La presa del Genio — Morte d'Augusto Anfossi — Nella notte il Genio è nuovamente ripreso dai Tedeschi — Avvenimento nel Genio stesso; tentativo per riprenderlo — I Tedeschi lo abbandonano di nuovo nella notte stessa — Essi abbandonano anche il Gran Comando e l'autore ne prende possesso in nome del Governo.
Qual fu il mio stupore, allorchè, entrato nel cortile dalla parte del Monte Napoleone, vidi spalancate tutte le rimesse che si trovano sul lato sinistro, e quelle piene di Tedeschi, alcuni de' quali erano pure accovacciati nel cortile stesso! Compresi tosto che doveva essere un posto che si fosse arreso. Erano infatti i soldati che si trovavano nel locale del Genio situato nella via del Monte di Pietà, e quella splendida fazione aveva avuto luogo precisamente durante la mia spedizione suaccennata. Non è dire qual dispiacere io provassi d'essermi trovato assente, ma una notizia più crudele, mi attendeva. L'Anfossi venne gravemente ferito, mi disse un signore che conosceva le mie relazioni con lui. — Ma dov'è? Dove l'hanno portato? chiesi tosto: voglio andare a vederlo. Egli tacque; ma un altro signore: A che serve celarlo? soggiunse; non sono momenti questi da far perdere tempo: il povero Anfossi è morto. Mi coprii colla destra la faccia per ascondere il mio dolore, e salii all'ufficio, ove ritrattomi in un angolo volli rimaner solo per qualche istante; ma non vi era rimedio, e l'unico mezzo per onorar la sua memoria era quello di crescere di zelo e di attività nella lotta, in cui quel prode aveva messa la vita. Chiesi se il Governo Provvisorio non aveva mandato a dire nulla; mi risposero di sì, e che aveva dato avviso che nella notte i Tedeschi volevano fare un nuovo sforzo. La notte era già vicina, sicchè andai subito a far una ispezione ai Portoni di Porta Nuova.
Erano ben muniti e vi stava a difenderli il Manara; quella barricata poi che il 19 era ancora provvisoria, sì che la passammo facilmente, io, l'Anfossi ed i tre altri compagni, era stata sostituita da una delle più solide e colossali che venissero costrutte. L'ultima parte della casa d'Adda, ossia la nuova grande casa che fa angolo colla via dell'Annunciata, era allora in costruzione; mucchi enormi di mattoni, erano disposti qua e là a quel fine; il popolo si impossessò di quei materiali e l'indomani della nostra visita a S. Bartolomeo aveva fatto una barricata che andava quasi fino alla vôlta di ambo gli archi, sì che per passare conveniva curvarsi e molto; enormissimo poi era lo spessore di quella barricata, nè si avevano palle di cannone che potessero trapassarla. Visitai qualche altro luogo, ed a notte già inoltrata tornai all'ufficio, ove appresi che avevano mandato a dire di curare anche il Genio di fresco conquistato. Ma come mai, dissi, si troveranno ora combattenti ancor disponibili? Farò il possibile.
Uscii ed andai di nuovo dal Manara, la cui posizione era fortissima e difesa da un buon numero di uomini; lo pregai a cedermene alcuni pochi, ma ei non volle, e protestò che non erano di troppo. Io rientrai nel centro e riescii a raggranellarne quattro, ma due soli avevano fucile, gli altri due erano disarmati e si esibivano a far quello che potevano. Pensai allora che avrei potuto trarne partito col mandarli al piano superiore del locale del Genio per difenderne da colà l'ingresso con sassi e mattoni, benchè non sapessi troppo comprendere la probabilità di quell'assalto in luogo tutto cinto da barricate.
Le tegole, i sassi e mattoni erano più temuti dai soldati delle stesse palle; ogni casa che si credeva in pericolo ne aveva fatto provvista, e nella stessa casa Taverna ove risiedeva il Governo Provvisorio, eravi in una delle stanze che dànno sulla via de' Bigli un gran cumulo di ciottoli. Anche i due armati potevano esser più utili tirando dalle finestre. Fatto loro conoscere il mio divisamento, entrammo nel locale del Genio. Occupava esso un vasto spazio, ossia all'incirca quello ove sorge attualmente la Cassa di Risparmio ed aveva la fronte principale sulla via del Monte di Pietà, estendendosi dal lato opposto sino alla via degli Andegari che sbocca a S. Giuseppe. Fu precisamente da quel lato che noi entrammo per una porta piccola alla quale pure era stato dato il fuoco, come alla porta principale, sulla via del Monte di Pietà. Io non era stato mai in quel locale, ma uno de' miei compagni lo conosceva bene. Traversato un breve corritoio arrivammo al cortile principale tutto cinto di porticato, di forma quadrilatera, discretamente lungo, ma largo non più di 14 in 15 metri. Da quel cortile traversando un fabbricato di mezzo, si passava ad altro cortiletto piccolo in diretta comunicazione con un atrio ampio ma basso, nel cui centro eravi la porta principale e da dove, a sinistra entrando da quella, si saliva agli uffici. Tutto il locale nel suo insieme era disadatto, con un sol piano, e credo fosse un antico convento ricostrutto. Agli uffizi non salivasi però solo da quel lato che ho accennato, ma anche dal grande cortile ove entrammo per una scala situata al lato orientale sotto il portico. Al nostro arrivo trovammo un individuo ch'era stato posto colà qual custode e che aveva le chiavi del piano superiore. Io gli esposi lo scopo della nostra missione e lo richiesi di aprirmi. Ho lasciato le chiavi a casa, mi rispose, ma abito vicino e vado tosto a prenderle.
Dopo un quarto d'ora circa, odo un colpo di fucile che parte dal portone sulla via del Monte di Pietà. Vado colà e riconosco essere stata la sentinella a far fuoco, ma che nulla accennava ad un assalto. Il colpo non mi fece meraviglia perchè si tirava di troppo in onta alle mie raccomandazioni, ch'erano sempre di andar cauti coi colpi perchè le nostre munizioni si esaurivano. Allora nè dissi nulla nè chiesi spiegazioni, perchè tale e tanta era la mia stanchezza che risparmiavo anche le parole. Convinto che al momento nulla eravi da temere, ritornai presso i miei colleghi, ma prima volli salutar la sentinella e posta la mano destra sulla sua spalla, dissi: Bravo, bravo. Il locale era oscurissimo e la sentinella trovavasi circa un tre passi addentro dalla porta principale; non rispose motto, solo avendo piegato il capo in avanti mi parve scorgere qualcosa che se le staccasse dal cappello a guisa di pennacchio. Notai questo incidente nel modo più positivo, ma in quel momento non mi recò meraviglia, perchè ognuno si vestiva a piacimento e si vedevano cappelli e berretti d'ogni forma possibile. Ritornato a' miei compagni dissi che non era nulla e che la sentinella aveva tirato senza motivo. Nella vicina via di S. Giuseppe era cominciato un enorme cannoneggiamento; cannoni postati a poca distanza della contrada dell'Orso tiravano lungo la via di S. Giuseppe, con grande fracasso, ma nessun frutto, perchè le palle andavano a battere contro la barricata che chiudeva la via di S. Giuseppe. Frattanto passa una mezz'ora, ed il custode che aveva detto di essere vicino, non viene; dapprima sopportai senza inquietarmi quel ritardo, perchè intanto prendeva un poco di quel riposo di cui aveva gran bisogno; ma poi scorso un'altro quarto d'ora, cominciammo a discorrere fra di noi sulle cause possibili di tanto ritardo, quand'ecco ad un tratto si presentano due armati al lato opposto del porticato, spianano il fucile e fanno fuoco sopra di noi, ritirandosi immediatamente. I Tedeschi, esclamammo tutti. Per una di quelle strane combinazioni che si spiegano coll'oscurità e con la furia, benchè ci facessero fuoco addosso alla distanza di 14 o 15 metri e non più, e fossimo cinque in crocchio, nessuno fu colpito. Usciamo, dissi io. Uscimmo per la stessa porta dalla quale eravamo entrati; avevamo con noi due senz'armi, eravamo incerti del numero dei Tedeschi, non vi era altro partito. Come dovessi rimanere a quella strana sorpresa, è facile l'argomentarlo. I Tedeschi nel Genio! Ma d'onde venuti? e come? Per prima cosa, dissi ai miei compagni, conviene annunciarlo subito; molti però, non possono essere. Usciti dalla via degli Andegari, ci recammo alla Croce Rossa, e quivi cominciammo a trovare alcune persone. Allora uno dei giovani annunciò il fatto. Oh, impossibile! fu la prima risposta; l'altro replica e si scalda e finalmente gli volge queste precise parole (s'intende in dialetto): ma per D. s. vuoi capirla che ci hanno sparato sul muso in questo momento! Io aveva troppa fretta per soffermarmi a questo piatire, e, comprendendo che dei due non armati non poteva più trarre partito alcuno, dissi loro: Io credo che il meglio per essi sia che vadano in cerca di armati o dir loro che vengano verso il Monte di Pietà. Li salutai e m'incamminai subito, e solo, per detta via, che da quel lato ha principio precisamente al piazzaletto della Croce Rossa. Fatti un centinaio di passi, veggo un crocchio animato, presso la casa del colonnello Arese, che ha sulla fronte una cancellata; colà giunto dissi loro: I Tedeschi sono nel Genio.
Oh lo sappiamo, e già da un po', e vogliamo riprenderlo.
Benissimo, replico io.
Ma non erano tutti di questo avviso: non sappiamo nulla sul numero, dicevano i dissidenti; è oscuro; aspettiamo l'alba.
Allora io dissi loro chi era e come io venissi precisamente dal Genio; narrai brevemente la storia della sorpresa, ma per inferirne che non potevano essere molti, forse tre quattro al più; del resto dalla parte di dietro non erano passati, perchè prima vi era il custode e poi vi fummo noi; essi dovevano saperne qualcosa rispetto alla parte anteriore. Io sono d'avviso, conchiusi, d'andar subito a riprender quel locale. Ma gli oppositori fecero nuove obbiezioni, quando alcuni dei più risoluti, troncando la questione, si avviarono a corsa verso il Genio, ed io immediatamente li seguii. In un momento superammo il brevissimo tratto, che sta fra i due fabbricati. Giunti a pochi metri dal portone del Genio s'odono due colpi, l'uno viene dal piano terreno, l'altro dal primo piano, ed uno de' nostri cade a terra. Un timor panico si impadronisce degli assalitori, che indietreggiano con tale violenza che io che veniva il quinto o sesto, fui rovesciato. Ci raccogliamo di nuovo, non più rimanendo in strada, ma entrando nella casa Arese, passiamo il cortile facendo capo ad un locale, che credo fosse una rimessa, e che è precisamente il primo dalla parte opposta al portinaio e dà sulla via. Io non sapeva darmi pace e tornai ad insistere per un nuovo assalto. Dio mio! sono pochissimi, dissi loro; ma sorsero molti a gridare: No, no, a domani, a domani; è un'imprudenza, a domani. In realtà essi avevano ragione, ma io dolente di non aver preso parte nella giornata alla fazione del Genio, mi faceva una specie di punto d'onore di riprender quel posto, che aveva costato la vita al mio capo; e quando perorai in quel senso, annunciai che sarei andato avanti io, poichè giammai in vita mia chiamai altri a dividere pericoli che non affrontassi pel primo.
Prevalse l'opinione contraria ch'era in realtà il partito più sano. Fattosi un po' di silenzio, si udirono grida di soccorso, di aiuto, che provenivano dal ferito caduto a terra. Io che aveva data l'ultima spinta al partito che voleva assalire, mi ritenni in dovere di andare a soccorrerlo, e uscii di corsa, recandomi presso di lui. Tentai dapprima di prenderlo per la vita, ma gridando esso che gli faceva male, presi la risoluzione di gettarmi a terra tutto disteso vicino a lui colla faccia rivolta al suolo, dicendogli che cercasse di coricarsi sopra di me. Stavamo compiendo quell'operazione che aveva anch'essa le sue difficoltà, quando ci venne ad entrambi un aiuto; un giovine si presentò dicendo: Son qui anch'io. La cosa divenne allora facile; prendemmo il ferito e lo trasportammo in quel locale ove si erano raccolti i combattenti e lo deponemmo su d'una panca. Tutto questo si fece press'a poco in una completa oscurità, poichè la notte era nuvolosa e ventosa, e si passava da una luce abbastanza chiara a un buio pesto. Per qual ragione poi non vi fosse nemmeno un lume in quel locale, non saprei dirlo, ma il fatto è ch'io non vidi distintamente la persona che trasportammo colà, nè mi sono curato mai di sapere chi fosse. Del rimanente se essa vive tuttora, oh! davvero che deve ricordarsi molto bene di quella sera e di quell'ora.
Un istante dopo che avevamo deposto il ferito sulla panca, mi sento chiamare distintamente e per nome, da una vocina femminile. Esco da quel locale e lì nella corte stessa, trovo una giovinetta che mi chiede se son io il signor Torelli: Per appunto, risposi. — Ebbene, replicò d'essa, vi è un giovine quì in una porta vicina che chiede di lei.
A Milano chiamasi porta non solo l'apertura che dà accesso alla casa, come si dice da per tutto; ma anche il locale che serve di abitazione al portiere.
La giovine guida mi fece traversare la via e mi condusse nella prima o seconda casa (non saprei bene precisare quale delle due) dopo casa Confalonieri, andando verso la Croce Rossa. Entrato nel locale del portiere vidi un giovine che aveva conosciuto alla barricata di S. Babila; era seduto ed aveva un piede immerso in un catino d'acqua tinta di sangue. Sono tra quelli, mi disse, che andarono all'assalto del Genio, ma nel ritornare fui ferito al tallone dalla fucilata che partì dal piano superiore. — In sostanza ei non voleva che farmi conoscere la sua avventura e verificare il fatto con un testimonio che pure vi aveva preso parte. Aveva l'aria ilare, come volesse dire: Non si dubiterà che mi sono battuto anch'io, e me la sono cavata ancora a buon mercato: poteva esser peggio. Allora conoscevo anche il nome di quel giovine; ma lo dimenticai, mi ricordo però ch'era proto in una stamperia posta, se non erro, in S. Pietro all'Orto. Esaminai la ferita che non era grave, lo felicitai d'essere sfuggito con poco danno al pericolo, e uscii. Colà non eravi più nulla da fare, ritenuto che i combattenti, sempre riuniti in casa Arese, avrebbero da sè stessi sorvegliato il Genio che si dominava anche dal fabbricato del vicino Monte di Pietà. Continuando sempre il cannoneggiamento a S. Giuseppe, risolvetti andar verso quella parte affine di scoprire, se era possibile, la ragione di tanta persistenza.
Dalla Croce Rossa entrato nella corsia del Giardino[19], discesi lungh'essa verso il locale del Lotto. Anche quella è una delle vie che soggiacque a forti combattimenti; larga oggi e fiancheggiata da ambo i lati da palazzi o case regolari, era allora molto stretta, e tutto il lato destro, discendendo dal corso di Porta Nuova verso il teatro della Scala, era costituito da casupole irregolari, l'una più brutta dell'altra. A circa i due terzi da quella linea si incontrava la chiesa soppressa di S. Maria del Giardino, che quantunque di stile barrocco, aveva la particolarità di una vôlta ardita e larghissima, ed era stata convertita in un deposito di carrozze. Dopo quella veniva l'ampio locale erariale del Lotto, basso assai più del Genio, con ampio cortile nel mezzo, contornato esso pure di portici. Ultimo dopo quello veniva il Casino, l'unico di tutti i fabbricati su quella linea che siasi conservato qual era in allora e chiamavasi il Casino dei Lions, servendo a convegno delle persone del ceto signorile, che pagavano una retribuzione piuttosto forte. I frequentatori erano in fama di liberali, e perciò il Casino era molto sorvegliato dalla Polizia, essendo non pochi de' suoi membri inscritti sulla lista dei pericolosi o sospetti (in linea politica). Ne faceva parte anche io e soleva recarmi colà per leggere i giornali stranieri, dei quali v'era copia. Il Casino era l'ultimo limite al quale si poteva arrivare; esso è attiguo al caffè Cova, così chiamato dal nome del suo proprietario anche allora, che ha la sua fronte principale sulla via di S. Giuseppe. Io non riesciva a concepire lo scopo di tutto quel cannoneggiamento, nessuno rispondeva e tiravano di continuo. Ritornando da quella ispezione e passando avanti al locale del Lotto, vidi sulla porta un giovine grande di statura che teneva nell'una mano il berretto e coll'altra agitava furiosamente la sua capigliatura, prorompendo in esclamazioni di dolore.
— Che cosa ha? chiesi io.
— I Reisingher, i Reisingher (era il nome d'uno dei reggimenti tedeschi); mi rispose.
— Ma io non li vedo!
— Sì, i Reisingher. Hanno scavalcato ora il muro del giardino Confalonieri.
— Ma io vengo da quella parte; ne sono penetrati nel locale del Genio alcuni pochi, non so come; ma esso ora è ben sorvegliato.
Prima che facessimo altre osservazioni, ecco avanzarsi, venendo dal porticato che era in linea retta della porta, due giovani con in mezzo un'altra persona. L'atteggiamento fiero dei giovani e quello più dimesso dell'individuo da loro condotto, mi chiarì tosto ch'essi traevano seco un prigioniero.
— Chi è? chiesi al giovine desolato, ma che si era molto calmato vedendo una persona suppergiù tranquilla e che non partecipava punto al suo spavento.
— È il consiglier Pagani, rispose, un austriaco marcio.
Io avevo sentito parlare di questo consigliere Pagani, ma non lo conosceva nemmeno di vista; epperò garantisco la risposta datami, ma non garantisco che fosse realmente il consiglier Pagani e tanto meno che questi fosse un austriaco marcio.
Il giovane menzionato si unì al gruppo che conduceva il prigioniero ed era evidente ch'era con loro, e rimasto a far guardia alla porta.
Quanto ai Reisingher altro non era che la conseguenza della voce corsa che fosse stato ripreso il Genio, alla qual fazione s'era fatto intervenire un reggimento; quanto poi all'arresto del Pagani, o di chiunque fosse, era un atto di precauzione contro un sospetto di tener mano ai Tedeschi. Siccome abitava in quel luogo ritennero la possibilità di un'intelligenza e vollero assicurarsi della sua persona. Non occorre nemmeno dire che non gli venne torto un capello.
Per quanto io fossi persuaso che nulla eravi rapporto ai Reisingher, non pertanto siccome il fabbricato del Lotto confinava colla via degli Andegari, che fiancheggiava in parte anche il giardino Confalonieri, rimasto solo volli andare a verificare se in quella strada vi fosse qualche novità, e traversato tutto quel porticato pel quale erano venuti i giovani col prigioniero, salii la scala che conduceva al piano superiore ch'era in fondo a destra del detto corritoio. Al primo o secondo ripiano eravi una finestra bassa, oblunga, la quale si apriva precisamente su quella via e si trovava quasi di fronte alla porta abbruciata, per la quale eravamo prima entrati e poi usciti precipitosamente dopo quel tale saluto. La via era completamente deserta, non eravi anima vivente, nè udivasi rumore alcuno. Rassicurato che assolutamente nulla era seguìto all'infuori dal fatto dei pochi che erano penetrati nel locale del Genio, pensai andare al Governo e rassicurarlo se mai quelle esagerazioni del reggimento Reisingher fossero giunte a sua notizia. Benchè fosse già assai tardi nella notte, trovai Casati e Borromeo ancora in piedi; narrai l'accaduto e come già fosse stato esagerato. Ne erano già edotti, e l'uno dei due, non rammento bene quale, ma credo il Borromeo, mi disse con certo sangue freddo: Non ci staranno a lungo.
Ritiratomi in un canto, mi stesi in terra per riposare alcune ore. Ai primi arbori era di nuovo in piedi; corro difilato al Genio, dalla parte del Monte di Pietà, e trovo alcuni curiosi sulla porta.
— Ma! e i Tedeschi? chieggo loro.
— Non vi è più nessuno, mi rispondono.
— Non basta, soggiunse uno di loro, hanno abbandonato anche il Comando Militare.
Questo era grave; corro a verificare il fatto: esso è vero, ed allora torno al Governo Provvisorio; altri erano pur venuti a narrare la stessa cosa, ed io la confermai come posta fuori d'ogni dubbio. Il Governo mi pregò di andar colà io a prendere possesso del locale in suo nome, scegliendo qualche persona a cui affidare l'incarico di compilare un inventario regolare, quanto era possibile in quelle circostanze. Vi ritornai; il piano terreno era già pieno zeppo di gente, che faceva un gran baccano; i primi si erano accontentati di entrare nei luoghi aperti, ma sopraggiunti alcuni facchini con mazze di ferro, cominciarono ad abbattere le porte chiuse, irrompendo in tutte le camere, e dietro ad essi la folla. Allorchè arrivai io, il luogo presentava già l'aspetto di un campo di battaglia; entrando dal gran portone si trovano subito a destra due o tre stanze destinate allora ad uffici; il suolo era già gremito di carte, ed un ritratto dell'imperatore era già fatto a pezzi.
Mentre ero colà, odo alcuno che dice: Vanno in cantina, e laggiù vi sono Tedeschi. Io non aveva manifestato la mia qualità, perchè, non avendo distintivi, era inutile il farlo se non si presentava una circostanza che lo richiedesse. Il primo pensiero che mi si presentò fu quello della nessuna probabilità di quel caso: i Tedeschi avevano abbandonato quel locale a tutto loro agio durante la notte; per qual motivo si sarebbe taluno nascosto nei sotterranei? Non pertanto essendosi colà diretti quei facchini colle loro mazze, e già rivoltandomi il loro contegno per quelle ridicole bravate pensai alla possibilità effettiva del caso, e mi spinsi innanzi fra loro.
La discesa ai sotterranei, ove andammo, si trova a sinistra entrando, passata la corte, e sotto un porticato che mette ora ad uffizi militari; è una medesima scala che salendo mette capo al piano superiore e discendendo riesce ai detti sotterranei. I facchini non durarono fatica a calar giù, ed io li seguiva; quei locali servivano allora più specialmente ad uso di legnaia, ed erano divisi in più riparti da rastrelliere chiuse. Benchè bastasse piccolo sforzo per aprirle, quei facchini si facevano un piacere di fracassar tutto, accompagnando con grossolani improperi quegli atti. La faremo veder noi a questi Tedeschi; e giù colpi tremendi, con cui disfacevano inutilmente anche rastrelliere già aperte. Ah se li troviamo! Uno di questi venne fuori con una singolar espressione: Che non vi fosse anche quì qualche tradimento come al Genio?
— Ma che tradimento! esclamò uno della folla che compatta seguiva, entrando da ogni parte.
— Sì, il tradimento del Genio, di questa notte.
— La faremo veder noi.
Si poteva scommettere con tutta sicurezza che non uno di quei facchini aveva combattuto: ben quegli atti selvaggi mi persuadevano che se per avventura taluno si fosse trovato colà, correva pericolo d'essere da coloro massacrato, epperò era risoluto, in quel caso, di farmi conoscere, e stava loro ai fianchi, pronto ad impedire una violenza ad ogni costo. Ma il caso non si presentò e quella scena rivoltante finì in modo buffo. Allorchè si abbattè l'ultimo scompartimento sulla destra, in fondo ad un passaggio che divideva tutto il sotterraneo, vediamo alzarsi un essere vivente; era un cane. Si capiva che la povera bestia aveva fatto un grande sforzo, spaventata da quell'enorme fracasso, e, raccolte le poche forze che le rimanevano, erasi levata in piedi dal suo giaciglio, ma senza abbandonarlo; ci guardò con occhio smarrito e semispento. Era un cane da caccia e bello, colà dimenticato forse dal primo giorno della lotta e pressochè morto dalla fame. Quando vide che nulla di male gli veniva fatto, cessato in lui lo spavento, si lasciò cadere di nuovo sul suo giaciglio. La folla ch'era subito entrata dietro di noi, cominciò ad esclamare: Oh che bel cane! Si sparge la voce: Si è trovato.
— Cosa? Cosa? chiedono molti dei lontani.
— Un cane.
Una risata generale accolse la notizia. La folla non divideva punto l'artificiale ferocia di quei facchini; essa subiva, dirò, e disapprovava quegli inutili vandalismi e quando vide il risultato della spedizione si vendicò ridendo e con motti arguti. Ben contento anch'io che così fosse finita, tornai sopra, non volendo perder altro tempo in quel luogo. Cercai se eravi qualche persona alla quale potessi affidare l'incarico della compilazione dell'inventario, e mi venne indicato l'ingegnere Reschisi. Lo pregai voler assumere quella briga, ed avendo esso accettato, mi affrettai ad andare dal Governo per annunciarlo e poi mi recai al mio ufficio in casa Vidiserti, affine di conoscere quanto colà sapevasi, poichè ivi convenivano anche gli altri colleghi del Comitato.
I discorsi si aggiravano naturalmente sui due avvenimenti principali della notte; l'abbandono del Comando Militare, l'invasione inesplicabile del Genio e la ritirata non meno misteriosa da quel luogo; chi la spiegava in un modo, chi in un altro; io dichiarai essere convinto che i Tedeschi si sarebbero ritirati da Milano, essendo evidente per me che Radetzky non avrebbe aspettato l'esercito piemontese in quella posizione e si sarebbe concentrato. Facevano ancora fuoco per conservare le loro posizioni e libera la circolazione sui bastioni.