§. I.  Di Romualdo, VI. Duca di Benevento.

Romualdo Duca di Benevento vedutosi in questo stato, tosto spedì Gesualdo suo Balio al Re Grimoaldo suo padre in Pavia, perchè gli mandasse validi soccorsi: ed intanto i Longobardi beneventani, ancorchè da' Greci fosse più volte stata assalita la città, sempre però gli ributtarono, ed alle volte ancora gli assalirono ne' proprj alloggiamenti con varie sortite, e per ogni parte danni e rotte considerabili gli diedero: nella difesa della quale città, non conferì poco l'opera di Barbato Prete, e poi suo Vescovo, il quale declamando sempre, che di questi mali eran puniti i Longobardi beneventani con guerre sì crudeli, perchè non ancora avean deposta la superstizione de' Gentili, ed alcuni l'Arrianesimo; tanto fece, che ridusse quei popoli a deporre l'Idolatria, e ad implorare per lo scampo delle imminenti calamità il divino aiuto e la protezion de' Santi: e ad esser da poi persuasi, che ne fossero scampati per opera divina. Ma mentre Costanzo era in questo assedio, ecco che il Re Grimoaldo vien di persona con potente esercito a soccorrere il figliuolo; ed in tanto manda Gesualdo a dargli avviso che stasse di buon animo, ch'egli era ben tosto per liberarlo. Ma l'infelice, giunto al campo nemico, mentre tenta di gettarsi dentro l'assediata città, fu preso e portato innanzi all'Imperador Costanzo, il quale sentendo, che Grimoaldo già sen veniva con forte esercito a soccorrere il figliuolo, e ch'era già vicino, turbossene grandemente: e risoluto di levar l'assedio, tentò, perchè sicuramente potesse farlo, e potesse anche ricavarne qualche onesta condizione di pace, che Gesualdo tutto al rovescio esponesse a Romualdo l'ambasciata; onde fattolo condurre sotto le mura, il costrinse a chiamar Romualdo, al quale voleva egli che dicesse di non potere in conto alcuno venir suo padre per soccorrerlo; ma Gesualdo con animo intrepido e forte, veduto Romualdo sopra la muraglia, con alta voce, perchè tutti i Greci, ch'eran presenti, anche il sentissero, gli disse: Sta forte, e di buon animo, o Signore, e non ti smarrire; ecco tuo padre è già vicino con potente esercito per tuo soccorso, e questa notte al fiume Sangro dee esser giunto. Ben ti raccomando la mia cara moglie, ed i miei cari figliuoli perchè son certo, che questi ribaldi Greci mi faran tosto morire[130]. Sdegnato fieramente Costanzo per così generoso e magnanimo atto, fecegli tosto mozzare il capo, che con una briccola il fece buttar dentro le mura della città. Il Duca Romualdo presolo ed affettuosamente baciandolo, di molte lagrime il bagnò, così onorando la singolar sua virtù, e l'amor del suo fedele, con fargli inoltre dare sontuosa e nobile sepoltura.

Temendo perciò l'Imperadore della venuta di Grimoaldo, sciolse l'assedio, e mentre verso Napoli, sua città, frettoloso si avvia, il Conte Mitula di Capua nel cammino diede al suo esercito una grande rotta al fiume Calore, che non poco l'afflisse: e giunto finalmente in Napoli con animo di voler quindi passare in Roma, essendosi esibito Saburro, che gli dava il cuore, se l'Imperadore lasciasse sotto al suo comando ventimila soldati, di debellar tutti i Longobardi, e riportarne certa vittoria; Costanzo glieli concedette, e lasciollo sul passo di Formia, che ora dicono esser Castellone, o Mola di Gaeta, almeno perchè gli servissero per tener a freno il nemico, che andando egli in Roma, lasciavasi indietro. L'esercito di Saburro era misto di Greci e di Napolitani, Popoli che furon sempre rivali ed implacabili nemici de' Beneventani, e co' quali ebbero sempre crudeli ed ostinate guerre. Era Grimoaldo giunto in Benevento, quando intese i vanti di Saburro, ed i disegni de' Greci, e fu per andarvi egli di persona per combattergli; ma pregato da Romualdo suo figliuolo, che a lui commettesse questa impresa, bastandogli il cuore di vincergli, egli ne fu contento, e gli diede una parte del suo esercito. Con intrepidezza incomparabile affrontò Romualdo l'esercito nemico, e mentre fieramente si combatte, ed era ancor dubbia la pugna, ecco che un Longobardo, Amelongo nomato, ch'era solito di portar la lancia innanzi al Re, con animo forte, coll'istessa lancia percosse un Cavalier greco con tanta forza ed empito, che levatolo da sella l'alzò all'aria in alto, e per sopra il suo capo lo fece precipitare in terra. Per così valoroso fatto tanto terrore e spavento entrò ne' Greci che vilmente abbandonando il Campo, dieronsi a fuggire, ed i Longobardi seguitandogli fecero di loro strage crudelissima, e piena vittoria ne riportarono. Romualdo pien di gioja, trionfando, in Benevento tornossene, ove accolto dal padre e da' Beneventani con applauso grande, da tutti, come liberator della Patria e dello Stato, fu onorato e commendato. Intanto l'Imperador Costanzo quando vide vana ogni sua opera, parendogli essere fuori di ogni speranza di superare i Longobardi, perchè all'intutto non paresse inutile la sua venuta in Italia, pensò, pieno di cruccio andare in Roma ove, ancorchè fosse stato accolto con molti segni di stima e di venerazione da Vitaliano romano Pontefice, in dodici giorni, che vi dimorò, non attese ad altro, che a spogliarla de' più ricchi ornamenti, che vi ritrovò, e toltone quanto eravi di più rado, d'oro, d'argento, di bronzo, e di marmo, e fattolo imbarcar ne' suoi legni per condurlo in Costantinopoli, egli per cammin terrestre tornossene a Napoli, e quindi a Reggio, ove la terza volta furono le sue truppe da' Beneventani battute: indi a Sicilia portossi; quivi essendo egli dimorato qualche tempo, fu in Siracusa, mentre si lavava nel bagno, nell'anno 668 da' suoi stessi miseramente ucciso[131]; e le sue inestimabili prede e ricchezze, che da Roma e da altri luoghi aveva raccolte, capitate in mano de' Saraceni, non già in Costantinopoli, ma in Alessandria furon condotte.

Ecco qual fine, per se e per li Greci funesto, ebbe l'impresa di Costanzo, il qual promettendosi di restituire l'Italia al suo Imperio, rendè più prospere le fortune de' Longobardi: spedizione quanto infelice per li Greci, a' quali mancò poco, che non fossero interamente scacciati d'Italia, altrettanto avventurosa e prospera per li Longobardi, i quali maggiormente stabiliti ne' loro Stati, a niente altro da poi furono intenti, che a discacciare i Greci da quelle città, ch'essi ancor ritenevano. Per queste illustri vittorie Romualdo ampliò poi tanto il Ducato beneventano, che discacciati i Greci da Bari, Taranto, Brindisi, e da tutti que' luoghi della Calabria, che oggi Terra d'Otranto diciamo, gli ridusse al solo piccolo Ducato di Napoli e di Amalfi, ed Otranto. Gallipoli, Gaeta, e ad alcune altre città marittime de' Bruzj, che oggi Calabria ulteriore chiamiamo.

Queste furono le memorabili rotte, che gl'Istorici in questi tempi narrano essersi date da' Beneventani a' Napoletani, ne' quali per opera di S. Barbato i Longobardi beneventani abbandonarono interamente l'Idolatria e la superstizione: il culto della religione cattolica tenacemente abbracciando. La qual conversione, volendo a sommo studio tener nascosta Varnefrido e lo Scrittore degli atti dell'Apparizione Angelica nel monte Gargano, ambedue di nazione longobarda, perchè con ciò non si scovrisse, che sino a questi tempi i Longobardi avevan ritenuto il Gentilesimo, di ciò, ch'essi fecero, n'imputarono i Napoletani, i quali, come si è veduto, e di quel santuario, e della fede cattolica erano riverenti e tenaci. Nè maggior pruova di questo potrà aversi, se non dagli Atti di S. Barbato istesso, dati ora alla luce dal Bolando, e dall'Ughello[132], il quale Santo, dopo aver persuaso al Duca di Benevento ed a' Longobardi, per opera divina, e dell'Arcangelo Michele essere scampati da tante calamità, questi, deposto ogni rito pagano, ed abbracciata la religion cattolica, lo elessero per Vescovo di quella città; ed avendogli il Duca profferto molti e ricchi doni, il santo Vescovo gli rifiutò, persuadendo a Romualdo, che que' doni offerisse alla Basilica del monte Gargano, la quale, a cagion del preceduto sacco, essendo rimasa incolta e men frequentata, proccurasse egli renderla più culta, e col suo esempio la venerazion di quel luogo a' suoi Longobardi instillasse; ed inoltre che tutto ciò, ch'era nel tenimento del Vescovato Sipontino alla sua sede beneventana sottoponesse, perchè que' luoghi allora incolti, posti sotto la sua cura, meglio da lui potessero custodirsi e governarsi; siccome da Grimoaldo fu fatto. Quindi nacque, che fin da questi tempi di Vitaliano, romano Pontefice, il Vescovato di Siponto, e la cura della Basilica garganica alla sede beneventana si appartenne; com'è pur manifesto da alcune epistole di Vitaliano Papa a Barbato istesso dirette, rapportate da Mario Vipera nel libro primo della sua Cronologia de' Vescovi ed Arcivescovi beneventani, onde da poi ne' tempi seguenti lungamente si è veduta la Chiesa sipontina e la garganica a' Vescovi beneventani soggetta, insino che, ruinando già il Principato di Benevento, fu a Siponto dato il suo Arcivescovo, alla cui cura ritornarono assolutamente queste Chiese, come, quando della politia ecclesiastica di questi tempi ci tornerà occasione di trattare, più distesamente diremo.

Per questa cagione crebbe la venerazione di questo santuario appresso i Longobardi beneventani, tanto che per lor protettore lo riconobbero, e siccome i Longobardi Subalpini ebbero per loro protettore il Precursor di Cristo, i Longobardi spoletani S. Sabino Vescovo e Martire; così i nostri Longobardi Cistiberini ebbero l'Arcangelo Michele[133]; onde si fece poi che tutte le vittorie, che ne' seguenti tempi riportarono i Beneventani sopra i Napoletani, come che sovente accadute, siccome fu questa agli otto di Maggio, giorno dell'Apparizione Angelica, tutte l'attribuirono all'intercessione di questo lor protettore[134]. Quindi parimente si manifesta l'error di coloro, i quali, ignari di questi fatti, riportano indietro questi avvenimenti sino a' tempi di Teodorico ostrogoto, e vedendo che ancor prima di que' tempi erano i Napoletani cattolici, vollero, che ciocchè diceasi de' Napoletani infedeli, dovea intendersi de' Vandali, che allora sotto Odoacre eran congiunti a' Napoletani contra i Goti.