Ah, les p'tits pois! les p'tits pois!...
La quarta, fu un amore; un amore lungo e tetro. Parlammo di suicidio; spendemmo in francobolli una sostanza; scegliemmo perfino lo stile della nostra camera matrimoniale... poi si mutò stile: io m'innamorai del mio quinto, ed ella del suo «primo» amore.
Il mio quinto fu una chellerina, la quale si permise di non mettere al mondo un figlio, reputato mio.
La sesta, fu un'avventura d'albergo molto commovente; lagrimava con frequenza, rievocando in inglese una disgrazia che non ho potuta capire mai. Era una di quelle donne fatali che s'incontrano spesso nel girare il mondo.
Con la settima rimpatriai; si trattava d'una signorina conosciuta in un ballo, e che mi narrò la prima sera d'essere già fidanzata. Le proposi di rompere, di rompere la promessa, ed accettò non senza qualche scrupolo. Ma mentre io decidevo per la seconda volta di prender moglie, ella con disinvoltura prese un altro marito. Piansi. Composi qualche poesia; mi commossi davanti alle viole del pensiero, e malinconicamente respirai tutto l'effluvio de' suoi vecchi fazzolettini ricamati. Suo marito non s'accorse di nulla, come d'altronde non mi ero accorto di nulla neppur io. Venne a trovarmi qualche tempo dopo le nozze, e la trovai molto più signorina... Il matrimonio inverginisce la donna.
Consumati questi sette peccati capitali, non ho più memoria nitida se non di varie amanti che composero un tipo d'amante, che appartennero, come suol dirsi, ad una categoria.
Ebbi l'amante schopenhaueriana, che mi parve un eclissi di nevrastenia nel sole dell'amore.
Ebbi l'amante incorreggibile, che mi mise in rotta con i miei più fedeli amici.
Ebbi l'amante romantica, la quale mi costrinse a legger libri pieni di puntini, ad ascoltare musiche sfiducianti, a comprendere la bellezza d'aver freddo perchè il chiaro di luna puro da ogni vetro scivoli, mentre si ricerca l'ispirazione, sul profumato guanciale...
Ebbi l'amante lussuriosa, quella che tutti i nostri amici conoscono come posseditrice di qualche ricetta formidabile, di qualche arte satanica nel gioco dell'amore.
Ebbi tuttavia l'amante indimenticabile, quella che si diede così, d'improvviso, con una sincerità che parve una rivelazione, senza pudore, senza terrore, ma in silenzio.
E poi tutte quelle che mi vennero perchè avevo possedute queste prime.
Una mi portò la sua bellezza, perchè la facessi vedere alla gente; un'altra, molte anzi, mi portaron qualche ora vuota o capricciosa della lor vita galante, la simpatia momentanea d'un capriccio che appena confessato sfuma; qualcuna mi diede il suo cuore che non compresi, qualche altra non comprese che potevo darle il mio.
Frattanto nasceva nell'anima il bisogno di amare, poichè andando presso il fuoco s'impara a conoscere la fiamma.
Quella che amai, non la vedrete fra queste amanti che mi seguono, perchè fu una grande tristezza, una tristezza che non guarì... e mi piace di lasciarla sola.
Invece, dopo avere parecchie volte preso moglie con l'immaginazione, accadde che una volta, senza quasi riflettere, presi moglie in verità.
Trovai nel matrimonio molta pace, molto ordine, qualche notte di buona lussuria, ma la mia qualità di amante abitava pur troppo fuor di casa mia. E non era più la medesima di prima: questo amante aveva un cerchietto d'oro al dito, il che è una cosa indefinibile.
Mi parve d'essere capace d'innamorarmi ancora, e molto, e forte: ma non era vero. Seguitavo semplicemente a condurre per le alcove degli altri o nei profumati spogliatoi della bellezza il mio vizio stanco.
Avvenne che in tutte le donne cominciassi a temere l'ultima...
Avvenne che ogni volta mi dicessi: è l'ultima...
Avvenne che non andai dall'ultima.
Ed ora che sono Giubilato, penso di continuo sotto i miei capelli bianchi a questa favola triste, maravigliosa, indefinibile, che si chiama l'amore...
La venditrice di sè stessa:
Quando mai la lingua italiana mi regalerà una parola decente e moderna per esprimere il mio stato civile? È una cosa molto seccante non poter scegliere che fra cortigiana etèra baldracca meretrice pedina magalda briffalda puttana, e così via, — tutte parolacce d'altri tempi, che m'ha elencate con molte altre un mio ammiratore; parolacce le quali non rappresentano punto nè poco la cosa naturalissima che faccio io. Datemi un bel nome, o signori Accademici, e ve ne sarò grata!
A proposito, è vero che state fabbricando un certo Vocabolario della Crusca?
Il Cruscante:
Sì, damigella, gli è ben vero. E ci occupiamo sovratutto di quelle parole che le non servono più. Oh, siamo d'una pedantezza, d'una pedantuzzeria mirabile, damigella garbata mia! Poichè, delle fresche voci novelle, faccia il buon popolo quel ch'esso gli garba, (il popolo di Toscana, s'intende!) — ma le viete le diserte le desuete le rugginose le anticose le morte, cotestesse le vanno ben riscelte al vaglio, poi rimonde, poi coltivate, come conviensi a cosa vaghetta ch'ebbe nel tempo andato fiorimento e gioventù; di quindi per infino chiovate a custodia perpetua dentro quell'orrevole museo possente, lo quale avrem donato in piue a la gentile Italia nostra, Fiorenza.
No, parliamoci alla lombarda, vagherella mia; faccio il Cruscante, ma per ridere; abbiamo avuta inverosì l'ottima idea di costruire un vocabolario della lingua di mill'anni, con dinanzi un bello e forte giogo perchè ogni compratore se lo porti a casa trascinato da una coppia di buoi... ma tutto questo fue per celia!
***
(Quivi, un lungo e ripetuto vagire di fantolino sveglia l'istinto materno della Comare, bellissima etèra Meridiana, la qual sorge dai tappeti e vede infatti per gli sfondi aurorali della scena traversare una levatrice d'infanti che reca un pargolo su le braccia; e vuol chiamarla, ma d'improvviso un buio come di tramonto rannuvola gli sfondi e giunge tetro dall'orchestra il canto funebre dei becchini.)
La levatrice:
Mi tormenta un dubbio amletiano: — servo io dunque per esprimere o per sopprimere quelle seccature che possono talvolta chiamarsi neonati?...
Entra il Coro dei Becchini:
(Nell'Orchestra in sordina la messa da morto.)
Noi siamo vestiti di nero, ma il nostro spirito è gaio!
De profundis... De profundis...
I cadaveri escono di casa coi piedi avanti e scendono sotterra con difficoltà. I cadaveri sono pesanti. I cadaveri sono dispettosi. Trovano il modo di farci faticare più che possono. I cadaveri sono ambiziosi, cercano di vestirsi bene. Noi preferiamo quei morti che fanno molto piangere, perchè sono i più generosi.
De profundis... De profundis...
È un mestiere pieno di controsensi quello del becchino; a forza di stare fra il pianto viene il cuor gaio. S'impara che l'uomo è un peso: nient'altro. La fisionomia dei morti tramonta nella carne come la luce nell'acqua; dopo qualche ora somigliano tutti alla faccia unica della morte. Intorno ai cadaveri si vedono i loro sogni; con un poco di praticaccia s'indovina dal morto l'uomo che fu.
La tristezza vola fuori dalle finestre come uno stormo di civette, non appena i becchini han preso il morto e l'han portato via. Fra tutte le persone piangenti, ve n'è sempre una sola che soffre «il dolore».
Nel guardarli d'improvviso, pare talvolta che i morti ridano.
Sovente si potrebbe derubarli di qualche bell'oggetto, ma non si osa, perchè i morti sorvegliano ed è assai più facile derubare un vivo.
A noi qualchevolta il morire sembra una parodia del morire; vi sono case dove la morte si sdraia come necessità, case dove sbaglia d'uscio e pare assurda. È terribile come alle volte le belle ragazze morte, nelle loro camicie fine sembrino più belle che mai!
E si dimentica perfino di lavarci le mani prima di carezzare le nostre amanti...
De profundis... De profundis...
Perchè la gente ha così paura dei cadaveri? I morti sono dispettosi, è vero, ma dispettosi con noi che li dobbiamo disturbare; all'infuori di questo non hanno mai fatto male ad anima viva. L'odore dei morti è singolare: sembra un odore che sia morto anch'esso e non rimanga su nessuna cosa, neanche nell'aria, ma solo nel cadavere, proprio sul cadavere, come un peso freddo.
Amano i fiori e con passione li stringono fra le braccia, ma il fiore tra le braccia dei morti si assidera. Quanto maggior profumo nelle camere dove le ghirlande sono poche! Per noi la morte più paurosa è quando mettiamo sotterra un becchino.
Fra la gente in nero v'è sempre un certo piccolo sorriso nascosto, che agli altri sfugge, ma che noi vediamo in grazia della nostra praticaccia, poichè dove c'è un morto, piccola o grande c'è sempre l'eredità.
De profundis... De profundis...
Il sampognaro:
Le mie sampogne son piene d'aria, con quest'aria mi riesce di far musiche variate; gli uomini credono ch'io «trovi» le mie canzoni, ma invece nell'aria tutte le canzoni «sono già». Non faccio che portarle ai vostri timpani, o signori che non sapete suonare la sampogna!
La padrona d'una casa di tolleranza:
Le scale mie si salgono con fede, si scendono con rimpianto: però si torna sempre. Si torna a dispetto, e forse in grazia, della spietata concorrenza che mi fanno altre scale.
Il fantino:
Quando penso che tutto consiste nel tagliare per primo il traguardo, mi avvedo che la vittoria non è mai questione di pazienza, sibbene di rapidità.
L'imbalsamatore di cani:
Tenere un mops morto nel proprio salotto, vuol dire avere uno spirito mistico, un cuore pieno di sfiducia, un avvenire incerto e molta fede nella stoppa.
Sappiasi che imbalsamare non è arte così facile come pare al volgo: bisogna essere fisionomisti.
Il maestro di scherma:
Prima la punta, poi: a fondo!
Sono il rimasuglio del Medio-Evo che se ne va, tra poco agli uomini civili mancherà perfino il coraggio di fingere d'ammazzarsi.
Prima la punta, in ogni modo, e mi fissi negli occhi!
La canzonettista:
Io canto la canzone «Fili d'oro» e «La Signora del tramway»; mi muovo con molta grazia e avrei magari potuto darmi all'operetta, fors'anche all'opera seria; solo, mi piace dire qualche piccola porcheria senza nascondere le mie belle gambe. Il caffè-concerto è un luogo intermedio fra l'arte e la prostituzione, quindi raduna i vantaggi di ambedue.
Sono bellina e furba; mi chiamano: la divetta Colibrì.
Quand'entro in scena sento per tutta la sala scoppiettare un picchiettìo d'accenti sull'i. Questo mi fa piacere alla pelle come se fossi nuda, e mi punge come un bicchiere di sciampagna!
Il teatro non può star fermo quando canta la divetta Colibrì.
La signora che non ha mai avuto un amante:
E mio marito crede che l'abbia fatto per amor suo! No, è più semplice: ho tardato nel risolvermi ed ora mi sono avvezza a non avere un amante. La rinunzia d'una cosa che non si conosce può benissimo diventare un'abitudine... Chi non esercita una facoltà la perde; io mi sono dimenticata d'esercitare l'infedeltà. E siamo in molte ad aver commessa questa dimenticanza, molte più che non credano i fabbricatori di luoghi comuni.
Certe vite di donne sono aride, sterili, come giardini morti.
Il padrone del teatro delle pulci:
E qui s'impara come certi animalucci derisi abbiano spesso maggiori attitudini ad ammaestrarsi che una persona barbara la quale, per un lieve prurito, li schiaccia!
***
(Ma frattanto venuta è l'ora che debbano a lor volta, Compare e Comare, fingere una parte nella Commedia, e mentre ancora qualche avventizia maschera sdottora e blátera dal proscenio, il buttafuori li richiama e li sollecita perchè vadano a travestirsi. Già parecchie volte nel decorso della Commedia la bellissima etèra Meridiana, ed il Cavalier Compare con lei, ha mutato i suoi regali abbigliamenti; anzi la famosissima per le sue favolose guardarobe etèra Meridiana, secondo il volgere d'ogni ora indossa una più bella e ricercata veste. Apparve da prima circonfusa d'un colore d'incipriato, in bianco raso e trasparenze di finissimo tulle con un corsaletto in cintola di così bionde squamme che pareva una ghirlanda intrecciata con spighe di biada e portava nella sua fibbia un gran mazzo di bei fiori d'argento. Poi di turchino si vestì, con pizzi d'Irlanda che ragnavano su la sua pelle delicata; poi di roseo, con orlature di piumoso cincilla e calzari di raso luccicante come una corteccia d'oro. Quindi mise una veste indefinita che nulla potrebbe somigliare tranne il muoversi d'un'acqua tetra qua e là percorsa da repentini guizzi di sole; poi mise un abito folto e greve, di velluto, sul quale nevicava una grande bianchezza d'ermellini, con un mazzo all'incrocio delle guaine, più sotto che la scollatura, di grandi fiori vampanti che parevano rose rosse.
Ora verrà semplicemente vestita, con i suoi meravigliosi capelli raccolti da un nodo solo, nudi gli avambracci fino al gomito, il collo terso che nascerà da un'apertura di leggera mussola, nè ingioiellata nè dipinta, quasi principessa che per iscopo di teatrare avesse voluto illeggiadrirsi nell'eleganza d'una suonatrice d'arpa.
Così ugualmente il sontuoso Cavalier Compare verrà nell'abito non negletto ma quasi umile d'un musicista ebbro d'ispirazione, con le sembianze atteggiate a quelle d'un romantico poeta che tutte abbia mandate a memoria le rime sospirose di Alfred de Musset.
Un robusto applauso di mani a tal uopo noleggiate dall'impresario, saluta quivi l'entrata in scena del Compare Cavaliere della Films e della Comare, bellissima etèra Meridiana, i quali vengono per «sentir d'amore.»)
Entra la coppia degl'innamorati.
(Nell'Orchestra violini profumati, arpe voluttuose, flauti che respirano con ebbrezza.)
Noi camminiamo tenendoci per mano, ed il fiore nostro, la nostra parodia che non temiamo, è questo mazzolino di viole del pensiero. Non v'è per noi più innamorata lascivia che la lascivia di guardarci negli occhi, negli occhi dove l'anima sale come una visibile paura e piena di voluttuoso tremito cerca un'altr'anima che la guardi. La nostra dolcezza diviene un tormento quando cerchiamo di comprendere che cosa sia l'amore.
Io sono te.
L'amore non è forse che uno stato essenziale della vita, un passaggio per il quale varca ogni cosa nata e vi dà il suo più forte lampo innanzi di finire. Vi sono tre cose nell'universo: la vita, l'amore, la morte.
Tutte le creature venute su la terra, fecero quello che facciamo noi: guardare con disperazione con incanto negli occhi d'un altro essere, guardare la cosa amata per comprendere l'amore. L'amore, ch'è la febbre più sensuale, fa conoscer l'anima; l'anima conduce ai sensi.
Io sono te.
L'amore non abita nei sensi e neppure nel cervello soltanto: è il legame che li unisce, anzi è il confine dell'essere che li soverchia entrambi. Nessuno, pensando, andrà più lontano che non vada l'amore.
Amare significa mescere in noi stessi la bellezza nativa del mondo, farne dono senza perderla e non volere la pace. Noi siamo gl'innamorati, cioè possediamo una forza ch'è solamente «nostra» e ci mette su la via dell'infinito, quantunque perda ogni senso all'infuori di «noi».
Io sono te.
Ascoltare la voce l'un dell'altra è una musica veramente armoniosa, cioè che invade l'essere come beatitudine immateriale. Tenerci con la mano la mano sembra una cosa innocente, ma è terribilmente colpevole; tanto colpevole che a noi sembra talvolta l'infinito amore tutto e solo consistere nel tenersi una mano. Si può godere sino allo spasimo la persona amata senza nemmeno prenderne il respiro, chiudendo gli occhi, e senza conoscere d'amore.
Io sono te.
Il «sempre», il «mai», nacquero forse da questo desiderio senza fine. La bontà è anche nata nell'amore. L'odio anche. Si compie una purificazione sublime nello spirito della creatura che ama e v'è inoltre nell'amore una memoria di cose alle quali non si è pensato mai. Fu il solo dono bello che la natura chiuse nella vita e fu tuttavia la paura più grande, poichè solo nell'amore si capisce con perfezione lo spaventoso terrore della morte. Ecco perchè noi camminiamo tenendoci per mano...
Io sono te.
***
(Quivi un leggiadro applauso è fatto al Compare ed alla Comare che bellamente sentirono d'amore, poichè ai patroni della Commedia l'uditorio è per usanza cortese. Vanno quindi a mutarsi d'abiti, ma prima conducono verso la ribalta una squallida e solitaria vergine, «la quale, dicono, meglio assai che non facemmo ricercherà d'amore.»)
La zitella:
Ho aspettato, aspettato, per l'intera giovinezza... e finalmente credo che non attendo più! Mi sembra d'esser rimasta dieci anni al cancello d'un giardino, e sono diventata io stessa il cancello che mi chiude.
Sono calma, e quando penso al passato mi ricordo che avere vent'anni voleva dire precisamente — solamente — stare al cancello d'un giardino.
Raccontano che le zitelle siano stizzose; non è vero; hanno vergogna, ma sono calme. Diventan rosse ove si parli di nozze, non per lo sposo ma per timore dell'ironia.
È una lunga storia l'amore, ma finisce; finisce quasi brutalmente, come una ruvida poesia. Un giorno lo specchio ci dice: basta. E se non è lo specchio è l'anima, la quale s'accorge d'essere stanca. Il sentimento compie la sua parabola, mentre l'egoismo lo vince a poco a poco.
Innamorata, fui molte volte: di me stessa, che non piacqui a nessuno, e di tutti gl'innamorati che vidi, nella mia vita grigia come polvere, amare un'altra...
Mi pareva d'essere in una stanza buia e di guardare, traverso le fessure dell'uscio, in una grande inebbriante festa da ballo, tutta fiori lascivie musica e baci. Tra quel buio languivo di sperdimento...
Ma ora il ballo è finito, la sala sgombra, i candelabri muoiono. Entro e vedo per terra qualche fiore appassito, qualche trina lacera; su la tastiera del cembalo sembra che dormano due mani pesanti; qualche violoncello ha le corde rotte, filtra l'alba, i candelabri sono morti.
La storia d'una ragazza vecchia è sempre un'immagine, perchè le sue voluttà non furono che sogni.
***
(Quivi ritorna il Cavalier Compare, in elegante abito da passeggio, discorrendo con un signor grave in tuba e marsina che lo intrattiene d'argomenti serii.)
Il socio della Lega per la protezione degli animali:
Ho veduto stamane un pavone senza coda, un'anitra zoppa, un asinello gonfio di bastonature, un uccellino in gabbia, un luccio agonizzante, la coda d'una volpe conservata come trofeo... nè saprei dire quanti altri segni delle inique torture che l'uomo infligge al regno animale. Soltanto il popolo inglese ha leggi draconiane contro chi sevizia le creature inferiori, e questa non è l'ultima fra le ragioni che lo condussero all'egemonia. Terrò su l'argomento una conferenza.
Intanto proibisco a mia moglie di portare piume d'uccelli paradisi o pellicce alla moda; così, mentre diminuisco la strage di questi poveri animali, faccio anche una pietosa economia. Se mio figlio trapassasse con uno spillo una farfalla viva, credo che lo rinnegherei; l'uomo che cammina sopra un formicaio non può essere buon padre di famiglia e merita che lo si arresti.
Questa è la mia opinione.
***
(Il Cavalier Compare, da buon compare, gli dà tutte le ragioni e volentieri accede a far parte di questa lega operosissima la quale fra poco avrà salvato il bestial genere così dalle fruste come dalle roventi padelle dell'uomo. In quel mentre scocca fra le quinte il rimbalzo di due sonori schiaffi, ed un pover'uomo d'aspetto quasi cenobitico vien spinto a forza nel mezzo della scena da un attaccabrighe battagliero come Orlando, che dopo averlo percosso con virulenza, ora con enfasi lo deride.)
Lo spadaccino:
Sissignore! Le ho camminato sui piedi, le ho dato due schiaffi, adesso le sputo in faccia, e se non le accomoda, mi mandi due padrini!
***
(Il Cavalier Compare, da buon Compare, libera il malcapitato e dà un poco di ragione a tutt'e due. Ma il cenobita rifiuta le armi e il mangia-spade non decampa, sicchè, udita la causa dell'incidente, il Cavalier Compare propone che la vertenza venga sottoposta ad un Giurì d'Onore. Le parti accedono. Il Cavaliere della Films li prega di sedere, nonchè di soprassedere a qualsiasi ulteriore commento su la faccenda, rimanendo chiuso nella più cavalleresca impassibilità fin tanto ch'egli vada in cerca di tre integerrime persone disposte a costituire il triumvirato salomonico.
Per avventura passa di lì un perito giudiziario al quale dal Cavalier Compare viene offerta la presidenza. Questi accetta, facendo nondimeno qualche premessa.)
Il perito:
Noi abbiamo per insegna la Virgola della Sibilla Cumana e per osservatorio la specola di Cagliostro.
Il Perito è un uomo che si trova in imbarazzo, che mette in imbarazzo, che lascia in imbarazzo; per uscirne, vadasi da un altro Perito.
***
(Per l'appunto in fondo alla scena che rappresenta ora, benchè semivuota, l'elegante sala d'un «tea-room» alla moda, siedono a due tavole non distanti un giovine filosofo alcoolista, il quale già disamina il settimo whisky della sua giornata, e un ben rasato marchese, giovine di bel mondo che fa colazione un po' tardi con qualche panino di giambone burrato e con una tazza di tè roseo-nuvolata. Il Cavaliere della Films conosce quest'ultimo.)
L'uomo che centellina il suo settimo whisky:
Osservare la gente traverso l'invetriata d'una bottiglieria non è la stessa cosa che guardarla dal terrazzo d'una casa. Qui la si comprende meglio, perchè l'alcool incatena forse leggermente i piedi, ma rischiara di molto il cervello. L'alcool è il vero amico dell'uomo, gli si affeziona più che il cane e invece d'abbaiare canterella.
tiri — tiri — tiri — tiritì!
Il Blak-and-White Whisky non ha mai potuto nuocere neanche ad un tubercoloso, anzi uccide i microbi. È la bevanda più salutare che sia mai stata fatta per sostituire l'acqua, elemento neutro dove infuriano milioni di bacilli. L'acqua io la capisco nel bagno dove, per sentir l'odore della pulizia, la rinforzo con l'energico alcool della menta pepata; oppure la capisco nel suo stato solido inquantochè serve a raggelare i coak-taïls.
Chi ha scritta quella favoletta: — il fuoco l'acqua e l'onore?... Graziosa, ma io direi senz'altro: — il fuoco il whisky e l'onore; perchè il Blak-and-White Whisky è la filosofia dell'uomo di spirito. Quando si dice uomo si dice anche donna; i contrarii esprimono sempre la stessa cosa.
pere — pere — pere — perepè!
I miei amici contano i whisky che bevo per sapere come devono trattarmi; il «barman» li conta per farmeli pagare; il solo che non li conti sono io, per modestia, perchè non tengo ad umiliare nessuno. Toh! mi fischia l'orecchio sinistro, lato del cuore... È probabile che si parli di me; forse la mia amante mi sta facendo le corna... A me non importa quasi niente.
Il Blak-and-White Whisky è migliore che la donna.
curu — curu — curu — curucù!
Il giovine marchese:
La signora elegantissima di cui sono — sia detto inter nos — l'amante, mi ha telefonato ieri al club per domandarmi se potessi accompagnarla al tè-tango della principessa. Pur troppo sono giunto in ritardo, perchè stavo giocando a baccarà e non ero, fra l'altre cose, in «dorsay.» Mi son presa quindi una ramanzina coi fiocchi, due anzi: la prima da lei, molto ironica; la seconda, molto affettuosa, dal marito... pazienza! Il mio mestiere è di fare il giovine marchese: non so veramente se mi diverto più io, o si divertono più gli altri. La mia vita somiglia molto al meccanismo d'un prodigioso fantoccio di stoppa; ho da quando son nato la soddisfazione di sentirmi chiamare signor marchese; so che la gente mi crede un imbecille, e quasi quasi lo credo anch'io. Ma non ho mai sentito il bisogno d'essere intelligente; forse questa è la ragione per cui non lo sono. Si può vivere con molto spirito senza darsi la pena d'essere intelligenti. La vita è stata per me un bel tappeto di damasco e vi sono passato sopra senza lasciarvi nessuna impronta. Le donne mi hanno amato, gli amici mi hanno adulato, gli uomini d'ingegno m'han fatto qualche bell'inchino; so vagamente che si può esser poveri, mangiar male, aver sfortuna, trovarsi presi nella tragedia... ma tutto questo è quasi una piccola storia che mi sembra d'aver letta in un bizzarro libro. So per conto mio che lo scopo della vita è questo: godere per abitudine, godere con noia, godere con facilità. Mi resta solo da decidere in cosa consista il godimento. Alle volte provo quasi la tentazione che mi capiti una disgrazia, per poter godere anche il dolore, quest'unica gioia che non ho sofferta mai.
***
(Con affabilità il giovine Marchese accoglie, sebbene occupatissimo, l'invito del Cavalier Compare a far parte di questo Giurì, e per amore di sollecitudine il Marchese presenta il Cavaliere della Films al giovine filosofo alcoolista, che offre da bere, indi accetta. Il triumvirato quindi si ritira, e nell'attesa del responso le parti contendenti se ne vanno per i fatti loro. Ma già quivi la bellissima etèra Meridiana ritorna constellata della veste più bella che mai mettesse, cerulea tanto che par tessuta con l'aria d'un giorno di primavera. Una rete impalpabile ricopre la stoffa eterea, dentro questa rete s'impigliano gemme. Così bella è, che tutta una schiera di giovini le muove appresso per corteggiarla.)
Entra il Coro degl'Incompresi:
(Nell'Orchestra in sordina voci funebri ma irate; sinfonie di strumenti bizzarri; ocarine, oboè.)
Nunc et in hora mortis nostrae... Amen.
Noi siamo la Genialità che il mondo non vuol conoscere, siamo le finestre dalle quali non guarda mai nessuno, i fuochi ai quali anima viva non si scalda.
Altri agitano il tirso che in sè non portano alcun Dio; noi viviamo in campi d'ortiche mentre il lauro cresce nei giardini altrui. L'epoca non ci comprende; siamo nati cent'anni prima della nascita nostra, pensiamo col cervello d'una gente che verrà. Il solo conforto è per noi leggere le biografie di quei sublimi, ch'ebbero gloria quando furon polvere.
Nunc et in hora mortis nostrae... Amen.
Di questi giorni è il tempo dei mediocri, talora degl'infimi; riesce oggi chi puttanescamente si vende al favor popolare. Laddove si celebra l'immortalità d'un poeta che scrisse persino un endecasillabo con dodici piedi, io diedi alla mia terra un poema primordiale in 61 canti che nessuno volle stampare e nessuno lesse; laddove girano il globo le operacce di maestri che non sanno il contrappunto, (e sono debolissimi nell'orchestrazione,) tu, Flavio, nella tua «Sinfonia delle Foglie Gialle» hai spinto di qualche passo più oltre l'anima beethoveniana. Mentre un pittor d'affreschi murali passa per Tiziano risorto (— e falla in tutte le prospettive per disconoscenza del disegno! — ) tu, Clodomiro, nel tuo «Notturno in luoghi Morti» hai ottenuto forse la più grande rarefazione di colore, il più profondo singhiozzo di luce che mai pittura tentò di esprimere...
Ma che serve? Tutto questo piace alla Beozia regnante, come piacerebbe alla mummia d'un Faraone!
Sì, le parole più significative della vita nuova noi le abbiamo dette, solo non furono comprese! La Fama, che sarebbe nostra donna d'amore, passa davanti a noi scordevole, o co' suoi veli trasparenti ci adesca mentre va in letto con altri...
Così noi camminiamo per via malinconici, a fronte bassa, con il fegato un po' gonfio, mentre la strada plaude sfrenata perchè si corona imperatore un Asino!
La nostra famiglia è grande; vi sono Incompresi anche fuori dall'arte; inventarono, amarono, vollero, fecer mille prove per venire a capo di un'idea fissa, tentaron senza tregua di spiegarsi, ma non furono compresi mai... Poveri e tetri, la nostra parola è forse questa: — mai.
Nunc et in hora mortis nostrae... Amen.
***
(Non anco è fuor di scena la irata e lamentosa teoria, che già viene avanti una schiera più calma e più forte, quali solitarii, quali a brigatelle che in bel modo e con acuta ponderatezza, di amene favole vanno insieme ragionando. Son costoro i colpevoli dell'aver condotto a sì amare tetraggini quei delusi corteggiatori della bellezza o della fama, ed or vengono per iscusarsi dinanzi alla Patronessa di beltà, la ceruleo-vestita Meridiana.)
Entra il Coro dei Critici:
(Nell'Orchestra sinfonia cadenzata ma talora quasi gaia di stromenti d'ogni genere; qualche solitario violoncello, moltissimi tamburi.)
Microscopio. Lente.
Siringa. Tanaglia da dente.
Noi, con mansuetudine, avveleniamo la vita degli artisti.
Noi, con beatitudine, conduciamo a spasso le nove sorelle Muse.
Noi, con rettitudine, facciamo sì che non tutti i maschi e non tutte le femmine della specie umana, dal demente all'analfabeta, si mettano a creare opere d'arte.
L'opera d'arte è la cosa che l'uomo, — anche la donna, — partorisce più volentieri, senza doglia, e con instancabilità. Se non ci fossero i Critici, l'umanità finirebbe sotto il diluvio delle opere d'arte. Ma per fortuna ci siamo noi con
microscopio; lente;
siringa; tanaglia da dente.
Noi crediamo che il vizio d'essere artisti fu imparato nell'antica Grecia, e prima dell'Ellade gli uomini — anche le donne — avessero qualcosa di meglio a fare che crear opere d'arte.
Però non ne siamo sicuri, tanto questo vizio è radicato nel cerebro e nella carne della specie umana.
Se non si fosse Critici, forse anche noi ci abbandoneremmo alla foia del creare opere d'arte. Ma fors'anche no, tanto è grande la delusione che provammo nel condurre a spasso le nove sorelle Muse. Inoltre dobbiamo dirvi che la madre di queste nove fraschette era una bella matrona che la si chiamava per l'appunto Critica; onde noi, che fornicammo con la madre, non si potrebbe senza vergogna donneare con le sue garzette.
Oh, se gli artisti potessero comprendere la nostra malinconia!
Per leggere un bel verso, noi dobbiamo andarne diecimila che pungono come ortiche o salivano come bisce!
Per vedere una tela semplicetta, una semplice statuetta, la quale ci riconcilii con la forma del corpo umano, dobbiamo traversare una tebe di goffaggini e risalire un nilo di terrifiche mostruosità!
Le nove sorelle Muse, ohi noi! si danno anche a sodomia, e questo fanno quasi cotidianamente, forse perchè vengono dalla Grecia, paese dov'era costume.
Or chi farebbe la critica dei critici se non la facessimo noi? quand'è venuto in evidenza che per essere buoni giudici d'un sonetto bisogna per lo meno conoscere la scienza del finito nell'infinito e dell'infinito nel finito, nonchè saper mettersi nell'intuizione come in una comodissima trottola che giri a maraviglia da sè?
Tuttavia noi Critici siamo ancora più numerosi e più smaniosi di partorire che i sullodati creatori d'opere d'arte; così per uno di noi che la matrona Critica di leggieri accolse nel talamo de' suoi deliri, dieci al fiume li mandò perchè prendessero anguille con la barbaia.
Sicchè fra noi stessi dobbiamo scegliere con
microscopio: lente:
siringa: tanaglia da dente.
***
(Or avendo la Comare Meridiana indossata una così bella veste, súbito la voce per intorno vola, nè passa gran tempo anzi che vengano insieme a visitarla due giovini vagheggiatori della bellezza muliebre, assidui del paro nel suo culto ma non da essa con egual sorte ricompensati. Di séguito poi vengono taluni altri personaggi, non tanto bramosi della etèra che porta una veste cerulea, quanto chiamati a fiutar l'aria dal rumore della novità.)
Entra il Dialogo fra l'Uomo che ha fortuna con le donne e l'Uomo che non ha fortuna con le donne.
— Veramente, o Paride, non è la tua persona più allettevole che la mia; d'età siamo gemelli e ci vestiamo dal medesimo sarto. Vuoi dirmi, o Paride, perchè mai tutte le donne ti rincorrono, mentre fuggono me?
— Ascolta Menelao; non vorrei farla da saccente, ma temo che tu non le sappia forse prendere per il lor verso.
— Veramente, o Paride, abbiamo fatto i medesimi studî; la nostra cultura non divaria gran fatto, e per quello ch'è fantasia, nè tu mi ritardi nè io t'avanzo. Tu se' forse un po' stanco di troppi certami d'amore, laddove io sono sovreccitato per non poterne far mai. Ho il rovescio della tua sorte: ogni sera devi tu scegliere fra cinque belle che si contendono i tuoi baci, ogni sera io mi corico amaramente, pensando a cinque belle che m'hanno detto di no. Spiegami qual'è il sortilegio che fai per essere così amato.
— Ascolta, Menelao; non faccio sortilegio alcuno. Questa è la mia sorte: s'io guardo per avventura una donna pensando al mio cane, costei con evidenza mi sorride, arrossisce, impallidisce. Se vado a trovare la moglie d'un amico per darle una cattiva notizia, la moglie dell'amico mi conduce nella sua camera nuziale. Se in un albergo suono per la cameriera con il proposito di farmi attaccare un bottone, la cameriera d'albergo, giovine donna e soccorrevole, cade fra le mie braccia. Quando ne' treni passeggio per il corridoio nell'attesa che l'impiegato prepari la mia coltre, vengono le americane a domandarmi vuoi quant'è lunga la galleria sopravveniente, vuoi se in Italia qualchevolta nevica... Ho tre casse piene di lettere amorose, io che mando solo cartoline illustrate. Ascolta Menelao: poche sere or sono, avendo invitato a cena una provatrice d'abiti — (i francesi, molto meno afflitti da un bell'idioma, le chiamano «mannequins») — trovai la provatrice d'abiti petulante come un diavoletto e mi parve che fosse ragazza di molto navigata. Lo sciampagna, come ben sai, è un vino allegro, e dopo cena la condussi a casa mia. Quando fummo a lumi semispenti, e tardi alquanto per ripentirci della penombra, ella mi confessò con umile candore che aveva creduto bene farmi dono della sua lunga verginità... Menelao, devi prestarmi fede: era semplicemente vero. Che vuoi? la donna è un rettile commovente! Ma per quante n'abbia conosciute, le ho comprese, o Menelao che a malincuore sei casto, ancor meno di te!
— Veramente, o Paride, quel che tu narri alla mia fame suona tormento, come al digiunatore di tre settimane la storia dei banchetti d'Epulone. Ma in cerca vado più che mai d'intendere la nostra inegual sorte, poichè, ne' suoi rifiuti costanti, nelle sue civetterie perniciose, ne' suoi giochi amari, ho studiata la donna con intelletto, e penso ch'ella non sia tanto illogica nè tanto incomprensibile come tu dici.
— Ascolta, Menelao, questo fu il tuo torto: studiare la donna. Facesti come colui che studiasse la quadratura del circolo, il moto perpetuo, l'altre chimere!...
Interviene l'Uomo che cerca le Chimere:
Sì, passo i miei giorni tentando di quadrare il circolo e di trovare un movimento che non s'arresti mai più. Appunto perchè nessuno v'è riuscito, la mia certezza è che si debba riuscire. Difficile non è tanto render possibile un Assurdo, come dimostrar la ragione per la quale una cosa debbasi ritenere assurda.
Vi pare proprio possibile che una data quantità possa contenersi nella forma rotonda e non — fino al milionesimo di millimetro — nella forma quadrata?
Se ne siete certi, mi dispiace per voi, o microcefali! Per conto mio seguiterò a cercare la quadratura del circolo, il moto perpetuo, l'altre infinite Chimere, finchè un tale non mi dimostri con evidenza qual diversità corra in eterno fra la sua Certezza e la mia Chimera.
Interviene l'Ombra dell'Indefinibile:
Il Vero come il Non vero sono entrambe Verità indefinibili. Questo cercatore di chimere ha espressa un'evidenza che pare falsità.
L'Uomo che ha fortuna con le donne:
— Ascolta, Menelao; non lasciarti sedurre dai cercatori di chimere! Ammetto che si troverà forse la quadratura del circolo, ma non si troverà mai l'uomo che comprenda la donna. Questo non è necessario d'altronde; perchè il giorno in cui l'avessimo compresa, ella perderebbe la sua maggiore bellezza. Lasciate che le donne siano assurde, e che siano assurde con novità! Noi pure ai lor occhi dobbiamo talvolta sembrar tali. Ecco, tu volevi una ragione? Fors'è questa: Paride sembra loro assurdo, Menelao no.
— Veramente, o Paride, se questa è la ragione, cercherò d'essere o di parere assurdo anch'io.
— Ascolta, Menelao: compiresti un tentativo dannoso e vano. Assurdi si può essere solo per incoscienza ed ogni riflessione bandisce l'assurdità, che fra tutte le cose del mondo è forse la più bella. Non ti provare, non ti provare! perderesti oltre che il tempo anche la pace.
— Veramente, o Paride, ch'io la perda ma che si tenti ancora questo mezzo estremo! Voglio pur io, prima che la giovinezza fugga, profumare di sciolte capigliature il mio guanciale tepido, vedere due belli e turbati occhi piangere di svenimento, e per commosso amore piangere di me! Voglio pur io, ne' miei tardi giorni di vecchiaia, posseder qualche lettera un po' gialla da rileggere sotto il lume! Poichè vedi, o Paride, tu forse hai sfogliato le rose a' tuoi piedi senza conoscere quanto sia dolce il profumo delle rose... Quelli soli che non sfogliarono ghirlanda, san comprendere il profumo che v'è nel calice d'una rosa.
— Ascolta, Menelao; non sono lungi dal darti ragione. Certo non se' tu il primo a conoscere che la rinunzia è il più fino epicureismo della vita, laddove il possedere addormenta e sfiducia come tutte le verità. Da buon amico e da fratello vo' che tu sappia questo: io t'invidio per il tuo digiuno e per la tua sete, per la tua febbre che non si pacifica e per l'anima tua che nel desiderio spera! T'invidio, perchè davanti a' tuoi occhi vive ancora un'immagine che ho perduta: la Donna, e regna nel tuo spirito ancora un miracolo nel quale non credo più: l'Amore.
— Veramente, o Paride, io darei tutte queste belle cose per un bacio comprato senza denaro, e mi piacerebbe assai che la tua sconsolatezza divenisse mia. Mentre le tue parole cercan d'essermi un conforto, io non cesserò dal volgere nello spirito questo enigma insoluto: — perchè non vollero amarmi le donne, che amarono te?
Interviene la Voce dell'Indefinibile:
Fra voi che siete germani, stava, o germani, la mia vasta Ombra.
Il Parassita che torna da una visita di digestione:
A momenti mi usciva un tale sbadiglio, povera baronessa, che l'avrei fatta inorridire! Oh, la noia suprema di ringraziare la gente che ci ha dato da mangiar male! Queste famiglie ricche non hanno palato, trangugiano qualsiasi cosa, ed io mi guasterò lo stomaco se non cambiano i cuochi. L'ho fatto capire alla baronessa con bella maniera. Conosco tre sole case dove s'imbandisce una buona tavola, ma nel mio giro non vengono che tre volte al mese. Per fortuna ho potuto provvedermi d'un buon sigaro e di qualche sigaretta egiziana mentre aspettavo la vecchia baronessa. Temo però che il maggiordomo se ne sia accorto, — questa volta oppure un'altra, — perchè nell'anticamera m'ha guardato male. Questi lacchè non perderanno mai il vizio di spiare traverso le serrature!
Stasera sono invitato a pranzo da un rimbambito che mangia solo carni bianche, — mi farò prestare cento franchi, — e in teatro da una vedova che affligge il prossimo con tre orribili signorine. Il palco è d'angolo, avrò dunque la delizia di non vedere un bel niente! Questi sono inviti che si chiamano passività...