CAPITOLO DECIMO

I Tedeschi abbandonano Milano nella notte dal 22 al 23 marzo — Durante la giornata del 23 si continua a far barricate — L'autore disapprova quel zelo postumo. — Suo colloquio con un membro del Governo Provvisorio — L'autore cade ammalato per lo strapazzo dei giorni passati — Sua pronta guarigione — Viene spedito in Valtellina per provvedere alla difesa dello Stelvio e del Tonale — Fatti di Como — Sua gita a Sondrio ed allo Stelvio — Suo ritorno a Milano.

La notte era molto avanzata, il cannoneggiamento era cessato, e con tutta probabilità, l'ultimo pelottone austriaco aveva già abbandonato Milano; la mia missione era finita, ed io decisi di recarmi a casa mia per riposare le poche ore di notte che ancor rimanevano. Ma non fu il mio sonno tranquillo e ristoratore. Dal giorno che aveva abbandonata la mia casa a quel punto, un solo sentimento aveva in me dominato, quello di contribuire a vincere la terribil lotta, ed a fronte di quello, tutto era stato secondario; robusto, ma non assuefatto a quelle fatiche, io aveva abusato delle mie forze fisiche, aveva trattato il mio corpo come se non avesse leggi a cui obbedire, e gli aveva chiesto l'impossibile. L'ansietà e il pensiero continuo d'un gran fine da raggiungere avevano tenuto desto lo spirito che aveva fatto obbedire il corpo, ma cessato quell'eccitamento, chiuso, direi, il periodo dell'incertezza intorno alla riuscita della rivoluzione, il predominio dello spirito cessò e le leggi fisiche presero il disopra. Agitatissimo fu quel primo sonno passato in letto dopo quattro notti che non mi era spogliato e non m'era riposato che poche ore; aveva il respiro affannoso pel forte raffreddore, la gola gonfia, e mi opprimeva un forte mal di capo, che nulla aveva a che fare col dolore acuto provato in piazza de' Mercanti, ma era all'opposto un dolor cupo, sicchè mi sembrava che avessi la testa piena di piombo. Alzatomi non pertanto il mattino, pensai che il prender aria, il far moto, mi avrebbe giovato, e uscii. Uno spettacolo inatteso mi si presenta; veggo un affaccendarsi di moltissime persone non solo a rinforzare, ma a costruir barricate in quel luogo sì largo: veggo farsi lo stesso più avanti verso la Porta Orientale, nè già si accontentavano di portar cose mobili, ma levavano i grandi lastroni di granito che servono di guida in mezzo al selciato. Non sapeva capacitarmi di quella strana operazione, nè da chi poteva venire quell'idea, e rivoltomi ad alcuni che con grande affanno si adoperavano a quei lavori: Ma chi vi diede, li richiesi, simile ordine?

Ma non vede, mi risposero, che lavorano tutti?

I Tedeschi sono andati.

Le barricate si devono conservare.

Una stranezza simile è impossibile, dissi a mè stesso; infine io sono sempre membro del Comitato di Difesa; andrò al Governo Provvisorio per saperne qualcosa di preciso. Se quel primo spettacolo doveva riuscirmi inatteso, non fu così il contegno generale della popolazione; si vedevano i parenti e gli amici che si incontravano per la prima volta, abbracciarsi, baciarsi, si sentivano narrarsi le vicende reciproche; ad ogni tratto si udiva l'espressione: Sono proprio andati; intanto che altri riferiva dov'erano le ultime colonne dei Tedeschi. Avvicinandomi più al centro, cominciai a veder figure che non aveva veduto mai durante il combattimento, persone tutte coperte d'armi, con sciabole enormi, spade, pistole alla cinta, stili da ogni parte, che procedevano con un'aria di fierezza, come uomini pei quali ciò che rimaneva da farsi per annichilare i Tedeschi fosse cosa piuttosto da scherzo che seria. Io già così mal disposto di salute, cominciai intraveder la verità e sentir avversione per quella gente. Erano infatti persone che non avevano preso parte alla lotta nei giorni passati, e sbucavano dai loro nascondigli, cercando mostrarsi in quel giorno sì vicino ancora a quelli dell'azione, perchè il pubblico credesse che avevano combattuto anch'essi.

Arrivato a poca distanza da casa Taverna incontrai una persona di molta distinzione, mia amica e che non era estranea al Governo Provvisorio; ci stringemmo la mano.

Ebbene, sono partiti, diss'io, ma hai tu notizia dell'arrivo dei Piemontesi?

Troppo tardi!

Ma come troppo tardi? che cosa mi dici?

Che vuoi? non fa più effetto.

Ma Dio buono! la guerra ha ancora da cominciare! È chiaro che Radetzky è partito quando fu certo che veniva l'esercito piemontese.

Per carità non dir questo; ti saltano agli occhi!

Ma a che giuoco giuochiamo? credi tu forse che si possa far la guerra senza un esercito regolare?

E qui s'impegnò un lungo discorso che io non riprodurrò, perchè non lo potrei garantire nelle sue particolarità come garantisco l'esordio che ho citato.

Pur troppo, nel Governo Provvisorio non era solo quel mio ottimo amico e bravissimo uomo, ad avere quell'opinione; nè io esprimo cosa nuova, ma accertata allora in centinaia di casi, ed espressa anche in atti pubblici più o meno velatamente.

Dapprima non voleva accompagnarlo che per breve tratto, ma poi accaloratosi il discorso finii ad andar seco lui sino a casa sua, e solo allora mi risovvenni del fine pel quale mi era avviato al Governo.

A proposito, gli dissi prima di accomiatarmi, chi ha dato ordine che si costruissero ancora barricate?

Nessuno di noi, mi rispose.

Io gli narrai allora quanto avevo veduto a Porta Orientale, e come importasse di metter fine a quella stoltezza dannosa e costosa pel Municipio. Mi rispose che avrebbe parlato, e che comprendeva esso pure che era un'esplosione di zelo un po' tardivo, a cui però bisognava lasciare sfogo.

Il colloquio col mio amico mi addolorò. Che la popolazione potesse abbandonarsi a simili illusioni, era facile a comprendersi; essa aveva veduto quel potente Governo, che ad ogni tratto faceva sfilare per Milano batterie su batterie, raccogliere que' medesimi cannoni ed andarsene dopo cinque giorni di lotta sostenuta dai soli cittadini. Che sapeva la gran massa, della difficoltà che potevano presentare le fortezze, e come ben altra cosa sia il combattere dietro barricate ed il combattere in campo aperto? Per essa si era verificato tal fatto che sei giorni prima sarebbe sembrato impossibile; per essa mancavano gli elementi di un giudizio pacato. Con altra direzione che le venisse data, poteva forse rimettersi sulla retta via per quel fondo di buon senso che d'ordinario prevale pur sempre nelle moltitudini. Se i reggitori della cosa pubblica avessero avuto pei primi essi stessi la calma necessaria a giudicare freddamente la posizione, se avessero annunciato che la guerra grossa cominciava allora, egli è possibile che il sublime episodio delle Cinque giornate avrebbe potuto essere il principio di guerra ben più fortunata di quello che fu; ma si procedette per via diametralmente opposta. Si sarebbe detto che i Tedeschi erano scomparsi dalla faccia della terra, e non rimaneva che dar la caccia agli ultimi e più lenti ad andarsene; non si sapeva più pronunciar il nome di popolo senza aggiungervi l'epiteto di eroico, e si finì a credere sul serio che la parte più essenziale e più malagevole era bella e fatta, tanto che non pochi fra i primi che di Piemonte, bandita che fu da Carlo Alberto la guerra d'indipendenza (23 marzo), s'incamminavano al campo, arrivati a Milano si sentivano dire: Che venite a fare?

Ma forse che io intendo chiamar di ciò in colpa i soli reggitori d'allora? No, di certo; ma questa è la storia di quello che allora avvenne, ed io non la posso cambiare. Essa è d'altronde notissima, ed io, dopo ventisette anni[22], non intendo aggravare la parte che può spettare a que' reggitori, alcuni dei quali erano già allora miei amici, e gli altri lo divennero quasi tutti in appresso; dirò invece che la loro posizione era tutt'altro che facile quanto all'indirizzo da dare all'opinione pubblica. Essi dovettero i primi sobbarcarsi all'impero di quelle circostanze che s'imposero a tutti. Sarebbe bisognato un uomo di mente superiore il quale, già noto, ed influente, avesse avuto il coraggio di dire: Questo non è che un primo principio; pensiamo alla guerra, e a null'altro che alla guerra, ogni altro pensiero sia secondario.

Ma quest'uomo non vi era; i membri del Governo Provvisorio, tutte persone intemerate e stimabilissime, dovevano il posto eminente che occupavano, alla rivoluzione. Alcuni lo dovevano al caso di far parte del Municipio, altri erano state chiamate a comporlo, allorquando il Municipio, come narrai, si era trasformato in Governo Provvisorio; tutti avevano corso pericolo di essere le prime vittime nel caso che la rivoluzione fosse stata vinta, ed era naturale, che avendo invece trionfato, essi pei primi ne fossero premiati col rimanere alla testa delle cose, premio del resto tutto morale, dacchè nessuna retribuzione mai ne ritrassero. Ma la causa prima, era sempre il combattimento felice che apparteneva a tutta Milano. L'ebbrezza della gioia trascinò anche i membri del Governo e forse chiunque fosse stato al posto loro, sarebbesi trovato impotente a resistervi.

Aggiungasi che pur troppo non erano soltanto uomini di buona fede ed amanti della causa pubblica che premessero sul Governo al primo suo esordire; già erano sulla scena e si preparavano a salirvi in gran numero quelli che con freddo calcolo volevano usufruttare la vittoria, per i loro fini politici, diversi da quelli del Governo, o per la vanità personale, e costoro per primo istrumento adoperavano l'adulazione del popolo. Non erano corse 48 ore, dacchè gli Austriaci avevano abbandonato Milano ed in ogn'angolo sorgevano predicatori politici, inventori di nuove teorie sociali, fabbricatori di piani di guerra, i quali tutti non riuscivano ad altro che a creare imbarazzi al Governo Provvisorio. Commisti a loro percorrevano la città quegli eroi armati da capo a piedi, improvvisatisi dopo la partenza de' Tedeschi, e che il popolo, con motto arguto e vero ad un tempo, battezzò col titolo di eroi della sesta giornata. Essi facevano a gara a chi più adulava la popolazione, ed il tema immancabile era che l'essenziale per l'indipendenza era fatto; si trattava ora di raccoglierne i frutti, ed i volontarî bastavano; la truppa era un di più.

Non è a dire che mancassero uomini, i quali tosto deplorassero quella piega dell'opinione pubblica e si sentissero rivoltare a quei delirî, ma non ardivano tampoco esprimere il proprio avviso, per timore di sentirsi dire: Ella dunque non ha fede; i nostri hanno fatto miracoli e ne faranno ancora, e simili frasi.

Quanto a me, che non avevo ritegno a dire quello che sentiva, fui presto fuori d'azione appunto in quei primi giorni, perchè il mio male fisico si aggravò anzichè diminuire.

La curiosità mi aveva spinto a girar quasi tutto il giorno; uscito di casa verso sera, nel passare per la via del Durino, mi vien chiesta la parola d'ordine.

Ma che parola d'ordine? Chi ha ordinata questa buffonata?

Che vuole? mi risponde la sentinella; hanno dato questo ordine!

In quell'istante passa un signore di mia conoscenza, mi saluta e mi comunica la parola d'ordine, celiando su quella mostra di postumo zelo e raccontandomi che vi erano perfino signorine le quali facevano sentinella, e domandavano la parola d'ordine, emulando gli eroi della sesta giornata. Le notizie recavano che i Tedeschi erano già a Lodi, e si poteva perciò far la sentinella senza pericolo. Tutte quelle disposizioni mi indispettivano, perchè se talune, come l'ultima, era solamente ridicola, l'altra, relativa alle barricate, era dannosa, e già parevami intravedere poca fermezza in chi comandava, onde aumentava la mia avversione per quella parodia dei giorni della lotta. L'indomani, ossia il 24 marzo, arrivò a Milano il mio amico commendatore Maurizio Farina, piemontese, e venne difilato da me. Ho già fatto cenno di lui e detto come fosse la persona che mi aveva procurata la conoscenza del conte di Castagneto, ed indirettamente, posto in communicazione col re Carlo Alberto. Fedele alla sua missione, era venuto colla truppa a Novara; la dichiarazione di guerra era stata pubblicata il giorno innanzi, ed ei veniva per assumere informazioni esatte dello stato delle cose, affine riferirne al conte di Castagneto ed al re. Mi trovò abbattuto, ma io non volli confessare quanto male mi sentissi, ed entrai tosto in argomento. Egli si era già accorto, ed aveva già avuto prove delle illusioni che si nutrivano intorno alla guerra; ed io, deplorando quella strana cecità, non mancai di far presente come la guerra non poteva a meno di essere ancora difficile, padroni com'erano i Tedeschi delle fortezze. Se fosse possibile raggiungerli prima che vi entrino, diceva io, quella sarebbe la più felice delle combinazioni che si potesse dare. Per carità che non si illudano almeno i Piemontesi! Ei volle ripartire la sera stessa per Novara, ed io, che per tutto quel giorno non ero uscito di casa pel male che mi opprimeva, volli accompagnarlo. Dirigendosi egli verso Rhò, si andò al così detto Portello, ma colà si seppe che non si poteva uscire, e conveniva andar al corpo di guardia ch'era al Comando Generale, farsi conoscere, ed ottenere il permesso. Si andò, e trovammo un tale che si dava una grande importanza. Chiese che mi facessi conoscere. — Probabilmente non avrò bisogno di andar lontano per questo, risposi io. Domandai se eravi nel locale l'ingegnere Reschisi. Vi era infatti, ancora sempre occupato a compilare quell'inventario, del quale l'aveva incaricato io stesso. Ei venne, ed allora tutto fu appianato; l'amico partì ed io ritornai a casa; ma non reggeva più in piedi, talchè mia moglie mi fece chiamar un medico che giunse a sera inoltrata. Mi visitò, trovò che aveva una gran febbre ed una forte infiammazione, e meravigliatosi che avessi tardato tanto a chiedere i soccorsi dell'arte, mi prescrisse una copiosa sottrazione di sangue, dicendomi che per una settimana almeno, non pensassi ad abbandonare il letto. Egli stesso si diede premura di mandarmi tosto il chirurgo che eseguì l'ordinazione del dottore. L'indomani, ritornato il medico, rimase sorpreso di trovare il male diminuito in grado insolito nel volgere di sole 9 in 10 ore. Io che il giorno innanzi non rispondeva che a monosillabi, gli spiegai allora come non fossi stato mai ammalato, e non avessi saputo persuadermi di esserlo, finchè potei star in piedi; ma il rimedio aveva colpito giusto, era stato proprio come gettar acqua sul fuoco, di guisa che quantunque fossi ben lungi dal chiamarmi guarito, perchè sentiva la debolezza per causa della forte sottrazione sanguigna, pure pensava che non avrei passata in letto una settimana. Il buon dottore, che in questa seconda visita era stato edotto dal portinaio o da qualche vicino ch'io era quello della bandiera sul Duomo, come mi chiamavano per brevità, volle farmi i suoi complimenti, e si felicitò meco che le cose andassero sì bene; mi confessò che il giorno innanzi era stato molto in pensiero sul conto mio, e mi raccomandò la pazienza, per l'indispensabile settimana. L'indomani, ch'era il terzo giorno di cura, mi perviene una lettera dal Comitato di guerra, colla quale mi dà l'incarico di andare in Valtellina a provvedere alla difesa dello Stelvio, non che a quella del Tonale, nella vicina Valcamonica; l'incarico mi fece piacere, perchè parvemi un indizio che si prendessero le cose sul serio. Tuttavia deliberai di non dir nulla al momento, d'aspettar la visita del giorno dopo, del dottore, e poi andarmene. Frattanto cominciai ad affermare che già stava bene, e volli alzarmi, almeno per qualche ora, ma se la guarigione procedeva celere, nondimanco mi sentiva ancora debole. Il giorno dopo, alla solita ora, venne il medico e fu soddisfatto; io gli dissi che già avevo salute da vendere, ei non volle convenirne, e raccomandò ancora la pazienza. Partito che fu, io mi alzai, e diedi parte a mia moglie della risoluzione d'andare in Valtellina per la missione avuta. Ella fece le sue objezioni, e trovò ch'ero ancora troppo debole, ma io la persuasi che il poco che mi mancava a ricuperar la primiera salute l'avrei trovato per istrada, e che sarei guarito più presto e meglio che stando a Milano, anche perchè la missione mi andava genio. Infine si arrese, ed io partii per Como, ove arrivai verso sera. Giunto alla Camerlata, trovai che il cammino, da quel punto alla città, era sbarrato da barricate; arguii che vi era stato combattimento anche a Como, ed infatti, arrivato all'albergo, appresi i particolari del combattimento che vi aveva avuto luogo il 22 e 23, e più specialmente, in vicinanza della caserma di S. Francesco, che si trova fuori di Porta Torre, a sinistra di chi esce dalla città. Vi erano state più vittime anche da parte dei cittadini, ma i soldati, accerchiati da ogni parte, avevano finito coll'arrendersi.

L'indomani, di buonissima ora, andai a visitar quei luoghi, e vidi anche alcuni prigionieri, ch'erano rinchiusi in una chiesuola presso il Duomo, sul suo fianco destro; erano Croati. Salito sul vapore alla volta di Colico, essendo io conoscente del capitano, fui tosto messo a contribuzione per soddisfare la sua curiosità, poichè l'affare della bandiera aveva fatto il giro di tutti i giornali, e tutti volevano sentir qualche particolare della rivoluzione di Milano; taluni di quelli coi quali non aveva relazione di sorta, per farsi perdonare la loro curiosità, cominciavano a guisa d'introduzione, ad esaltar l'atto della bandiera, il che mi obbligava a protestare che non era stato accompagnato da pericoli, come si supponeva; ad ogni modo dopo quel complimento, non poteva esimermi dal rispondere qualche cosa, e si può immaginare che le dimande si succedevano le une alle altre senza interruzione. Alla mia volta però chiedeva anch'io informazioni sugli avvenimenti di Como e lungo il lago, e sullo spirito che colà dominava. Questo non poteva esser migliore. La confidenza nell'avvenire era grande, e con retto buon senso udii dire da molti: — Ci vorranno grandi sacrifici, ma si faranno. Avanti all'isola Comacina, il vapore si fermò, e vidi cosa che mi fece gran piacere. Dalla parte della prora vidi venir due facchini con due enormi ceste piene di carne. Era la provvigione destinata ai soldati prigionieri, relegati nell'isola Comacina; non rammento quanti fossero, ma non pochi, perchè la quantità di carne era ingente e di ottima qualità; mi rallegrò il vedere quel trattamento, e come dietro il soldato che aveva fatto il suo dovere, difendendosi, più non si ravvisasse che l'uomo divenuto innocuo. Giunto a Colico, dovetti sottostare ad altri interrogatorii, ma sbrigatomi presto e presa una vettura per Sondrio, vi giunsi prima ancora che cadesse il giorno. Avendo appreso che si era costituito un Comitato, andai difilato a quello, e mostrate le mie credenziali, spiegai lo scopo della mia missione. — Ci abbiamo già pensato, mi risposero. — Perfettamente! ripresi io, e come? Mi narrarono allora come il 24 fosse stata insorta tutta la Valtellina; come si facessero prigionieri, senza spargimento di sangue, i pochi soldati che vi erano; come s'installasse a Sondrio un Comitato, e due giorni prima (eravamo al 29) avessero mandato allo Stelvio una ventina di giovani che a Tirano si erano uniti con altri di quel luogo, avviati alla stessa meta. Decisi allora di continuare il viaggio sino a Tirano e pernottare colà, per andar poi l'indomani a Bormio ed allo Stelvio. Tardi nella notte arrivai a Tirano, a casa mia, e tosto feci accendere un gran fuoco in un certo salotto ove da anni girava su e giù pensando alla guerra dell'indipendenza, ed ove aveva tenuto in proposito dei colloquii coi due soli amici, ai quali confidava i passi che facevo e gli scritti che mandava in Svizzera; col commendatore Farina e col più volte menzionato marchese Giuseppe Valenti-Gonzaga di Mantova, che entrambi erano venuti a trovarmi nel 1847. Non pareva vero anche a me che potessi dire: Non vi sono più, ma una nube nera traversava subito quell'orizzonte sì roseo: Quì non vi sono più, ripetevo, ma sono ancora in Italia. Con tutto questo, per altro, in quel momento, e dopo quanto aveva veduto sul lago di Como e traversando la Valtellina, confesso che anch'io avevo fede viva nel successo; l'idea che s'avesse a soccombere nella lotta, non voleva entrarmi. Benchè già fosse passata la mezzanotte, il parroco seppe del mio arrivo, ed essendo uomo caldissimo per la causa nazionale (preposto Zaffrani Carlo) venne a visitarmi, e parlò meco a lungo, e mi narrò come tutto camminasse bene anche colà, ed il giorno innanzi una dozzina, credo, di giovani, fosse andata a Bormio e poi allo Stelvio, unendosi a quelli di Sondrio. L'indomani all'alba ero in viaggio alla volta di Bormio, che dista sei ore, ove giunto, andai diritto al Municipio. Anche colà erasi proclamata l'indipendenza dall'Austria il 26, abbassandone gli stemmi, non essendovi nessuno da combattere. Ma non si fermarono a quell'atto, bensì con un buon senso pratico che encomiai, essi pei primi senza aspettare nè sapere che venissero giovani armati da Sondrio e da Tirano, avevano mandato dodici uomini armati alla quarta cantoniera dello Stelvio. Risalito in vettura, o, dirò meglio, presa la slitta, mi avviai a quella volta, e giunsi fra le 3 e le 4 pomeridiane alla suddetta quarta cantoniera. Non dimenticherò mai lo spettacolo che mi si presentò. Il tempo era freddo, ma bellissimo, la slitta scoperta, e non si vedeva che neve; que' monti sterminati pareva facessero pompa d'insolita bellezza; ad ogni risvolto della strada appariva qualche nuova lontana cima spiccante sull'orizzonte d'un azzurro cupo bellissimo. I cavalli usi a camminar sulla neve, andavano celerissimi anche in salita. Al mio arrivo, annunciato da un interminabile schioppettìo di frusta che il postiglione maneggiava con abilità non comune, tutta quella gioventù venne sul piccolo ripiano che trovasi avanti la cantoniera, curiosa di apprendere chi fosse; e riconosciutomi, e sapendo che venivo da Milano, cominciarono le allegrie, le interrogazioni reciproche e l'indispensabile grido intercalare di Viva l'Italia. Una delle prime mie dimande fu come si era provveduto alla sicurezza del Passo (così chiamasi la vetta che forma confine fra la Valtellina ed il Tirolo).

Il passo è custodito, mi risposero, da cinque in sei metri di neve.

Madre natura ci aveva prevenuti tutti. Si passò allegramente tutta la sera e parte della notte fra il fuoco, il buon vino e le chiacchiere; della malattia io non me ne ricordava più, benchè tutti mi trovassero pallido, perchè la gioia mi elettrizzava; quell'aria poi mi dava nel ridestato appetito, un riparatore straordinario. Il mattino seguente, ed era l'ultimo di marzo, volli prendermi una soddisfazione, ordinando un saluto ufficiale alla bandiera tricolore, e posta in linea tutta quella gioventù sul piano avanti la cantoniera, che si trova a 2546 metri sul livello del mare[23], trassi una bandiera che aveva meco e che venne festeggiata con spari ed evviva che l'eco dei monti ripercuoteva.

Non volli però abbandonar il luogo senza aver fatto assolutamente nulla. La neve ci era buon riparo, per allora, ma in maggio e giugno doveva sparire; ora il passo dello Stelvio è ad un tempo facile o difficile a difendersi, secondo che venga o non venga rispettata la neutralità del suolo svizzero che in parte lo circonda. Pensai dar io al Governo del Cantone Grigione la partecipazione dei fatti di Milano, e dell'avere il Governo Provvisorio, che dovevasi preparare alla guerra, mandato me allo Stelvio, il quale, al momento, non presentava pericolo di sorta, ma, scomparsa la neve, era possibile che fosse attaccato da quel lato, soggiungendo che come il soldato nostro avrebbe religiosamente osservata la neutralità del territorio svizzero, così io pregava, in nome del mio Governo, che si prendessero le debite cautele onde si rispettasse anche da parte degli Austriaci. Non era cotesto un atto di diffidenza verso la Svizzera, ma egli è certo che se i Grigioni non mandavano i soldati appositamente, il confine era senza sorveglianza, ed il passarlo, prendendo alle spalle il posto che si trovasse all'altura dello Stelvio, ossia al vero passo che è ancora 300 e più metri sopra la quarta cantoniera, poteva esser l'affare di poche ore.

Feci copiare la mia lettera da uno dei giovani che possedeva una bella calligrafia, e spedii un messo ad impostarla a S. Maria, che è il paese svizzero il più vicino, in una vallata detta di Monastero, che comunica anche col Tirolo, sboccando nella vallata dell'Adige. Preso quindi commiato da que' bravi giovani, mi ricondussi a Tirano, ove riposai una giornata, assumendo informazioni intorno al Tonale, che si trovava in analoghe condizioni dello Stelvio. Perciò non stimai necessario il farvi apposita visita, sibbene, valendomi de' materiali raccolti nei tempi andati, stesi una relazione particolareggiata de' diversi passi esistenti fra la Valtellina ed il Tirolo, nonchè fra questo e la Valcamonica, facendo risaltare come il Tonale fosse in condizioni assai più pericolose dello Stelvio, e come, senza trascurare quello, convenisse portarvi la più seria attenzione, potendo divenire valicabile in aprile ed ai primi di maggio per essere notevolmente più basso. Benchè fossero corsi sei o sette giorni e non più, che io aveva abbandonato Milano, mi pareva un lunghissimo tempo, ed ardeva dal desiderio di ritornarvi, sicchè alla sera del 2 aprile era già di nuovo nella capitale lombarda. La vita attiva, l'aria salubre, l'ottimo appetito, ma più di tutto la compiacenza di aver trovate le popolazioni così ben disposte, mi avevano pienamente rimesso, sì che mia moglie convenne che aveva avuto ragione quando le dicevo che il viaggio mi avrebbe fatto bene.