I.  Politia delle Chiese del Ducato napoletano e delle altre città sottoposte all'Imperio greco.

Ancorchè nella Chiesa greca non si osservasse tanta deformità e rilasciamento de' costumi e cotanta ignoranza, quanto nella latina, ne' Preti e ne' Monaci; nè i suoi Vescovi, nè gli Abati si fossero veduti possedere Castelli e Baronie, poichè i Greci non conobbero Feudi; nulladimanco assai maggior discordanza in quella si ravvisava per l'ambizione del Patriarca di Costantinopoli, e per la dottrina che sosteneva difforme in alcuni dogmi a quella che insegnava la Chiesa latina, discordante ancora da quella sopra alcuni punti di disciplina, oltre a' riti varj e diversi; onde la divisione si rendè maggiormente ostinata e irreconciliabile. Impugnavano i Greci il primato del Vescovo di Roma, al quale volevano preferire o per lo meno render uguale quello di Costantinopoli. Insorsero perciò vari contrasti intorno a' confini de' loro Patriarcati, e quello di Costantinopoli invase perciò molte province, che s'appartenevano al Patriarcato di Roma. Fuvvi gran contrasto sopra la Bulgaria, pretendendo i Patriarchi di Oriente, ch'essendo stato quel paese tolto a' Greci, e prima governato da' Vescovi greci, al Patriarca di Costantinopoli doveva esser soggetto: ebbero in ciò anche il favore dell'Imperador Basilio e di Lione suo figliuolo, che avea associato all'Imperio; onde la Bulgaria, non ostante le opposizioni ed i protesti de' Legati del Papa, fu aggiudicata a' Greci e cacciati i Vescovi e' Sacerdoti latini.

L'ambizione de' Patriarchi di Costantinopoli, favoriti dalla potenza degl'Imperadori d'Oriente, tolse al Patriarcato d'Occidente molte altre Chiese, le quali al trono di Costantinopoli furono attribuite; onde nacque, che siccome fu fatta nuova descrizione delle province dell'Imperio d'Oriente, partendolo in più Temi, dei quali Costantino Porfirogenito compilò due libri; e nuova descrizione degli Ufficiali del Palazzo e della Camera costantinopolitana, de' quali Codino[478] e Giovanni Curapalata[479] tesserono lunghi cataloghi; così per ciò che s'attiene alla politia della Chiesa greca e del Trono costantinopolitano, i loro Patriarchi proccurarono dagl'istessi Imperadori d'Oriente, che si facesse nuova descrizione, così delle Chiese sottoposte al Trono costantinopolitano, molte delle quali eransi tolte al Trono romano, come degli Ufficiali della gran Chiesa di Costantinopoli, de' quali similmente Codino e Curapalata ed altri presso Leunclavio[480] rapportano i nomi e gli uffici: affinchè quelle Chiese, che si tolsero al Patriarcato d'Occidente, facendosi per autorità imperiale tal disposizione, ovvero Notizia, rimanessero stabilmente affisse e dipendenti dal suo Trono.

Comunemente si crede, che intorno all'anno 887, a' tempi di Lione soprannominato il Filosofo, da poi che il Patriarca Fozio fu scacciato dalla Cattedra di Costantinopoli, si fosse fatta tal disposizione; e Leunclavio[481] fra le novelle di Lione il Filosofo la rapporta; ma Lione Allacci[482] sostiene, che quella fosse fatta alcuni anni prima nel 813 nell'Imperio di Lione Armeno: che che ne sia, si vede per questa disposizione, quanto in questi tempi avessero i Patriarchi d'Oriente stesa la loro autorità sopra molte Chiese, e particolarmente sopra quelle di queste province, che prima s'appartenevano al trono Romano, come province suburbicarie.

Nilo Archimandrita cognominato Doxapatrius in un suo trattato De quinque Thronis Patriarchalibus[483], ch'egli scrisse nell'anno 1143 a Roggiero I nostro Re di Sicilia, per una occasione, che sarà da noi rapportata, quando de' fatti di questo Principe ci toccherà ragionare, fa vedere quanto prima possedeva il romano Patriarca, e ciò che poi fugli tolto da quello di Costantinopoli. Possedeva, egli dice, tutta l'Europa, le Spagne insino alle colonne d'Ercole coll'isole dell'Oceano Occidentale, le Gallie, l'isole Britanne, la Pannonia, tutto l'Illirico, il Peloponeso, gli Avari, i Sclavi, i Sciti insino al Danubio, la Macedonia, Tessalonica, la Tracia insino a Bizanzio, la Mauritania, l'isole del Mediterraneo, Creta, Sicilia, Sardegna e Majorica. Tutta l'Italia, cioè superiores Alpes, et quae ultra eas extenduntur: nec non inferiores Gallias, quae Italiae sunt, sive Lombardiam, quae nunc dicitur Longibardia, et Apuliam et Calabriam et Campaniam omnem et Venetiam et Provincias, quae ultra sinum Hadriaticum se se effundunt. Haec omnia, e conchiude, Romano subdebantur.

Ma da poi al Trono costantinopolitano furono sottomesse molte province e città non meno d'Oriente, che d'Occidente. I Metropolitani di Tessalonica e di Corinto si sottoposero al Patriarca di Costantinopoli, e molti altri Metropolitani ed Arcivescovi seguitarono il loro esempio: Sicilia praeterea, e' soggiunge, et Calabria se Costantinopolitano supposuerunt, et Sancta Severina, quae et Nicopolis dicitur.

Sicilia autem universa unum Metropolitam habebat Syracusanum: reliquae vero Siciliae Ecclesiae Syracusani erant Episcopatus, etiam ipse Panormus et Therma et Cephaludium et reliquae.

Calabria quoque unum Metropolitam Rheginum, reliquas vero Ecclesias Episcopatus Rheginus sibi vendicabat.

Taurianam, in qua Sancti Fantini Monasterium est.

Bibonem, cujus locum occupavit Miletum.

Constantiam, quae Cosentia nunc dicitur et reliquos omnes Calabriae subjectos.

Erat et Sancta Severina Metropolis, habens et ipsa sub se varios Episcopatus.

Callipolim: Asyla Acherontiam et reliquas: et sunt hae Ecclesiae descriptae in Tacticis Nomocanonis sub Throno Constantinopolitano.

Adnexae itaque Siciliae, Calabriae, Sanctae Severinae Sedes Throno Constantinopolitano, a Romano avulsae: quemadmodum et Creta, sub Romano cum esset, sub Constantinopolitano facta est. Nihilominus Pontifex viles quasdam partes et Episcopatus nonnullos in Sicilia et Calabria habere deprehenditur. Metropoles enim et urbes in eadem illustriores et digniores, Constantinopolitanus possidebat usque ad Francorum adventum; intendendo de' Normanni, i quali avendo discacciati i Greci da queste province, restituirono al Trono romano tutte queste Chiese, le quali a quel Patriarcato s'erano da' Greci tolte, come al suo luogo diremo.

Sic etiam, soggiunge Nilo, in Longobardia et Apulia et in omnibus his Regionibus, maritimas Metropoles antea possidebat Constantinopolitanus, reliquas Romanus, ut Regiones illae per partes possiderentur. Namque Melodus ac Poeta Dominus Marcus, Hydruntum a Constantinopolitano missus fuisse comperitur. Cum autem universae Longobardiae Ducatus, quae vetus Hellas erat, sub Imperatore erat Constantinopolitano, Papa vero separatus sub aliis Gentibus vivebat, propterea Patriarca Ecclesias obtinebat; num Brundusium et Tarentum a Costantinopolitano Sacerdotes accipiebat; idque nullum latet.

Conforme a quanto scrisse Nilo è la disposizione ovvero Notizia de' Metropolitani e de' Vescovi a costoro suffraganei, sottoposti al Trono costantinopolitano, descrittaci dalla Novella di Lione rapportata da Leunclavio. Egli ne fece tal Pianta, con questo ordine.

Ordo praesidentiae Metropolitanorum, qui subsunt Apostolico Throno Constantinopolis, et subjectorum eis Episcoporum.


Novera tutti i Metropolitani co' loro Vescovi suffraganei, ed in primo luogo colloca il Metropolitano di Cesarea di Cappadocia: nel secondo l'Efesino dell'Asia, e di mano in mano tutti gli altri sino al numero di LVII Metropoli. Nel XXXII luogo vien collocato il trono di Reggio, ovvero di Calabria coi suoi Vescovi suffraganei in cotal guisa.

XXXII Rhegiensis, sive Calabriae.

Nel luogo XLIX vien collocato il trono di S. Severina co' suoi Vescovi suffraganei.

XLIX. Severianae, Calabriae.

Si pongono appresso quelle metropoli, le quali non hanno Trono a se soggetto, cioè non han Vescovi suffraganei, e fra le altre nel LV luogo si pone Otranto.

Ed in fine separatamente si noverano i Metropolitani co' Vescovi lor suffraganei, che furon tolti al Trono romano e sottoposti al costantinopolitano: quelli che furon tolti dalle diocesi d'Occidente, si osserva essere i Metropolitani di Reggio in Calabria, e di Siracusa in Sicilia.

Avulsi a Dioecesi Romana, jamque Throno Constantinopolitano subjecti Metropolitani, et qui subsunt eis Episcopi, sunt hi.

Sub Syracusano, Siciliae.

I Greci non potendo alle volte innalzar i Vescovi in Metropolitani, perchè forse loro non veniva in acconcio toglier le Chiese all'antico Metropolitano vicino ed attribuirle al nuovo, solevano quando volevan ingrandire alcun Vescovo, decorarlo col nome d'Arcivescovo, del quale (essendo solo di dignità, non di potestà, come il nome di Metropolitano) coloro che n'eran fregiati, non acquistavano altro, che un maggior splendore e prerogativa sopra gli altri Vescovi di quella provincia, a' quali negli onori erano preferiti ed anteposti: Quosdam Antistites, dice Balsamone, non propterea vocari Archiepiscopos, quod Episcoporum Principes et Ordinatores sint: sed quod primi Episcoporum habeantur[484]. Quindi nella disposizione delle Chiese sottoposte al Trono di Costantinopoli, oltre a' gradi dei Metropolitani, si legge nell'istessa novella di Lione, ed anche nel libro delle Sentenze Sinodiche impresso pure da Leunclavio[485] un catalogo d'Arcivescovi sottoposti al Patriarca d'Oriente, ed infra gli altri al luogo XIV si legge l'Arcivescovo di Napoli, e dopo lui quello di Messina in questa maniera.

Archiepiscopatus.

La politia ed il governo delle Chiese del Ducato napoletano, come compreso nella Campagna, provincia Suburbicaria, s'apparteneva di ragione al Patriarca di Roma, il quale in effetto, com'è manifesto dall'Epistole di S. Gregorio M., vi esercitava tutte le ragioni patriarcali, ancorchè nel politico e temporale all'Imperio d'Oriente s'appartenesse; ma da poi i Patriarchi di Costantinopoli, favoriti dalla potenza degl'Imperadori greci, cominciarono a trattar i Vescovi di Napoli, come di città metropoli d'un non dispregevol Ducato, con fastosi e resplendenti titoli di Arcivescovi, ed attribuir loro molti onori e prerogative, per le quali sopra tutti gli altri Vescovi del Ducato fossero distinti. Si è veduto come Sergio Vescovo di Napoli dal Patriarca costantinopolitano ricevè la prerogativa d'Arcivescovo; ma ripreso dal Pontefice romano, pentitosi dell'errore, impetrò da costui il perdono[486].

Si opponevano a tutto potere i romani Pontefici a queste intraprese de' Patriarchi di Costantinopoli, ma dopo Lione Isaurico e Costantino Copronimo Imperadori d'Oriente, crescendo vie più la divisione fra queste due Chiese, e resi più audaci i Patriarchi costantinopolitani, per la potenza e favore degl'Imperadori, implacabili nemici de' romani Pontefici, pretesero che i Vescovi di quelle Chiese che erano rimase sotto l'Imperio greco, dovessero riconoscergli per loro Patriarchi; da essi dovessero ricevere le Bolle della Confermazione e della Consecrazione, ed in tutto ciò che riguardava lo spirituale dovessero ubbidirgli, siccome nel temporale ubbidivano agl'Imperadori d'Oriente. E quantunque Bari, Taranto, Brindisi ed altre città della Puglia e di Calabria si vedessero ora sotto la dominazione de' Principi longobardi: nulladimeno, essendogli state poi da' Greci, ritolte e ritornate sotto l'Imperio d'Oriente, come diremo ne' seguenti libri, i Greci parimente soggettarono le Chiese di quella città al Patriarcato di Costantinopoli.

La Chiesa di Napoli adunque, se voglia riguardarsi ciò che osarono i Patriarchi costantinopolitani, fin da questi tempi fu renduta arcivescovile, non già metropolitana, perchè da que' Patriarchi sol per onore fugli dato quel titolo di dignità. In Metropoli fu eretta poi nel decimo secolo da Giovanni romano Pontefice, come diremo al suo luogo; e per questa cagione nelle Novella di Lione e nel libro delle Sentenze Sinodiche, Napoli non vien posta nel numero delle metropoli subordinate al trono di Costantinopoli, ma fra quello degli Arcivescovadi, che il Patriarca d'Oriente pretendeva a se soggetti. Del rimanente, toltone questo onore e questa pretensione che vi aveano, non s'avanzarono alla Consecrazione, poichè i Vescovi di Napoli eletti ch'erano dal Clero e dal Popolo, andavano come prima in Roma a farsi consecrare da' romani Pontefici.

Da ciò nacque, che la Chiesa di Napoli, non essendosi mai separata dalla Chiesa latina, ed all'incontro essendo in città a' Greci sottoposta, e per lo continuo commercio che avea co' Popoli orientali, frequentata da' Greci, ebbe Sacerdoti e Cherici dell'uno e dell'altro rito: due Capitoli, l'un greco[487] e l'altro latino; e più Parocchie e Chiese non men latine, che greche furono erette, le quali a questi tempi ed a tali occasioni, non già a quelli di Costantino M. devono riportarsi. Si noveravano insino a sei greche Chiese parrocchiali, quella di S. Giorgio ad Forum: l'altra di S. Gennaro ad Diaconiam: le chiese de' SS. Giovanni e Paolo: di S. Andrea ad Nidum: di S. Maria Rotonda e di S. Maria in Cosmedin[488]: nelle quali i Sacerdoti secondo il rito greco celebravano i sacrificj ed i divini uffici, i quali ne' dì stabiliti unendosi co' latini nella maggior Chiesa, con promiscui riti, e canto latino e greco lodavano il Signore[489].

Dall'aver avuto Napoli due Cleri, un latino e l'altro greco, credette il nostro Chioccarelli[490], che in Napoli vi fossero parimente stati due Vescovi, l'un greco e l'altro latino, non altrimenti di ciò, che narrasi di Cipri a tempo di Papa Innocenzio IV d'aver avuti due Arcivescovi un latino e l'altro greco: così egli interpretando gli atti della vita di S. Attanasio Vescovo di Napoli. Ma ciò ripugna a tutta l'istoria ed a' tanti cataloghi che abbiamo de' Vescovi di questa città; ne' quali non mai si legge tal deformità nella Chiesa di Napoli; onde il P. Caracciolo[491] riprovò quest'errore, e spiegò l'ambiguità degli atti di quel Santo, compilati per Pietro Diacono Cassinese, che diedero la spinta maggiore al Chioccarelli di così credere.

Il Vescovo adunque di Napoli, ancorchè decorato dal Patriarca di Costantinopoli con nome di Arcivescovo, sopra i Vescovi del suo Ducato non esercitava ragione alcuna di Metropolitano, gli precedeva solamente nell'onore e in dignità, come Vescovo di città Ducale; ed in quest'età i Vescovi del suo Ducato erano Cuma, Miseno, Baja, Pozzuoli, Nola, Stabia, Sorrento ed Amalfi: in decorso di tempo, Sorrento ed Amalfi furono innalzate a metropoli; e Cuma, Miseno, Baja e Stabia distrutte. Ma se Napoli perdette queste città, resa poi anch'ella metropoli, acquistò Avversa edificata da' Normanni, Ischia, Acerra, Nola e Pozzuoli, che lungo tempo al suo Trono furono suffraganei.

Nelle altre nostre Chiese delle città, sottoposte al greco Imperio, maggiore autorità fu veduta esercitarsi da' Patriarchi di Costantinopoli, e particolarmente nella Chiesa di Reggio, di S. Severina e di Otranto: e da poi ch'ebbero i Greci ricuperato Taranto, Brindisi e Bari ed altre città di Puglia e di Calabria, la medesima autorità in quelle vi pretesero esercitare.

Costituirono Reggio metropoli, e gli attribuirono, come si è veduto, tredici Vescovi suffraganei. Eressero in metropoli S. Severina, ed al suo Trono sottoposero cinque Vescovi. Al Metropolitano d'Otranto non assegnarono Trono; ma a' tempi di Niceforo Foca intorno l'anno 968, sedendo nella Chiesa di Costantinopoli Policuto Patriarca, gli furono dati i Vescovi d'Acerenza, di Turcico, di Gravina, di Matera e di Tricarico per suffraganei, la consacrazione de' quali, come narra Luitprando Vescovo di Cremona[492], volle che al Metropolitano d'Otranto s'appartenesse; e dilatò cotanto Niceforo i confini di questa metropoli e 'l rito greco, che comandò che in tutta la Puglia e la Calabria, i divini uffici non più latinamente, ma in greco si celebrassero; ed ampissimi altri privilegi furono a quello conceduti, che possono vedersi appresso Ughello nella sua Italia Sacra[493].

Brindisi e Taranto, da poi che furono restituite all'Imperio greco, dice Nilo, a Constantinopolitano Sacerdotes accipiebant.

Ritolte anche da' Greci a' Saraceni e Longobardi, Bari, Trani ed altre città della Puglia, si videro parimente le Chiese loro sottoposte a quel Patriarca. Teodoro Balsamone nell'esposizione ch'egli, regnando l'Imperador Andronico Paleologo il Vecchio, fece delle Sedi al Patriarcato di Costantinopoli sottoposte, oltre le orientali, novera tra le occidentali la Chiesa di Bari nel numero 31, quella di Trani nel 44, quella d'Otranto al 66 e quella di Reggio in Calabria al 38.

Quindi, secondo che ci testificano il Beatillo[494] e 'l Chioccarelli[495], nell'Archivio del Duomo di Bari si conservano molte greche Bolle originali spedite dai Patriarchi di Costantinopoli agli Arcivescovi di quella città, per le quali agli Arcivescovi eletti si conferma l'elezione: ciò che durò per tutto il tempo che Bari (renduta anche metropoli d'uno non dispregevol Ducato, dove il Magistrato greco fece sua residenza) fu colla Puglia al greco Imperio soggetta, e fin che da questa provincia i Greci non furono scacciati da' nostri valorosi Normanni. Quindi è che ancor oggi serbino tutte queste città molti vestigi di greci riti e costumanze; e ritengano ancora molti nomi greci denotanti dignità ed uffici, come Reggio ancor ritiene il Protopapa, ed altre città i Cimiliarchi ed il Clero non men latino, che greco. E quindi eziandio avvenne, come notò anche Lione Allacci[496], che per lungo tempo nel nostro Regno la dottrina della Chiesa orientale si vide anche sostenuta da' Monaci, particolarmente dell'Ordine di S. Basilio, nel che si rendè celebre appresso noi il famoso Barlaam, di cui a suo luogo farem parola.

Quando gli Ottoni imperavano in Occidente, fu tentato da questi Imperadori togliere nella Puglia e nella Calabria questa servitù dalle nostre Chiese, e ridurle tutte come prima sotto il Patriarca d'Occidente. Fu spedito perciò intorno l'anno 968 all'Imperadore Niceforo Foca Luitprando Vescovo di Cremona, ma con inutile ed infruttuoso successo: poichè questa riduzione di tutte le nostre Chiese al Pontefice romano, stava riserbata a' nostri Principi normanni, i quali avendo dalla Sicilia e da queste nostre province discacciati non meno i Saraceni che i Greci, renderonsi cotanto benemeriti della Chiesa di Roma, che oltre agl'importanti altri servigi a lei prestati, unirono tutte le nostre Chiese, com'erano prima, sotto la cura e disposizione del romano Pontefice, al quale di ragione si appartenevano, come si vedrà ne' seguenti libri di questa Istoria.

FINE DEL LIBRO SESTO.