Carlo Alberto rifiuta le proposte — Si riprende la ritirata — Sofferenze dei soldati — Buone disposizioni dei Comitati — Episodio di Codogno — Fatto d'armi di Cremona — Difesa della linea dell'Adda — Il general Sommariva si ritira su Piacenza — Episodio di Pizzighettone — Arrivo dell'esercito sotto Milano — Battaglia del 4 agosto — Il quartier generale principale viene stabilito in casa Greppi.
L'offerta del generale Hess parve troppo esigua a Carlo Alberto che rifiutò e quindi si dovette tosto pensare a proseguire la ritirata. Ciò avveniva verso la sera del 27 e da quel momento non fu interrotta che dalle soste per combattimento della nostra retroguardia coll'avanguardia del nemico, e d'una mezza giornata per un combattimento più lungo e serio sotto le mura di Cremona, avvenuto il 29.
Grandi furono le sofferenze dei poveri soldati pel disordine dei viveri e pel gran caldo; si sarebbe detto che pioveva fuoco; si cercava far camminare i soldati di preferenza nella notte, ma non sempre si poteva, e spesso bisognava spiegarsi a destra ed a sinistra in attesa di un attacco; aggiungasi a questo una polvere che avvolgeva le colonne intere della truppa che, esausta ed arsa dalla sete doveva talvolta tollerarla per lunghe ore. Per dar un'idea del caldo di que' giorni, citerò un fatto che accadde a me, di nessuna importanza per sè, ma espressivo qual prova dei caldo. Io recava a tracolla una tasca in pelle divisa internamente da un diafragma; nell'una parte teneva il cannocchialino da campagna e la carta geografica, nell'altra aveva una piccola scorta di cioccolatta incartocciata. Un giorno volendo levare il cannocchiale sbaglio lo scompartimento ed entro colla mano in quello della cioccolatta e sento che le dita s'immergono in una poltiglia, ritiro immediatamente la mano e veggo che quella densa poltiglia altro non era che la cioccolatta che si era fusa precisamente come se fosse stata posta sul fuoco; aveva rotta la carta e s'era sparsa nella tasca di pelle. È vero ch'era a cavallo da molte ore e nelle più calde e la borsa in pelle nera facilitava il concentramento del calorico, ma si pensi a qual grado doveva salire per liquefare a quel modo la cioccolatta. Ma il caldo, si dirà, doveva pur sentirlo anche il nemico, era il medesimo sole che ci saettava e percorrevamo la stessa via, e ciò è verissimo; ma se reagiva egualmente sul fisico, trovava nel morale una resistenza ben diversa. Sotto tale rapporto noi eravamo in condizioni diametralmente opposte; il Piemontese, vera stoffa da soldato, sentiva profonda l'influenza morale, comprendeva che più non si scongiurava la fortuna, ed alle sofferenze fisiche si univano quelle dello spirito che abbattono più delle prime, e d'altronde eravi poi anche questa differenza che quando l'esercito austriaco voleva riposare era padrone di farlo, ma la stessa cosa non poteva dirsi del nostro che anche in questo doveva subire la legge dal vincitore.
Una causa grave di sofferenze come già accennai fu quella del disordine nella distribuzione dei viveri. Il servizio era male organizzato ed al campo vi ebbe sempre contemporaneamente in un luogo difetto e nell'altro abbondanza, privazioni e sciupamento; la massa viveri non mancò mai, ma così mal distribuita e sopratutto poi nei giorni di battaglia, che il povero soldato rimase più d'una volta 24 ore senza cibo. Il vizio veramente organico stava in ciò, che il trasporto dei viveri si faceva da imprese private, e non da un corpo con disciplina militare; ora que' impresari temendo cader nelle mani del nemico e perder carri e cavalli, si allarmavano anche per pericoli ideali e ridicoli e trovandosi anche a grandi distanze dal nemico. Mentre io (28 luglio) mi recava a Cremona per prendere disposizioni, incontro un piccolo convoglio di quattro o cinque carri, tirati da buoi che trottavano. Era nato un falso allarme per un preteso corpo austriaco che si diceva vicino; coloro che conducevano quel convoglio presi dallo spavento non contenti di battere le bestie perchè corressero, avevano aguzzato dei bastoni e pungevano con questi i buoi a sangue, al punto, che, quando io l'incontrai, o per meglio dire li raggiunsi, trottavano alla lettera, come quelli che li pungevano. Sdegnato a quella vista mi collocai anzitutto col mio cavallo avanti al primo carro, intimai ai conducenti che si fermassero, e li apostrofai con una vera scarica di epiteti uno più forte dell'altro, poi gli dissi: che i Tedeschi non avevano le ali nemmeno essi, che fra loro e noi v'erano più di 20 chilometri ed il nostro esercito di mezzo. Credesi forse che reagissero? Nulla affatto; si pigliarono in buona pace quel subisso d'insolenze, ma siccome erano stanchissimi essi pure come i buoi che cacciavano, quell'assicurazione del nessun pericolo per quanto condita bruscamente fece loro piacere, cominciarono a scusarsi dicendo che avevano visto altri a fuggire, e senza cercar altro fuggivano anch'essi; io divenni più mite e tornai sull'argomento dimostrando loro colle buone, quanto assurdo fosse quel panico; mi feci promettere che avrebbero continuata la loro via di passo e con tutta calma, ed io proseguii il mio cammino. L'assicurare i viveri all'esercito fu uno dei cómpiti più ardui che cadde sugli ufficiali lombardi dello Stato Maggiore dal 27 luglio al 3 agosto: io non conobbi più ciò che volesse dire riposare su d'un letto; durante la notte procedeva sempre per intendermi coi Municipii e coi Comitati, onde non mancasse il necessario; durante il giorno doveva portar ordini pei movimenti militari. Una cosa dolorosa che mi dava non poca pena erano le inevitabili dimande che mi facevano sulle probabili sorti della guerra, tutti speravano che si facesse resistenza e si desse battaglia, in modo che il loro paese non cadesse nelle mani dei Tedeschi; io non voleva illuderli, ma nemmeno spaventarli, stava quindi sulle generali, ma coloro che conservavano ancora calma di spirito, ben comprendevano che la speranza di vincere non era grande. Ben potrei però accennare ad onore di più d'un Municipio e d'un Comitato quanta premura e quanta buona volontà vi mettessero. A Cremona, per esempio, ove io giunsi il 28 a notte avanzata trovai al Municipio il Comitato ancora riunito, e non è a dire con quanta prontezza e benevolenza annuisse ad una dimanda assai forte per razioni di viveri; ma chi mai ricorda ora, chi apprezza que' meriti? Eppure quei servigi resi in circostanze cotanto difficili e sventurate esser dovrebbero i più ricordati. Per essere almeno io fedele a questa massima non voglio tacere un fatto che mi avvenne in quei giorni e che torna ad onore del clero e dei cittadini di Codogno.
Era il 28 luglio verso il cader del giorno ed io mi recava in quel paese portando ordini; lungo la via incontro un corpo di truppa che camminava stanco, spossato; cavalco per qualche tempo a suoi fianchi e veggo che un soldato che camminava in riva al fosso stradale lascia cadere un pane che rotola nel fosso ma di poca profondità ed asciutto, e nè esso nè altro fra i soldati si dànno il fastidio di raccoglierlo. Mi rivolgo al primo ufficiale che trovo e gli narro l'accaduto. Che vuole, mi risponde d'esso, io ho dei soldati che non digeriscono più il pane, tanto hanno lo stomaco alterato e quindi non mi reca meraviglia quanto ella mi dice; tale poi è la stanchezza generale che nessuno avrà voluto far la fatica di discendere nel fosso per raccogliere quel pane. Codogno è famoso pei suoi latticini, è un gran centro produttore di burro e formaggi; mi viene in mente di trar partito di quella sua ricchezza ed arrivato indi a poco colà, dopo esaurito il còmpito affidatomi, vado diritto dal parroco, gli dico che arriverà quanto prima un corpo esausto dalla fatica e tanto che a molti ripugna perfino il pane; in un paese con tanti ricchi fittabili si potevano fare delle polente ed unirvi un po' del famoso burro o del formaggio, era persuaso che quel cibo caldo ed omogeneo ai soldati li avrebbe ristorati. Il buon parroco chiamò tosto un suo coadiutore, gli ordinò che cercasse subito tre o quattro altri sacerdoti e si spargessero per Codogno esortando la popolazione a far polente accompagnandole poi con un po' di burro o di formaggio che i soldati sarebbero venuti a prenderle.
Alla prontezza del parroco e dei sacerdoti da lui chiamati in aiuto, corrispose la bontà d'animo di quegli abitanti; in meno di due ore si erano preparate polente in ogni parte di quel grosso borgo. Frattanto era arrivato anche il corpo di truppa e si era accampato fuori del paese. Mandai ad avvertire il comandante come gli abitanti di Codogno avessero preparato una sorpresa pei soldati con polente e burro, volesse mandare buon numero di soldati onde trasportarle al campo. Il comandante non si fece pregare, e si videro file di soldati guidati da sacerdoti e cittadini alle diverse case, che a due a due portarono quelle polente, alcune delle quali erano di grandi dimensioni e tutte avevano del burro e del formaggio. I soldati fecero gran festa a quel regalo. Molti anni dopo trovandomi io in Firenze in una società ed essendo caduto il discorso sul buon umore del soldato piemontese, un ufficiale di artiglieria volendo addurne un esempio narrò: come essendo egli ufficiale d'artiglieria in una batteria di campagna che nella ritirata del 1848, sopra Milano erasi fermata a Codogno, quegli abitanti avessero preparate delle polente con burro e formaggio, del che era stata partecipe anche la sua batteria, e che egli aveva dovuto fare le meraviglie vedendo come quel piccolo avvenimento avesse tosto cambiato l'umore dei soldati, alcuni dei quali facevano dei brindisi colla polenta agli abitanti di Codogno. Quando si pensa alle enormi fatiche che avevano sostenuto, alla prostrazione d'animo che generalmente dominava, non si può a meno di convenire nella sentenza di quell'ufficiale, che poco basta per eccitare il buon umore nel soldato piemontese. Ma perchè mai non dedicheremo due righe di lode anche ai buoni cittadini di Codogno se anche solo dopo 35 anni? Quei slanci svelano la buona natura della popolazione; ma perchè si avesse a giudicare come merita, converrebbe potersi trasportare col pensiero a quei giorni. Universale, come ripeto, era lo spavento per le asserte calunniose crudeltà commesse dagli Austriaci contro inermi cittadini.
Lo stato della nostra armata diceva chiaro, come pur troppo passati forse anche solo due giorni Codogno sarebbe stata occupata dai Tedeschi; non pertanto si adoperavano con tanto zelo ed amore verso i nostri poveri soldati. Certo fu ben piccola risorsa rapporto al numero che poterono parteciparvi in confronto all'esercito intero, ma fu di vero sollievo per quelli a cui toccò ed il contegno di quegli abitanti merita esser ricordato poichè verranno indubbiamente altri tempi, fosse anche solo in avvenire lontano, nei quali la carità cittadina potrà essere di sollievo a soldati affranti dalle fatiche come quelli della ritirata del 1848. Auguriamo pur sempre che la fortuna secondi le nostre armi, ma non illudiamoci al punto da non ammettere come cosa possibile anche rovesci e sventure. Ultimate le mie incombenze tornai a Cremona.
Il 29 luglio ebbimo a sostenere presso quella città un attacco da parte del nemico, vi ebbe un combattimento che durò più ore; l'esercito nostro benchè già sconnesso tuttavia era però ancora abbastanza compatto ed ordinato, che quantunque ceder dovesse a fronte della gran superiorità di numero del nemico, non perdette nella ritirata nè prigionieri nè un pezzo d'artiglieria.
Un grosso temporale venne anche in quel giorno a rinfrescare alquanto l'aria infuocata.
Dopo l'abbandono di Cremona non rimaneva più che la linea dell'Adda che ancora poteva prestarsi ad un piano di difesa, e realmente il 31 luglio il generale Bava aveva impartito istruzioni in proposito. Ei contava sulla cooperazione del Comandante della 1ª Divisione, il generale Sommariva D'Aix, il quale formava l'estrema sinistra, ed il 31 stesso mese aveva passato il fiume a Grotta d'Adda, ma il 1º agosto sopraffatto dal nemico che aveva gettato un ponte in quelle vicinanze, il generale Sommariva lungi dal poter dar la mano al generale Bava, erasi recato a Piacenza con tutto il suo corpo; quello sconcertò il piano della difesa dell'Adda al quale si rinunciò, e si dovettero contromandare tutti gli ordini. Incaricato di una di quelle missioni, e precisamente presso il generale Ferrero che si trovava in vicinanza di Pizzighettone mi avvenne di essere presente ad uno di quei spettacoli che difficilmente si ripetono, perchè prodotti da combinazioni fortuite, e da determinazioni instantanee. Io andava in cerca del generale Ferrero per recargli l'ordine di cambiare di direzione; giunto a poca distanza da quella fortezza incontro il generale Passalacqua che colla sua brigata seguiva la via tracciatagli in forza del piano di difesa che dovevasi abbandonare, lo fermai e lo pregai sospendere la marcia e di voler prender cognizione di quell'ordine che recavo al generale Ferrero. Ei stava leggendo quell'ordine allorquando si ode un colpo come di tuono cupo, ma tuttavia sì forte da far tremare la terra, in pari tempo dal centro di Pizzighettone s'alza un'enorme colonna di fumo, ma del diametro di più diecine di metri, e questa si slancia ad un'altezza non minore di 50 o 60 metri poi ad un tratto si ferma, la cima si trasforma in un enorme ombrello che ricade su sè stesso formando gran vortici di fumo ed avvolge dilatandosi tutta la fortezza; il generale Passalacqua sospende la lettura ed attonito al pari di me e degli ufficiali che lo circondavano contempla quello spettacolo sì imponente ma che non durò che pochi minuti.
Ecco qual'era la causa; a Pizzighettone v'era una grande provvisione di polvere, più centinaia di barili; venuto l'ordine di sgombrare la fortezza non volevasi che quella preziosa provvista cadesse in mano del nemico, e d'altronde non eravi il tempo di trasportarla, si cominciò a gettarne una grande quantità nell'Adda, ma quel mezzo di distruzione non riuscendo abbastanza celere, venne il pensiero di accatastarne una gran massa nella piazza centrale e darvi il fuoco, dopo prese le debite precauzioni perchè tutti si allontanassero. La polvere non trovando resistenza non produsse che quello scoppio cupo che ho menzionato, ma la grande quantità generò quella sterminata colonna di fumo che dapprima produsse l'effetto di un torrente che andava dal basso all'alto, e finita la spinta si rovesciò sopra sè stesso, si allargò dapprima a forma d'ombrello, e poi cadde generando una specie di nebbia nera che avvolse tutta la fortezza; centinaia di mila lire andarono distrutte in pochi momenti, eppure era ancora l'unico partito che potevasi prendere. Salutato il generale Passalacqua, raggiunsi in breve il generale Ferrero che diede tosto le disposizioni per la nuova via a prendersi; ciò avveniva il 1º agosto e quando il quartier generale era in Codogno. Colà si dovette il Re decidere, o ad andare su Piacenza, ovvero su Milano; ragioni militari avrebbero consigliato la prima via, ma Carlo Alberto dichiarò che voleva difendere Milano, che del resto era sempre stata la sua idea e l'esercito mosse alla volta di quella città. Il 2 agosto verso sera ebbimo ancora qualche scaramuccia col nemico nella vicinanza di Lodi, ma di poca importanza, ed il 3 agosto dopo il mezzogiorno arrivammo sotto Milano.
Dal 22 luglio, giorno della partenza da Marmirolo a quello menzionato, non aveva più avuto notizia alcuna diretta da quella città. Durante la breve fermata di Goito dopo la battaglia di Custoza, io che non mi faceva illusioni di quanto era probabile, aveva scritto a mia moglie che si ritirasse in Piemonte, ma poi non avevo più avuto notizia di lei nè della famiglia. Alle preoccupazioni per ciò che riguardava la cosa pubblica, aggiungevansi anche quelle relative alle affezioni private. Sì tosto arrivato chiesi quindi al mio capo il permesso di potermi recare a casa mia, al che acconsentì pregandomi però di ritornare il più presto possibile. Fra tre ore sarò qui infallibilmente di ritorno. Giunto a casa mia appresi che mia moglie era andata a Novara, il che mi fece gran piacere. A custodia dell'appartamento era rimasta solo una servente tutta spaventata per le dicerie che correvano, sicchè cominciai col rassicurarla intorno alla falsità di quelle; sì tosto i vicini di casa appresero il mio arrivo, vennero a trovarmi avidi di avere notizie dell'esercito. Alla mia volta io non era meno ansioso di conoscere cosa era avvenuto in Milano. Come è facile l'indovinare fu un vero incrociarsi fra le loro dimande e le mie, e le reciproche risposte; ciò ch'io poteva dir loro il lettore lo sa; io cercherò riassumere in breve ciò ch'io appresi in quel primo colloquio famigliare coi vicini fra i quali eranvi persone distinte, compreso un alto impiegato dello stesso Governo provvisorio.
La notizia del fatto d'armi di Governolo del 18 luglio, elevato al rango di battaglia, nonchè di quello più importante di Staffale del 24 dello stesso mese, aveva elettrizzato la popolazione; l'ultimo in modo speciale era stato annunciato come una splendida vittoria, ed i fogli pubblici erano pieni delle notizie più rassicuranti. Non essendovi allora il telegrafo, richiedevasi più tempo perchè le notizie potessero giungere, ed il pubblico non veniva in cognizione che circa ventiquattro ore dopo ed anche più. Il 25 luglio, giorno della nostra sconfitta toccata a Custoza, era stato un giorno di grande allegria per Milano che festeggiava la vittoria di Staffale. Alla sera vi ebbe illuminazione in più luoghi della città. Ma ritorniamo sul teatro della guerra. La sera stessa della battaglia di Custoza, non che gran parte della notte successiva, fummo tutti occupati a dar provvedimenti per la ritirata, e credo che nessuno si assumesse l'ingrato incarico di partecipare al Governo la perdita della battaglia stessa. Si potrebbe osservare che non fu cosa molto regolare, ma in quei momenti si pensa dai capi anzitutto all'armata, ed era poi tanto più perdonabile la poca premura di dare quella notizia, in quanto che ignorandosi dal maggior numero la sorte del corpo del generale De Sonnaz, eravi pur sempre ancora la speranza di poter prendere qualche rivincita. Solo il 26 luglio da Goito si cominciò a partecipare ufficialmente al Governo provvisorio la nostra sventura. Ma come sempre avviene in simili circostanze, le notizie date dai privati avevano preceduto le ufficiali; già durante il giorno 26 qualche voce sinistra ha dovuto circolare in Milano. Tuttavolta, siccome un privato non fa sempre impunemente lo spargitore di notizie infauste, è molto probabile che le prime fossero avvolte in frasi dubbiose; certo si è che il 26 la gran massa del pubblico ignorava completamente il rovescio toccato il 25. Siccome però gli avvenimenti non davano tregua, così la realtà ha dovuto farsi strada ben presto, con che le notizie sfavorevoli finirono ad accavallarsi alle fortunate; entro la susseguente giornata del 27 cominciavano ad arrivare in Milano fuggitivi, non dell'armata, ma di quella massa di privati, che o per ragione di contratti ed appalti per sussistenze militari o per altra qualsiasi causa seguivano l'esercito. Allora la verità si fece palese in tutta la sua realtà e siccome è impossibile che non venga anche esagerata, per il che i fuggitivi sono sempre stati famosi, ovunque ed in tutti i tempi, così accadde che Milano passò bruscamente dall'esultanza per il trionfo ottenuto, allo spavento per la successiva disfatta. Il 28 luglio fu la giornata nella quale ebbe principio la triste fase di confusione e di spavento. Le notizie dell'esercito si succedevano ma tutte sfavorevoli; si era in piena ritirata. Il 28 suddetto si annuncia che stava per cadere Cremona e quantunque, militarmente parlando, non poteva avere grande importanza, non essendo città fortificata da potere offrire un punto d'appoggio per una resistenza; non è a dire quanto nel pubblico e sulla massa dei cittadini dovesse far senso quell'annuncio che venne tosto divulgato come fatto compito colle parole sono già a Cremona — è occupata Cremona — Cremona è caduta. I cittadini se la presero col Governo provvisorio al quale il giorno 29 luglio la piazza impose un triumvirato che assunse il nome di Comitato di pubblica difesa e cominciò a dare provvedimenti in suo nome.
Queste furono le notizie più essenziali che potei avere in quel primo colloquio coi vicini di casa; fui obbligato a troncarlo presto, volendo essere esatto e ritornare al mio posto prima che spirassero le tre ore che mi erano state accordate. Giunto al Quartier generale ch'era in un'osteria fuori porta Romana, detta di San Giorgio, mi venne assegnato un alloggio in una delle più vicine case. Le ore vespertine di quel giorno vennero impiegate in preparativi per la battaglia divenuta inevitabile per l'indomani. Le truppe vennero collocate fuori della città in gran cerchio che appoggiavasi colla dritta al Naviglio di Pavia; aveva il suo centro a Vigentino, Boffalora e Gamboloita, e colla sinistra si avanzava oltre porta Orientale. La truppa era però affranta dalla fatica e dalle sofferenze per il gran caldo.
Venuta la notte ebbi un po' di libertà e passai alcune ore con due amici che mi vennero a trovare e con ottimo consiglio avevano preparato un po' di pranzo in un'osteria vicina. Nel breve colloquio a casa mia non aveva potuto avere conoscenza che delle notizie le più essenziali intorno a quanto era avvenuto a Milano; ma con quei amici, uno dei quali era ufficiale della Guardia Nazionale e l'altro persona dell'alta società, vi ebbe un reciproco sfogo di notizie intorno agli avvenimenti, non solo di que' ultimi giorni, ma rimontando anche addietro. Essi mi narrarono come nei due mesi passati i partiti avessero sconvolto Milano, come si fossero imposti alla popolazione con una stampa la cui sfrenatezza non aveva nome, come molte famiglie civili fossero andate in campagna per sottrarsi a quella tirannia. Si predicava apertamente la necessità della Repubblica; ben prima di quei giorni, il Mazzini aveva trovato modo d'influire direttamente sul Governo dominando uno dei suoi membri. La piazza s'era fatta onnipotente; si univano quindici o venti, si recavano in piazza S. Fedele avanti al palazzo Marino ove sedeva il Governo, e cominciavano a gridare ad alta voce, fuori il Governo provvisorio e volevano notizie dell'esercito e delle intenzioni del Governo. Come potesse camminare l'amministrazione pubblica, in simili condizioni, è facile immaginarlo; si facevano piani di campagna, e si discutevano, nei giornali i più esaltati; si criticavano le operazioni dell'esercito ed obbligava talvolta lo stesso Governo provvisorio ad ingerirsi con consigli che provenivano da loro, nei piani di guerra. Quanto al futuro regime da darsi alle Provincie liberate dal dominio straniero, doveva basarsi sopra libertà ben altrimenti più larghe ancora di quella che godevano e della quale tanto abusavano; la stampa infine si era convertita in vera reale tirannia per i tranquilli cittadini, minacciati sempre di venire denunciati di Piemontesismo o di poco liberali, e perfino di aderenti in segreto all'Austria. Segnalato sopra tutti ne andò il giornale detto L'Operaio, redatto da certo Perego, era divenuto un vero flagello pei cittadini; entrava nelle domestiche pareti mettendo a repentaglio l'onoratezza e la buona fama di oneste persone[38].
Infine sarebbe cosa impossibile il descrivere la confusione che tutto quell'insieme aveva generato nelle menti, e voler rappresentare lo stato morale della città di Milano nel giugno e luglio del 1848. Non occorre tampoco accennare come gli autori principali di quei disordini, sì tosto pervennero le notizie sfavorevoli, si lanciassero contro il Governo provvisorio reclamando la sua rimozione, dichiarandolo inetto e non al livello dei tempi e delle gravi circostanze; se nonchè allorquando il pericolo si fece maggiore e gli Austriaci si avvicinavano a Milano, tutti quei caporioni se ne fuggirono ed i più andarono a Lugano per sorvegliare, come dicevano, gli avvenimenti.
Venni assicurato che la confusione in Milano dal 30 luglio al 1º agosto, ossia quando si sparse la notizia che i Tedeschi aveano passato l'Adda, fu qualcosa d'indescrivibile. Chiunque poteva, voleva fuggire dalla città, ma altri volevano invece che s'impedisse dicendo che questo spaventava vieppiù coloro che non potevano assentarsi; prevalse il partito più sano di lasciare che ognuno facesse quello che voleva ed una massa veramente considerevole abbandonò Milano, e realmente quando si giunse coll'esercito, si trovò assai squallida. Pur troppo però quei giorni di grande esaltazione non andarono privi di gravi sventure. Si parlò ancora di spie, di tradimenti, d'intelligenze col nemico, e si volle trovare i colpevoli. I più esposti alle violenze erano gli stranieri; uno di questi, trovato a contemplare il castello, venne circondato da popolo che lo qualificò senz'altro da spia; lo sventurato si smarrì ed allora gli furono addosso con calci e con pugni; alcuni cittadini più calmi ed umani accorsi a quella scena s'intromisero e protestando che lo volevano condurre all'ufficio di Sicurezza Pubblica, lo presero di mezzo, se non chè, durante il tragitto i più esaltati si lanciavano contro di lui dandogli pugni nel ventre e nello stomaco, sicchè allorquando arrivato all'ufficio venne introdotto nella camera stessa del Direttore gettatosi su di una sedia, spirò. Venne poi riconosciuto che era un Ticinese, appaltatore di opere stradali, ottimo uomo che non avea mai fatto male a nessuno. Citai questo fatto, fra i non pochi che funestarono quei giorni, perchè questo mi venne narrato dallo stesso Direttore, l'illustre Fava, che fu presente alla morte dello sventurato. Così in quella città, ove nel marzo dello stesso anno il popolo aveva rispettato un Bolza, ossia uno dei capi più esecrati della Polizia austriaca, si inveiva anche per lontani sospetti contro innocenti; tanto influisce anche sulle masse la fortuna favorevole o contraria. La vittoria del marzo aveva elevato il sentimento della popolazione, l'aveva inalzato alla generosità ed al perdono e fu atto veramente nobilissimo quando si pensa che il Bolza aveva tiranneggiato per lunghi anni, sicchè il suo nome godeva di triste celebrità; all'opposto in quei giorni la sventura avea offuscato le menti ed accesi gli sdegni che chiedevano uno sfogo che cadde sopra innocenti. Nella popolazione vi era però sempre una parte buona, umana e calma, come lo provò il tentativo per salvare l'infelice Ticinese e come lo provarono molti dei nostri soldati. Da circa due settimane nessuno aveva potuto cambiarsi, taluni erano laceri; l'indomani dell'arrivo, ossia il giorno 4 agosto di buon mattino, vedevansi i cittadini distribuir camicie ai soldati e recarne carri interi ai campi; i soldati che per una ragione o altra entravano in città, venivano accarezzati e si porgevano loro cibi e bevande; la gran massa dei cittadini mostrava infine il suo buon cuore e capiva, col suo retto senso, che quei poveri soldati erano ancora l'ultima loro speranza. Nelle relazioni che trovansi stampate intorno a quei giorni nefasti, si accenna in non poche di esse a fatti diametralmente opposti, ad ufficiali ed a soldati insultati, non solo, ma contro i quali si tirarono fucilate e vi ebbero dei feriti. Non credasi però che questo includa una contraddizione. È vero l'uno e l'altro fatto, havvi fra i due questa differenza, che quelli che io ho citati sono del 4 mattina, e li posso garantire in tutta l'estensione del termine, poichè fui presente io stesso alla distribuzione di biancheria, laddove i fatti narrati di ostilità appartengono al 5 agosto, ossia quando, perduta anche la battaglia sotto Milano, più non eravi speranza alcuna, e solo i più esaltati dominavano nelle vie. Ma ritornando ora al convegno coi miei amici, se io aveva chiesto molto a loro, non era poco nemmeno quello che essi chiesero a me. Come è ben naturale, ciò che più d'ogni cosa gli interessava, era di conoscere il vero stato dell'esercito, e quale affidamento potevasi ancor fare sul medesimo per l'inevitabile battaglia che doveva aver luogo l'indomani. Io non poteva ascondere i miei dubbi e parlava con persone troppo franche per non usare anch'io di egual franchezza; il fatto più grave che dovetti dir loro era la sottrazione al nostro esercito di una divisione intiera, quella del generale Sommariva che era andato a Piacenza; faceva parte di quella divisione una delle brigate che più si erano segnalate nella campagna, la brigata Aosta, e quanto dovesse influire quella sottrazione era facile immaginarlo. Oltre di questo non poteva ascondere lo stato veramente deplorevole in generale del nostro esercito; ma, come suol dirsi, finchè havvi vita, havvi speranza, e non potevasi escludere una possibilità di combattimento felice; si calcolava inoltre su certe inondazioni che dovevano aver luogo e che avrebbero rese difficili le mosse del nemico; se ne parlava di già a Lodi di questo piano di allagamento. Soverchiante era il numero dei nemici, ma si sperava anche qualche aiuto nella Guardia Nazionale, infine qualche speranza potevasi pure ammettere. Tardi ci congedammo poichè e dall'una e dall'altra parte eravi sempre qualcosa da chiedere.
L'indomani, 4 agosto, io mi trovava all'alba all'osteria di S. Giorgio agli ordini del mio capo. Il re Carlo Alberto aveva colà passata la notte. Le notizie del nemico confermavano sempre più che avrebbe in breve attaccato; tuttavia se si fa astrazione di fucilate d'avamposti, l'attacco formale che segnalò il principio della battaglia non ebbe luogo che poco prima del mezzogiorno.
Il Re si trovava sulla via che conduce a Lodi, fuori di porta Romana ed a circa mezzo chilometro, se pure, dalle mura della città. I Tedeschi fecero lo sforzo principale su di un punto intermedio fra porta Romana e porta Vicentina, detto Gamboloita; verso l'una l'azione era divenuta generale; vi ebbe più di un morto e ferito a poca distanza dal Re, e posso anzi narrare un fatto del quale fui testimonio. Il Re si trovava in prima linea, ossia avanti tutto il suo seguito, e dietro ad esso stavano due aiutanti ed il generale Salasco, e vicino a questi mi trovava io; alquanto più addietro eranvi altri ufficiali ed addetti allo Stato Maggior Generale, fra i quali un colonnello polacco.
Or bene una palla da cannone venne, facendo tal giro così singolare, deviata probabilmente dall'aver battuto contro piante che entrò nel gruppo degli ufficiali, che stavano dietro il generale Salasco, portò via netto la testa del cavallo del colonnello polacco ed andò a ferire un cavallo del Re, che uno staffiere teneva a mano come scorta e gli fece sì profonda ferita che si dovette ammazzare tosto onde por fine alle sue sofferenze. L'inondazione sulla quale si faceva assegno non ebbe luogo. La Guardia nazionale però intervenne in numero non molto grande, ma di certo vi era. Verso le tre sopravvenne un temporale con tal violenza che sospese per qualche tempo la battaglia. Le sorti si decisero a Gamboloita ove i Tedeschi presero due cannoni e dopo le quattro venne ordinata la ritirata, ed il Re Carlo Alberto entrò in città.
Chi fosse che ebbe l'idea di suggerire la scelta del palazzo Greppi, per stabilirvi il Quartier generale non saprei dirlo. Certo si è che fu un'idea infelicissima e forse devesi a quella scelta se l'indomani si ebbero a lamentare quei disordini che resero così segnalato il giorno 5 agosto. Colà sceso anch'io dovetti pensare un po' anche ai casi miei, e però presentatomi al generale Salasco lo pregai che mi permettesse di andare a casa mia e potervi rimanere anche il mattino del giorno dopo, trattandosi che era certo di dovere espatriare, ma non sapeva se e quando avrei potuto ritornare; il generale acconsentendo volle che indicassi io stesso l'ora che sarei tornato. Non più tardi delle 9 antimeridiane. Qui risparmio al lettore i particolari di quella notte sì triste per me, dirò solo che la passai in bona parte raccogliendo quanto potei in documenti e valori, mettendo un orribile scompiglio in tutte le mie carte, assistito unicamente dalla servente che piangeva comprendendo benissimo ch'io doveva partire per sempre ed essa rimaneva incerta della sua sorte; in mezzo all'ansia che me pure opprimeva mi toccava a farle coraggio di continuo e la tranquillizzai poi dicendole, che giammai sarebbe stata licenziata in simili circostanze e poteva sempre calcolare sul mio appoggio ovunque fossi. Riunito che ebbi le mie carte a notte già bene avanzata presi un po' di riposo. L'indomani di buon mattino era già in piedi, completai alcune disposizioni prese la notte ed ordinai alla mia ordinanza che per le 8 1⁄2 tenesse pronto il cavallo volendo essere esattissimo alla mia promessa.
Poco prima delle 9 antimeridiane del 5 agosto abbandonai la mia casa per avviarmi al quartier generale principale in casa Greppi.
Lungo il corso di Porta Orientale (ora corso Venezia) vidi gruppi di cittadini che parlavano con grande animazione, altri procedevano mestissimi; allorchè arrivai presso la piazza del tempio di S. Carlo due cittadini mi si avvicinarono e coi modi i più gentili, cominciando col chiedere scusa se si permettevano di fermarmi mi interpellarono: se era vero che si era conchiuso un armistizio e l'indomani dovessero entrare i Tedeschi. Il loro aspetto esprimeva dolore profondo ed aspettavano con ansietà la mia risposta. La parola armistizio mi era di già giunta all'orecchio partita da uno dei crocchi incontrati ove si declamava ad alta voce; io aveva già tanta esperienza e conosceva si bene lo stato dell'esercito da giudicar tosto come la cosa esser dovesse non solo possibile ma inevitabile; tuttavia siccome io ignorava in realtà quel che fosse seguito mi limitai a risponder loro: io non so nulla, esco in questo istante da casa e vado al Quartier generale. Fui contento di non dovere aggravare il loro dolore con una risposta positiva, nè eravi ragione di dir loro cosa io ne pensava. Oggi vuole essere una giornata seria, dissi però a me stesso: Oggi più che mai occorre prudenza e calma, e feci proponimento di mantenerla.
Punto io pure dal desiderio di conoscere la verità spinsi il cavallo al trotto e presa la via di S. Paolo ed il vicolo di S. Fedele entrai nella via di S. Giovanni alle case rotte che sbocca sulla corsia detta allora del Giardino (ora via Alessandro Manzoni) dove havvi casa Greppi.
Io mi trovava di già vicino all'ingresso in quella via, allorquando odo il rumore di grida confuse ed un individuo armato di fucile mi viene incontro e gesticolando e movendo il fucile come fosse un bastone prorompe in ingiurie e gridando confusamente ripete spesso la parola casa Greppi. La via di S. Giovanni alle case rotte continuava allora sino alla corsia fiancheggiata a destra dalle case, che sussistono ancora, ed a sinistra dalla cinta di un giardino ed era anzi piuttosto stretta; l'energumeno essendosi piantato nel mezzo e movendo furiosamente in ogni senso il fucile la sbarrava letteralmente. Io che non capiva nulla di quel suo schiamazzo, signore, gli dissi senza scompormi, io non so cosa ella voglia, io vado precisamente a casa Greppi e non ho bisogno che nessuno mi insegni ov'è, faccia il favore di sgombrarmi la via. Queste parole le pronunciai in tuono risoluto ma senza ira, quell'individuo rimase come paralizzato, non replicò verbo, si ritirò da un lato ed io che non era più lontano di un centinaio di metri da quella casa ben presto la raggiunsi. La corsia del Giardino era zeppa di gente che faceva un chiasso enorme, entrai nel cortile di casa Greppi pieno di soldati, consegnai il mio cavallo ad un carabiniere e salii all'appartamento dov'eravi il Re Carlo Alberto e l'ufficio dello Stato Maggior Generale, e mi presentai al mio capo il generale Salasco. Oh era ben sicuro, mi disse, della sua puntualità, e poi soggiunse. Oggi è probabile che noi avremo bisogno dei nostri bravi ufficiali lombardi. Può contarvi con sicurezza, risposi io e fatto il mio inchino ritornai nella sala attigua dove vi erano i miei compagni. Appresi da loro cose gravi, l'armistizio era stato conchiuso durante la notte e recava che entro il mezzodì del giorno appresso (6 agosto) tutto l'esercito Sardo avrebbe abbandonato Milano ritirandosi in Piemonte; quell'armistizio era stato communicato al Municipio non che al Comitato che fungeva da Governo, la voce era corsa e tutta Milano era piena di quella notizia. Era naturale che il primo effetto esser dovesse quello dello spavento; le voci per quanto false anzi prettamente calunniose di crudeltà commesse contro prigionieri e sevizie contro cittadini erano penetrate anche in Milano. Cadere nelle loro mani oggi che sono tanto irritati questo poi no, si disse da molti ed in ogni parte della città; il ricordo delle Cinque Giornate era sempre fresco; le condizioni totalmente mutate dell'esercito austriaco erano ignorate dai più ed altri nel loro esaltamento non si davano per intesi ed il grido alle barricate, alle barricate risuonò di nuovo in Milano. Frattanto alcuni fra i più esaltati si erano recati al palazzo Greppi e volevano sapere netto e chiaro cosa eravi di vero; impediti di salire cominciarono a gridare nella via e poi si fissarono in capo di voler tenere come prigionieri quanti si trovavano entro quel palazzo compreso il Re. Si fu precisamente in quel momento di primo impeto che sopravvenni anch'io ignaro di tutto e per questo non aveva compreso nulla di ciò che volesse l'individuo che mi aveva fermato presso lo sbocco della via di S. Giovanni alle case rotte. Anche in palazzo Greppi non si era però tranquilli, cominciarono taluni a dire che dovendoci battere era ben meglio batterci contro i Tedeschi che contro i propri cittadini e come avviene che una corrente d'idee generosa nel suo fondo sebbene d'impossibile esecuzione, prima di essere abbandonata conviene che faccia il suo corso, perchè non si trova chi abbia il coraggio di opporvisi, così a poco a poco s'impadronì dei presenti l'idea della resistenza che più di tutti sorrideva a Carlo Alberto. Si era sotto il dominio di questa idea allorquando a darle l'ultima spinta decisiva, avvenne uno di quei fatti che sono caratteristici in quei momenti di esaltamento.
Si annuncia una deputazione di cittadini appartenenti a ceto civile, vengono non armati e chieggono di parlare a Carlo Alberto; egli ordina di lasciarla passare e viene egli stesso nella sala maggiore piena di ufficiali d'ogni grado. La folla si apre, compare da un lato la grande, la maestosa figura di Carlo Alberto, dall'altro si avanzano tre o quattro cittadini che vengono a parlare a nome del popolo milanese. A capo era un individuo grande, tarchiato, un uomo sulla quarantina; giunto alla presenza del Re si getta in ginocchio ed aprendo le braccia: Ah! Maestà, esclama con voce stentorea, salvi la sventurata Milano, e continuò di quel tuono; ma non volendo riferire che quanto rammento in modo esattissimo mi limito a rammentare il preambolo del suo discorso. Io era fra coloro che facevano spalliera fra il Re e quei cittadini, e posso dire che fu spettacolo imponente il vedere quell'individuo di forme atletiche in ginocchio colle braccia stese davanti a Carlo Alberto, ritto, gigantesco, immobile. Certo quanti ancor vivono fra coloro che furono presenti ricorderanno quella scena colla precisione che la ricordo io. Quando l'individuo ebbe finito, si alzi, disse Carlo Alberto, ci penserò. Si ritirò con alcuni generali, ricevette ancora una deputazione e si decise di difendersi. L'oratore che si era calmato corse coi compagni a dare ai Milanesi la buona notizia.
La parola era data; non parve a quelli che contornavano il Re e fors'anche a lui stesso che ciò bastasse per far conoscere la sua intenzione; conveniva farlo in modo solenne e si deliberò farlo mediante un manifesto.
Confuso coi miei compagni me ne stava ancora nella sala ove aveva avuto luogo la scena che ho descritta allorquando mi si avvicina un ufficiale e mi dice che il general Salasco desiderava parlarmi. Entro in un locale vicino pieno anch'esso di ufficiali ed il generale Salasco mi dice favorisca stender lei il manifesto. Si può facilmente immaginare l'impressione che doveva farmi simile incarico. Signor generale, risposi io, obbedisco ma voglia avere la compiacenza di spiegarmi bene il concetto che devo esprimere.
Ha udito che il Re vuol seguitare a difendersi, rispose d'esso, e poi soggiunse: Caro Torelli, vegga di far presto. Mi portarono un foglio di carta ed un calamaio; ritiratomi in un canto della stessa stanza in mezzo ai rumore di discorsi vivacissimi, lì sui due piedi, dovetti stendere quel manifesto che fu poi il grand'atto di accusa contro Carlo Alberto, che per puro atto cavalleresco, accarezzando l'ultimo filo di speranza, aveva voluto recarsi a Milano anzichè a Piacenza ben fortificata e dove poteva riposare e ricomporre l'esercito. Ma era detto che solo i posteri dovevano rendere giustizia al Re Martire.
Nel breve tempo che impiegai a stendere quel manifesto mi venne vicino il generale mio capo, per vedere se avrei presto finito, tanto era impaziente. Non molti di certo si trovarono sì pressati ed in momenti sì difficili e solenni a dover stendere un atto di tanta importanza in nome d'un sovrano. Finito che ebbi di stenderlo lo lessi al generale Salasco, ma accortomi che qualche frase meritava di esser corretta. Permetta, gli dissi, che lo ritocchi e lo copii. Ah no, va bene rispose e corse a mostrarlo a Carlo Alberto che l'approvò pienamente. Allora più non vidi quel foglio che doveva avere esso pure le sue vicende[39]. Venne recato alla stamperia più vicina, stampato, ed immediatamente diffuso in tutta Milano.
Il dado era gettato, conveniva pensar seriamente alla difesa.
Gli ufficiali lombardi vengono requisiti per andare in giro a portare gli ordini relativi ed io fra questi sono incaricato di andare nelle parti più lontane di Porta Romana. Monto a cavallo e mi presento alla porta di uscita, la via è sempre ingombra di persone che si agitano, che gridano, che spiegano la cosa a nuovi che sopravvengono con intenzioni ostili non conoscendo ancora la determinazione della decretata difesa; infine tale era la folla che io dovetti alzar la voce e spinsi il cavallo in quella folla, questa si aprì e mi lasciò passare.
In luogo di prendere la diagonale, che mi obbligava a traversar strade centrali, preferii andare diritto per la Corsia del Giardino e quindi presi la via lungo il naviglio meno frequentata, ma dove poteva spingere il cavallo anche al galoppo. Tralascio di descrivere la sorpresa degli ufficiali superiori ai quali recai quegli ordini. Essi ignoravano completamente ciò che era avvenuto in casa Greppi, nè sapevano comprendere la possibilità di una difesa che avesse probabilità di riuscita. Quella missione mi procurò la conoscenza delle condizioni della città anche nei luoghi lontani dal centro — chiuse la gran parte delle botteghe; la popolazione a capannelli, ma scarsa; regnava ovunque la desolazione o lo spavento. Il collegio Calchi Taeggi ove dovetti portar ordini fu l'ultima meta. Compiuta la mia missione ripresi il mio cammino, se non che vedendo come quà e là s'inalzavano barricate stimai non essere prudenza il tornare al mio posto a cavallo, poichè era molto probabile che o non vi potessi arrivare od arrivato non potessi più uscire. Giunto al ponte di Porta Orientale mi recai a casa mia colà vicina, vi lasciai il mio cavallo e per la via la più breve mi ricondussi a casa Greppi. Nella via Monte Napoleone ed in quella di S. Vittore Quaranta Martiri (ora Pietro Verri), nella via dei Bigli che sbocca sulla via del Giardino, si erano già costrutte barricate, ma qual differenza col marzo dello stesso anno! Mancava l'entusiasmo, mancava la fede nel successo; non mancava per piccolezza d'animo, ma perchè ognuno sentiva che ben altre erano le condizioni rapporto al nemico. Per quanto ognuno cercasse di illudersi era troppo chiaro che l'esercito austriaco nulla aveva che fare con quello del marzo passato; moltiplicato al decuplo e forse più, compatto ed ebbro di vittoria, cosa mai aveva a che fare con quello che era stato sorpreso a Milano dalla rivoluzione? L'esercito piemontese, si era battuto gagliardamente, ma era stato vinto, la ritirata era stata disastrosa, Milano aveva veduto il 3 agosto arrivare i soldati affranti dalla stanchezza e taluni ridotti come mummie ed istupiditi, eppure quell'esercito così rotto dalle fatiche si era ancor battuto il giorno innanzi, aveva lasciato sul terreno più di un bravo ufficiale e non pochi soldati, ma era stato soccombente. L'esercito austriaco accerchiava sempre più da vicino la città e vasto si estendeva il suo campo con innumerevole artiglieria; se anche i cittadini non sapevano enumerare distintamente tutte quelle cause esse reagivano colla potenza della realtà. Allorchè giunsi di nuovo a casa Greppi trovai la via ancor sempre stipata da gente e continuava il gridìo, mi presento al mio superiore, rendo conto della mia missione, ma tosto mi accorgo che la scena è cambiata di nuovo. Più d'uno dei comandanti di corpo era già arrivato e convien dire che giudicassero della possibilità di una difesa come la giudicavano coloro ai quali aveva recato io gli ordini. A togliere ogni speranza, a dare si direbbe l'ultimo colpo venne un generale d'artiglieria il quale dichiarò che il gran parco a quell'ora poteva già essere ben prossimo al Ticino. Or come si fa a difendersi senza munizioni?
Ma come mai, chiederà forse taluno, ignoravasi questo allo Stato Maggior Generale?
Guai, rispondo io, se chi è riposato e tranquillo ed in epoca di calma ed andamento regolare della cosa pubblica, vuol giudicare di epoche e momenti cotanto eccezionali colla stregua dei tempi normali; la prima condizione è il sapersi investire di quelle circostanze e di quei momenti cotanto critici, ed allora molte cose che sembrano impossibili diventano spiegabili. La spiegazione più ovvia che si potrebbe dare si è il dire: che oggi, assai più che in allora, la storia registrò fatti ancor più gravi, quali conseguenze di confusioni in momenti difficili. Per qualche tempo fu un continuo arrivo al palazzo Greppi di ufficiali superiori, di aiutanti per chiedere spiegazioni. Frattanto anche nel pubblico cominciava a trapelare la verità, ossia come la difesa fosse cosa impossibile. Il proclama avea destato in alcuni entusiasmo, ma in altri spavento; molti si chiesero se quella resistenza non avrebbe potuto costar assai cara a Milano, ed in capo a questi eravi il Podestà ossia la persona la più competente per parlare in nome della città; quella carica cotanto importante in quei momenti era coperta dal nobile Paolo Bassi, distinto patriotta, e ne diede allora solenne prova. Piene erano le sale di casa Greppi di ufficiali d'ogni grado mesti e silenziosi; io mi trovava nella maggiore di esse, allorquando quasi ad interrompere quella monotona dolorosa situazione, si annuncia l'arrivo del Podestà di Milano con due altri Assessori. S'informa immediatamente il Re che viene incontro e si ferma precisamente in quella sala, e direi quasi all'identico posto ove poche ore prima avea avuto luogo la scena che ho descritto di quello che implorò pietà per Milano; si preparava allora una scena opposta, ma quanto più sublime! Nel primo caso era il dolore che acciecava la ragione, nel secondo era invece la ragione che imponeva silenzio al dolore. Il podestà Bassi, piccolo di statura ma d'una figura nobile piena di espressione, s'avanza calmo, s'inchina avanti Carlo Alberto, e poi con voce commossa chiede se si sono ben considerati anche i pericoli di quella lotta! Che non esprimeva la sua maschia fisonomia in quel momento! Qual sacrificio ha dovuto fare! Nessuno più di lui doveva desiderare la difesa se fosse stata fra le cose possibili; ma a lui, il capo della città, non era lecito il chiudere gli occhi alla realtà. Ei sapeva che questo gli poteva anche costar caro, perchè vi erano esaltati che non volevano udir ragione, ma egli, il vero patriotta, posponeva la sua persona al bene del paese e veniva a compiere un atto doloroso ma che gli era imposto dal suo dovere; il Bassi in quel momento fu veramente sublime per la sua abnegazione.
Pur troppo la difesa non è possibile, fu la risposta di Carlo Alberto, altro non disse e salutato il Podestà si ritirò. Il Bassi rimase alcun poco con noi, io lo conosceva personalmente perchè ei faceva parte di quella Commissione per la legge elettorale alla quale apparteneva anch'io prima di andare al campo; tosto ritiratosi Carlo Alberto mi stese la mano: caro Torelli, mi disse, ci conoscemmo in tempi migliori. Quella Commissione avea seduto nell'aprile e maggio, i mesi delle più belle speranze; strinsi la mano all'ottimo uomo, ma non fui capace di aprir bocca, ero commosso di quella scena, di quella lotta che lacerava il petto a quell'uomo virtuoso.
Partito anche il Podestà si pensò seriamente a venire ad accordi definitivi col nemico, a riprendere le trattative per l'armistizio che era stato conchiuso la notte prima, ma poi disdetto; in pari tempo conveniva avvertire di nuovo i comandanti, che non erano venuti a casa Greppi, che sospendessero ogni ostilità. Per questo furono di nuovo messi in moto gli ufficiali lombardi dello Stato Maggiore; si pensi con quale disposizione d'animo, affranti ed affaticati anche noi, dovevamo comunicare questi ordini; e notisi che in causa delle barricate non era più possibile valersi del cavallo. Allorquando finito anche quel cómpito, io ritornai al Quartier Generale, mi trovai nella assoluta impossibilità di rompere la folla; arrivai quando durava ancora quella scena stranissima fra il popolo nella via e gli oratori al balcone di casa Greppi; il popolo, ossia quella frazione minima del popolo milanese che pretendeva rappresentarlo, voleva spiegazioni intorno all'armistizio; taluno insisteva ancora sulla possibilità della difesa; si invocavano le Cinque Giornate, si ammoniva contro la prepotenza degli Austriaci che non avrebbero mantenuti i patti, si citava l'esempio di Vicenza; tutto questo come se non dipendesse che dal volere di chi comandava il riprendere le ostilità. Tuttavolta io che aveva veduto ed era stato nel mezzo della folla del mattino, trovai che la violenza era scemata di molto; si succedettero più oratori cercando spiegare la necessità di sottomettersi, ed insistendo sopratutto sulla garanzia pattuita delle persone e delle proprietà.
Finalmente cominciò a diradarsi la folla ed allora io entrai per la terza volta in casa Greppi per non più uscire che a notte avanzata. Tralascio di soffermarmi su quelle tristi ore, e dirò solo come fattosi notte cominciarono a ricomparire di nuovo alcuni esaltati che ripresero a gridare ed insultare, e si udì anche qualche colpo di fucile. Si tollerò, ma forse il vedere che non si reagiva indusse l'idea che si aveva timore. Però anche quel gridìo, quello schiamazzo non era continuo, ma ad intervalli, talvolta si faceva più forte ed udivasi qualche insolenza più distintamente come da persona che voleva dimostrare che aveva più coraggio degli altri, talvolta cessava anche interamente ogni rumore. Gli attori si cambiavano, discorrevano fra di loro e ad alta voce, e vi ebbero anche soliloqui, era un continuo via vai che durò più ore. Finalmente si decise di farla finita. Io me ne stava presso l'apertura di una finestra, che pel gran caldo che faceva erano tutte spalancate, allorquando un ufficiale mi avvisa che vuol parlarmi il primo aiutante di Sua Maestà. Copriva quell'alta carica il generale marchese Carlo La Marmora, principe di Masserano; egli era ciò che si direbbe un vero tipo di gentiluomo, ma in pari tempo franco come un soldato che va ritto al suo scopo. Entrando immediatamente in argomento, mi chiede se io voleva assumermi di andare a prendere e condurre colà due battaglioni delle guardie e disperdere quella ciurmaglia che rumoreggiava intorno alla casa; ma con un tatto della più squisita delicatezza mi fece comprendere che sapeva di darmi una missione che non era senza pericoli.
Signor generale, gli risposi, io parto immediatamente, abbia solo la bontà di dirmi dove sono accampate le guardie. — Fuori di Porta Romana, mi rispose d'esso.
Disceso all'istante nel cortile ed entrato nell'atrio che mette alla via e che era pieno di carabinieri chieggo al capo-posto che mi apra. — Egli esita — ma... Signor Ufficiale... mi dice... Signor Ufficiale!... Io comprendo benissimo la ragione della sua esitanza; ei credeva che uscire ed esser fatto a pezzi dovesse esser la stessa cosa, ma io non divideva quel timore e gli dissi: apra pure; io ho molta premura. — Allora cominciò ad aprire a poco a poco e solo tanto che io potessi passare per isbieco e quindi chiuse immediatamente.
Nessuno mi fece il menomo insulto; m'incamminai senza affrettarmi verso la via Monte Napoleone e poi studiai il passo, e per il Borgo Monforte ed il bastione di Porta Tosa e quello di Porta Romana mi recai all'accampamento delle guardie che era un breve tratto ancora fuori di quella porta. Ne informai tosto il maggiore anziano, che fece mettere in armi due battaglioni il che però richiese qualche tempo. Calcolando che se io li avessi condotti per le vie più brevi doveva attraversare non poche barricate il che mi avrebbe fatto perdere gran tempo deliberai condurli lungo i bastioni sino all'altura della Zecca con che percorreva bensì un cammino assai più lungo ma guadagnava tempo, potendo far marciare la truppa per frazioni spiegate.
Giunto coi battaglioni al bastione di Porta Orientale mi si fece incontro il Duca di Savoja che era accampato precisamente colà e mi chiede la ragione di quel movimento di truppa — io non aveva avuto ancora l'onore di parlare col Duca di Savoja Vittorio Emanuele, allora principe ereditario ed al quale la Provvidenza riservava sì alti destini. Gli spiegai lo scopo della mia missione, e preso commiato, continuai sino alla Zecca e discesi lungo il fabbricato della medesima, nella via detta allora della Cavalchina (ora via Manin), mi avviai difilato a casa Greppi, ma allorquando giunsi presso la chiesa di S. Bartolomeo[40] e quindi vicinissimo ai portoni di Porta Nuova vidi avanzarsi un corpo di truppa.
Faccio fermare quella che conduceva io, e grido: chi va là?
Mi si risponde, Savoja, e si ferma anche quella.
Io mi avanzo ed apprendo ivi essere il Re che usciva da casa Greppi, con quella scorta s'avviava verso i bastioni[41]; chieggo tosto del primo ajutante e gli dico come non mi era stato possibile l'arrivar prima per la grande distanza alla quale fui obbligato di andare.
Ella ha fatto benissimo il suo dovere, mi risponde e la ringrazio.
Ma ora, riprendo io, che faccio di questa truppa; deve tornare al suo accampamento?
No, replica il generale, mi viene opportunissima. Ella vada a casa Greppi, la circondi e vi rimanga finchè tutti siano usciti.
In meno di dieci minuti fui colà, posi un cordone a tutti gli sbocchi delle vie che fanno capo a quella del Giardino isolando così casa Greppi. — Tuttavolta raccomandai di non far violenza che in caso di provocazione e se taluno si presentava persuaderlo colle buone ad andarsene; lo scopo era ottenuto, il Re era in salvo, io non voleva con uno zelo intempestivo guastar l'opera e d'altronde anche a me non era stata usata violenza di sorta; ciò fatto salii di nuovo e per l'ultima volta in casa Greppi; vi erano alcuni inservienti di Corte affaccendati a raccogliere oggetti della real Casa, ma siccome nessuno aveva voglia di prolungare oltre il necessario quel soggiorno, si sbrigavano presto. Io feci ancora una corsa lungo l'appartamento verso la via, tutto era silenzio come silenziosa era la via, strano contrasto colle scene che avevano avuto luogo durante la giornata. Verso la mezzanotte abbandonai quella casa colla truppa, e preso commiato dal comandante della medesima che ritornò all'accampamento io mi avviai verso casa mia affranto non tanto per le fatiche di corpo benchè non fossero state leggeri, quanto per l'amarezza d'animo per tante e sì diverse scene dolorose delle quali era stato spettatore ed in alcune anche attore.
Fra le ragioni che mi tormentavano eravi anche quella dell'inatteso scioglimento della mia ultima missione. Fallire lo scopo per dieci minuti, era doloroso! Chi aveva liberato il Re prima di me? Ben si comprende che in quella notte io aveva ben altro da fare che di occuparmi a venire in chiaro di quel fatto, ma lo seppi dappoi ed ecco cosa era avvenuto.
Fra gli ufficiali che si trovavano in casa Greppi, nella notte del 5 agosto, eravi il colonnello Alfonso La Marmora, capo di Stato Maggiore della divisione comandata dal Duca di Genova, il medesimo del quale ho già fatto parola, citando il fatto dei tre ufficiali superiori inviati a Volta il 27 luglio. Ei conviene premettere che il Re Carlo Alberto aveva ordinato che si evitasse possibilmente ogni violenza. Il La Marmora conosceva quell'ordine; evidentemente si dovette poi recedere e la stessa missione a me affidata ne è la prova. Il La Marmora, stanco di tollerare più oltre quel chiasso e quelle insolenze, deliberò di andare a chiamar truppa, ma confidò a nessuno la sua risoluzione ed ignorava poi completamente l'incarico che io aveva avuto dal suo fratello primogenito, il principe di Masserano. Egli uscì solo e come mi disse quando anni dopo[42] ci narrammo i nostri reciproci avvenimenti di quella memorabile notte, incontrò le medesime difficoltà da parte dei bravi carabinieri; non volevano aprire nemmeno a lui ed esso pure fu obbligato a passar per isbieco dalla porta aperta solo quanto era necessario perchè uscir potesse in quel modo. Ei pure non venne molestato. Non avendo obbligo alcuno di chiamare una truppa piuttosto che un'altra e sapendo che la brigata Piemonte era accampata a Porta Orientale, ossia in luogo ben altrimenti più vicino della lontana Porta Romana, si diresse colà e preso seco un battaglione, s'avviò verso casa Greppi.
Cammin facendo incontrò un bersagliere, al quale chiese ove era acquartierata la sua compagnia — qui vicino, rispose d'esso; allora il La Marmora andò colà prese anche quella, la pose in testa al battaglione ed andò difilato a casa Greppi. Il Re con quanti erano seco lui uscì immediatamente scortato da quella truppa e dopo pochi minuti ci incontrammo, come narrai, presso i portoni di Porta Nuova. Io era uscito molto prima di lui, poichè mentre non vi ebbe che la differenza di pochi minuti nell'arrivo, io aveva dovuto fare il quadruplo o quintuplo e forse ancor più di cammino. Fu un brutto tiro della fortuna, ma se lo perdono a quella volubile Dea egli è perchè volle che il premio toccasse ad un uomo quale si era Alfonso La Marmora, uno dei più benemeriti d'Italia e del quale doveva ben presto divenire sincerissimo ed affezionato amico.