CAPITOLO DICIOTTESIMO

Corrispondenze intercettate — Piano dei nemici di dividere l'esercito piemontese — Il quartier generale viene trasferito a Marmirolo — Battaglia di Staffale — Battaglia di Custoza — Ritirata su Goito — Ripresa di Volta — Nuovo abbandono — Deputazione inviata al campo nemico — Proposte fatte dal generale Hess.

Ho già fatto cenno come io recatomi ai primi di giugno all'esercito piemontese, venissi accettato qual luogotenente nel 5º regg. Aosta fanteria, ma immediatamente addetto allo Stato Maggiore Generale sotto gli ordini del generale Salasco, comandante supremo di quel corpo. La conoscenza della lingua tedesca contribuì a procurarmi quell'onorevole destinazione, ma mi fu anche causa di un maggior lavoro in confronto dei colleghi ed in due riprese fu abbastanza grave. Il 18 ed il 24 giugno i nostri avamposti sorpresero il corriere che recava la corrispondenza da Mantova a Verona. In complesso erano da oltre 400 scritti fra rapporti ufficiali e lettere private, formando queste la parte maggiore. Fino allora il nemico aveva sempre trovato il mezzo di far pervenire la corrispondenza dall'una all'altra fortezza. Ognuno vede qual bellissimo colpo sia quello di poter mettere la mano su di una massa di lettere e su rapporti scritti nella persuasione che giungano al loro destino incolumi, e quindi senza velo di sorta, rispetto a ciò che contengono; se non che quel regalo della fortuna cadde interamente sulle mie spalle.

Non solo era importante il conoscere il contenuto di tutto quel carteggio, ma bisognava anche far presto; mi accinsi in entrambi i casi con tutta la buona volontà consacrandovi oltre il giorno buona parte della notte.

I rapporti ufficiali non contenevano cose di rilevanza; si riferivano in gran parte a particolari di servizio, a promozioni, ad informazioni sulle nostre posizioni; un solo che accennava a doversi rinforzare un punto determinato aveva per noi un'importanza reale e lo tradussi per esteso non facendo che un cenno degli altri; si scorgeva che le notizie di più grave momento si trasmettevano per altro mezzo.

Di maggior interesse al confronto era la corrispondenza dei privati; erano figli che scrivevano ai genitori e viceversa; amici ad amici; oltre di ciò vi erano alcune lettere per ragioni commerciali. Feci per prima la separazione fra queste diverse classi; fra le private più d'una riassumeva a larghi tratti le vicende passate dalla ritirata da Milano in poi; or bene non ve n'era una sola che parlando di quel fatto non lo attribuisse alla venuta dell'esercito piemontese, ma tal verità del resto già per sè stessa così chiara, non potevasi dire allora perchè gli arruffapopoli avevano persuaso i Milanesi che Radetzki erasi ritirato unicamente per la resistenza loro, ossia in causa delle Cinque Giornate, e con tale argomento asserivano poi anche che il più era fatto, e questo si osò dirlo persino in un proclama (25 marzo) d'un capo partito.

Pur troppo le arti delle quali individui ambiziosi si servono per ingannare i popoli ricadono anzitutto sui popoli stessi. Lo slancio veramente sublime delle Cinque Giornate venne tosto usufruttato da faziosi per mire parziali e non per l'utile della causa pubblica, la quale richiedeva che tutti mirassero all'unico scopo della guerra, e non vi mescolassero la politica; ma che dire se invece si lasciava credere alle popolazioni non esservi quanto alla guerra che da cogliere i frutti. Ma tornando al carteggio caduto nelle nostre mani, oltre diverse nozioni speciali relative alla forza del nemico che andava sempre ingrossando, eravi una lettera preziosissima di un ufficiale di Stato Maggiore che scriveva ad un altro ufficiale a Vienna. Quella lettera trattava del modo col quale era stata condotta la campagna fino allora (20 giugno), e faceva acerba critica della condotta del maresciallo Welden che aveva perduto tempo, uomini e danari nell'impresa di Vicenza, mentre se fosse marciato diritto su Verona senza darsi fastidio di quell'esercito impotente ad attaccarlo seriamente, avrebbe dato il mezzo a Radetzki di combattere Carlo Alberto, vinto il quale, ogni altra resistenza seria diveniva impossibile; ma poi finiva colle testuali parole: con tuttociò noi speriamo fermamente di rompere la lunga linea piemontese che dalla Corona (monte sopra Rivoli) si estende a Governolo, e battere quell'esercito.

Si vedeva chiaro che la lettera era scritta da uno che conosceva molto bene il suo mestiere epperò la tradussi tutta fedelmente (erano 6 pagine) e la portai al mio capo immediato, il colonnello Cossato, facendone rimarcare la grande importanza; in pari tempo proposi che annullati i rapporti ufficiali e le lettere che contenevano notizie militari, e ciò per eccesso di precauzione, poichè nessuna diceva cose nuove, si desse corso alle altre assolutamente innocue. Qual conto poi si facesse di quel rapporto sì bene particolareggiato di quell'ufficiale di Stato Maggiore, non so dirlo. Ho voluto citare quel fatto perchè si rannoda ad altro ben più grave per noi, ossia all'esecuzione precisa ed esatta del piano di dividere la gran linea e poi battere separatamente i due corpi d'armata di Carlo Alberto; piano che ebbe principio il 18 luglio coll'attacco delle posizioni del Monte Corona e di Rivoli, ed ebbe fine il 4 agosto colla battaglia di Milano. Furono 18 giorni di lotta continua che comprendono tre battaglie (Staffale, Custoza e Milano), e combattimenti giornalieri più o meno importanti, ma non vi ebbe un sol giorno senza sangue, senza strazio di popolazioni, senza profondi dolori da parte di leali e onesti patrioti, senza pazzie da parte di esaltati. Sono periodi del più alto interesse nella storia dei popoli, e che meriterebbero la preferenza su d'ogni altro di essere ben studiati, perchè in essi si condensano, dirò, gli effetti di lunghi anni passati e pongono in evidenza vizî e virtù, egoismi ed abnegazioni, viltà e coraggio.

Pur troppo la storia genuina di questi periodi è difficile a scriversi; la passione si intromette sempre e la verità è offuscata dalla vanità e presunzione di chi si ascrive successi felici oltre la misura che gli si compete, e di chi invece assolve sè stesso e getta sugli altri le sventure. La posizione subalterna che, giovine, io occupava allora, mi salva da ogni responsabilità di importanti determinazioni prese; fedele esecutore di ordini ricevuti, vidi però le cose sì davvicino che posso narrarle con piena cognizione di causa, e come fu trovata pienamente veritiera la mia narrazione delle Cinque Giornate, benchè circoscritta solo a quanto poteva asserire nel modo il più sicuro, spero che incontrerà eguale giudizio anche questa narrazione che comprende la ritirata dell'esercito piemontese dopo la battaglia di Custoza, e la giornata del 5 agosto in Milano. — Ora farò ritorno al campo piemontese ed alla terra classica delle battaglie. — Col giorno 16 luglio erasi trasferito il quartier generale principale da Roverbella a Marmirolo, che dista pochi chilometri da Mantova. Ciò indicava che si voleva dare alle operazioni d'assedio di quella fortezza una maggior vigorìa, ed il 18 luglio aveva avuto luogo un combattimento a Governolo, favorevole ai nostri, sotto il comando del generale Bava. Il modo col quale venne annunciato fu, a dir vero, un po' troppo pomposo; si sarebbe detto ch'era stata una vera battaglia campale; ma queste esagerazioni si comprendono pensando alla necessità di rialzare l'animo de' soldati e lo spirito pubblico ambidue fiaccati dalla lunga inazione. Se il manifesto fu giudicato un po' esagerato da chi si trovava sulla faccia dei luoghi, e poteva calcolare le conseguenze di quel combattimento, non che i sagrifici che aveva costato e che erano assai limitati, non lo si trovò tale a Milano ove lo si prese alla lettera, e come è uso dei pubblicisti, che vogliono essi dirigere l'opinione pubblica, lo si magnificò ancor più. I cuori si aprivano alla speranza.

Correva il 22 luglio e toccava a me il turno di guardia nella notte dal 22 al 23 nell'ufficio dello Stato Maggiore, ch'era annesso all'abitazione del general Salasco. Io stava leggicchiando non so cosa, allorquando verso le 2 dopo la mezzanotte entra l'ordinanza che vegliava alla sua volta nell'anticamera, mi annuncia l'arrivo di un ufficiale che vuol parlarmi. Io gli vado incontro e veggo un ufficiale di cavalleria, bel giovane, ma colla singolarità di una barba ad uso del Mosè di Michelangelo. Era bagnato come se venisse tolto da un pozzo perchè pioveva a diluvio. Gli dò il benvenuto e gli chieggo se vuole asciugarsi, ma ei risponde che ha fretta di parlare col generale Salasco e pur troppo mi dice! reco cattive nuovele cose vanno male, abbiamo dovuto abbandonare le nostre posizioni e ritirarci in furia e fretta. Io mi sentii rimescolare il sangue; entrai tosto dal general Salasco al quale annunciai l'arrivo di quell'ufficiale dicendogli che aveva affari gravi ed urgenti da comunicargli. — Il general Salasco lo ricevette immediatamente e trattenne l'ufficiale circa una mezz'ora; uscitone io lo feci sedere e lo pregai di volermi dare qualche notizia più particolareggiata. — Prima d'allora io non aveva veduto mai quell'ufficiale; si cominciò col declinare reciprocamente i nostri nomi; era desso il conte Clavesana, tenente di cavalleria che veniva dal quartiere generale del Comandante il corpo d'armata sulla destra del Mincio il generale De Sonnaz.

L'indomani (23) di buon mattino tutti eravamo in piedi; il Re, chiamati i generali tenne un consiglio di guerra, e venne deciso di abbandonare quella posizione e di andar incontro al nemico verso Villafranca. Prima che tutto fosse in ordine ci volle del tempo e buona parte della giornata andò perduta sì che non si potè partire che dopo il mezzogiorno; il caldo era sì opprimente che in quella marcia perdemmo più soldati per insolazione. Marmirolo dista 26 chilometri da Villafranca; è una marcia che non sorte dalle ordinarie ma fatta sotto il sole di luglio nelle ore calde abbatte più che una marcia assai più lunga. Alla sera del 23 tutto il corpo ch'era a Marmirolo si trovò a Villafranca. L'indomani (24 luglio) si partì, non sò per qual causa, tardi da Villafranca, s'incontrò ben presto il nemico nelle vicine colline, si venne alle prese in più punti, ma il combattimento principale ebbe luogo in una località chiamata Staffale.

Anche la battaglia di Staffale non meritava nemmeno dessa il nome di battaglia campale, ma era però stato un combattimento di maggiore importanza di quello di Governolo e basti il dire che si fecero nullameno di 800 e più prigionieri. Questo successo si dovette ad un'abile manovra del Duca di Genova, quello fra i Principi di Casa Savoja che aveva ereditato il genio militare. Gli Austriaci avevano lasciato sul campo non pochi morti e fra questi alcuni ufficiali.

Come era ben naturale venne dato tosto l'annuncio di quella vittoria al Governo di Milano, e venne ritenuta come un felice preludio della battaglia che doveva seguire il giorno dopo, e tutto accennava a far ritenere che quella sarebbe stata la vera battaglia campale e decisiva. Buona parte della notte dal 24 al 25 venne passata da noi ufficiali di Stato Maggiore nello stendere ordini e prendere disposizioni relative alla battaglia dell'indomani.

Il mattino del 25 verso le ore 6 il general Salasco mi fa chiamare, mi annuncia che sono stato prescelto a recare un ordine importantissimo al generale De Sonnaz a Volta al di là del Mincio, e mi presenta al general Bava; questi mi dà istruzioni più particolareggiate, mi dice di passar per Goito, ove doveva pure comunicare certi ordini al comandante delle truppe in quel luogo; il general Salasco mi consegna una lettera pel generale De Sonnaz. Il tutto si riferiva ad un attacco che il De Sonnaz doveva fare non più tardi del mezzogiorno sul fianco del nemico, avanzando su Borghetto, ove doveva passare il Mincio ed operare a Valeggio la congiunzione col corpo dello stesso Bava. Il giro ch'io doveva fare era un po' lungo (poco meno di 30 chilometri), ma ammesso che non avessi incontrate difficoltà, vi era il tempo da poter arrivare fra le 9 e le 10, sì che non mancasse anche quello necessario perchè la truppa, che già doveva ritenersi pronta, raggiungesse senza sforzo il vicino ponte di Borghetto (6 chilometri da Volta). La stanza ove ci trovavamo era immediata a quella del Re Carlo Alberto, il quale entrò nella medesima e mi disse le precise parole. Raccomandi anche a mio nome al generale De Sonnaz che attacchi all'ora indicata. Ringraziati i generali dell'onore che mi facevano, e fatto il mio ossequio a Sua Maestà, mi occupai tosto della partenza. Essendo impossibile che il mio cavallo, se l'avessi adoperato in quella lunga corsa potessi poi adoperarlo nella battaglia, noleggiai uno di quei leggerissimi biroccini colà in uso, con un buon cavallo ed ingiunsi alla mia ordinanza che allorquando la truppa sarebbe marciata su Valeggio, si unisse a quella, conducendo colà il mio cavallo; così disposto ogni cosa, io partii col mio condottiere, un giovine di circa vent'anni. In breve io fui a Roverbella, ma quivi trovai la via verso Goito barricata, e tutta la truppa disposta in ordine di battaglia.

Siccome temevasi che la guarnigione di Mantova facesse una sortita per prendere il nostro esercito alle spalle od anche solo molestarlo, si era dovuto lasciare della forza a Roverbella. Era un reggimento e precisamente il 17 con un po' d'artiglieria e cavalleria; altra egual forza erasi lasciata a Goito per difendersi da un attacco sulla destra del Mincio pel caso che movesse sopra Volta.

Prendendo in mano la carta topografica ed esaminando la disposizione delle nostre truppe in quel memorabile giorno si vede che non era cattiva; il grave errore della lunghissima linea che aveva durato fino ai 22 luglio era stato corretto colla marcia del 23 da parte della truppa sulla sinistra del Mincio e dal concentramento della truppa del generale De Sonnaz sulla destra, nessun corpo era cotanto lontano l'uno dall'altro da non potersi aiutare a vicenda; ma pur troppo quel concentramento non era stato l'effetto d'un piano concepito da una mente direttrice che corregge in tempo un errore, ma era invece di già una conseguenza dell'errore stesso, il movimento era stato imposto dal nemico. Il corpo del generale De Sonnaz facendo uno sforzo inaudito di precipitosa ritirata era bensì arrivato in luogo opportunissimo per attaccare l'inimico, ma affranto ed in quel disordine che accompagna sempre una ritirata precipitosa; certo però si è che la disposizione del nostro esercito era buona. Infine il 24 luglio a sera i due eserciti il piemontese e l'austriaco si trovavano in questa singolar condizione che entrambi contavano un successo ed una sconfitta, entrambi si erano concentrati col nerbo delle loro forze sulla sinistra del Mincio ed entrambi potevano venir attaccati da tergo o sul fianco; il piemontese da truppe che sortissero da Mantova, l'austriaco dal corpo del generale De Sonnaz. Le colline che da Villafranca e Valleggio si stendono verso Sommacampagna dovevano vedere lo scioglimento di quel sanguinoso dramma.

Da quanto ho detto si comprende l'importanza che aveva la mia missione e quanto ci tenessi ad eseguirla. Sì tosto giunsi a Roverbella chiesi del comandante di quella forza, e comunicatogli lo scopo della mia missione lo interrogai se aveva notizie degli Austriaci che potessero venire da Mantova. Sono già a Marengo, mi risponde, e mi attendo di essere attaccato da un momento all'altro. La via da qui a Goito è occupata dai Tedeschi; nulla di più impossibile di voler andare a Goito.

Marengo[37] dista 5 chilometri e non più da Roverbella.

A Goito posso rinunciare, soggiunsi, ma non a Volta. Io devo assolutamente andarvi a qualunque costo!

Ma come vuol fare?

Prendo la carta topografica e dico al colonnello: andrò a Pozzolo e passerò colà il Mincio.

Ella farà quello che crede, ma badi che tutta la campagna, tutte le vie da qui a Pozzolo sono in balìa dei Tedeschi; io ho poca truppa, non posso darle scorta.

Non importa, non ne chieggo, e forse mi sarebbe più di danno che di utile. Io conosco un giovine di qui che mi servirà di guida e basterà.

Eravi a Roverbella un giovine arditissimo del quale mi era servito altre volte per esplorazioni, ei conosceva ogni via, ogni sentiero; lo faccio ricercare e per buona sorte era in paese.

Senti, gli dico, mi hai servito altre volte, ma oggi devi rendermi un servigio segnalato; tu mi devi condurre a Pozzolo, ho un biroccino con un ottimo cavallo, ti darò un bel regalo.

Ei mi fa delle difficoltà, sapeva benissimo che i Tedeschi erano già vicini a Roverbella e potevano essere anche a Pozzolo, ma io insisto e faccio appello al suo amor proprio, al suo coraggio, al servizio grande che può rendere al paese; ei pensa un po' e poi mi dice: facendo un giro verso Villafranca e poi ripiegando verso Pozzolo si può tentare.

Tu farai quanti giri vorrai, rispondo io, purchè mi conduca a Pozzolo.

Ebbene andiamo, replica esso. Il cuore mi si allarga; ma il còmpito non era finito; io doveva persuadere anche il vetturale che non era della tempra di quel giovine, ma per esso aveva già il mio piano ben risoluto. Gli annuncio la decisione presa: In bocca ai Todeschi mi non ghe vado, mi risponde in veronese con due occhi fuori dell'orbita per lo spavento; io cerco persuaderlo colle buone, gli dico che viene quel giovine che ci farà da guida, che conosce tutte le vie e ci condurrà dove non vi sono Tedeschi, ma d'esso non vuol udir ragioni e ripete di continuo in bocca ai Todeschi mi non ghe vado.

Allora io ricorsi all'argomento decisivo. Tu sai, gli dico, che fummo d'accordo di darti 25 lire, ebbene te ne dò 50, ma tu verrai e se non vuoi venire io ti sequestro cavallo e biroccio e vado con questo giovine.

A quell'intimazione rimane muto, e siccome mi vedeva risolutissimo comincia ad interrogare il giovine come farà per fuggire i Tedeschi, la guida mi asseconda, gli dice che anch'esso non ama per nulla andar in bocca ai Tedeschi, ma che evitando la breve strada che da Roverbella conduce a Pozzolo sulla quale solo era probabile incontrarli, prendendo una più lunga in senso opposto o non si sarebbero incontrati ovvero si era in tempo di retrocedere verso Villafranca. Pare che quell'argomento sia stato il più decisivo, si rassegnò.

Quella traversata mi provò cosa vale una buona guida; quanti giri ei facesse mi è impossibile il dirlo; da una strada comunale, passava ad una consorziale, da una larga ad una stretta; ogni volta che si arrivava ad un crocicchio il baroccio si fermava ed ei discendeva ad esplorare con occhi di lince la nuova via a percorrere; una volta ci fece segno colla mano di non muovere; subito il mio conduttore esclama: I Todeschi, andemo in drio.

Vuoi finirla, gli rispondo, sarà nulla. Era infatti una persona che portava una falce che la guida aveva veduto dapprima in modo confuso, ma poi riconobbe ch'era un villico. Infine per venire alle corte noi arrivammo a Pozzolo sani e salvi; la guida mi procurò tosto una barca per traversare il Mincio. Prima di partire stesi per iscritto quanto aveva incarico di dire al comandante della truppa in Goito e l'affidai ad un individuo che si recava colà dalla sponda destra del Mincio ove non vi erano Tedeschi e quindi poteva farlo con sicurezza. Pagati i miei due uomini e data una stretta di mano e ringraziata di cuore la guida, passai il fiume su leggerissima barchetta. Erano le 9 antimeridiane passate e faceva già un gran caldo. Pozzolo dista da Volta circa tre chilometri, dei quali circa due corrono in piano ed uno in collina, ma tanta era l'ansia di arrivar in tempo che presa un'accorciatoia traversai il tutto di corsa; la parte in collina era un sentiero erto in mezzo a sassaie annerite dal sole; io arrivai a Volta prima delle 10, ossia nel tempo che mi era stato prefisso, ne aveva bensì perduto molto a Roverbella, ma evitando il giro di Goito lo aveva riguadagnato. Contento di quel successo chieggo ai primi soldati che trovo dove era il quartier generale. In casa Guerrieri, mi si risponde. In vetta al colle e nel punto il più elevato del paese sta quella casa grande e signorile, che prospetta con una delle sue fronti verso Valleggio.

Traversare il Borgo e giudicare a colpo d'occhio che v'era stato qualche cosa di ben grave fu una cosa sola. Tutte le vie erano piene di soldati, ma stesi al suolo come persone affrante dalla fatica; non uno in piedi od occupato. Arrivato a casa Guerrieri mi faccio annunciare e vengo tosto ricevuto dal generale De Sonnaz, in una sala spaziosa, ove vi erano molti ufficiali gli uni stesi sopra sofà, altri su sedie appaiate, essi pure con l'impronta di una grande stanchezza. Alla mia volta era sfigurato dalla immane fatica di quella corsa sotto il sole e basterà il dire che aveva uniforme imbottita ed il sudore aveva trapassato il tutto. Si riposi, si riposi, furono le prime parole che mi rivolse il generale, ma io entrai tosto in argomento.

Signor Generale, gli dissi, io reco un ordine della più alta importanza come vedrà dalla lettera, ed ho poi incarico dallo stesso Re di pregarla ad attaccare al più tardo per mezzogiorno dalla parte di Borghetto. Il generale legge la lettera e poi alza le spalle e mi dice secco è impossibile, poi soggiunge, le mie truppe non possono muoversi per la stanchezza.

Io rimango attonito, ma poi mi permetto di ripetere la calda raccomandazione da parte del Re e lì s'impegnò un dialogo fra me ed il generale; dei molti ufficiali presenti nessuno in sulle prime si muove, nessuno viene in mio aiuto, finalmente si avanza un giovine biondo e con voce dolce e quasi femminile, comincia a perorare anch'esso nel mio senso; se non è possibile attaccare alle 12 si attacchi all'una, alle due ma si attacchi; il generale resiste sempre, dice ch'egli è il giudice di quanto è possibile, ma l'intervento di quel giovine ufficiale ha una decisa influenza, egli insiste, il generale rimane un po' silenzioso e poi dice forse fra le 3 e le 4. Io respiro e dico al generale:

Senta, signor generale: io doveva recarmi da qui a Borghetto colla sua truppa, perchè credeva che si eseguisse tosto l'attacco, ma ora veggo che ho il tempo di ritornare al campo per la stessa via pella quale sono venuto; quanto meno potrò dire che attaccherà se anche più tardi di quanto si desiderava. Abbia la bontà di darmi la risposta in iscritto ed io riparto immediatamente.

Ora mi devono servire il dejeunè, mi risponde, ed ella mi favorirà.

Io mi rassegnai a quell'atto di gentilezza, e dico, mi rassegnai, perchè realmente mi pesava perder tempo; frattanto cominciai a parlare anche con altri ufficiali e, come è ben naturale, il discorso cadde sulla battaglia del giorno innanzi. Dalle finestre della gran sala ove eravamo, vedevasi Valeggio; un ufficiale che guardava con un cannocchiale, esclama ad un tratto: I Tedeschi sono padroni di Valeggio e stabiliscono una batteria sulla collina del vecchio castello, proprio ai piedi di quelle poetiche antiche torri. Piccola è la distanza da Volta a Valeggio, in linea retta poco più di quattro chilometri; tutti guardano col cannocchiale e guardo anch'io; la batteria è pronta; si noti che dalle 9 antimeridiane era incominciata la battaglia. I Tedeschi a Valeggio, vuol dire che si sono avanzati, diss'io; le cose non vanno bene; mi si rimescola il sangue e mi rivolgo al giovine, che, unico, aveva indovinato le mie sofferenze, e gli dico: Per carità mi lascino andare, prenderò un pane che mangerò per via, ma io voglio andare; il giovine (ch'era Govone ma che io non conosceva) esclama allora, volgendosi ai colleghi: ma oggi Federico non ci dà più da colazione. Il povero Federico, ch'era il cuoco, era certo innocente, poichè in quelle circostanze non è facile l'aver tutto puntualmente, ma infine poco dopo comparve il dejeunè; il generale mi fa sedere alla sua destra e si discorre della battaglia di Staffale, della quale ignoravano qualsiasi particolare, finalmente finisce anche la refezione ed io prego di nuovo il generale a volermi dare la risposta per iscritto. Ei si ritira col suo aiutante e poco dopo ritorna e mi consegna una lettera diretta al general Salasco.

Io prendo commiato e parto rifacendo la stessa via da Volta a Pozzolo; ma siccome era in discesa ed io pienamente ristorato di forze, arrivai in breve tempo al Mincio di fronte al villaggio suddetto; ma non havvi alcuna barca e non veggo anima vivente, nè su l'una nè su l'altra sponda; largo assai è colà il fiume, io comincio a gridare ma inutilmente. Mi rimane un sol partito, quello di traversar il Mincio a nuoto; non solo era allora forte nuotatore, ma mi era esercitato a nuotar anche vestito sì che non era per nulla titubante, se non che nello stato nel quale mi trovava, il tentativo aveva non solo la probabilità ma la quasi certezza di riuscir male; si pensi in quale stato di sudore doveva essere un uomo che nell'ora più calda, ossia fra le dodici e l'una, aveva fatto una corsa da Volta a Pozzolo. Se il tratto da traversare fosse stato breve non avrei esitato un istante, certo che per quanto dovessi soffrire immergendomi nell'acqua fredda, l'avrei superato, ma invece era d'uopo rimanervi a lungo ed allora era impossibile evitare le conseguenze di una reazione violenta, decisi quindi di aspettare che fosse scemato il sudore e poi tentare la traversata a nuoto; frattanto il cannoneggiamento si faceva più fitto e cresceva in me l'ansia; di quando in quando gridava di nuovo ma invano. Sulla sponda medesima del fiume sulla quale mi trovava ed a poca distanza eravi una casa agricola; entro in quella e vi trovo una donna con quattro ragazzi.

Mia buona donna, gli dico, dovete farmi un gran piacere, dovete aiutarmi perchè possa avvertire alcuno al di là del fiume onde venga colla barca a prendermi.

Ben volentieri, mi risponde la buona donna, e sorte con tutta la sua piccola brigata.

Posti in linea, ed io nel mezzo, ad un segnale dato gridiamo tutti assieme con quanto fiato abbiamo in petto, ma nessuno risponde; si riprende e finalmente non so bene se alla quinta o sesta prova, ma certo dopo parecchie di esse, comparve una persona sulla sponda opposta.

Trassi allora il fazzoletto facendo segno come desiderava transitare e poco dopo si staccò una barchetta alla nostra volta. Ringraziai la buona donna e salii in barca. Durante la traversata il barcaiuolo mi narrò che i Tedeschi erano realmente venuti sino presso Pozzolo, ragione per la quale tutti erano fuggiti, e si erano nascosti nelle case perchè in quelle circostanze il solo mostrarsi può costare la vita; seppi più tardi che a poca distanza da Goito avevano sorpreso un'ordinanza che conduceva dei cavalli di un ufficiale superiore (Villamarina) e li presero come preda di guerra; ma ritornando alla mia missione, benchè quella sventurata combinazione mi avesse fatto perdere un tempo preziosissimo, io mi trovava sulla sinistra del Mincio; mi fu facile trovar un biroccino che mi conducesse a Villafranca, poichè si andava in senso opposto alla direzione d'onde potevano venire i Tedeschi. Colà arrivato trovai la mia buona ordinanza che non si era mossa ed era molto inquieta sulla mia sorte; gl'ingiunsi che apparecchiasse tosto il mio cavallo; il cannoneggiamento continuava vivacissimo, ma sopra linea estesa; mentre stava attendendo il mio cavallo nella piazza di Villafranca, veggo il conte di Castagneto, il fedele Intendente del Re. Gli narro quanto mi era accaduto e gli chieggo se sa dirmi ove trovisi il Re, ma ei non poteva precisar nulla; la battaglia durava da molte ore e nessuna notizia era pervenuta intorno al suo andamento. Data quell'incertezza non sarebbe egli prudente, dissi io, che si facesse una copia della lettera del generale De Sonnaz e si facesse pervenire con altro mezzo? Supponga che io cada prigioniero o morto, almeno vi è la possibilità che si sappia cosa rispose. Il conte di Castagneto trovò giusta la mia osservazione e copiò ei stesso la lettera e s'incaricò di cercare chi la recasse. Frattanto il mio cavallo era pronto; presa la lettera originale io montai a cavallo ed a gran carriera m'avviai a casaccio verso il luogo d'onde veniva più forte il rumor del cannone; in breve raggiunsi i primi soldati e chieggo loro ove si trovi il Re, più a sinistra verso Valeggio, essi rispondono, e sempre di gran carriera m'avanzo verso quella parte, trovo un corpo più forte ed il colonnello mi sa dire in modo preciso ove è il Re collo Stato Maggior Generale.

L'uscita degli Austriaci da Mantova e la loro dimostrazione contro Roverbella e contro Goito, era nota al campo, ed i miei superiori e colleghi ritenevano per fermo che io fossi rimasto prigioniero, o morto, talchè quando io arrivai, ed erano le tre pomeridiane o poco più, il general Salasco fece un atto di sorpresa, e mi chiese d'onde veniva:

Da Volta!

Ma da qual parte?

Da Pozzolo. Del resto ecco la risposta del generale De Sonnaz, e gli consegno la lettera. Ei la legge e fa un atto di dispetto, ed esclama rivolgendosi a me: Ma come! non vuol attaccare che alle cinque!

Io non posso dir altro, risposi, se non che non voleva attaccare nè punto nè poco, lo pregai, lo scongiurai e mi promise d'attaccare fra le tre e le quattro, allora lo richiesi di darmi la risposta per iscritto.

Fino allora la battaglia era rimasta indecisa. Il generale Bava sperando sempre nel sospirato attacco, teneva fermo, ma quando lesse la lettera del generale De Sonnaz si decise a battere in ritirata e fu verso le quattro pomeridiane. La ritirata venne operata in buon ordine su Villafranca.

Gran parte della notte la consumai assieme ai miei colleghi nel dar disposizioni per la ritirata dell'esercito su Goito, ed alle cinque dell'indomani (26 luglio) eravamo in piedi di nuovo. La ritirata dopo una sconfitta è qualcosa di ben grave, è un fatto militare che mette alla prova l'abilità d'un generale in capo, la sua calma, la sua presenza di spirito, la sua previdenza. Dipende da lui se il povero soldato è lanciato piuttosto in una catastrofe dalla quale pochi si salvano, ovvero se rimane ancora l'unità d'un corpo che sa farsi rispettare, e conservarsi per tempi migliori.

Ei convien rendere giustizia al general Bava che fu all'altezza della grave sua missione; la ritirata dapprima su Goito e quindi su Milano venne operata con tutto quell'ordine, che le difficilissime condizioni permisero, ma anche gli ufficiali dello Stato Maggiore nei gradi inferiori non vennero risparmiati; dal 26 luglio che abbandonammo Villafranca al 3 agosto che arrivammo a Milano, fu un lavoro continuo di giorno e di notte, e vi ebbero momenti assai gravi, ma per non anticipare, io tornerò alla prima dolorosa giornata, quella del 26 luglio.

Io e colleghi eravamo tutti intenti a dar le disposizioni per la marcia delle truppe, quando udiamo delle grida che partono da una chiesa di Villafranca, ma grida disperate e acutissime; si accorre per vedere che cos'era, ci si presenta una scena spaventevole; una massa di feriti de' nostri soldati, tutti in un orgasmo indescrivibile, supplicando e gridando per essere trasportati via onde non cadere nelle mani dei Tedeschi, ritenendo come cosa certa di essere massacrati. Io dichiaro tosto che sono stolte, orribili calunnie; cerco persuaderli; ma come mai, si dice loro, potete credere una cosa simile, se abbiamo in mano più di mille prigionieri? Ma che! Quei sventurati non ascoltano ragione, il panico li ha invasi, e rinnovano le disperate grida; che fare? Come e dove trovare, del resto, tanti carri per tutti quei feriti, ed erano molti, e non vi era tempo da perdere. Infine, per tentare di acquietarli e mostrare che si fa almeno quanto è possibile, si requisiscono alcuni grandi carri tirati da buoi e si comincia a caricare feriti; qui nasce una nuova scena straziante, tutti vogliono essere prescelti, ma il numero è soverchiante; si fa una scelta a casaccio, si promette agli altri che si cercheranno nuovi carri, e si comincia col far avviare i primi verso Goito.

Frattanto tutta la truppa è in moto; ogni quarto d'ora il general Bava manda un ufficiale a vedere se il nemico avanza, ei volle attorno a sè tutti gli ufficiali addetti allo Stato Maggiore, credo che fra i superstiti posso ancora annoverare il Minghetti, Vincenzo Ricasoli ed il duca di Dino. Alle ore 7 ant. eravamo ancora nella piazza di Villafranca e l'ultimo atto che si fece fu una lettera stesa su d'un tavolino d'un piccolo caffè nella piazza stessa, diretta al comandante dell'esercito nemico nella quale si raccomandavano i feriti alla sua umanità, e venne consegnata ad un impiegato del Municipio pel ricapito.

Non occorre dire ch'era stesa in termini tali da non lasciar punto travedere che si dubitasse d'un buon trattamento; e nessuno di noi dubitava davvero; ma anche quell'atto si era dovuto fare per calmare l'apprensione dei feriti che era impossibile di trasportare. Poco dopo le sette un ufficiale mandato in ricognizione annuncia che il nemico è in marcia; allora il general Bava e noi tutti abbandoniamo Villafranca avviandoci verso Goito.

La marcia procedeva lenta ma regolata. Avevamo percorsi pochi chilometri allorquando un corpo di cavalleria nemico di ussari, attaccò la nostra retroguardia all'estrema destra, ch'era composta della brigata Piemonte.

Fatto un dietro fronte que' bravi soldati impegnarono un combattimento con tanta risolutezza che stesero al suolo un buon numero di assalitori e dalle relazioni che apparvero dopo si seppe che fra i morti vi ebbe un maggiore, precisamente un Seczeny, non sappiamo se della grande famiglia ungherese, ma il fatto è certo.

Quei soldati in quella breve ma energica azione diedero proprio l'idea del leone ferito al quale il dolore non scema ma aumenta la ferocia. Il nemico desistette dall'attacco. — A circa mezza via raggiungemmo il mesto convoglio de' feriti. Vi ebbe allora una sosta e per qualche tempo io mi trovai di fianco ad uno di quei carri; erano di quelli che colà si usano pel trasporto del fieno e sono assai grandi e muniti all'ingiro di una specie di restelliera, i feriti erano assisi e col dorso appoggiato a quella. Il caldo era opprimente ed alcuni di questi sventurati si erano levata persino la camicia, si vedevano torsi erculei, sopratutto di artiglieri, ma incredibili dovevano essere le sofferenze di molti che si contorcevano sotto gli spasimi; da ogni parte sgocciolava sangue. Per circa mezz'ora fui obbligato di rimaner al fianco di que' carri di dolore, senza poter recare il minimo sollievo e pur troppo non arrivarono nemmeno tutti vivi a Goito. Allorchè si levarono da que' carri se ne trovarono due morti. Dio solo ha contate le sofferenze di que' infelici, e se que' tristi, che colle stolte dicerie di barbarie inventate, furono la vera causa di quella morte, forse immatura, avessero avuto coscienza, avrebbero dovuto sentirne rimorso, ma ben lungi da questa si può invece esser certi che si saranno vantati di aver sparse quelle voci come mezzo d'infiammare alla resistenza, senza pensare che su ben pochi poteva produrre quell'effetto, e che moltissimi invece non chiamati a combattere o divenuti impotenti, come precisamente i feriti, si sarebbero spaventati. — Non è a dire il male che produsse quella scellerata calunnia, che si sparse in tutta la Lombardia.

Tornando ai nostri sventurati i più fortunati furono quelli che non si poterono trasportare e rimasero nelle ambulanze ove vennero trattati dai Tedeschi con tutta umanità, precisamente come noi trattavamo i loro feriti.

Verso le ore 3 si arrivò a Goito ma, come ripeto, noi formavamo l'estrema retroguardia; il Re ed il grosso dell'esercito erano arrivati molto prima. Colà apprendemmo un fatto grave; il giorno innanzi sì tosto era stata decisa la ritirata, il generale in capo mandò un ordine al generale De Sonnaz di tener fermo in Volta onde l'esercito nostro, ossia quello sulla sinistra del Mincio, non venisse girato da quella parte, e potesse fare la sua ritirata su Goito; quell'ordine scritto in matita venne affidato al duca di Dino perchè lo recasse a Volta. Era questi un bravo ufficiale francese appartenente alla più alta aristocrazia di quella nazione, ed era venuto a far la guerra per amore all'Italia, aveva grado di capitano ed era in ottima relazione con tutti noi. Ei si diresse a me perchè gli spiegassi la via che doveva tenere, ed io colla carta alla mano gli indicai sì chiaramente la via da Villafranca a Pozzolo, precisamente quella che aveva fatto al mio ritorno da Volta, ch'era impossibile ogni equivoco; per maggior sicurezza il capo dello Stato Maggiore volle che fosse accompagnato da una scorta di quattro carabinieri. Ei pervenne felicemente alla sua meta, ma per sventura quell'ordine steso in fretta e forse mal scritto venne interpretato a rovescio, ossia come un ordine di abbandonar Volta e nel mattino del 26, il generale De Sonnaz fece la sua ritirata su Goito. — Giunto colà il Re, sorpreso di trovarvi il corpo di quel generale, montò in collera e gli ordinò di ritornare immediatamente a Volta, e riprendere quella posizione. Obbedì esso e la truppa benchè stanca rifece il cammino, e giunse verso le sei ai piedi della collina. Quivi dopo breve sosta il generale ordinò l'attacco e s'impegnò una lotta vivissima col nemico che aveva il vantaggio della posizione dominando la pianura dall'alto, ma tale fu l'impeto dell'assalto, sopratutto della brigata Savoja, che il nemico venne sloggiato e venne ripresa Volta, ma con gran perdita da ambo le parti.

Fu l'ultimo fatto d'armi brillante da parte della nostra truppa. Entrando in Goito, piccolo paese cinto da mura che ricordano il medio evo, s'incontra a sinistra presso la porta una torre quadrata e tozza, io con altri salimmo su quella e vedemmo da colà l'avanzarsi dei nostri, e l'attacco proprio al cader del giorno. Rinacque un raggio di speranza ma non doveva durare a lungo. — Nella notte si avanzò su Volta il grosso dell'esercito nemico ed i nostri dovettero nel mattino del 27 abbandonar di nuovo Volta, e ripiegare ancora su Goito, ove si trovò concentrato in quel giorno la gran parte del nostro esercito. Carlo Alberto credette venuto il momento per trattar della pace, e mandò al campo austriaco i generali Bes e Rossi ed il colonnello Alfonso La Marmora ch'era capo dello Stato Maggiore della divisione comandata dal duca di Genova. Partirono prima del mezzodì di detto giorno 27 luglio e si recarono a Volta e quivi conferirono col maresciallo Hess, il capo dello Stato Maggior Generale dell'esercito austriaco. Lunga fu la conferenza non essendo ritornati que' tre incaricati che verso le 5 pomeridiane. Frattanto Carlo Alberto attorniato da suoi ajutanti e da tutti gli uffiziali dello Stato Maggiore stava attendendo l'esito in un campo a Cerlongo, qualche chilometro più innanzi da Goito verso Volta seduto all'ombra d'un gelso, con un caldo canicolare. Eravamo su quel campo di battaglia che aveva veduto sorridere la fortuna il 30 maggio, ma in quel giorno invece tutto spirava mestizia, e ben poca speranza potevasi nutrire dall'esito delle trattative.

Arrivati all'ora indicata i nostri incaricati presentarono al nostro Re un progetto di armistizio elaborato dallo stesso Hess. Si prendeva qual base, la linea dell'Adda, cedevasi dall'Austria a Carlo Alberto su per giù, l'antico ducato di Milano. Si volle da taluno negare quella proposta, ma il La Marmora divenuto più tardi ministro della guerra, ricuperò il documento originale colla firma del maresciallo Hess, datato da Valeggio del 27 luglio, ch'era rimasto presso il ministro Des Ambrois che accompagnava il Re qual ministro responsabile, ed ora quel documento si trova all'Archivio di Stato in Torino. La cosa non ha più che un interesse storico, ma valgano questi particolari a dimostrare il concetto che il nemico aveva dell'esercito piemontese, se per troncare la guerra acconsentiva ancora ad un sacrificio, qual era quello della cessione a Carlo Alberto di quasi tutto il paese che formava un giorno l'antico ducato di Milano.