GLI OCCHI EROICI.

Ma — siamo poveri.

La forma grande d'un cipresso che s'alza da una riva d'acqua e taglia il monte a mezzo già brunito e a mezzo ancor rosato, svettando nell'aperto del cielo, non vale.

Siamo poveri, siamo vili, ed è fatale.


La passione purpurea si striò livida.

Divenimmo tre cose sciagurate, io e la fanciulla maschia e l'uomo che per anni ed anni m'aveva dato la dolcezza di farlo beato.

Tre pietà, tre incomprensioni.

Com'era la mia voce quando gridavo ad Andrea: «Spezzami, gettami via!»?

Quando gridavo: «Chiudi le finestre, non voglio vedere le stelle!».

Essi si guardavano talora con un guizzo di complicità; si odiavano ma si trovavano complici dinanzi al mio forsennato cuore.

Costernati sentivano la realtà del mio doppio delirio del mio doppio strazio: la potenza dell'animo che se ne avvolgeva; poi un qualche aspetto del mio viso, un lineamento, nulla, un'attesa indicibile delle vene, li riconduceva a negare — ah l'orrore per me di quell'identità d'accento! «No, dicevano, non puoi amarci entrambi, è un mostruoso assurdo, sei da tenere nel cavo d'una mano»....

Andrea!

M'intenda, se la mia voce gli giunge.

Tutto in ombra egli era.

Con le spalle curve, che parevano attestare che tutto lo sforzo avevano già fatto ond'erano capaci.

La morte gli vidi guardare e repugnare, la forza astrale, il segno silenzioso.

Ciò solo che fa grande il fatto d'esser liberi: la più inaudita libertà sente l'arco del cielo per confine, qualcosa ancora sopra di sè da adorare, segno silenzioso.

Ch'è in ogni aroma e isola gli istanti di vita intera.

Isolamento, stupore, incanto di tutti gli istanti mortali rapidi eterni.


Ricordavo la crudeltà ardente con cui i suoi occhi avevano fissato lo spazio quando avevo detto di Felice che gli ritoglievo la mia vita. E non s'erano dunque mai quelle stesse pupille posate su qualche fiorato alberello in un febbraio precoce o su qualche roseto sperduto nella calura, esistenze vegetali labili piene di pensiero?

Un riso anche labile mi pullulava segreto dall'anima, desolato più d'ogni singhiozzo, mi staccava mi lontanava, velato spiritato riso, mentre i due che amavo si contendevano quello che pareva non dovesse più mai stagnare, mio impudico pianto.

M'amavano essi?

Non alla mia stregua. Lo affermo giustizia facendomi come sul patibolo.

E m'hanno persa perchè innanzi io li perdetti. Entrambi.

Sulla terra che è tanto bella, tanto che anche i sepolcri vi s'innalzano con spiragli di luce, il mio lamento si esalava senza speranza:

«Vogliatemi bene: Vi faccio soffrire, lo so. Come una cosa vissuta, una cosa annosa. Che vi ha preceduti, che vi seguirà. Vogliatemi bene, sono tanto stanca. Ch'io vi distingua, che tutto non si confonda. Questo mio masso di dolore — va in schegge su voi — le schegge vi lacerano, lo so — il masso resta, più nudo....».

Mi risollevavo. Non era vero, non ero stanca.

Ma poter strozzare il male che mi serra la gola! Prima che s'intenebrino le cose.

Credevamo, nevvero? nel bene.

In sogno la notte parlavo a mia madre. Concitata, ma la tenerezza mi fondeva il cuore. Ah, la sua assorta rigidità!

«Mamma, sei mai stata china sur un letto, con la tua guancia contro una guancia di bimbo o di uomo, finchè il bimbo o l'uomo siasi addormentato con calmo respiro?».

Fiumane limacciose, salci riversi, vento giallastro. C'è una bontà nascosta nelle vene del mondo?

Ora sapevo. E quelli che avevo amati roventemente per un mistero di fede, creduti sopra ogni altra virilità ed ogni altra fanciullezza ricchi di germi, guardati avidi se mai qualche nuovo mito da loro si staccasse celeste, ora vedevo, ora sapevo, erano non dagli altri ma da me diversi, ora vedevo, ora sapevo.

Da me diversi. Dalla mia sostanza ingenua. Dalla mia trasparenza. Che li aveva attratti. Che ancora li sommoveva nel suo rutilamento miracoloso. Non potevano odiarmi, non potevano uccidermi. Li soverchiavo, tentavano arginare la piena delle certezze mie, nate con me, scatenando quello che avevano in sè stessi di più remotamente oscuro, invano. E innumerevoli volte, in quel seguito allucinato di giorni e di notti, colme dell'anima mia del mio balbettìo del mio rantolo, per mesi e per stagioni or l'uno or l'altro innumerevoli volte mi caddero ai ginocchi. Li creava allora la disperata poesia che in me non voleva morire? Trascoloravano. Benedetta, parevan mormorare le sfere avvicinandosi, benedetta tanta passione, di là d'ogni livore e d'ogni tormento. Il cuore non s'è sottratto, il cuore fatto per darsi s'è dato, non si pentirà mai, c'è tanta grazia anche in questo suo spezzarsi. Non si offuschino i chiari occhi eroici. Le mani hanno supreme carezze....

Poi i lineamenti si distendevano, taceva ogni voce. Guancia contro guancia, materno ritrovamento, protezione sul misericordioso sonno.


Così stanno, per sempre: composti: un lene soffio accorato, mio, su essi dormienti o pellegrini.

Così in conche d'ulivi i venti posano e ali chetamente radon le fronde.


Così quella ch'io fui per Andrea e quella che fui per la donna di cui non dico il nome, rimane per sempre, cosa bianca, grumo di pietà, è là per sempre, salva dalle furie ella che s'era alle furie abbandonata bianca, è là, io la vedo ora, preludiante cosa, l'aria attorno è sommessa e dolce.

L'hanno premuta, carne di cerbiatta. Le hanno colto in biondi sentieri more asprigne. L'hanno respinta. Lungi, coi capelli madidi sulle tempie, l'una è andata per selve rosseggianti al tramonto chiamandola chiamandola, s'è gettata a terra, ha creduto sentir emergere dal pinastro tappeto la forma adorata, per sempre lungi. L'altro, oh l'altro, nella sua scorza più chiuso....

Selve, selve incenerite su cime d'isole: tutti quanti gli stravolti aspetti della bellezza: risa di dementi, canti di forzati: selvaggia vita, irreduttibile ferocia, vita che morde che strangola, vita dei flutti e dei vulcani, nasconditrice di giustizia!

Nascosto, remoto ogni perchè.

Perchè mio figlio, ch'era mio nel tempo lontano come nessun figlio mai fu di madre, perchè mi venne tolto, non morto ma con tutte le sue salde ossa, con i suoi occhi aperti, e la bocca mutata che mi rinnega, che dice che più non mi vuole?

E come per lui, che non cerco più, ch'è più solo ricordo di strazio nelle fibre, morbo nelle mie scafate fibre quando di tutt'altro esse soffrono, così per l'uomo che non volle tenermi sorella, che mi respinse dalla sua ombra.

Rispondono forze che non hanno nomi, voci d'immenso volume, alte, ma sembrano anche di sotterra. Tutto il mio delirio, tutto il mio martirio non bastano ad interpretarle. Sperse come aromi. Sperse come aromi.

Ma rispondono. Sono.

Le odo, più non posso chiedere.

L'anima che s'è avventurata e perduta, la mia, la sollevano la sprofondano. Quasi aroma anch'ella. Centro, raggio, non so, non sanno.

O forse polline.

Dove, dove mi poserò?

E la volontà infocata che in me chiamai d'amore a questo tendeva? Il balzo fu maggior della mira. Non ci son nomi più.

Era amore. Con quanto tremore di tocco! Con quanto furore di dono!

Chi ora feconderò?

Gravi di sole eterno son gli aromi.