X VERITÀ NAZIONALE

VERITÀ NAZIONALE

Ancora una volta ha trionfato a Trieste.

Le ultime elezioni vi si sono svolte colla foga e collo stento di una battaglia, nella quale la passione si accendeva politicamente di un motivo inconfessabile. Da un canto i patrioti stretti dietro una bandiera invisibile, coll'occhio fiso oltre le mura, al di là del mare, a Roma, la capitale lontana ed eterna d'Italia, la metropoli della gloria, che domina ancora colla fronte superba il passato e il presente d'Europa; dall'altro slavi e sloveni, un popolo piccolo straniero, quasi barbaro, che cinge e batte le mura di Trieste come un'onda pigra e limacciosa di palude, e parla un'altra lingua, agogna una preda, non ha vanti perchè senza passato, non ha sogni perchè senza avvenire.

Essi sono una turba nella moltitudine di un impero, che ha per unità una dinastia soltanto, per governo una burocrazia, e che un tempo fu baluardo all'Europa contro l'invasione turca, ma indarno volle poi chiamarsi in una vanità di parola sacro romano impero, e cadde per sempre sotto il piede di Napoleone, ultimo imperatore del sogno latino, per sparire idealmente dietro il nuovo impero germanico, al quale Hegel aveva dato la corona de' pensiero e Bismarck quella della potenza.

Trieste bella e solitaria sul lido, come la piccola sirena nella divina favola di Andersen, il poeta danese, aspetta ancora l'amante: guarda l'Adriatico, ascolta nel murmure delle sue onde, gittando il grido dell'invocazione sulle ali delle sue tempeste, e piange cogli occhi e col cuore, mentre l'Italia si leva ad una nuova speranza di gloria nel ricordo del suo primo epico cinquantenario; piange, perchè sola ella non ha ancora nulla da ricordare, e la sua speranza sempre ferita non sa quando potrà levarsi a volo.

Prigioniera dell'Austria, libera soltanto come un condannato nella cella, s'ingegna e si estenua nell'esprimere dentro l'angusto sistema amministrativo la propria anima nazionale; il suo territorio è appena una cintura sfibbiata sul mare, ella non ha altra arme che un piccolo voto, deve fare della parola una armatura al proprio pensiero, nascondere l'odio e l'amore nella comodità sin troppo facile di una ricchezza accumulata dal mare e trasmessa per il suo porto al vasto eterogeneo impero.

Ma Trieste è italiana, e nulla potè mai mutarla, e nulla lo potrà mai.

Il segreto d'Italia, rimasto impenetrabile anche alla storia, la protegge: l'Italia, povera, deserta, anche ridotta a sei milioni di abitanti, senza più Roma per capitale, corsa da tutti i barbari, distrutta nell'impero, spogliata di ogni civiltà, divisa come gli anelli di una grande corona d'oro tra feudatari stranieri, non diventò mai preda di un solo. Nessuno potè conquistarla: il suo papato, i suoi comuni, i principati, le signorie, le repubbliche, tutto s'improvvisava e si rinnovava nella resistenza: una originalità spuntava come fiore da ogni zolla, un motivo inesauribile manteneva la guerra di tutti contro tutti, un genio più profondo che nella Roma latina e più vario che nella Grecia creatrice animava le cose e gli uomini, moltiplicava i capolavori del pensiero e dell'opera, piegando i vincitori ai vinti, seducendoli colla bellezza, ingannandoli colla diplomazia, distruggendoli coll'eroismo improvviso delle battaglie, dimenticandoli colla sicurezza della primavera, che volta le spalle all'inverno e trionfa nella festa irrefrenabile della vita.

Come l'immenso impero colla moltitudine così dispari delle sue orde accantonate in cento territori e tutte unanimi nell'odio della solinga città italiana, non bastò a sopraffarla seppellendola sotto una invasione, assorbendola nel vastissimo alvo della propria moltitudine? Trieste è ancora intatta, inviolata, inconfondibile. Slavi e sloveni dentro le sue mura non sanno sentirsi cittadini: qualche cosa li respinge e li supera: vi è un segreto nel quale s'infrangono, una verità contro la quale nessun'arma è sufficiente, nemmeno quella del parricidio.

E nell'ultima lotta ne fu pur troppo compita la prova.

I socialisti si allearono agli sloveni dentro Trieste, contro Trieste italiana. Come si chiamano i loro capi?

Il nostro pubblico non lo sa e non cura saperlo. Il nome di Giuda non basta forse da duemila anni a tutti i traditori? Come si chiamavano quei piccoli sergenti socialisti, che dall'Italia mossero a Trieste, bene accolti dalla polizia, ad aiutarvi la negazione della patria? La polizia austriaca non lo dimenticherà, e ciò deve bastare al loro orgoglio. Invece Trieste italiana ha vinto, perchè all'ultima ora gli stessi gregari socialisti hanno disobbedito ai loro capi votando per l'Italia e per gl'italiani contro gli stranieri. La verità nazionale si accese fiammeggiando improvvisamente nelle loro anime come un faro: la loro ingenuità popolana si è rivoltata come una vergine sotto la mano impura di un violatore e ha urlato di collera superba, e subito dopo ha sorriso nella gioia della vittoria.

Perchè a Trieste questa volta la vittoria è stata un trionfo del cuore, una apoteosi della fantasia. Troppo recenti, troppo sanguinanti ancora erano le ultime ingiurie dell'impero al nostro regno; troppo superbe suonavano da Vienna le minacce e troppo stridule continuavano le ironie, perchè la coscienza della nobile città non si sentisse questa volta come antesignana d'Italia. Nel nostro parlamento tutti i toni erano rimasti bassi: una prudenza piccina sembrava diminuire tutto e tutti, la negazione della patria, così empiamente brutale a Trieste, qui s'insinuava nell'equivoco delle teorie più lontane ed astratte. Si parlava dimenticando le necessità immanenti della storia, non si volevano più confini fra popolo e popolo, si negavano i danari all'esercito e all'armata, si vantava il progresso soltanto nel benessere materiale delle ultime plebi, si proclamava suprema verità della vita una uguaglianza negativa di tutti gli uomini fuori di ogni tempo e di ogni spazio. Appena un deputato triestino si alzò sulla miseria spirituale dei più estremi partiti, e, repubblicano, sentì il dovere di votare per l'esercito d'Italia. Mazzini e Garibaldi non avevano sempre fatto così? Nel sogno del quarantotto non invocarono, non accettarono persino Pio IX, e dopo, nell'epica aurora del risorgimento, non convennero col re e non predicarono, operarono gittandosi innanzi colla piccola bandiera dei Savoia?

Tutta la storia moderna non ha oggi due più grandi figure, due eroi più italiani e nullameno più mondiali. Che cosa sentono, che cosa pensano davvero questi epigoni, che si rinchiudono nel loro minimo partito come un ragno in un buco, mentre nel cielo ancora limpido fruscia già, invisibile, l'ala del pericolo, e da tutte le città italiane, da tutti i villaggi, da tutti i campi, i morti del cinquantanove si levano silenziosi e mesti a guardarci e stentano a riconoscerci?

Il socialismo, come tutti gli errori di cui la storia si serve per creare una più alta ed originale verità, non può essere forte che a patto di essere bello: gli bisognano una poesia di pensiero e di opera, una virtù più ingenua e più austera che non alla borghesia; le necessità economiche indimenticabili non debbono essere prime sempre ed ovunque; la propaganda contro il duello esprime soltanto la paura della morte nella affermazione santa della vita, che poi si nega nella violenza subdola e bestiale degli scioperi; la ripugnanza della guerra, immutabile ed inevitabile sacrificio, diventa il trionfo della viltà individuale, che dalla storia accetta il beneficio ricusando di pagarne il prezzo, e sogna un miserabile Eden di cucina e di postribolo con un lavoro senza ideale, una lotta senza tragedia, una vittoria senza vinti, e dei vinti senza la morte.

Oggi tutta Italia risponde con un sorriso di gioia alla gioia di Trieste, che in un'ora difficile ed oscura tenne fede all'antica madre non ancora invecchiata dai secoli, ma non risponde con più che un sorriso. L'avvenire deciderà dei nostro diritto, ed al solito la decisione propizia sarà per coloro che lo avevano meglio difeso.

Bisogna alzare con uno sforzo continuo, doloroso, violento, l'anima del popolo, perchè nel momento della prova non sia poi così bassa da non poterne nemmeno attingere il campo: bisogna ad essere tribuno generale la stessa potenza di poesia, che solleva e aduna le anime davanti al pericolo del sacrifizio; gli accattoni del voto, i giullari della piazza, i causidici del parlamento sempre pensosi soltanto di sè stessi, e che credono di guidare il carro della politica come quella mosca di Pindaro che si era posata sul riccio del timone e se ne alzò proclamando col battito dell'ale la propria vittoria sull'auriga, non furono, non sono e non saranno mai che una miseria del popolo, ma non lo guideranno nè alla vittoria nè alla perdizione.

La vittoria è donna e non ama che i forti: è dunque una forza l'umiltà di non sapersi più battere?

20 giugno 1909.