Dall'aver così bene adempiute le sue parti nel Concilio di Lione Taddeo da Sessa, ed all'incontro dal vedersi, che Pietro delle Vigne pur ivi mandato Ambasciador di Federico, non avesse in quella Assemblea fatto nè pur minimo atto a difesa del suo Signore, fu cagione, che gli emoli di Pietro cominciassero a preparargli quella ruina, che poco stante gli sopravvenne; perciocchè gli apposero appresso l'Imperadore, che essendo in esso Concilio suo Legato con Taddeo di Sessa, fosse stato corrotto o dalle parole, o da' premj d'Innocenzio, e perciò avesse tralasciato di fare quel, che gli convenia per suo servigio; non trovandosi così negli atti del Concilio, come negli Annali ecclesiastici del Bzovio, ed in tutti gli altri Autori, che scrissero di tal avvenimento, fatta menzione d'altri, che di Taddeo di Sessa: indizio chiaro, che, Pietro in nulla si volesse intrigare, ancorchè vi fosse anch'egli presente, per la qual cosa, fatto credere cotal fallo all'Imperadore da' suoi emoli, in gran parte intepidirono il grande amore, che prima gli portava, e venne in sospetto non gli ordisse qualche tradimento; onde ammalatosi Cesare poco da poi in Puglia, consigliato da Pietro, che per ricuperar sua salute dovesse purgarsi il ventre, e poi entrare in un bagno per ciò apprestato, fece da un Medico famigliare d'esso Pietro, e che altre volte in cotal mestieri l'avea servito, comporre il medicamento, e mentre s'apprestava di torlo, gli fu data contezza, che Pietro corrotto dai doni del Pontefice, per insinuazione del medesimo tentava avvelenarlo; onde appresentandosegli il Medico colla bevanda, rivolto a lui, ed a Pietro, che colà era, disse loro: Amici, io ho fede in voi, e so che non mi darete il medicamento per veleno; e Pietro gli rispose: o Signore, spesse volte questo mio Medico vi ha dato giovevol rimedio, perchè ora più del solito temete? e l'Imperadore guardando con torvo aspetto il Medico disse, dammi cotesta bevanda; il perchè atterrito colui, fingendo di sdrucciolare col piede, ne versò la maggior parte, per la qual cosa venendo in maggior sospetto, fattigli prendere ambedue, fece trar di prigione alcuni condennati a morte, i quali bevuto d'ordine di Federico quel poco della medicina, che rimasto vi era, prestamente gli uccise; e si scoperse, che di violentissimo veleno insieme col bagno era composta, sicchè chiarito Cesare del tradimento, fece appiccar per la gola il Medico: e Pietro (non volendolo far morire) fu abbaccinato, e spogliato di tutt'i beni, e d'ogni ufficio ed autorità ch'egli avea, e condotto a vivere miserissima vita. Ma Pietro non potendo soffrire la caduta di tanta grandezza, informatosi da colui, che il guidava, che era presso d'un muro, o d'una colonna di marmo, come scrive il Sigonio[382], vi battè così fortemente la testa, che rottosegli il cerebro, in un subito morì. Altri dicono essersi precipitato da una finestra della sua casa nella città di Capua, ove acciecato dimorava, mentre colà di sotto passava l'Imperadore, ed esser di repente per tal caduta morto nell'anno 1249. Ed in quest'anno rapportano cotal morte Matteo Paris Monaco di Monte Albano in Inghilterra negli Annali di quel Regno, che visse nell'anno di Cristo 1250, Carlo Sigonio, ed altri più antichi Autori. Non mancarono ancora di quegli, che scrissero esser egli morto innocente, e sol per invidia de' Cortigiani, che della di lui grandezza capitali insidiatori, postolo in odio di Federico con dargli a divedere, che per opera del Papa gl'ordiva tradimento, gli cagionassero così sventurato fine; fra' quali fu Dante Alighieri, stimatissimo Poeta di quel secolo, il quale nel 13. canto dell'Inferno, essendo di tal opinione, fa da Pietro così favellare in sua difesa.
Io son colui, che tenni ambo le chiavi
Del cuor di Federico, ec.
Da' quali versi, qualunque si fosse la cagion di sua morte, chiaramente si scorge, ch'egli venuto in odio del suo Signore, di proprio volere per gravissimo sdegno si uccise. Scrive ancora Matteo Paris, che l'Imperadore acerbamente si dolse del tradimento, che Pietro commetter pensava e della sua morte, dicendo (come sono le parole di questo Autore) Vae mihi, contra quem saevire coactus.
Ma dalle insidie tese da Innocenzio contro Federico per mezzo d'altri personaggi di conto, ben si conosce, che siccome per la sua potenza tirò al suo partito molti Principi e Signori, che prima erano partigiani di Federico, con facilità potè anche abbattere la costanza e fedeltà di Pietro delle Vigne; poichè corruppe ancora con doni, e con danari per mezzo del Vescovo di Ferrara alcuni Principi d'Alemagna, i quali non tenendo conto di Corrado suo figliuolo, per compiacere al Pontefice elessero Re de' Romani Errico di Turingia, il quale dopo la sua elezione cominciò in quei Paesi con varj successi a fare aspra guerra contro Corrado.
Corruppe ancora molti suoi Baroni, così di quelli, ch'erano con lui nel suo esercito, i quali se gli erano congiurati contro per ammazzarlo, come anche molti di quelli, che dimoravano nel nostro Reame in prima suoi fedeli, i quali tentarono con sedizioni sconvolgergli il Regno di Puglia: tanto che bisognò interrompere la guerra contro i Milanesi, e di lasciare il Re Enzio suo Vicario in Lombardia, ed accorrere contro i Baroni alla difesa del Regno, i quali aveano contro di lui manifestamente prese l'armi, ed occupato Capaccio ed altre castella di quella provincia.
I Baroni, che per opra del Pontefice contro di Federico si congiurarono erano in prima de' suoi più cari partigiani ed amici: questi furono Teobaldo Francesco, Pandolfo, Riccardo, e Roberto della Fasanella, con tutta la lor famiglia, tutti i Sanseverini, Capo de' quali era il Conte Guglielmo, Jacopo e Goffredo di Morra; Andrea Cicala General Capitano nel Reame; Gisolfo di Maina, con molt'altri, di cui non sappiamo i particolari nomi.
Costoro, che contro di lui congiurarono per torgli la vita, mentre stavano attendendo di porre ad effetto il loro intendimento, furono scoverti a Federico dal Conte di Caserta, che, come scrivono alcuni Autori, di tutto gli diè conto per un suo fedele famigliare nomato Giovanni da Presenzano, sin da ch'egli era in Lombardia; onde alcuni d'essi fur fatti prestamente imprigionar da Federico, ed alcuni altri si salvarono con la fuga, fra' quali fu Pandolfo della Fasanella, e Jacopo di Morra; e pervenuta agli altri la novella della scoverta congiura, Teobaldo Francesco, Guglielmo Sanseverino ed Andrea Cicala occuparono di furto Capaccio e Scala, e colà si ricovrarono, fortificando, e munendo que' luoghi quanto poterono, per difendersi; ma assalita Scala da' fedeli dell'Imperadore, fu combattuta con molto valore, e prestamente espugnata; e fur sostenuti in essa Tommaso S. Severino, ed un suo figliuolo.
Giunto poi nel seguente anno di Cristo 1246 l'Imperadore nel Reame, fu assediato Capaccio; ed ancorchè i suoi difensori sentissero estrema carestia di acqua, non essendosi ripiene le cisterne per mancamento di pioggia, pure con molto valor si mantennero sino a' 28 di luglio, quando furono a forza presi i difensori, con rimaner prigioni Teobaldo Francesco, e la maggior parte degli altri congiurati; i quali furono dall'adirato Imperadore con atrocissimi tormenti fatti morire, incrudelendo altresì contro tutti i loro legnaggi, con farne uccidere grosso numero, ed agli altri dar bando dal Regno. Allora dovette succedere quel che Matteo Spinello scrive di Ruggieri Sanseverino, che salvato da Donatello Stazio suo famigliare, fu per opera poi di Polisena Sanseverina sua zia inviato al Pontefice, da cui fatto con paterno affetto allevare, divenne poi prode ed avvenente giovane, il quale con esso Pontefice nel Regno, e con più felice fortuna con Carlo I d'Angiò divenne Capo de' forusciti napoletani a ricovrare il suo Stato; perciocchè la rotta di Canosa, che Matteo Spinello racconta, non fu vera, nè Federico, che scrisse particolarmente questo fatto in due sue epistole, quando avesse combattuti e debellati i Sanseverineschi nel piano di Canosa, l'avrebbe taciuto; se pure il primo trascrittore di Spinello, in luogo di voler dir la presa di Capaccio, non avesse detto la rotta di Canosa; ovvero ve l'avesse di sua testa aggiunto, come in molti altri luoghi di quell'Autore si è fatto, facendogli scrivere quel, che mai non successe, e ch'egli mai non ebbe intendimento di dire.