Si seguono ordinariamente due metodi nello studiare la storia. L'uno (ed era il metodo caro sopratutto agli antichi) considera l'uomo come fattore esclusivo dei fenomeni storici, come l'arbitro dei fatti e dei casi. Con questo metodo, la storia diventa in certo modo un dramma od una epopea. Lo svolgimento dei destini storici dipende dalla passione d'un uomo, da un affetto di donna, da un'eccentricità. Si può sostenere, per esempio, con questo metodo, che la Repubblica Romana è perita perchè Cesare aveva dei debiti da pagare; che l'Austria esiste perchè il pugnale di un fanatico, Ravaillac, ha spento trecent'anni fa il più formidabile dei suoi avversarj; che la riforma religiosa è divenuta potente in Europa perchè un Re libertino ha veduto due begli occhi in volto ad Anna Bolena. È un'esagerazione, che spegnerebbe ogni fede nelle ragioni del progresso e della civiltà.
Poi è venuto Bacone, è venuto G. B. Vico, è venuto Herder. La storia ha cessato d'essere un caso ed è diventata una legge; dalle peripezie del dramma è passata all'angolosa rigidezza della filosofia. Quello che accade, è accaduto perchè doveva accadere; lo svolgimento storico segue teorie prestabilite, malgrado e contro ogni risoluzione umana; non è più il libero arbitrio che regge la storia, è la fatalità. Siamo qui in un'altra esagerazione; e bisogna reagire, in nome del vero, contro le inflessibilità sistematiche, così dell'uno come dell'altro metodo. Cinquant'anni di storia non rappresentano che un atomo nello svolgimento dell'umanità; ma rappresentano la fortuna o la sventura di due intere generazioni, ed è possibilissimo che il genio o il vizio d'un uomo diano a questi cinquant'anni un avviamento buono o fatale. La storia non è nè tutta dramma, nè tutta legge; nè tutto metodo, nè tutta fatalità; non devia, per capriccio d'uomini anche potenti, dalla successione logica de' suoi sviluppi; ma non è neanche così rigida ne' suoi contorni da non lasciare gran posto alle virtù o agli errori, alla previdenza od alla spensieratezza degli uomini. Se fosse altrimenti, non varrebbe neanche la pena di studiarla; bisognerebbe incrociare le braccia e invocare il destino, a scusa delle nostre viltà.
Studiare la storia vuol dunque dire: esaminare quanta parte di responsabilità abbiano i casi e quanta gli uomini nello svolgimento o troppo tardo o troppo rapido delle grandi leggi morali; formarsi un giusto criterio delle situazioni storiche comparabili o affini; e cercare alla filosofia e alle scienze sociali il mezzo di coordinare il moto degli uomini a quello degli eventi, il segreto di quelle prudenze e di quelle tolleranze, per cui a questo duplice moto, irresistibilmente fatale, possano essere risparmiati gli urti, cagioni quasi sempre di dolori, talvolta di catastrofi.
Riflessioni di questa natura si presentano spontanee alla mente, quando si volge lo studio all'epoca fortunosa che si chiuse colla rivoluzione del 20 aprile 1814. Giacchè in poche catastrofi storiche si possono vedere e sceverare più chiaramente le forze per così dire eruttive degli avvenimenti; pochi esempj valgono più di questo a mostrare come la passione degli uomini abbia turbato, credendo di aiutarla, l'elaborazione degli effetti.
Eccederebbe troppo le proporzioni ordinarie di questi nostri saggi storici il riassumere, anche nella forma più breve, il processo evolutivo del primo Regno d'Italia. Creazione capricciosa e artificiale, come tutte quelle che uscivano quasi settimanalmente dal genio sfrenato e politicamente infecondo del primo Napoleone; un complesso di casi e di uomini, costretti ad assumere forma plastica e quasi compatta sotto l'influsso di quella potente volontà, aveva dato però a questo organismo politico una fisonomia così forte e così spiccata, da lasciare grandi speranze di una solidità maggiore e più duratura.
Aveva cominciato con quattro milioni d'abitanti e quattordici dipartimenti lombardi ed emiliani; vi si erano aggiunti man mano otto dipartimenti veneti, tre dipartimenti marchigiani, un dipartimento tirolese; aveva ormai raggiunto i sette milioni d'abitanti; era lo Stato più forte d'Italia, dopo il regno di Napoli. Possedeva un'amministrazione oculata e sopratutto energica; s'era fatto, dai ruderi delle legislazioni anteriori, un codice di leggi chiare, efficaci, assai previdenti; contava una plejade d'uomini distinti in ogni ramo di scienza, di arti, di pubblica e pratica attività; aveva un esercito nazionale di 80 mila uomini, condotto da brillanti generali, al cui valore e alla cui disciplina Napoleone, giudice non indulgente di questioni italiane, aveva reso più volte sincero omaggio[10]; vedeva sorgere od ampliarsi, per avvedute iniziative di governo, istituzioni pubbliche di alto e progressivo indirizzo, il Monte Napoleone, le Università di Pavia e di Bologna, le Accademie di Belle Arti, il Conservatorio di musica, il Collegio reale delle fanciulle. I lavori pubblici, così edilizj, come stradali ed idraulici, ebbero allora un impulso, per lo innanzi non ricordato mai; dalla strada del Sempione ai canali navigabili del Mincio e del Po, dalla facciata del Duomo all'arsenale di Venezia, dal parco di Monza alla villa di Stra, tutto il Regno era invaso da una febbre di costruzioni, condotte con larghi criterj e con isplendida munificenza. La politica finanziaria del governo era fiscale, ma non taccagna. Si faceva pagare, ma si spendeva.
A questo bagliore di prosperità materiale faceva duro contrasto la mancanza di libertà politica. L'arbitrio governativo era enorme; la polizia onnipotente; la noncuranza di ogni garanzia legale di ordine politico trasudava, per così dire, da tutti i pori dell'Amministrazione suprema. Un dì era Melchiorre Gioja che si sfrattava dallo Stato per avere scritto un opuscolo timidamente disapprovatore dei ministri in carica; un'altra volta era un giornalista, il Lattanzi, che si chiudeva — orribile a dirsi — in uno spedale di pazzi, per aver osato rivelare un segreto di governo che sarebbe stato pubblico otto giorni dopo[11]; una sentenza politica d'inaudita implacabilità colpiva il comune di Crespino e lo poneva per un anno fuori della legge, a discrezione di un brigadiere di gendarmeria, per aver accolto con applausi, durante la guerra, un drappello di nemici giunto ad impadronirsene.
Che più? il Corpo legislativo, stabilito dal terzo Statuto costituzionale del Regno, avendo voluto discutere un progetto di legge sul Registro, mandato da Parigi, e domandare qualche modificazione alla tariffa, l'imperatore Napoleone prescrisse al Vicerè che riproponesse tal quale il progetto al Corpo legislativo e lo facesse votare senza ulteriore disamina. E malgrado che dalla servilità di quell'assemblea avesse ottenuto quanto voleva, allorchè gli fu presentato il successivo bilancio, in cui era naturalmente impostata la cifra delle spese pel Corpo legislativo, si risparmiò anche la fatica di un decreto di soppressione; si limitò a cancellare, con un tratto di penna, la cifra assegnata a quel capitolo, e del Corpo Legislativo in Italia non si parlò più. Vi sostituì, due anni dopo, un corpo più ossequioso, di funzioni consulenti e d'indole non elettiva, il Senato.
Di questo miscuglio di beni e di mali aveva la responsabilità ufficiale un giovane di animo generoso e di molta inesperienza politica, Eugenio Beauharnais.
Assunto a Vicerè d'Italia in un'epoca, in cui pareva che la incredibile grandezza della fortuna napoleonica dovesse vincere ogni legge di tempo, il principe Eugenio s'inchinò coll'affetto d'un figlio e colla devozione d'un discepolo a quella grandezza, e pose ogni zelo nel secondarne gl'intenti, le volontà, il delirio. Persuaso che in quella intelligente tirannia stesse il segreto del governo delle nazioni, ubbidì come Napoleone voleva essere ubbidito, disapprovando talvolta in cuor suo la violenza di quei comandi, cercando spesso addolcirne la pratica esecuzione, assumendone sempre, con molto disinteresse, la diretta responsabilità. Esposto alle facili seduzioni della vita in quegli anni in cui l'austerità non invoglia, ebbe un primo periodo in cui teneva volentieri per sè le soddisfazioni del governo, ne lasciava i pesi e gli affari al suo segretario Méjean. Offese colle prime molte suscettività, come il segretario offendeva dal canto suo molti interessi. Verso gli ultimi anni del regno, divenuto più serio e più pensoso, reagì nobilmente contro quelle prime spensieratezze giovanili, gettandosi nelle cose militari, dove mostrò talenti distinti e raccolse plauso ed onori. Ma neanche lì risparmiò raccolta di avversarj, scoppio di rancori, addensati da rivalità di campo o da misure di disciplina. Nel complesso, non era odiato, ma era impopolare; impersonava diffidenze, pericoli, antipatie che avevano cagioni varie, non tutte e non le più gravi imputabili a lui; nè bastava a rompere questa corrente la dolce influenza della Vice-regina, Amalia di Baviera, a cui le tradizioni dell'epoca attribuiscono concordi lo scettro della gentilezza e della virtù.
Fra queste gare e queste influenze si veniva peggiorando lo spirito pubblico, a cui era venuta meno la saggia impulsione di Francesco Melzi. Infatti, il Gran Cancelliere, ridotto dal nuovo regime a funzioni di parata piuttosto che a direzione d'affari, perdeva sempre più l'occasione di esercitare sui suoi concittadini quell'influenza salutare che per tanto tempo la sua esperienza e il suo carattere gli avevano mantenuto. Il personale francese del gabinetto di Eugenio era geloso di lui. Più ancora del conte Méjean lo astiava un favorito del principe, Antonio Darnay, nominato, in uggia alla pubblica stima, Direttore generale delle Poste, e che non si peritava di abusare dell'ufficio suo per disuggellare le lettere e sorprendere i segreti dei cittadini.
Melzi, troppo altiero per scendere ad avversarj così minori di lui, si limitava ad offrire al Vicerè i suoi consigli, sempre assennati, ma non sempre accolti con quella serietà di propositi con cui erano dati. Egli vedeva le condizioni del Regno farsi sempre più gravi e ne avvertiva il pericolo. Fin dal 1811, più di 250 aggressioni a mano armata sulle pubbliche vie, più di cento invasioni nelle case private, con assassinj e ferimenti, dimostravano a che debole filo tenesse la pubblica sicurezza, il sintomo ordinario da cui si può giudicare il pregio di un governo.
Quando comincia la campagna di Russia, e il principe Eugenio deve partire per l'esercito, conducendo seco il fedele Méjean, le cure dello Stato ricadono forzatamente sulle spalle del Duca di Lodi, la cui corrispondenza col Vicerè e coll'Imperatore diventa più minuta e più frequente. E, quando giungono le prime notizie dell'immane disastro, che piomba nel lutto tante migliaja di famiglie italiane, Melzi non esita ad informare Eugenio della molta concitazione di animi che si manifesta a Milano e dell'avversione che comincia a destare una politica così spensieratamente ed ostinatamente guerriera.
In cosiffatte circostanze, le preoccupazioni del Vicerè si rivolgevano alla Corona di Ferro, e scriveva a Melzi (il 7 novembre 1813) che “se si dovrà evacuare il territorio e ritirarsi a Torino, incarichi Pino di recarsi a Monza e trasportare in salvo la Corona ferrea.„ Poi, da Verona (il 27 novembre) risponde agli avvisi di Melzi una lettera piena di amarezza, quantunque non priva di alti sentimenti. “Sono abbastanza sicuro del mio carattere per garantire che quelli che non avranno ferito che me non avranno motivo d'accorgersi che io mi sovvenga dei loro torti.... Io meritavo meglio di quello che ho ricevuto.... mi rimarrà, ne son certo, la stima degli uomini che, come voi, hanno potuto e voluto valutare le mie intenzioni e giudicare le mie azioni. L'opinione di questi mi basta[12].„
Ma il vecchio uomo di Stato non s'illudeva più da assai tempo intorno alla crisi del sistema napoleonico. E invano l'imperatore gli scriveva da Parigi il 18 novembre (1813): “J'ai ici 800,000 hommes en mouvement et, quelque chose qui arrive, les Autrichiens ne resteront point maîtres de l'Italie[13].„ Melzi accettava con rispettoso silenzio queste ultime confidenze del genio morente, ma non si lasciava avvolgere in quelle deliranti speranze.
Sicchè il 1.º febbrajo 1814, il principe Eugenio, che fronteggiava sull'Adige le schiere nemiche, riceveva dal Gran Cancelliere una lettera grave, che conteneva gravi consigli. Lo scongiurava a differire il richiamo dei figli unici nella nuova coscrizione militare “pour calmer la douleur des nombreuses familles qui y sont interessés.„ Gli pareva che importasse “dans l'heure qu'il est„ di allontanare “tout sujet de desagrément autant qu'il est possible, et de ne pas laisser à l'ennemi l'occasion de se concilier l'affection du peuple, en exécutant lui quelques jours après ce que nous aurions pu executer quelques jours avant[14].„ Soggiungeva il Melzi: “l'expérience des mois passés nous a prouvé que sur dix hommes qu'on appelle, il y en a six ou huit qui deviennent réfractaires et grossissent la masse des assassins„; tanta era già divenuta la ripugnanza del popolo al servigio militare e tanta già l'impotenza amministrativa a renderlo obbligatorio! Nè alle sole questioni militari si limitavano i suoi consigli, ma sentendo già profondo anche il malcontento finanziario, gli suggeriva di condonare parecchie quote non soddisfatte di un prestito forzato che alcuni mesi prima, dal suo quartier generale di Caldiero, il Vicerè aveva decretato, e che il Melzi affermava “malissimo basato fin dal principio.„ Fu inutile. Stimolato dalle pressioni dell'Imperatore, Eugenio metteva la sua forza nell'obbedirgli, nel racimolare ad ogni costo, per le ultime sue disperate campagne, armi, denari, soldati.
Gli è in queste circostanze che avviene e si annuncia lo scroscio del sistema napoleonico. Desiderato da molti, previsto da pochi, questo scroscio è cagione per tutti di una incertezza che s'avvicina allo sgomento. S'era così avvezzi a girare intorno a quel sole! Il suo sparire dovette fare su quelle generazioni l'effetto che cagiona una caduta nel vuoto. Eppure l'Europa s'avanzava tutta in armi, accintasi a debellare un uomo; e le nazioni allibite non sapevano a chi confidarsi, tra quella fiumana di principi che, traendosi dietro un milione di soldati, parlavano un linguaggio novo di pace, di nazionalità, e quel colosso che si sprofondava in silenzio, guizzando lampi di gloria, tra le bufere scatenate dall'irrequieto suo genio.
Fu verso la metà d'aprile che giunsero a Milano e in Lombardia le prime notizie dei risultati finali della campagna del 1814 e della capitolazione di Parigi. E sotto l'impulso di quella gran commozione cominciò subito a svolgersi un dramma politico, che doveva finire, dopo tre giorni, in una così turpe tragedia.
Milano era rimasta, per la condizione delle cose, quasi priva di quelle forze complessive di governo che, nei momenti supremi, sono la guarentigia dell'ordine pubblico. I ministri erano uomini fiacchi, avvezzi alla continua e costante direzione che veniva da Parigi, incapaci di assumere responsabilità e iniziative pari alle nuove difficoltà. Le forze militari v'erano scarsissime e delle meno efficaci. Tutto l'esercito valido e validamente organizzato era stato naturalmente chiamato al campo sotto gli ordini del Vicerè. Al campo era il ministro della guerra, generale Fontanelli; e in Milano, oltre qualche drappello di dragoni e di veliti, erano rimasti i convalescenti, i picchetti di guardia e una quarantina di granatieri; più numerosa di tutti la Guardia Civica, forza equivoca ed oscillante nei giorni d'interno commovimento.
Il Vicerè poi, costretto dalle mosse combinate degli Austriaci e di Murat, s'era ritirato lentamente dall'Isonzo all'Adige, dall'Adige al Mincio, e, ridottosi in Mantova, aveva, al primo annuncio della catastrofe di Parigi, conchiuso col maresciallo Bellegarde l'armistizio di Schiarino-Rizzino, che fu sottoscritto il 16 d'aprile. Di questa Convenzione militare Eugenio aveva comunicato le basi fondamentali al Gran Cancelliere fin dal dì prima. Gli aveva scritto che ciascun esercito avrebbe mantenute le proprie posizioni, e che due deputati avrebbero dovuto portare ai Sovrani Alleati l'espressione dei desiderj di indipendenza e di buon governo. Gli suggeriva d'incaricare Prina, Fontanelli o Testi di siffatta missione, e raccomandava ad ogni modo che si scegliessero fra rappresentanti appartenenti alle due sponde del Po. Si offriva, se i due deputati fossero passati per Mantova, di dar loro commendatizie per l'imperatore Francesco.
Ma già fin dall'11 aprile i dispacci di Melzi rivelavano maggiori preoccupazioni e proponevano risoluzioni più radicali. Egli affermava necessario di convocare i Collegi Elettorali, far loro proclamare l'indipendenza del Regno, che, ratificata poi dal Senato, sarebbe divenuta una base forte e legale di riassetto politico anche in faccia alle potenze coalizzate[15].
Questa iniziativa, afferrata allora con vigore pari alla previdenza, avrebbe probabilmente evitata la crisi milanese e reso possibile il regno indipendente d'Eugenio. Differita, fu, — come sempre avviene — impugnata come arma efficace dagli avversarj, e al 20 aprile la petizione pubblica per la riunione dei Collegi Elettorali divenne il pretesto della rivoluzione. Il principe Eugenio portava forse all'eccesso un sentimento generoso, quello della lealtà. Perciò non seppe mai prestarsi alle sollecitudini, atte, nel pensiero di Melzi, a rendergli negli ultimi giorni quella popolarità che la sua costante obbedienza all'Imperatore gli aveva fatto perdere, e che era pure così necessaria in quell'ora per le nuove combinazioni politiche. Ed era nel medesimo intento che Melzi aveva invano insistito perchè la Vice-regina, prossima al parto, rimanesse a Milano, invece di recarsi a Mantova. La sua presenza nella città, dov'era a tutti simpatica, era certamente una forza di governo, che il Gran Cancelliere, così privo di altre, considerava assai efficace. La nascita eventuale d'un principino, che sarebbe stato milanese fin dal primo giorno, avrebbe potuto disegnare il grato principio d'una soluzione avvenire; e ad ogni modo pareva al Melzi che, rimanendo la principessa Amalia in Milano, un gran freno ne avrebbero sentiti i propositi di violenza che già cominciavano a buccinarsi.
Ma a questi prudenti ed austeri consigli nessuno badava più. L'Imperatore avrebbe voluto che la Vice-regina andasse a Parigi per isgravarsi; il maresciallo Bellegarde le suggeriva Monza; Eugenio naturalmente la desiderava presso di sè, ed ella partì da Milano alla fine di marzo. Melzi non potè che esprimere schiettamente al Vicerè la dolorosa impressione che quella partenza aveva lasciato nella società milanese.
Nondimeno il duca di Lodi, vero uomo di Stato se mai ne fu, non rinunciava, per le debolezze o per le esitazioni di Eugenio, a quella che gli pareva la soluzione politica più favorevole agli interessi della sua patria. Teneva fiso lo sguardo alla monarchia nazionale sotto la famiglia Beauharnais, come all'unico modo di salvare un po' d'indipendenza e di libertà, frammezzo alla tempesta di cui tutti gli Stati d'Europa erano più o meno minacciati. Voleva quindi che, subito dopo firmato l'armistizio, Eugenio venisse a Milano. Sentiva crescere l'onda intorno a sè, e gli pareva d'essere solo a vederla, impotente, solo, a respingerla. “J'ai dû me convaincre (gli rispondeva il 17) que ces têtes sont dans une confusion inconcevable et tout-à-fait incapables de se mettre au niveau des circonstances; ceux-même qui ont voulu aider ont contribué plutôt à gâter les affaires[16].„ Nè gli risparmiava, con franca parola, gli ultimi ammonimenti. “V. A. va devenir Italien, et Elle doit l'être uniquement, c'est la seule manière de réussir ici. En bon et fidèle serviteur je ne lui cache pas qu'en gardant ces Français autour d'Elle, Elle partagerait, sans la mériter, la haine qu'on leur porte[17].„
Ma Cassandra era, come al solito, inascoltata, e l'ora della violenza giungeva. Abbandonato, o quasi, dal Vicerè, poco sorretto da ministri impreparati agli eventi, insidiato da rivalità occulte e da una polizia già scossa e pusillanime, il duca di Lodi si trovò soverchiato dall'audacia dei partiti politici, che dalla situazione della capitale, in momenti di un così grande sfascio d'autorità, traevano naturalmente un'influenza maggiore e più appassionata.
Per audacia e risolutezza d'intenti prevaleva il partito austriaco puro, di cui erano a un tempo gli stromenti e gl'inspiratori principali il conte Ghislieri, bolognese, e un conte Gambarana, pavese. Questi non avevano scrupoli; erano in corrispondenza diretta col principe di Metternich e col quartier generale austriaco; cospiratori innamorati di assolutismo, accettavano per ora la parte di delatori e di organizzatori d'una rivolta, la cui fine sanguinosa è lecito credere non fosse lontana dalle loro supposizioni.
Nel paese appartenevano a questo partito pochi signori tenaci di vecchio e nuovo legittimismo; di cui i più capaci e più noti erano il conte Alfonso Castiglioni e il conte Giacomo Mellerio.
Un'altra e più numerosa frazione dell'aristocrazia milanese si lasciava pure adescare da simpatie austriache, ma non scendeva a propositi di tumulti e di violenza. Erano uomini quieti, d'ordine, di affari, il vero partito conservatore religioso del tempo; aveva sopratutto nel Senato i suoi principali rappresentanti, il conte Diego Guicciardi e il conte Carlo Verri.
Contro questi stavano i così detti Italici, nobili e borghesi che s'erano, per varie cagioni, non tutte politiche, inaspriti col Vicerè, e che speravano trovare, nello sconvolgimento europeo, una forma di governo che rispettasse l'indipendenza del regno d'Italia, mutandone il capo. Non erano però d'accordo sulla sostituzione, com'erano d'accordo sulla negazione. Alcuni avrebbero volontieri veduto succedere all'odiato Beauharnais un altro personaggio franco-italiano, Gioachino Murat; altri fantasticava un re nazionale nel generale Domenico Pino, a cui la vanità naturale e l'esempio dei marescialli francesi non lasciava forse parere affatto assurda la speranza di una corona. Le frazioni politiche del partito accarezzavano soluzioni diverse; l'una accettava un principe austriaco, con separata costituzione pel Regno; l'altra aveva posto gli occhi sopra un principe inglese, il duca di Chiarenza, il secondo dei dodici figli di Giorgio III, e sperava con ciò di attirarsi la protezione e le simpatie di lord Castelreagh, l'onnipotente diplomatico della coalizione europea. Nè mancavano, come vedremo più tardi, altri progetti più serj, ma piuttosto individuali che di partito.
I personaggi più attivi fra questi gruppi erano senza dubbio il conte Federico Confalonieri e l'avv. Traversi; ma l'uno, aristocratico altiero e liberale, carattere rigido e forte, uomo d'istinti piuttosto che di combinazioni, camminava per la sua via, mosso da una vivace ambizione personale che non si disgiungeva da un alto sentimento di patria, accettando alleanze piuttosto che ricercandole; l'altro, vecchio ed astuto mestatore d'affari, volgare d'animo come d'ingegno, stretto in solidarietà di intrighi politici con una moglie avida di ricchezze e di onori, commensale e nel tempo stesso insidiatore del ministro Prina, non aveva ripugnanze nè di mezzi, nè di scopi, nè di alleati; e pare che su lui principalmente ricada la responsabilità di cupi accordi col conte Gambarana, mediante i quali, Austriaci ed Italici lasciarono poi tacita libertà di tumulto all'orda sanguinaria del 20 aprile.
Un quarto o quinto partito caldeggiava invece la nomina del principe Beauharnais, sottraendolo come sovrano indipendente ad ogni vincolo verso la Francia o verso la famiglia del vinto Imperatore. Era il partito di gran lunga men numeroso e pochissime aderenze noverava tra i nobili milanesi. Aveva l'esercito per sè, ma l'esercito era lontano, e subiva, quantunque valoroso, l'umiliazione della sconfitta. Aveva per sè i ministri, ma erano uomini impopolari, e perchè di un passato troppo ligio all'Imperatore e sopra tutto, bisogna dirlo, perchè estranei a Milano, essendo modenesi il Luosi, il Vaccari, il Veneri, bolognesi l'Aldini e il Marescalchi, novarese il Prina. L'autorità maggiore a questo partito veniva dal Cancelliere Guardasigilli, il duca Melzi d'Eril, uomo che naturalmente a tutti sovrastava per la grandezza della situazione personale, per la integrità del carattere, per la lunga e profonda esperienza delle cose di Stato. Sgraziatamente, l'abbiamo già detto, l'influenza del duca di Lodi sopra i suoi concittadini era sminuita; lo vedevano poco e lo avevano facilmente dimenticato; ai giovani pareva troppo vecchio, ed ignoravano che nelle questioni politiche l'età giovanile è piuttosto feconda di impeti che di energie.
Infatti fu da questo vecchio acciaccoso e solitario che partì la prima iniziativa virile, in tanta disgregazione di propositi; una iniziativa, che, se fosse stata secondata dalla fiducia pubblica come era stata concepita dal privato intelletto, avrebbe probabilmente dato alle sorti del regno italico quella forma d'indipendenza che invano si fantasticava per altre vie.
La sera del 16 aprile, un avviso di convocazione chiama il Senato ad una seduta straordinaria pel giorno dopo. Si buccina per la città che trattasi di un messaggio del duca di Lodi per invitare il principe Eugenio ad assumere il titolo di Re d'Italia. La notizia commove gli animi e dà la stura all'agitazione dei partiti. Gli ostili si rinfocolano nelle ire, contestano la competenza del Senato, deplorano, colla consueta ipocrisia dei partigiani, la sorpresa di siffatta convocazione. Quasichè la sorpresa maggiore non venisse dalla capitolazione di Parigi e quasichè in politica la peggiore delle sorprese non fosse quella di lasciarsi sorprendere!
I senatori, di ogni partito, accorrono numerosi, e il presidente, conte Veneri, raccomandando il segreto sugli oggetti posti all'ordine del giorno, dà comunicazione al Senato del messaggio di Melzi.
Questi proponeva, dopo gli opportuni preamboli, che il Senato inviasse all'imperatore d'Austria una deputazione, coll'incarico di richiedere la sua mediazione presso le potenze alleate, affinchè: 1.º cessassero tutte le ostilità nel territorio italiano; 2.º fosse consacrata e riconosciuta l'indipendenza del Regno; 3.º fosse riconosciuto Re il principe Eugenio, le cui virtù e la cui onorata condotta avevano meritato l'amore del popolo e la stima dell'Europa.
L'iniziativa di Melzi era piena di avvedutezza politica. Sapeva egli, per le sue vaste relazioni personali, che l'imperatore Alessandro di Russia era favorevolissimo al Beauharnais[18]. Rivolgendosi direttamente all'imperatore d'Austria, metteva questi nella necessità di consultare il suo imperiale alleato; il cui sicuro consenso rendeva poi difficile all'Austria di accampare per proprio conto pretese territoriali. D'altronde, una deputazione consimile stava per partire, in nome dell'esercito, secondo uno dei patti dell'armistizio conchiuso il giorno 16 col maresciallo Bellegarde. Questa doppia dimostrazione, che avrebbe additata una completa concordia degli elementi civili e militari del Regno in favore del principe Eugenio, non poteva non fare una grande impressione sui governi alleati, compromessi dalle loro magniloquenti dichiarazioni di rispetto per la nazionalità e l'indipendenza degli Stati. E finalmente, approfittando subito della simpatia che aveva destato la condotta leale ed onesta del Vicerè, in confronto di quella subdola ed ambiziosa del re di Napoli, si rendeva più facile che, data la disposizione delle potenze a conservare in Italia almeno una delle dinastie uscenti dalla famiglia napoleonica, la scelta cadesse piuttosto su quella di Beauharnais che su quella di Murat.
In un paese che avesse serbato, insieme col desiderio vago dell'indipendenza, un concetto serio e giusto delle situazioni politiche, il programma di Melzi avrebbe dovuto trovare un incoraggiamento larghissimo nel paese ed una votazione unanime fra i suoi rappresentanti. Ma non fu così. Svegliatosi per le questioni di materiale interesse, l'intelletto del paese s'era attutito circa le questioni di Stato. Il dispotismo napoleonico aveva irrigidito ogni elasticità di pensiero pubblico. Gli uomini politici erano spariti; non erano rimasti che degli amministratori e dei legulej.
L'opposizione scattò subito, dopo finita la lettura del messaggio di Melzi; e ne fu l'oratore più autorevole e più accanito il conte Diego Guicciardi.
Quest'uomo, già s'è detto, aveva riputazione di essere nel Senato il capo del partito austriaco; n'era effettivamente al di fuori uno dei capi. Però non bisogna credere che allora questa denominazione avesse il significato odioso e antinazionale che ebbe più tardi. È una delle abitudini che rendono più confusa la storia e più difficile l'indagine critica quella di attribuire parole di un'epoca a fatti di un'altra. Si creano delle storpiature morali, non dissimili da quelle di cui si renderebbe colpevole un artista che dipingesse Cleopatra col guardinfante o Carlo Magno colla parrucca di Luigi XIV.
A settant'anni di distanza, poche pagine possono essere utilmente impiegate a delineare la fisonomia di un uomo che fu tra i più operosi e i più influenti del tempo suo.
Ambizioso quanto attivo e sagace, fertile nelle difficoltà politiche di espedienti e di transazioni, ricco d'ingegno più che di cultura, di una esperienza d'affari da pochissimi superata in quei giorni, il Guicciardi s'era mescolato di buon'ora ai pubblici negozi, e sotto tutti i regimi aveva tenuto un posto importante.
Nato a Ponte, in Valtellina, era stato fino dai primi anni spettatore della sordidissima dominazione che i Grigioni esercitavano sul suo paese. Ne divenne tra i più caldi a volerne scuotere il giogo, e concepì il pensiero di allacciare con solidi nodi alle provincie italiane della sottoposta valle del Po, una provincia rimasta fino allora pressochè digiuna di tradizioni italiane, sebbene teatro di lunghe ed acerbe lotte, combattute, pel dominio d'Italia, da Svizzeri, da Francesi, da Spagnuoli, da Tedeschi. Quel pensiero lo seguì per tutta la vita e poteva certo bastare, in tempi così agitati, ad occupare tutte le facoltà di una mente attivissima.
Le rivolture cisalpine del 1796 fornirono ai patrioti valtellinesi la cercata occasione di sottrarsi al vassallaggio d'oltr'Alpi; e fu principalmente per le influenze del Guicciardi che il generale Bonaparte aderì allora ad emancipare la Valtellina, Chiavenna e Bormio, dichiarando quei territori irrevocabilmente uniti alla Repubblica Cisalpina.
D'allora potè datare il Guicciardi l'ingresso nella vita politica più larga e più attiva. Piacque dapprima a Bonaparte, gran nemico degli ideologhi, che ne fece un ministro dell'interno, per controbilanciare il vuoto frasario demagogico degli amministratori cisalpini. Ai Comizi di Lione, il Guicciardi fa, dopo il Melzi, nominato direttamente dal Primo Console come Segretario di Stato della nuova Repubblica Italiana; onore diviso unicamente con quell'altro eminente magistrato che fu il Gran Giudice, Spanocchi.
Nè fra così alte vicende obliava il Guicciardi gl'interessi della sua provincia nativa, a cui seppe mantenere, contro ogni sforzo di emule diplomazie, l'irrevocabilità dell'annessione italiana. Questo affetto di montanaro ostinato spiccava anzi nel Guicciardi così evidente, che partecipandogli l'alto grado a lui conferito, Bonaparte credeva necessario di scrivergli: “vous n'appartenez plus à aucun département. N'ayez jamais en vue que l'interêt et la politique de la République entière„[19].
Melzi non amava Guicciardi, e non lo nascondeva. Sicchè, fattisi difficili i loro rapporti personali. Napoleone collocò Guicciardi alla Consulta di Stato. Ma costituitosi poco dopo il Regno d'Italia, lo volle ritornato a capo di un dicastero, e gli affidò la direzione generale della Polizia. Bisogna dire, ad onore del Guicciardi, che in tali funzioni egli non seppe interamente prestarsi alle sfrenate volontà del sovrano. Uomo pratico, voleva la moderazione; uomo onesto, voleva la legge. Onde scadde dalla fiducia dell'Imperatore, che gli tolse la Direzione della Polizia e gli inflisse, con metodo imitato spesso dappoi, la dignità di senatore del Regno.
Voltandosi all'Austria, contro il sistema francese, Diego Guicciardi non poteva dunque dirsi nè un ingrato, nè uno spensierato. Aveva servito con zelo il governo da cui era stato beneficato. Caduto quello, ricuperava il sentimento della sua indipendenza politica, e credette scorgere nell'Austria, vale a dire nel più forte dei governi allora segnalati sull'orizzonte, la sola potenza capace di guarentire i due scopi politici che gli erano cari: il mantenimento della Valtellina nel regime lombardo ed una libertà onesta pel Regno. L'avvenire ha dimostrato che s'ingannava almeno per metà. Ad ogni modo, la sua evoluzione politica suscitò allora e mantenne intorno al suo nome fino agli ultimi tempi un ambiente di sfiducia, a cui s'ispirarono con troppa ingiustizia alcuni scrittori contemporanei. Dopo l'avversione del Melzi, incontrò quella del Marescalchi; e irosamente ostile gli fu sopra tutti Ugo Foscolo, che lo chiamava con suo sarcasmo: l'uomo valtellinese, e che avrebbe dovuto, più d'ogni altro, essere indulgente verso le debolezze dell'epoca.
In realtà, il Guicciardi, che tante antipatie s'era nella vita pubblica ingrossate contro, aveva fra le pareti domestiche riputazione di animo buono e probo, cui sempre giustificarono legami di affetto famigliare vivi e durevoli. Ma il Guicciardi era figlio del suo tempo ed aveva subìto, non corretto, l'ambiente in cui era vissuto. La mobilità degli eventi, avendo educato tutta la generazione sua ad un certo scetticismo utilitario, — che ora torna di moda, — non gli permise di mostrare, nella sua vita pubblica, ciò che si è convenuti di chiamare carattere; ma sarebbe ingiusto affermare, col Foscolo, che in quella non si fosse proposto se non utili individuali. No, il Guicciardi aveva il sentimento del paese, il concetto della vita politica. Non gli sacrificava con larga generosità le sue convenienze personali e famigliari, ma non può dirsi che abbia cercato queste a ritroso della sua coscienza di uomo pubblico.
Gli è che il Guicciardi non poteva propriamente dirsi un uomo moderno. Per l'educazione, per le tradizioni, per le necessità degli eventi contro cui ebbe a lottare, egli apparteneva a quella scuola di statisti italiani, che dal Macchiavelli, dal Morone, da Vittorio Amedeo avevano imparato l'evoluzione dei metodi come unico avviamento ai successi del bene. La saldezza delle convinzioni politiche, divenuta, sotto l'influenza dell'odierno liberalismo, quasi guarentigia e sinonimo della onestà degli uomini pubblici, non poteva sembrare qualità egregia di governo in tempi, in cui contro la prepotenza dei dominatori unico schermo era l'astuzia, ed unica preoccupazione quella di assicurare quanto più si potesse delle vite e delle sostanze dei sudditi contro l'imperversare delle mutabili tirannie. Onde accadeva sovente che uomini di rette intenzioni e di vita illibata serbassero, nei loro rapporti politici, andamenti così incerti e così brusche mobilità, da eccitare la riprovazione di chi non abbia l'indulgenza, naturale allo storico, per le incoerenze di cui ogni epoca è necessariamente feconda.
Il programma austriaco del Guicciardi poteva dunque essere, e fu, un errore; ma non era un traviamento.
Dell'Austria non s'aveva allora fra gli uomini di governo quel concetto che dopo il 1815 divenne popolare in Italia. Il Guicciardi non l'aveva conosciuta che come potenza estera, e gli uomini di parte sua in Milano ne ricordavano il mite regime teresiano e leopoldino come un ideale di autonomia, in confronto delle prepotenze repubblicane e imperiali piovuteci dalla Francia. Quegli uomini mancarono piuttosto, e mancarono affatto, dell'esperienza politica, che s'acquista unicamente colla meditazione e colla lettura. Furono vittima di quella illusione, che seduce sempre le menti volgari, di credere che un partito o un governo, abbandonato ad un dato punto della vita, sia rimasto immobile e si possa riprendere e ripresentare colle stesse forme e cogli stessi caratteri, allo stesso punto in cui s'è lasciato.
Il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo
che non vede, non sente, non istudia le modificazioni che intorno a lui e in sè stesso cagiona la forza delle cose o lo spirito dei tempi, non sa immaginare che si sia mutato o in bene o in male quel partito, quel governo, quel sistema che da un pezzo ha perduto di vista. S'ostina a respingerlo o a ribramarlo, sulla base delle passate nozioni, inconscio dello squilibrio che vi può essere fra la sua ricordanza ed il vero; e quando poi la fortuna dei casi lo ripone in contatto con quella forma, desiderata o abborrita, dei tempi andati, s'accorge con sorpresa che quella forma è mutata, che ha subìta, affrettata, compiuta quella stessa evoluzione benefica o disastrosa da cui egli credeva che fosse rimasta lontana od immune.
Questo complesso di circostanze e di idee, unito probabilmente ad un senso di gelosia e ad un ricambio di antipatia pel duca di Lodi, unito ad una certa sfiducia dell'uomo d'affari per quella vaghezza di teorie e quella imprecisione di scopi che distinguevano il partito degli Italici puri, pose risolutamente il Guicciardi campione della resistenza contro il programma savio e patriottico esposto al Senato nella seduta del 17 aprile.
Rifar qui la storia di quella discussione parlamentare non sarebbe forse inutile, ma sarebbe certamente assai lungo; nel complesso, la sua intonazione fu meschina e rivelava la pochezza dei valori intellettuali rimasti in quella assemblea. È, del resto, uno dei fenomeni più volte ripetutisi nella storia, che, alla vigilia delle grandi crisi, l'eloquenza parlamentare si trovi quasi sempre inferiore all'urgenza delle situazioni o schiacciata da quelle. Invece di affrontare la discussione delle cose, si affronta quella delle apparenze; invece di trarre i fatti dalla necessità delle parole, si cerca di oscurare i primi sotto il viluppo delle seconde.
Il Guicciardi, secondato dai suoi, combattè innanzi tutto con mozioni d'ordine; mostrò dubitare che il Guardasigilli avesse facoltà di convocare straordinariamente il Senato; gli contestò il titolo di rappresentante dello Stato, mentre, a suo credere, lo era soltanto del governo; propose, vecchio espediente d'ogni nuova contesa, la nomina di una Commissione per istudiare l'argomento. Propostosi un Comitato segreto, per discutere subito l'affare e prendere una deliberazione, il Guicciardi si oppose di nuovo, sostenendo che un Regolamento organico del 1809 non consentiva al Senato il metodo dei comitati segreti.
Per uscirne, fu deciso che una Commissione, secondo il suggerimento di Guicciardi, si nominasse seduta stante e che il Senato fosse riconvocato la sera stessa alle otto per udirne la relazione. Guicciardi fu eletto naturalmente a far parte della Commissione, e fu incaricato, col Verri e col Dandolo, di recarsi dal duca di Lodi per udirne schiarimenti e notizie.
Questo colloquio e le gravi e dignitose parole del vecchio uomo di Stato parvero scuotere la Commissione; la quale, scelto a relatore il Dandolo, accettò e propose al Senato l'invio della Deputazione, dirigendola però a tutte le Potenze Alleate e sostituendo alla domanda esplicita del trono pel Vicerè un elogio cauto ed insignificante delle sue virtù. Questo inciso aveva, nella sua forma ipocrita, una significazione anche maggiore di indifferenza per la persona del Principe; e in tal modo lo commentò Carlo Verri, lasciando intendere che dubitava fossero i voti della nazione favorevoli a lui. L'imminenza del voto decisivo scosse i senatori del partito vicereale, e il Vaccari, il Paradisi, il Prina sostennero energicamente la forma del messaggio Melzi, facendo notare a ragione che, escludendo la domanda del principe a Re, lo scopo del decreto e della Deputazione si risolveva in una inutilità. Al che Guicciardi rispose, che essendo, per gli Statuti Costituzionali del Regno, erede diretto della corona d'Italia il figlio legittimo dell'imperatore Napoleone, i senatori, che erano tali in forza di quegli Statuti, non potevano chiedere un altro Re. Il ragionamento era rigido, ma non era leale; giacchè a nessun uomo di senno poteva sembrare possibile che la coalizione lasciasse un trono al successore immediato dell'uomo contro cui s'era rovesciata; e si ricadeva nel sofisma e nel bizantinismo, rifiutando di riconoscere la situazione di fatto per aggrovigliarsi nelle situazioni di forma.
Ben lo fecero notare Prina e Luosi, proponendo una nuova dizione che riservasse almeno il diritto eventuale del principe Eugenio. Guicciardi non cedette su nessun punto; ed essendosi venuti ai voti, piuttosto per istanchezza che per esaurimento della discussione, come accade nelle sedute parlamentari notturne, quasi tumultuariamente il Senato approvò a grande maggioranza il progetto della Commissione, nominando il Guicciardi e Luigi Castiglioni a deputati presso le potenze alleate. E i due deputati, accettato, sebbene a malincuore, l'incarico, e forniti dal duca di Lodi delle commendatizie necessarie presso i governi europei, partirono infatti da Milano il giorno susseguente e si trovarono in Mantova la sera del 19.
La seduta del 17 aprile ebbe un contraccolpo immediato sull'attitudine dei partiti in Milano.
I cospiratori del partito austriaco, visto che nel Senato il governo era ridotto ad una piccola minoranza, decisero di approfittare della circostanza per sollecitare quella rivolta di piazza, che doveva, nel pensier loro, rendere inevitabile l'intervento dell'esercito austriaco e quindi la definitiva occupazione, a tutela dell'ordine pubblico.
Gli Italici poi, indispettiti perchè nel Senato stesso neanche una voce si fosse levata a sostenere il loro programma, rivolsero i loro sforzi contro il Senato stesso, considerandolo, nella loro cecità, come l'unico ostacolo al trionfo della parte loro. Fra due partiti, chiaritisi ostili ad un terzo, una coalizione per distruggere è presto fatta. Gli Austriaci accordarono il loro appoggio e le loro firme ad una protesta che gli Italici presentavano, contro la deliberazione del Senato, per domandare l'immediata convocazione dei Collegi Elettorali, come unica legittima rappresentanza del Regno. Gli Italici dovettero tollerare, con trista e tacita complicità, l'agitazione popolare che il Ghislieri, il Gambarana e il Traversi organizzavano con torbidi elementi chiamati dal Pavese e dal Novarese.
La protesta in favore della convocazione dei Collegi Elettorali era imponente per la stessa moderazione con cui era redatta, pel numero e per la qualità delle firme ond'era accompagnata. Il primo nome sottoscritto era quello del generale Domenico Pino, e dietro a lui venivano tutti i nomi più noti dell'aristocrazia e dell'alto commercio, i Porro, i Trivulzi, i Confalonieri, i Fagnani, i Borromei, i Visconti, i Greppi, i D'Adda, i Cicogna, i Rasini, i Mellerio, i Sormani, i Trotti, i Brambilla, gli Arese, i Ciani, i Busca, i Silva, i Bossi, i Giovio, i Serbelloni, i Crivelli, i Castiglioni, gli Scotti, i Castelbarco, i De-Capitani, i Balabbio, i Besana, i Barbò; v'era il presidente del Consiglio comunale, conte Gian Luca Della Somaglia; vi erano il podestà di Milano, conte Durini, e tutti i Savj municipali; v'erano le illustrazioni intellettuali, Carlo Porta, il Monteggia, il Cagnola, Carlo Rosmini, e un giovane già alto nella riputazione cittadina, Alessandro Manzoni.
Questo documento parve atto così grave e così pieno d'incognite minaccie a Carlo Verri, uomo di animo retto e fermo, non indegno dei suoi illustri fratelli, che si recò senza indugio a casa del duca di Lodi, supplicandolo a prendere, come depositario del supremo potere, misure di previdenza. Fu inutile; il duca di Lodi, prostrato da un accesso di gotta, ingannato dai rapporti di una polizia che s'era fatta complice dei turbolenti, forse persuaso in cuor suo che ogni cosa precipitava e non v'erano più probabilità di salute, non volle far nulla. Era fatale che la catastrofe succedesse[20].
La mattina del 20 aprile era il giorno ordinario delle riunioni del Senato; e, malgrado l'eccitazione popolare, che già si annunziava, il presidente Veneri non ebbe il coraggio di sospendere la convocazione. Pioveva; e i senatori s'avviavano nelle loro carrozze verso il palazzo dove solevano radunarsi.
E allora, in quel palazzo dove oggi accorrono gli studiosi del tempo antico a frugare le polverose cartelle degli Archivj di Stato, in quel cortile dove un imperatore di bronzo aspetta, colla stessa imperturbabilità di cui fu simbolo in vita, che si risolva il quesito di giustizia storica e di libertà politica agitato intorno al suo nome, accadde la seguente scena. Quando le carrozze dei senatori si fermavano dinanzi al vestibolo, un uomo d'alta statura, domestico di una casa signorile, montava sopra uno sgabello, si accostava allo sportello e gettava alla folla il nome del senatore, dando egli stesso il segnale dei fischi o degli applausi, secondochè il personaggio appartenesse o no al partito vice-reale. La folla era variopinta: v'erano giovani delle primarie famiglie, con ombrelle di seta, v'erano lacchè, popolani, faccie truci come di sicarii assoldati, e perfino, asserisce il Coraccini, delle dame di Corte. Quando giunse la carrozza del conte Verri, fu accolta da applausi, voltisi poi in fischi nel salire lo scalone; e il senatore vide distintamente il conte Federico Confalonieri dare il segnale degli applausi. La folla cresceva ad ogni momento, e assumeva, come avviene, aspetto più minaccioso e propositi più torbidi dal maggior numero. Mentre il Senato, appena riunitosi, cominciava la lettura della protesta e delle firme, un capitano Marini fece annunciare che la Guardia Civica chiedeva di voler presidiare essa il Senato, invece dei soldati di linea. Era il primo procedimento metodico della rivoluzione. I senatori, già sgomentati di questi preliminari, non seppero neanche dare risposta. E il capitano Begnino Bossi, del partito italico, rimandando senza contrasto il picchetto di linea e i dragoni ch'erano di servizio, fece occupare dalla Guardia Civica il cortile e le scale. Voleva dire, e volle dire infatti, che la turba fosse padrona d'invadere le scale e i cortili con assai maggiore libertà di prima. Il romore della sommossa cominciò allora a penetrare nella sala senatoria, e il pallore degli uscieri avvertì del crescente pericolo. Il conte Carlo Verri, affidato alla notorietà del suo nome e della sua famiglia, si offrì di uscire e di arringare la turba. Lo fece infatti e più volte, man mano che si udiva ingrossare il tumulto. Ma ad ogni arringa sua, vedeva più inquieta e più cupa l'attitudine della folla, respinta più in alto la guardia, sempre più occupati dai tumultuanti gli accessi e le scale del palazzo. La terza volta che si presentò sul pianerottolo dello scalone, vide che ogni freno era spezzato; che l'invasione delle sale era imminente. Gli ufficiali della Guardia Civica gli si strinsero intorno, dicendosi pronti ad esporre la loro vita per salvarlo; egli, impotente a farsi udire frammezzo agli urli, agitò un fazzoletto bianco e visto poco lungi il conte Confalonieri, lo chiamò ad alta voce per nome, invitandolo ad esporre i lamenti e i desiderii dell'assembramento. Furono poche parole, ma chiare: che si convochino immediatamente i Collegi Elettorali e che si richiami la Deputazione del Senato. Poi, gli urli proruppero come prima e più di prima, e assunsero quel tono foriero delle imminenti violenze: abbasso il Vicerè! abbasso il Senato! che si sciolga la seduta!
Il Confalonieri si pose a lato del Verri, quasi per fargli scudo della sua momentanea popolarità, e lo accompagnò fino all'uscio della sala, rimanendo sul limitare. Nell'interno poi della sala, tutto il Consiglio era scompigliato; i senatori, sbigottiti, non idonei per tempra ad affrontare somiglianti tempeste, non chiedevano altro senonchè si cedesse. Il Verri confermò loro che, senza un'immediata adesione ai desiderii della folla, non si poteva guarentire la salvezza del Senato. Non v'era bisogno di più forti scongiuri. Un senatore stese il decreto, di forma semplicissima: il Senato richiama la Deputazione, riunisce i Collegi Elettorali, e la seduta è sciolta. Il presidente Veneri appose la firma; siccome la folla già batteva all'uscio ed occorreva pubblicare il decreto, tutti i senatori e gl'impiegati si posero a scriverne copie, che poi venivano gettate e diffuse tra il popolo tumultuante.
Questa risoluzione salvò probabilmente i senatori da un possibile eccidio; i capi della cospirazione riuscirono a calmare per un istante le turbe, tanto che i senatori potessero, sgusciando ad uno ad uno, sfilare lungo i corritoi, tra gli urli e i fischi di quella plebe sfrenata. Poi cominciò il saccheggio. Il ritratto di Napoleone, dipinto da Appiani, fu bucato dalla punta di un ombrello e gettato sul lastrico della via. Poi, tavoli, sedie, usci, specchi, stufe, persiane, le carte d'archivio e i libri della biblioteca, tutto fu rovesciato, divelto, rotto in frantumi, buttato dalla finestra.
La prima parte della Rivoluzione era compiuta; il Senato era esautorato, sgominato, poteva dirsi abolito. Gli ostacoli che parevano gravi al partito italico s'erano superati. Ma restava l'altra metà del programma; quella che stava più a cuore del partito austriaco puro; e anche questa, poche ore dopo, era inesorabilmente e atrocemente compiuta.
Bisogna ora che ci trasportiamo col pensiero in altra parte della città; sopra un'altra area, pure oggi immemore della tremenda tragedia, i cui edifici sono consacrati a quanto v'ha di sereno e di nobile nel consorzio umano, la religione, l'arte, l'amministrazione cittadina, l'ospitalità.
La piazza di S. Fedele non aveva allora nè quell'aspetto regolare nè quella sufficiente ampiezza che oggi le si riconosce. L'edificio in cui trovasi l'albergo della Bella Venezia si protendeva allora assai più innanzi, con un massiccio quadrato, diviso dal prolungamento della via del Marino dalla casa Imbonati, divenuta ora teatro Manzoni.
La facciata poi si prolungava tanto verso il palazzo Marino da lasciare adito ad una viuzza strettissima ad angolo retto colla via del Marino; tanto stretta quella viuzza che, come nota il compianto Cusani, obbligò il celebre architetto di Tomaso Marino a costruire questa fronte del suo palazzo senza euritmia; cosa che ognuno può verificare od avrà verificato, notando che la porta centrale ha otto finestre a diritta e soltanto sei a sinistra, per potere collocare quella porta d'ingresso in faccia alla contrada dell'Agnello e sottrarla all'oscura strettoia, per cui nessun rotabile avrebbe potuto passare.
Era quello il palazzo che la dizione pubblica chiamava la casa del Prina; e dove quella immaginazione popolare malata, che è propria di tutti i tempi e resiste a tutte le logiche della civiltà, vedeva ammucchiati sterminati tesori. Il ministro delle finanze abitava infatti in quella casa, che non era sua, ma che il Demanio aveva comperata dall'Ospitale Maggiore. E lì, fin del mattino, era un via vai di gente, che, avendo sentore dei preparati tumulti, instava perchè il ministro cercasse fuori di casa un asilo.
Uno sconosciuto gli s'era presentato, porgendogli un biglietto anonimo, in cui lo si consigliava a lasciar tosto Milano; due segretari del ministro, Pavesi e Pioltini, lo esortavano a nascondersi, temendo per sè stessi e per lui; il parroco di San Fedele si offriva di celarlo in modo sicuro nel sotterraneo della chiesa; suo cugino, l'abate Prina, professore a Pavia, stava presso di lui un quarto d'ora prima che la folla irrompesse, e lo supplicava a fuggire secolui, avendo pronta a poca distanza una vettura preparata a tal uopo.
Fosse imprevidenza, irresolutezza o coraggio, il Prina non badò a nessuno di questi avvisi e non si mosse di casa[21]. La fatalità lo traeva. Trentaquattro anni dopo, un altro ministro, egli pure avvertito dei sicarii che lo attendevano, non volle mutare la sua via e corse incontro alla morte: Pellegrino Rossi. Ed aveva egli pure alcune spiccate analogie col ministro delle finanze del Regno d'Italia; entrambi uomini rigidi, aspri, inflessibili, tenacissimi; entrambi alteri dispregiatori di popolarità; entrambi ultimi sostenitori di un potere che cadeva con essi.
Quando la turba ebbe finito di trionfare delle suppellettili del Senato, una certa irresolutezza si manifestava nell'attitudine sua; voleva evidentemente una vittima; e già s'era mossa, per cercarla, verso il palazzo del duca di Lodi, quando una voce autorevole, forse spinta — chi lo sa? — da un desiderio onesto di stornare per un pericolo incerto e remoto un pericolo certo e prossimo, gettò nella turba il nome di Prina. Dio solo sa a quest'ora se quella sia stata la voce del conte Federico Confalonieri. Certe accuse, non basta che siano ripetute dai contemporanei, perchè debbano supporsi vere. L'epoca nostra ce lo insegna troppo. Guai se il giudizio dei posteri su alcuno dei più illustri contemporanei nostri fosse basato sulle audaci improntitudini di alcuni giornali!
Comunque sia, quella voce bastò a fermare la turba, che si precipitò invece, come un torrente devastatore, verso la nuova direzione e il nuovo nome additato ai suoi cupi disegni.
Giunse sulla piazza di S. Fedele, quando il cugino di Prina, visti inutili i suoi tentativi, aveva spinto il ministro in una delle ultime cameruccie dell'ultimo piano, gettandogli un abito da prete; ridiscendendole scale, scontrò la ciurmaglia che già le saliva.
Ognuno ha innanzi alla memoria quelle pagine sublimi del romanzo immortale, in cui Alessandro Manzoni descrive la sommossa del 1628 e l'assalto dato alla casa del Vicario di provvisione, che era, fra parentesi, Lodovico Melzi, un antenato del duca di Lodi. È fama che l'ispirazione di quelle pagine si dovesse all'impressione lasciata nell'autore dall'eccidio del 20 aprile che succedeva a pochi passi dalla sua contrada. Certo è che gli episodii si rassomigliano tutti; l'inferocir della plebe, la viltà degli eccitamenti, l'intervento delle scale e dei martelli demolitori, l'assenza di forza pubblica, la pietà generosa e impotente di alcuni cittadini. Soltanto, al povero Prina mancò l'aiuto di Ferrer.
Un Colombo, trovatello, falegname addetto al teatro della Scala, si vantò finchè visse d'avere scoperto il ministro in quella stanzuccia dove stava infilandosi le calze e l'abito da prete, nella speranza che il travestimento potesse salvarlo. Mentre gli uomini pratici della turba rompevano gli scrigni e mettevano in tasca i titoli di credito, il rozzo operaio, più violento, ma forse meno spregevole, pensava alla vendetta personale, che probabilmente gli avranno fatto credere giusta.
L'infelice ministro è ruzzolato giù per le scale, gettato da manigoldi fuori di una finestra verso la contrada del Marino, e raccolto da altri manigoldi sulla punta delle ombrelle e dei bastoni. Un manipolo di pietosi — ce n'è sempre, in questi casi, per l'onore dell'umanità — lo accerchia, finge d'essere il più accanito contro di lui e lo attira nell'interno della casa Imbonati. Renzo doveva essere tra questi. Ma i sicari prezzolati avvertono il tentativo e non lo lasciano compiere. Prina è strappato di nuovo dal suo rifugio, condotto a spinte, a busse, a colpi d'ombrello lungo la viuzza già accennata, tra la sua casa e il palazzo Marino; lo si trascina verso l'angolo di S. Fedele e lì la turba imbocca, schiamazzante e feroce, la via di S. Giovanni alle Case Rotte. Invano tentano alcuni generosi di placare quelle iene; il frate, poi cardinale Orioli, ajo del marchese Lorenzo Litta-Modignani, il celebre cantante Filippo Galli dal suo balcone, Ugo Foscolo dalla piazzetta della Scala spendono invano la loro pietà, la loro voce, la loro eloquenza; soltanto quel drappello di generosi che non aveva rinunciato alla sua speranza — bisogna nominare fra questi, a titolo d'onore, un cameriere di G. Domenico Romagnosi, Angelo Castelli — riuscì per la seconda volta a spingere la vittima trascinata entro una porticina che metteva nel cortile di un mercante di vino, Perelli, quasi di fronte alla casa, dove ora si trova la libreria Pirola.
Nascosto lì, dietro un mucchio d'assi del falegname Bonfanti, il misero Prina, già livido di ferite, vide passare per l'ultima volta innanzi a' suoi occhi la speranza dell'esistenza. Avrebbe potuto salvarlo il caffettiere Borrani, aprendo un usciolo che dal cortile metteva nella sua bottega e ad altre case; ma il caffettiere ebbe paura del saccheggio e si rifiutò. Avrebbe potuto salvarlo il generale Pino, coll'impiego di pochi soldati che avessero fatta una punta energica in mezzo agli assassini, che sono sempre vili. Ma il generale Pino si divertiva sulla piazza ad arringarli, gli assassini, in luogo di disperderli; e gli assassini udivano l'arringa, ridevano sul viso all'arringatore e proseguivano il loro truce divisamento.
Dopo un'ora di questa inutile aspettativa, avendo la turba già rotta la porta e invaso il cortile e ammucchiato delle fascine per incendiare la casa, il Prina rinunciò nobilmente all'esistenza, uscì dal suo nascondiglio e si diede nelle mani dell'orda inferocita.
Qui ebbe luogo una scena d'orrore che soverchia ogni più atroce concepimento di fantasie sbrigliate. La storia è talvolta più crudele dell'immaginazione. L'infelice uomo fu da un colpo di martello sul viso rovesciato a terra, fu legato pei piedi sopra un asse e trascinato in quella foggia lungo le vie, col capo che rimbalzava sullo sconnesso selciato della città. La pioggia dirotta e il cader della notte dovevano aggiungere orrore a quella scena sinistra, certamente rischiarata dalla luce sanguigna delle torcie di resina, più che dai pallidi fanali cittadini dell'epoca. Giunta la folla, briaca d'urli e di sangue, dinanzi all'ufficio del Demanio, sulla piazzetta del Cordusio, rizzarono contro il muro quel semivivo lacerato, lo denudarono, e cercavano sfondare la bottega di un vicino droghiere, per trarne acqua ragia ed abbruciare il cadavere coll'edificio. Erano i precursori del petrolio politico. Quando Dio volle, un picchetto di Guardia Civica comparve sulla piazzetta e sgominò gli assassini. Fu slegato e adagiato nel cortile del Broletto quell'informe avanzo d'uomo; era morto; ma i chirurghi che lo visitarono non seppero rinvenire, fra tante e così orribili contusioni, una ferita mortale; s'era spento di spasimo e di angoscia.
Tal fine ebbe, per una spensierata coalizione di passioni, il conte Giuseppe Prina, novarese, uomo che ad alcuni difetti, di forma più che di indole, univa qualità preziose di amministratore e di ministro. Era dal 1791 nei più alti uffici della finanza; dal 1802 ministro, prima della Repubblica italiana, poi del Regno d'Italia. Nel 1797 aveva salvato le finanze del Regno di Sardegna, provocando, con una misura allora assai coraggiosa, la vendita dei beni ecclesiastici. Nel 1798, era uscito dal potere perchè si rifiutò di emanare un decreto fraudolento, con cui si voleva far perdere alla carta monetata due terzi del suo valore nominale.
Questi due atti bastano a dimostrare quale fosse il vigore e l'integrità del suo carattere. Come ministro delle finanze del Regno d'Italia, l'unica pecca sua fu un'eccessiva devozione personale all'imperatore Napoleone, alle cui esigenze di danaro non seppe resistere come doveva. Del resto, portava negli affari una grande oculatezza, una rigidità che contrastava colle abitudini dell'epoca e coll'amabilità che lo distingueva nella vita privata. Basava il suo sistema finanziario sulle imposte indirette piuttosto che sulle dirette; queste caricava moderatamente per potere, nelle frequenti occasioni di guerre, trarne aumenti straordinari di facile applicazione e che gli parevano allora giustificati dal rialzo dei prezzi che la guerra produceva, a favore dei proprietari fondiari. Così fu che nel 1805 e nel 1806 potè spingere l'imposta fondiaria da 48 a 60 centesimi, senza che paresse opprimente, e nel 1813 si fece dare un'anticipazione di due centesimi e mezzo, che l'estimo fondiario potè sopportare senza troppo disagio. Aveva immaginato il dazio della macina, ma vi rinunciò quando vide le enormi vessazioni a cui avrebbe dato adito quella forma d'imposta. Immaginò e tenne fermo il bollo; e fu l'imposta che lo rese più impopolare, quella che fu presa a pretesto del suo sterminio. Del resto, la regolarità della sua amministrazione era esemplare; i suoi resoconti, ch'egli, con esempio nuovo, rendeva pubblici ogni anno, erano modelli di chiarezza, di semplicità e di esattezza nei risultati; gl'impiegati del suo ministero non erano esuberanti; frammezzo alla rovinosa politica dell'Imperatore, aveva potuto consacrare in nove anni settantacinque milioni, somma per allora enorme, ad opere pubbliche nell'interno del Regno; le spese di esazione, sopra un bilancio di centocinquanta milioni, non superavano l'8 ½ per cento. Era insomma, come cittadino, un uomo della vecchia scuola, che preferiva il concetto di giustizia a quello di libertà; come ministro, un finanziere sullo stampo di Colbert e del barone Louis, che credeva la severità verso gli individui guarentigia necessaria dell'imparzialità verso il pubblico. Morì per non essersi saputo persuadere che, in un momento di vertigine, una città mite e gentile, governata da magistrati e da generali, potesse cercare nel cadavere d'un ministro la prova della sua attitudine a reggersi come Stato liberale e indipendente.
La catastrofe del 20 aprile ebbe un'eco dolorosa in tutta la Lombardia, e la pietà per la vittima non tardò a prevalere, dietro la guida di un poeta gentile, che vendicò col vernacolo popolare il popolare traviamento di quella giornata[22]. Sopra Milano pesò per lungo tempo la cupa tradizione di quella tragedia. Eppure, bisogna essere giusti, Milano non ne è responsabile che per metà. Tutto dimostra ormai che la maggior parte dei saccheggiatori e degli assassini era stata chiamata da fuori; dentro, pur troppo, erano gl'inspiratori, e questi la storia deve cercarli e punirli piuttosto nelle classi colte che nelle classi popolari della città.
La plebe milanese si trovò spinta al delitto dall'esempio attivo di altre plebi rovesciatesi in mezzo a lei e dalla colpevole tolleranza di uomini d'alto grado ch'essa era avvezza a rispettare. È un cumulo di responsabilità, maggiori o minori, di prima o di poi, d'influenza o di acquiescenza, che ormai nessuno può togliere più ad una parte dell'aristocrazia milanese del 1814. Tanto è vero che subito dopo molti sentirono la necessità di scolparsi, di giustificarsi, di discutere. Gli stessi coalizzati, come avviene dopo un delitto o dopo una sventura, si sconfessarono l'un l'altro, rispettivamente alle singole ingerenze prese da ciascuno in quella settimana di storia. Il generale Pino, il conte Confalonieri, il conte Guicciardi, il conte Giovio, il senatore Armaroli scrissero tutti e subito intorno a quei fatti, e non tutti li scrissero nel modo istesso. Carlo Verri lasciò pure le sue memorie autografe; memorie che non sempre combaciano colle altre scritture dei contemporanei, e che soltanto da due anni furono pubblicate. Il Confalonieri protestò fieramente contro i sospetti da cui si vedeva assalito, si appellò alla sua educazione, alla stessa riputazione sua di nobiliare alterigia, per negare gli atti volgari e violenti a lui attribuiti; invocò il giudizio e la stima del duca di Lodi, che questi, in una sua lettera, pacatamente accordò[23]. Vere od erronee quelle accuse dominarono per lunga pezza la vita successiva del Confalonieri; il quale, nelle sue irrequiete cospirazioni, nell'attività che pose ad ogni sviluppo d'istituzioni politiche ed educative, nella stessa audace noncuranza con cui affrontò nel 1821 l'arresto ed il processo che facilmente avrebbe potuto schivare, parve all'opinione pubblica invaso da un fervido desiderio di espiare con patriottiche sofferenze un pensiero di colpa o di rimorso. La sua lunga e nobile prigionia, la fiera calma del suo contegno in quel colloquio col principe di Metternich, che ci ha rivelato recentemente il biografo di Gino Capponi[24], hanno raggiunto quello scopo, se mai lo cercava; ed oggidì il nome di Federico Confalonieri è un nome che suona onore d'Italia, è il nome di un generoso che non si può rammentare senza emozione e senza rispetto.
Quanto al generale Pino, la sua situazione innanzi alla storia è tutt'altra. Pino s'è difeso con molti opuscoli contro le imputazioni che gli vennero mosse; ha creduto dimostrare la propria energia, asserendo di essere stato traverso la folla, alla casa del Prina, mentre era invasa, di non avervi trovato il ministro e di aver dovuto respingere degli insulti.... alle sue decorazioni. Ma i fatti sono questi.
Già fin dal mattino del giorno 17, dopo la prima seduta del Senato, il generale Pino aveva avuto un lungo abboccamento segreto con Giacomo Luini, direttore generale della Polizia; e il giorno 20, quando già la sommossa si disegnava, Giacomo Luini aveva mandato fuori di Milano due compagnie di truppa regolare a difendere il passaggio del Ticino.... che nessuno assaliva. E poche ore dopo, nel fitto della Rivoluzione, Giacomo Luini si nascondeva presso il conte Giberto Borromeo, uno dei capi del partito favorevole all'Austria.
Quando il generale Bianchi-d'Adda, facente funzione di ministro della guerra, dopo l'assalto al palazzo del Senato, incaricò Pino di assumere il comando di tutte le forze ed ordinò al capitano Vercellon di mettersi, con una quarantina di uomini, a disposizione del prefetto della polizia dipartimentale, Giovanni Villa, fu un ajutante del generale Pino che intimò a quello squadrone di retrocedere in castello, mentre già la folla cominciava a fuggire, al primo avanzarsi di quei granatieri per la via di S. Giuseppe.
L'intendente di finanza, Frigerio, che teneva duecento guardie doganali a propria disposizione nel locale di S. Giovanni alle Case Rotte, proprio nel centro della sommossa, mandò a chiedere a Pino la facoltà di farle uscire, garantendo di vincere il tumulto e di liberare il ministro. Il generale Pino non gli diede risposta. Ed il fatto era udito pochi anni dopo, raccontato dallo stesso Frigerio, da una persona vivente degna di tutta fede.
Non basta; il giorno dopo, essendosi arrestati parecchi sicarj, che volevano continuare le turbolenze, Pino ordinò al generale Paini che fossero tosto rimessi in libertà, e fu destituito il prefetto Villa, che aveva cominciato i processi, malgrado gli ordini datigli di non far nulla.
E finalmente, quando tre giorni dopo, i generali Teodoro Lechi, Paolucci e Palombini vennero a Milano, nella speranza di persuadere Pino a reagire contro gli avvenimenti e a tentare una resistenza armata contro l'Austria, si udirono cinicamente rispondere dal loro collega! “la faccenda fu assai ben condotta, giacchè se volevasi una vittima, bastò una sola, nè fu scelta male.„
Quando sopra un uomo pesa la responsabilità di questi fatti e di queste parole, lo storico non ha più un processo da fare, ha un giudizio da pronunciare.
Colla giornata del 20 aprile fu raggiunto veramente lo scopo della Rivoluzione e distrutta ogni base su cui poggiava il primo Regno d'Italia. V'ebbero bensì tumulti e resistenze e saccheggi anche il dì dopo; ma la stessa facilità con cui fu repressa in quel giorno l'azione delle turbe sguinzagliate a disordini, prova quanto sia stata colpevole l'autorità pubblica nella tolleranza del giorno prima.
Eugenio Beauharnais seppe il 21 mattina, per un corriere speditogli durante la notte dal ministero della guerra, le prime notizie della Rivoluzione milanese. Aveva appunto spedito al generale Pino l'abbozzo di un decreto veramente esemplare per la legalità e lealtà delle sue disposizioni. In esso riconosceva cessati i propri poteri, per l'abdicazione dell'imperatore, da cui li aveva ricevuti; proponeva l'immediata convocazione dei Collegi elettorali e la formazione di un Governo provvisorio, presieduto dal duca di Lodi.
Le notizie di Milano ruppero bruscamente, con ogni sua speranza, ogni previdenza sua. Leale verso il paese, come lo era stato verso Napoleone, respinse le istanze di Teodoro Lechi, dirette a far marciare sopra Milano una parte dell'esercito, per ripristinarvi la sua autorità; pubblicò un proclama all'esercito ed uno al popolo italiano, congedandosi da entrambi con generose parole; e al duca Melzi scriveva, con mesta amarezza: “tous mes devoirs ont cessé... je n'ai plus d'ordres à donner.„
Sette giorni dopo la strage di Milano, il principe Eugenio, soddisfatti nobilmente tutti i doveri suoi, partiva da Mantova per Monaco, ricevendo i saluti commossi de' suoi antichi compagni d'arme, e accompagnando la convalescente Vice-regina, alla quale poco tempo prima aveva detto, lagnandosi di offerte che mettevano a prezzo la sua lealtà: “Oh stanne certa, giammai io sarò Re!„ E non lo fu mai infatti; ma gli ultimi giorni del suo comando in Italia dimostrarono che, una volta libero da prepotenti influenze — alle quali, per più ragioni, gli riusciva difficile sottrarsi — avrebbe potuto essere un sovrano illuminato e di alte qualità.
Le aveva probabilmente indovinate Francesco Melzi, patrocinando con tanta intelligenza e con tanto disinteresse la soluzione politica, che il 20 aprile 1814 gli soffocò nel tumulto e nel sangue. Intorno alla qual soluzione, parecchie opposizioni furono mosse, fondate sulla presunzione che mancasse di base pratica, dirimpetto all'attitudine ed alla preponderanza assunta in Italia dall'Austria.
Il condannare, come utopie, programmi che si sono spezzati contro la brutalità degli eventi è una filosofia facile pei programmi a cui questa brutalità ha invece giovato.