Il primo che scontrò cum la fiera asta

Fu Rodoardo sir di Lamporeggio,

Galgiardo fu, ma al colpo non contrasta,

Che a terra cade, e non gli avvenne peggio[114]:

Poi che la lanza in mille pezzi è guasta,

Il brando tira, e grida: oggi preveggio

Il modo di sbramarmi a sangue e morte,

E provar quanto ogni cristiano è forte.

LXII.

Vide il Danese il danno de' cristiani,

E il suo Dudone e Bradamante appella,

Che era in la schiera delli due germani;

Costei del buon Ranaldo era sorella

Gagliarda, ardita, e da menar le mani

Atta non men che un Paladino, e bella;

Altra Camilla,[115] altra Pentesilea,

Che armata sol per Cristo combattea.

LXIII.

Entrò la dama nel calcato stormo

Insieme cum Dudon gridando forte:

Ora canaglia insieme vi distormo,[116]

Che tutti meritate acerba morte;

Io più di vui[117] non son legata o dormo,

Che sì pensate, penso, a trista sorte:

E cum la lanza un cavalier percusse

Chiamato Armeno, e credo Armeno fusse.

LXIV.

Poi trasse il brando la gagliarda dama

E gettò morto un giovinetto al piano,

Qual da Turpino Chiariol si chiama,

D'abito e nascimento soriano,

Venuto di Soria per la gran fama

Del gran re Carlo e del popol cristiano,

E lassò il padre suo senza altro erede,

Giurando tornar presto, alla sua fede.

LXV.

Glorio, Lampruccio e Meleardo occise,

Tutti Africani, e tutti e tre di Egitto;

Col brando il capo ai dui primi divise,

L'altro di ponta fu nel cuor trafitto;

Per questo, gran terror la dama mise

Nel popul sarracin timido e afflitto,

Gettando gambe, braccia e teste a terra,

Questo urta,[118] quello occide et altri[119] atterra.

LXVI.

Come se tra molti minuti schioppi

Bombarda scocca e sino al ciel ribomba,

Che non pur par che de' nemici agroppi[120]

L'animo, ma li offende, atterra e slomba;

O se nei campi peccorelle intoppi,

Dopo altri lampi, una fulminea romba;

A parangone de altri men potenti

Par che a ferir la dama si apresenti[121].

LXVII.

Ma Dudon fa cum lei la festa doppia,

E col brando fracassa, atterra et urta,

Minaccia, fende, rompe, taglia e stroppia,

E a questo il busto, a quello un braccio scurta;

L'uno induce timor, l'altro il radoppia,

Per tener de' Cristian l'audacia surta,

Ma non men sarracin da l'altro canto

Cercano di vittoria avere[122] il vanto.

LXVIII.

Artiro, Odrido, Buffardo e Bravante

Son contra i nostri da gran furia spenti,[123]

Come si vede a caso in uno instante

Levarsi a un tempo dui contrarii venti,

Che l'un sbatte a ponente, altro a levante,

Quel che a lor forza a caso si apresenti;

E cum tal furia l'un l'altro ritrova,

Come volesser discacciarsi a prova.

LXIX.

Scontrosse cum Odrido Bradamante,

E stordito il lassò, tanto il percosse;

Ferillo al capo la donzella aitante,

Che tutto il tramutò, tutto il commosse;

Visto quel colpo il forte re Bravante,

Stimò che un paladin la dama fosse,

E d'un gran colpo l'elmo le martella,

Di che gran poena[124] ne sostenne quella.

LXX.

Ma subito grande ira al cuor le monta,

E cum il brando il capo gli percuote,

Che 'l colpo dato a lei cum questo sconta,

E impalidir gli fece ambe le gote;

Ma il re Bravante le lassò una ponta,

Che appena ella in arcion tener si puote;

Ma per la gente ch'ivi allor si mosse,

Per forza l'un da l'altro separosse.

LXXI.

Ma cum Buffardo si scontrò Dudone,

E cum gran stizza adosso se gli cazza;[125]

D'una mazzata il gionse in un gallone,

E poco men ch'in terra nol tramazza,

Che grande anch'esso e forte era il barone,

Perito molto in adoprar la mazza;

Ora contra a Dudon venne il pagano,

E l'uno e l'altro cum la mazza in mano.

LXXII.

Mena il gigante cum la sua ben ferma[126]

Mazza a Dudone,[127] egli da parte salta,

E convien che cum senno e ben si scherma

Che troppo acerbo il sarracin lo assalta;

Ma Dudon nel costato allor gli afferma

La mazza, nè levolla allor troppo alta;

E di dolor, tanto la mazza il tocca,

Gettò il pagan la lingua fuor di bocca.

LXXIII.

Ma subito il gigante in se rivenne,

E nell'elmo a Dudon gran colpo tira:

Quasi cade il baron, pur si ritenne,

Ma monta per vergogna e doglia in ira

Tanto, che adosso a quel gigante venne,

E alla visera, dove il fiato spira,

Toccollo, e il naso talmente gli offese,

Che Buffardo per doglia a terra stese.

LXXIV.

Occiderlo volea Dudone allotta,

E per ferirlo avea già il braccio in ponto,

Ma proibillo far di nuovo lotta

Il stormo de' pagan ch'ivi fu gionto;

Fuli il disegno e la sua impresa rotta,

Che ognun fa più di se che d'altrui conto;

Vide essere egli danno e incarco espresso,[128]

Per occidere altrui, morire anch'esso[129].

LXXV.

Onde indi allor convenne dipartirse,

E lassare il gigante in terra steso,

Che gente tanta contra lui venirse

Vedea, che forse allor restava preso,

E li fu forza altrove ancor partirse,

Che alla forza ciascun misura il peso,

Ferendo va i nemici in altra parte,

Et a chi il petto, a chi la faccia parte.

LXXVI.

Così fa la donzella Bradamante,

Col brando in man gagliarda a maraviglia;

Intanto sorse il caduto gigante,

Qual nuovamente la sua lancia piglia,

E questo dietro, e quel percuote avante,

A infernal mostro nel ferir simiglia,

E tanto de ferir l'empio procaccia,

Che chi percuote occide, e li altri caccia.

LXXVII.

Mirava la battaglia allor Ranaldo,

Il quale fra' pagan stava secreta-

Mente, ma di scoprirse e d'ira caldo,

E di assalirli cum il re di Creta

Non si può rafrenar, non può star saldo,

Non può tener la mente a un segno quieta;

E una sola ora mille anni gli pare

Potere esso in persona in gioco entrare.

LXXVIII.

Bradamante ferir vedea il barone,

Cognobella all'insegna, e alla armatura,

Che in campo verde portava un leone

Di quel proprio color ch'ha di natura;

L'insegna è questa del suo padre Amone,

Piacque alla dama simil portatura:

Fu il leon poi alquanto tramutato,[130]

E di integro Ranaldo il fe' sbarato.

LXXIX.

Tanto col re Cretense oprato avea

Ranaldo, che a re Carlo è fatto amico,

E battezzarsi in tutto si volea

Che di Califa fatto era nemico;

E la cagion che a questo lo movea

Ditta l'ho sopra, e più non la ridico:

E in ponto stan quando fia tempo e luoco

Di accender fra' pagani un doppio foco.

LXXX.

E per tessere alfin quel che avea ordito,

E mandare ad effetto il suo disegno,

Alla sorella prese per partito

Far di sua mente cum buon modo segno;

E presto entrò cum l'asta bassa ardito

Fra' cristian, come li avesse a sdegno,

E percosse uno apresso alla sorella,

Che in terra il fe' cadere, e turbar quella.

LXXXI.

La dama allor cum rabbioso schismo[131]

Verso Ranaldo si aventò col brando,

Per mandar quello, come lo esorcismo

I spiriti infernal de fuga[132] in bando;

Del duol già ne sentì gran parossismo,[133]

Ma non volse il baron far di rimando,[134]

E beffarla e fugir cominciò insieme,

Come un pazzo che scherza a un tratto e teme.

LXXXII.

Dicea Ranaldo: sei tu de' baroni

Che se chiamano in Francia paladini,

Che non potete fuora delli arcioni

Gettar li men stimati sarracini?

Se non aveste le armi e i brandi buoni,

Persi aria Carlo ormai e' suoi confini;

E tu porti il leon, superba insegna,

Per dimostrar ch'in te gran forza regna.

LXXXIII.

Per tal parole, e per la prima causa

Dello occiso baron vicino a lei,

Seguia Ranaldo senza alcuna pausa,

Per condurlo col brando a casi rei;

E per grande ira allor saria stata ausa

Entrar nel fuoco o dove stanno i Dei,

Volar al ciel, o profundarsi in mare,

Per volersi del caso vendicare.

LXXXIV.

Fugia Ranaldo, et ella seguitava

Tanto, che fuora delle schiere usciro;

Allor Ranaldo a quella si voltava,

Dicendole, sorella, assai mi ammiro

Che tanto il tuo fratello ora ti agrava,

Che dar gli cerchi l'ultimo martiro;

Se ben son stravestito e non sto saldo,

Io però sono il tuo fratel Ranaldo.

LXXXV.

E verso lei alciata[135] la visera,

Fecela chiara di quel ch'era incerta;

Visto alla faccia che quello appunto era

Ranaldo, e che ne fu la dama certa,

Depone ogni furor, jubila e spera

Che presto sua possanza sia scoperta;

E in ben di Carlo, e danno de' pagani,

La vittoria per lui fia de' cristiani.

LXXXVI.

Dopo molte parol[136] tra lei e lui,

Ranaldo le contò lo ordine dato

Col re d'Oranio e i capitanei sui,

Sì come per adietro hovvi narrato;

Onde sogionse, a te prima che altrui

Il mio penser secreto ho revelato,

Acciò che vadi al capitan Dainese,

E quel ch'io a te, tu a lui facci palese.

LXXXVII.

Digli che in ponto cum due squadre stia

Cum qualche, che a lui piaccia, baron franco;

E che quando levato il rumor sia

Nel campo de' pagan, venga per fianco,

Che de venir lì avrà secura via,

Nè può venirne tal disegno a manco;

Egli da lato, e nuoi da la codazza,

Porremo a morte li inimici e in cazza.[137]

LXXXVIII.

E senza spia che gli riporti quando

Comparir deva, digli che pur presto,

Che il cominciar tal cosa è a mio comando,

E che il troppo tardar mi è già molesto;

Comincierò adoprar subito il brando

Ch'io pensi che ciò a lui sia manifesto.

Vanne, sorella, e digli che non erri,

Che oggi vittoria aranno i nostri ferri.

LXXXIX.

Inteso ch'ebbe Bradamante il tutto,

Verso Parigi punse il suo destrero,

E come ben Ranaldo avea condutto

Il suo disegno, disse al franco Ugiero;

A cui, poi che l'udì, non parve brutto

Del buon[138] Ranaldo l'ordine e il[139] pensiero,

Anci per darli cum prestezza effetti

Ebbe dui capi cum lor squadre elletti.

XC.

L'uno fu Namo, e l'altro Ricciardetto,

La sesta schiera ha quel, questo la nona.

Et ad ambi narrò tutto l'effetto,

Perch'esso andar non vi volse in persona;

Che un capitanio generale elletto,

Raro o non mai l'esercito abbandona;

E però a quelli revelò il secreto,

Di che ciascun di lor funne assai lieto.

XCI.

Così per via dove non fusser visti

Cum le lor schier li capi se avioro

Per ritrovare i sarracin sprovisti,

E contro essi adoprar le spade loro;

Spera ciascun di far solenni acquisti,

Poi che del tutto bene instrutti foro:

Ma vadan quelli, io tornerò al Danese,

Che ove è Carlo rimase, e ad altro attese.

XCII.

Per impedir che quei ch'erano in fatti

Tenessero ivi il lor combatter saldo,

Nè adietro fusser dal rumor retratti,

Quando l'assalto arà fatto Rainaldo,

Cum stratageme e ingeniosi tratti,

Di che esser debbe sempre un capo caldo,

Gano mandò[140] cum la settima schiera,

Dove la prima pugna in gran colmo era.

XCIII.

Cum trenta milia di sue genti pronte,

E cum molti di[141] suoi conti malvagi,

Entrò in battaglia il Magazense conte,

E secco[142] avea Beltramo e Bertolagi,

Falcon, Sanguino, Spinardo e Lifonte,

Anselmo, Pinabello et Aldrovagi,

Cum altri molti che ridir non stimo,

Ma Gano fu cum l'asta al ferir primo.

XCIV.

Rupe la lanza proprio a mezzo il scudo

Di Medonte di Dacia cavaliero,

Che li cacciò fuor della schena il nudo

Ferro dell'asta, sì fu il colpo fiero;

Poi trasse il brando e nequitoso e crudo

Il capo fesse a Corifonte arciero;

Di Dacia fu costui, a Odrido caro,

Ma non gli fu a quel colpo allor riparo.

XCV.

Ma Balugante dello assalto accorto,

Mandò nella battaglia Ardubalasso,

Qual percosse Dudone, e come morto

In terra lo gittò cum gran fracasso;

E pria che fusse quel baron risorto,

Fu preso, ancor pel colpo afflitto e lasso;

Nè puote esser soccorso allor Dudone,

Che a Balugante fu dato pregione.

XCVI.

Per il nuovo soccorso, e la gran forza

Di Ardubalasso li cristian fugiro,

E la furia schifar ciascun si sforza,

E li più forti allora si smarriro;

L'ardir di molti quello assalto amorza,

E qual Bufardo fuge, e quale Artiro,

Chi Odrido schifa, e chi Bravante fuge,

Dove salvarsi spera, ognun rifuge.

XCVII.

Grida Olivier cum voce minacciante,[143]

E grida Gano: ove fugite voi?

Seguitene cristiani, andiamo avante,

Volete abbandonar re Carlo e nuoi?

Re Carlo anch'esso pure ha genti tante,

Che a tempo manderà soccorso ai suoi:

Non dubitate, ognun torni a ferire,

Che la gloria de un forte[144] è un bel morire.

XCVIII.

Ardubalasso intanto ed Oliviero

Cum furia estrema si affrontaro insieme;

Ferì questo il pagan sopra il cimiero

Cum furia tanta e cum tal forze estreme,

Che poco men che nol cacciò al sentiero;

Ma pur di doglia esterminata il preme,

E se non era allor l'elmo sì forte

Condutto era Olivier pel colpo a morte.

XCIX.

Ma buona pezza stette strangosciato

Per quel gran colpo il paladin marchese,

E pregione era, se non era aitato

Da Ganelon che a forza lo difese;

Prese una lanza, e nel sinistro lato

Percosse Ardubalasso e a terra il stese,

Chè contra lui sì inopinato venne,

Che 'l sarracino in sella non si tenne.

C.

Resorse intanto il gran signor di Vienna,

E forte combattea col brando in mano;

Così fa Gan che tocca e non accenna,

E questo occide e quel riversa al piano;

Ma non val lor cum brando e cum antenna

Ferir, che sol sono Oliviero e Gano

Or capi tra' cristiani in tal tenzone,

Preso[145] è Dudone, Astolfo e Salomone.

CI.

E Bradamante col suo Ricciardetto

Si pose in schiera come fu ordinato,

Per far col sir di Montalban l'effetto,

Che di sopra poco anzi io vi ho narrato;

Però il Danese che avea tal respetto,

Vuol che sia aiuto ai combattenti dato,

E in battaglia Turpin presto mandava

Cum la sua schiera di ordine la ottava.

CII.

E subito parlò del fatto ordito

Contra' pagani al sacro imperatore,

Et ordinosse allor che Carlo uscito

Cum la sua schiera de ordinanza fuore,

L'inimico da un canto abbia assalito;

Sentendo in quella parte il gran rumore,

E inteso di Ranaldo il duro assalto,

In quella parte[146] allor debbia far alto.

CIII.

Turpino intanto tanti fatti fece

Ch'io non ricordo e cum brando e cum lanza,

Che parve un fuoco entrato nella pece,

Che Dio li accrebbe il lustro e la possanza;

Tutte le schiere de' Cristian refece,

Tal che ciascun di lor prese speranza;

E in questo assalto de' forti cristiani

Gran danno e occision fu fra' pagani.

CIV.

Ma Balugante manda Marcaluro

A soccorrer pagan già posti in fuga,

Qual nequitoso e di superbia duro,

Dove entra li cristiani atterra e fuga;

Ma Ranaldo che vede il caso oscuro

Delli occisi cristiani, il fronte ruga,

E tratto il brando, se n'andò dove era

Non distante Califa e la sua schiera.

CV.

Ranaldo avendo l'abito pagano

A Califa accostossi cum buon modo,

E dielli sopra il capo un colpo strano,

A guisa che si caccia in legno il chiodo;

Trovol sprovisto, e riversollo al piano,

Benchè fusse quel re gagliardo e sodo;

Nè allora ebbe altro mal, ma il buon Ranaldo

Mostrossi allora di gran furia caldo.

CVI.

E cum il brando mena gran tempesta,

E facea colpi fuor d'ogni misura;

A chi braccia tagliava, a chi la testa,

E chi fendeva insino alla centura;

E tanto l'occhio aveva e la man presta

Che facea a un tempo il danno e la paura;

Sempre gridando: adosso alla canaglia,

Che vincitor serem della battaglia.

CVII.

Vedendo questo i sarracin smarriti,

Che non scian ciò che questo dir si voglia,

E vedendo li morti e li feriti

Da sì gran colpi, tremano qual foglia;

E se vi erano alcun delli più arditi,

Che de offender Ranaldo avesser voglia,

Egli col brando sì li acconcia e sbatte,

Che tutti o occide, o cum gran furia[147] abbatte.

CVIII.

Intanto Bradamante si scoperse

Cum li fratelli e la sua ardita schiera,

E le cristiane insegne al vento aperse

E entrò per fianco dove Ranaldo era;

Questo quel stormo allor tutto disperse,[148]

Vedendosi assalito[149] a tal mainera:

Restò all'assalto ognun da se diviso,

Che assai spaventa uno empito improviso.

CIX.

In altra parte[150] poco a quei distante

Mossessi[151] Namo e tutta la sua gente,

E ove è Tricardo allor[152] si trasse avante

Cum la schiera serrata arditamente;

Non vi fu[153] sarracin tanto constante

A cui non vacillasse allor la mente,

Vedendossi così desordinare,

Nè più si scianno in qual parte guardare.

CX.

Mosso non si è Doranio ancora contra

A' sarracin, ma tempo e luoco espetta,

Che se peggio a' cristiani non incontra,

Senza scoprirse spera la vendetta;

Vede che quanti il buon Ranaldo scontra,

Tutti col brando li investisse[154] e affetta,

Onde in lui spera, e ancor riposa alquanto:

Però posando anch'io fo fine al canto.