Oh, la bella veste! la bella veste!
L'Uomo che arriva dal giro del mondo:
I negri ballano il tango e pagano le tasse; i gialli ballano il tango e pagano le tasse; agli antipodi si balla il tango e si pagano le tasse; qui si balla il tango e si pagano le tasse. La sterlina, il dollaro, il franco, la peseta, il rublo, la rupia, il peso, il reis, il sen: ecco la mia storia del giro del mondo.
Per vedere questo potevo starmene a casa mia...
Oh, la bella veste! la bella veste!
Il Caricaturista:
Quando l'uomo non si vigila somiglia a sè stesso; quando si vigila somiglia a chi lo guarda. Nelle facce più tetre io vedo — poichè so penetrare i lineamenti, — una grande allegria.
Sotto la faccia d'ogni uomo ve n'è un'altra che in qualche momento traspare; il buon caricaturista è quegli che sa disegnarle tutt'e due...
Oh, la bella veste! la bella veste!
L'«Interwiewer»:
Ho intervistato 46 regnanti; 142 scrittori celebri; 716 glorie della scena; 17 anarchici; 9 miliardarii; tutti i delinquenti; 16 animali; 8 cadaveri; 11 persone che non son mai esistite. Se l'arte è creazione, dell'arti l'Intervista è la prima. L'«interwiewer» è insistente come l'assicuratore su la vita, ma infine gli si apre la porta perchè assicura la notorietà.
Io lascio credere volentieri che le belle cantanti mi abbiano ricevuto nel loro «boudoir»...
Oh, la bella veste! la bella veste!
Il Gran Rabbino:
Vi sono certi individui che sono brava gente, buona gente, magari ottima gente, ma fanno in modo che il loro prossimo non li possa vedere...
Questo sono gli Ebrei.
Vi sono certi individui che non mancan di nulla per esser felici, fuorchè d'una piccola cosa...
Questo manca agli Ebrei.
Vi sono certi individui che sono molto intelligenti, ma pensano ancor oggi col cervello dei tempi di Salomone...
Questo accade agli Ebrei.
Io sono il Gran Rabbino antisemita...
Questo è il dovere degli Ebrei.
Oh, la splendidissima veste!
Il bambino che fa le bolle di sapone:
Quando sarò grande permetterò a' miei bambini di fare fin che vogliono le bolle di sapone, perchè sono belle, sono rotonde, c'è dentro il sole, scoppiano, e le macchie sui tappeti con un po' d'acqua si mandan via.
Papà dice:
— Guai se ti vedo fare le bolle di sapone!
Mammina dice:
— Impara piuttosto a fare il compito bene.
Io dico:
— Non sono mai riuscito a fare la terza bolla prima che scoppino le altre due.
Taracium! cium! cium!.. Quando sarò grande farò il soldato.
Oh, guarda, che sembra un Albero di Natale quella bella signora!
***
(Senonchè, già stanca di udir vantare la cerulea sua veste, con quella instabilità ch'è propria delle donne troppo lusingate la bellissima etèra Meridiana dice al suo Damo che amerebbe andarsene di bel nuovo a diporto per la città, e sol le manca di mutarsi l'abito, ciò ch'ella farà con speditezza mentr'egli cerchi di patrocinare la Commedia senza che gli ascoltatori languano di soverchia noia. Con bel garbo il Damo Cavaliere l'accompagna fino al limitare dello spogliatoio, e veduta quivi una lavatrice di panni la manda in scena perchè faccia ridere. Ma costei non è loquace, ond'egli, affacciatosi al corridoio, vede passarvi una mascheretta che già l'uditorio accolse con qualche mormorio benevolo durante la sua prima e rapida parlata. Non essendovi per di lì a quell'ora maschere molto allegre, il Cavalier Compare crede opportuno di mandarla una seconda volta in scena, e con brio la riconduce.)
La lavandaia:
Gli uomini somigliano alle proprie mutande, le donne al loro copribusto.
La signora che i francesi chiamano «cocotte»:
Domando scusa del disturbo se vengo a parlare due volte, mentre tutti non parlan che una; ma son tanta parte nella vita sociale, che per questo — se non per cavalleria — mi si perdonerà.
Le mie lagnanze non riguardan soltanto il nome; pur troppo ne ho ben altre!
Sono da tutti maltrattata, io che faccio la dispensatrice di bene. Ho cura di non scontentare mai nessuno fra i signori che si rivolgono a me. In cambio questi signori mi denudano, — anche nelle loro conversazioni, — con tanta libertà che diventa una sconcezza! Mentre ad ogni donna si deve un poco di rispetto, nessuno vuol serbarne un briciolo per me; raccontano come faccio e come sono fatta; lo raccontano sopratutto a quelli che potrebbero, se li interessa, venire a domandarlo di persona. Espongono la mia stanza da letto come una di quelle piccole vasche dove nuotano i pesci; vi si può guardare da tutte le parti... questo mi sembra indelicato.
Inoltre m'accusano di fingere la commedia del sentimento, — la commedia del godimento, — e questo è un poco vero, ma non è d'altra parte ammissibile ch'io debba innamorarmi una, o magari due volte al giorno!
Credano i signori uomini che quando posso — quando non è umanamente impossibile... — sono sincera.
Nella mia vita non c'è niente di bello: siccome sono una donna d'amore non ho l'amore; siccome sono una donna di gioia, non ho la gioia; da ultimo, poichè si dice che appartengo a tutti, non ho nessuno. E per quel piccolo denaro che mi danno con tanta difficoltà, credono i signori uomini che sia lecito non solo disprezzarmi, — cosa discutibile del resto, — ma dirmelo anche in faccia, — cosa brutale. Siccome però il mio mestiere è quello di rider sempre, queste parole un po' gravi le dico ridendo. Anzi, non ho rancore contro nessuno, e mi dispiace solo di non essere tanto ricca da poter fare come faccio, ma un poco più di rado, e scegliendo io stessa quelli che garbano a me.
***
(Quivi, con rapidità non lontana dalla promessa che fece, torna pronta per uscir col suo Damo la bellissima etèra Meridiana. Veste ora un abito da passeggio di squisitissimo taglio e pur semplice, con un cappello scelto forse tra mille, di così fina ed insolita eleganza che veder non si potrebbe in verità il più raro, nè quello che meglio col suo viso e con la sua foggia dell'abito s'accompagni.
«In un battibaleno, dice il Damo Compare, muto io stesso d'abito e sono con voi.»
La Comare s'abbottona i guanti, poi nell'attendere si sporge fuori dalla finestra narrando all'uditorio quel che vede.
Una rondinella trasvola cinguettando sopra l'arco della finestra, ed ella traduce quel che la rondinella nel suo chiacchierìo canta.)
La Rondinella:
Son qui su la gronda
che canto gioconda...
e vedo, nelle contrade strette, la gente nera, in lunghe file, che va piano — piano — piano — e si muove come l'acqua buia nel fondo dei crepacci.
Quello che più mi stupisce degli uomini è la loro pazienza. Chissà mai cosa fanno con tanta pazienza? Li vedo sempre schiacciarsi l'uno addosso all'altro, e li sento cantare con una brutta voce; poi quando fa notte, accendono il fuoco.
Ma perchè, se possono coi loro nidi venire così alto nell'aria dove sto io, perchè rimangono sempre laggiù nei buchi dove si trema di pericolo?
Talvolta per una finestra entro nei loro nidi e guardo cosa c'è nei loro nidi... Vedo solamente alcuni di questi uomini, che strisciano piano... piano... piano...
***
(Sotto la finestra un vecchio semicieco suona l'organetto di Barberia, mentre il suo can barbone con un berretto rosso fra i denti va in giro chiedendo l'elemosina. — Ed ella racconta quel che pensano il vecchio semicieco, ed il suo provvido barbone.)
L'Uomo che vive con un organetto e con un can barbone:
Tutte le più belle canzoni vengono a morir d'asma nel mio macinino; quando sono così decrepite che nessuno più le ricorda, povere belle canzoni, me le riportano via!...
Il can barbone:
Io sono il vero altruista: domando l'elemosina per mantenere un tale che non è neanche un cane.
***
(Ma ecco il Damo già torna, ed è vestito con un abito che s'accompagna gradevolmente anzi rassomiglia quasi all'abito di lei. Un simil fiore di gardenia immacolata biancheggia perfettamente nell'occhiello della giacca d'entrambi, ma ella porta guanti che son colore del vin del Reno, egli che son grigi come le perle grigie, con tre sottili frecce nere.
Gli archi elettrici per breve attimo spenti dan mezzo allo scenario di raffigurare la lor passeggiata.
Ecco, e per istrada incontrano anzitutto gran folla di commessi viaggiatori che vanno a proporre o tornano dall'aver profferite le lor merci svariatissime, delle quali camminan sovraccarichi a simiglianza di muli. Poi qui con gente lieta e là con gente cupa s'incontrano, della quale a vicenda osservando le sembianze tentano per darsi qualche svago di sorprendere i pensieri.)
Entra il Coro dei Commessi Viaggiatori.
(Nell'Orchestra in sordina, romore di sonagli lungo e monotono.)
Oh, che dolore
fare il commesso
vïaggiatore!
Noi cerchiamo di dare lo sgambetto a chi va innanzi, un calcio a chi vien dietro; portiamo, come i cani, un collare col nome della Ditta e indosso bubboliere sonagliere campani, per essere uditi.
Oh, che dolore
fare il commesso
vïaggiatore!
«Viaggiare in un articolo», sembra che voglia dire starvi dentro come in una gabbia; invece significa tentare d'ingabbiarvi un cliente. Così, «fare la piazza», par che indichi la professione d'un selciatore o per lo meno d'un architetto; invece vuol dire traversarla cento volte al giorno, quand'è fangosa nevicosa o rovente, portandosi addosso tutto quello che si può, con un palmo di lingua fuor dai denti e scotendo a tutta forza le bubboliere, sempre con lo scopo medesimo d'ingabbiare, nella ressa, un cliente.
Ma il cliente è l'uccello più refrattario a lasciarsi mettere in gabbia.
Oh, che dolore
fare il commesso
vïaggiatore!
Entra il Coro di Quelli ch'ebbero una buona giornata.
(Nell'Orchestra, tintinni fischietti motivi d'operette gaie.)
Noi ci freghiamo le mani!
Come si sta bene al mondo! Schopenhauer, filosofo pessimista, meriterebbe d'essere messo al palo. Giacomo Leopardi non è il nostro poeta. Noi sentiamo quei poeti, quei musicisti, quei pittori, quegli autori drammatici che hanno messo nell'arte un poco d'allegria!
Stasera andremo a teatro. Sì, andremo a teatro, ma vogliamo ridere: drammi niente; il Ferro nemmeno, Parsifal meno che mai! Ecco: la Presidentessa, oppure la divetta Colibrì!
Noi ci freghiamo le mani!
Spiegateci voi cos'è l'Allegria, se lo sapete? Niente: una ballerina impalpabile che balla nel sangue, una spuma di sciampagna che scoppietta e sprizza nel cervello! Non pare neanche un riso dell'animo nostro, ma una bellezza che da tutte le cose venga verso di noi.
Oggi fa quasi freddo, ma l'inverno è piacevole; questa città nella quale viviamo è piena di gente simpatica; tutto potrebbe andar meglio, si capisce, ma bisogna esser nevrastenici per parlar male della vita.
Noi ci freghiamo le mani!
Entra il Coro di Quelli ch'ebbero una cattiva giornata:
(Nell'Orchestra note plumbee, boati d'organo; accidia, nevrastenia.)
E noi tentenniamo il capo...
Cos'è il Malumore? Niente; uno sbadiglio invincibile che sembra venir su dai piedi e propagarsi per tutto il corpo; una lente affumicata che gira intorno al cervello. Forse abita in noi, ma soffia pure da tutte le cose; è una specie di vento, muto lungo filtrante, che annuvola intorno alla nostra persona; è il buio della vita che viene a galla.
***
(Ma non son lungi ancora, che già il messo del teatro sopravviene di corsa per dir loro che tornino in fretta, poichè il Suggeritore Mascherato che improvvisa la Commedia sta per essere senza personaggi, l'uditorio strepita per le melensaggini che si dicono ed Egli vuol anticipare la sua parlata venendo, ma nell'assoluto buio, al proscenio. Balzano perciò in un tassametro e tornati con furia verso il teatro vi trovan alla ribalta un assessore municipale scevro di spirito che blátera, con un giornale in mano, dicendo cose a vanvera le quali scontentan il pubblico, ed un avventuriero magniloquente ma ridicolo che manda in furore la platea.)
L'assessore municipale:
I giornali dicono che le strade sono in cattivo stato. Veh, si capisce!... un dì nevica, l'altro fa sole, così di neve con sole nasce fango. Poi la circolazione di mille migliaia d'individui bestie carri eccetera, lascia un sedimento inevitabile che cresce quanto più lo si gratta. In ogni modo non posso mica scoparle io! Gli spazzini fanno quel che si riesce a fare con una scopa, com'io vado sin dove può giungere la fantasia d'un assessore sovrintendente agli spazzini! Oh, questi giornali! quando non sanno come ingraziarsi gli abbonati attaccano il Municipio. Ma il rimedio lo trovo subito: mandatemi ogni notte una pioggerella che lavi le strade, ogni mattina un bel sole che le asciughi, si vieti la distribuzione dei manifestini, si metta nell'avena dei cavalli qualcosa per produrre la stitichezza... come dice? qualche filo della mia barba? sia pure... ma in questo modo avranno le strade lucide come specchi!
Alle volte i meriti d'un uomo dipendono perfino dal tempo che fa.
L'avventuriero:
Datemi per complice l'amore d'una principessa, e le donne d'un regno mi ricameranno la bandiera; datemi per complice una guarnigione che la porti, e ne farò il sudario d'una grande morte o la bandiera d'un re!
***
(Per calmar l'uditorio messo a rumore dalle due non gradite maschere, Compare e Comare vengono alla ribalta, e mentre l'una sorride per conquidere, l'altro così parla:
«Giustissima è la vostra ira, Nobili Uomini e Dame Compiute che noi veniamo per servire! Ma non si faccia portar la pena di quel che dissero due maschere infeconde all'intera e numerosa nostra famiglia di comici che pur ebbe sin qui l'onoratezza, o la buona sorte, di sollevare qualche risata. Inoltre voi sapete che una sol Voce qui parla: questo ambiguo e mascherato Suggeritore, che, venuto fra noi dall'inizio della Commedia volle a noi stessi rimanere ignoto. Aveva la morettina su gli occhi e non disse che un nome: — «Io mi chiamo il Cavaliere dello Spirito Santo. Parlerò per voi, per tutti voi, per ognuno dei centotrenta personaggi che compongono la Commedia, e vi lascerò intero l'incasso. Ma non vogliate sapere chi sono, e studiatevi bene di non profferir parola ch'io non dica. Reciterò la mia parte mascherato, ammantellato, nel buio, nell'assoluto buio, e in tante riprese quante mi piaccia. Siete una famiglia di comici della quale già noto è il repertorio in questa città: vi farò dire cose un poco dissimili dal consueto, le quali appresi nel girare il mondo. Solo, vi basti conoscere ch'io mi chiamo il Cavaliere dello Spirito Santo. E nient'altro.»
Dame Compiute, Nobili Uomini, Egli è dunque per venire al proscenio; domate la vostra inquietudine perch'io temo che, forse a bella posta, Egli mettesse cose ridicole in bocca delle due maschere precedenti col fine poco nobile a vero dire che la sua propria parlata sembri più concettosa. Ora Egli sta vestendosi del suo mantello buio; mi prega di annunziarvi che il suo motto è questo: «Vale nec parce». Ha dunque una certa fierezza, poichè vi augura salute ma rifiuta fin d'ora il vostro perdono. Dirà cose anche lontane dalla Commedia. Disse frattanto per la mia bocca tutte le cose che finora vi parlai...
Con me la bellissima etèra Meridiana si licenzia e vi saluta.»)
Pausa.
L'Orchestra in sordina
tace.
Gli Archi elettrici di colpo
sono spenti.
Ammantellato,
nel buio perfetto,
entra
il Cavaliere dello Spirito Santo.
Ave
ai giorni della vita che sono morti,
ai giorni della morte che son per nascere,
a voi presenti
da me invisibile
ave.
Dico male di tutti e di me stesso, non tanto per amor del bene quanto per ludibrio della verità. Ho parlato e parlo nella voce di tutti quelli che vanno dal confessore, sia questi prete o laico, assolva condanni o rida. Ma confessarsi è una sciocchezza; più grande sciocchezza è credere che ognuno porti un confessore in sè. Noi solo portiamo il nostro Pagliaccio e lo portiamo con serietà; quel giudice interiore nostro che si chiama coscienza è un altro Pagliaccio: lo portiamo con spavento.
Più che nemico degli altri, sono terribilmente il mio; gli altri mi fanno pena, laddove di me stesso mi sdegno. Quando avrete imparato a guardare, imparato a pensare, imparato a leggere nel libro della vita non solo i frontespizi ma i sottintesi, non le sole declamazioni retoriche ma quei nodi ambigui di parole dove si chiude il senso della parodia lugubre e del grottesco universale, quando avrete insomma capito che si può far a meno degli altri e perfino di sè stessi, quel giorno mi darete ragione.
Il rivolo del bene, il torrente del male confluiscono insieme dentro un lago morto che ha nome: Sarcasmo. Badate ch'io non predico la parola del Budda, e nemmeno, traverso i lirismi del divin folle Federico, la parola di Zoroastro. Il Nirvâhna del Parco delle Gazzelle mi sembra impossibile come il Paradiso delle Vigne di Galilea.
Non predico nulla perchè odio sopratutto i predicatori, nè voglio agitare scintille davanti agli uomini, ai quali è necessario, per vivere, vivere di cecità.
Non vogliate peraltro ch'io mi nomini Cavaliere del Buio! Nell'ombra sto, perchè nell'ombra nascono i pensieri. Ma ho bisogno di spezzar lance contro il mio mulino; ho bisogno d'udire il fischio de' miei staffili, se anche, dopo aver battuto, rimbalzino contro di me. Poichè nulla è voluttuoso come percuotere, quando si sappia che all'infuori d'ogni calcolo e d'ogni prudenza la percossa è giusta!
Col dir «giusta» voglio esprimere sopratutto un atto genuino, semplice, istintivo dell'uomo; poichè non crediate che ami, con i criterii del pretore urbano, la giustizia. Essa è, come tante altre parole, un brillante chimico, fabbricato nei crogiuoli degli alchimisti millenarii che frodano l'umanità. Son riusciti a faccettarlo così bene, a dargli tanto fuoco, a illimpidirlo di tanta luce, che alle volte inganna perfino me. Solamente «io so guardare», e quando l'ho nel palmo, per quanto bello sia lo riconosco. Il brillante vero non si chiama giustizia; o miopi, si chiama: Ideale.
Non lo troverete mai nel mondo, mai, mai! Quindi sappiate accendere un falò e ballare intorno alla vampa dove bruciano i vostri sogni; sappiate gettare via voi stessi come un sacco vuoto nell'ora e nel momento preciso in cui siete vicini a sentirvi dii! Questa non è disperazione, è logica.
Io mi sono affacciato a tutte le finestre della vita, e da tutte le finestre ho veduto bruciare falò. Popoli e creature, secoli ed istanti rosseggiarono di questa fiamma; la cenere cala sui cimiteri, soffia su le cune, come piace al vento. Questo non impedisce che si viva, che si operi, che si distingua dal bene il male, dal bello il brutto, con entusiasmo e con assurdo; anzi rende più lieve l'anima l'aver intuito quanto grande sia nelle metafisiche dell'uomo il regno dell'assurdità. Io non son perfido, come voi mi chiamerete. Ho due giardini a casa mia, che non d'uguali piante coltivo; nell'uno cresco vincigli sterpi gramigne ortiche, spalliere irte d'aculei, piante gonfie di veleni; l'altro, poichè amo le rose, non è che un giardino di fragranti rosai. Quel primo è lo sterpaio dal quale non può districarsi il mio pensiero; l'altro è dove lascio con oblìo che mi si avvolga di profumo il cuore.
Presso la casa d'ogni uomo «che volle comprendere» crescono questi due giardini, e se mi volete confesso, vi dirò che sono mortalmente triste quand'è la stagione che non fioriscono i rosai.
Io non sono indifferente, come voi mi chiamerete. Se vi occorre sorridere con una dolcezza che per voi sarà nuova, o guarirvi d'alcun male che i vostri curatori v'abbiano inflitto, venite nella casa provvisoria dove abito: questo barbaro vi medicherà.
Ma se volete, ma se volete infine giungere alla mia stessa pace, allora io conosco un fiume dov'è mestieri che prendiate il battesimo, e poi, dalla foce fragorosa verso gli oceani, meco risaliate per i suoi gorghi selvaggi verso la calma inaccessibile sorgente. Questo fiume porta un nome assai temuto fra gli uomini, poichè si chiama l'Amore; ma i naviganti che lo scoversero in antico tramandarono sopra di lui molte false leggende. Non è il basso amore degli Indi, non è il terribile amore dei Semiti, non è l'amore dionisiaco e lezioso dell'Ellade, ma neanche l'amore cristiano. È qualcosa di comprensivo e di voluttuoso che non potrò narrarvi se non quando mi conoscerete, anzi, o Personaggi della Commedia, è la totale bellezza che regna nella vita, è il nuovo Spirito Santo per il quale mi battesimo Cavaliere.
Io non sono dunque un paradossale, come voi mi chiamerete.
Ci fu nella mia prima giovinezza un'epoca nella quale mi parve che l'eroe del mio spirito fosse Don Chisciotte; gli rubai di fatti la sua lancia e mi piacquero così fortemente i suoi mulini, che dappertutto ne vedevo; dove non c'erano, li fabbricavo. Più tardi m'avvidi che Don Chisciotte aveva precisamente il torto di portare una lancia e di prendersela coi mulini.
A quel tempo Don Giovanni poteva molto su di me; commisi la ridicolaggine di sceglierlo ad eroe della vita, ma finalmente m'accorsi che Don Giovanni doveva la sua bellezza non a sè stesso nè a quel che sapeva esprimere dalle vigne della terra, ma solamente ai novellatori di molto ingegno che scrissero le sue biografie. Don Giovanni era una luminosa figura letteraria, ma tra gli uomini diventava sciatto, pedestre, goffo, ruffianesco, risibile, oltraggioso. Diventava un luogo comune: lo ricollocai ne' libri e mi riapparve un eroe della vita nella sua grande mirabilità.
Mi son provato a camminare con i battezzatori usciti fuor dalle tebaidi a spargere il seme della parola d'un dio; con i maestri della violenza che insegnarono come si muove, alzando bandiere nei giorni di ribellione, al saccheggio delle città; mi sono provato a camminare con gli umili, in silenzio, guardando la polvere; coi lirici che irradiano su tutto la voluttuosa demenza d'Orfeo; coi negatori che sovvertono e coi socrati elargitori d'anime, che forse berranno altra volta, nella coppa davvero mortifera, il veleno ateniese... ma vidi che tutti costoro non seppero mai districarsi dalle lettere dell'alfabeto per donare ai popoli della terra qualcosa di meglio nè di più.
Un uomo dissemi un giorno che v'era nell'ironia «più vita».
Un uomo dissemi un giorno che v'era nella rinunzia «più vita».
Un uomo dissemi un giorno che v'era nella sensualità «più vita».
E poi molti mi parlarono del sacrificio, molti mi lodarono l'evangelismo di questa o di quella fra le passioni che possono allettare lo spirito umano; molti mi dipinsero come sommo bene l'ignoranza e la semplicità.
Io li ascoltai tutti ma non potei credere ad alcuno.
Allora supposi che nei libri vi fosse la vita, e trascorsi ad un incirca tutti que' libri per dove il pensiero dell'uomo fece strada innanzi di giungere sino a me.
Ho trovato che il primo, qualunque fosse, fu il migliore. Aveva se non altro il dono di pensare, falsamente come gli altri, ma con una falsità semplice. Da quando si credeva che il cielo fosse un tendone azzurro curvo sopra la terra e che nel suo ragnare il buono spirito notturno v'appendesse le luminarie delle stelle, da quel tempo, dico, infino ad oggi, se il pensiero ha strappato la tenda non ha rinunziato al notturno spirito nè ad alcun'altra leggenda, e non fece che mutare i termini od ampliare le distanze.
Sicchè mi scelsi un poeta per cercare la verità nel lirismo e per credere almeno, se il falso è inevitabile, in una falsità musicale.
Omero mi parve un po' greco; Virgilio mi venne a tedio per opera di Dante; l'Allighieri, trovai che da cinque secoli troppa gente lo deificava, il Petrarca mi parve una meravigliosa canzonetta napoletana. Baudelaire, l'avevano sciupato già tutti coloro che di professione fanno il decadente; Shelley, che avrei potuto amare se fossi stato un inglese, in Italia patì l'oltraggio d'una soverchia voga.
Non mi rimaneva che abbracciar Heine; l'abbracciai. Sorpresi nel suo spirito fustigante qualche segno terribile della potenza d'un uomo; trovai bellissimo questo cavaliere solitario che crociava contro tutti.
Ma un giorno venni a sapere che il Tedesco flagellatore della Germania viveva con la pensione pagatagli da un ministro Francese.
Per me non aveva più scritto l'«Idillio di Montagna»; non era più crociato libero il poeta di Atta Troll! Non pensai che avesse peccato, il povero e grande Heine, poichè «il perdono verso tutti» è la prima rosa che mi sboccia ne' rosai; ma non era più il Don Chisciotte senza Ideale, quegli che ride per ridere o che ferisce per ferire!
Ancor qui debbo dirvi che «il perdono verso tutti» non è punto il fior soave delle parabole galilee, ma il perdono forte, il perdono che ride, il perdono che si avventa fin su l'orlo della vendetta... poi la regala!
E nuovamente nomade, con il mio spirito e co' miei passi, fra i dedali di questa bella terra ove soltanto per nascere nascono primavere, vado in cerca dell'uomo che sappia essere quel che Heine non fu: — il Cavaliere dello Spirito Santo.
Poichè ad ognuno piace parlare per la bocca degli altri nonchè darsi un bel nome, in voi parlo dietro la maschera, o Personaggi della Commedia, e con voi ride su la storia d'un giorno
il Cavaliere dello Spirito Santo!
Vale nec parce, spectator!
Pausa.
Tra la fiamma degli Archi
nereggia sparendo il suo mantello
buio.
***
(Nel frattempo avrà mutata veste la bellissima etèra Meridiana; ed ella torna, piacevolmente conversando con quei sorrisi e quelle cortesie che si pratican nei saloni di ricevimento, — fra molto numero di signore allettevoli e dolci, le quali nella sceltezza degli abiti e nelle delicate sembianze quasi gareggiano, benchè non tutte, con lei. Ma la scena, in luogo di raffigurare una sala, rappresenta un bel giardino di parco signorile, ove nel fondo tra l'imboschire degli annosi alberi s'intravvede lontanamente il palazzo.
Quivi è la scena tutta una fioritura di maravigliose ortensie che son di colori variati e soavissimi, da quelle tutte d'un bianconeve, quasi enormi piumini per la cipria, a quelle che son d'un roseo nativo come i più pallidi coralli o d'un cilestre tenue che par soffiato su la bianchezza dei petali come polvere di turchese.
L'ora è dolce, piove tra gli alberi una rarefazione d'aria che par risplendere, cammina un ruscello tortuosamente fra l'erbe dei prati. La Comare, bellissima etèra Meridiana, porta un abito che va con il tempo e riluce senza possedere in sè alcuna visibile cosa che brilli. È una stoffa d'un color malva con drappeggi e seterie che si tingono di viola, ma forse nelle cuciture, forse nelle bottoniere, forse tra i fronzoli della seta corre una invisibile trama di fili d'oro che lampeggiano. Camminando trascina con negligenza un mantello di viverra o di martora, che tra il bruno e il vaio manda un colore quasi rosso, ed ella seco lo porta caso mai nascesse vento.
Son queste le signore amorevoli, che in tutta la lor vita sempre peccarono d'amore).
Il Coro delle Signore che han sempre avuto un amante:
(Nell'Orchestra una musica di dedizione, voluttuosa e varia; tutti gli strumenti.)
Dicono i Quattro Evangeli:
«Molto le sarà perdonato
perchè ha molto amato».
In attesa del pentimento, noi ci chiamiamo tutte Marie Maddalene; donne povere di virtù ma ricche di sentimento, che demmo gran filo da torcere alla gelosia dei nostri mariti. Abbiamo avuto un amante non appena ci fu possibile; tralasceremo solo di avere un amante quando proprio non ci riesca più.
Fummo curiose, questa è la definizione; ma curiose di noi stesse, cioè di «conoscere» il nostro corpo attraverso molteplici carezze. Poichè fermandoci alla prima si può anche ignorarlo, ed il profumo della nostra carne può tormentarci come l'odore d'un cofano chiuso; anzi, — e non ascoltino le ragazze da marito, — anzi è molto probabile che s'ignori... Curiose fummo di sapere se potevamo anche noi, col nostro semplice corpo, provare quel che provano le eroine dei romanzi francesi.
Ora, dopo una lunga esperienza, possiamo dirvi che s'arriva tutt'al più, col nostro semplice corpo, a quello che provano le eroine dei romanzi italiani...
Fra la letteratura e la vita c'è una sproporzione spaventosa. Ve ne possiamo accertare noi, che siamo vittime di questa letteratura.
Oh, non saprete mai quante ragazze, un po' turbate sotto il velo di spose, pensino già involontariamente a un nome, — il nome della Rue de la Paix, che vuol dire Parigi, — o al nome d'una di quelle tante strade, un po' antiche, un po' morte, ove s'annidano i quartierini dell'adulterio, dove si consumano tutte le disgrazie o tutte le fortune dei mariti di Francia, dove si può dire che «avvenga l'amore», in quell'ora grigia sottile nascosta che piove su l'inverno parigino, fra le quattro e le sei... Sì, non c'è bisogno d'aver letto molto; il romanzo francese ormai s'è sciolto nell'aria, fluttua per l'atmosfera di tutto il mondo civile; ogni ragazza lo respira quando cominci a sentirsi donna, ogni sposa lo vive leggermente quando si spoglia, e la signora onesta lo subisce ogni volta che vede il marito uscir di casa con tranquillità. La sua potenza è tanto straordinaria, che noi cerchiamo per anni l'amante il quale ci dica una tal cosa letta in un tal libro, forse una cosa da nulla, ma che piace come piace un profumo insolito, come piace un fiore strano...
Non si trova quasi mai l'uomo che ce la dica, e sarebbe così facile suggerirla... ma come nessuna di noi vorrebbe sciupare una musica delicata, così nessuna di noi vuol suggerirla... — e si tace. Se per caso accade che su le labbra d'un amante fluttui quel profumo insolito, sbocci quel fiore strano... oh, allora si aprono gli occhi grandi grandi, e questa volta... è l'amore!
Purtroppo non è quasi mai l'amore, per la ragione semplice che ridiventiamo curiose. Il nostro peccato fondamentale vince il sentimento, e siamo ancora quelle che si chiameranno per sempre Marie Maddalene.
Non dovete credere che questo peccato c'impedisca d'essere madri ottime dei nostri bambini, talvolta buone mogli per i nostri mariti. Vi racconteremo d'alcune fra noi che si sono spogliate, sacrificate, sottomesse da martiri al bene d'un ragazzo cattivo o d'un marito ingiusto, e che pure non sapevano impedirsi, verso quell'ora grigia e nascosta, la loro piccola curiosità...
Nel matrimonio v'è qualcosa che non è ben risolto ancora, qualcosa di forse irrimediabile, che noi stesse non sappiamo riconoscere nè definire con esattezza. Ma certo il matrimonio del giorno d'oggi non è ancor tale che risponda pienamente allo spirito ed ai sensi della donna qual essa è venuta formandosi nella nuova società. Come si guarda in una lontananza, così a noi pare confusamente che la vita possa essere più bella di così, più viva per i nostri sensi femminili e per la nostra mente che si apre. Su dieci donne venute al loro tramonto, ve ne son nove che si fanno buie con il cuore insoddisfatto, con la carne persuasa d'aver sciupata una grande voluttà.
Ora, vedete, questo indefinibile rimedio, questa vaga lontananza, è la cosa che noi cerchiamo nell'Amante.
Egli può non comprenderlo; infatti non lo comprende quasi mai. Succede allora che si muti, e si muti sempre con una curiosità più acre, con una fiducia meno forte, finchè il bisogno d'un amante assume per noi qualcosa di molto simile al bisogno che abbiamo di andare dalla sarta, o forse, — quando gli anni passano, — al bisogno di trovare sempre un uomo che sappia col suo fresco desiderio coltivare la nostra femminilità.
Egli non è più l'Amante; è «un amante», ossia nient'altro che la derivazione, la complicazione, della parola: marito.
Dunque in noi, fra molto peccato, v'è pure un piccolo senso di dolore; per questo, anche prima del pentimento, chiamateci sempre con il bel nome di Marie Maddalene.
***
(In questo vago giardino, così di belle ortensie come di belle donne fiorito, il Cavalier Damo ritorna con molti uomini di sua conoscenza, i quali vengono per discorrere del più e del meno in compagnia di queste amorevoli signore che, per non fare le lucrezie, sono appunto le più dilettose agli uomini.
Ed è il Cavalier Compare in abito a dorso moltissimo attillato e chiuso in cintola da un sol bottone, cosicchè la bianchezza prodigiosa del panciotto gli forma tra i rovesci un'apertura ovale, dove scorre il nodo esiguo della cravatta scura. La tuba lucente, la mazza in legno di malacca, gli stivalini a ghetta, l'occhialetto arguto, il capzioso fiore d'orchidea, il ciuffo del fazzoletto che gli traspare dal taschino, tutto questo insieme conferisce alla sua pieghevole persona il vero brio, la genuina compiutezza del cavaliere moderno. Con lui vengono l'autore drammatico più fortunato nelle alcove comitali che su le ribalte infide; lo studentello che fa le sue prime armi con qualche filosofo nubiloso e con qualche dama svaporata; l'uomo di mondo che non neglesse fra le cure galanti una sua cavillosa erudizione; l'uomo di governo che protegge con il suo portafogli qualche marito indulgente; il principe o re in esilio, che i fornitori citano per via d'usciere ma le nobildonne ossequiose chiamano ancora Maestà; lo scienziato non del tutto austero, che rivela con affabilità le sorprese mirifiche de' suoi laboratori, o trascina per i divani delle sale qualche ossigenata chioma di cometa; il medico di nervi bello e grigio, carezzato assai dalle signore, cui si compiace di scoprire, nonchè di mettere a nudo prima o poi, la fonte recondita d'ogni nevrastenia... l'uomo garbato, ch'essendo poco, adula molto; l'uomo che arriva con le tasche imbottite d'episodii gustosi, e quello che n'è vittima; colui che nel mondo si ama per la sua virtù d'eccitatore, d'ingaudiatore, d'abbellitore della vita, e colui che agli spossati nel desiderio, come alle anime ancor prese di paura, vende una voluttà più rara, che si chiama penitenza.
Ecco, entrano.)
L'autore fischiato:
Il pubblico dei teatri non è la folla passiva che assiepa le arene gl'ippodromi le assemblee le piazze le chiese; il pubblico dei teatri diventa un personaggio attivo che nessun autore drammatico ha mai saputo conoscere a fondo.
Decidere qual'è il cavallo che tagli per primo il traguardo, non è — almeno in massima, — un'opinione; decidere invece qual sia la commedia che meriti applausi e quale fischi è nettamente un caso di suggestione collettiva, d'arbitrio veloce, d'istantanea psicologia.
Il buon successo, è la commedia che dispiace ad uno contro due;
il cattivo successo, è la commedia che dispiace a due su tre;
le commedie che mandano in delirio sono con indifferenza capolavori d'astuzia o di poesia;
le commedie che fischiano tutti, sono — certamente — irreparabili asinità.
Osservando bene la sala d'un teatro nelle sere di prime rappresentazioni ci si accorge che l'autore si dà l'aria d'un giudice, il pubblico l'aria d'un giudicato. Mi spiego: l'autore cita il pubblico, giuria pagante, a risolvere un dramma; l'autore, solo e terribile nella sua toga declamatoria, sta su la scena per vedere cosa ognuno sappia rispondere alle sue domande stringenti. Lo spettatore ha paura di compromettersi, tentenna, tergiversa, guarda volentieri quel che fa il vicino, ripete volentieri quel che affermano i commentatori più loquaci.
Benchè la faccia complessiva del pubblico sia truccata e mobile come quella del comico, su questa faccia corrono momenti vivi di rossore, d'angustia, di vergogna, di perplessione, finchè per un fenomeno oscuro la forza dei più numerosi vince, la lacrima diviene pianto, il riso ilarità.
Se fossi un pittore vorrei dipingere la faccia delle platee.
Ma non sono che un povero autor fischiato, e non ho ancor veduta, se non per il buco del telone, la faccia delle platee.
L'uomo di governo:
L'uomo viene al mondo con la mania di salire al governo, perchè il piacere della vita è di stare sopra gli altri.
Nel sistema metrico decimale vi sono due numeri importanti: Uno e centomila.
Dai giorni di Babele sino a quelli di Bebel tutta la cronistoria del genere umano si riduce alla perpetua contesa dell'Uno contro i centomila, dei centomila contr'Uno.
Molti han parlato d'anarchia come d'una efferata e nuova bellezza del pensiero moderno. Ma Bruto, — sebbene la storia gli abbia dato un altro nome, — Bruto era più nudo anarchico di Caserio, e nell'esercito d'Alessandro il Grande conquistatore dell'Asia militavano tanti anarchici petrolieri quanti oggi non ne raduna la santa Moscovia di Niccolò.
Assourbanipal, autocrate di tutte le Assirie, questo grandioso plagiario padrone del mondo conosciuto che fece copiare le Piramidi e il Tempio di Rhâ da' suoi architetti decadenti, questo magnifico e dolce Nerone ch'ebbe tutta la vita l'ossessione di somigliare a Ramsete II, poche leghe fuori dalla vertiginosa Ninive, per la bassa valle del Tigri, aveva nel riottoso Elam i suoi filosofi nichilisti e la sua piccola Patterson.
Dunque l'anarchia non distruggerà i Governi.
Il re in esilio:
La piccola valigia che porto è piena di calze rattoppate; cammino come Diogene con una lanterna in mano; però non cerco l'uomo, io cerco il Diritto Divino.
Entra il Dialogo fra Calunniatore e Calunniato.
— O Egesippo, che male ti feci mai, perchè tu vada spargendo ai quattro venti la mia diffamazione? Tu racconti ch'io trovo da vivere vendendo agli amici danarosi l'onestà della mia legittima consorte: questo è sì poco vero che, se un uomo le facesse affronto, io gli sparerei nel petto a bruciapelo!
— Buon Demetrio, giuro sui Sette Sacramenti che questa chiacchiera non l'ho bandita io per le strade. Apollione, truffatore impenitente, figlio di falliti e marito d'una ragazza che gli andò al talamo come si esce da un lupanare, Apollione il quale oggi vive coi denari che il suocero guadagna esercitando in anonimo una bisca, Apollione tuo concorrente in commercio è forse una delle fontane onde scorrono le tue calamità. Fammi la grazia di non tradire questa confidenza perchè sono padre di famiglia.
— O Egesippo, non dirò nulla, stanne certo. Sono troppi anni che mi dibatto contro la calunnia; citarmi un nome di più significa solo accrescere il mio dolore. Qualsiasi cosa io faccia non uscirò dalla mia veste di calunniato perpetuo, come tu, qualsiasi cosa tu faccia, non potrai toglierti la fama d'essere un calunniatore. Nasce la calunnia intorno all'uomo incolpevole come il bozzolo in torno al baco da seta; quando il bozzolo è fatto, come si potrà mai ritrovare il bandolo del primo filo?
— Buon Demetrio, la calunnia, quest'arma forte e sicura che uccide gli uomini a distanza, non fu mia ne' tuoi riguardi, e mi puoi credere per quello che ti dirò. Me ne sono infatti armato parecchie volte, quindi la conosco. M'hai creduto l'origine della maldicenza che ti tormenta perchè a tutti son noto come un terribile calunniatore. Infatti lo sono; mi piace avere in mia mano l'onestà degli altri, nella quale non credo; ma su te, buon Demetrio, forse per avventura non apersi bocca. Inoltre senti: non c'è mai nessuno che inventi una calunnia, le calunnie volano in giro da sè. Guarda, io cammino per le strade con un fiore all'occhiello, con la sigaretta in bocca, e nel camminare ascolto. Ascolto; l'aria mi viene a dire: quella tale è l'amante del tale; Tizio truffa Sempronio; Caio sodomizza Martino. L'aria mi viene a dire che c'è un sotterfugio nella tal faccenda, un'ambiguità nel tale testamento, un ricatto nella tal lettera d'amore... Non puoi credere come l'aria conosca tutti i segreti della sua città! Mi osserverai che i tre quarti, se vogliamo, di questi episodii non sono cose vere? E sia pure, te lo accordo; ma corrono, volano, l'aria li sa. Puoi chiudere tutte le finestre all'aria? Puoi soffocare la sua voce volubile, vasta, che filtra per ogni serratura? E chi le inventa queste calunnie? Altro mistero. Non io certo, buon Demetrio, non io che faccio il calunniatore!
— O Egesippo, e dunque perchè lo fai?
— Buon Demetrio, per molte ragioni. Talora per inavvertenza. L'aria m'ha soffiato nei timpani una favoletta graziosa, ed io senza troppo esaminarla, così, tra il fumo d'una sigaretta, la ripeto. Altre volte perchè non conosco la persona designata nè mi preoccupo del male che possa venirle; oppure perchè appunto la conosco, non è di quelle che amo, e calcolo fumando la mia piccola vendetta. Se bene osservi, o buon Demetrio, ti accorgerai che due persone le quali parlan insieme oltre i cinque minuti van sempre calunniando qualcosa o qualcuno, perchè nella vita c'è un istinto di sopraffare gli altri che non dorme quasi neanche nel sonno e, secondo le battaglie, afferra l'arma che può. Nelle conversazioni degli uomini l'argomento è sempre uno solo: parlare «di sè» o parlare «per sè», quindi, rovesciare gli altri. Esamina la tua coscienza, buon Demetrio, e vedrai che forse, tu vittima, sei stato sovente il sacrificatore.
— O Egesippo, talvolta mi son difeso con impeto, e per difendermi dovetti assalire.
— Buon Demetrio, hai fatto bene; hai fatto solamente quel che faccio anch'io.
Lo studente mondano:
Mi mette in un grave imbarazzo, bella signora! Trovarle un aforisma, una sentenza, un pensiero d'uomo celebre per il suo album d'autografi? Ne so tanti che non saprei quale scegliere... ecco, le scriverò un motto di Niszche: — l'imperativo categorico sono Io!
L'erudito:
Questo motto non è di Federico Nietzsche, ma di Federico Hebbel un genio appena scoperto e che pare abbia creata la Germania.
Tanto per mettere le cose a posto, Nietzsche si scrive con ti-zeta-esse-ci-acca (ovverossia: tzsch).
«Niet», in russo, vuol dire: no; «zsche», non vuol dir niente.
Sono sicuro che non vuol dir niente in nessuna lingua, (viva nè morta), salvo forse in esquimese, idioma che mi dolgo d'ignorare.
NB. Per me l'ignoranza è un dolore, per altri una beatitudine; non credo quindi ozioso aggiungere che Federico Hebbel (— con due b —) è nato a Wesselburen nell'Holstein, il giorno 11 di Febbraio dell'anno 1813; verso — (pare) — le nove di sera. Quel giorno — (anzi quella sera) — nevicava.
L'adulatore:
Il signore di La Rochefoucauld ha detto: «L'amor proprio è il più grande di tutti gli adulatori.»
Io sono dunque «l'amor proprio» degli altri. Quando mi vedete adulare il mio prossimo, voi credete sempre che vada chiedendogli qualcosa per me. Non sempre. L'adulazione è anche una gentilezza dell'animo, una gentilezza servile, ma gentile. Io vedo con molta evidenza i meriti del mio prossimo, anche i più piccoli, anche quelli che sono solamente un desiderio, — e li lodo. Fra il pessimista che vi critica a tutt'oltranza e me che scopro il vostro valore più insignificante, non son forse nella vita un compagno più benefico io? Sì credetemi, c'è nell'adulatore uno spirito servidoresco e da ruffiano ma v'è anche un segno impercettibile di nascosta bontà.
L'astronomo:
Più che una scienza, l'astronomia è un istinto della razza umana, perchè non v'è creatura che passi nel mondo senza chiedersi cosa mai sono le stelle.
Sono i vertici dell'infinito, lo spazio che non finisce mai. Ma v'è qualcosa che va più lontano, che giunge anche al di là dall'essere: il nostro pensiero; e forse le stelle brillano solamente nel nostro pensiero.
Lo Zodiaco nell'Almagesto era un disegno semplice, ora è diventato un labirinto come la nostra vita perchè noi complichiamo anche il cielo. Tolomeo Copernico Keplero Newton sono le spinte per cui l'Universo da immobile divenne roteante; può darsi che a furia di moto si stanchi e si torni a fermare.
Bisogna che l'astronomo possieda molta rettitudine per non diventare un astrologo; noi vediamo infatti succedere cose tanto sublimi ed inverosimili che siamo tratti ad immaginarne di più inverosimili ancora. L'universo è appena microscopico per l'uomo che non conosce l'astronomia; nel cervello d'un uranologo v'è tanto infinito quanto non ne contenne il sogno d'un popolo morto, l'anima d'una età spenta; eppure viviamo anche noi delle vostre cotidiane miserie, vicini, assidui, senza che questo si veda.
Il frenologo, medicatore di nervi:
In tutti gli uomini c'è un pazzo; badate che non si svegli. Quando l'uomo sano fa un ragionamento il suo pazzo interiore cerca di capirlo, poi gli dice: — Non è vero. Quando l'uomo sano è molto triste il suo pazzo interiore scoppia dal ridere. Il pazzo interiore ha una grande ammirazione per l'uomo sano e cerca d'imitarlo, però se questi non si sorveglia prende il sopravvento ed è il pazzo che crede d'essere diventato l'uomo sano.
Vi avverto che il ragionamento è un segno di pazzia; l'uomo sano agisce con istinti ragionativi ma riflette poco. L'amore della gloria è anche una pazzia.
Vi avverto che la mancanza di ragionamento è anche segno di pazzia; la donna sana agisce con istinti irragionevoli, ma riflette molto. L'amore della donna per il sacrificio è anche una pazzia.
Entra il Dialogo fra il Mercante d'afrodisiaci ed il Maestro di penitenze.