Nulla è più triste del 1849. Fu un'epoca di squallore del pensiero politico in tutta Italia, un'epoca di naufragio dei sentimenti ragionevoli e generosi.
Mentre la reazione od aveva vinto o si preparava a stravincere, il liberalismo si nascondeva sfiduciato, e la rivoluzione sperdeva in audacie, talvolta generose, ma sempre isolate e insufficienti, le forze materiali e morali che il pensiero nazionale aveva faticosamente raccolte.
Nessun governo indipendente in Italia, tranne quel piccolo Piemonte, strozzato dalle indennità di guerra e dall'occupazione militare austriaca. Radetzki padrone di Alessandria, D'Aspre di Firenze, Oudinot di Roma, Hoyos di Bologna, Haynau di Brescia; a Milano si bastonavano le donne, a Napoli s'accoppiavano Poerio e Spaventa cogli assassini; Garibaldi si trafugava per tutte le sinuosità dell'Appennino, traccheggiato da quattro eserciti e da cinque polizie; Venezia moriva di bombardamento e di colera; l'Ungheria, svenata, cadeva bocconi ai piedi dello Czar; e le nostre popolazioni, tradite nelle loro speranze, vacillanti nella loro fede, erano malmenate da giornali e da giornalisti senza pudore, che dopo averle abbeverate, nei giorni lieti, d'odio e di menzogna, s'erano rifugiati, nei giorni tristi, fra le schiere degli oppressori, mescolando il loro scettico ghigno al romore delle fucilazioni dei patrioti, da loro aizzati e abbandonati[80].
Alle catastrofi militari s'aggiungeva la catastrofe intellettuale e morale. Nulla di organico aveva potuto resistere ai colpi della sfortuna. Le autorità personali erano sfatate; i metodi di governo screditati; l'energia rivoluzionaria si svaporava in proclami, in coccarde, in feste, in saturnali di palazzo e di piazza; si diffidava degli onesti; si credeva ai birbi, che degli onesti sorgevano accusatori. Gli elettori politici, traviati dall'orgia delle idee false, preferivano un Pansoya al conte di Cavour. I patrioti erano diventati traditori, i traditori diventavano a loro volta patrioti. Era insomma un'aberrazione di menti da ricordare le follíe degli untori, — un palleggiarsi di accuse e di recriminazioni, che lasciava nelle maggioranze un infinito disgusto di cose pubbliche. I partiti politici erano saliti.... o discesi alla più acuta espressione dell'intolleranza. Monarchici e repubblicani, radicali e moderati, unitarj e federali parevano odiarsi fra loro ancora più che non si odiassero gli stranieri da ciascuno di loro. A Roma non si accordavano Mazzini e Garibaldi; a Firenze, Montanelli e Guerrazzi si tenevano il broncio; in Piemonte spesseggiavano le crisi ministeriali; Genova insorgeva contro Torino, Napoli inveiva contro Messina. Lo stesso esercito piemontese, — l'unica speranza dell'avvenire — era lacerato dalle fazioni; e una parte dei soldati non volevano battersi, perchè turbati da seduzioni clericali, e il generale Ramorino non si batteva perchè corrotto da seduzioni repubblicane.
È facile immaginare che effetti dovesse cagionare lo spettacolo di quest'anarchia italiana sulla popolazione milanese, ripiombata, dopo quattro mesi di romorosa illusione, sotto un regime reso senza paragone più duro dall'ebbrezza della vittoria e dal ricordo delle vicendevoli offese.
Forse anzi fu questa stessa durezza che la salvò. Fu la terribile realtà delle conseguenze che produce nella vita dei popoli la rettorica sostituita all'esperienza, la petulanza sostituita all'ingegno, che abbreviò meravigliosamente per Milano, e in genere per tutte le provincie ricadute sotto la dominazione straniera, il periodo della convalescenza. Milano si trovò come un ebbro sotto la doccia. Quel bagno gelato dissipò in un minuto i fantastici orgogli e le allucinazioni delle fibre eccitate. La città si trovò nuovamente di fronte alle altere uniformi bianche, allo strascico delle sciabole sui selciati, agli aspri suoni del linguaggio straniero, alle brutali intimazioni di pattuglie e di sentinelle, alla pettoruta insolenza di una bieca e irresponsabile polizia. Comprese che tutto ciò voleva dire la fine di un'egloga e il principio di un dramma. Si guardò intorno e si vide sola. Nessun ajuto possibile dall'interno, nessuna speranza, neanche lontana, da fuori.
Allora Milano rientrò in sè stessa; vide di essere la sentinella avanzata di un esercito impotente a riprendere l'offensiva; sentì la nobiltà della sua missione, la fiera ma gloriosa inesorabilità del suo dovere. Deliberò di restare al suo posto, finchè dietro ad essa l'esercito avesse potuto ricomporsi. Raccolse le sue forze; non contò i nemici, ma li guardò in faccia senza paura; e cominciò quella lotta giornaliera, multiforme, implacabile contro ogni elemento, contro ogni esigenza di dominio straniero; una lotta che il conquistatore leggeva in ogni sguardo e sospettava in ogni parola; una lotta che avvolgeva in una salda solidarietà d'affetti e d'intenti tutti i partiti, tutte le classi, tutti i gruppi della cittadinanza; — quella lotta che, dal 1849 al 1859, fu una pagina illustre della virtù nazionale.
Questa lotta fu combattuta da tutti, in tutti i modi, secondo le forme ed i metodi che a ciascuno, in ciascuna occasione, parvero preferibili. Noi non pretendiamo raccontarla, cercheremo riassumerla nelle sue linee principalissime. Chi la racconterà — assai più tardi — potrà essere giusto con tutte le persone; noi non potremo ora che essere giusti rispetto alle cose. Delle persone diremo con sobrietà quello soltanto di cui siamo sicuri. E non di tutte; giacchè, naturalmente, nè tutte conoscemmo, nè di molte sarebbe ancor bene dir tutto. A quelli che, pur essendo stati in prima linea, fossero o si credessero dimenticati, mandiamo fin d'ora schiettissime le nostre scuse. Si vendichino, dicendo che questo nostro non è neanche un riassunto, è semplicemente una sfumatura del poema. Noi non li smentiremo. Saremo paghi se gli uomini imparziali riconosceranno la nostra imparzialità, e se diranno che, avendo pure scritto il vero, abbiamo scritto soltanto il vero a noi noto.
Caduta, con Venezia, l'ultima fioca speranza di ripresa politica, l'opinione pubblica milanese subì un periodo sussultorio, quello che segue davvicino inevitabilmente le grandi catastrofi. L'onda commossa continua a spumeggiare sul lido lungo tempo dopo che la tempesta in alto mare è cessata. Però il periodo fu breve; e il partito nazionale si adagiò virilmente nella considerazione dell'avvenire, frazionandosi, secondo l'indole delle cose e la fisonomia morale degli individui, in tre compagini principali, che si proposero di camminare, con proprj metodi, verso l'intento comune dell'indipendenza.
Queste compagini ebbero subito e necessariamente capi locali, mezzi locali, direzioni indipendenti e locali. Le autorità intellettuali che avevano creato il movimento, le influenze statevi fino allora prevalenti erano tutte sparite. Gli uomini di maggiore notorietà del precedente periodo avevano dovuto subire le conseguenze della sconfitta. Il Cattaneo s'era ritratto a Lugano, inutilmente e ingiustamente sdegnoso; il Correnti cercava di rifar programmi a Torino, accarezzato pel fervido ingegno e per l'inquieto ideale; Casati, Borromeo, Arese, Mauri, Burini, Torelli, Guerrieri-Gonzaga, Giorgio Pallavicino, emigrati volontarj o forzati, reclutavano aderenze e simpatie fra i nuclei politici a cui appartenevano, o a Genova o a Torino o a Parigi. Luciano Manara era morto eroicamente coll'armi in pugno; Cernuschi e Maestri, appartati dal movimento paesano o imbronciati con esso, avevano trovato a Parigi, con diversa fortuna, nuove occupazioni e nuove clientele.
Ned era facile allora — come fu possibile poi — avviare cogli emigrati intelligenze dirette e costanti. Oltrechè, le necessità milanesi esigevano evoluzioni così rapide e così varie, che ogni direzione da fuori sarebbe stata inevitabilmente o tarda o inefficace o disastrosa. Bisognò dunque, sino dai primi giorni, rifare i quadri; e trarre da nuovi elementi, presenti sempre ed attivi, le virtù nuove rese necessarie dalla mutata natura delle difficoltà e dei pericoli.
Per chiarezza e semplicità di programma, se non per numero — allora — di aderenti, primeggiava quel nucleo di giovani patrizj che avevano risolutamente accettata, fin dal primo stadio della rivoluzione, l'iniziativa liberale e la direzione politica della monarchia piemontese. Si dicevano e si lasciavano chiamare albertisti, perchè in Carlo Alberto avevano confidato, come confidavano nel giovane ed energico suo successore. Conservatori per educazione e per interessi sociali, non erano men risoluti di ogni altro a volere, con inflessibile tenacia, l'indipendenza; ma credevano che per raggiungerla non fosse di troppo avere per sè le forze — momentaneamente impacciate — d'un vecchio Stato, d'un esercito regolare, d'una illustre e leale famiglia di principi italiani e costituzionali. L'esperienza delle discordie politiche e delle impotenze amministrative durate nei quattro mesi li avevano disgustati d'ogni soluzione provvisoria. Nè i capi, nè i programmi repubblicani, sorti durante lo stesso periodo, erano lor parsi tali da dover inspirare invincibili simpatie. Sicchè il Piemonte restava l'unico faro che illuminasse di qualche luce il tetro avvenire; ed essi, pur accettando dai loro amici di programma diverso ogni necessità di cospirazione o di lotta contro i governanti stranieri, mettevano la loro fede negli organismi della monarchia liberale; coordinavano la loro azione, il loro impulso, la loro propaganda morale alle situazioni che vedevano create o accettate da quelli fra i loro amici rimasti a Torino, per appoggiare delle loro influenze e rappresentare col loro nome la continuazione di una politica d'indipendenza.
Autorevole in questo nucleo per solidità di studj e di convinzioni era Alessandro Porro, ingegno calmo e colto, avvezzo a meditare prima di risolvere, a non pentirsi dopo avere risolto. Più spigliato d'indole e più mescolato agli aneddoti sociali ed a vivacità battagliere, Carlo D'Adda ajutava questo programma di tutte le intimità che il suo carattere e la sua schiettezza gli avevano ottenuto presso la Corte in Torino, dove Carlo Alberto gli era stato largo di così patriottici e confidenti colloquj. Uomini gravi e giovani intelligenti fra i Taverna, fra i Prinetti, fra i Greppi, fra i Trotti, fra i Litta-Modignani caldeggiavano simili aspirazioni, alle quali non mancava l'adesione, piena di modesto riserbo, dell'uomo più illustre che contasse in Italia il partito unitario, Alessandro Manzoni.
Due giovani però spiccavano sopra gli altri, in questo nucleo politico, pei loro precedenti e per la vasta azione, — il conte Cesare Giulini e il conte Emilio Dandolo.
Quest'ultimo, giovanissimo ancora e già ricco di fama, apportava al gruppo albertista tutto il profumo della squisitissima indole sua, tutto il prestigio della leggenda, che cominciava già a formarsi intorno alle vittime e ai difensori di Roma. Fratello, più che amico, di Manara e di Morosini, morti entrambi, si può dire, nelle sue braccia, Emilio Dandolo aveva potuto fare, a vent'anni, un'esperienza degli uomini che pochi sanno acquistare a quaranta, un'esperienza del dolore, che non lasciava più in lui nulla di frivolo o di spensierato. Era stato sulla breccia, coll'armi in pugno, finchè in Italia era rimasto un palmo di terra da difendere contro stranieri. Cessata la lotta, ridiventava uomo di pensiero ed aveva scritto un opuscolo: “I volontarj ed i bersaglieri lombardi„ nel quale affrontava con molto coraggio civile alcuni fra i pregiudizj che avevano allora più corso fra l'inesperta gioventù liberale. Il volontario, fido soldato di Garibaldi e di Medici, non temeva di affermare che solamente da eserciti regolari doveva l'Italia attendere la sua liberazione; il valoroso difensore della Repubblica romana sosteneva vigorosamente il programma dell'Italia monarchica, sotto la guida della dinastia di Savoja. Più tardi, un'altra idea savia e feconda avrebbe sostenuto, in apparente contrasto coll'azione sua giovanile, — l'alleanza con quella Francia, i cui soldati avevano rotta, colle loro palle, la vita dei più cari amici che avesse al mondo, suo fratello Enrico, il Morosini, il Manara.
Ma non era da lui che potesse uscire il grido di un egoismo, o di una passione, pure larvata da patriottiche ipocrisie. Entusiasta, come lo s'è a vent'anni, sapeva però discernere un affetto individuale dal grande interesse della patria. Sapeva che nelle grosse questioni di politica internazionale, non sempre possono i governi — regni o repubbliche — lasciarsi guidare dai soli impulsi simpatici. Vedeva chiaro che gl'interessi della Francia avrebbero, tosto o tardi, combaciato coi nostri, e faceva volontieri il sacrificio delle sue rimembranze ai nuovi bisogni e alle nuove amicizie del suo paese.
Stringersi oggi a chi si ha combattuto jeri, o viceversa, è la legge storica di tutte le relazioni internazionali, l'andamento normale di quasi tutte le emancipazioni politiche. Guai se, adottando una politica di fanciulli o di furibondi, c'immaginassimo che i nemici trovati un giorno sopra un campo di battaglia vi fossero perchè ci odiavano! Tramuteremmo l'Europa in altrettanti campi trincerati quanti sono i popoli che, in una od altra epoca, si sono affrontati, e prostituiremmo le alte necessità della patria dinanzi alle volgari manifestazioni del rancore o della vendetta.
Uno Stato forte e intelligente prova anzi una certa voluttà virile nell'avvicinarsi ad una potenza contro cui s'è lottato sul campo o nella diplomazia. Le amicizie militari meglio sorrette dalla reciproca stima nascono ordinariamente, dopo la pace, fra gli ufficiali che si sono vigorosamente battuti durante la guerra. E se da un governo o da un principe che ci ha offesi, viene l'istante in cui la patria trae servigio o vantaggio, la grandezza d'animo consiste nel ricordarsi di questo, non nel piatire, come un compratore fedifrago, per scemare il prezzo d'una merce che s'è chiesta e accettata.
Così comprendeva il patriotismo Emilio Dandolo; e così, crediamo, lo avrebbe compreso in ogni futura epoca della sua vita, se non avesse dovuto soccombere, pochi anni dopo, al fiero morbo che già in quell'epoca si leggeva devastatore sull'emaciato e pallido viso.
Per ora, il nobile giovane, in cui l'Italia ha certamente perduto un uomo politico di prima riga, si accontentava d'essere un elemento di coesione e di forza in mezzo a tante cause di sfiducia e di dissoluzione. Simpatico di persona e di nome, gentile di modi, vigoroso di animo, gettato così presto nel vortice delle grandi emozioni, il Dandolo sentiva che il fragile tessuto della sua vita si logorava rapidamente. Questa sicurezza dava ordinariamente al suo viso una tinta di melanconia, ma nel tempo stesso — com'è natura del morbo — gli rendeva più dolce l'indole e più fine l'ingegno. Di tutti gli amici suoi, — di tutte le amiche — era l'idolo, e lo meritava. Nessuna cosa, può dirsi, facevasi intorno a lui, senza il consiglio suo. Ed egli della sua influenza non usava che per cose alte e fiere. Era di quegli uomini destinati a servire, persin morendo, la patria che amano.
Lo precedeva d'una decina d'anni il conte Cesare Giulini Della Porta, che alle stesse doti di animo e di cuore univa una vasta cultura appena dissimulata sotto la semplicità del discorso, una portentosa memoria, punto vulnerata dalle eccentriche distrazioni in lui proverbiali. Gentiluomo d'antico stampo e di largo censo, usava d'ogni forza sua, economica, intellettuale o sociale, per intenti di patria e di progresso. Nessuna iniziativa di studj[81], di beneficenza, di vigore politico, trovava chiusa la sua borsa o freddo il suo cuore. Le numerose relazioni personali ch'egli manteneva e accresceva con una instancabile corrispondenza, l'autorità che gli veniva dall'essere stato nel Governo Provvisorio di Lombardia, la considerazione di cui godeva in tutta l'aristocrazia lombarda e il molto bene che gli volevano le classi popolari da lui beneficate[82], lo rendevano anche rimpetto al Governo austriaco un uomo importante; ed egli ne approfittò per osare quello che altri forse non avrebbe potuto, ma che, scoperto, avrebbe tolto a lui come ad altri la libertà e probabilmente la vita.
In tutto il periodo che precedette i movimenti militari del 1859, fu il conte Giulini il centro e l'anima di quel vasto movimento di volontarj che s'avviavano ogni giorno al di là del Ticino, per accrescere combattenti all'esercito piemontese e sottrarne alle coscrizioni nemiche. Giovato dalle molte sue conoscenze e dall'affetto che avevano per lui gli affittuarj e i coloni delle sue varie tenute, il Giulini aggiungeva a questo lavoro quello di raccogliere tutti i dati relativi ai concentramenti ed alle dislocazioni delle truppe austriache; dati quasi sempre esattissimi e che, trasmessi giornalmente al quartier generale dell'esercito franco-sardo, gli furono parecchie volte d'inapprezzabile aiuto. Sprofondato in questa doppia bisogna egualmente pericolosa, ma il cui vantaggio pratico per la causa nazionale era egualmente chiaro, Cesare Giulini stette fino agli ultimi giorni in Milano, malgrado che la polizia militare avesse occhi attenti sopra di lui. Lo si vedeva nei soliti ritrovi serali, lo si incontrava per le solite vie coll'abito negletto, il passo obliquo e il sorriso distratto; ma la mente era pensosa, il cuore saldo, e tutte le sue nobili facoltà si concentravano operose in quello che per allora gli pareva il dover suo e il modo più immediato di giovare alla patria[83].
Il programma albertista non era però nei primi anni diviso da un altro nucleo di giovani intelligenti e coltissimi, che al Giulini, al Dandolo, al D'Adda erano congiunti dai più stretti vincoli di stima e di amicizia personale.
Erano gli antichi avventori del caffè della Peppina, a cui s'era aggiunta la schiera, anche più giovane, degli scrittori e dei pubblicisti maturati alla breve esperienza liberale dei quattro mesi. Caduta Milano, avevano girovagato qua e là per l'Italia, scrivendo, cospirando, stringendo relazioni letterarie e politiche, a Firenze, a Roma, a Torino. Rientrando, dopo le catastrofi italiane, sotto il domestico focolare, sentirono il bisogno di raccostarsi, di riprendere il filo delle antiche intimità, di coordinare, se era possibile, la loro singola azione allo svolgimento di un programma comune.
Quest'ultima ipotesi sembrava e si dimostrò infatti difficile. Le impressioni individuali non erano identiche e condussero presto alla formazione di due correnti patriottiche, concordi nello scopo, divise nel metodo.
Una prima schiera accettò presto l'indirizzo che proponeva, con pensato vigore, un uomo rimasto fino allora piuttosto soldato che capitano, Carlo Tenca.
Ingegno più solido che vasto, più preciso che immaginoso, di convinzioni austere, di alta coscienza e d'irremovibile tenacità, il Tenca univa a tutte le fiere qualità della sua origine popolana l'amore a tutte quelle eleganze d'intelletto, di studj e di istinti, che sogliono ordinariamente essere la base educativa delle classi superiori. Preparato alla politica, come tutta la gioventù d'allora, dai libri del Foscolo e del Mazzini, durante i quattro mesi della nostra effimera liberazione aveva scritto per qualche tempo nel giornale ufficiale del Governo Provvisorio, da cui s'era allontanato in seguito per desiderio di azione politica più indipendente. Non era stato partigiano dell'atto di fusione colla monarchia piemontese, e si mostrò severo censore di parecchie delle disposizioni che, a quello scopo, s'erano prese o si travedevano.
Quando giunse l'epoca dei rovesci, e si trattò di sostituire al Governo Provvisorio un Comitato di Difesa, che assumesse una specie di potere dittatorio, il Tenca si oppose apertamente alla prima combinazione, che si basava sui nomi del colonnello Varesi, del conte Francesco Arese e di Cesare Correnti. Gli pareva una combinazione d carattere troppo fusionista, e fu principalmente per le insistenze sue che si procedette ad un'altra combinazione, in cui entrarono il generale Fanti, il dottor Maestri e l'avvocato Restelli, rimanendo il Correnti segretario del Comitato. Dopo l'infausta giornata del 5 agosto[84], il Tenca, con altri amici suoi milanesi, s'era condotto a Firenze, dove, seguendo sempre il concetto della rivincita popolare, collaborò a giornali e ne fondò, aiutando talvolta, contrastando più spesso l'indirizzo governativo, che gli pareva or fiacco or violento, di quei governanti, in ispecie del Guerrazzi e del Montanelli.
Nel complesso, lo spettacolo di quei saturnali politici aveva fatto grande impressione sul retto ed austero animo suo. Tornava a Milano, dubitoso della efficacia d'ogni programma di azione immediata, sconfortato delle prove fatte, dolorosamente persuaso che, se poco felice era stata l'iniziativa del principato liberale, anche peggiore era stata quella delle torbide democrazie. Sicchè patrocinava un programma di ricostruzione intellettuale e morale, da lui posto come base unica e logica d'ogni futura azione. Disposto a spingere, come gli altri e più degli altri[85], il contegno di intransigenza contro ogni elemento e contro ogni istituzione d'indole straniera, non credeva però ad efficacia di congiure e non intendeva mescolarvisi. Voleva che si lasciasse per allora deporre alla rivoluzione il suo limo, e che si preparasse, con civile rinnovamento di studj filosofici, giuridici, politici, economici, la generazione atta a governare più tardi con maggiore competenza e maggiore esperienza l'ulteriore movimento che i tempi avrebbero consigliato.
All'opinione sua aderirono presto parecchi fra quelli che a somiglianti discussioni prendevano parte; e si deliberò la fondazione di un giornale che a siffatte idee desse tono e avviamento. Così nacque il Crepuscolo, che fu per nove anni l'efficace stromento di una vera educazione pubblica, e di cui scrisse recentemente la storia uno dei più autorevoli fra i suoi fondatori e scrittori[86].
Ma questo programma, di cui nessuno disconosceva la serietà e l'utilità, sembrò non bastare ad un'altra schiera di giovani, o più dominati da un prepotente bisogno di combattività, o meno disillusi dei primi sull'antico meccanismo delle cospirazioni politiche. E questi, raccogliendo intorno a sè gli antichi compagni e rannodando le antiche fila, deliberarono di continuare, per loro conto e con loro pericolo, quei metodi di propaganda rivoluzionaria che già erano parsi buoni molti anni prima, e da cui speravano poter trarre ancora utili occasioni di fortunate audacie.
Così venivano designandosi i tre partiti fra cui si sarebbero suddivisi, secondo le varie attitudini, tutti gli elementi politici della città. Partiti, diversi dagli attuali in ciò, che mentre questi si combattono con accanimento, quelli non solo si rispettavano, ma si aiutavano a vicenda; perchè certi che, qualunque programma trionfasse, qualunque metodo prevalesse, erano programmi e metodi di uomini onesti, devoti all'indipendenza, più che ad ogni altra fisima di organismi speciali.
I primi avevano il loro programma deciso, l'unione alla monarchia liberale; i secondi aspettavano che la monarchia facesse migliori prove, preparando intanto vigorosi elementi intellettuali e morali a una futura amministrazione politica; gli altri mantenevano la loro fede all'ipotesi repubblicana, collegandosi ai primi ed ai secondi ogniqualvolta il concetto dirigente della resistenza alla dominazione straniera rendesse necessario accrescere e accomunare le forze.
Principalissimo in quest'ultima schiera, per vigore d'animo e studio indefesso di ordini militari, era Carlo De-Cristoforis, un altro audace di antica tempra, che la prima campagna garibaldina lasciò cadavere, e che avrebbe forse emulato, nelle successive, i Sirtori, i Medici, i Bixio. Gli era eguale per influenza e per attività quell'Attilio De-Luigi che abbiamo già visto centro di preparazioni politiche e militari, prima delle Cinque Giornate. E, senza notare i moltissimi, ricordiamo fra i molti di questo nucleo il Pezzotti, il Majocchi, il Gerli, i Lazzati, il Guttierez, il Piolti de' Bianchi, e un giovane pavese allora in molta intrinsichezza coi nostri, Benedetto Cairoli.
Teneva una situazione quasi intermedia fra questi e il gruppo capitanato dal Tenca, un altro giovane, di cui cominciava a farsi autorevole il giudizio e simpatica l'influenza presso tutti gli elementi patriottici di Milano, — Emilio Visconti-Venosta.
Nessuno infatti avrebbe potuto in quell'epoca, meglio di lui, rappresentare quell'insieme di movenze che era necessario a tener vivo e continuo il nesso fra le compagini politiche milanesi. Accetto al patriziato liberale per le aderenze famigliari e personali e per una certa eleganza di educazione che ne lasciava intatta la solidità; amicissimo al Tenca e a' suoi collaboratori, fra i quali pigliava un posto notevole pei suoi articoli magistrali di critica e di dottrina politica; era nel tempo stesso in intime relazioni cogli uomini del programma avanzato, delle cui speranze e delle cui illusioni era stato fino allora e continuava, fino ad un certo punto, ad essere partecipe.
Il Visconti-Venosta usciva infatti politicamente egli pure da quell'ardente atmosfera dell'apostolato mazziniano, in cui s'era tuffata, come in un bagno di vapori patriottici, tutta la generazione del tempo suo. Anch'egli chiamava Mazzini il maestro e Mazzini gli rispondeva non sappiamo se figlio o fratello. Aveva scritto, durante i quattro mesi, sull'Italia del Popolo, articoli ridondanti di quella fraseologia mistica ed armoniosa che la scuola mazziniana traeva, esagerandola forse, dal suo fondatore. E quando, negli ultimi giorni, cessata la ragione dello scrivere, pareva ritornasse l'opportunità del combattere, il discepolo seguì religiosamente il maestro in quella colonna di volontarj a cui l'armistizio Salasco tolse presto ogni occasione possibile di sacrificio.
Gli avvenimenti del 1849 avevano esercitata sul pensoso intelletto suo, come su quello del Tenca, la loro azione o piuttosto la loro reazione. Più giovane del Tenca, egli durò tuttavia, più a lungo in quella cerchia di pensieri da cui aveva prima tratto la sua educazione politica. Nelle discussioni che s'erano agitate intorno al futuro indirizzo del partito nazionale, aveva optato per un programma di cospirazione. E, pur lavorando cogli amici suoi del Crepuscolo a creare un ambiente elevato negli ordini intellettuali, la sua attitudine accennava ad azione più vibrata e a maggiori vincoli colla parte democratica ancor dominata da ideali di popolari riscosse. Così non fu degli ultimi a caldeggiare la ripresa di un'agitazione rivoluzionaria disciplinata da concetti organici; e stancava in quei giorni le vetture cittadine, recandosi con altri amici a raccogliere, di casa in casa, i voti per la costituzione di un Comitato centrale milanese, che riuscì infatti composto di Attilio De-Luigi, di Alberico Gerli, del Pezzetti e di qualche altro.
Le condizioni, per così dire, strategiche della lotta che Milano si preparava di nuovo a sostenere, s'erano mutate notevolmente, — così in meglio come in peggio — dalle epoche antecedenti. Dal 1820 al 1844, i combattenti appartenevano quasi esclusivamente alle classi nobili o molto agiate della città. Dal 1844 al 1847 era scesa in campo, ricca di forze, anche la borghesia. Ma la classe popolare, operaia, era stata fino allora piuttosto spettatrice simpatica che energica cooperatrice alla lotta. Solamente negli ultimi mesi innanzi al 18 marzo, l'entusiasmo bellicoso l'aveva guadagnata; ma più avevano potuto sovr'essa le mistiche influenze del papato liberale e le giuste collere provocate dalla ferocia dell'8 settembre e del 3 gennaio, anzichè una chiara e viva percezione delle necessità che hanno i popoli di vivere di vita loro, senza vincolo di esterne dominazioni.
Però i cinque giorni di combattimento e i quattro mesi di libertà politica avevano prodotto anche fra le masse popolari un salutare rivolgimento intellettivo. Ora si affacciavano alla resistenza, per impulso proprio e per virtù di opinione, non solamente per vaghezza di novità o per adesione a programmi altrui. Avevano visto riunioni, letto giornali, discusso governi e governanti; cominciavano a capire che della libertà erano partecipi, della schiavitù politica soltanto stromenti o vittime. Sicchè le schiere nostre aumentavano di densità e di tutta quella forza che apportano elementi nuovi e robusti, sopratutto avvezzi, pei casi precedenti e per la fiducia personale vicendevolmente cementata, a subire la disciplina, non a discuterla.
D'altro canto, s'aveva però di fronte un avversario più deciso, più agguerrito, più inesorabile di prima. Tornando a Milano, dopo la guerra, l'Austria non aveva più o non fingeva più di avere illusioni di sorta. Sapeva di rientrare in una città nemica e di dover restarvi colla miccia accesa e i cavalli sellati. Ogni ipocrisia di linguaggio o di nomi era sparita. Gli Schwartzemberg, i Strasoldo, i Montecuccoli, i Burger si alternavano, con intonazioni di maggiore o minor durezza, al potere civile; ma il carattere intrinseco del governo era e restava una dittatura militare, temperata soltanto dai varj e mutabili interessi politici della dinastia imperiale. Sicchè gli stessi metodi della lotta dovettero essere profondamente modificati. Bisognava evitare assembramenti, che sarebbero subito diventati facile scopo a cariche di cavalleria. Le dimostrazioni cessarono, perchè non v'era più bisogno di affermare la disciplina e v'era bisogno di risparmiar vite e sangue. Ma cessarono nelle vie, per durare in permanenza nei ritrovi e nelle sale private; rinunciarono ad essere collettive, per diventare più tenacemente e più audacemente individuali.
Intorno agli elementi austriaci si fece il vuoto. Gli ufficiali militari, gli alti impiegati del Governo civile e politico trovarono chiuse le porte dei ritrovi famigliari e delle associazioni cittadine. Nei teatri, pochissimi palchi d'affitto erano aperti all'ufficialità, nessuno di proprietà privata. Si stipavano nelle sedie chiuse, al di là della sbarra; e dava già per sè indizio della situazione morale, quel vedere ogni sera, da un lato tutte uniformi, dall'altro tutti abiti neri. Se ad un ballo, ad una cerimonia si prevedeva l'impossibilità di escludere, per qualunque ragione, un ufficiale austriaco, il ballo non si dava, la cerimonia si sospendeva. Ai balli che davano le alte autorità politiche o militari, non intervenivano che impiegati o mogli d'impiegati, costrette dalla pressione ufficiale. Se qualche signora della società milanese osò talvolta od ebbe la debolezza di accettare alcuno di questi inviti, leggeva subito la riprovazione sul viso dei conoscenti e degli amici. Il vuoto si allargava anche intorno a queste belle colpevoli di peccati veniali. La necessità della resistenza politica rendeva inesorabili; si sacrificava al programma anche la cortesia, anche l'educazione, anche l'amore.
I giovani poi s'erano fatta una legge di non tollerare, in faccia agli elementi militari, neanche l'apparenza di una provocazione. Per un gesto, per una parola, per uno sguardo rivolto ad una dama, si flagellava l'ufficiale austriaco d'una fiera parola, d'una osservazione umiliante che conduceva al duello. Luigi Della Porta iniziò questa nuova forma di guerra, e ne restò sventuratamente la vittima. Il Camperio, il Fadini, il Viola, il Battaglia, il Carcano, altri ancora si misurarono sul terreno, con varia vicenda, non transigendo mai, non accettando scuse, affermando altamente lo scopo e il carattere di queste contese. Era veramente una guerra; ma non potendosi combattere, alla moderna, coi grossi battaglioni, si combatteva, all'antica, colle zuffe individuali, come i capitani d'Omero. Nè, a completare la tradizione epica, mancava a quei combattenti l'aiuto delle Dee. Minerva e Venere non scendevano sulla terra, ma v'erano già. Preludendo ad un concetto che il generale Garibaldi svolse più tardi ne' suoi proclami, il sorriso delle donne era serbato ai forti. L'implacabilità politica non era meno consueta alle signore che agli uomini; forse, per l'indole loro, più provocatrice. Certo, ebbero larga ed onorevole parte in tutta questa disciplina di affetti e di rigori patriottici. E fra le gentildonne che tenevano in quell'epoca riunioni più numerose e più ricercate, non si possono dimenticare, per la gentile e fiera influenza, Marianna Trivulzio, Mariquita d'Adda, Carolina Crivelli, Ermellina Dandolo, Carmelita Manara. Sopra tutti va ricordato il salotto letterario e politico di Clara Maffei; dove tutti gli elementi nazionali od esteri di qualche valore trovavano libertà d'accesso e intimità di ritrovi; e dove la padrona di casa, vincendo per necessità politica l'indole sua, accettava dai suoi amici quella disciplina d'intransigenza contro cui protestava la sua costante ed inesauribile amabilità.
Indispettiti da questa giornaliera implacabilità di contegno, da questo muro di bronzo che vedevano elevato fra essi ed ogni agevolezza di vita sociale, gli ufficiali reagivano, accentuavano la loro qualità di conquistatori e padroni, — aiutavano per ciò solo i desiderj degli avversarj e il programma della resistenza. Talvolta, acciecati dall'impotenza, diventavano brutali, perdevano il sentimento dei loro doveri di uomini e di gentiluomini.
In uno dei giorni onomastici dell'imperatore d'Austria, avendo una baldracca, molto intima cogli elementi soldateschi, Annetta Olivari, esposto un tappeto giallo e nero sul suo balcone, posto quasi dirimpetto alla Piazza del Duomo, lungo l'antica via dei Borsinari, un assembramento minaccioso di popolani e popolane tentò invadere quella casa e strappare quella bandiera. Si fecero degli arresti, e il giorno dopo ufficiali austriaci non sentirono l'onta di assistere nel cortile del Castello ai colpi di bastone che furono applicati sulle ignude reni di due o tre fanciulle artigiane.
Questi esempj e questi spettacoli esacerbavano naturalmente l'animo dei popolani, fra i quali trovò presto cooperatori audaci e sicuri la frazione politica che mirava a congiure e a sommovimenti.
Com'è abitudine e necessità di questi programmi, l'unità dirigente veniva meno. Gli organismi rivoluzionarj si moltiplicavano secondo i gruppi d'amici personali, secondo le diverse solidarietà sociali da cui partivano. Assumevano nomi speciali[87], avevano capi molteplici, che ordinariamente non erano conosciuti dai settarj minori. I loro scopi, i loro mezzi d'azione erano esclusivamente locali; abbozzavano progetti, li mutavano, li abbandonavano, secondo le diverse esigenze dei singoli avvenimenti milanesi. Solamente il Comitato Centrale, che abbiamo visto presieduto da Attilio De-Luigi, s'era posto in diretta comunicazione con Mazzini e con quel centro rivoluzionario europeo che allora dirigeva da Londra una vasta agitazione, a cui, col Mazzini, partecipavano il Kossuth, il Ruge, il Sirtori, Ledru-Rollin.
A poco a poco questo organismo di cospirazione era riuscito a darsi una specie di ordinamento stabile, mediante sub-centri o Comitati, che in ogni capoluogo di provincia agivano secondo le istruzioni del Comitato Europeo. Il Mazzini osò allora quello che nessun cospiratore aveva osato prima di lui, e che nessuno probabilmente oserà più, — aprire un prestito rivoluzionario di dieci milioni, con apposite cartelle, che si collocavano presso i privati di fede sicura o creduta sicura, dagli agenti dei Comitati, incaricati poi di spedire a Londra i fondi raccolti. Non sappiamo quanti di questi milioni siano giunti nelle casse del Comitato Europeo; certo se ne devono essere perduti alcuni per via. Ad ogni modo, il movimento di persone e di lettere, che un'impresa di questa natura determinava, non potè lungamente tenersi celato alle indagini di polizia.
Un tristo, il dottor Vandoni, protomedico addetto al Governo, denunciò un impiegato suo, il dottor Ciceri, quale possessore di cartelle del prestito Mazzini. Il denunciato non isfuggì al processo ed al carcere. Ma non isfuggì il denunciatore alla vendetta settaria. In pieno giorno, nella via del Durino, sotto gli occhi della famiglia, che dal balcone aspettava il suo arrivo, Vandoni fa pugnalato e il sicario sparì. L'indegnazione contro l'ucciso temperò quella contro l'uccisore; perocchè è triste privilegio delle situazioni consimili di abbuiare, nell'opinione pubblica, la limpidezza dei criterj morali. Però da quel giorno, la tensione politica divenne ancora più aspra e vibrata. L'autorità piegò maggiormente a tirannia, la cospirazione si sprofondò ne' suoi metodi, il terrore dominò da una parte e dall'altra le relazioni sociali.
Frattanto accadeva in Francia, il 2 dicembre 1851, il colpo di Stato napoleonico; un'altra pagina storica che non si può giudicare nè a tuono di frase nè a lampi di passione; ma che, indipendentemente da ogni genesi e da ogni effetto francese, ebbe sulle cose d'Italia e specialmente sull'attitudine dei Milanesi, un'influenza immediata e profonda.
Il partito d'azione, che fino allora aveva sperato nella Repubblica Francese, piuttosto per istinto che per ragionamento, sentì prepararsi in Europa una situazione politica nuova, contro cui l'azione del Mazzini e le sue iniziative sarebbero state impotenti. Quelli fra i cospiratori — ed erano di gran lunga i più — ai quali la Repubblica era parsa non altro che un metodo per raggiungere l'indipendenza, cominciarono a raccogliere più severamente i loro pensieri, a guardare con risorta fiducia verso il Piemonte, nelle cui sfere governative era apparso intanto un astro nuovo, pieno di vita, d'incognite e di speranze, — il conte Camillo di Cavour. Il gruppo dei patrioti monarchici crebbe d'influenza e di riputazione; molto più essendosi saputo che al conte Arese, amicissimo suo, il nuovo Presidente di Francia aveva detto, poche settimane dopo la rivoluzione da lui operata: “laissez-moi donner un peu d'ordre à la France, et puis je penserai à l'Italie.„
Frutto di questa doppia modificazione fu la risoluzione presa dal Comitato Centrale di temperare per qualche tempo la propria azione e di invitare i Comitati provinciali a frenare essi pure l'ardore di eccitamenti, sui quali la polizia stava già dappertutto in agguato. Fra i Comitati provinciali lombardi, il più attivo ed ardito pareva quello di Mantova, presieduto da un prete pio e deciso, Enrico Tazzoli, e di cui teneva le fila e le carte Luigi Castellazzo. A Mantova dunque si credè appunto necessario spedire un messaggiero di speciale fiducia, per esprimere interi i concetti del Comitato, e fu scelto a tal uopo il dottor Antonio Lazzati. Questi andò, parlò coi membri del Comitato mantovano, assistette ad una riunione anche più numerosa in cui le esigenze della situazione furono ventilate e discusse; ritornò a Milano, fiducioso che la sua gita dovesse servire a rendere più cauta e più segreta l'azione dei patrioti.
Invece, poco tempo dopo il suo ritorno, eccoti spesseggiare le indagini e i sospetti della polizia. Il primo che si arresta è Pezzotti, uno dei membri del Comitato Centrale. Quell'arresto mette in guardia tutti, ed ognuno dei compromessi provvede a precauzioni speciali. Ma pochi giorni dopo[88], il carceriere, entrando nella cella, vede il suo prigioniero appiccato per un fazzoletto all'inferriata del carcere. L'infelice giovane, presago di torture morali più che materiali, temeva che una reticenza, che una frase imprudente conducesse gli acuti interrogatori sulle traccie della cospirazione. Aveva promesso agli amici che, arrestato, si sarebbe ucciso; — mantenne la parola. Tali erano e tali si accettavano in quell'epoca le conseguenze delle audacie politiche, divenute talvolta in seguito così impunemente verbose![89]
Pareva che la morte di quell'eroico taciturno avesse dovuto interrompere le indagini, sviare gli andamenti dell'autorità. Ma pochi mesi dopo cominciano arresti, a Mantova, a Verona, a Brescia. I Comitati Provinciali forniscono il maggior contingente alle persecuzioni; qualche viltà le accresce; la polizia vede e colpisce giusto; in poco tempo più di duecento patrioti popolano le prigioni lombardo-venete e si apre il cupo ed omicida processo di Mantova.
Alle vittime di questo processo, che non è cómpito nostro riassumere, Milano diede il contingente minore. Il Cairoli, il De-Luigi, il Gerli poterono sottrarsi a tempo e distruggere ogni traccia rivelatrice della loro azione; Lazzati osò rimanere e fu arrestato con altri dei suoi fratelli. Prigioniero, non ismentì la sua fama di robustezza fisica e morale. Fu di quel glorioso manipolo che col Pinzi, col Cavalletto, col Pastro, col Mori, con alcuni altri, attinse all'implacabile negativa la virtù di non dare nè una traccia nè un nome all'insidiosa ricerca dell'auditore militare. Condannato, perchè il segretario del Comitato di Mantova, Castellazzo, affermò in suo confronto di ravvisare in lui il messaggiero del Comitato milanese, sfuggì al patibolo, resistendo sempre al laccio in cui caddero il Montanari, il Tazzoli ed altri, — di dir qualcosa per guadagnarsi la grazia. Ad un uomo contro cui non s'era potuto provar nulla di grave, la sentenza finale attribuì quindici anni di ferri. Stette chiuso a Josephstadt fino all'amnistia imperiale del 1857. Ne uscì col Finzi e cogli altri amici, a tempo per essere di nuovo utili alla patria, per vederla libera, e per amarla sempre, — se anche non sempre giusta.
È facile pensare che il tragico risultato di queste agitazioni[90] contribuì ad allargare quella evoluzione che già vedemmo disegnarsi nel pensiero politico milanese. Il consolidamento del nuovo ordine di cose in Francia, mediante il plebiscito che creava l'Impero del 10 dicembre 1852, tolse interamente ad ogni spirito assennato l'illusione che a moti repubblicani potesse sorridere eventualità d'appoggio europeo. Le fila della cospirazione lombardo-veneta erano interamente sgominate; fuggiaschi o prigionieri o impiccati i suoi capi. D'altro canto la politica del Piemonte cominciava a dimostrare una saldezza ed una saviezza che s'ammiravano in Europa; e il movimento parlamentare avvenuto in quel torno di tempo, con notevole spostamento dei vecchi partiti politici piemontesi, annunciava già nel conte di Cavour il capo intelligente e risoluto di un vero partito nazionale italiano.
L'opinione pubblica milanese non tardò a divinare la nuova via di salute apertasi innanzi al paese. L'iniziativa rivoluzionaria autonoma perdette seguaci; ne acquistò il programma moderato, che già abbandonava il suo nome di albertista e preludeva a chiamarsi cavouriano. Emilio Dandolo rese più frequenti le sue gite a Torino; il Tenca accentuò nel Crepuscolo questo indirizzo degli spiriti, mediante la corrispondenza politica dal Piemonte e i forti studj di economia rinnovatrice che vi andò pubblicando Antonio Allievi. Soltanto il Mazzini, infervorato nei metodi suoi, architettando da Londra o da Lugano un'Italia artificiale su cui studiava diagnosi e rimedj punto consoni alla verità delle cose, — soltanto il Mazzini, diciamo, non aderì a nessuna modificazione di condotta politica. Ricompose alla meglio i suoi comitati e le sue centurie, sostituendo ai vecchi e noti vessilliferi dell'idea repubblicana nuovi luogotenenti, devoti ai cenni suoi, ma privi di larghe influenze fra le varie notabilità cittadine. L'organismo rivoluzionario si restrinse e si sprofondò, invece di salire e di allargarsi. La setta, impostasi al partito politico, reclutò nella classe operaja adepti di forte indole e di forti passioni, come quell'eroico Sciesa, a cui Milano ha consacrata una lapide, più giusta di molte altre[91].
Ricominciarono i viaggi di emissarj segreti, le segrete distribuzioni di stili e di denari. Il Mazzini, che ad ogni primavera vedeva l'Europa pronta a mettersi in fiamme, immaginò che Milano, nel 1853, doveva essere il punto da cui l'incendio partisse. E così venimmo alla fatale giornata del 6 febbrajo.
Ma l'instancabile cospiratore non pensò mai, fra tanta mole di pensieri, ad un assioma confermato dagli insegnamenti della storia e dall'esperienza della sua vita stessa. Le rivoluzioni che riescono non sono ordinariamente quelle che si preparano. E la prova delle Cinque Giornate non era lontana.
Il moto milanese del 6 febbrajo 1853 non era stato una sorpresa per tutti. Se n'era discussa l'opportunità, la strategia, la data. Al generale Klapka il Mazzini l'aveva annunciato tre giorni prima come una grande rivoluzione. N'ebbe un fiero dolore quando seppe che era riuscito un tragico tafferuglio.
Eppure nessuno dei patrioti di qualche esperienza in Milano aveva creduto che siffatta congiura potesse ottenere effetti maggiori o migliori. A tutti aveva inspirata una grande inquietudine la conoscenza anticipata di così temerario divisamento. E alcuni avevano cercato di sconsigliarla, prevedendone vittime inutili e ribollimento di reazioni militari. Nel fatto, nessuna preparazione dello spirito pubblico a rivolture violente; armi poche o punte: il Piemonte inteso a febbrile riordinamento di partiti, di finanze, di esercito; la Francia nella piena luna di miele d'una reazione politica; l'Austria armata fino ai denti; l'Europa sospettosa d'ogni susurro, per timore di propagande napoleoniche. Ed era in mezzo a queste condizioni generali europee che il Mazzini si preparava tranquillamente a scagliare duecento popolani contro le sentinelle austriache. Fossero stati duemila, era difficile che la sorpresa scompigliasse le autorità militari più di ventiquattr'ore. Il giorno dopo, da Mantova, da Verona, da Piacenza sarebbero venute truppe e cannoni a josa. Eravamo ben lontani dalla situazione specialissima del 1848. L'esercito austriaco in Italia era forte per numero, per disciplina, per esatti armamenti. Nè Vienna era in subbuglio, nè l'Ungheria minacciava, nè Pio IX benediceva l'Italia. Per sognare che contro queste avversità estere una insurrezione improvvisa, e di soli elementi milanesi, potesse riuscire, bisognava davvero che la mente del Mazzini navigasse in un pelago sterminato di illusioni e di fanatismi.
Nè questi nè quelle facevano velo in Milano agli uomini che fino allora avevano diretta la politica di resistenza. Vedevano chiaro che l'impresa progettata avrebbe finito con lutti e supplizj. Il Majocchi, audacissimo di pensiero e d'azione, era assai esitante nel favorirla; gli antichi combattenti delle Cinque Giornate ricusavano di parteciparvi; la sconsigliarono fortemente il dottor Pietro Lazzati, Carlo De-Cristoforis ed Enrico Besana, patriota d'ogni occasione, d'ogni coraggio, d'ogni attività[92]. Piolti de Bianchi, sprofondato più d'ogni altro in quella preparazione, invitò Emilio Visconti-Venosta a dire le ragioni degli opponenti in un ritrovo di cospiratori. Ed egli v'andò; parlò linguaggio di ragione e di patriotismo in mezzo a gente inebbriata di visioni fantastiche[93]. Non fu ascoltato; si ritirò mesto e scorato, colla risoluzione di uscire da sodalizj, dove la discussione non era più considerata che come una ribellione alla volontà di Mazzini. Nondimeno fece un ultimo tentativo per prevenire la tragedia. Con Enrico Besana cercò di raggiungere il Mazzini a Lugano e di persuaderlo a dare il contr'ordine. Partivano infatti; ma la neve, la mancanza di vetture, la sorveglianza della polizia impedirono loro di oltrepassare il confine. Tornarono inquieti a Milano; il giorno dopo scoppiava il moto.
Lo aveva disposto, ne' suoi concetti strategici, un ingegnere Brizzi, emissario mazziniano, delle provincie meridionali. Avrebbe dovuto capitanarlo di persona un Assi, fabbricatore di cappelli, presidente della Fratellanza Repubblicana[94]. Nè l'uno nè l'altro furono visti nell'ora pericolosa. I popolani reclutati si avventarono animosi. Si credevano parecchie migliaja, — furono centocinquanta. Avevano avuto per istruzione di assalire le sentinelle e pugnalarle; ne uccisero dieci, ne ferirono cinquantadue; povere vittime anch'esse della medesima tirannia, che le traeva dai lontani tugurj di Croazia e di Boemia per gettarle contro odj e vendette, di cui nemmeno capivano la ragione.
Fu tutto. Due ore dopo, i Corpi di Guardia erano in pieno assetto di guerra; le pattuglie di cavalleria spazzavano le contrade; settanta popolani furono arrestati; sedici, impiccati due giorni dopo; e fra questi, come sempre, degli innocenti: Alessandro Scannini per tacer d'altri.
Quel sangue, — degli uni e degli altri — destò compassione ed orrore; non parve a nessuno utilmente versato. Ben altra era la lotta che i combattenti delle Cinque Giornate avevano cinque anni prima inaugurata; ben altra quella che sosteneva tutta la cittadinanza milanese, disdegnando apertamente ogni giorno relazioni coi dominatori o affrontando colla spada alla mano ufficiali stranieri, colpevoli personalmente, perchè liberi di continuare o di cessare il loro ajuto all'oppressione di un popolo. A questa lotta di uomini si trattava ora di sostituire una lotta di fiere; una sfida tra il pugnale e la corda. Il sentimento pubblico vi ripugnava; onde l'effetto del 6 febbrajo fu per alcuni giorni piuttosto di depressione che di ritempera.
Ne approfittarono senza indugio i governanti, racimolando firme ad un indirizzo, che fu spedito all'imperatore d'Austria, scampato in quei giorni egli pure a un tentativo d'assassinio politico. Lo firmarono un centinajo di persone o appartenenti all'alto patriziato conservatore o membri di Istituti Pubblici, di Corpi amministrativi tutelati dal Governo o dipendenti gerarchicamente da esso; uomini insomma che non erano stati o avevano cessato di essere nel moto politico attivo, e che credettero contribuire con questo atto, non contrario a' principj morali e religiosi, ad una mitigazione della reazione politica che andava ferocemente invadendo tutto il paese.
La condotta di quei firmatarj fu variamente giudicata; e più tardi i partiti politici, colla implacabilità che loro è consueta, fecero alcuni di quei nomi — non tutti — bersaglio a clamorose invettive. Allora, la situazione terribile del paese e la commozione degli animi fecero considerare con indulgenza quell'indirizzo. Certo, neanche fra quelli che lo firmarono, sarebbe parso possibile il 5 febbrajo. Visto oggi, a più di trentanni dall'epoca, con animo sgombro di passione, se non di affetto, pare piuttosto un atto di coraggio che di viltà. Nessuno di quelli che apposero all'indirizzo il loro nome poteva temere di essere considerato personalmente come partecipe, neanche lontano, neanche involontario, dei truci fatti. Se la reazione avesse inferocito anche più, su altri e non su loro ne sarebbero caduti i colpi.
Fu quella dunque — se anche inefficace od improvvida — una rassegnazione accettata pel beneficio d'altri e non ostentata pel proprio. E, del resto, in quell'ora, a Milano, non esigeva grande fortezza d'animo il tacere o lo star nella folla. Il difficile era d'uscirne.
Le conseguenze dirette ed immediate del tentativo furono proprio le più opposte che si potessero pensare alla speranza ed all'intenzione di chi lo aveva promosso.
Il partito repubblicano ne uscì fiaccato di credito e di autorità. Quella terribile inesperienza, quella spensierata prodigalità di vite umane indarno sacrificate allontanarono dalle sue fila il nucleo più numeroso e più intelligente degli uomini che mettevano lo scopo al disopra del metodo. In una sua celebre lettera ad Emilio Visconti-Venosta, il Mazzini mostrò sentire la necessità di questa ricomposizione politica; e si congedò da una parte de' suoi antichi seguaci, esprimendosi con un tono di mestizia profetica, sotto cui primeggiava quell'orgoglio de' proprj pensieri, che gli procurò più tardi dal generale Garibaldi giudizio così severo[95]. I patrioti milanesi accettarono senza esitazione questo distacco dal Mazzini; non dimenticando i servigi resi dall'uomo e il rispetto che gli si doveva, ma altrettanto convinti che r azione sua si trovava ora in completo disaccordo col pubblico sentimento e non poteva giovar più agli scopi nazionali, ormai avviati a soluzione diversa. Il ravvicinamento fra le tre correnti politiche di cui s'afforzava il programma di resistenza divenne sempre più stretto. Gli antichi albertisti trovarono nell'appoggio di elementi giovani e vigorosi una ragione a mosse più sicure e a maggiori ardimenti. Gli antichi repubblicani, scostatisi dal Mazzini, si confusero colla schiera capitanata dal Tenca, da cui soltanto questioni di opportunità li avevano anche in passato divisi. D'altronde l'imperversare della reazione militare aveva costretto i più noti cospiratori ad allontanarsi da Milano; il De-Cristoforis n'era uscito, travestito da cocchiere d'un patrizio beneviso al Governo, il Majocchi, sotto il vano d'una cassa in un carro pieno di calce. I popolani, avvezzi all'impulsione delle società segrete, accettarono quella che loro veniva da uomini noti e rispettati in paese, dei quali conoscevano o la vita integra o l'indole generosa.
Senza essere ancora precisamente legati ad un vero programma comune d'indole politica, tutti questi elementi cooperarono però d'allora in poi con vicendevole stima e vicendevole responsabilità. Si rifaceva, sotto la pressione delle necessità nazionali, una situazione cittadina moralmente identica a quella che aveva precorso le Cinque Giornate; la stessa fiducia nelle influenze patriottiche moderate; lo stesso vigore di manifestazioni individuali; il disdegno egualmente calmo di tutte le affettazioni di forza che il Governo moltiplicava. Solamente v'era un'esperienza più seria delle cose pubbliche, — quella che il dolore aveva maturata. Si comprendevano e si apprezzavano, meglio che nel 48, le relazioni fra gli Stati, le complesse necessità della politica e della diplomazia. Il patriottismo era rimasto, la rettorica era sparita. Non si metteva più la speranza della liberazione nei Polacchi, nei Magiari, negli Slavi, nei Rumeni; la si sentiva nell'attitudine operosa e virile della monarchia liberale italiana, nella vivace fierezza del suo grande ministro, nell'insieme — pure sconnesso e oscillante — della politica napoleonica, di cui la popolazione milanese, con quell'istinto che viene dalla cotidiana e indagatrice osservazione dei sofferenti, presagiva già inevitabile l'ultimo postulato, — la guerra all'Austria. Gli studj accennavano ad una rinata robustezza di fibra intellettuale e si volgevano ad argomenti di pratica attualità. Il Crepuscolo dava all'eletto manipolo de' suoi scrittori un vastissimo campo di affermare criterj nuovi nel progresso letterario e scientifico; un giovane di alto avvenire, Stefano Jacini, pubblicava un libro pensato e fortunato sulle condizioni agricole ed economiche del paese; alla Cassa d'Incoraggiamento d'Arti e Mestieri, dov'erano ancor fresche le feconde iniziative del Kramer e del Mylius, s'abbozzava un programma di laboriosità e di rinnovamento industriale, sotto l'impulso di Lorenzo Taverna, di Ignazio Vigoni, di Antonio Allievi, di Guido Susani.
Così si veniva preparando un'opinione pubblica illuminata, progressiva, atta a sostenere o a combattere programmi di governo. L'intransigenza politica, restando fiera, diventava effetto di logica più che di passione. Cominciò allora la prevalenza di quel complesso di metodi e di pensieri, che fa più tardi battezzato come politica moderata e che durò in Milano fin verso gli avvenimenti parlamentari del 1876. Certo, il Mazzini, dopo quell'epoca, non ebbe più in Milano l'efficacia da trascinare nè una massa ne un uomo. Il prestigio delle sue dottrine era caduto col mutarsi delle condizioni politiche a cui s'affacciava l'Italia. La sua decadenza politica era incominciata. Conservò ancora qualche influenza nelle provincie, dove la difficoltà di conoscere nelle sue origini e ne' suoi particolari l'impresa del 6 febbrajo prolungò di qualche anno le illusioni repubblicane. Ma il sistema suo di consigliare insurrezioni, sempre e dappertutto, lasciando credere che, dappertutto e sempre, vi fossero solidarietà insurrezionali, unicamente sognate nel credulo e mistico ambiente in cui egli viveva, svezzarono presto anche i più giovani dal metodo inefficace e antiquato della cospirazione mazziniana.
Quando sorsero gli avvenimenti del 1859, si udì con meraviglia che una quarantina d'individui in Italia aveva protestato contro l'alleanza francese e contro l'arrivo dell'esercito che avrebbe combattuto a Magenta e a Solferino. Parve una monomania come un'altra, e ne fu discorso per cinque minuti. Poi cominciò a risplendere l'astro di Garibaldi, e quello del vecchio profeta si ecclissò. A Samuele era successo Davide, che uccideva i giganti a colpi di fionda. Quanto v'era di patriotismo serio e bollente nella gioventù italiana stette con Davide, che conduceva a guerre meravigliose e a smaglianti vittorie. Samuele ebbe il torto di prolungare, oltre ogni misura, un periodo di predicazione che gli avvenimenti avevano sopravanzato. La vecchiaja di Mazzini fu triste. Ed è triste per tutti che un uomo della sua fede non abbia potuto passare gli ultimi anni, tranquillo e rispettato, in quella patria alla cui formazione aveva pur contribuito. Non fu colpa certo de' suoi concittadini; fu sua. E Iddio, in cui egli credeva, gli avrà certamente perdonato l'eccesso d'orgoglio, che è il tarlo della sua fama e fu quello della sua pace.
La reazione militare che susseguì al tumulto del 6 febbrajo fu, come accennammo, violenta.
Proclamato lo stato d'assedio e mantenuto per lungo tempo con tutte le sue rigidezze; sfrattati tutti gli Svizzeri del Canton Ticino perchè sospetti di relazioni rivoluzionarie; colpiti di sequestro i beni dei fuorusciti, anche di quelli a cui il Governo stesso aveva negato il ritorno e l'amnistia; chiuse le porte delle città; proibito il circolare delle vetture; proibito il suono delle campane; impedito a più di tre persone il raccogliersi; tutte le spese militari a carico della città; ronde e pattuglie ad ogni ora, di giorno e di notte; le sentinelle ricoverate entro recinti d'inferriate, quasi affettando di considerare un sicario in ognuno dei cittadini. Vi furono dei sordo-muti freddati dalla carabina delle scolte, per non aver potuto udire nè rispondere al lugubre halt wer da? (chi va là?) che ad ogni tratto risuonava.
La cittadinanza lasciava passare questi furori e non mutava contegno. Anzi la disciplina politica parve degli stessi furori avvantaggiarsi. Le questioni dei ticinesi e dei sequestri, diventando internazionali, provocavano difficoltà diplomatiche, da cui l'Austria non usciva sempre con riputazione. Le note piemontesi crescevano di energia; Vienna e Torino si restituivano a vicenda i loro ambasciatori, preludio di maggiori ostilità. Milano si sentiva fatta il nodo della questione italiana, e sopportava lietamente le proprie sofferenze, perchè convinta che queste affrettavano i tempi nuovi.
Tutto ciò ebbe a mutare di punto in bianco sul principio dell'anno 1857. Allora la Lombardia parve divenuta il beniamino, il cucco della dinastia degli Absburgo. L'imperatore Francesco Giuseppe venne a Milano, preceduto da una completa amnistia pei prigionieri di Stato; mostrò intenzioni piene di benevolenza; regalò milioni, a beneficio di comuni, di terreni inondati, di teatri, per la costruzione del giardino pubblico a Milano, per l'erezione di un monumento a Leonardo da Vinci.
Che cosa era avvenuto? nulla, di carattere milanese. Ma s'era in questo frattempo combattuta e terminata la campagna di Crimea; s'era conchiusa la pace di Parigi; il fiero plenipotenziario austriaco aveva dovuto subire, da pari a pari, i rimproveri del plenipotenziario piemontese; e la voce mesta ed affranta, ma interamente presaga, del vecchio principe di Metternich, aveva esclamato: “il n'y a plus qu'un diplomate en Europe, mais c'est le comte de Cavour.„
L'accoglienza simpatica che l'areopago europeo aveva fatta ai reclami politici del ministro piemontese contro i governi di Napoli e di Roma urtava in pieno petto, malgrado le ipocrisie ufficiali, l'Austria dispotica in Lombardia. A Vienna sentirono che bisognava mutar tono per non precipitare le cose, e fu deciso di sostituire politica di concessioni a politica di compressioni.
Sfortunatamente — o fortunatamente — apparve ai centralisti austriaci più facile proclamare la teoria che mettersi d'accordo sull'entità e sul numero delle concessioni. I ministri che avevano accompagnato l'Imperatore a Milano, discussero lungamente il da farsi. Non mancarono di rivolgersi per consiglio a qualche notabilità cittadina, rimasta fuori dal movimento politico. E il conte Giuseppe Archinto, gran proprietario, fra i pochissimi che bazzicassero a Corte, presentò, in nome d'un gruppo di cittadini, dei quali non si seppe mai precisamente nè il numero nè la qualità, una Memoria sul nuovo ordinamento da darsi alle Provincie lombardo-venete. Questa Memoria, a cui pare abbia largamente cooperato di scritto e di consiglio Cesare Cantù, e che il re Leopoldo del Belgio aveva veduta e appoggiata, proponeva molte di quelle istituzioni autonome che settant'anni prima Pietro Verri aveva chieste all'imperatore Leopoldo, e che nel 1848, Carlo Cattaneo considerava come i capo-saldi del suo programma di riforme nazionali. Vi si dimostravano i vantaggi dello scindere amministrativamente il governo delle provincie italiane dalla centralità dell'Impero; vi si chiedevano corpi consulenti locali, e forza militare locale, e impiegati paesani, e finanza propria, con tributo determinato per le spese generali della monarchia. Si proponeva a capo di questa specie di Stato autonomo e vassallo l'arciduca Massimiliano, fratello dell'Imperatore; giovane di qualità brillanti e simpatiche, occupato in quei giorni a trovarsi una compagna della sua vita, che appunto il conte Archinto andò poco dopo come ambasciatore suo, a chiedere alla Corte di Brusselles, — la principessa Carlotta.
Di tutta questa fantasticheria di riforme, i ministri austriaci accettarono soltanto quella che in fondo lasciava le cose com'erano: la destinazione dell'arciduca Massimiliano a Governatore generale del regno Lombardo-Veneto. Il De Bruck, il Bach, lo Schmerling erano certamente liberali, ma a casa loro. Qui non sapevano spogliarsi della solidarietà cogli elementi militari, i quali persistevano a dire che la Lombardia era paese di conquista e non poteva essere trattata come i territorj nazionali. Al postutto, non avevano torto.
Fu allora che apparve sulla scena politica un gruppo di conservatori, rimasti fino allora interamente estranei alle varie oscillazioni del movimento. E si manifestò con una mossa di cui è bene indagare le origini e le ragioni; perchè valse a creare per qualche tempo una situazione nuova, e minacciò di complicare con incidenti imprevisti il programma, fino allora sterile ma immutato, della politica di resistenza.
Erano appena finite, e non interamente, le pratiche per un nuovo riordinamento delle ferrovie austro-italiche. S'era divisa la rete complessiva in due gruppi, e nel Consiglio direttivo della rete che fu poi detta dell'Alta Italia s'erano voluti introdurre, per garanzia di molti interessi, alcuni dei patrizj lombardi e veneti di maggior nome e noti per indole conservativa. Il duca di Galliera aveva proposto per la Lombardia il cognato suo, duca Lodovico Melzi d'Eril, il conte Giuseppe Archinto e il conte Renato Borromeo. Fu in tale qualità di rappresentanti il Consiglio d'Amministrazione delle Ferrovie che il Melzi e l'Archinto si recarono a ricevere l'Imperatore a Venezia. Nel colloquio che necessariamente dovettero avere, il monarca austriaco, venuto per essere famigliare, chiese a Melzi perchè i Lombardi non fossero contenti del governo che annunciava con larga amnistia le sue intenzioni rinnovatrici. Stretto dalla necessità di rispondere ad una domanda che probabilmente non aveva preveduta, il patrizio milanese affermò che di queste intenzioni i cittadini non potevano saper nulla, perchè tra essi e le autorità politiche s'era innalzata la muraglia della China. Il motto, data la qualità dei tempi e degli interlocutori, potè sembrare audace e come tale fu ripetuto nelle sale dell'alta società viennese.
Ma quando l'arciduca Massimiliano, accettata l'alta sua carica, venne a Milano ad assumere le redini del Governo, si guardò intorno per cercare su quali elementi cittadini avrebbe potuto appoggiarsi. Il colloquio di Venezia indicava naturalmente fra questi il duca Melzi; e il conte Zichy, presidente del Consiglio d'Amministrazione delle Ferrovie, sollecitò vivamente il duca ad accettare presso il nuovo Governatore del Regno un posto indipendente di fiducia, nel quale avrebbe potuto — diceva lo Zichy — essere utile al paese, rimovendo equivoci e facendosi interprete di molti bisogni.
I consiglieri intimi dell'Arciduca erano uomini rispettabili per carattere e per ingegno; il conte di Bombelles, suo amico e confidente, il conte Hadig, ungherese, di opinioni assai liberali, suo primo ajutante di campo, il barone di Kubeck, suo consigliere diplomatico, che fu poi ambasciatore a Roma presso il governo del Re d'Italia. Il conte Andrea Cittadella Vigodarzere aveva accettato d'essere gran maggiordomo dell'arciduchessa Carlotta, e il conte Pietro Bembo collaborava come segretario arciducale ai progetti di materia economica ed amministrativa, in cui era abbastanza versato.
A questo onorevole sodalizio, in cui lo si pregava di entrare, non seppe il Melzi opporre un rifiuto; e vi stette per diciotto mesi, vedendo frequentemente l'Arciduca, che gli confidava i suoi progetti o le sue speranze di riordinamento italiano.
Per verità, il fratello dell'imperatore d'Austria esponeva, circa la sua missione in Italia, concetti larghi, nei quali è dubbio ancora se avesse vera fede o semplice compiacenza. Forse era un po' dell'una e un po' dell'altra, poichè l'animo suo, naturalmente generoso ma disadatto a serie meditazioni, oscillava spesso fra l'utopia e lo scoramento. Rassomigliava in ciò grandemente al suo amico e protettore — pur troppo inefficace pochi anni dopo — l'imperatore Napoleone III.
Politicamente, appoggiava il programma della federazione, presieduta dal Papa; risalendo alle aspirazioni italiane di nove anni prima[96], ma dimenticando che da quell'epoca in poi aveva mutato il Papa, come aveva mutato l'Italia. Avrebbe aumentato dei Ducati transpadani il territorio piemontese; voleva sbarazzarsi, con una pensione, del duca di Modena; far pratiche perchè al regno Lombardo-Veneto si aggiungessero le Legazioni. Pel conte di Cavour diceva nutrire gran simpatia, e ad una signora molto intima di casa Melzi aveva detto, non esser difficile ch'egli potesse ricevere ospite festeggiato a Milano il re Vittorio Emanuele. Tanto sognava!
Amministrativamente poi, — e qui ci pare che la sua buona fede possa essere stata intera, — voleva molta autonomia, una rappresentanza del paese in due rami, con forme di elezione, un grande sviluppo d'istruzione pubblica, la polizia sottratta ad ogni ingerenza militare e data ai Comuni, le truppe austriache limitate alle due grandi fortezze, e nel resto del territorio guarnigioni italiane con ufficiali italiani.
Si capisce come un simile programma abbia potuto esercitare qualche attrazione sul piccolo gruppo di Italiani che gli si erano avvicinati e che potevano forse non avere nessuna precisa nozione delle molte probabilità che già presentava in quell'ora il programma di una intiera indipendenza, sotto monarchia nazionale e con guarentigie parlamentari. Ed è giustizia ricordare che in quei giorni l'imperatore Napoleone, quasi arbitro dell'Europa, ostentava larghissime simpatie per la persona e per la politica di Massimiliano. Sicchè ad uomini tenutisi o tenuti al bujo delle pratiche personali e quasi della cospirazione diplomatica che il Cavour conduceva coll'imperatore francese, poteva sembrare interesse vero di libertà l'accoglimento di quel largo programma riformatore che le circostanze mutavano invece in un pericolo per la formazione della patria.
E pericolosa veramente per qualche tempo sembrò al programma unitario l'attitudine assunta dall'Arciduca in Lombardia. I liberali milanesi dovettero accentuare anche con maggiore asprezza il loro contegno intransigente, involgendovi pur quelli fra i loro concittadini che ai propositi dell'Arciduca sembrassero poco o punto piegare. Il conte di Cavour non si dissimulava le difficoltà che la sua politica avrebbe potuto trovare in una transazione, anche di breve durata, fra la popolazione lombarda e il suo governo. Mandava dire al conte Giulini: “fate piuttosto mettere Milano in istato d'assedio.„ E in un colloquio importante, ch'ebbe luogo in quell'anno tra Emilio Visconti-Venosta ed Emilio Dandolo, questi espose lungamente, per espresso incarico del Cavour, le trattative avviate e le ardite risoluzioni del Piemonte e gli impegni in cui era già entrato l'imperatore Napoleone. In quel colloquio furono gettate le basi di un'intima e definitiva adesione dei liberali lombardi al programma ed alla direzione politica del conte di Cavour; accordo che andò poi sempre crescendo e che non fu inutile nè all'unità della patria nè alla fortuna politica del grande uomo di Stato.
Una dopo l'altra, venivano poi ad avere sonora eco in Milano le notizie delle altre parti d'Italia; la spedizione di Sapri, la questione diplomatica pel Cagliari, la pubblicazione del libro Toscana ed Austria, la dichiarazione del rispettato Manin, che con Garibaldi, con Pallavicino, con La Farina, innalzava la bandiera: Italia e Vittorio Emanuele. Tutto ciò rendeva Milano pensosa e decisa; sentiva essa che finalmente, e non senza merito suo, la questione austro-lombarda s'era tramutata in austro-italica; fiduciosa nella virtù nazionale, aspettava il futuro, noncurante per esso dei dolori e dei sacrificj presenti.