Il primo che scontrò cum la fiera asta
Fu Rodoardo sir di Lamporeggio,
Galgiardo fu, ma al colpo non contrasta,
Che a terra cade, e non gli avvenne peggio[114]:
Poi che la lanza in mille pezzi è guasta,
Il brando tira, e grida: oggi preveggio
Il modo di sbramarmi a sangue e morte,
E provar quanto ogni cristiano è forte.
Vide il Danese il danno de' cristiani,
E il suo Dudone e Bradamante appella,
Che era in la schiera delli due germani;
Costei del buon Ranaldo era sorella
Gagliarda, ardita, e da menar le mani
Atta non men che un Paladino, e bella;
Altra Camilla,[115] altra Pentesilea,
Che armata sol per Cristo combattea.
Poi trasse il brando la gagliarda dama
E gettò morto un giovinetto al piano,
Qual da Turpino Chiariol si chiama,
D'abito e nascimento soriano,
Venuto di Soria per la gran fama
Del gran re Carlo e del popol cristiano,
E lassò il padre suo senza altro erede,
Giurando tornar presto, alla sua fede.
Glorio, Lampruccio e Meleardo occise,
Tutti Africani, e tutti e tre di Egitto;
Col brando il capo ai dui primi divise,
L'altro di ponta fu nel cuor trafitto;
Per questo, gran terror la dama mise
Nel popul sarracin timido e afflitto,
Gettando gambe, braccia e teste a terra,
Come se tra molti minuti schioppi
Bombarda scocca e sino al ciel ribomba,
Che non pur par che de' nemici agroppi[120]
L'animo, ma li offende, atterra e slomba;
O se nei campi peccorelle intoppi,
Dopo altri lampi, una fulminea romba;
A parangone de altri men potenti
Par che a ferir la dama si apresenti[121].
Ma Dudon fa cum lei la festa doppia,
E col brando fracassa, atterra et urta,
Minaccia, fende, rompe, taglia e stroppia,
E a questo il busto, a quello un braccio scurta;
L'uno induce timor, l'altro il radoppia,
Per tener de' Cristian l'audacia surta,
Ma non men sarracin da l'altro canto
Cercano di vittoria avere[122] il vanto.
Artiro, Odrido, Buffardo e Bravante
Son contra i nostri da gran furia spenti,[123]
Come si vede a caso in uno instante
Levarsi a un tempo dui contrarii venti,
Che l'un sbatte a ponente, altro a levante,
Quel che a lor forza a caso si apresenti;
E cum tal furia l'un l'altro ritrova,
Come volesser discacciarsi a prova.
Scontrosse cum Odrido Bradamante,
E stordito il lassò, tanto il percosse;
Ferillo al capo la donzella aitante,
Che tutto il tramutò, tutto il commosse;
Visto quel colpo il forte re Bravante,
Stimò che un paladin la dama fosse,
E d'un gran colpo l'elmo le martella,
Di che gran poena[124] ne sostenne quella.
Ma subito grande ira al cuor le monta,
E cum il brando il capo gli percuote,
Che 'l colpo dato a lei cum questo sconta,
E impalidir gli fece ambe le gote;
Ma il re Bravante le lassò una ponta,
Che appena ella in arcion tener si puote;
Ma per la gente ch'ivi allor si mosse,
Per forza l'un da l'altro separosse.
Ma cum Buffardo si scontrò Dudone,
E cum gran stizza adosso se gli cazza;[125]
D'una mazzata il gionse in un gallone,
E poco men ch'in terra nol tramazza,
Che grande anch'esso e forte era il barone,
Perito molto in adoprar la mazza;
Ora contra a Dudon venne il pagano,
E l'uno e l'altro cum la mazza in mano.
Mena il gigante cum la sua ben ferma[126]
Mazza a Dudone,[127] egli da parte salta,
E convien che cum senno e ben si scherma
Che troppo acerbo il sarracin lo assalta;
Ma Dudon nel costato allor gli afferma
La mazza, nè levolla allor troppo alta;
E di dolor, tanto la mazza il tocca,
Gettò il pagan la lingua fuor di bocca.
Ma subito il gigante in se rivenne,
E nell'elmo a Dudon gran colpo tira:
Quasi cade il baron, pur si ritenne,
Ma monta per vergogna e doglia in ira
Tanto, che adosso a quel gigante venne,
E alla visera, dove il fiato spira,
Toccollo, e il naso talmente gli offese,
Che Buffardo per doglia a terra stese.
Occiderlo volea Dudone allotta,
E per ferirlo avea già il braccio in ponto,
Ma proibillo far di nuovo lotta
Il stormo de' pagan ch'ivi fu gionto;
Fuli il disegno e la sua impresa rotta,
Che ognun fa più di se che d'altrui conto;
Vide essere egli danno e incarco espresso,[128]
Per occidere altrui, morire anch'esso[129].
Onde indi allor convenne dipartirse,
E lassare il gigante in terra steso,
Che gente tanta contra lui venirse
Vedea, che forse allor restava preso,
E li fu forza altrove ancor partirse,
Che alla forza ciascun misura il peso,
Ferendo va i nemici in altra parte,
Et a chi il petto, a chi la faccia parte.
Così fa la donzella Bradamante,
Col brando in man gagliarda a maraviglia;
Intanto sorse il caduto gigante,
Qual nuovamente la sua lancia piglia,
E questo dietro, e quel percuote avante,
A infernal mostro nel ferir simiglia,
E tanto de ferir l'empio procaccia,
Che chi percuote occide, e li altri caccia.
Mirava la battaglia allor Ranaldo,
Il quale fra' pagan stava secreta-
Mente, ma di scoprirse e d'ira caldo,
E di assalirli cum il re di Creta
Non si può rafrenar, non può star saldo,
Non può tener la mente a un segno quieta;
E una sola ora mille anni gli pare
Potere esso in persona in gioco entrare.
Bradamante ferir vedea il barone,
Cognobella all'insegna, e alla armatura,
Che in campo verde portava un leone
Di quel proprio color ch'ha di natura;
L'insegna è questa del suo padre Amone,
Piacque alla dama simil portatura:
Fu il leon poi alquanto tramutato,[130]
E di integro Ranaldo il fe' sbarato.
Tanto col re Cretense oprato avea
Ranaldo, che a re Carlo è fatto amico,
E battezzarsi in tutto si volea
Che di Califa fatto era nemico;
E la cagion che a questo lo movea
Ditta l'ho sopra, e più non la ridico:
E in ponto stan quando fia tempo e luoco
Di accender fra' pagani un doppio foco.
E per tessere alfin quel che avea ordito,
E mandare ad effetto il suo disegno,
Alla sorella prese per partito
Far di sua mente cum buon modo segno;
E presto entrò cum l'asta bassa ardito
Fra' cristian, come li avesse a sdegno,
E percosse uno apresso alla sorella,
Che in terra il fe' cadere, e turbar quella.
La dama allor cum rabbioso schismo[131]
Verso Ranaldo si aventò col brando,
Per mandar quello, come lo esorcismo
I spiriti infernal de fuga[132] in bando;
Del duol già ne sentì gran parossismo,[133]
Ma non volse il baron far di rimando,[134]
E beffarla e fugir cominciò insieme,
Come un pazzo che scherza a un tratto e teme.
Dicea Ranaldo: sei tu de' baroni
Che se chiamano in Francia paladini,
Che non potete fuora delli arcioni
Gettar li men stimati sarracini?
Se non aveste le armi e i brandi buoni,
Persi aria Carlo ormai e' suoi confini;
E tu porti il leon, superba insegna,
Per dimostrar ch'in te gran forza regna.
Per tal parole, e per la prima causa
Dello occiso baron vicino a lei,
Seguia Ranaldo senza alcuna pausa,
Per condurlo col brando a casi rei;
E per grande ira allor saria stata ausa
Entrar nel fuoco o dove stanno i Dei,
Volar al ciel, o profundarsi in mare,
Per volersi del caso vendicare.
Fugia Ranaldo, et ella seguitava
Tanto, che fuora delle schiere usciro;
Allor Ranaldo a quella si voltava,
Dicendole, sorella, assai mi ammiro
Che tanto il tuo fratello ora ti agrava,
Che dar gli cerchi l'ultimo martiro;
Se ben son stravestito e non sto saldo,
Io però sono il tuo fratel Ranaldo.
E verso lei alciata[135] la visera,
Fecela chiara di quel ch'era incerta;
Visto alla faccia che quello appunto era
Ranaldo, e che ne fu la dama certa,
Depone ogni furor, jubila e spera
Che presto sua possanza sia scoperta;
E in ben di Carlo, e danno de' pagani,
La vittoria per lui fia de' cristiani.
Dopo molte parol[136] tra lei e lui,
Ranaldo le contò lo ordine dato
Col re d'Oranio e i capitanei sui,
Sì come per adietro hovvi narrato;
Onde sogionse, a te prima che altrui
Il mio penser secreto ho revelato,
Acciò che vadi al capitan Dainese,
E quel ch'io a te, tu a lui facci palese.
Digli che in ponto cum due squadre stia
Cum qualche, che a lui piaccia, baron franco;
E che quando levato il rumor sia
Nel campo de' pagan, venga per fianco,
Che de venir lì avrà secura via,
Nè può venirne tal disegno a manco;
Egli da lato, e nuoi da la codazza,
Porremo a morte li inimici e in cazza.[137]
E senza spia che gli riporti quando
Comparir deva, digli che pur presto,
Che il cominciar tal cosa è a mio comando,
E che il troppo tardar mi è già molesto;
Comincierò adoprar subito il brando
Ch'io pensi che ciò a lui sia manifesto.
Vanne, sorella, e digli che non erri,
Che oggi vittoria aranno i nostri ferri.
Inteso ch'ebbe Bradamante il tutto,
Verso Parigi punse il suo destrero,
E come ben Ranaldo avea condutto
Il suo disegno, disse al franco Ugiero;
A cui, poi che l'udì, non parve brutto
Del buon[138] Ranaldo l'ordine e il[139] pensiero,
Anci per darli cum prestezza effetti
Ebbe dui capi cum lor squadre elletti.
L'uno fu Namo, e l'altro Ricciardetto,
La sesta schiera ha quel, questo la nona.
Et ad ambi narrò tutto l'effetto,
Perch'esso andar non vi volse in persona;
Che un capitanio generale elletto,
Raro o non mai l'esercito abbandona;
E però a quelli revelò il secreto,
Di che ciascun di lor funne assai lieto.
Così per via dove non fusser visti
Cum le lor schier li capi se avioro
Per ritrovare i sarracin sprovisti,
E contro essi adoprar le spade loro;
Spera ciascun di far solenni acquisti,
Poi che del tutto bene instrutti foro:
Ma vadan quelli, io tornerò al Danese,
Che ove è Carlo rimase, e ad altro attese.
Per impedir che quei ch'erano in fatti
Tenessero ivi il lor combatter saldo,
Nè adietro fusser dal rumor retratti,
Quando l'assalto arà fatto Rainaldo,
Cum stratageme e ingeniosi tratti,
Di che esser debbe sempre un capo caldo,
Gano mandò[140] cum la settima schiera,
Dove la prima pugna in gran colmo era.
Cum trenta milia di sue genti pronte,
E cum molti di[141] suoi conti malvagi,
Entrò in battaglia il Magazense conte,
E secco[142] avea Beltramo e Bertolagi,
Falcon, Sanguino, Spinardo e Lifonte,
Anselmo, Pinabello et Aldrovagi,
Cum altri molti che ridir non stimo,
Ma Gano fu cum l'asta al ferir primo.
Rupe la lanza proprio a mezzo il scudo
Di Medonte di Dacia cavaliero,
Che li cacciò fuor della schena il nudo
Ferro dell'asta, sì fu il colpo fiero;
Poi trasse il brando e nequitoso e crudo
Il capo fesse a Corifonte arciero;
Di Dacia fu costui, a Odrido caro,
Ma non gli fu a quel colpo allor riparo.
Ma Balugante dello assalto accorto,
Mandò nella battaglia Ardubalasso,
Qual percosse Dudone, e come morto
In terra lo gittò cum gran fracasso;
E pria che fusse quel baron risorto,
Fu preso, ancor pel colpo afflitto e lasso;
Nè puote esser soccorso allor Dudone,
Che a Balugante fu dato pregione.
Per il nuovo soccorso, e la gran forza
Di Ardubalasso li cristian fugiro,
E la furia schifar ciascun si sforza,
E li più forti allora si smarriro;
L'ardir di molti quello assalto amorza,
E qual Bufardo fuge, e quale Artiro,
Chi Odrido schifa, e chi Bravante fuge,
Dove salvarsi spera, ognun rifuge.
Grida Olivier cum voce minacciante,[143]
E grida Gano: ove fugite voi?
Seguitene cristiani, andiamo avante,
Volete abbandonar re Carlo e nuoi?
Re Carlo anch'esso pure ha genti tante,
Che a tempo manderà soccorso ai suoi:
Non dubitate, ognun torni a ferire,
Che la gloria de un forte[144] è un bel morire.
Ardubalasso intanto ed Oliviero
Cum furia estrema si affrontaro insieme;
Ferì questo il pagan sopra il cimiero
Cum furia tanta e cum tal forze estreme,
Che poco men che nol cacciò al sentiero;
Ma pur di doglia esterminata il preme,
E se non era allor l'elmo sì forte
Condutto era Olivier pel colpo a morte.
Ma buona pezza stette strangosciato
Per quel gran colpo il paladin marchese,
E pregione era, se non era aitato
Da Ganelon che a forza lo difese;
Prese una lanza, e nel sinistro lato
Percosse Ardubalasso e a terra il stese,
Chè contra lui sì inopinato venne,
Che 'l sarracino in sella non si tenne.
Resorse intanto il gran signor di Vienna,
E forte combattea col brando in mano;
Così fa Gan che tocca e non accenna,
E questo occide e quel riversa al piano;
Ma non val lor cum brando e cum antenna
Ferir, che sol sono Oliviero e Gano
Or capi tra' cristiani in tal tenzone,
Preso[145] è Dudone, Astolfo e Salomone.
E Bradamante col suo Ricciardetto
Si pose in schiera come fu ordinato,
Per far col sir di Montalban l'effetto,
Che di sopra poco anzi io vi ho narrato;
Però il Danese che avea tal respetto,
Vuol che sia aiuto ai combattenti dato,
E in battaglia Turpin presto mandava
Cum la sua schiera di ordine la ottava.
E subito parlò del fatto ordito
Contra' pagani al sacro imperatore,
Et ordinosse allor che Carlo uscito
Cum la sua schiera de ordinanza fuore,
L'inimico da un canto abbia assalito;
Sentendo in quella parte il gran rumore,
E inteso di Ranaldo il duro assalto,
In quella parte[146] allor debbia far alto.
Turpino intanto tanti fatti fece
Ch'io non ricordo e cum brando e cum lanza,
Che parve un fuoco entrato nella pece,
Che Dio li accrebbe il lustro e la possanza;
Tutte le schiere de' Cristian refece,
Tal che ciascun di lor prese speranza;
E in questo assalto de' forti cristiani
Gran danno e occision fu fra' pagani.
Ma Balugante manda Marcaluro
A soccorrer pagan già posti in fuga,
Qual nequitoso e di superbia duro,
Dove entra li cristiani atterra e fuga;
Ma Ranaldo che vede il caso oscuro
Delli occisi cristiani, il fronte ruga,
E tratto il brando, se n'andò dove era
Non distante Califa e la sua schiera.
Ranaldo avendo l'abito pagano
A Califa accostossi cum buon modo,
E dielli sopra il capo un colpo strano,
A guisa che si caccia in legno il chiodo;
Trovol sprovisto, e riversollo al piano,
Benchè fusse quel re gagliardo e sodo;
Nè allora ebbe altro mal, ma il buon Ranaldo
Mostrossi allora di gran furia caldo.
E cum il brando mena gran tempesta,
E facea colpi fuor d'ogni misura;
A chi braccia tagliava, a chi la testa,
E chi fendeva insino alla centura;
E tanto l'occhio aveva e la man presta
Che facea a un tempo il danno e la paura;
Sempre gridando: adosso alla canaglia,
Che vincitor serem della battaglia.
Vedendo questo i sarracin smarriti,
Che non scian ciò che questo dir si voglia,
E vedendo li morti e li feriti
Da sì gran colpi, tremano qual foglia;
E se vi erano alcun delli più arditi,
Che de offender Ranaldo avesser voglia,
Egli col brando sì li acconcia e sbatte,
Che tutti o occide, o cum gran furia[147] abbatte.
Intanto Bradamante si scoperse
Cum li fratelli e la sua ardita schiera,
E le cristiane insegne al vento aperse
E entrò per fianco dove Ranaldo era;
Questo quel stormo allor tutto disperse,[148]
Vedendosi assalito[149] a tal mainera:
Restò all'assalto ognun da se diviso,
Che assai spaventa uno empito improviso.
In altra parte[150] poco a quei distante
Mossessi[151] Namo e tutta la sua gente,
E ove è Tricardo allor[152] si trasse avante
Cum la schiera serrata arditamente;
Non vi fu[153] sarracin tanto constante
A cui non vacillasse allor la mente,
Vedendossi così desordinare,
Nè più si scianno in qual parte guardare.
Mosso non si è Doranio ancora contra
A' sarracin, ma tempo e luoco espetta,
Che se peggio a' cristiani non incontra,
Senza scoprirse spera la vendetta;
Vede che quanti il buon Ranaldo scontra,
Tutti col brando li investisse[154] e affetta,
Onde in lui spera, e ancor riposa alquanto:
Però posando anch'io fo fine al canto.