Tratta dei millantatori e di reduci dei volontari e forzati esigli, delle adulazioni al popolo; cita il preteso arrivo di un corpo ausiliare polacco — Narra un fatto avvenuto all'autore con un ciarlatano — Tentativo del 29 maggio contro lo stesso Governo Provvisorio.
Ho narrato fatti che, nel complesso, dànno un'idea favorevole della rivoluzione e dello spirito che dominò durante la medesima, per quanto anche que' fatti non possano rappresentare che una piccola parte di tutto quel meraviglioso avvenimento.
Ho detto e ripetuto che colle verità si sparsero anche molte esagerazioni.
Ora io mi sono chiesto se possa esser cosa utile di toccare anche questo argomento, dando qualche prova di tali esagerazioni? Se dovessi consultar solo la mia convenienza di scrittore, il desiderio di non offendere alcuno, il dispiacere che può cagionare a taluni il mostrar quello che dicesi il rovescio della medaglia, dovrei rispondere negativamente, e non soffermarmi sopra un tema ingrato; ma io non considero la questione da questo punto di vista. Nulla forse più nocque al giusto apprezzamento delle Cinque Giornate, di quelle esagerazioni. Testimonio e narratore di fatti veri e lodevoli, se passassi sotto silenzio i meno veri od artifiziosamente ingranditi, potrei sembrare che venga a transazione col mio proposito.
La parte bella, la rivoluzione nella sua essenza, nulla vi perde; le esagerazioni sono specie di incrostazioni che non reggono al tempo, e solo deturpano la bellezza del fondo su cui si attaccano.
Io mi accingo quindi a trattare la parte meno lusinghiera; ma lo faccio per rendere un omaggio alla verità.
Io ho già fatto cenno della fisionomia che presentava Milano il 23 marzo, il primo giorno dopo la rivoluzione, quello che vide sorgere un sì gran numero di combattenti ignoti nei giorni passati, che con frase spiritosa vennero, come dissi, battezzati gli eroi della sesta giornata. Io ho potuto occuparmi solo ben poco delle loro gesta, poichè nei primi giorni immediati alla fine della rivoluzione ebbi a lottare colla burrasca fisica che mi colse, e dopo fui mandato in missione lontana, sì che passò una decina di giorni, senza che di loro più mi occupassi, o, per meglio dire, senza che fossi condannato ad udire le loro millanterie.
Al mio ritorno, ai primi di aprile, trovai che non erano essi soli i padroni del campo. A quegli eroi si erano uniti i reduci dei forzati o volontari esigli politici, con un far da maestro, con pretese strane, incredibili. A udirli, erano essi i veri autori di tutto; l'Italia si personificava in essi, e volevano posti, impieghi e premî, cominciando non pochi di loro a far propaganda repubblicana. In una cosa si davano la mano cogli eroi della sesta giornata, ed era quella di considerare la guerra come un accessorio, generosamente accordato al Piemonte, da ultimare; essi non si degnavano di scendere a quel tema, ma stavano nelle alte sfere della forma di governo, del diritto del popolo a fissarla, avendo desso conquistata la sua libertà; conseguenza naturale si fu quella di creare e fomentare un dualismo fra la Lombardia ed il Piemonte.
Tutto congiurava a pervertire il retto buon senso del popolo. Non si doveva più pronunciare quel nome senza aggiungere la qualifica di eroico, capace di miracoli.
Frattanto la guerra cominciava a mietere largamente le sue vittime; il Piemonte mandava di continuo nuovi soldati in sostituzione di quelli che il fuoco nemico, ma assai più del fuoco, gli stenti e la malaria, facevano sparir dalla scena, ma non si badava ai soldati di un Re che aspirava alla corona dell'Alta Italia, mettendovi però il primo la sua vita e quella de' suoi figli.
Quand'ecco un bel giorno si sparge la notizia che deve arrivare a Milano un corpo ausiliare polacco. Il più volgare buon senso non poteva a meno di trovar strana quella notizia. Un corpo di Polacchi! Ma dove si è formato questo corpo? Che cosa viene a fare a Milano? Perchè non va al campo? E siccome di buon senso in Milano ve n'ha in dose non certo minore che altrove, così più d'uno fece di simili interrogazioni. Ma si era sulla china di far guerra al buon senso, e sapete cosa si rispondeva? Ah! non li volete, neh! perchè non sono Piemontesi! Non solo poi si sostenne che veniva quel corpo, ma si fissò il giorno e l'ora del suo ingresso per Porta Romana. Venne il giorno, e, prima dell'ora fissata, il largo e lunghissimo corso di Porta Romana era pieno zeppo di equipaggi, di vetture da nolo, di cittadini d'ogni classe e d'ogni età. Il corpo ausiliare si faceva aspettare. Passa l'ora indicata, ma si dice che ha dovuto ritardare, che però è già molto al di qua di Melegnano; arriverà certo; passa ancora del gran tempo e mai non arriva; taluni cominciano a perder la pazienza; ma si diffonde la notizia che i Polacchi sono a mezz'ora di distanza; si fa il sacrificio anche di quel tempo; finalmente si ode un grido, si vede un agitarsi, un movimento straordinario presso Porta Romana. I lontani credono sia proprio il corpo ausiliare; l'interminabile e fitta colonna di popolo si apre a poco a poco, e s'avanzano tre vetture, con una decina, se pure, di Polacchi, che agitavano il loro berretto nazionale, gridando a squarcia gola: Viva Milano! Viva gli eroi! Abbasso i Tedeschi! e simili esclamazioni.
Un buon terzo degli operai di Milano perdette quella giornata. E poi si rise alle spalle di coloro che avevano creduto alla storia del corpo ausiliare polacco.
Non si voleva saperne di prendere la cosa sul serio; ciarlatani d'ogni genere facevano a chi più sapesse ingannare il pubblico; a forza di chiamar tutti eroi, finirono col credere che lo fossero anche quelli che non erano usciti mai di casa. La parola Milano era stata sostituita dalla frase: Città delle Cinque Giornate, alla quale nulla è impossibile; si spiegavano su per le piazze le teorie della guerra, e come il battere il nemico fosse, ben s'intende, la cosa la più facile; posso citare in proposito un aneddoto che garantisco, perchè riguarda un fatto che venne provocato da me.
Io passava a caso nella via dei Tre Re[27] venendo da via Larga e dal Bottonuto. Dopo l'albergo Reale, che già trovavasi in detta via, s'incontra, sulla destra, una chiesa, che chiamasi di S. Giovanni Laterano, ed avanti alla medesima havvi un piazzaletto irregolare; quel piazzaletto era pieno di gente che faceva cerchio attorno ad un individuo che declamava. Spinto dalla curiosità, mi avvicino anch'io per sentire cosa spiegava, ed era nientemeno che il modo col quale si fabbricano i cannoni; ne diceva delle stranissime, che tollerai in silenzio; ma, finalmente, venne fuori coll'asserzione che desso, purchè avesse avuti i mezzi, poteva dare un cannone perfetto in ventiquattr'ore. A tanto ciarlatanismo non potei resistere, e quasi involontariamente esclamai: Che cosa? All'udire quell'espressione, pronunciata anche in modo che tradiva l'indignazione, tutti si voltarono verso di me, ch'ero ancora all'estremo cerchio; ma uno de' presenti mi riconobbe; disse agli altri chi era, e subito si adoperò per farmi passare avanti, con quegli atti coi quali si vuole esprimere deferenza; il ciarlatano comprese a colpo d'occhio ch'io non era un qualunque, contro il quale si può aizzare il popolo, e, con una presenza di spirito, che credo debba essere connaturale a chi esercita un tal mestiere, dovendo pur essere preparati a scene consimili, dopo l'interruzione cagionata dalla mia esclamazione, continuò imperterrito il suo discorso, aggiungendo all'ultima frase pronunciata del cannone perfetto, le parole: ben s'intende poi che si deve provvedere l'affusto ed altri accessorî. Io risi di quell'aggiunta fatta con tanta disinvoltura, ed il pubblico se n'accorse benissimo, e rise esso pure. Io n'aveva già di troppo, e me n'andai pei fatti miei.
Ma se i ciarlatani d'ogni genere facevano il male come uno, cominciò a farlo come cento una stampa la più sbrigliata che idear si possa. Io non saprei dire quanti giornali uscissero alla luce; nè intendo parlarne singolarmente, ma si può asserire che facevano a gara per confondere ogni idea, per creare imbarazzi al governo, per far trionfare ognuno le sue idee ed i suoi uomini. E non stettero paghi a trattar quistioni d'ordine pubblico ed attinenti alla politica, ma cominciarono a tiranneggiare i cittadini, entrando nelle domestiche pareti, facendosi arbitri dell'onore, della riputazione e dell'onestà dei privati, per quanto questi fossero alieni dall'immischiarsi in cose pubbliche e non dessero motivo alcuno ai loro attacchi. Già nell'aprile cominciarono ad apparire le descrizioni de' combattimenti e dei fatti delle cinque giornate, talune scritte o per speculazione, essendo grandissima l'avidità di apprendere i particolari di questa rivoluzione, o per vanità, o per adulazione; quindi piene di favole, e di esagerazioni e di casi immaginari; e questi essendo frammisti ai veri, si può facilmente arguire come dovettero alterare ogni giusto criterio, e qual fede possono meritare. Si videro citate persone come attive e combattenti che non avevano mai posto il piede fuori della porta di casa; magnificare atti di nessuna importanza, ed a seconda dello scopo dell'autore, inalzare o deprimere gli uni o gli altri; infine si arrivò al punto di asserire perfino cose fisicamente impossibili[28].
Nel maggio quel caos aveva già raggiunto un grado allarmante. Tema favorito dai declamatori era quello dell'inerzia dell'armata; come non prendeva le fortezze, non dava battaglia; andavano innanzi e indietro da Milano al campo sollecitatori, perchè si operasse, precisamente come se il prender fortezze di primo ordine fosse la cosa più facile; non mancavano poi i mestatori di mandare al campo tutti gli stampati che predicavano la repubblica e criticavano le operazioni dell'armata, e si osava perfino esprimere senza velo che sospettavasi della fede del Re; si faceva sentire che la guerra del popolo sarebbe stato l'unico scampo e la repubblica l'unico mezzo.
Ma i mestatori ed arruffapopoli non si contentarono di ambire la gloria di educare le masse alle idee della libertà come essi l'intendevano, ma ne fecero istromento per i loro fini, e fra questi eravi nullameno che quello d'andar essi al potere a forza di dimostrazioni di piazza.
Si riunivano da quindici a venti e si recavano sulla piazza di San Fedele, il cui lato che prospetta a mezzogiorno è tutto costituito da una gran fronte del grandioso fabbricato detto del Marino, l'attuale palazzo municipale e sede in allora del Governo provvisorio. Il piccolo nucleo veniva tosto ingrossato dai curiosi, e quando eravi tal numero di persone nella piazza, che già potesse dirsi di qualche rilevanza, i mestatori cominciavano a gridare: Fuori il Governo provvisorio: e se non si obbediva tosto, aumentavano il gridìo, e cominciavano a far baccano, con che attiravano nuovi curiosi; in nome del popolo si chiedevano notizie della guerra, e poi si esprimevano i desiderî del popolo.
Nei primi tempi si credette dal Governo provvisorio che, appagandosi, per quanto poteva farsi senza danno dell'andamento degli affari, quel desiderio, si acquietassero; ma avvenne l'opposto e, visto che pur ottenevano or l'una or l'altra cosa, cominciarono a imporre la loro volontà in nome del popolo, e la famosa risoluzione di creare un esercito lombardo distinto dal piemontese anche per il colore dell'uniforme venne imposta od appoggiata, di certo, da una consimile dimostrazione di piazza. Infine, un bel giorno, quegli arruffapopoli deliberarono di fare il loro colpo di Stato. Il 29 maggio, un pugno di persone le più oscure ed ignote, capitanate da un mercante di cavalli, riunita, ne' soliti modi, una folla di popolo sulla piazza di San Fedele, e chiamato al balcone il Governo provvisorio, dichiararono che esso non godeva più la fiducia del popolo, e doveva andarsene; e spinsero l'impudenza al punto di salire nel palazzo stesso e presentarsi alla folla con un foglio che conteneva i nomi dei futuri membri del nuovo Governo. Un atto di energia del presidente Casati pose fine a quella sfrontata commedia che poteva convertirsi in tragedia, e, strappato di mano all'oratore quel foglio, lo fece in pezzi, in presenza di tutto il popolo, che applaudì.
Ma quell'atto di energia, che pure ottenne lo scopo di mandar a vuoto l'insano tentativo, rimase un atto isolato; i mestatori non si diedero per vinti, e continuarono a suscitare imbarazzi, con gran dolore di molti che vedevano qual triste piega prendeva la cosa pubblica. Sono sicuro che oggi ancora non si possono rammentare quelle scene senza sentirne ribrezzo. I superstiti, che videro i tempi presenti, hanno avuto largo risarcimento; ma quanti invece discesero nella tomba persuasi che l'Italia non si sarebbe mai liberata dal giogo straniero, e la libertà si sarebbe perduta in quelle scene di piazza!
Per questo è utile il rammentare anche quei fatti e mostrare i pericoli del predominio della piazza, perchè di mestatori ed arruffapopoli non vi sarà mai penuria; ma un popolo libero conviene che trovi del pari e sempre cittadini che sappiano opporsi ai mestatori e mettersi dal lato della legge e voler che questa sola imperi.
Ci vuole coraggio anche per questo, è vero.... ma se un popolo libero non sa trovarne, ha cessato di esser libero, e non farà che cambiare di schiavitù.