o feriti tutti i compagni, rimanevano soli: feriti recavansi un lembo della tonaca in bocca e quella mordevano per frenare i lamenti, affinchè altri preso da compassione di soccorrerli non si distogliesse da combattere. Quando Clemente e padre Bernardino volsero intorno gli occhi consapevoli a mirare tanto eccidio, si fecero bianchi; l'uno vide l'altro, ma non dissero parola e l'anima loro si oscurò; ma e' fu nuvolo che passa, onde Clemente disse:
— Padre Bernardino, avete carico lo schioppo?
— Sì, l'ho.
— Prestatemelo in cortesia; quel capitano sconsagrato con la spada tesa aizza come un mastino la sua gente; gli ho tirato una volta e non l'ho colto.... ma non lo sbaglierò la seconda.
— Dov'è il maledetto? Lasciate fare a me...
— Non di grazia, l'avrei di coscienza...
— Tiratevi in là; dov'è egli? Ah! Eccolo là... è fatto, rotola nella polvere: requiem aeternam dona ei Domine...
— Et lux perpetua luceat ei, rispose Clemente. Bravo frate!..
— Se bravo, porgetemi lo schioppo che vedo là un granatiere in procinto di gittare la granata.
— Lo vedo anch'io... Lo vedo anch'io. Faccio da me.
— Eccoti saldato il conto; granata in questo mondo non getterai mai più, cane rinnegato.
— Bel colpo! ecco la granata cadutagli di mano scoppiò... e come scappano! pare, che ne abbia feriti parecchi e morto qualcheduno.
E così continuavano alternando i ragionamenti come nelle Egloghe costumano Titiro e Melibeo se non che conchiudevano la parlata con un colpo di moschetto, morte sicura di qualcheduno dei nemici, i quali potevano bene essere offesi, ma non trattenuti da cotesto ostacolo, tanto scendevano poderosi ed arditi; non per anco essi aveano circuito i poggioli, ma ormai spuntatigli a destra e a sinistra gli fulminavan di fianco; le palle fioccavano fitte come grandine. Il poggiolo a manca era deserto o piuttosto taceva non a cagione della fuga, bensì della morte dei suoi difensori. Clemente, all'improvviso sentendo padre Bernardino allontanarsi a passi precipitati, urlò:
— Padre Bernardino, o che ve ne andate sul più bello?
— Clemente, riprese l'altro balbuziendo, credo di sì... io me ne vado all'altro mondo...
— Oh! come mai signore?...
— Ma... per virtù di un'oncia di piombo qua nel petto.
— Non sarà niente... vediamo... e si accostava intantochè finiva di caricare il moschetto.
— Non importa vedere; lo sento; però vorrei morire da cristiano come spero essere vissuto... udite la mia confessione...
— Che avete a confessare voi, povero uomo di cui la vita fu tutta un martirio per la Patria... e poi a me?
— Sì a voi, perchè camminate diritto nel sentiero del Signore... e per di più siete mezzo ecclesiastico.
— Vi ascolterò dunque per santa obbedienza; in nomine Patris, Filii, et Spiritus Sancti. Di su, — e in questa alzata la martellina inescava lo scodellino.
— Clemente, io penso in questo mondo avere peccato assai di orgoglio, d'ira, di avventatezza, peccati gravissimi in tutti massime in un frate...
— Padre... abbiate pazienza di aspettare un po' prima di morire... vedo un cane che ha conficcato la spada in corpo a un giacente, certo era ferito non morto...
— Fate il fatto vostro, figliuolo...
— È stato pagato... potete continuare, e Clemente teneva gli orecchi intesi al moribondo, gli occhi al nemico, e con le mani intanto meccanicamente caricava da capo l'archibugio.
— Ma voi non mi badate...
— Vi bado benissimo, ma fo un viaggio e tre servizii.
— L'altro grosso peccato di cui sento dover chiedere perdono a Dio è di non avere avuto carità del prossimo odiando, i Genovesi e i Francesi come se non fossero stati carne battezzata...
— Oh! questa per Dio santo non si può sopportare.
— Come non la sopportate?... Ma mi pare che voi gli abbiate odiati due cotanti più di me...
— Scellerati! O non hanno tagliato la testa a un côrso morto e fitta su la lancia della bandiera?... il sangue colando giù l'ha battezzata...
— E non è giusta, Clemente, che riceva il battesimo del solo sangue côrso; fa, o fratello in Cristo, diceva il frate moribondo, di mescolarvici un tantino di sangue francese.
— Giusto stava per domandarvene licenza... aspettatemi... è vero, che mi aspetterete finchè non ritorni?
— In quantum possum, figliuolo, in quantum possum.
Tre furono i colpi sparati da Clemente, e tre le anime, che spinte fuori con violenza dai loro corpi vendicarono il truce fatto: allora egli in parte placato tornò al frate, che oramai se ne andava; il velo della morte di mano in mano s'infittiva sopra i suoi occhi, le labbra pavonazze susurravano appena le parole attraverso la spuma del sangue.
— Padre, avete altro da aggiungere?
— No, figlio mio, assolvimi, e vattene.
— Io vi assolvo a nome di Dio... e per penitenza reciterete venti rosarii alla Immacolata... ed una volta per settimana fino a tre settimane digiunerete...
— Che diavolo farnetichi? O non lo vedi che mi avanzano dieci minuti a vivere.
— Perdonate; io non ci ho proprio garbo a confessare: allora raccomandatevi la vostra anima da voi, che in verità è in buone mani...
— Di tutto cuore... di tutto cuore... Ora vattene Clemente: mettiti in salvo; salva la Patria... io sono uomo morto... in questa estrema ora bastano l'uomo e Dio, un terzo ci è di troppo.
— Ma che vi pare, che io voglia lasciarvi prima che siate spirato?
— Parti ti dico... obbedisci.
— Io non vi obbedirò, non ho mica fatto voto di obbedienza io.
— Anzi lo hai fatto perchè sei terziario.
— Ma voi non conosco per superiore:
— Addio Clemente... salva la Patria... un saluto a Pasquale... Gesù, Giuseppe, Maria, vi raccomando l'anima mia... ouf!
— Povero padre... è morto... beato lui, che non vedrà la ruina della patria.
Lo baciò e fuggì via, perchè il caso non consentiva davvero dimora, nè querimonie più lunghe; le palle percotendo dintorno aravano, per così dire, il suolo, ed aveva ricoperti ambedue di terra; parecchie ancora schiacciandosi di contro allo scoglio e rimbalzando gli ammaccarono in più parti; fu proprio miracolo, che in quel rovescio di moschettate nessuno li cogliesse in pieno. Clemente non riportò nè manco una scalfittura; il padre Bernardino, eccetto quella ferita, fin qui non fu tocco da altre. Padre Bernardino non era anco morto; lo finse il generoso, per indurre Clemente a partirsi, sapendo, che nè per preghiera nè per minaccia lo avrebbe potuto allontanare, tanto era pertinace costui; ora parendogli che avesse a trovarsi lontano sospirò e disse:
— Sia ringraziato Dio che Clemente si è posto in salvo, ed adesso se ti piace, Signore, abbrevia la mia agonia. Nunc dimitte servum tuum in pace.
Mi guarderò da affermare che Dio lo esaudisse; fatto sta che un gruppetto di palle fin lì sviate trovarono maniera di ficcarsi tutte di un tratto in corpo al nostro frate Bernardino, il quale ne rimase come di peso portato un par di braccia più in là: egli non ebbe tempo di proferire altre parole, eccetto queste:
— Ora le sono buone mosse.... in manus tuas Patriam.... animam...
Tali i frati novant'anni addietro in Corsica, perchè nati dal popolo, non si reputavano divisi da lui. Roma allora non gli arrolava docili arnesi da mettersi al servizio della tirannide, come la Svizzera ci manda i suoi montanari. Il frate poi, in obbedienza a Roma, divenne il tarlo della libertà; non vi ha dubbio, egli arrivò pur troppo a bucherarla alquanto: ma come il tarlo egli è vicino a morire nel buco che ha fatto.
Ma il tema incalza: egli è amaro, ma pure bisogna compirlo. Le compagnie côrse, lacere non disfatte, correndo verso la testa del Ponte-nuovo, già lo toccavano con immenso anelito, come àncora di salute; arrivano a piè la porta della torre in mezzo al ponte, che speravano trovare spalancata, e invece la rinvengono chiusa, nè malgrado gli schiamazzi pare che la vogliano aprire; intanto sopraggiungono altre genti continue, impetuose come onda sopra onda; le ultime arrivate non sapendo o vedendo le cause della sosta infuriano e spingono; le prime strette dalla pressione di mille corpi urlano, bestemmiano, adoperano sforzi disperati invano; prese come dentro una morsa cascano infrante a piè della porta; in breve colà fu visto un lago di sangue, un mucchio di membra cionche e di ossa stritolate; pure alla fine la porta tentennava su i cardini minacciando stiantare. Allora le due compagnie di tedeschi messe alla custodia della torre e del ponte, senza punto avvertire se l'ordine di passare fosse dato per cacciarne nemici o amici, non sapendo o non volendo rendersi capaci della terribile necessità che premeva coteste genti, presero a bersagliare quelle masse stipate senza misericordia. Quali lo spavento, la strage e imprecazioni, è impossibile esporre, ed anco difficile immaginare; molto più, che la credenza di essere traditi adesso veniva a ribadirsi nella mente paurosa: recederono quei che furono in tempo, dal ponte lasciandolo fino alle spallette ingombro di cadaveri, e si posero a correre di su e di giù lungo le sponde del fiume, che menava a sbalzelloni grossi volumi d'acqua rompentisi fra i massi, simili alla criniera arruffata di lioni in furore; costoro parevano anime, che i poeti finsero vaganti su le rive di acheronte, le quali implorano invano di valicare la riviera infernale. Disgrazia volle, che uno dei più atterriti e manco gagliardo si attentasse passarlo; senonchè giunto appena a un terzo di cammino il flutto lo travolse, e di lui, dopo che due volte si videro le gambe e due il capo non comparve più altro; si strinse il cuore di affanno anco ai più animosi e ripresero a correre ululando lungo le sponde: non che udissero la voce dei capi, per poco non gli sbranavano; e questi taciturni circondavano Clemente Paoli, taciturno anch'egli. Intanto i Francesi si ordinavano su le Costiere, e mandando i varii corpi nei luoghi più adatti si ammannivano a investirli con una cintura di fuoco; fingete un antico anfiteatro, ponete i Côrsi in luogo degl'istrioni, e i Francesi in quello degli spettatori, e voi avrete immagine giusta del misero stato in cui si trovavano ridotti. I capi côrsi miravano la bufera addensarsi su le alture, e da un punto all'altro aspettavano il tuono; difatti non si fece aspettare; incominciò un'archibugiata, poi due, e altre e altre, rade da principio a modo delle prime stille della tempesta, poi spesse; per ultimo furiose.
Ed ogni palla colpiva il suo uomo, sicchè in breve il terreno venne coperto di morti: allora Clemente levando la voce esclamò — Signore, ci hai tu destinati a morire come coniglioli?
I capi lo udirono, e preso consiglio da codesta voce subitamente urlarono: — Uomini côrsi, moriremo noi come conigli?
La quale voce superando lo strepito della moschetteria, ed il fragore delle acque del Golo, percosse i Côrsi, che parvero destarsi da un sogno pieno di spavento; diversi gli atti, e singolari tutti: chi guardava in alto come se la voce fosse uscita dal cielo, chi si faceva delle mani conca e se le accostava agli orecchi per raccogliere meglio le parole, chi si stropicciava gli occhi quasi per detergerne la molesta caligine, chi una cosa chi l'altra: finalmente come un uomo solo corsero a ripigliare le armi sparse sul terreno; e subito dopo, senza che veruno lo comandasse, unicamente per virtù del senso di conservazione che natura pose in ogni animale, si sparpagliarono per la campagna mostrando faccia risoluta al nemico.
Questo fu il più disperato combattimento che avvenisse nel secolo passato e forse nei secoli antecedenti; il quale mostrò, o che i Côrsi non sapevano misurare o non sapevano temere il pericolo: soverchiati da numero quattro volte maggiore del loro, circuiti da ogni lato, sfolgorati da luoghi sicuri, parvero fiere ridotte in parco per le facili caccie dei baroni; e lì per la stretta valle non sorgeva argine, non pietra, non albero, non casa, non muro dove potersi riparare dalla furia della moschetteria; cadevano in copia spaventosa non altramente che le olive mature nei patrii chiusi quando il demonio del libeccio rovina scatenato giù dai monti del Niolo, e macina, non iscuote le piante. Ecco tu chiudi gli occhi sur un drappello di uomini forti che combatte nella sicurezza delle sue forze, riaprili e quel drappello non è più: la neve che si strugge al raggio del sole di giugno, la cera che si liquefà al calore del fuoco, l'arena che casca dall'orologio a polvere non davano immagine sufficiente di quella subitanea e terribile distruzione della specie umana.
E non pertanto vi fu un'ora di resistenza dovuta a tale trovato, che a pur pensarlo mette ribrezzo più della stessa strage. Un padre cadde di ferita mortale; indi a poco si levò a stento appoggiato al gomito per combattere non fosse altro col guardo contro il nemico, e a figlio, che gli dolorava accanto, improvvido del come potesse sovvenirlo disse: — Di me lascia il pensiero al Signore, tu rannicchiati dietro il mio corpo e riparato così attendi a combattere: innanzi di spirare fa che veda un po' di vendetta.
E il figlio addossato alle spalle del genitore caricava e traeva facendo esultare l'anima di lui nella certezza che molti lo precedevano per la via sanguinosa nel regno della morte.