Tutti questi Giustizieri eran subordinati al Gran Giustiziero del Regno, che in tempo de' Normanni per aver que' Re collocata la loro sede regia in Palermo, quivi risedeva appresso il Re nella sua Gran Corte; ma Federico, che non seppe star fermo in alcun luogo ma per accorrere a' bisogni scorreva sempre per tutte le province de' suoi Reami, presso di lui in ogni città ove si fermava, era la sua Gran Corte, ed il Gran Giustiziero ed i Giudici, che la componevano. E questo savio Principe per meglio riordinare queste province, come amante della giustizia, avendo nell'anno 1233 convocato in Messina un general Parlamento, statuì, che due volte l'anno in certe province del nostro Regno si dovesse tener Corte generale[421], ove qualunque persona, che si sentisse gravata, o mal soddisfatta de' Giustizieri, o di qualunque altro suo Ufficiale esponesse le sue querele ad un suo Nunzio, quivi a quest'effetto da lui mandato, il quale dovesse le querele di tutti porre in iscrittura, e questa ben suggellata con suo suggello, e di quattro altre persone ecclesiastiche di provata fama e probità, dovea presentarla alla sua imperial Corte.
Le querele poi date contro coloro, che non erano Ufficiali, doveano i Giustizieri delle regioni deciderle. Doveano intervenire in queste Corti generali quattro persone di ciascuna città di quella provincia delle migliori, di buona fede ed opinione, come anche di ciascuna terra o castello. E quando non gli scusasse qualche giusto impedimento, stabilì ancora, che vi dovessero assistere i Prelati di que' luoghi, i quali o per essi, quando v'intervenivano, o per altri, quando non erano presenti, dovessero denunciare se nella loro provincia vi erano Patareni, o altri infettati d'eretica pravità, affinchè fossero esterminati e severamente da lui puniti. Doveano queste Corti durare otto dì, e quando occorreva di doversi trattar negozio di momento, poteva prorogarsi il tempo per quindici giorni.
I luoghi, ove doveano celebrarsi, erano in Sicilia, Plazza. In Calabria, Cosenza, ove doveano comparire le due province, cioè Terra Jordana e Valle di Grati, oggi dette Calabria ultra, e Calabria citra. Nella città di Gravina convenir doveano le province di Puglia, Capitanata e Basilicata. Nella città di Salerno, ambedue le province Principato, Terra di Lavoro e Contado di Molise, insino a Sora. E nella città di Sulmona convenir doveano le due province d'Abruzzo.
Il tempo nel quale doveano congregarsi i Ministri per tener queste Corti, era il primo di maggio, ed il primo di novembre. Ed in esse doveano assistere in presenza del Legato, o Nunzio dell'Imperadore, il Maestro Giustiziero, i Giustizieri delle province, il Maestro Camerario, i Camerari, i Baglivi e gli altri Ufficiali della Corte ed i Prelati, i Conti, i Baroni, e' cittadini di que' luoghi e di quella provincia, che secondo erasi stabilito, doveano convenire a quella città designata per la Corte.
In questo medesimo general Parlamento tenuto in Messina, per provedere all'abbondanza di questo nostro Reame, stabilì in sette parti di quello le Fiere generali[422], ove dovessero i mercatanti portar le loro merci, e sin tanto che quelle durassero, non fosse lor permesso portarle altrove. Le prime le stabilì in Sulmona, e volle che durassero, dal dì di S. Giorgio insino alla festa dell'Invenzione di S. Arcangelo. Le seconde in Capua, e volle che durassero, da' 22 di maggio, insino alli 8 di giugno. Le terze in Lucera e duravano, dal dì del B. Giovanni Papa per otto giorni. Le quarte in Bari e duravano dal dì di S. Maria Maddalena, insino alla festa di S. Lorenzo. Le quinte in Taranto, e duravano, dal dì di S. Bartolommeo, insino alla festività della Nascita della Beata Vergine. Le seste in Cosenza, e duravano dalla festa di S. Matteo, insino a quella di S. Dionigi. Le settime in Reggio, e duravano, dal dì di S. Luca, insino al primo di novembre, giorno di tutti i Santi.
Ecco come questo saviissimo Principe pose in miglior ordine lo stato di queste nostre province, alla di cui providenza e saviezza molto debbono; e se non fosse stato nel meglio de' suoi progressi tolto a' mortali, di molte altre provide leggi, e di molti altri pregi, ed utilità avrebbele fornite; ma la sua morte pur troppo immatura, troncò il corso della sua felicità, ed in istato pur troppo lagrimevole da poi si videro, quando per l'ambizione di dominare furono da più invasori combattute e perturbate, e miseramente afflitte, insino che estinta la regal stirpe degli Svevi, ad altra Gente non fossero trasferite; ciò che sarà il soggetto del libro seguente.
Lasciò Federico di varie mogli, e d'alcune concubine, molti figliuoli. Ebbe egli, secondo scrive Giovanni Cuspiniano, sei mogli. La I fu Costanza figliuola del Re Alfonso II d'Aragona e della Regina Sancia di Castiglia; dalla quale generò Errico Re di Alemagna, che morì in prigione, e Giordano, che morì fanciullo. La II fu Jole figliuola di Giovanni di Brenna, Re di Gerusalemme, la quale gli recò in dote le ragioni di quel Reame, pervenute a Jole per cagione della madre Maria, e con lei generò Corrado Re de' Romani. La III fu Agnesa figliuola d'Ottone Duca di Moravia, la quale da lui ripudiata, si maritò ad Udelrico Duca di Carintia. La IV fu Rutina figliuola d'Ottone Conte di Wolffenshausen in Baviera. La V fu Isabella figliuola di Lodovico Duca di Baviera; e di niuna di queste tre generò prole alcuna.
La VI fu pure nomata Isabella, ovvero Elisabetta nata di Giovanni Re d'Inghilterra, sorella del Principe di Galles, poi Re d'Inghilterra e detto Errico III. E notasi negli Atti pubblici di quel Regno, fatti ultimamente stampare dalla Regina Anna, che Federico per trattar questo matrimonio inviò in Inghilterra Pietro delle Vigne; dal qual matrimonio essendone nato Errico, che poi si credette essere stato fatto avvelenar da Corrado, ne nacquero que' disturbi tra il Re d'Inghilterra zio di Errico con Corrado che si noteranno appresso; dalla quale Isabella ebbe anche alcune figliuole femmine oltre Errico; onde mal credette Cuspiniano, che scrisse non esservi nato alcun maschio di questo matrimonio; poichè i più appurati Autori, e fra essi Girolamo Zurita, con più verità dicono, che di lei gli nacque Errico, a cui lasciò il padre il Reame di Gerusalemme, e centomila oncie d'oro; e fu fatto poi avvelenar da Corrado, siccome diremo nel seguente libro. Delle figliuole femmine la primiera nominata Agnesa si maritò con Corrado Langravio di Turingia, e la seconda detta Costanza con Lodovico Langravio d'Assia.
Ebbe anche di Beatrice Principessa d'Antiochia (la quale egli, come dice lo stesso Zurita, tolse illegittimamente per moglie) Federico Principe d'Antiochia, e Conte d'Albi, di Celano, e di Loreto, dal padre intitolato Re di Toscana, secondo che alcuni Autori scrivono: da costui nacque Corrado d'Antiochia, che ammogliatosi con Beatrice figliuola del Conte Galvano Lancia generò Federico, Errico e Galvano d'Antiochia; il cui legnaggio durò alcun tempo chiarissimo in Sicilia.
Generò ancora l'Imperador Federico dalla sorella di Goffredo Maletta Conte del Minio e di Trivento, Signor del Monte S. Angelo, e Gran Camerlengo del Regno, Manfredi Principe di Taranto, e poi Re di Napoli e di Sicilia, e Costanza, che si maritò in vita del padre con Carlo Gio. Vatasio Imperador di Costantinopoli scismatico e nemico della Chiesa romana, siccome appare nel reale Archivio: ciocchè gli rimproverò Innocenzio IV, quando lo privò dell'Imperio; e dal testamento di Federico si raccoglie, che Manfredi da Federico fosse stato reputato, come nato da legittimo matrimonio, giacchè, non altrimenti che Errico, vien invitato Manfredi alla successione de' suoi Stati, in mancanza de' figliuoli di Corrado, e di Errico, e così credettero alcuni Scrittori, che reputarono Manfredi figliuolo legittimo, non bastardo di Federico; ed in ciò ha preso errore Matteo Paris, mentre nella sua istoria crede, che Manfredi sia nato di Bianca Lanza, e che con lei l'Imperadore avesse celebrato il matrimonio, stando infermo poco prima di morire. E dalla detta Bianca Lanza Marchesana, come alcuni dicono, di Monferrato, e da altre donne, gli nacquero Errico Re di Sardegna, nominato comunalmente Enzio, che morì prigioniero in Bologna, ed alcune altre figliuole femmine, delle quali Selvaggia fu moglie d'Ezzelino Tiranno di Padova, un'altra di Tommaso d'Aquino Conte dell'Acerra, ed un'altra del Conte Caserta.
Federico prima di morire fece il suo testamento, nel quale lasciò erede dell'Imperio, e di tutti gli altri suoi Stati, e particolarmente del Reame di Puglia, e di Sicilia Corrado Re de' Romani suo figliuolo; e questi mancando senza figliuoli ordinò, che dovesse succedere Errico altro suo figliuolo, e questi pure morendo senza figliuoli, che gli dovesse succedere Manfredi Principe di Taranto, parimente suo figliuolo; e dimorando Corrado in Alemagna, o in qualsivoglia altro luogo, statuì per suo Balio in Italia, e particolarmente in Puglia ed in Sicilia, Manfredi con amplissima autorità. Lasciò al detto Manfredi il Principato di Taranto con li Contadi di Montescaglioso, di Tricarico e di Gravina, ed il Contado di Monte S. Angelo, con il titolo ed onor suo, che gli aveva in vita donati, con tutte le città, terre e castella, a' detti luoghi appartenenti, con riconoscere Corrado come Sovrano Signore.
Lasciò a Federico suo nipote il Ducato d'Austria, e di Stiria, con condizione, che dovesse egli riconoscerlo da Corrado, e di più diecemila once d'oro.
(Chi fosse questo Federico suo nipote, ce lo additta Matteo Paris ad An. 1251 pag. 102 il quale raccorciando il Testamento di Federico, scrisse: Item Nepoti meo, (scilicet Filii mei Henrici) relinquo Ducatum Austriae, et decem millia unciarum auri).
Lasciò a Errico per suo figliuolo il Regno di Gerusalemme, o Arelatense ad arbitrio del Re Corrado (non com'altri credettero il Regno di Sicilia, di cui insieme con quello di Puglia ne fu Corrado erede; onde mal fece d'Inveges a dividere da ora questo Regno in due, e quel ch'è peggio, chiamare la Puglia Regno di Napoli) e centomila once d'oro; ed altre centomila ne lasciò da spendersi in sussidio di Terra Santa per la salute della sua anima, secondo che avesse ordinato il medesimo Corrado, ed altri nobili Crocesegnati.
Ordinò che si restituissero tutti i beni tolti a' Templarj, ed a tutte l'altre Chiese e Religiosi, de' quali avessero da godere la solita libertà e franchezza che lor si dovea.
Lasciò ordinato, che i suoi vassalli del Reame di Napoli e di Sicilia fossero liberi ed esenti da tutte le generali Collette, secondo che erano a tempo del buon Re Guglielmo; e che tutti i Conti, Cavalieri, Baroni e Feudatarj de' suoi Regni godessero delle loro giurisdizioni, privilegi e franchezza, come goder soleano al tempo del detto Re Guglielmo.
Ordinò, che si rifacessero i danni fatti da' suoi Ministri alle Chiese di Lucera e di Sora, ed a ciascun'altra, che nell'istessa guisa fosse stata danneggiata.
Ordinò, che si ponessero in libertà tutti i prigioni, fuorchè quelli dell'Imperio e del Reame, ch'eran sostenuti per la congiura fatta contro di lui.
Ordinò parimente, che si soddisfacessero tutti coloro, che doveano aver da lui alcuna somma di moneta, e che si restituisse alla Santa Romana Chiesa tutto ciò che s'apparteneva alle ragioni dell'Imperio.
Ordinò, che il suo corpo si dovesse trasportare in Sicilia, e sepellire nel Duomo di Palermo (siccome da Manfredi suo figliuolo fu eseguito) ove eran parimente sepolti il Padre Errico, e la madre Costanza, alla qual Chiesa lasciò cinquecento once d'oro da spendersi in suo servigio per l'anima del padre, e della madre sua, secondo il parere di Bernardo Arcivescovo di Palermo, con alcune altre cose, che nel suo testamento si leggono, fatte non già come eretico o cattivo uomo, ma come buono e fedel Cristiano: il qual testamento, e per queste e per l'altre cose, che contiene degne di memoria abbiam voluto far qui imprimere, essendo l'istesso, che si vedea gli anni addietro nel regale Archivio, siccome scrive Matteo d'Afflitto nelle Costituzioni del Regno, e se ne fa menzione dal Bzovio negli Annali Ecclesiastici, e da altri Scrittori regnicoli, e che da Capece-Latro fu tolto da un original Cronaca scritta da antichissimo tempo degli avvenimenti dell'Imperador Federico, e di alcuni altri de' seguenti Re, che si conservava in suo potere: e si vede esser lo stesso, del quale han fatta menzione il Costanzo, il Summonte, il Tutini[423], e gli altri Autori, che ne han favellato.
(Questo Testamento di Federico è stato anche impresso da Lunig[424] il qual dice averlo trascritto ex Editione P. Octavii Cajetani in sua Isagoge ad Historiam Sacram Siculam; collatum et suppletum ex vetusto Codice Manuscripto Bibliothecae Marchionis Jurattanae.)