Ave Primissimo, Pantagruele!

Noi siamo i coltivatori dello stomaco, i golosi della rara e fertile vivanda che si trasmuta in sangue più rosso. Nulla conta la trachea, l'uomo vive con l'esofago!

I maialini d'India ben ripieni, le trifole del Périgord, gli asparagi d'Argenteuil, il fegato d'oca di Strasburgo, i capponi del Mans, le ostriche di Colchester, e tutte l'altre leccornie che la terra pingue o l'industria paziente produce, sono per noi le cose più sublimi che accadono sotto l'emisfero. Un genio rivelatore non è niente appresso un sopraccuoco prelibato.

Ave Primissimo, Pantagruele!

I vini delle giaciture più polverose, i liquori decrepiti custoditi con tutta la lor forza entro gelidi cristalli o tepide porcellane, sono per noi veramente il lirismo della vita! Noi adoperiamo lo stomaco per custodire in noi la Bellezza. Non siamo atei: crediamo profondamente nel piacere di quel che si mangia, nell'ambrosia di ciò che si beve. In questo crediamo imperterriti come il fanatico in Dio. Siamo anche filosofi, poichè possiamo dirvi che la digestione è l'unica felicità delle razze. Siamo anche sociologhi e fisiologi perchè v'insegniamo con la sapienza dei secoli che creerete un popolo grande facendolo mangiar bene.

La delizia di filtrare attraverso la nostra carne intellettiva una vivanda complicata e squisita, equivale alla delizia di comprendere un difficile pensiero.

Noi siamo quelli che nel mondo abbiamo conservato l'appetito intelligente e quella benefica giovialità dello stomaco pagano che il Buon Pastore volle, come un gran vizio, bandita. Nel Cristianesimo non v'è di orrido che il digiuno scellerato e la nefanda eresia degli astemii.

Noi dubitiamo in verità che il Nazzareno abbia fatta questa predicazione; dev'essere un'aggiunta postuma di alcuni evangelisti biliosi e mal digerenti. Per chi non fosse del nostro parere, noi faremo notare che i preti la tennero come non detta, e per tutta l'era cristiana, in barba degli uomini e di Dio, con uno splendido appetito mangiarono a quattro ganasce.

Il peccato della gola è invero la più nobile azione che l'uomo possa commettere. Lucullo, per vostra norma, era ben lungi dall'essere un maiale come voi lo chiamate. Lucullo è stato un Illuminatore della vita assai più grande che Platone. Non dimenticate questa verità: quasi tutte le tristezze dell'uomo consiston nelle cose che mangia.

Noi vorremmo creare un'Accademia di Quaranta Cuochi Immortali!

Ave Primissimo, Pantagruele!

***

(Il Compare, Cavaliere della Films, dice:

«Questi buoni e panciuti uomini han saputo commuovere la vostra indulgenza, o Nobile Uditorio! Non li avete zittiti come si meriterebbero per aver osato proclamare in vostra presenza cose tanto grossolane o babbuinamente facete; buon per loro che foste clementi!

Ma dalle fisionomie vostre mi avvedo che pur nell'ascoltare quei grassi e lucidi babbuini già una forte curiosità vi pungeva, che or si rinnovella: — Dov'è sparita la Dama Comare, bellissima etèra Meridiana? Perchè il riso e la luce de' suoi occhi non più risplendono verso di noi?

Ecco, vi rispondo: — È l'ora dei teatri; ella s'andò a vestire dell'undecima sua veste. Non siate impazienti, fra poco tornerà in diamanti e strascico, pronta per guardare da un palco verso la scena del teatro che sceglieremo.

Così è: quando le città pingui e dilettevoli han saturata la fame che le tormenta, curiose guardano verso i teatri, dove nel canto e nella declamazione l'imperitura famiglia istrionica tesse con artifizio la simulazione di quella commedia sincera e forte che si chiama la vita. Le città sono a quest'ora bambine facili al riso, facili al pianto, che un nulla può commuovere, un nulla divertire. A quest'ora la musica, profumo della vita, diventa necessaria come un afrodisiaco lene, che tutti, anche le fanciulle, si possano impunemente concedere; a quest'ora il dramma la tragedia la commedia, che sono parodie della vita come gli acrobatismi del funambolo e dell'atleta, incurvano le città attente sovra una piccola scena tappezzata di carta pesta, e dove la luna il sole i tramonti sono il giuoco semplice d'una buona lanterna magica. E le città si ascoltano dire da quella scena larga pochi metri, in un linguaggio approssimativo, tutte le parole selvagge o brutali, che là fuori, a cielo aperto batton nel lor cuore veemente, pulsano libere inafferrabili nella loro poderosa immensità. È un gioco il teatro, un gioco simile molto al libro, ma più puerile ancora, più divertente ancora, per la ragione che il dolce, il poetico, il riposante nella vita delle città, si è d'essere appunto come bambine, cioè di possedere un'anima che veda non il terribile del mondo, non la forza e la strage della necessaria vita, non quel riso micidiale che soffia dagli oceani del pensiero, ma il piccolo dramma di fantocci che intenerisce con spontaneità, la piccola burla di parole che allarga la bocca e facilita la digestione...

Sicuro, io vi parlo non per altro che per dar tempo alla mia bella Dama di vestire l'undecima sua veste, e faccio un po' di teatro in questo momento anch'io, un po' di libro, se volete, un poco di parole insomma, per farvi passare senza che ve n'accorgiate un quarto d'ora di tempo, attesochè lo scopo della parola non è mai di «creare» bensì di «far passare» un pensiero.

La vita ineluttabile cammina da sè contro quel maraviglioso edificio di parole, (certo il più bell'edificio che l'uomo costrusse), e che appunto si chiama teatro, libro, metafisica, religione, filosofia... l'urta e non lo rovescia, anzi vi passa traverso, per la buona ragione che questo edificio miracoloso, al di fuori è fatto d'aria, e dentro è vuoto...

Sono un po' scettico, voi dite?... Sì, me ne accorgo infatti, e fischiatemi!... quantunque io non faccia che ripetere con fedeltà le parole che mal mi presceglie questo enigmatico Suggeritore.

Senonchè la Nuvola s'alza, e rivedrete Colei che fa comprendere la bellezza del teatro, la musica delle parole!»

Infatti la scena rappresenta un teatro; si vede una fila di palchi, e per iscorcio, la ribalta. Vagamente laggiù cresce un giardino, piovono foglie rosse tra l'autunno degli alberi trasparenti, una reggia guarda con finestre balenanti la sua fontana polverosa: due voci cantano l'Amore, favola di tutte le musiche, musica di tutte l'età.

Nella fila dei palchi, uno splende così forte che sembran convergere ne' suoi specchi tutti i lampadarii del teatro; vi siede in piena gloria la Dama di Luce, bellissima etèra Meridiana; il profumo del suo ventaglio bianco muove delizia intorno a quelli che sono con lei. V'entra pure il Cavalier Damo, poichè il palco illusorio è posto in modo che sia quasi a confino con la ribalta vera.

Da tutto il teatro illusorio si appuntano i canocchiali verso di lei; grandissima è l'inquietudine di quella sala, dove lo spettacolo assai poco si ascolta perchè il guardarla è più bello che udir cantare, come l'essere da lei guardati è maggiore dolcezza che perdersi nella sinfonia.

Sono venuti a visitarla signori d'alto lignaggio e tutte le più cospicue persone che per ricchezza o per ingegno godano rinomanza nella Città; vengono ed escono per dar luogo ai sopravvenuti. Ma uno vi rimane assiduo, non di parapetto ma presso lei, quasi nascostamente, per sottrarsi alla curiosità importuna che il solo mormorio del suo nome fa nascere per il teatro. È uno scrittore magnifico e nominato per l'orbe, uno di quegli uomini che morendo invidieranno solo sè stessi. Ed egli ammira la veste gloriosa della etèra Meridiana, poi la corteggia mansuetamente.

Or questa veste brucia come fosse un rogo di luce bianca od avesse nelle trame del suo tessuto quel brillare che fa la polvere d'una fontana traverso un raggio di sole. Volerne descrivere il disegno sarebbe troppo difficil cosa, poichè la veste non è che lei stessa ed ella medesima è tutt'una con lo splendore dell'abito che porta. Ella non fece che vestire il suo corpo d'un involucro bianco e fu bella di tutto quell'artificio che può radunare la semplicità; il vestito le si accompagnò alle membra come una musica va insieme con la parola cantata. Ella non deve ora più niente all'artefice della sua veste, perchè l'immagine d'una simil veste nacque all'artefice da lei; questi vi mise dentro la sua bellezza in pensiero, ma nessuno avrebbe mai conosciuto il sogno dell'artefice se la involontaria bellezza di lei non fosse nata nel colore di quel bianco, nel drappeggio di quella seta morta come una viva necessità.

Dice il Compare:

«Guardatela, poichè la Nuvola è per discendere... fra poco non la vedrete più. La bellezza, voi sapete, si guasta e si logora di chi la guarda; perciò conviene che tra gli uomini passi rapida, lontana. Essa più che tutto ha paura dell'abitudine, vero ed unico vizio dei sensi, malattia che sciupa l'universo. E per tal modo comprenderete come il pudore le sia necessario meglio che alla virtù. Quando avrete per lunghissimo tempo respirato nel profumo e tra un contorno di rose, — cioè in quel respiro e in quella vista ch'io credo la migliore del mondo, — sarete vicini ad aver spenta la divinità delle rose e propensi forse a gustare con ebbrezza l'odore noioso d'un cavolaio.

Guardatela dunque con intensità, finch'ella è un giardino di bianche rose!»)

Lo scrittore celebre:

Ho tanti lauri che ne sono stanco.

Io possedetti la Bellezza e la Gloria come veneri nude, gridai nel mondo la parola incorruttibile, brillantata come diamante, materiata quasi d'arcobaleno e di fiamma, che forse potrà separarsi dalla perpetua geminazione delle sue nascite per vivere di bianca solitudine, alta e lontana da quel colore di scordamento che sul fuoco dei più tersi cristalli raduna il tempo dimentichevole.

Io sono stato un vandalo, rapace ma grande, che per vestire la mia Statua della Bellezza cento imperatrici e mille schiave impunemente spogliai! Ora la Statua Perfetta è fastosa e luccicante come la gioielleria d'un satrapo orientale, come il tesoro inaccessibile d'una chiesa bizantina.

Ho tanti lauri nei mio giardino, Banchieri!... che ne sono stanco.

Banchieri!... adesso faccio come voi: speculo con le ricchezze degli altri; è più semplice, molto... più comodo, assai... e talvolta cápita perfino di pescar tra i cocomeri una melagrana più rossa, che quelle, dal riso dionisiaco, melagrane apollinee dell'Albero mio!

Ho tanti lauri che ne sono stanco...

L'uomo che fabbrica gli epigrammi:

È giusto: voi siete con magnificenza «il Cavaliere de li Spiriti altrui...»

***

(Dice il Compare:

«Sventura vuole che il patto da noi concluso con l'estraneo Cavaliere, libertà gli accordi o licenza di molestarvi tante volte quante a lui piaccia. So che pure nella seconda sua parlata Egli vi fu discaro, sebbene cercasse di trattar cose che più vicine stanno all'anima di chicchessia. Ma il suo torto fu di scegliere una forma nebulosa e di mettere troppo studio nell'armonia delle frasi, le quali armoniosamente ristuccarono. Gli è poi cosa molto infetta di necrofilia quella di pretendere che ogni ben pensante uomo, a guisa di cimiterio ambulante, porti un cadavere in sè, — sia pur questa una vaga e profumata morta, e ghirlande le si diano quante ne intreccia la primavera.

Ma non possiamo rompere il nostro patto; e per di più a quest'ora che le vie son deserte, almeno di personaggi notevoli, non sapremmo in verità quale maschera inviarvi, la quale possa con maggior brio disannoiare il tempo che la Dama di Luce, bellissima etèra Meridiana, si cinga intorno al flessuoso corpo la dodicesima sua veste.

Ora e poi, quest'Uomo promette che verrà per farsi conoscere. Non più nel buio perfetto, ma questa volta nella penombra Egli dice che viene per discorrere con voi. Verrà, chiuso fino al mento nel suo mantello buio, con la maschera su gli occhi e un po' lontano dalla ribalta nonostante la fiochissima luce. Ma vedrete almeno la sua figura come un ritaglio buio nell'ombra, vedrete almeno i suoi movimenti, l'altezza della persona, il disegno delle sue membra. Forse vi giungerà un poco più chiara la sua parlata, perchè anche la parola, sebbene muova incontro ai timpani, pur s'agevola e molto si rischiara con la luce. Tutto è oscuro nel buio, anche il suono. Egli vi parlerà prontamente, senza preamboli, da persona che sia per andarsene. Ricordate il suo motto rigido?...

Ora e poi, quest'Uomo non chiede applausi.»

Eccolo, e viene.»)

Pausa.
Ridono Violini quasi morti.
Filtra vapore d'Elettricità
quasi morta.
Sui tamburi domina un galoppo
distante.

Volgendo pertanto l'ultim'ora della Giornata concessa per commediare fra di noi, doveroso mi sembra che voi sappiate, o Personaggi della Commedia, chi veramente io mi sono. E poichè, mentre tenevate la scena con bella baldanza, io, nascosto entro la nicchia del suggeritore, sfiatandomi ed improvvisando, soffiavo nelle vostre alterne voci la mia voce dissimulata, giustizia vuole, o Maschere della Commedia, che voi facciate con l'ambiguo Cavaliere, una più libera conoscenza.

Non mi piacerebbe in alcun modo ripetere più che due volte un esordio, il qual due volte ripete l'identicissima cosa, e vengo dirittamente a scoprirmi senza raggiri, poichè non vano mi sembra che dell'essere mio con limpidezza ogni mistero sappiate.

La ressa dietro le quinte or quasi del tutto scema; il buttafuori non s'affanna più col trovarobe ansimoso e grondante. Quelli de' miei Personaggi che non hanno più parte, ma già struccati e ravvolti nei mantelli da passeggio attendono per i corridoi, — quando avrò detto chi sono, — vadano in pace!

Può darsi che la platea, sempre distratta e più curiosa di belle donne che del comico nostro cicalare, si vada facendo la stessa domanda: — Chi è mai questo ambiguo Cavaliere, verbivariato e privo d'ogni buona creanza, il qual fece dire tante cose arrischievoli, che punto nè poco vanno insieme con la sua Cavalleria dello Spirito Santo?

Signori sì, ch'io vengo per dirvelo, se pure indugio a bella posta con l'istrionica malizia d'acuire la vostra curiosità.

Lunghesso la Commedia molti apparvero al proscenio ed ancor pochi verranno: sappiate or voi, che in tanti quanti furono, e quivi e come nella vita, sempre in ognuno sta

il Cavaliere dello Spirito Santo.

Cercatelo in voi profondamente al ritorno dalla Commedia verso i placidi vostri focolari; ed anche se non avete un focolare, non una sorella nè un'amante che v'abbia messa la rosa nel bicchiere presso quei letti gelidi e solitarii nei quali v'addormenterete.

Sì, o Maschere... nulla è forte come il bisogno che l'uomo prova d'offendere la sua propria sensibilità; e quantunque su la terra sia l'egoismo la più barbara potenza, pur nell'anima dei vivi rugge oscura profonda la voluttà morale della propria uccisione.

Vi regalerò uno specchio; miratevi! Se alcun altro vi osserva, cercherete di vedere nello specchio le bellezze che avete.

Ma se d'improvviso, quando siete soli del tutto, lo specchio vi rimandi la vostra immagine pressochè inavveduta, voi Maschere, senza riconoscervi, per un primo istinto la troverete brutta.

Se non vi garba il mio specchio, rompetelo in frantumi!

Vi regalerò adunque uno specillo da chirurgo, per cercare nelle vostre ferite quella invidia piccola o grande, forse non complessiva ma parziale, che sempre l'uomo porta in sè d'un altr'uomo, quand'anche alle volte, o magari sovente, quel medesimo che fa invidia molto inferiore gli sia.

Vi darò inoltre una pietra magica per allontanare dal vostro animo, quando siete nel compiere una qualsiasi cosa, la convinzione illecita ma fondamentale che un altro possa compierla meglio di voi. Così del paro allontana, questa pietra magica, il dubbio sottile ma invincibile che tormenta sempre l'uomo su la purità e su la forza dei proprii sentimenti.

Maschere, avete mai creduto nell'amore «degli altri» per «gli altri»? — Mi risponderete: Sì.

Maschere, avete mai fatto a voi stesse la domanda: — È proprio un «vero» amore il «mio amore»? un «vero» sacrificio il «mio sacrificio»? — Mi risponderete ancora: Sì.

Ebbene, la pietra magica sfata l'irrisione sorda, l'ambigua inimicizia, l'antipatia singolare che ogni uomo professa, in modo forse inavvertibile, contro il proprio io.

Dunque: uno specchio, uno specillo, una pietra magica. Ma voglio farvi ancora un dono... il corno acustico «per capire il riso», non il riso degli altri, ma quel riso ch'è in noi.

Per la mia prodigalità folle, dovrete certo suppormi un ben dovizioso Cavaliere... Affatto, affatto, Maschere! povero sono come Giobbe; senonchè Giobbe era una lumaca, laddove io sono

il Cavaliere dello Spirito Santo!

Ormai son persuaso che il mio carattere vi sia limpido come quello del Principe di Danimarca, del dottor Fausto, del divino che amò la battaglia cavalier Sancio Pancia, e — per lasciare in pace Bergson, — del Monista di Haeckel, profeta immortale sotto il nome di Redentore della coda, filosofo che per troppa evidenza donò al secolo della scimmia volante l'Asino di Buridano!

Forse nella letteratura d'oggi non troverei chi mi somigli, perchè la letteratura d'oggi è un poco strana: somiglia più volentieri ai libri degli altri, che agli uomini d'oggidì.

Ma io divago terribilmente, o Personaggi della Commedia, e non mi ricordo più che voi soffriate per l'impazienza di conoscere con esattezza chi sono.

Quasi avrei voglia di andarmene senza parlare, perchè non debba intraprendere a dirvi tutto il male che penso di me. Ve 'l direbber gli altri con profusione, se alcuno di voi si recasse nel paese dove son conosciuto e laggiù domandasse al primo che capiti: — Sapete nulla forse mai d'un certo Cavaliere il qual si nomina dello Spirito Santo?

E il primo che capiti vi risponderebbe:

«— Sì, per servire Vostra Eccellenza!

Quel Cavaliere lo conosco: è un uomo che va in cerca d'assalire la potenza, poichè la potenza gli piace. Un diavolo a quattro che si odia e fracassa tutta la sua vita. Un coltivatore di rosai che non vuol vendere le sue rose. Cavalca su l'Ideale, negl'ippodromi dove si corrono poste favolose; ha incendiato la bottega d'un mercante di paternostri; si dice che sia un assassino... per servire Vostra Eccellenza!

Taglia nel sonno le capigliature delle donne che dormono con lui; questo per farne gualdrappe da gettare in groppa del suo ronzino. La sera qualchevolta, per le strade buie, lo si vede camminar solo e piangere. Ma entra nei carnovali e, senza ubbriacarsi, balla come un forsennato; regala tutto il denaro che ha alla prostituta più povera e va in letto con la più ricca, perchè gli piace, non il brillante, ma lo splendore che su la pelle incipriata lasciano i brillanti. È un uomo che si confessa cinque o sei volte al giorno, sopratutto a personaggi che non capiscon niente; ma sempre muta la natura delle confessioni e varia la genesi de' suoi delitti; poi afferma d'essere un santo e fulmina e strepita gridando che odia i confessori. È un mentitore il qual dice la verità, ossia dice la verità del momento; l'unica vera.

Prende casa dove trova; non viene quasi mai alla finestra; dappertutto coltiva subito due giardini. Scrive, scrive; qualchevolta ne fa un gran fuoco e dice al suo domestico: Vedi, ho bruciato la Bellezza. Dice agli ospiti: — Non state in piedi, mettetevi a sedere; se volete che me ne vada, la casa è vostra. — Vi sono alcuni giorni dell'anno che la sua faccia diventa buia come il buio notturno dei cimiteri; poi se ne va, cavalcando il ronzino Ideale in cerca, dice, d'un fiume. Quand'è scomparso la gente si ricorda che c'era; quando viene di ritorno, la gente ha paura di lui. Per tutta una settimana lo si è veduto girare nei dedali dei sobborghi, e ripeteva solamente una parola, tenendo gli occhi fissi: la strada, la strada, la strada.

Col suo ronzino ha visitato mezzo mondo, e nessuno può dir esattamente chi sia, di dove sia; poich'egli racconta in molte maniere il suo confuso passato. L'anno scorso commise un altro delitto: bruciò la bottega d'un mercante d'abiti fatti. Ce l'ha coi mercanti! Lo misero in prigione, ma egli, solo parlando e senz'avere un centesimo in tasca, riuscì a corrompere i guardiani. Due settimane dopo era in piazza e gridava: Qui tutti! venite, venite! che stamattina ho deciso d'assalire la potenza! — Quando si fece un assembramento d'uomini pronti a giurare su la sua spada, egli si mise a ridere come un matto, e scomparve.

Ha detto una volta che voleva regalare alla sua amante qualcosa di migliore che tre stelle. Sapete cosa le donò? Tre Rose: una bianca, una rossa, una rosa. «Poichè, disse, queste hanno profumo.» E l'amante sua ch'era una pazza come lui, andava intorno giurando di aver ricevuto il più bel dono che si possa ricevere da un uomo.

Ho detto male: «un pazzo»; egli è un delinquente, non un pazzo. La logica della sua vita è così temibile, che meglio assai varrebbe tenersene lontani.

Adesso afferma che traverserà il mondo con questo piccolo ronzino, e certo medita qualche altro delitto perchè lo si ode ripetere senza variare mai, con il passo e con gli occhi d'un automa: — la strada, la strada.

Questo, per far ridere Vostra Eccellenza!...»


Personaggi della Commedia, quel buon diavolo nulla v'ha taciuto, nè su la tempra della mia lama, nè sul motto, nè su le gentili armi di nomade che infiorano il mio scudo... Maschere della Commedia, non più potrete far equivoco sul Cavaliere ch'io sono!

Come io conosca il mondo, e cosa del mondo mi piaccia, vi dirò altrove, se vorrete ascoltarmi; e dove sarà e contro quanti la mia battaglia essenziale, — ovverossia la mia morte più deliziosa, — vi dirò altrove, se vorrete ascoltarmi. Qui solo vi ho date le ragioni spicciole per le quali molte cose importanti mi sembran degne d'esser volte in burla, e solo vi ho detto con celerità le prime stravaganze che mi spuntarono su l'orlo della bocca.

Pure un perdono vi chiederò!

Fatemi venia degli errori di grammatica e di sintassi che avrò potuto commettere improvvisando nella nicchia del suggeritore; a questi provvederanno alcuni miei critici — o critichesse — che vedo con accademica magnificenza svariare nella platea.

Fatemi venia delle facezie che alcuni miei molto rablesiani, o molto aristofaneschi amici troveranno cretine, appunto perchè a me paiono profonde... — ovvero adorneranno quanto mai d'impreveduti codicilli, appunto perchè non sono anfibie nè duplici nè tendenziose nè ambigue di per sè!... — E fatemi venia per ultimo dell'altre poche onorate sfacciataggini che ormai, rabbuiandosi l'intelletto, stanco e sfiatato improvviserà

il Cavaliere dello Spirito Santo.

«Vale nec parce, spectator!»

***

(Dice il Compare:

«Mirabilmente nell'ultima ora sua di vita vi apparirà, o taciturni, la moritura Dama ch'io servo, la Dama dalle Dodici Vesti, la Dama che simile parve ad un giardino di rosai.

Soltanto la Fragilità è cosa che merita canzone, soltanto ciò che passa nel mondo come un profumo e nulla più, è cosa che vale per sempre la tristezza e l'amore d'un uomo.

Io v'ingannai poco dianzi... la dodicesima vesta è breve ad essere agganciata, poichè, o taciturni, si compone solamente di un velo. Voi vedeste cose amare, cose turpi, cose avvolte nell'artifizio necessario della vita; vedrete ora la nudità, la pura e splendida nudità, coverta solamente da un velo perchè sembri più nuda.

Immaginate che sia la primavera e che al sommo d'una principesca villa, in altura sul margine del suburbio e quasi finitima con la campagna, s'apra un terrazzo grande, impergolato, azzurro, sotto la notte piena di stelle. Immaginate che un possente albero di glicine tutto lo ricopra nel più impetuoso miracolo della sua fioritura, e che di fronte, sotto il cielo polveroso d'una rossa vampa, dorma la Città immensa, la Città maravigliosa come una squadra d'infiniti navigli fermi su l'ancore nell'anfiteatro d'una rada notturna, ma inghirlandate per tutti gli alberi con migliaia di lumi!

Immaginate che a questo azzurro terrazzo, come ad un balcone aereo guardante nell'immensità, s'affacci una donna di cui solo vedrete la faccia lontana, perchè il suo corpo sarà nascosto, immerso come in un bagno di grappoli, nella stupefacente fioritura del glicine che la tiene in sè, che la stringe come un fiore de' suoi fiori...

E poi questa donna si muova, si sciolga dal turchino mantello di grappoli e venga verso di voi, piano, a poco a poco, movendosi come il vento nelle biade alte, come la primavera su le fontane, come il desiderio in noi. E venga sì presso che la vediate nella maggiore musica del suo corpo nudo, i capelli non sciolti e non serrati, la ricchezza del seno che paia guardarle verso la bocca voluttuosa, come se volesse farsi baciare da lei. Nient'altro che un velo nero, avvolto in quel modo che lo fascerebbe il vento contro una statua nuda, ma tenuto fermo sovra una spalla da una lunga treccia di brillanti. Che di brillanti abbia qualche goccia sparsa tra i capelli ombrosi, ma profonde siano queste gemme come rade lucciole in una siepe gonfia; poi di brillanti un filo, due fili, tre fili, che brillino su la caviglia delicata...

Questo velo nero non rimarrà che per alcuni attimi così trasparente; poi sopra ve ne cadranno altri senza che si veda, sempre altri, sempre altri, finchè le si faccia una veste d'ombra, ma d'ombra e di brillanti...

Ecco, o taciturni, quel che vedrete, all'alzarsi della Nuvola, tra poco.

Ed io vi dico inoltre ch'ella vi «racconterà i profumi» vi racconterà i profumi della Capitale che brucia, lontana, laggiù sotto la cupola rossa, come un naviglio dondolante...

Ecco, e la Nuvola s'alza.»)

Entra il Profumo dei Tre Alberi Lontani.

Profumo del Glicine:

Io m'arrampico su le belle ringhiere di ferro battuto, sui poggioli d'alabastro tepidi e rosei quando nelle primavere tramonta il sole. Vado su per le facciate rugginose dei palazzi decrepiti a guardare nelle finestre delle sale ove il tramonto suscita lampi d'oro e fiammeggia nell'anima dei lampadarii di cristallo. Son l'albero che guarda giù dalle muraglie dei giardini antichi; tesso nei parchi silenziosi lunghi padiglioni violetti che dentro il verde vanno a pergolato, si perdon nell'ombra come una trasparenza quasi glauca di grappoli in fiore. Più volte fiorisco nell'anno, e nelle sere d'aprile verso per l'aria santificata un profumo quasi inafferrabile che somiglia al mio colore. Ho nel grappolo tante ali che invece di esser pendulo sembro volar via. Quando la mia fioritura soverchia la fronda rara e seppellisce il tronco, voi vedrete nelle notti d'aprile vivere tra il quadrangolo dei colonnati una specie di fiume aereo che si gonfia nella serena ombra e per tutta la corte propaga un miracolo di fluidità.

Sono allora il ricamo delle cose impossibili a dirsi, e tale sono con tutto il mio essere: fiore profumo colore; son l'antichità robusta che lancia dalle ringhiere un arazzo lieve come un soffio di piume; sono la bellezza delle idee pallide, la poesia della fragilità.

Mi piace sfiorire sul mio tronco spogliandomi da me stesso della magnificenza che portai, lasciando cadere i grappoli a fiocco a fiocco in una pioggia che il vento muove, gialla e turchina. Mi piace sentire il passo d'una ragazza turbata camminar sul tappeto che le faccio con i miei grappoli caduti e, nei crepuscoli quasi morti, con la mia morta poesia...

Son l'Albero che fiorisce, sfiorisce, più volte nell'anno, maravigliosamente.

Profumo del Tiglio:

E voi venite a passeggiare sotto i miei rami primaverili, nelle sere dei giorni di festa, o innamorati poveri della Città. Venite, quando sui laghetti color di piombo i cigni dondolanti s'addormentano con la testa sotto l'ala, mentre le bambinaie scordevoli radunano in fretta i bimbi con iracondo strillare. Per voi, lentissimi innamorati, rendo soave l'aria della Città che rimane senza maggio, della Città tutta pietra e ciottolo dove un fil d'erba è primavera. Camminate parlandovi piano; la vostra obliqua ombra s'insinua fra i miei tronchi e spare.

Mando per voi questo profumo forte che turba i sensi, che avvolge le cose, anzi le impolvera come d'un polline d'oro. Per ogni finestra non chiusa lancio su le coltri un brivido insinuante un odore di voluttà. Se avvolgo fanciulle che sian già quasi donne, insegno loro a restringersi con fretta e con pudore nelle lunghe camicie da notte, poi le induco ad affondare la bocca troppo respirante nel guanciale di piume...

Sono l'odore della colpa che la natura comanda, e brucio nell'aria delle notti limpide senza lasciar vedere la mia fiamma.

So che talora la mia fragranza è troppo forte: fa chiudere gli occhi, ubbriaca, fa male...

Profumo del Cipresso:

Su gli orli della Città, ove il gran pulsare della vita si addormenta, ove le case dei morti sono senza finestra, uguali, monotone, su gli orli dell'opaca muraglia che interrompe tutte le canzoni, là io cresco.

Non sono già fragranza, bensì odore simile a quello d'una resina che arda sotto la cenere, come arde nell'incensiere il cinnamo sotto la polvere di gruogo.

Sebbene i distillatori d'essenze non vogliano chiudermi dentr'alcuna fiala, io vi dico, uomini, ch'è profumo anche la morte.

***

(Dice il Compare:

«Dama di Profumo, Dama che avete una veste d'ombra e di brillanti, le buone tenere profumate cose che voi diceste fanno piangere, non vedete? alcuni femminili occhi tra il silenzio dell'Uditorio!... Non tanto le cose che voi dite quanto la voce vostra che le comunica è forse quella che fa piangere, ne soltanto la voce, ma quella visione così pura di bellezza che l'Uditorio vide quando foste nuda... Sì, poichè non sono femminili soltanto le pupille ch'io vedo rilucere... anche l'uomo più forte può lacrimare come un bimbo quando scoperta è la strada che adduce al suo ruvido cuore. E certo le immagini avute con gli occhi son quelle che più dirittamente scendono al cuore; un cieco può commuoversi meno spesso e meno facilmente che noi, perchè «ode» solamente il dolore.

Ma non è il dolore l'unica via d'esser tristi, ve n'è una forse più grande, che si chiama la Bellezza.

Voi vedeste la Bellezza nuda ed irraggiungibile, che dopo avervi toccati con l'ala del suo miracolo si allontanò da voi, e quasi disparve... ecco perchè siete tristi! ecco perchè tanto facili siete alla commozione!

Dama di Profumo, Dama d'ombra e di brillanti, non parlate più! Lasciate che un volgare assassino della bellezza, com'io sono, deturpi sfregi rompa quest'ora di soavità, e faccia ridere l'Uditorio che ha pagato per ridere, che va nei teatri appunto per dimenticare quel profumo dei cipressi da voi lodato così bene!

Datemi la mano Dama, che nominerò ancora della Doppia Morte... lasciatevi prender la mano e venite meco verso il terrazzo a guardare su la finitima Città. Troveremo ancora un personaggio qualsivoglia che faccia ridere l'Uditorio, benchè a quest'ora le strade che verso qui convergono sian quasi del tutto deserte. Guardate con i vostri begli occhi! Non vedete nulla o nessuno?»

E la Comare dice:

«Ahimè, nulla! nessuno! Qualche ombra lontana, va, si sperde. Fa quasi buio per queste remote strade, perchè gli archi elettrici sono rarissimi e stasera chissà mai come, ancora non è passato l'accenditore di lampioni. Forse non verrà; s'è addormentato, oppure beve. Pover'uomo! Che può fare un accenditore di lampioni, se non bere?»

Dice il Compare:

«Ma non vedete proprio nulla che sia motivo di svago e di riso per l'Uditorio taciturno?»

Dice la Comare:

«Proprio nulla! Vedo una piazza grande ma vuota, così grande quanto è vuota, e i pochi archi ed il chiaro di luna la pavimentano d'una bianchezza così uguale che par neve. C'è una vettura di piazza, ferma; il vetturino dorme; nient'altro.»

Dice il Compare:

«Oh, disgrazia! Guardate sempre, Dama! Guardate sempre!»

Dice la Comare:

«Nulla! Una vettura di piazza, ferma; il vetturino dorme; nient'altro.»

Dice il Compare:

«Ebbene, venga un personaggio d'invenzione, almeno fin quando non ne cápiti un vivo! Guardate sempre, Dama, e fatemi segno se vien gente. Io frattanto, poichè ho il dono di conoscere il linguaggio degli animali, racconterò all'Uditorio taciturno i pensieri di quel ronzino che dondola di sonno fra le stanghe della vettura in quella piazza bianca di luna, come fosse neve. Non sono proprio i pensieri suoi, perchè non sono andato a parlargli, — e il pedante mi potrebbe cogliere in fallo se non l'avvertissi! — ma sono confidenze che ho ricevute da un altro buon ronzino suo simile, certa notte dell'inverno scorso che v'era mezzo metro di neve.

E voi. Dama, fatemi segno se vien gente.»)

Il ronzino della vettura di piazza:

Avevo un amico, un buon diavolo baio, ancora in gambe nonostante l'età, e che trovava modo di guadagnarsi la vita sebbene avesse avuto un mezzo colpo d'accidente e zoppicasse dai quattro piedi. Ci si vedeva in piazza tutte le sere, si facevano quattro chiacchiere alla buona; quattro chiacchiere su la biada, su la frusta, sui clienti, così, dondolando sotto la neve. Da quando il suo padrone ha comprata l'automobile, non lo vedo più.

Ho domandato notizie ai colleghi, ma nessuno sa niente. Mi dispiacerebbe che gli fosse capitata qualche disgrazia perchè era un vecchietto simpatico, forse un po' egoista, ma sempre allegro e molto spiritoso. Non tirava calci neanche a mordergli la coda, però quando vedeva spuntare un cliente, uno di quelli che non si sa bene dove si dirigano, lui faceva tutto il possibile per cacciarlo da me. Quando poi, come diciamo nel nostro dialetto, mi vedeva «rompere il legno», rompere cioè quella fatica legnosa e fredda che ristecchisce tutto il corpo nello star fermi sotto la neve, quando mi vedeva insomma costretto a fare la corsa, lui, quell'ipocrita, mi diceva magari una parolina di conforto, ma sotto i baffi rideva. Per questo dico ch'era un egoista; ma i colleghi son quasi tutti così. Quando c'è di mezzo l'interesse, l'amicizia è bell'e sciolta; non si deve del resto giudicare il nostro prossimo da queste piccole cattiverie che sono perdonabili data la durezza della vita Un buon cavallo è quello che non vi ruba la biada, che non vi dà uno spintone per farvi andar per terra, o, quando siete per terra, cade magari anche lui ma non vi cammina sopra; quello che ha buon cuore insomma e non è superbioso de' suoi finimenti un poco più fini, un poco più frusti...

Conosco un irlandese aristocratico il quale ha una grande simpatia per me; tutte le volte che passa mi sorride; se c'incontriamo alla porta d'un teatro mi dice un mondo di cortesie. Ve ne son altri che invece non vogliono parlare; si danno certe arie da nababbi e fanno uno scalpitamento indiavolato che si direbbe siano chissà chi! A me non importa niente; ormai sono vecchio e prendo le cose con filosofia; se non vogliono parlare, li lascio ai fatti loro. Avranno la pancia piena ma sono molto più imbecilli di noi, poveri cavallucci di piazza, che possediamo l'esperienza della vita. Eh, sì, ne ho visti ben altri che si davano troppe arie! un giorno poi finiscono anche loro sotto il tassametro, a mangiar la biada ch'è mezza crusca e mezza polvere! Allora posson chiamarsi fortunati se trovano un buon diavolo come me che non serbi rancore.

La cosa più difficile per noi cavalli di piazza è lo stare in piedi. Con le strade che fanno adesso curve lisce dure, se appena gela un poco, non si cammina più; si pattina. Io, se sapessi fabbricare una strada, me la farei tutta dritta, piana morbida, con ogni tanto qualche sacco di biada Ma le strade le fanno quelli che noi dobbiamo trascinare in vettura, per modo ch'essi non ci pensano, e bisogna che noi s'inventi la maniera di tenerci dritti alla bell'e meglio, come si può.

Io sono andato sempre d'accordo con i miei padroni, forse perchè ho un carattere dolce, e quando non esigono troppo li contento. Il mio padrone d'adesso è un vecchietto come me, che tiene la frusta solo per eleganza ma non l'adopera quasi mai. S'è accorto che tanto non ne cavava nulla, perchè io, più presto di quel che mi par giusto, non vado. Vi sono certi cavallini ancor giovini, un po' senza criterio, che a picchiarli con la frusta vanno più forte, e magari vanno così forte che si rompono il collo. Questo vizio l'avevo anch'io da polledro, ma finalmente ho capito il mestiere, e adesso la velocità me la giudico io, perchè in genere il padrone è un tipo che non si contenta mai: dopo il trotto vuole il galoppo, dopo il galoppo vuole la carriera, se gli fate la carriera pretenderebbe di volare! Dunque ho presa questa risoluzione: — ogni volta che mi frusti, io faccio un salterello per non irritarti, ma poi vado più adagio di prima. Così almeno capirai. — E di fatti ha capito. Questo esempio l'ho preso dagli asini, che sono cavalli mancati.

Sicuro, la vita bisogna subirla come viene; cercare d'adattarsi al caldo, al freddo, alla fame, alla frusta, e nel medesimo tempo avere la rassegnazione di sentirsi magari felici. È un peccato che se ne vada la gioventù perchè si perde la forza, ma invecchiando viene un certo buon senso, una certa calma, che fa sorridere su tutte le ubbìe della gioventù. Io, per esempio, non sono mai stato un cavallo focoso, ma mi ricordo che anni fa, quand'ero un bel grigio svelto e vivo, non troppo alto di statura, ma fatto, — non lo dico per vantarmi, — fatto a meraviglia, c'era una certa cavallina, anche lei grigia e tutta pomellata, con una coda e una criniera come non se ne son viste più, così carina che al guardarla mi pareva di sentire un certo non so che... una cosa bella, brutta, inspiegabile... una cosa che non ho mai potuto capire.

Finalmente una sera, stando in una scuderia di campagna, feci la conoscenza con un pezzo di stallone grosso e forte che pareva un selvaggio. Questo cavallone aveva una voce potente, e se appena sentiva l'odore d'una femmina, eccolo che diventava quasi matto, strappava tutto, corde cavezza finimenti... nessuno lo teneva più.

Io lo credevo proprio matto, ma invece, prima di addormentarci quel cavallone si è messo a farmi le sue confidenze d'amore. Non potevo capir bene, sicchè gli venni a chiedere spiegazioni, e lo stallone che rideva della mia voce sottile, mi istruì su la faccenda. — Diavolo! ma chi mi ha fatto questo?...

Infine, meglio così; meno delusioni, meno grattacapi. Ho dato maggiore importanza alla biada, e me ne trovo bene.

Ahi! se non m'inganno, quei due clienti mi vengono a rompere... il legno! Eh, lo dicevo io! mi sbaglio così difficilmente! Animo, coraggio! su, rompiamolo, e avanti...

***

(Dice la Comare:

«Oh, amico mio, finalmente!... Vedo un giovine uomo che cammina con insinuazione, guardandosi dietro... Mi pare bello e tormentato, ma ora si ferma come per attendere alcuno... Si muove bizzarramente, io non ho punto simpatia per questo giovinetto... Chiamatelo voi, che forse vi darà maggiore ascolto...»

Dice il Compare, sporgendosi dal terrazzo:

«Olà, buon passeggiatore!... chi andate voi cercando per queste vie solitarie nel chiaro di luna? Salite in fretta, che v'ho da parlare!»

Eccolo, e sale.)

L'efebo:

Io vado cercando un uomo che mi voglia bene; che fortemente mi voglia bene... che lungamente mi voglia bene... Oh, com'è dolce sentirsi voler bene! Senonchè l'amore della donna è vuoto... e solo muove in me un diletto che manca di penetrazione...

Io sono dolce, dolce, dolce... nondimeno amo la marzialità. Oh, gli scrittori penetranti!...

Conoscete una canzone che si chiama la Vispa Teresa? Essa dice: — «Vivendo, volando che male vi fo? Tu sì mi fai male...» Ma non importa; anzi meglio!

***

(Dice il Compare:

«Ahimè, sciagurato! Il Nobile Uditorio protesta! Come potete voi prediligere canzoni così puerili ed innocenti! Non vedete che la platea si sbellica dalle risa e fa mille divagazioni sul vostro conto?... Lo sdegno è grande per la vostra insulsaggine! così grande che la Commedia pericola di finire tra un diavolìo di fischi! Sciagurato! Non vedete che per ischerno vi si lanciano fiori? O forse ch'io m'inganno?... Cos'è mai questo? Veh! Un ramo di giglio! Solamente un ramo di giglio. Mistero!...

Dame Compiute, Nobili Uomini, ditemi verbigrazia quale fu la irata e casta mano avventatrice del giglio?!...»

Dalla platea risponde la voce apocalittica d'un uomo assai più tetro che la morte, il quale si leva in piedi e guata.

«Fu la mia! —

«Chi voi siete, verbigrazia, o grande magnanimo sconosciuto?»

«Io sono il Presidente-Apostolo d'una Lega di Pubblica Moralità, e vi ammonisco di cessare una Commedia, la quale da capo a fondo vitupera il buon costume!»

Grande brivido nel Teatro; alcune signore sbigottite per la voce profetica si fanno il segno della Croce. Un silenzio grande come l'attesa d'un miracolo invade la sala. Dice il Compare:

— «O poveri noi, che sciagura! E proprio quando mancano poche battute! Cadremo sotto i fischi per la colpa di questo giovinetto scellerato, il quale non seppe scegliere una canzone meno invereconda che la Vispa Teresa! O poveri noi, che mala sorte! per uno scemerello dolce dolce... ahimè troppo dolce! Che fare? Che scegliere? O magnanimo Presidente, ritto nel mezzo della platea come il Fato greco in una tragedia di Sofocle, vogliate non incrudelire su tutta una povera famiglia di comici che domani vedrà il suo teatro deserto, se pure non se ne mischino i tribunali! Venite voi stesso a diffondere dalla ribalta una parola che riscatti, e mondi l'aria troppo sonora di vituperio!... Deh, o lanciatore del ramo di giglio, salite quassù come ad un pergamo, venite celestialmente, o purissimo, ad implorare il perdono sopra di noi!»

Eccolo, e sale.)

Entra il Presidente-Apostolo: