CAPITOLO SECONDO

Condizioni dell'autore — Sua indipendenza — Suo viaggio politico in Italia nel 1841 — Sue relazioni in Piemonte — Scrive i Pensieri sull'Italia di un anonimo lombardo — Suo viaggio in Piemonte ai primi di marzo 1848.

Tale era lo stato di Milano poche ore prima dello scoppio della famosa rivoluzione. Era necessario, anzi dirò indispensabile, il premettere questi cenni poichè essi dànno la spiegazione dei fatti, e specialmente del come la popolazione in massa comprendesse la situazione, talchè poi ogni classe somministrò il suo contingente nella lotta e contò le sue vittime nel grande episodio di quel movimento generale di tutta Europa, al quale si collega. Nulla parmi più meschino della narrazione dei nudi fatti senza che si comprenda come si sprigionasse tanta forza latente fino a quel giorno; nulla abbassa più le famose Cinque Giornate che rappresentarle come un fatto isolato organizzato da Tizio o Sempronio, quasicchè se quelli non si fossero adoperati nulla sarebbe avvenuto; ben più elevato appare il concetto di quell'insurrezione considerandola come la esplosione di materia preparata da lunga mano, accumulatasi quale effetto di molte cause operanti sulla massa intera della popolazione. Sta in ciò la sua vera natura, che affermar non si può senza provarne un intimo compiacimento.

Prima però che, abbandonando queste considerazioni generali, io entri nella narrazione dei fatti parziali, conviene che il lettore tolleri che gli faccia un cenno della mia condizione speciale. Per quanto piccolo sia un individuo a fronte di sì grandi avvenimenti, quando esso si fa a narrarli, gli diviene indispensabile non solo il somministrar la prova della veracità dei fatti che possono essere sindacati da altri contemporanei, ma ancora della sua competenza nel dare i giudizj intorno alle condizioni di quei tempi, allo stato morale delle popolazioni, il che non potrebbe ammettersi in uno che, rimasto estraneo ai fatti stessi, fosse stato sorpreso dai medesimi senza che prima avesse rivolto alcun pensiero alle loro cause. Non sarà difficile il riconoscere come mi debba star a cuore di provare che non intendo rivestire idee d'allora coll'abito d'oggi, nè indossare il facile manto del profeta; ma non potrei ottener questo se non toccassi almeno di volo la mia vita antecedente a quel grande episodio.

Allorchè avvennero i moti del 1831 in Italia, io mi trovava giovine studente a Vienna, amico di ungheresi e di polacchi coetanei e condiscepoli; cominciai col vagheggiare l'idea dell'indipendenza nazionale come l'unica base possibile d'un sistema razionale che si fonda non su avvenimenti dovuti alla forza od al capriccio dell'uomo, ma su d'un fatto che non è creato da lui ma dalla natura e dalla storia, sul fatto della nazionalità, e mi riscaldava non poco a quel concetto divenuto anche il tema prediletto delle conversazioni cogli amici non meno incaloriti di me. Compiti gli studii venni in Italia ed entrai al servizio amministrativo del governo austriaco, tale essendo il desiderio de' miei genitori, ma vi rimasi ben poco, perchè, dominato sempre da quelle idee, non trovava cosa onesta servire un governo ed adoperarsi per combatterlo. Quindi cominciai collo svincolarmi da quell'impegno senza aver fatto un solo atto, durante il tempo del mio servigio, che fosse in opposizione al giuramento che aveva prestato; ma, ricuperata la mia piena libertà, mi proposi far tema dei miei sforzi l'avveramento dell'idea dell'indipendenza d'Italia.

Due cose mi parevano emergere chiarissime dalla storia: l'una che una grande potenza la quale dispone di un potente esercito, non si combatte che con un esercito egualmente potente; l'altra che di tutti i modi per venire a capo di liberarsi dal dominio austriaco il meno efficace era quello delle congiure. L'Italia contava due eserciti nazionali; il piemontese ed il napoletano; il primo stimato per fama tradizionale, il secondo forte per numero; trovar modo di agire su quelli che disponevano di quelle forze, far sì che afferrassero il concetto della liberazione d'Italia, era la via più retta per approssimarsi allo scopo. Quanto al pubblico conveniva educarlo a quelle idee, onde il giorno della chiamata sapesse che cosa si voleva da lui e fosse pronto ai sacrifici necessarii. Ben presto m'accorsi quanto fosse vana la speranza di voler influire su d'un sovrano come il re Ferdinando II di Napoli. Nel 1841 feci un viaggio d'esplorazione politica in tutta Italia per convincermi delle sue condizioni reali; e a tal uopo m'informava con prudenza dello spirito pubblico dominante nelle varie contrade; pur troppo il livello dello spirito pubblico mi parve basso e disuguale. A Napoli mi fermai più che altrove; vidi alcune manovre di quelle truppe eseguite con maestria, ed una cavalleria bellissima pel materiale; la forza non mancava, ma che dire dell'animo dei padroni di quella forza? Avevo pochissime attinenze con persone del luogo, ma ne feci con alcuni distinti stranieri, e fra questi con inglesi, alcuni dei quali erano pienamente al fatto degli aneddoti di Corte e dello spirito del governo. Si può facilmente immaginare di qual natura fossero quei racconti e qual concetto potessi io desumerne pel concorso di quella popolazione ad un'impresa che avesse per iscopo l'indipendenza nazionale. In Toscana nessuno allora parlava male del governo; ma eravi già un nucleo di persone che si occupava di politica e che poneva per base del risorgimento italiano la cessazione del dominio straniero; di che vieppiù mi persuasi nel 1843 in occasione del Congresso di Lucca, al quale andai non già come scienziato, ma come dilettante, e in realtà come esploratore politico. Il numero dei benpensanti; termine che allora riassumeva l'idea dell'indipendenza, si era notevolmente aumentato; se non che piccolo era l'aiuto che la Toscana poteva dare, ammesso pure che il Granduca arrivasse sino al punto di prendere le armi contro l'Austria, cosa allora ben poco probabile. Il paese che solo mi pareva offrire una base solida, era il Piemonte; io non aveva atteso sino allora ad andarvi. Avendo fatto in Lombardia la conoscenza col commendatore Maurizio Farina, possidente nel Canavese, liberale di vecchia data, e stretta seco lui amicizia, lo accompagnai, prima ancora che intraprendessi il viaggio per tutta Italia, al suo ritorno in Piemonte, ove appresi a conoscere Lorenzo Valerio ed altri, che potevano chiamarsi i bersaglieri della futura falange che doveva propugnare le idee d'indipendenza. Allora era ancor piccola, ma in terreno propizio per svilupparsi; il Piemonte solo presentava le condizioni serie per concorrere ad un tentativo di tale portata; esso aveva un esercito pieno del sentimento del proprio onore: il Re, che ne disponeva, trovava uno scopo nella guerra che avrebbe potuto procurargli il Lombardo-Veneto; la cosa non era nè facile, nè allora tampoco probabile, ma bastava che si potesse chiamare possibile, perchè non si riguardasse un'utopia il fermarsi su quell'idea. Si parlava sempre in modo velato (1841-43), ma si tendeva a quel fine. Valerio fondava le Letture di famiglia, e vi presi parte anch'io; poi fu costituita la Società Agraria nel 1843 e fui fra i fondatori; era un manto che ben presto divenne così trasparente, che nessuno più si illudeva. Nel successivo 1844 apparve l'opera Le Speranze d'Italia del Balbo, già da me menzionata. Io mi trovava in pieno accordo seco lui nel modo di vedere, salvo nella questione intorno al potere temporale del Papa, ch'ei voleva conservare. Quella discrepanza nel modo di giudicare d'una delle questioni principali per l'Italia, fu una delle ragioni che mi spinsero ad entrare nell'arringo degli scrittori politici, che presero per tema il modo di procurare l'indipendenza all'Italia, e nel 1845 scrissi i Pensieri sull'Italia d'un Anonimo lombardo, stampati poi a Losanna nel successivo 1846. Le circostanze di allora procurarono al mio libro pronta e felice accoglienza, se è lecito arguirlo dallo spaccio delle copie.[4] Io mi proponeva anzitutto il quesito dell'indipendenza; non parlai d'unità, poichè io partiva dal principio che tutto dovesse farsi col sangue italiano. Io pure capiva anche allora che l'Italia una ed indipendente era un ideale ben più seducente; ma come arrivarvi colle sole nostre forze? L'esercito piemontese e Carlo Alberto suo condottiero, potevano forse cimentarsi a una guerra contro l'Austria e dire in pari tempo agli altri sovrani d'Italia: «Vogliamo cacciarvi dai vostri troni per fare un solo Stato?» Un progetto simile era allora un delirio; una soluzione in tal senso non si poteva ammettere, che accettando l'aiuto straniero contro il quale io mi pronunciava risolutamente, osservando che le nazioni non si redimono che ribattezzandosi nel sangue proprio e che per la redenzione d'Italia doveva scorrere solo sangue italiano. Ora, posta simile condizione, non si doveva complicare la questione e cominciare col dividerci, col farci dei nemici anzichè degli alleati, nella stessa Italia. Se la nazione, diceva io, si redimerà colle sole sue forze, sarà stimata ed apprezzata anche dalle altre potenze, dagli altri popoli, e noi stessi avremo maggior fede nei nostri destini. Tuttavolta siccome in fondo al cuore stava pur anche il desiderio di vedere l'Italia indipendente, senza augurarlo solo ai nostri posteri, volli discutere anche il caso dell'intervento straniero e quello specialmente della Francia che volevo meno degli altri, ma che riconoscevo il più possibile fra tutti, perchè dicevo allora: Alla Francia si può cedere la Savoja non a sgravio di gratitudine, ma in compenso del prestato aiuto.

Vollero i destini d'Italia che quindici anni dopo si verificasse precisamente quel caso; ma quando si pensa che cosa fu la battaglia di Solferino e S. Martino, e che ci vollero gli sforzi più tenaci dei due valorosissimi eserciti per vincere, si arriva facilmente alla conseguenza che l'Italia colle sole sue forze non sarebbe riescita a conquistare, nelle condizioni di allora, la propria indipendenza. Però, dacchè l'aiuto straniero fu indispensabile e venne precisamente dalla Francia, non è più lecito il transigere colla riconoscenza. Così opinavo quando discutevo il quesito come un'ipotesi; così opino ora, dappoichè l'ipotesi d'allora, quantunque non desiderata, fu invece precisamente quella che condusse anzitutto al primo indispensabile passo, la base di tutti gli altri, all'indipendenza verso lo straniero e quindi all'unità. Mi si perdoni la piccola digressione; ma, per verità, quando odo certi discorsi, quando leggo certi scritti relativi all'aiuto prestato dalla Francia, chieggo se l'Italia non ha proprio altra scelta che fra l'ingratitudine o la servilità, o se non ha invece quella della gratitudine senza servilità: della prima ha debito verso la Francia, dell'altra verso sè stessa. Risparmio al lettore ogni particolarità di piani e di passi fatti cogli amici, d'un solo però mi credo autorizzato a far un'eccezione, perchè ebbe una grande influenza per spingere la mia attività. Nel 1846 io entrai in relazione epistolare col conte di Castagneto, intendente del re Carlo Alberto. Fu causa una bellissima aquila che mi permisi offrire allo stesso per il real parco; nell'offrirla lanciai una frase sull'aquila, già glorioso emblema d'Italia e di Casa Savoia. Pronta e gentile fu la risposta, con un cenno d'allusione anche all'augurio. Mi bastò perchè, deposto ogni velo, ogni frasario meno che chiarissimo, mi prendessi la libertà di chiamar sul serio l'attenzione del signor Intendente generale del Re sulla possibilità d'una guerra coll'Austria per l'indipendenza del regno Lombardo-Veneto. Lo spirito dei tempi era così esaltato, sopratutto dopo la nomina di Pio IX, che i fatti non tardavano mai a confermare le mie previsioni sull'espandersi dei sentimenti di libertà ed indipendenza e sugl'imbarazzi sempre crescenti dell'Austria. Il carteggio si fece sempre più vivo; non lasciavo passar occasione per dimostrare come quella doppia corrente rendesse sempre più possibile un tentativo serio; però io mi guardava bene dall'esagerare e dall'asserire cosa meno che esatta nell'uno o nell'altro senso. Godendo di piena indipendenza, dimorando buona parte dell'anno in Milano, andava e verificava io stesso, m'informava minutamente, e siccome le mie relazioni furono trovate esatte, si cominciò a prestar loro piena fede. Una di quelle relazioni diretta all'amico Farina, il medesimo che fu poi deputato in molte legislature,[5] venne comunicata al Brofferio, che io non conosceva che di nome; più tardi e senza dirmi nulla, anche quando divenimmo colleghi nella Camera del Parlamento sardo, ei pubblicò fra i documenti della sua Storia del Parlamento Sardo, quella lettera che più non rammentavo, non essendo che una delle tante scritte allora; ma, rivedutala, la riconobbi per mia; ed ora la riprendo io stesso dalla sua opera e la cito qual prova dello scrupolo che mettevo nel dare informazioni.[6] Le mie speranze fondandosi precipuamente sull'esercito piemontese, non mi ero curato molto di stringer numerose relazioni in Lombardia, e si limitavano a quelle del conte Giulini e del conte Arese in Milano, del marchese Valenti Gonzaga in Mantova, e di pochi altri. I convegni sopratutto col primo, che mi offriva anche i mezzi sicuri per mandar le mie relazioni in Piemonte, si fecero sempre più frequenti, e negli ultimi tempi erano giornalieri. Di promuovere una insurrezione non si parlò mai se non a guerra dichiarata; tuttavolta si prevedeva possibile uno scoppio non solo in Milano, ma anche in altre città tanta era l'animosità fra' cittadini e soldati, onde scene di sangue erano avvenute a Padova ed a Pavia, non sì gravi come a Milano, ma bastevoli ad infiammare gli animi alla vendetta. Ai primi di marzo di quell'anno la situazione parve cotanto rischievole a me ed agli amici, che io temendo non la si giudicasse con piena cognizione a Torino, mi decisi d'andarvi in persona per riferire esattamente lo stato delle cose, scongiurando che si venisse alla dichiarazione di guerra, giacchè tutto favoriva quel passo per quanto arditissimo.

Essendomi già prima stato negato il passaporto pel Piemonte, mi valsi d'uno per la Svizzera che avevo, e mediante un giro un po' vizioso, ma fatto senza sostar mai, giunsi a Torino il 4 marzo, per mera combinazione ignorando che per l'appunto in quel giorno si proclamava lo Statuto. Fui quindi testimonio oculare dell'entusiasmo straordinario di quei giorni. Appena arrivato mi recai dal conte Castagneto, nel palazzo reale, e gli narrai lo stato della Lombardia e di Milano in modo particolare, e come da un momento all'altro potessero scoppiare ostilità. Ebbene sappia, mi rispose egli, che noi abbiamo chiamato anche l'ultima classe sotto le armi: ben vede se siamo deliberati.

Le parole del conte di Castagneto (rispettabilissimo personaggio, senator del Regno, uno dei pochi superstiti della prima nomina del 1848) mi rallegrarono; ma avendo voluto informarmi in modo preciso anche della distribuzione della forza, rimasi sorpreso come fosse ancora tanto sperperata, sì che sarebbero occorsi non pochi giorni a concentrarla, mentre l'Austria continuava a mandar truppe verso il confine. Non mancai di far presente a' miei amici quanto fosse pericolosa quella situazione ed urgente il concentramento. Io non dubitavo delle intenzioni, ma temevo che il partito contrario tergiversasse la grande impresa più di quanto mi si era fatto supporre; epperò quel fatto mi addolorò. Ritornato a Milano, narrai a pochi fidati amici quanto mi aveva detto il conte di Castagneto e quanto aveva io stesso veduto ed udito circa allo spirito della popolazione, ma non celai la mia inquietudine per la lentezza del concentramento delle truppe.

I pochi giorni che ancora decorsero prima dello scoppio della rivoluzione, li spesi a mandar lettere pressanti col ragguaglio delle forze dell'Austria, e nel fare continui calcoli del tempo che occorreva pel concentramento delle truppe piemontesi, allorquando il mattino del 18 marzo escì, a meraviglia di tutti, la strana notizia delle summentovate concessioni liberali dell'Austria; notizia che valse, come già dissi, quanto l'annuncio, che Vienna fosse insorta.

Spiegate così anche le mie condizioni personali, vengo alla narrazione dei fatti.