LA GROTTA DEL BOVE MARINO VI.

Castretta bussò alla nostra porta alle sette del mattino. Intanto dal balcone aperto ci giungeva questo dialogo tra Werkopfen e dei barcaioli.

— Ho bisogno di venti barche alla Marina grande per andare a visitare tutte le grotte di Capri.

— Venti barche! Non è possibile, è difficile, signore! Ci vuol molto denaro...!

— Voglio venti barche, assolutamente. Qual'è il prezzo?

Scendemmo rapidamente con Castretta, preoccupati di partecipare ad ogni costo alla gita che intuimmo finalmente rivelatrice.

Un'ora dopo la partenza della comitiva attirava molti curiosi sulla banchina della Marina Grande. Essa era sbalorditivamente aumentata. Circa un'ottantina di persone. Tra le quali degli strani tipi di lottatori, giganteschi e muscolosi, un vecchio signore semiparalitico elegantissimo, un giapponese e un negro panciuto dal grugno ripugnante.

Nella confusione la nostra presenza fu poco notata. Invitammo nella nostra barca Pietrachiara e il conte Ladolce. Questi era un giovane alto, delicato, un po' cascante: bella pecora aristocratica dal profilo borbonico con voce flebile.

Si sedettero a prua mentre noi ci sedemmo con Castretta a poppa. Il mare era calmo ma non calmissimo. Mare inquieto che pregusta l'alcool delirante della burrasca con una quiete sorniona e qualche sbuffo di vento, sotto un cielo velato di calore.

Avevamo due buoni barcaioli. Cosicchè sorpassammo le altre barche e giungemmo con le prime alla grotta del Bue marino. Pietrachiara disse con mille moine guizzanti:

— È stata veramente un'idea geniale quella del caro Werkopfen. Credo che dato il caldo soffocante, non vi sia sito più adatto a discutere di cose serie di una grotta nel mare. Chissà che grotta sceglieremo?! Io preferisco l'azzurra: è più carina. La vedrete. Un silenzio! Sembra di essere diventati piccini piccini dentro una delle belle pietre preziose del Conte Ladolce. Se ci mettessimo in costume da bagno? Che ne dici Ladolce!

Si svestirono. Avevano già, sotto, un elegante costume da bagno rosa pallido.

Curvi nella barca entrammo nella grotta del Bue marino. Ci colpì brutalmente un muggito rombante e feroce d'acque incatenate e rivoltose. Boati irritatissimi. Sputi, schiaffi, rutti e singhiozzi. Masse su masse d'acqua spaccate, flaccide, rotte nei budelli delle rocce.

— Dio che brutta grotta! Che rumori! Disse Pietrachiara serrandosi al Conte Ladolce.

— Ho paura, ho paura, andiamo via! M'hanno detto che in fondo, sulla piccola spiaggia, hanno trovato una gran foca cattiva che mangiò dieci marinai. Ruggiva come una belva quando l'hanno catturata. Ci volle un rimorchiatore per portarla a terra.

Nell'uscite dalla grotta la nostra barca si trovò in mezzo alla fiera acquatica, multicolore e chiassosa di tutte le altre, fra il gesticolare dei marinai e uno scambio chiacchierino di saluti cortesi e leziosi.

— Bonjour, Paul.

— Mes hommages! N'entrez pas dans la grotte: elle est trop sombre, vous auriez peur.

— Bonjour, Rudolf.

Benali che si svestiva in piedi in barca glorificava ad alta voce l'eleganza di Pietrachiara e di Ladolce.

— Che squisitezza di tinta! Che bel taglio! Un gusto veramente parigino! Pietrachiara, sai che Werkopfen te lo invidia il tuo costumino? È troppo grasso per permettersi queste delicatezze. Figurati Markoff! Vedrai il suo costume lilla. Tutto grasso biondo in lilla! Ci divertiremo!

Pietrachiara interruppe:

— Taci, non è l'ora di scherzare. Siamo riuniti per una cosa molto seria.

I gridi, i lazzi, le smorfie, i piccoli gesti di terrore, sotto gli spruzzi d'acqua, si mescolavano alla forte loquacità dei risucchi nei buchi delle rocce a picco.

Navigavamo sotto l'altissima Muraglia di Tiberio. Dopo la Punta Fucile passammo tra lo Scoglio della Ricotta e una spiaggia tutta ingombra di enormi massi crollati giù dall'alto che simulavano una battaglia di colossali testuggini spaventose.

Il mare s'increspa. Moti convulsi delle piccole onde. Punta Capo. La bianchissima villa De Fersen domina il golfo. A sinistra la Punta Campanella.

Mentre passiamo tra lo Scoglio Longa e l'isola di Capri, Castretta si volta all'indietro, ci mostra una lontana barca che cerca di raggiungere le nostre e mormora:

— La signora De Ritten è in quella barca!... Insegue il marito. Evidentemente ne è molto innamorata.

A prua, Pietrachiara e Ladolce, tutti rosei, non sentono, occupati a discorrere sommessamente tra loro. Beccheggiamo lievemente sull'indaco prezioso del mare che si spezza quà e là. Il vento gonfia le gote delle vele lontane. Entriamo rapidamente nel mediterraneo vero, mare sempre più massiccio, duro, volontario, violento, a blocchi turbolenti, sotto altissimi muraglioni a picco. La barca di Truffard è in testa: vi si distingue il profilo di Giacomo Satutto.

Non si sente più il vociare delle barche sparse, variopinte e gesticolanti, nel rumore crescente delle onde che sciacquano e risciacquano le zanne dell'isola con sempre più fragorosi ciaac, ciaac, plumb, pluuumb, sciaaaa, ciaff, gott gott, glu.

— Prima della guerra — dice il nostro barcaiolo — avevamo quarantamila visitatori tedeschi all'anno e quindicimila di altre nazioni. Quella piccola grotta si chiama la Grotta dei Polpi. Le barche vengono sotto a ripararsi dalla pioggia.

Mare a grossi mucchi d'indaco con punte d'argento balzanti. Mare appassionato, pieno di disordini lirici, tutto a sega, a treccie, a vulcanelli. Le barche si raggruppavano a poco a poco, rasentando le rocce per evitare il vento largo che aumentava. Il dèmone goffo e barocco del mal di mare imminente, impose il silenzio ai naviganti allegri.

I marinai raddoppiando il loro sforzo sui remi annunziarono:

— Ecco la Grotta bianca, tutta a stalattiti. Da quel cancello si sale al primo piano della grotta: ma i russi hanno portato via quasi tutte le stalattiti.

Pietrachiara rispose al marinaio con uno, due, tre, quattro urti di vomito.

Che disgrazia! Son tutto sudicio! Povero me! mi sento male! Bisognerebbe accostare!

Markoff lo imitò nella barca vicina. Davanti a noi Truffard abbiosciato, enorme, fece altrettanto. A destra e a sinistra De Ritten, Cohn, il roseo Ladolce, ripresero il motivo di urti e di scoppi rovesciandosi come grondaie fuori dalle barche. Bruno Corra e Marinetti, vecchi amici del mare, fungevano da ammiragli dirigendo la navigazione senza vomitare.

Squilibrio dei pesi a poppa e a prua. I marinai remavano male contro il mare insolente, irritato, sghignazzante, lacerato da risate sarcastiche di schiuma gasosa. Scoglio del Monacone. I tre Faraglioni. I soldati che sorvegliano il rifornimento dei sottomarini a Sito Dragara, ridevano. Non era il caso di irritarsi. Concentrazione di ogni pensiero sul proprio stomaco da frenare. Resistere ad ogni costo. Lentezza infinita del tempo.

— Che brutta idea ha avuto Werkopfen! — piagnucolò Pietrachiara. Comprendo il caldo da evitare: ma avrebbe dovuto distribuire ai Congressisti delle pillole contro il mal di mare.

Passavamo tra il grosso Faraglione attaccato a terra e i due Scogli Faraglioni alti duecento metri, prepotenti, invincibili e pieni di solitudine selvaggia. Il mare era diventato violentissimo e pericoloso quando entrammo nella famosa Grotta Verde. Ci si passa sotto e attraverso come in una galleria. Grande teatro rumorosissimo dal mobile pavimento di smeraldi impazziti. A destra e a sinistra palchi, baignoires e balconate, dove s'affollano, stridono, fischiano, applaudono, urlano, gesticolano, cazzottano, schiamazzano, sputano e fumano tutte le onde di lusso, vestite di schiume elegantissime. Sembrava proprio una serata futurista.

Bruno Corra, seriamente, propose:

— Ecco un luogo adatto per il vostro Congresso. Massimo silenzio, massima attenzione.

Pietrachiara, rovesciato sul fondo della barca, le mani giunte, con una voce da vitellino morente, gridò: Nooooo! noooo noooo!

Il corteo carnevalesco era trasformato in un quasi-funerale. Le barche seguivano ora il busto femminilmente rientrante dell'isola coricata. Un grosso buco di roccia spruzzò come un sifone contro Ladolce.

Passiamo in fila davanti a Punta Carena, Fortino Don Peppe, Fortino Don Paolo, Fortino della Guardia. Davanti alla bellissima Punta Ciuk Camillo, rivestita di ulivi e irta di cactus, le pancie voluminose e irruenti del mare minacciano un vero naufragio.

I marinai bestemmiano preoccupati. Onde a gnocchi enormi, convulsi, biancastri. Affollamento di schiume sibilanti, ironiche, contro gli ombelichi feriti delle rocce.

Ma duecento metri dopo il mare s'acquieta e vi nasce il profilo tranquillo, impassibile del Vesuvio e la Punta Campanella. Tutti si rialzano, a poco a poco. Sorrisi e chiacchierii nel sole svelato. Czi czi cicici di cicale sul pendio della riva. Pfoo, pfoo, pfaaaa, pfaa dell'acqua nei buchi.

Siamo sotto la nicchia vuota della Madonna che benedice l'entrata della Grotta Azzurra.

Il mare invernale ha succhiato la statua, vuotando la nicchia come un'ostrica.