Grandi che fossero stati in questi tempi i progressi de' Patriarchi di Costantinopoli in Oriente, non aveano però infin ad ora stesa la loro patriarcale autorità sopra queste nostre province. Cominciavano bensì pian piano, sostenuti dal favore degl'Imperadori, a metter mano in alcune chiese poste in quelle città, che ancor ubbidivano all'Imperio greco. Prima introdussero di dar a' Vescovi il titolo d'Arcivescovo, poichè non essendo questo nome di potestà, come il Metropolitano, ma solo di dignità, fu cosa molto facile a' semplici Vescovi d'ottenerlo, ed a' Patriarchi di Oriente di darlo. Così leggiamo, che sin da' tempi dell'Imperador Foca, che resse quell'Imperio dall'anno 602 in fino al 610, cominciarono i Patriarchi di Costantinopoli, secondo il solito fasto de' Greci, a dare a molti nostri Vescovi delle città, che a loro ubbidivano, questo spezioso nome d'Archivescovo, come fecero, non senza collera e sdegno de' romani Pontefici, con quello d'Otranto, di Bari, e da poi anche con quel di Napoli[152]. Questi furono i primi passi, che diedero in queste nostre parti: ma in Oriente per essere state le altre città patriarcali occupate da' Barbari, e posti a terra que' tre Patriarchi, tanto che non potè di lor conservarsi continuata successione, si rendè il costantinopolitano più altiero e fastoso. Quindi Giovanni il Digiunatore, che fu eletto Patriarca di Costantinopoli nell'anno 585, imperando Maurizio, prese il fastoso titolo di Patriarca Ecumenico.
Ma dall'altra parte non erano minori i progressi del Patriarca di Roma in Occidente, sicchè non si potesse contrastare a tanta alterigia, e far contrappeso a tanta potenza. E sopra ogn'altro in questi medesimi tempi erasi la Cattedra di Roma grandemente innalzata per la santità e dottrina di Gregorio il Grande, che nell'anno 590 vi sedette. Questo Pontefice mantenne l'autorità e diritti della sua sede, e fece valere la sua autorità in tutto Occidente: si oppose al Patriarca Giovanni, non approvando il titolo fastoso d'Ecumenico, come ambizioso, e che riguardava a diminuire la potestà e la giurisdizione degli altri Vescovi; onde fu il primo, che volle nomarsi e sottoscriversi Servo de' servi di Dio, per opporlo al titolo fastoso d'Ecumenico del Patriarca di Costantinopoli[153].
Proccurò ancora a questo fine mantenersi nella grazia degl'Imperadori d'Oriente, di cui egli si professava suddito[154], poichè Roma ubbidiva a que' Principi, e per rendersi a coloro benemerito, si oppose sempre a' sforzi de' Longobardi, vegghiando non pure alla difesa di quella città, ma di tutte le altre, e di Napoli particolarmente, perchè si fosse mantenuta in Italia la Signoria degl'Imperadori d'Oriente, per fare contrappeso alle forze de' Longobardi, che aspiravano alla universal Monarchia di tutta Italia, e discacciarne da quella affatto i Greci. Soccorreva perciò i popoli colle sue grandi liberalità: e nel sacco che i Longobardi diedero a Crotone, ove ridussero que' cittadini in cattività, egli s'adoperò tanto con opere e con uficj, che ne furono riscattati. Attese perciò con vigilanza particolare alla cura delle chiese d'Italia e di Sicilia, e di tutte queste nostre province, le quali come prima non riconoscevano altro Patriarca, che lui, e gli altri romani Pontefici suoi successori. Così veggiamo, che per le ordinazioni de' Vescovi di Sicilia, di Napoli, di Capua, di Miseno, di Benevento, della Puglia, della Calabria, della Lucania e dell'Apruzzo, a lui si ricorreva, e le contese insorte per l'elezioni da lui si terminavano. Pose ancora tutta la sua applicazione agli affari della Chiesa universale, e s'affaticò non solo d'estinguere la divisione, ch'era nella Chiesa tra i Latini ed i Greci, ma eziandio per liberar l'Affrica dallo scisma de' Donatisti: e mandò il Monaco Agostino co' suoi compagni in Inghilterra per convertire que' Popoli. Pose ogni studio, perchè per mezzo di Teodolinda i Longobardi, deposta l'Idolatria e l'Arrianesmo, passassero nella fede cattolica. Vietò nondimeno di costringere gli Ebrei colla violenza a farsi Cristiani. E sopra tutto attese alla conservazione della disciplina ecclesiastica, e di fare osservare inviolabilmente i canoni in tutte le chiese, tenendo per fermo, che in ciò massimamente risplendesse la potestà e l'autorità, che gli concedeva il Primato della sua sede.
Le medesime pedate furon calcate da' successori di Gregorio; poichè se bene, morto costui nell'anno 604, gli succedesse Sabiniano, che non tenne quella sede più di cinque mesi e vent'uno giorni; succeduto che vi fu Bonifacio III, questi, come che era stato lungo tempo Nunzio appresso l'Imperador Foca successore di Maurizio, aveva colla sua prudenza trovato modo d'insinuarsi nella di lui grazia; e se dee prestarsi fede ad Anastasio, Beda, Varnefrido, ed a molti altri Autori, nella pretensione, nella quale erano entrati i Patriarchi di Costantinopoli intorno al Primato sopra tutte le chiese, ottenne Bonifacio da Foca rescritto, con cui dichiaravasi, che la Chiesa romana dovesse avere il Primato sopra tutte le chiese, e 'l solo Pontefice romano avesse portato il titolo di Patriarca Ecumenico: il che narrasi fosse stato fatto dall'Imperador Foca in odio di Ciriaco Patriarca di Costantinopoli, ch'era succeduto a Giovanni il Digiunatore nell'anno 596, e ben presto morì.
Bonifacio IV, che succedè al III, proccurò anche egli mantenersi nella grazia dell'Imperadore contra i Longobardi, onde ottenne da Foca il tempio del Panteon, ch'era in Roma, per farne una chiesa, come fece, ch'e quella che ora chiamano la Rotonda, dalla sua figura. Tutti gli altri suoi successori tennero questo stesso tenore, ed il Pontefice Vitaliano, allorchè l'Imperador Costanzo venne in Roma l'anno 663, lo accolse con molti segni di stima e di rispetto: siccome fecero tutti gli altri romani Pontefici, che stettero sempre fermi nell'ubbidienza degl'Imperadori d'Oriente contra i Longobardi, insino a Lione Isaurico, il quale volendo sostenere l'errore degli Iconoclasti contra gli sforzi de' Pontefici Gregorio II e III, pose tutto in disordine, come si vedrà nel libro seguente di questa Istoria.
Dall'altra parte i Longobardi, quantunque per la maggior parte idolatri, ed altri arriani, non turbarono la pace delle nostre chiese, e sotto la cura de' Pontefici romani, così come prima erano, le lasciarono. Il Re Autari verso l'anno 587 depose il Paganesimo, ed abbracciò la religione cristiana, ma, seguendo l'esempio de' Re goti, la ricevette imbrattata dell'eresia arriana. I Longobardi ad esempio del loro Re fecero il medesimo; quindi lasciandosi a' provinciali intatta la loro religione, si videro in alcune città d'Italia due Vescovi, l'uno arriano che presedeva a' Longobardi convertiti, l'altro cattolico che governava le Chiese cattoliche de' provinciali. Le nostre province però non videro questa difformità; poichè quelle che ancor rimanevano sotto l'ubbidienza degl'Imperadori d'Oriente erano tutte cattoliche: l'altre che passarono sotto la dominazione de' Longobardi, ritennero intatta quella medesima religione, che i Goti, e sopra tutto il gran Re Teodorico loro avea conservata; nella quale il Re Autari, e gli altri Re suoi successori, le mantenne. A tutto ciò s'aggiunse da poi la pietà della Regina Teodolinda, donna religiosissima e cattolica, la quale, ancor che col suo primo marito Autari non le fosse riuscito di far loro deporre l'Arrianesimo, con Agilulfo però suo secondo marito potè tanto, per le grandi obbligazioni, che a lei professava, che gli fece abbracciar la religione cattolica; ond'è che S. Gregorio M. cotanto si mostra obbligato a questa Principessa, alla quale dedicò i suoi quattro libri delle Vite dei Santi[155], e tante affettuose epistole di lui si leggono piene d'encomj, e di lodi dirette a questa Regina[156]. Quindi avvenne, che molti Longobardi, seguendo l'esempio del loro Principe, si rendessero ancor essi, cattolici, e perciò molte chiese e monasterj nel Regno di Agilulfo fossero edificati[157]: donate perciò molte possessioni a' medesimi, e che i Vescovi, che prima nelle città di Longobardia eran depressi, fossero stati sollevati, ed in sommo onore avuti. E quantunque nel Regno di Ariovaldo, perfido Arriano che ad Agilulfo succede, fossesi turbata quella pace, che Agilulfo gli avea data; nulladimanco succeduto poi al Trono Rotari, Principe, ancorchè arriano, di piacevoli costumi, e che lasciò in libertà di vivere, così i Longobardi, come i provinciali, con quella religione, che essi volessero, ritornarono le cose nella pristina quiete e tranquillità, nella quale maggiormente si stabilirono sotto il Regno di Ariperto, molto propenso ed inclinato alla religion cattolica.
Ma poscia i nostri Cistiberini longobardi furono i primi a lasciare affatto l'Arrianesimo, mercè di due illustri Vescovi, Barbato di Benevento e Decoroso di Capua. Barbato dopo la sconfitta, che i Longobardi beneventani sotto il loro Duca Romualdo diedero ai Greci, purgò quella Nazione non men dell'Idolatria, che dell'Arrianesimo, e divennero tutti cattolici. Il simile avvenne de' Longobardi capuani per Decoroso loro Vescovo; tanto che in tutte quelle province, che eran passate sotto il loro dominio, l'Arrianesimo presso a' Longobardi istessi restò affatto abolito. Le altre regioni, che ancor duravano sotto i Greci, ancorchè l'Oriente spesso partorisse dell'eresie e degli errori intorno a' dogmi: onde mal s'accordavano quelle chiese con queste nostre d'Occidente, e sopra tutto in questi tempi per quella de' Monoteliti; nientedimeno la vigilanza de' romani Pontefici, sotto la cui custodia e governo ancor duravano, fece sì, che non rimasero di quegli errori le nostre chiese contaminate.
Ma non molto da poi, ciò che avventurosamente avvenne a' nostri Cistiberini longobardi sotto Romualdo Duca di Benevento, accadde a' Longobardi Subalpini sotto Grimoaldo Re d'Italia: questo Principe, fattosi cattolico, favorì tanto le Chiese, ed ebbe tanta avversione alla dottrina degli Anziani, che estinse affatto in tutta Italia l'Arrianesimo. Quindi s'accrebbero le tante lor ricchezze: donde parimente ne nacque la sregolatezza della maggior parte de' Cristiani, e lo scadimento della disciplina ecclesiastica.
Questi Principi longobardi, ad esempio di tutti gli altri Principi dell'Occidente e degl'Imperadori d'Oriente ancorchè fatti cattolici, mantennero però nei loro dominj quelle medesime prerogative e preminenze, che i Re goti ritennero, per quel che s'attiene all'esterior politia ecclesiastica; ed avvegnachè i Pontefici romani facessero valere la loro autorità in Occidente; nulladimanco i Principi, e spezialmente nella Francia e nella Spagna, vollero, fra l'altre cose, autorizzare colle loro leggi ed editti i Sinodi provinciali, che in questo secolo furono assai frequenti, e di lor ordine fatti convocare, per dar riparo agli abusi, ed alla corrotta disciplina e sregolatezza degli Ecclesiastici. Dall'altra parte gl'Imperadori d'Oriente non pur seguitavano le vestigia de' loro predecessori, ma presero molta parte negli affari della religione, non potendo i Pontefici romani farvi tutta quella resistenza, che avrebbono voluto. L'Imperador Maurizio, calcando le medesime pedate degli altri Imperadori suoi predecessori, promulgò legge proibente, che i soldati si ricevessero ne' monasterj: S. Gregorio[158] si doleva della legge, ma non attaccava la potestà del Legislatore, e con molta riserva esagerava, che quella fosse ingiusta, e contra il servigio di Dio: quasi che volesse con ciò impedirsi agli uomini il cammino d'una maggior perfezione. Maurenzio nostro Duca di Napoli obbligava i Monaci a far le sentinelle per guardia della città, e ripartiva le truppe per l'alloggio in ogni quartiere, non perdonando nè anche a' monasterj di donne, di che parimente abbiamo le doglianze di questo Pontefice[159].
In Oriente gli Imperadori disponevano pure delle diocesi e delle metropoli, e regolavano i Troni e le precedenze, accrescevano ed estenuavano le pertinenze de' Metropolitani a lor talento. E dall'altra parte i nostri Duchi di Benevento fecero il medesimo nel lor ampio Ducato: a richiesta di Barbato Vescovo di quella città, il Duca Romualdo unì al Vescovato di Benevento quello di Siponto: ecco le richieste di Barbato a Romualdo, come si legge ne' suoi atti: Si munus, e' dice, tuae salutis offerre studes, unum impende beneficium, ut B. Michaelis Archangeli domus, quae in Gargano sita est, et omnia, quae sub ditione Sipontini Episcopatus sunt, ad sedem Beatissimae Genitricis Dei, ubi nunc indigne praesum, in omnibus subdas; et quoniam absque cultoribus omnia depravantur, unde nec sedulum officium persolvi potest, melius a nobis disposita ubi proficient in salutem. Romualdo assentisce a questa dimanda, e ne gli fa diploma: Illico Princeps viri Dei consentit petitionibus, eo ordine, ut fati sumus, et sicut mos est, per PRAECEPTUM Genitrici Dei universa concessit; et ut resonet in futurum, anathematizaverat, qui contra haec agens irritam hanc facere voluerit concessionem. Ciò che da poi volle Barbato, che anche se gli concedesse da Papa Vitaliano; poichè de' romani Pontefici (a' quali il Sannio e la Puglia, come Province suburbicarie, appartenevansi) uffizio era d'unire e separare le lor Chiese; siccome sovente erasi praticato dal Pontefice Gregorio, che nell'anno 592 unì la Chiesa di Cuma a quella di Miseno[160], ancorchè tal unione poco durasse; ed erasi praticato nell'altre Province suburbicarie. Perciò appresso Vipera ed Ughello[161] si legge il Breve di Vitaliano diretto al Vescovo Barbato, ove fra l'altre cose si leggono Concedentes tibi, tuaeque praefatae Reverendissimae Beneventanensi Ecclesiae, Bibinum, Asculum, Larinum, et Ecclesiam Sancti Michaelis Archangeli in Gargano, pariterque Sipontinam Ecclesiam quae in magna inopia, ei paupertate esse videtur, et absque cultoribus, et Ecclesiasticis officiis nunc cernitur esse depravata cum omnibus quidem eorum pertinentiis, et omnibus praediis cum Ecclesiis, ec. Onde avvenne che da questi tempi di Papa Vitaliano, la Chiesa Sipontina fosse unita a quella di Benevento, e che i Vescovi beneventani nel corso di molti anni finchè di nuovo quella non fu separata, si dicessero anche Vescovi di Siponto.
Non fu per tanto, così nelle province, ch'eran passate sotto la Signoria de' Longobardi, come in quelle ch'erano rimase sotto i Greci, variata la politia ecclesiastica; ma per ciò che s'attiene a questa parte, fu ritenuta quella stessa forma, che tennero sotto i Goti Re d'Italia, e sotto Giustiniano e Giustino Imperadori d'Oriente.