CAPITOLO PRIMO

Cenni intorno alle cause che prepararono la rivoluzione — Cause generali comuni agli altri paesi d'Europa, cause italiane e cause speciali locali.

Il voler dare un'idea della sollevazione di Milano del marzo 1848, senza premettere alcuni cenni intorno alle cause che la generarono, sarebbe cosa irragionevole, anzi assurda. Un avvenimento così grande non poteva aver luogo senza cause o spinte adeguate, ed il conoscere queste è indispensabile anche per farsi ragione dei fatti medesimi; se non che questa investigazione preliminare non è cosa facile, e tanto meno poi l'assegnare alle diverse cause la parte che loro spetta e determinare come s'intrecciarono e come l'una reagì sull'altra. Non pertanto è giocoforza incominciare con simile investigazione, ed io mi studierò di venirne a capo colla maggior brevità possibile.

Credo sia difficile il solo annunciare tutte le cause che hanno contribuito a produrre quell'avvenimento, ma esaminando l'effetto di ciascuna, credo che si possa dire che talune furono generali, ossia cause che conviene cercare nello spirito dominante del tempo, non già solo in Italia, ma nell'Europa intera; altre possono dirsi italiane, altre infine locali.

Coloro che hanno vissuto in quell'epoca non dureranno fatica a richiamare alla mente quello stato di cose, quell'insieme veramente eccezionale, che presentò non solo il 1848 ma già prima tutto il 1847. Ad un periodo di apparente ristagnamento politico ed al progresso regolare ma senza scosse nello sviluppo delle idee di libertà ed indipendenza, come nello sviluppo delle industrie e del commercio dell'intera Europa, che durò una generazione intera, ossia dal 1815 al 1845-46, subentrava un altro periodo che doveva comprendere esso pure lo spazio di una generazione, ma di un'attività e di un progresso straordinario che si svolse su ben altra scala, e dal lato politico e dal materiale.

Per quanto vasto sia il campo della storia che si misura a secoli, egli è indubitato che il trentennio che passò dal 1843-44 al 1873-74 rimarrà, fra i più memorabili nella storia per i grandi mutamenti sociali in tutta l'Europa, che cambiarono non solo la sua carta politica, ma le relazioni fra popolo e popolo, e modificarono usi ed abitudini penetrando da per tutto, influendo su tutto.

È in quel periodo che cade, non già l'invenzione, sibbene l'esecuzione delle strade ferrate sopra scala grandissima non mai sognata come possibile al principio del periodo medesimo: lo stesso dicasi del telegrafo elettrico e di molte altre invenzioni che tendono a ravvicinar gli uomini, e quindi riescono a moltiplicazione di forze morali nell'ideare, concretare ed eseguire piani ed opere comuni, nello scrutare e studiare le leggi della natura. Alle scoperte della scienza tennero dietro innumerevoli applicazioni pratiche nelle arti e nelle industrie; un popolo reagì sull'altro; tutto si mosse, si rimescolò con celerità ignota al passato.

Fu tutto pel meglio? È una grave questione. Nel complesso parmi che non si debba dubitarne, ma meno d'ogni altro dovrebbe dubitarne un Italiano, poichè in questo periodo di tanti rivolgimenti politici e materiali, il popolo che alla fine di esso si presenta sulla scena coi successi più felici ed inattesi, è il popolo italiano. — L'Italia indipendente ed una. — Che ciò potesse essere, anzi che fosse nel desiderio di molti, ben si comprende; ma che sul serio, or sono trent'anni, si ritenesse fra le cose di probabile attuazione, non havvi uomo di buona fede che possa ammetterlo. — Che più? Questo stesso periodo così lungo nella vita d'un uomo, così breve nella vita d'un popolo ci presenta stranissimi contrasti. Chi mai nel 1853 quando l'Austria dominava da Amburgo ad Ancona, quando fallito il sublime tentativo del 1848 e morto in lontano volontario esilio il suo attore principale, l'Italia aveva veduto insediarsi di nuovo sui loro troni gli antichi principi a nulla più intesi che a prevenire i casi che li avevano balzati di seggio, o costretti a far concessioni liberali ai loro popoli; chi mai, ripeto, avrebbe detto in quell'anno che, non sarebbe corso nemmeno un decennio e que' principi sarebbero definitivamente scomparsi, i loro troni rovesciati per sempre, ed i loro Stati sarebbonsi fusi in un solo tranne una parte tenuta dalla potentissima Austria e un'altra piccola per estensione, ma grande per importanza, lasciata al Papa per un pregiudizio secolare diviso da nazioni intere, della necessità, cioè, per la religione cattolica che il suo capo sia anche principe temporale? Stando a ciò che chiamasi l'opinione pubblica, a quei giudizî che la moltitudine degli uomini suol pronunciare sull'appoggio dei fatti dominanti, l'anno 1853 avrebbe dovuto presentare minori probabilità per l'unificazione d'Italia, che non avevano presentato gli anni 1843-44. Ma vi sono leggi e forze morali che fanno il loro corso e direbbesi perfino malgrado i propositi degli uomini. Se fu mirabile la soluzione della questione italiana nel 1859-60, più sorprendenti ancora furono quelle del 1866 e del 1870, quando non per forza e virtù nostra, ma per avvenimenti che si verificarono in terra straniera, si potè compiere l'indipendenza o l'unità d'Italia, quando così le vittorie come le sconfitte di due grandi nazioni, ci furono egualmente utili, ed in conseguenza di quelle si sciolse anche la secolare questione del potere temporale del Papa; fatto che a molti parve sì grave che durarono fatica a credere nella sua stabilità e ci vollero ancora quattro o cinque anni perchè non fosse più lecito un ragionevole dubbio.

Ora è debito dell'Italia di mostrarsi degna di tanta fortuna. Pur troppo, come spesso avviene che gli eredi di ricchi patrimonî facilmente li sciupino, ignari delle fatiche che costarono a chi li raccolse, può darsi pure il caso di nazioni, che non sappiano valutare o peggio anche scialacquino gli inapprezzabili beni dell'unità e della libertà. Quanto maggior senno vi sarebbe se ognuno che è chiamato a reggere la cosa pubblica in grande o piccola sfera tenesse del continuo presente lo stato antico dell'Italia e ripensasse che cosa fosse la dipendenza dallo straniero e lo sconfinato arbitrio di dominatori anche nazionali, la maggior parte ben peggiori dello straniero! La storia è chiamata a tale ufficio, e a ridestare quelle memorie, ma la storia imparziale difficilmente la scrivono i contemporanei; la missione di questi più che altro è quella di prepararne i materiali genuini sì che i posteri, quando saranno scomparsi dalla scena tutti gli attori di ogni ordine, possano scevri di passione giudicare freddamente degli avvenimenti, e pesare i meriti di quelli che vi presero parte attiva.

Forse parrà che io prenda le mosse troppo dall'alto; ma non che aspirare a far breccia, io vorrei solo mostrare chiaramente il nesso che lega anche il fatto dell'insurrezione di Milano alla storia generale dell'epoca; esso fu un episodio della medesima e si può descrivere parzialmente, ma non si comprenderebbe o male assai, se staccare si volesse dall'insieme o spiegare con ragioni eccezionali che non trovano la loro soluzione nello spirito del tempo. Fu un episodio che conta pagine sublimi; episodio che i rovesci sopravvenuti alle armi italiane del 1848 avevano relegato fra i fatti degni piuttosto di scusa e di pietà che di ammirazione, ma che poi la fortuna delle armi italo-francesi ha rimesso in onore.

Il principio della nazionalità come base degli Stati può dirsi aver fatto tanto più cammino quanto più si allontanò l'epoca del celebre congresso di Vienna del 1815, che lo aveva non solo posto in non cale, ma deriso come un'utopia. L'Europa alla caduta di Napoleone I era troppo spossata per reagire contro i principii messi innanzi e recati in atto dalla così detta Santa Alleanza; essa aveva bisogno anzitutto di pace, e quanto a libertà, benchè vivessero ancora molti fautori delle idee proclamate dalla Repubblica francese, erano queste state stranamente alterate nel concetto dei popoli, prima dagli eccessi dell'epoca repubblicana e poi dal regime napoleonico glorioso, ma despotico in tal grado, che poco ebbero ad aggiungervi i nuovi dominatori. Il Congresso di Lubiana del 1821, quello di Verona del 1822, provocato dai moti d'Italia e di Spagna, riconfermarono in modo solenne i principii del 1815 aggiungendovi la sanzione del fatto coll'intervento in Italia ed in Spagna. Gli autori della Santa Alleanza credettero sul serio d'aver trovato il mezzo di frenare il corso degli avvenimenti; sognarono un eterno statu quo, assumendo in comune la speciale missione di combattere le idee di libertà e nazionalità. Ma colla forza materiale non si vincono le idee; esse hanno la loro forza espansiva, e quando sono pervenute a far le loro conquiste morali, allora si trova anche la forza che le vuol effettuare, allora comincia la lotta con tutte le sue conseguenze, colla vicenda delle vittorie e delle sconfitte, delle tregue e delle riscosse; ogni fase conta le sue vittime, ma l'idea cammina e non si ferma finchè non trovi una condizione di cose che valga a tradurre le idee in fatti. Per quanto formidabile potesse chiamarsi la forza materiale della quale disponevano i collegati nella Santa Alleanza, per quanto severa si esercitasse la censura onde impedire che gli scritti intorno ai diritti dei popoli, all'indipendenza ed alla libertà si spargessero, non fu possibile l'impedire che quel tema divenisse dominante, allorquando scoppiò la rivoluzione greca pochi anni dopo il congresso di Verona. Non furono certo i sovrani collegati che le fecero il buon viso, ma già sì potente era l'opinione pubblica in Europa che non ardirono affrontarla. Or che cosa voleva la Grecia se non la propria indipendenza? Da ogni parte d'Europa si mandarono a quei sollevati soccorsi di uomini e di denari; non havvi nazione che non conti i suoi morti nei volontari che accorsero su quella terra illustrata da sì gloriosi ricordi, e non solo la pubblica opinione fece scudo a quanti favorivano quell'insurrezione, ma costrinse i governi medesimi a prendervi parte e fra questi il russo che pareva il giustiziere della Santa Alleanza. La Grecia trionfò, ma lo stesso trionfo porta l'impronta della mala volontà de' governi predominati dall'idea del pericolo. Si costituì un nuovo Stato, un regno di 800,000 abitanti con un debito enormissimo, fuori d'ogni proporzione colle sue entrate, sì che la questione finanziaria, vitale in ogni Stato, non venne colà mai risoluta, e fu l'ostacolo principale allo sviluppo che attendevasi da quella nazione.

Ma frattanto fu quella una gran vittoria del principio di libertà ed indipendenza; poeti, prosatori, romanzieri celebrarono la risurrezione della Grecia che veniva a prendere posto fra le nazioni rette a governo libero e costituzionale, talchè consacravansi col fatto ad un tempo i due principii di indipendenza e libertà. Poco dopo la casa dei Borboni, dominatrice di Francia, alla quale pareva che la libertà vi trasmodasse, si avvisò di frenarla, e il tentativo bastò a far rovesciare in tre giorni dinastia e governo, senza che alcuno venisse in loro soccorso. Nè gli avvenimenti si fermarono a quel punto, ma il Belgio, insorto poco dopo contro la dominazione dell'Olanda in nome della propria nazionalità, venne soccorso dalla Francia senza che i sovrani che avversavano quel principio tentassero d'impedire un sì grave fatto. Fra tutti i popoli d'Europa uno dei più interessati al felice svolgimento d'ogni idea di nazionalità era il popolo italiano. Quantunque il regno di Napoleone I fosse stato breve e despotico, non pertanto era bastato per provare al mondo che la stoffa per formar valenti soldati, e quella per formar buoni amministratori non mancava all'Italia. Dopo il corso di più secoli ne' quali il solo popolo piemontese che costituiva non più di un quinto della famiglia italiana durò sempre ad essere belligero, l'Europa vide truppe italiane segnalarsi sui campi di battaglia in Germania, in Spagna ed in Russia. L'Italia ebbe il sentimento della propria forza e concepì la speranza d'una esistenza autonoma allorquando la pace del 1815 rovesciò l'opera napoleonica e rimise in trono gli antichi sovrani che tosto si accinsero ad annullare ogni ordine, ogni provvedimento, che proveniva dal governo ai loro occhi usurpatore ed illegittimo. Ma non fu in loro facoltà d'estinguere il nuovo sentimento di libertà ed indipendenza, che s'era acceso ne' petti italiani, e che ben lungi dall'affievolirsi per le persecuzioni, più si rendeva tenace e vivo. I ricordi gloriosi d'un passato non ancora lontano, i tanti attori del gran dramma napoleonico che ancora vivevano, tennero desta un'agitazione che mise capo ai moti del 1821 e dopo la loro repressione, indi a un decennio, esplose colla sollevazione delle Romagne del 1831. Come venisse soffocato anche quel tentativo è troppo noto. Non sarà però fuor di luogo il ricordare come fra i giovani accorsi sotto la bandiera de' sollevati, si contassero due giovani principi, figli di Luigi Bonaparte, già re d'Olanda e della regina Ortensia; i fratelli Carlo Napoleone e Luigi Napoleone Bonaparte. Il primo soccombeva a un'infiammazione per eccesso di insolite fatiche a Forlì il 17 marzo 1831; il secondo era riservato a ricomparir sulla scena non dell'Italia sola, ma dell'Europa e ad essere spettacolo al mondo di straordinaria fortuna e potenza e di non meno straordinaria sventura.

Ai moti infelici del 1831 subentrò una calma apparente in rispetto a nuovi tentativi a mano armata, ma più intenso invece e più generale divenne il lavoro di diffusione delle idee di libertà e di indipendenza per mezzo della stampa, che assunse il carattere d'una vera propaganda. Sotto tale rapporto non vuolsi passar sotto silenzio un cambiamento essenziale che potrebbesi chiamar di tattica e che, a mio avviso, contribuì grandemente al trionfo di quelle idee. Il cambiamento fu l'abbandono della via delle congiure per entrare in quella d'una lotta a viso aperto, dacchè man mano si procacciò d'infondere nelle masse il sentimento e il bisogno dell'indipendenza del proprio paese dallo straniero, affinchè il giorno nel quale si dovesse fare appello alla forza, il giorno nel quale si sarebbe chiesto ai concittadini sangue e sostanze, li trovasse ben informati e già caldi per la causa nazionale. Non è mio scopo l'entrar qui in particolarità di citazioni, ma parrebbemi ingiustizia grave il non far cenno di Cesare Balbo che fra i primi tracciò ben chiaramente quella via colla sua opera Le Speranze d'Italia. Quel libro mostrò a tutti quelli che tenevano dietro alla questione della redenzione dell'Italia, quanto cammino essa aveva già fatto in poco più d'un decennio, ossia dal 1831-32 al 1842-43. Una persona ben nota qual'era già a quell'epoca il Balbo, appartenente all'alta aristocrazia del Piemonte, stampa nella capitale[3] di quello Stato un'opera nella quale si discute pacatamente la probabilità, o dirò meglio riferendomi a quei tempi, la possibilità che l'Italia possa ricuperare la propria indipendenza. Evidentemente una grande modificazione doveva già essere avvenuta nello spirito dello stesso governo, e siccome allora il governo si identificava colla persona del sovrano, era impossibile che questi ignorasse quella pubblicazione ed il suo effetto. Ora quel sovrano, benchè solo di piccolo Stato, disponeva di un esercito nazionale e sebbene le gloriose tradizioni militari risalissero al secolo, anzi ai secoli addietro, erano tali e tante che circondavano pur sempre di un'aureola di gloria l'esercito medesimo arruolato fra lo stesso popolo e guidato allora, come per lo addietro, in gran parte dall'aristocrazia del paese, l'unica in tutta Italia che chiamar potevasi guerriera. Non è a dire quanto ciò dovesse sorridere agli uomini positivi che dalla storia avevano appreso come un governo potente non abbandoni un paese soggetto che costretto dalla forza e quindi sul campo di battaglia, ove hanno principio e fine le dominazioni straniere. Le speranze non potevano più dirsi aeree; non si trattava più di disegni preparati da pochi nel silenzio che scoppiando ad un tratto sorprendono le popolazioni le quali chiedono attonite dove sta la forza organizzata per opporsi ad eserciti organizzati; si trattava di disegni pubblicamente discussi fra tutte le classi dei cittadini, di disegni che conducevano per retta conseguenza alla guerra fra Stato e Stato; guerra grossa, guerra combattuta con tutti gli espedienti della strategia e della tattica. Ognuno sentiva la gravità dell'impresa, ma come il coraggio genera coraggio, quella discussione pubblica sì libera, sì nuova, portava in sè qualcosa della natura di un buon successo ed esaltava gli animi. Ma se in Italia parlavasi allora anzitutto di indipendenza, perchè di là dovevasi pur cominciare per giungere alla libertà, di questa con eguale franchezza parlavasi contemporaneamente presso le altre nazioni. Un nuovo spirito aveva invaso l'Europa. In Germania si discuteva la necessità del governo costituzionale, più tardi se ne discusse pubblicamente nell'Austria stessa; in Boemia, in Ungheria, si parlava di autonomia dei singoli regni; si richiamavano alla memoria mercè storie e racconti le epoche gloriose passate, in tempi, se non di libertà, almeno di indipendenza, e tutti quegli scritti spingevano verso una meta che non potevasi raggiungere se non a traverso di conflitti sanguinosi. Per quanto grande dovesse parere agli uomini del freddo calcolo l'ostacolo dei potenti eserciti che stavano a disposizione dei governi i quali non solo non intendevano di accettare quelle mutazioni, ma apertamente le combattevano, non pertanto lo spettacolo di quella tendenza comune di tutti i popoli doveva aver pure un gran peso nelle loro considerazioni. Alla fine anche in Austria più d'un freddo ragionatore si trovò ridotto a dire: quello che vogliono gli Italiani è quello che vogliono pure i Boemi e gli Ungheresi, e la libertà, la vuole la stessa popolazione austriaca, nè altrimenti si pensa in Germania. In effetto un medesimo spirito prevaleva nell'Europa intera; un paese incalzava l'altro; una nuova atmosfera involgeva tutti. Tale era lo stato degli animi nel 1845-46, allorquando in Italia avvenne un fatto importantissimo che diede al corso degli avvenimenti un nuovo impulso, di guisa che se prima poteva dirsi che s'andasse a passo accelerato, questo si cambiò in un vero passo di carica. Quel fatto fu l'elezione di Pio IX al seggio pontificio e l'immediato cambiamento nella politica del suo governo.

Poco meno d'una generazione intera ci separa ora da quell'epoca memorabile; la gioventù d'oggi nella massima parte non ha sentito parlare di Pio IX che come di un nemico d'Italia e guarda con sospetto chi lo difende; però non solo la storia conserva le più irrefragabili prove ch'egli sulle prime non fu d'Italia nemico, ma ad attestarlo sopravvivono ancora, benchè scemati assai di numero, quelli che erano giovani allora e presero parte agli avvenimenti di que' giorni, e si contano a migliaia fra le popolazioni italiane.

I primi atti di Pio IX sbalordirono tutti, tanto gli amici quanto i nemici delle idee di indipendenza e di libertà; nessuno si attendeva vederlo camminare così risolutamente una via cotanto opposta a quella de' suoi antecessori. La sua amnistia fu delle più generose, e tosto eseguita provocò verso di lui un impeto di ammirazione e di entusiasmo che toccava al delirio. Non vi è penna che sia capace di esprimere lo stato morale di quell'anno e mezzo che corse dal luglio 1846 a tutto il 1847. Un Papa liberale! Un Papa che desiderava l'indipendenza d'Italia! Ad aumentare l'entusiasmo contribuiva una specie di vaticinio contenuto nell'opera del celebre Gioberti: Il primato morale e civile degli Italiani, che voleva fare del Sommo Pontefice il paciere universale, Pio IX comparso poco dopo sulla scena parve avverare il vaticinio. Il clero, che sopratutto nell'Alta Italia contò sempre caldi fautori dell'idea dell'indipendenza, si vide fatto segno di dimostrazioni di simpatia, sicchè coloro che prima si erano tenuti neutrali si decisero; i caldi divennero caldissimi. Il clero posto nel mezzo fra la classe educata ed agiata e le masse che vivono di lavoro, il clero col libero accesso ai palazzi ed alle più umili abitazioni del coltivatore e dell'operaio, fu istrumento efficace a rendere popolare il concetto dell'Italia padrona di sè: il che in Lombardia e nel Veneto si traduceva anche per l'uomo il meno istrutto, ma pur dotato di senso comune, nel concetto d'una lotta coll'Austria. Dell'entusiasmo nelle altre parti dell'Italia non posso parlare che riferendomi alle relazioni, agli scritti, agli indirizzi d'ogni genere e d'ogni classe che venivano pubblicati, e che tutti concordavano nel rappresentare il grado sommo d'esaltamento nel quale si trovava l'intera Italia.

Egualmente intimo traspariva l'accordo col clero, sopratutto col basso clero. Arrivare alla meta senza scosse, per quanto riguarda le credenze religiose, senza l'intralcio di quistioni eterogenee, era tale fortuna che nessuno avrebbe osato sperare e quindi più che giustificato era quell'entusiasmo anche agli occhi degli uomini più serii e più pacati. Infine il nome di Pio IX divenne sinonimo di libertà ed indipendenza; il suo ritratto sotto tutte le forme possibili fu sparso a centinaia di mille esemplari; si portava in foggia di spillone sul petto dagli uomini e sui braccialetti dalle donne; ve n'erano di quelli contornati da diamanti del valore di centinaia e migliaia di lire, e di quelli del valore di pochi soldi per le infime classi. Il motto Viva Pio IX si trovava scritto in tutti i luoghi; ogni giorno si narrava un nuovo aneddoto per provare e confermare i di lui sentimenti liberali, e siccome già sapevasi che incontrava l'opposizione nelle alte sfere del clero, si raccontavano i modi coi quali aveva vinta questa o quella difficoltà, superato questo o quell'ostacolo; insomma Pio IX fu trasformato in un vero ente simbolico, in un mito.

Se gli amici dell'indipendenza d'Italia erano stati sorpresi nel senso del vedersi sorretti da un aiuto cotanto inaspettato, i nemici naturali di tutte le innovazioni non erano stati sorpresi meno. Il primo e più potente fra questi era il governo austriaco, pel quale il Papa veniva ad aggravare una condizione di cose già complicata. Non poteva esso chiamar nuovo lo spirito di libertà e le aspirazioni all'indipendenza de' suoi popoli italiani, ma il nembo non sorgeva solo da questa parte, perchè contemporaneamente si addensava in Boemia ed in Ungheria. Non era una forza materiale che poteva aggiungere il Papa, ma una forza morale di grande influenza, e quindi del di lui contegno l'Austria rimase oltremodo indispettita e sgomenta. Il 1847 passò in mezzo ad una grande ansietà, sia da parte delle popolazioni, sia da parte del governo; la cui incertezza si tradì più volte in ordini e contr'ordini fra loro repugnanti. Prevedendo vicino uno scoppio esso pensò ad aumentare la forza materiale e chiamò i contingenti sotto le armi; cercò opporre zelo a zelo, facendo dal suo canto appello alla solerzia dei propri amici e dipendenti, annunciando provvedimenti rigorosi contro i perturbatori e i riottosi, ch'erano le espressioni con cui si qualificavano i novatori politici; ma quelle disposizioni medesime non facevano che accendere maggiormente il fuoco, tanto più che le minaccie non erano seguìte che eccezionalmente da fatti e la titubanza era manifesta. Come avviene sempre in simili casi, lo zelo di taluno degli esecutori andò oltre, ed ecco sorgere autorità municipali che con linguaggio rispettoso nella forma, ma nella sostanza affatto nuovo ed insolito, denunciano apertamente gli abusi degli agenti governativi; indi corpi rispettabili, come le Deputazioni Provinciali che esprimono il desiderio di riforme liberali, e per ultimo la Congregazione Centrale che in nome del paese invoca del pari liberali riforme.

Ma, non era solo la questione interna ossia quella fra il governo ed i sudditi che aveva fatto cammino; un progresso eguale e forse maggiore l'aveva fatto una questione esterna, ossia una questione insorta fra il governo austriaco ed il governo piemontese. Nel 1847 il re Carlo Alberto aveva promulgato riforme liberali nella sua amministrazione, e già non faceva più mistero che non si sarebbe fermato a quelle, ma si sarebbe spinto sino a dare una costituzione, benchè non si illudesse sul pericolo dei conflitti che potevano sorgere col governo austriaco. Il conflitto non tardò a verificarsi, e fu non un conflitto a mano armata, ma di quelli che si possono chiamare i prodromi di guerra, perchè incominciano con note diplomatiche per terminare col tiro del cannone.

Nel 1846 il governo sardo concesse il transito per i suoi Stati d'una determinata quantità di sale diretta alla Svizzera; il governo austriaco al quale ne veniva danno, poichè lo forniva esso colle sue saline del Tirolo, ravvisò in quella concessione un atto a lui ostile e per rappresaglia duplicò il dazio d'entrata dei vini dello Stato sardo nella Lombardia, il che equivaleva ad una proibizione.

Il re Carlo Alberto annunciò egli stesso il fatto ai suoi popoli facendo comprendere quanto fosse ingiusto il procedere dell'Austria, e menzionando quella determinazione adoperò il termine di rappresaglia. È facile l'immaginare quanto un linguaggio simile dovesse far piacere a coloro che, cogli occhi rivolti a Carlo Alberto ed al suo esercito, speravano in essi. Le circostanze volgevano tutte favorevoli, e per quanto sproporzionata fosse la lotta, per quanto dispari le forze, le complicazioni degli avvenimenti che andavano svolgendosi a minaccia dell'antico ordine di cose, potevano riuscir tali da contarvi sopra come su d'un potente alleato.

Fu in tali condizioni interne ed esterne che si entrò nel fatato anno 1848. Il governo austriaco, che più non si illudeva sull'attitudine del re Carlo Alberto, risolvette procedere con energia contro i fautori delle idee di libertà ed indipendenza e farla finita con qualche prova di rigore che valesse a dimostrare l'impotenza de' suoi nemici interni. Le popolazioni alla loro volta erano invece sempre più risolute a provare quanto accarezzassero le nuove speranze, ed accettavano con avidità ogni pretesto per tradurre in atto quel loro modo di sentire. Di ciò davano frequenti prove con dimostrazioni per sè stesse inconcludenti, ma che assumevano importanza pel significato politico che loro si annetteva. Segnalata per le sue conseguenze rimase la dimostrazione in tutta la Lombardia di non voler più fumare cominciando dal 1º gennaio 1848, non tanto nello scopo di far un danno all'erario, che ben meschino sarebbe riuscito, poichè nessuno poteva impedire che si fumasse fra le domestiche pareti, ma nello scopo di attestare il sentimento del paese con un atto pubblico, generale, di pronto e facile eseguimento anche nei più meschini villaggi. E lo scopo fu raggiunto. Che nel fatto vi siano state alcune violenze parziali e perfino insulti a chi voleva fumare, non può negarsi; ma si può asserire con certezza che furono rare eccezioni; la grandissima massa dei cittadini fumatori cessò dal fumare in pubblico, e, posto pure che taluni se ne astenessero solo per non affrontare l'opinione pubblica, egli è certo che tanto nelle città quanto nelle campagne si cessò dal fumare col 1º gennaio 1848. Il centro dal quale partiva la parola d'ordine delle dimostrazioni era Milano, perciò dal suo canto il governo deliberò di prendere argomento da quella dimostrazione per dare una buona lezione ai Milanesi, e venne prescelto all'uopo il 3 gennaio. Verso la sera di quel giorno si videro soldati e borghesi percorrere, fumando, la città in tutti i sensi, a due, a tre, e dietro ad essi a poca distanza venivano pattuglie di guardie di polizia. I cittadini non tardarono a scoprire in alcuni fumatori borghesi, guardie di polizia travestite e come era facile a prevedersi, si diedero a fischiarle; di che esse si corrucciarono ed invelenirono, onde, com'era nei desiderii, si passò alle vie di fatto. Ed ecco a un segnale dato irrompere i soldati (sopratutto cavalleria) nelle strade principali menando colpi di sciabola a destra e sinistra. Come suol sempre avvenire, n'andarono di mezzo i più lenti a fuggire e quelli che ignorando ogni cosa uscivano in quel punto dalle loro case. Vi ebbero molti feriti e non pochi morti e fra questi un vecchio consigliere d'appello ed il cuoco del conte Fiquelmont. Era questi un personaggio ragguardevole ch'era venuto a Milano mandato da Vienna con missione non pubblica, ma dicevasi con quella di riferire fedelmente al governo centrale lo stato delle cose in Lombardia. Grande fu l'irritazione prodotta da quell'atto di provocazione; ma coloro che lo consigliarono ritennero che il suo effetto lo avesse prodotto e si potesse chiamarlo una lezione utile, poichè mentre i cittadini contavano tanti feriti ed anche morti, non eravi un soldato solo che avesse riportato una graffiatura. Anche gli stessi attinenti al governo che avevano disapprovata quella misura, furono costretti al silenzio dinanzi al momentaneo buon successo; dobbiamo anzi soggiungere, perchè anche questo è vero, che circa quella provocazione in origine censurata persino da generali, rimasero tutti d'accordo a ritenerla ben riescita. Da qui venne nel governo quella fatal sicurezza che si comunicò anche ai capi militari, i quali si persuasero che Milano non avrebbe osato insorgere contro di essi ed in ogni caso avrebbe avuto la peggio. Il trarre una simile conseguenza dal fatto del 3 gennaio era uno sragionare, dacchè non tenevasi calcolo della sorpresa; ma la passione già dominava i governanti civili e militari, dei quali non pochi ostentavano un disprezzo, di che i cittadini ogni dì più s'irritavano, onde in essi nacque una vera sete di vendetta.

Eccoci al punto che possiamo chiamare culminante e foriero dell'inevitabile crisi, quando tutte le cause di qualsiasi natura hanno prodotto i loro effetti. Le riassumerò in brevissimi termini. Le idee di maggiori libertà pei popoli e dell'ingerenza loro nel maneggio della cosa pubblica mediante il sistema rappresentativo costituiscono le cause che chiamai generali, perchè comuni ad altri popoli, con questa differenza fra cotesti e l'italiano, che mentre altrove erano le predominanti, in Italia invece erano in seconda linea al confronto dell'idea dell'indipendenza nazionale, sopratutto nell'Italia austriaca. In tutta la penisola ben si comprendeva da ogni persona colta e intelligente di materie politiche che la base vera, l'unica, stabile, anche della libertà era l'indipendenza di diritto e di fatto da ogni dominazione straniera; e quella causa poteva dirsi l'italiana. Ben pronunciata in tutti i centri d'intelligenza lo era in grado massimo a Milano, uno dei più segnalati. A queste cause comuni con tutti gli altri paesi d'Italia, colà vennero a sovrapporsi le locali ossia le speciali per quella città. Poco prima dello scoppio della rivoluzione erano stati presi alcuni giovani appartenenti a famiglie distinte e spediti in Austria per misura di precauzione. È vero che non si torse loro un capello e furono trattati con ogni riguardo, ma questo non si seppe che dopo gli avvenimenti e frattanto quell'atto contribuì ad indispettire la popolazione; ma su ben altra scala ed in modo ben più risentito aveva contribuito a quell'effetto la provocazione del 3 gennaio e quello scherno che non pochi dei più devoti al governo dimostravano per i cittadini, sui quali credevano aver riportata una vittoria in quell'infausta giornata. Così quali fuochi concentrici tutte quelle cause si condensavano in Milano, e la lotta desiderata da molti in ogni parte d'Italia, in nessun luogo lo era con tanto ardore quanto in quella città. L'annuncio dei massacri di Milano, come chiamaronsi, produsse come era da attendersi un effetto gravissimo in tutta la Lombardia; non è a dire poi quale partito ne traessero coloro che tenevano al corrente d'ogni cosa il governo piemontese scongiurandolo di prepararsi alla guerra. Esso non istava inoperoso, e siccome già presentiva inevitabile la lotta, aveva incominciato a chiamare più classi sotto le armi; ma anche in Piemonte non tutti la pensavano nello stesso modo, non già che vi fosse un partito che chiamar si potesse austriaco, ma vi erano persone spaventate dalla terribile lotta da impegnarsi con armi tanto impari per numero, e perciò ad una determinazione energica ne seguiva talvolta un'altra che la temperava; nel complesso però prendeva sempre più favore il partito risoluto.

Il giorno 8 febbraio il re Carlo Alberto promise solennemente lo Statuto, altro nuovo importantissimo passo che dalla sua data stessa trae grande importanza, poichè precedette lo scoppio della rivoluzione francese.

Il governo austriaco alla sua volta era entrato in una fase di lusinghevoli promesse, per la ragione dianzi accennata, che vedeva sorger nembi da tutte le parti del vasto suo impero. Quindi si accavallavano ed avvicendavano partiti di prudenza e partiti di severità; si ingiungeva la consegna delle armi e si faceva sentire alle autorità municipali, che reclamavano contro gli arbitrî della polizia, che si sarebbero esaminati e presi in considerazione i desiderii delle popolazioni, perchè tale era l'intenzione dello stesso governo; ma le popolazioni, e sopratutto quelle delle città, comprendevano benissimo quale fosse la causa del linguaggio insolito e non vi prestavano fede.

In tale stato di tensione somma degli animi nel quale si trovavano governanti e governati del grande impero austriaco, avvenne la rivoluzione di Francia, o, a dir meglio, di Parigi, del 28 febbraio, che rovesciò il trono di Luigi Filippo e proclamò la repubblica.

Quel fatto presentò l'apice delle complicazioni, ma nello stesso tempo il principio del loro scioglimento dappoichè si entrò allora in un nuovo periodo, in quello dell'azione e della lotta. Se l'anno 1848 ebbe la qualifica di fatato per i molti e strani avvenimenti che in esso seguirono, il mese che si segnalò sopra gli altri nello stesso anno, fu il mese di marzo. Il re Carlo Alberto promulgava nel giorno 4 di detto mese lo Statuto a' suoi popoli fra il tripudio del Piemonte e l'entusiasmo di Torino. La chiamata di nuove classi sotto le armi dimostrava come il neonato non si avesse a festeggiare solo con canti ed inni di gioia, ma con preparativi serii di guerra; se non che tale era l'entusiasmo, tale la convinzione già divenuta generale che ormai la lotta era inevitabile che, ben lungi dal paventarla, i più la desideravano. Il governo austriaco stesso la credeva tanto vicina che aveva disposto a scaglioni molta forza lungo la frontiera piemontese, aveva già formato il suo piano d'attacco e designata la città nel territorio del nemico ove divisava fissare il quartiere generale; ma a Vienna in que' giorni stessi la popolazione instava per farla finita col regime assoluto e chiedeva libere istituzioni.

Il vice-re del regno Lombardo-Veneto, l'arciduca Raineri, non credendosi più sicuro in Milano, partì con tutta la famiglia il 16 marzo per Verona, accompagnato da un reggimento di granatieri italiani, che non si avvisava prudente lasciar in quella città; prima di lui era pure partito il conte Spaur, governatore della Lombardia, sì che a capo del governo vi era rimasto il vice-presidente conte O'Donnell.

La risoluzione che avevano preso i cittadini di Vienna di venire assolutamente ad una conclusione, l'avevano presa anche alcuni cittadini di Milano; volevano essi recarsi il 18 marzo al palazzo di governo per fare la dimanda della libertà di stampa, della guardia nazionale, d'un freno all'arbitrio della polizia e d'altre simili franchigie. Certo fu una coincidenza fortuita quella degli stessi passi fatti nei medesimi giorni dalle popolazioni delle due città senza che l'una sapesse dell'altra, ma era effetto di quella singolare atmosfera che tutti avvolgeva desiderando la stessa cosa, trovando i medesimi ostacoli, di guisa che erano tutte due spinte sulla medesima via, senza alcun speciale accordo.

Il mattino del 18 marzo un dispaccio governativo affisso a tutti i canti di Milano annuncia ai cittadini che sua Maestà aveva determinato di concedere ai suoi popoli instituzioni liberali e convocava i rappresentanti dei diversi paesi a Vienna pel 3 luglio prossimo futuro.

Quell'avviso fu la scintilla che diede il fuoco all'aere pirico del quale era pregna l'atmosfera. Vienna, si disse, è in rivoluzione. Il popolo stesso, la moltitudine dei cittadini, che due anni prima era ancor completamente digiuna di politica, a forza di sentir a parlare di statuti, di libertà, di garanzie, aveva fatto un po' di educazione politica e comprese, come non era possibile che la cosa fosse passata così linda a Vienna fra il popolo ed il governo. Ora, appena si ebbe sentore del fatto, moltissimi sorsero a dire: Se tanto si fa dai Viennesi, come staremo noi tranquilli?