NOTE:

1.  Pubblicata la prima volta nel Politecnico di Milano, marzo 1866.

2.  Lettres sur l'hist. de France. Lettera XXV, in fine.

3.  Per esempio la Storia di Firenze di Goro Dati.

4.  Dopo la prima pubblicazione di questo nostro scritto si fecero molte ed importanti ricerche sulle origini di Firenze e del suo Comune, massime dal D. O. Hartwig, sul cui pregevole lavoro avremo occasione di tornare piú tardi. E cosí pure vennero alla luce varie storie generali di Firenze, fra le quali piú notevoli sono la Storia della Repubblica di Firenze del marchese Gino Capponi (Firenze, Barbèra, 1875, due Vol.) e l'Histoire de Florence del sig. Perrens (Paris, 1877-90, in nove vol.), delle quali parliamo altrove.

5.  Quando scrivevo queste parole, il Malespini era giudicato piú antico del Villani, il quale perciò avrebbe copiato da lui. Piú tardi però lo Scheffer-Boichorst provò il contrario, con argomenti a molti del quali non si può rispondere. Il March. G. Capponi non ne rimase persuaso, avendo nel Malespini trovato piú cose, che accennavano, secondo lui, ad un'antichità piú remota del Villani. Ma nuove indagini e molto diligenti, iniziate dal prof. Lami, confermarono che il Malespini è una compilazione fatta principalissimamente col Villani, e forse (ma di rado) con qualche altro cronista, che potrebbe essere piú antico, nel qual caso si spiegherebbero anche le osservazioni del Capponi.

6.  Pubblicato in Firenze, 1838, vol. due, dalla tipografia all'insegna di Dante. Vedi anche Gervinus, Geschichte der florentinischen Historiographie: Frankfurt, 1833.

7.  Capellae, Commentarii, che dal 1531 al 1542 ebbero undici edizioni. Ranke, Zur Kritik neurer Geschichtschreiber. — Aggiungo ora che il Ranke, a mio avviso, ha qui molto esagerato a danno del Guicciardini, il cui valore storico è confermato dai documenti. V. il mio libro sul Machiavelli, in fine del Vol. III.

8.  Qui s'allude alla Storia del Capponi, che non era stata ancora pubblicata.

9.  Discorso storico, cap. I.

10.  Gino Capponi. Lettere sui Longobardi.

11.  Tutto ciò che risguarda la divisione delle terre, è stato soggetto di lunga disputa in Italia e fuori. Ne parlò con dottrina il Troya, nella sua opera sulla Condizione dei Romani vinti dai Longobardi; ne parlarono con molto acume il Capponi ed il Capei nelle loro Lettere sui Longobardi (Appendice dell'Archivio Storico Italiano, vol. I e II), e cosí il Manzoni, il Balbo, ecc. La questione versa sulla interpretazione di due passi di Paolo Diacono. Quello che parla della prima divisione, quando i Longobardi presero il terzo della rendita delle terre, è chiaro: His diebus multi nobilium Romanorum ab cupiditatem interfecti sunt. Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii efficiunfur. L'altro invece è assai piú oscuro, ed ha lezioni diverse. La piú generalmente adottata è questa: Hujus in diebus (di Autari) ob restaurationem Regni, duces qui tunc erant, omnem substantiarum suarum medietatem regalibus usibus tribuunt..; populi tamen adgravati per langobardos hospites, partiuntur. Una lezione del secolo X, nel codice ambrosiano, dice invece: aggravati pro Longobardis, hospitia partiuntur. La divisione delle terre (hospitia) e non dei frutti sarebbe piú chiaramente indicata in questa seconda lezione, che il Balbo accetta. Il prof. Capei, però, anche accettando la prima lezione, sostiene che si debba intendere attivamente la parola partiuntur. I vinti divisero le terre coi vincitori, e furono quindi aggravati, avendo dovuto cedere la metà dei loro beni; ma ne vantaggiarono in questo, che l'altra metà rimase loro libera proprietà.

12.  Vedi, fra gli altri, Gino Capponi, nota al documento 3, nel vol. I dell'Archivio storico italiano.

13.  Pubblicato nella Nuova Antologia di Roma, 1 Maggio 1890.

14.  Codice vaticano palatino 772, che contiene la raccolta di leggi longobarde, conosciuta col nome di Lombarda. Primo a scoprirvi, a tergo del foglio 71, le notizie annalistiche fiorentine, fu il bibliotecario Foggini, che le comunicò al Lami, il quale ne pubblicò una parte, con un suo comento. Le pubblicarono poi tutte, prima il Pertz, poi l'Hartwig, e finalmente ne dette una fototipia esatta il prof. C. Paoli, nel primo fascicolo dell'Archivio paleografico italiano, diretto dal prof. Monaci in Roma.

15.  È un codice di S. M. Novella, ora tra i Magliabechiani, 776, E, A, Conventi soppressi. Sono quarantasei notizie, di cui una parte, cioè le prime venticinque, fino all'anno 1217, furono pubblicate dal Fineschi nelle sue Memorie storiche degli uomini illustri di S. M. Novella, vol. I, pag. 330-332.

16.  D. O. Hartwig, Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte der Stadt Florenz. La prima parte fu pubblicata a Marburgo, 1875, la seconda, che contiene i due Annali, ad Halle, 1880.

17.  Lo pubblicò prima il Fineschi (Op. cit. vol. I, pag. 257), e lo ha poi ripubblicato l'Hartwig (II, 185 e seg.) con molte aggiunte ed osservazioni. Non pochi nuovi nomi di Consoli contiene la cosí detta Cronica di Brunetto Latini, della quale parleremo piú oltre.

18.  Il prof. C. Paoli (Di un libro del D. O. Hartwig, nell'Arch. Stor. It., tom. IX, anno 1882) ne scoprí una nel codice laurenziano XXVIII, 8; altre ne ha scoperte il prof. Lami, il quale spero che ne parlerà in un suo scritto sul Malespini, che presto vedrà la luce.

19.  Fu scoperta, ma non pubblicata, dal Follini, editore del Malespini, in un codice della Magliabechiana di Firenze, Palch. II, 67.

20.  Nell'Archivio di Lucca, in un cod. della collezione Orsucci, O, 40.

21.  Questa data (Hartwig I, 64) manca nella compilazione latina, che anche perciò è giudicata piú antica.

22.  Nel vol. I dell'Appendice alle letture di famiglia: Firenze, Cellini, 1854.

23.  Nella parte II dell'opera citata.

24.  Il prof. Santini, nella pubblicazione di cui avremo piú oltre occasione di parlare (parte I, doc. 18) dà un doc. del 14 Giugno 1188, nel quale è la firma: Ego Sanzanome index et notarius. Negli Atti della Lega toscana del 1197 (Santini, I, 21, a pag. 37), fra i nomi di coloro che firmarono dopo del Console di S. Miniato, si trova, Sanzanome de Sancto Miniato.

25.  Cosí afferma anche il prof. Paoli nel suo scritto già ricordato. Il codice è il Magliab.-Strozz. Cl. XXV, 571. I Gesta furono quasi contemporaneamente pubblicati dall'Hartwig (op. cit.) e dalla Deputazione toscana di storia patria: Firenze, Cellini, 1876.

26.  E qui appunto il codice ha diverse lacune.

27.  Vedi l'ediz. curata dal Weiland nei Mon. Germ., XXII, 377-475, e ciò che ne dice lo stesso autore nell'Archiv. der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichte, XII, pag. 1 e segg.

28.  Il Ciampi, che ne pubblicò una parte, e lo Scheffer-Boichorst nei suoi Florentiner Studien.

29.  Il prof. Santini, che si occupò molto di ciò, ha trovato in Firenze dodici copie di Martin Polono e tre della traduzione, tutte del secolo XIV; altre ancora ne ha trovate il prof. Lami.

30.  Impressum Florentiae apud Sanctum Jacobum de Ripoli, Anno Domini MCCCCLXXVIII. Altre edizioni se ne fecero nel secolo XVI. Di quest'opera il prof. Santini ha trovato in Firenze tre codici del sec. XIV.

31.  Il Codice di Napoli è segnato XIII-F. 16. Un altro simile, del secolo XV, continuato fino alla morte di Arrigo di Lussemburgo, è il Laurenziano-Gaddiano CXIX.

32.  Nella seconda parte della sua opera, Quellen etc., dove dà a questi estratti il titolo di Gesta Florentinorum und deren Ableitungen und Fortsetzungen.

33.  Parlando di alcuni nobili Saraceni, mandati in quell'anno prigionieri alla Chiesa di Roma, aggiunge: et io gli viddi.

34.  Arriva fino al 1303, ma l'ultimo paragrafo sembra di mano posteriore. Il paragrafo precedente però narra avvenimenti del 1297, e Brunetto Latini era di certo morto prima (1294).

35.  Biblioteca Nazionale di Firenze, cl. XXV, cod. 566.

36.  Questo risulta chiaramente confermato anche da molti riscontri fatti dal prof. Santini.

37.  Due brevissime notizie o piuttosto appunti furono d'altra mano aggiunte in questa lacuna, e sono: — Papa Adriano V nato di quel del Fiesco da Genova, 1276, stette Papa die 30: vacò la Chiesa 28 dí. — Papa Innocenzio sexto fu eletto, che fu da Portogallo. — La seconda notizia è certo errata. Innocenzo VI (Étienne d'Albert) era francese del Limosino, e fu eletto nel dicembre 1352. Dopo di Adriano V, fu invece eletto Giovanni XXI, che era portoghese. L'autore scambiò Iohannes (che forse trovò abbreviato) con Innocentius, e XXI, con VI. Anche in altri cronisti le due notizie si trovano insieme, quasi con le stesse parole, salvo però l'errore indicato.

38.  Codice Laur.-Gadd. 77. Sul dorso v'è scritto: Cronica romanorum Pontificum et Imperatorum. Questo titolo conferma la connessione della Cronica con Martin Polono, e spiega perché il codice sfuggí cosí lungamente alle ricerche degli studiosi di storia fiorentina.

Il lavoro da noi citato del prof. Santini, essendo una tesi di laurea, fu presentato e discusso nel nostro Istituto Superiore, ed i resultati ne furono poi annunziati nell'Arch. Stor. It. Ser. IV, Tomo XII, disp. IV, anno 1883, a pag. 483 e segg. Esso non venne pubblicato, perché, quando l'autore lo correggeva, la scoperta dell'Alvisi rese superflua ogni altra dimostrazione. Il Santini dava a quella Cronica molta importanza, avendo riscontrato che i nomi d'alcuni dei Consoli da essa sola ricordati, si trovano anche nei nuovi documenti, che sono già stampati, e fanno parte dell'opera già ricordata, che sarà, speriamo, presto da lui pubblicata.

39.  Baluzio-Manzi, Miscellanea, Tomo IV. Questo codice Orsucci dell'Archivio di Lucca fu assai minutamente descritto dall'Hartwig (I, XXX e seg.), che da esso cavò e pubblicò, come dicemmo, una compilazione italiana della leggenda.

40.  VIII, 36.

41.  I, 1.

42.  VIII, 36.

43.  Negli Acta Sanctorum.

44.  L'estoire de Eracles empereur, et la conqueste de la terre d'outremer (Recueil des historiens des Croisades), tradotta in latino, greco, tedesco, spagnuolo, italiano. Per le fonti del Villani vedi Busson, Die florentinische Geschichte der Malespini (Innsbruck, 1869) e Scheffer-Boichorst, Die Geschichte Malespini, eine Fälschung, nei suoi Florentiner Studien.

45.  Nel suo articolo sul lavoro dell'Hartwig.

46.  «Il y en eut (des Consuls) tout au moins en 1101». E dopo aver citato il documento, aggiunge in nota: «Dévant ce fait si positif, il serait oiseux de s'arrêter aux conjectures des auteurs, même presque contemporains» pag. 209.

47.  Pag. 152-4.

48.  Borghini, Discorsi, vol. II, pag. 27 e 93; Firenze 1755.

49.  Ora è uscito il IX ed ultimo, che va fino alla caduta della Repubblica (1530-32).

50.  Dei molti errori che si trovano in questo primo volume, ha parlato assai a lungo l'Hartwig nell'Historische Zeitschrift del Sybel, vol. III, fasc. 3, anno 1868. Degli altri volumi non è qui ancora luogo a parlare.

51.  Servio, nel suo comentario sull'Eneide (lib. III, v. 104), scrive: «Dardanus Iovis filius et Electræ, profectus de Corytho (Cortona), civitate Tusciae, primus venit ad Troyam». Piú oltre (com. al lib. III, 187) dice che «Dardanus et Iasius fratres... cum ex Etruria proposuissent sedes exteras petere ecc.». E nel fare la genealogia d'Enea, incomincia: «Ex Electra Atalantis filia et Iove Dardanus nascitur». Di qui deve in parte essersi ispirata la leggenda, secondo la quale però Elettra è moglie di Atalante, non di Giove, che invece ne è padre. V. Hartwig, I, XXI.

52.  Anche Brunetto Latini, nel primo libro del Tesoro, pose in relazione la leggenda di Catilina con le origini di Firenze, e ricordò la grande uccisione, seguita nella battaglia, in cui questi fu disfatto, come pure la peste che ne venne. «E per quella grande peste di quella grande uccisione, fu appellata la città di Pistoia». Lib. I, cap. 37, nel volgarizzamento di Bono Giamboni. Le fonti principali delle notizie storiche nel Tesoro, sono Ditti cretense e il De excidio Troie, che veniva attribuito a Darete frigio. Questo secondo libro è di certo anche una delle fonti della nostra leggenda. Vedi Thor Sundy, Della vita e delle opere di Brunetto Latini, trad. del prof. R. Renier, con molte aggiunte: Firenze, Successori Le Mounier, 1884.

53.  Il Libro fiesolano, invece di Franchi, dice Africani, una compagnia venuta d'Africa, come altrove, invece di Ottone o Otto, dice Ceto, errore che si riscontra anche nel codice su cui fu fatta la stampa. Sono probabilmente errori di qualche rozzo copista della leggenda, i quali venivano poi spesso ripetuti dagli altri. Giovanni di Salisbury (Polikratikus, VI 17, ediz. Giles), parlando delle città che, secondo la storia, furono edificate da Brenno, ripete per Siena lo stesso racconto della leggenda. Egli osserva, che tutto ciò non è veramente storia, sed celebris traditio est, aggiungendo però che la tradizione trovata conferma nel fatto che i Senesi, per costituzione, bellezza, costumi, somigliano «ad Gallos et Britones, a quibus originem contraxerunt». Queste parole di Giovanni di Salisbury sono ricordate anche da Benvenuto da Imola, nel suo Comento alla Divina Commedia, per dire che a tale somiglianza vuole alludere Dante (Inf. XXIX, 121) nei versi:

Or fu giammai

Gente sí vana come la senese?

Certo non la francesca sí d'assai.

La medesima spiegazione è data anche dal Boccaccio nel suo Comento agli stessi versi.

54.  La compilazione latina dice: quingentos annos et plus; le italiane, piú moderne, dicono solo: cinquecento anni.

55.  Anche secondo la storia, Totila fu in Toscana verso la metà del sesto secolo.

56.  Libro fiesolano, cap. XV.

57.  Anche di ciò s'è occupato l'Hartwig, I, XXIV e segg.

58.  Il primo a far questa osservazione fu l'Hegel: Ueber die Anfange der florentinischen Geschichtschreibung, nel già citato giornale del Sybel, I fasc. dell'anno 1876.

59.  I cap. XVI e XVII nella ediz. Follini.

60.  Villani I, 41.

61.  Milani, in Notizie degli Scavi (aprile 1887) pubblicate dall'Accademia dei Lincei.

62.  V. Hartwig. Op. cit.; G. Rosa nell'Arch. Stor. Ital. Serie III, vol. II, pag. 62 e segg.

63.  Ciò specialmente perché la iscrizione fu trovata nella Savoia. Ed egli proponeva la lezione: Jul. Aug. Flor. V[ienna]. Vedi Hermes, XVIII, 1883, pag. 180, in nota.

64.  Hermes, 1883, pag. 176. Piú esplicitamente la dichiararono colonia sillana Bumbuby, Dictionary of gr. and rom. Geography; Zumpt, De Colon.

65.  Il prof. Milani si è occupato di ciò in molte sue pubblicazioni. Scavi di Mercato Vecchio nelle Notizie degli Scavi (aprile 1887); Scoperte epigrafiche nel centro di Firenze, nella Nazione del 15 Aprile 1890. In una di queste iscrizioni si leggono le parole,

... Genio Coloniae

... Florentiae.

Tomba italica a pozzo del centro di Firenze nelle Notizie degli scavi (dicembre 1892); Reliquie di Firenze antica nel vol. VI dei Monumenti antichi, pubblicati dall'Accademia dei Lincei, 1895.

In una sua lunga lettera a me diretta lo stesso prof. Milani narrava come nei lavori fatti pel fognone in Borgo dei Greci, l'anno 1886, fu in sua presenza, sotto il pavimento dell'Anfiteatro, trovato un mezzo asse onciale, in tal posizione, dentro lo smalto, che esso lo ritenne «coevo alla costruzione dell'Anfiteatro». Il corso di tali assi tagliati collo scalpello, egli prosegue, non può essere anteriore all'89 a. C., né posteriore al secondo triumvirato (43 a. C.). «Parrebbe dunque stringente la conclusione che l'Anfiteatro sillano sia dei tempi sillani». E se Dione ci dice che il primo Anfiteatro di pietra fu costruito a Roma solo 30 a. C., bisogna pure ricordarsi che Cicerone accusò Silla «di profondere tesori in fastose costruzioni, nel tempo appunto in cui si trovava sotto Fiesole». E però egli crede di poter «sostenere a buon diritto la data sillana per la costruzione nell'Anfiteatro fiorentino». Aggiunge poi, concludendo, che le basi di alcune colonne, da lui dette tuscaniche, e rinvenute presso l'Anfiteatro, come alcuni avanzi di architettura, trovati nel 1887 presso S. Maria del Fiore, «confermano l'opinione che alcune delle principali costruzioni edilizie di Firenze, fossero in relazione coi tempi sillani e cogli ultimi tempi della Repubblica». Tutto questo è però un problema la cui soluzione spetta solo agli archeologi.

66.  Milani, Scavi di Mercato Vecchio, nelle Notizie ecc., 1887.

67.  Villani, II, 1 e 2, e la Chronica de Origine Civitatis.

68.  Villani, III, 1, 2, 3.

69.  Vedi Hodgkin, Italy and her invaders, vol. IV, pag. 446 e segg.

70.  Il Lami, Lezioni, parte I, pag. 292, fa questa affermazione, appoggiandola sopra un documento di donazione fatta da Carlo Magno alla Badia di Nonantola, circiter annum 774, nel quale si parla delle chiese Fiorentine di S. Michele e di S. Miniato tra le torri, come esistenti in comitatu fossolano, in civitate fossolana. Il documento fu pubblicato la prima volta dal Muratori (Antiq. V. 647), che lo dice tratto ex reliquiis tabularii monasterii nonantulani, e dopo avere esposti molti dubbi sull'autenticità di esso, finisce col credere che la carta sia sincera, ritenendola però una scrittura privata di Carlo Magno, non un diploma. Non gli par possibile che un falsificatore volesse immaginare luoghi e paesi, dei quali appena si ha notizia, ed in molti dei quali il Monastero non aveva diritti, né poteva sperare di acquistarne con quella carta. Il Tiraboschi ripubblicò il doc. nella sua Storia della Badia di Nonantola (II, 27 e segg. Num. XII), dicendolo apographum XII, nel XIII saec. Egli crede invece che il doc. sia apocrifo ma compilato da qualche monaco dell'undecimo o duodecimo secolo, sopra non pochi antichi strumenti ora smarriti (vol. I cap. XI, pag. 365). Sebbene apocrifo, esso però conterrebbe, secondo lui, la nota vera dei possedimenti che il monastero aveva in Toscana. E ciò dice, dopo aver prima esaminato e ponderato le osservazioni del Muratori. Quanto poi alle chiese fiorentine in civitate fossolana; il Tiraboschi (pag. 366-7) se ne rimette a quanto ne dice il Lami da noi citato.

71.  Di ciò trattano a lungo il Lami, il Borghini, l'Hartwig.

72.  Villani, III, 3.

73.  Villani, IV, 1.

74.  Lami, Lezioni, nella pref. a pag. CVI-VIII; Hartwig I, 85-6.

75.  Villani, IV, 6.

76.  Villani, IV, 7.

77.  Cosí dice S. Pier Damiano nella lettera che piú basso citiamo.

78.  Petri Damiani. Epistolarum libri VIII: Parisiis ex officina nivelliana, 1610, V. a pag. 727. La lettera (pag. 721 e seg.) è indirizzata: Dilectis in Christo civibus florentinis, Petrus peccator, monachus, fraternae charitatis obsequium.

79.  Tocco. L'Eresia nel Medio Evo. Lib. I, cap. 3, pag. 207-228.

80.  Passerini. Nell'Arch. Storico Italiano, N. S. vol. III, pag. 43-4; Perrens., I, 85 e seg.; Hartwig, I, 89-9. Capecelatro. Vita di S. Pier Damiano, libro VII. Vol. due: Firenze, Barbèra, 1862.

81.  «Ad hec ille se inquit, neutrum iubere, neutrum velle, neutrum recipere. «Quin etiam edictum a Preside per legatos suos impetravit, ut quicumque laicorum, quicumque clericorum se ut episcopum non coleret suique imperio non obediret, ad Presidem victus non duceretur, sed traeretur: si quis autem bis minis territus, de Civitate fugeret, ad dominium Potestatis assumeretur quicquid possedisset». Cosí dice la lettera scritta Millesimo LXVIII idus februari, la quale incomincia: Alexandro prime sedis reverentissimo, ac universali episcopo, clerus et populus Florentinus sincere devotionis obsequium. Essa fu stampata piú volte, ma scorrettamente (V. Brocchi, Vite di Santi e Beati, pag. 145. Firenze, 1742; Acta Sanctorum III, luglio, pag. 359 e 379, nelle due vite di S. G. Gualberto); trovasi nel Cod. Laurenziano XX, 22, che è del sec. XI. La lettera, messa in fine del codice stesso, è scritta da mano diversa e alquanto posteriore; ma anche secondo il prof. Paoli, che a mia preghiera l'esaminò, la scrittura ha tutti i caratteri del sec. XI, «e può solo concedersi, che sia della prima metà anzi del primo quarto del sec. XII». Essa piú che una vera e propria lettera, sembra una narrazione in forma epistolare. Lo confermerebbe anche il titolo che ha nel Codice: Incipit textus miraculi quod Dominus, etc. Dovremo ritornare a parlarne.

È chiaro, in ogni modo, che il Potestas qui sopra menzionato, non ha nulla che fare col Podestà dei tempi posteriori. Si tratta della podestà superiore, cioè del duca Goffredo. Il Preside poi deve essere, io credo, il rappresentante di Goffredo nella Città. Sono forme antiche e spesso retoriche, come quelle che si trovano piú tardi nel Sanzanome.

82.  La medesima lettera, dopo aver narrato che coloro i quali s'erano rifugiati in un oratorio, ed erano stati minacciati, se non si riconciliavano d'essere cacciati, «extra Civitatem pellerentur», aggiunge che essi non vollero obbedire. «Hincque factum est ut.... municipal. presid.... illos extra emunitatem oratorii.... eiceret». Le due parole abbreviate nel codice, furono stampate in molti modi diversi, mutando il verbo, alterando spesso tutta la frase, il che generò grande confusione. A me e ad altri colleghi che ho consultati, pare che debba intendersi: municipale presidium.

83.  Nuova Antologia di Roma, 1 giugno 1890.

84.  Nel codice laurenziano già da noi ricordato.

85.  Rhetor era allora sinonimo di causidicus.

86.  Di tutto questo si occupò molto il Ficker nelle sue Forschungen, e dopo di lui il Fitting, Die Anfänge der Rechtsschule zu Bologna: Berlin und Leipzig, 1888.

87.  Lege Digestorum libris inserta, considerata. Cosí si legge in un placito del 1076 pronunziato dal messo di Beatrice in Marturi, presso Poggibonsi (prope plebem Sancte Marie, territurio fiorentino), dove si nota anche la presenza di Pepone, il precursore d'Irnerio. Un Fiorentino, che contendeva il possesso di alcune terre al monastero, adduceva la temporis praescriptio, e si fondava sul Digesto, che, secondo la procedura del tempo, portava nel tribunale. Vedi Fitting, op. cit. pag. 88; Zdekauer, Sull'Origine del manoscritto pisano delle Pandette giustinianee: Siena, Torrini, 1890. In un documento del 1061, in cui si tratta d'una lite fra due Chiese di Firenze (V. Della Rena e Camici Vol. II, 2, pag. 99) si legge: Indices secundum romanae legis tenorem, utramque ceperunt inquirere partem. Secondo il Ficker, i giudici qui sarebbero fiorentini: und zwar scheinen das die gewöhnlichen städlischen Indices von Florenz zu sein. Ficker, III, parag. 469 pag. 90. Il cronista Goro Dati, che morí ai primi del secolo XV, affermava nella sua cronica, che i notai fiorentini erano i piú reputati di tutti, sebbene i piú celebri dottori in legge fossero quelli di Bologna. Vedi Dati, Storia di Firenze, ediz. fiorentina del 1735, a pag. 133.

88.  Petrus Damiani. De parentelae gradibus, nelle Opere, Opusc. VIII, Cap. I e Cap. VII. Ivi combatte l'opinione espressa dai sapientes di Ravenna, contraria al diritto canonico, sui gradi di parentela che impediscono il matrimonio. Di colui che esso dice fiorentino, scrive: promptulus, cerebrosus ac dicar, scilicet acer ingenio, mordax eloquio, vehemens argumento.

89.  Il Ficker, parlando del sopra citato documento del 1061, dice: Diese Romagnolen scheinen nun weiter kaum nur zufüllig zu Florenz gewesen zu sein.

90.  Quanto all'azione sempre crescente del diritto romano in Toscana, notissimo è il passo negli Statuti di Pisa del 1161, nel quale si dice di questa città: a multis retro temporibus, vivendo lege romana, retentis quibusdam de lege longobarda. In un documento senese del 1176, pubblicato dal Ficker (Vol. IV, doc. 148), i Consoli dicono: Item nos professi sumus lege romana cum tota Civitate vivere. La mescolanza della legge romana con la longobarda o con altre, è in tutto il secolo XI, ed anche dopo, frequentissima. Spesso donne che professavano di vivere secondo la legge romana, dichiaravano nel medesimo tempo di essere sotto il mundio del figlio o di altri.

91.  Lami, Lezioni, pref. pag. CXV e segg. Vedi anche i documenti pubblicati dal Fiorentini nelle Memorie della gran contessa Matilde (Lucca, 1756), e da Della Rena e Camici, Serie cronologico-diplomatica degli antichi duchi e marchesi di Toscana, parte II. Da siffatti documenti chiaro apparisce come era formato il tribunale di Matilde.

92.  V. Fiorentini, doc. a pag. 168; Della Rena e Camici, parte II, vol. II. doc. XV e XVI, a pag. 106 e 108; Vol. III, pag. 9; Vol. IV, doc. XIV, a pag. 61.

93.  Unthätiger Vorsitzende, dice il Ficker, che ha dato la chiara dimostrazione di questo fatto. Vol. III, parag. 573, pag. 294 e seg.

94.  A tale proposito il Ficker osserva: Dass schön früher die Gerichtsbarkeit in der Stadt nicht durch die Feudalgewalt, sondern durch Bürger der Stadt als rechtskundige Königsboten geübt wurde. Vol. III, par. 584, pag. 315-16.

95.  Consuetudines etiam perversas a tempore Bonifactii Marchionis duriter eisdem impositas, omnino interdicimus. Ficker, Vol. I, parag. 136, a pagine 255-6, e il doc. stesso nel vol. IV, pag. 124-5; Pawinski, Zur Entstehungsgeschichte des Consulats in den Comunen Nord und Mittel-Italiens: Berlin, 1867, pag. 29.

96.  Nec Marchionem aliquem in Tusciam mittemus sine laudatione hominum duodecim electorum in Colloquio facto sonantibus campaniis. Murat. Antiq. IV, 20. Vedi anche Ficker e Giesebrecht, piú sopra citati, e Pawinski, pag. 31. Si è dubitato che in questi diplomi (di cui non si ha l'originale, ma una copia antica), e piú specialmente nel secondo, possa esservi stata qualche interpolazione, cosa che il Ficker ed il Pawinski contrastano. In ogni modo la sostanza dei due documenti è ora ammessa dai piú autorevoli scrittori. V. Ficker, vol. III, pag. 408; Giesebrecht (4ª ediz.), vol. III, pag. 537-8.