§. V. Monaci e beni temporali.

Fa di mestieri da ora innanzi congiungere i Monaci co' beni temporali, perchè siccome altrove fu notato, che chi dice Religione, dice Ricchezze; così ora essendosi per gli acquisti de' beni temporali renduti più esperti i Monaci, che tutti gli altri Ecclesiastici, tantochè non vi è proporzione fra gli acquisti, che in questi tempi si fecero dalle Chiese, e quelli fatti da' monasteri, bisogna ora dire, Nuove Religioni, nuove Ricchezze; e tanto più la cosa fu portentosa, che non ostante, che fossero fondate sopra la mendicità, onde furon chiamate Mendicanti, contuttociò gli acquisti e le ricchezze furon immense.

Le Religioni, che sursero in questo secolo, riuscirono come tante Legioni, per conservare, e mantenere la Monarchia romana; ed i Pontefici non furon mai dagli altri cotanto ben serviti, quanto da costoro, i quali militavano con ogni fervore per sostenere la loro autorità, e per agevolare le loro intraprese; onde con ragione di tanti privilegi e prerogative gli cumularono. Coloro, che sopra tutti in questo secolo si distinsero, furono i Frati Predicatori ed i Frati Minori. De' primi, come si è veduto, fu autore Domenico Gusmano, il quale avendo gran tempo predicato contro gli Albigesi, prese nell'anno 1215 la resoluzione con nove suoi compagni di fondar un Ordine di Frati Predicatori, con istituto d'impiegar le loro prediche per estirpar l'eresie a quel tempo moltiplicate in Italia ed in Francia. Portossi Domenico a Papa Innocenzio III per ottener la conferma del suo Ordine; ma il Papa differì l'accordarla; e lui morto, ciò che non fece Innocenzio, ottennero da Onorio III suo successore, il quale nell'anno 1216 lo confermò ed acconsentì, che quei Religiosi lasciassero l'abito di Canonici Regolari da essi sino a quel tempo portato, e prendessero un abito particolare, e osservassero nuove costituzioni. Si propagarono in Francia, ed in Parigi sin dall'anno 1217 ebbero un Monastero nella Casa di S. Jacopo, onde furono denominati Jacopini. Appena eran sorti, che vennero nel nostro Reame a fondarvi de' Conventi, ed ebbero gradito ricevimento; poichè avendo i Patareni ed altri Eretici, cominciato a contaminar Napoli e l'altre province. Gregorio IX gli spedì a Napoli, scrivendo nell'anno 1231 a Pietro di Sorrento Arcivescovo di questa Città, che benignamente gli ricevesse e che gl'impiegasse quivi a predicare, ed insinuasse a' Popoli a se commessi di ricevere dalle loro bocche il seme della parola di Dio, per essersi costoro cotanto segnalati in estirpar l'eresie, e con voto di volontaria povertà essersi in tutto applicati ad evangelizzare la sua parola[226]. Incaricò anche, che gli provvedesse in Napoli di una comoda abitazione, affinchè quivi agiatamente permanendo, potessero attendere con maggior fervore alla carica loro imposta. Scrisse consimile epistola al popolo Napoletano, incaricandogli, che benignamente e devotamente gli ricevessero, affinchè potessero felicemente pervenire al lor fine, e raccogliere il frutto delle loro fatiche, cioè la salute delle anime[227]; ed insinuò anche al Cardinal Castiglione suo Legato appostolico nel Regno di Sicilia, che incaricasse all'Arcivescovo il loro ricevimento; per la qual cosa ricevute costui le lettere del Papa, e l'insinuazioni del Legato, gli ricevè con onore e gli diede per abitazione la Chiesa di S. Arcangelo ad Morfisam con un gran Monastero ivi congiunto, ch'era allora abitato da' Monaci Benedettini, i quali tenendo in Napoli altri grandi Monasteri, cedettero quello a' Frati Predicatori, resignandolo in mano dell'Arcivescovo con tutte le case ed orti adiacenti. L'Arcivescovo insieme col Capitolo ne investì Fra Tommaso, sotto la cui guida erano que' Frati qui venuti, e ne gli spedì Bolla, che si legge presso Chioccarello[228] sotto la data del primo di novembre 1231. Ampliarono poi que' Frati il lor Convento (che mutato l'antico nome lo chiamaron poi dal nome del loro Institutore S. Domenico) con altri orti contigui, per concessione avutane da Giovanni Francaccio, a cui l'istesso Arcivescovo nell'anno 1246 prestò l'assenso. Nell'anno 1269 in tempo dell'Arcivescovo Aiglerio per nuovi altri acquisti l'ingrandirono assai più[229], e vie maggiori ingrandimenti ricevè da poi nel Regno degli Angioini sotto Carlo II d'Angiò, cotanto appassionato di questa Religione, di che è da vedersi Engenio nella sua Napoli Sacra.

Non furono soddisfatti i Re di questa Casa d'aver in Napoli un solo Convento di Padri Predicatori, ma l'istesso Carlo II nell'anno 1274 ne costrusse un altro in onor di S. Pietro Martire da Verona, che come si disse nell'anno 1253 era stato da Innocenzio IV ascritto nel catalogo de' Santi. Lo dotò di ricchi poderi, di molte case e di altre rendite. L'esempio del Principe mosse altri Nobili napoletani ad arricchirlo, come fecero Errico Macedonio, Bernardo Caracciolo, Giacomo Capano, ed altri rammentati dall'Engenio.

Parimente nella città d'Aversa edificò una Chiesa, e Convento a' Frati di quest'Ordine sotto il titolo di S. Luigi, che fu suo zio, al quale concedè ampissimi privilegi, e dotò di molte rendite[230].

Anche alle Suore Domenicane, che vivevano nel medesimo istituto, fu data in questa città comoda abitazione. Ad istanza di Maria, moglie di Carlo II, Papa Bonifacio VIII ordinò all'Arcivescovo di Capua, che alle Monache Domenicane si dasse per loro abitazione il Monastero di S. Pietro a Castello situato dentro il castello dell'Uovo, con tutte le case e possessioni; e che i Monaci Benedettini, che tenevano quel luogo si fossero trasferiti ne' monasteri di S. Severino, di S. Maria a Cappella e di S. Sebastiano. Ma essendo stato da poi il monastero di S. Pietro saccheggiato da' Catalani, e con gran vergogna cacciate le Monache, il Pontefice Martino V scrisse all'Abate di S. Severino, che desse loro ricetto nel Monastero di S. Sebastiano, che allora era stato dato in Commenda al Vescovo di Melito, e non v'abitava che un sol Monaco Benedettino, con ceder loro tutte le sue possessioni ed entrate, siccome fu eseguito; ond'è che per detta unione ritenga questo monastero ancora oggi il nome di S. Pietro e S. Sebastiano[231].

Non meno in Napoli, che in tutto il Regno multiplicaronsi i Frati Predicatori in questo secolo per lo favore, che tenevano non meno de' Re angioini, che de' romani Pontefici. Innocenzio IV dirizzò nel 1245 un diploma agli Arcivescovi di Napoli, di Salerno e di Bari, col quale loro si dava facoltà, che in nome della Sede Appostolica, strettamente ordinassero a tutti gli Arcivescovi, Abati, Priori ed a tutti i Prelati delle Chiese de' Regni di Sicilia, che non inferissero a' Frati Predicatori gravame alcuno, e proibissero ai loro sudditi di dar loro molestia; e che proccurassero di fare ai medesimi mantenere tutte l'esenzioni ed immunità concedutegli dalla Sede Appostolica[232]. Crebbero perciò col favore de' Pontefici e de' nostri Principi della casa d'Angiò in maggior numero di quello, che avean fatto nel Regno di Federico e degli altri Svevi suoi successori; e molto splendore recò loro Tommaso d'Aquino, soprannomato il Dottor Angelico, uscito dalla famiglia de' Conti d'Aquino, il quale mal grado di sua madre entrò nell'Ordine de' Frati Predicatori nell'anno 1243, ed avendo in Parigi presa la laurea dottorale di teologia l'anno 1257, ritornò in Italia l'anno 1263 e dopo avervi insegnata la Scolastica nella maggior parte delle Università, si fermò in fine in Napoli a legger teologia, ricusando l'Arcivescovado di questa città, offertogli da Clemente IV.

Non disugual successo ebbero in questo Regno i Frati Minori. Essi riconoscono per loro istitutore San Francesco d'Assisi, e sursero ne' medesimi tempi, che i Valdesi; ma ebbero disuguale fortuna. Pietro Valdo Mercatante ricco di Lione prese anch'egli risoluzione di menar una vita tutta appostolica; ed avendo distribuite tutte le sue facoltà a' poveri, fece professione d'una povertà volontaria. Molti seguirono il di lui esempio, onde verso l'anno 1160 si formò una setta d'uomini, che si denominavano i Poveri di Lione, a cagion della povertà da essi professata. Si dissero ancora Lionisti, dal nome della città di Lione; ed anche Insabbatati, a cagione di certa sorta di scarpe, ovvero sandali da essi portati, tagliati per far apparire i loro piedi ignudi ad imitazion degli Appostoli. Ma avean da poi preteso, senza missione del Vescovo e della Sede Appostolica, di poter eziandio predicare la lor riforma, ed insegnare la lor dottrina per se soli, ancorchè laici. Ebbero per ciò opposizione dal Clero di Lione; onde cominciarono per queste contese a biasimar la vita rilasciata degli Ecclesiastici, e declamare contro gli abusi, che vedevano introdotti nella Chiesa. Fu loro imposto silenzio; ma persistendo, Lucio III gli scomunicò, e gli condennò insieme con gli altri Eretici. Le scomuniche maggiormente l'irritarono e gli confermarono nella loro ostinazione, tanto che scossero il giogo dell'ubbidienza e caddero in molti errori. La loro setta si sparse in più luoghi onde obbligarono Pietro Re d'Aragona nell'anno 1197 di esiliargli dai suoi Stati, e Berengario Arcivescovo di Narbona di condennargli. Essi non potendo resistere a tanto impeto, risolvettero di ricorrere a Roma, e dimandare dalla Sede Appostolica la conferma del loro istituto.

Dall'altra parte Francesco pur egli mercatante d'Assisi, lasciato Pietro Bernardone suo padre a mercatantare, abbandonò ogni cura mondana, ed applicatosi ad una vita tutta appostolica fece anch'egli professione d'una povertà volontaria, e coll'esemplarità de' suoi innocenti costumi, avendo tirati molti compagni a vivere in mendicità, e ad impiegarsi ad opere di carità, accresceva il numero più con gli esempii d'una vita innocente ed austera, che colle prediche e sermoni: non molto impacciandosi perciò, nè declamando contro i corrotti costumi degli Ecclesiastici, nè entrandogli in pensiero senza missione d'andar predicando ed insegnando la sua riforma; ma fu tutto ubbidiente alla Sede Appostolica; onde avendo distesa nell'anno 1208 una nuova Regola per li suoi Frati, la volle presentare al Papa per riceverne l'approvazione e la conferma. Papa Innocenzio III siccome rigettò l'Istituto de' Valdesi, avendolo conosciuto pieno di superstizioni e d'errori,[233] così nell'anno 1210 approvò la Regola di Francesco e l'Ordine de' Frati Minori, i quali ancorchè non lasciassero di andare a piedi ignudi, e di far voto d'una povertà, non aveano quelle tante superstizioni de' Valdesi. Si stabilirono perciò in più luoghi d'Italia, ed in Francia, sin da questo tempo ebbero ancora nell'anno 1216 ricetto in Parigi. Onorio III nell'anno 1223 confermò il loro Istituto, e di molte prerogative e privilegii decorò questo nascente Ordine.

Nel nostro Reame, ancorchè sotto Federico II e gli altri Re Svevi suoi successori (per essersene valsi i romani Pontefici, nelle contese che ebbero con que' Principi, per messi e portatori di lettere) avessero sovente patiti disagi, prigionie e morti; nulladimanco non lasciarono i nostri Regnicoli di ricevergli in questi medesimi tempi che sursero: e narrasi, che San Francesco istesso, loro Istitutore, avesse in molti luoghi del Regno fondati egli di sue proprie mani alcuni piccoli Conventi, come in Bari, in Montella, in Terra d'Agropoli ed altrove[234]. Napoli ancora vanta d'aver avuto un Convento fondato dall'istesso Istitutore Francesco nel luogo ov'è ora il Castel Nuovo, che lasciò sotto la cura d'Agostino d'Assisi suo discepolo, il qual da poi da Carlo I d'Angiò fu trasferito in S. Maria la Nuova[235]. In breve siccome non vi è quasi città, che non vanti aver avuto S. Pietro per fondatore della sua Chiesa, così non vi è luogo, dove si vegga qualche Convento antico di quest'Ordine, che non vanti esserne stato egli il fondatore. Che che ne sia, non può mettersi in dubbio, che nella città di Napoli, fin dal suo nascimento, ebbe quest'Ordine ricevimento; poichè Giovanni Vescovo d'Aversa, possedendo in Napoli la Chiesa di S. Lorenzo con alcune case e giardini, appartenenti alla Cattedral Chiesa d'Aversa, col consenso del suo Capitolo nell'anno 1234 la concedè a Fr. Niccolò di Terracina Frate Minore di S. Francesco provinciale della provincia di Napoli, in nome di sua Religione, con condizione di dovervi quivi dimorare i Frati del suo Ordine, la qual concessione fu da poi nell'anno 1230 confermata da Papa Gregorio IX[236].

Ma nel Regno degli Angioini fu quest'Ordine non meno dai romani Pontefici, che da' Principi di questa casa molto più favorito e careggiato. Carlo I allargò l'antica Chiesa di San Lorenzo col palagio ivi congiunto, dove solevansi unire la Nobiltà ed il Popolo e vi fabbricò una magnifica Chiesa, la quale fu ridotta a perfezione da Carlo II suo figliuolo, il quale nell'anno 1302 fra l'altre rendite, che le assegnò, le diede la terza parte della gabella del ferro. L'esempio del Principe trasse gli altri ad arricchirla: il nostro famoso Giureconsulto Bartolommeo di Capua G. Protonotario del Regno a sue spese fecevi fare tutta la facciata della porta maggiore, ed Aurelio Pignone del Seggio di Montagna la piccola porta[237]. L'istesso Re Carlo I volendo in Napoli fabbricar Castel Nuovo nel luogo ov'era quel convento de' Frati Minori poco anzi rammentato, trasferì da quivi i Frati, e loro costrusse nell'anno 1268 una nuova Chiesa e Convento nella piazza chiamata Alvina dov'era l'antico palagio e Fortezza della città, la quale anticamente fu detta S. Maria de Palatio, e poi prese il nome di S. Maria la Nuova, il qual oggi ancor ritiene[238].

Il Re Roberto gli favorì non meno che il padre e l'avo, e non pur careggiò i Frati, che le Suore di quest'Ordine. Siccome le Suore Benedettine ebbero per Fondatrice Scolastica sorella di S. Benedetto, così le Suore Francescane ebbero per Institutrice Chiara d'Assisi discepola di S. Francesco. Costei ricevendo con ardore gl'insegnamenti del suo maestro, si rese Monaca e si chiuse in Assisi nel Monastero di San Damiano, dove stese una Regola del suo Ordine, perchè dovesse servire per le donne. Mentr'era gravemente inferma, convenendo al Pontefice Innocenzio IV d'uscir da Perugia, e portarsi in Assisi, fu visitata dal Papa, il quale le confermò la Regola del suo Ordine; e poco da poi trapassata, per la fama de' suoi incorrotti costumi, fu dal successor d'Innocenzio Alessandro IV ascritta al numero de' Beati[239]. Furono perciò edificati in memoria di lei molti Monasteri di donne del suo Ordine in Italia; ma in Napoli il Re Roberto a' conforti della Regina Sancia sua moglie nel 1310 ne costrusse uno, che più magnifico ed ampio non si vide allora in tutta Italia, dove la Regina v'introdusse le Monache della Regola di S. Chiara, da cui prese il nome, che ancor oggi ritiene. Fu d'immense rendite e possessioni dotato, e vi edificò a canto un Convento de' Frati del medesimo Ordine, perchè le servissero ne' sacri uffizi. La Chiesa fu costrutta con tal magnificenza, che fu reputata non inferiore a tutti gli altri superbi e ricchi tempj d'Italia; e di vantaggio la dichiarò Roberto sua Cappella Regia[240]. Presso di questa Chiesa lo stesso Re nel 1320 collocò in una casa alcune Monache dispensiere delle limosine regie; ma venuta in Napoli nell'anno 1325 dalla città d'Assisi una Monaca del Terzo Ordine di S. Francesco, infiammò di maniera le dispensiere, che di comun volere fabbricarono di quella casa una Chiesa con monastero, che si vide subito pieno di nobili donne napoletane tirate dallo spirito ad ivi rinserrarsi, e fra l'altre fuvvi Maddalena di Costanzo, la quale benchè avesse preso l'abito nel Monastero di S. Chiara, il Re Roberto aveala quivi mandata a presiedere alla distribuzione delle limosine regie. Dura ancora nella sua floridezza questo monastero, ed è nominato dal nome del lor Santo Francesco[241]. Un altro monastero, fu eretto e dotato dalla Regina Sancia in Napoli nel 1324 per le donne di mondo convertite, le quali vissero sotto la Regola di S. Francesco, e presero di lor cura i Frati Minori; la lor Chiesa perciò prese il nome della Maddalena, che ancor oggi il ritiene, ma non già il medesimo istituto; perchè ora si ricevono donne nobili e vergini, e portano l'abito di S. Agostino, e militano sotto la Regola di quel Santo, se ben ritengano ancora la corda di S. Francesco[242].

Non meno in Napoli, che in tutte le province del Regno si videro multiplicati i monasteri de' Frati Minori e delle Suore Francescane; e col correr degli anni il di lor numero arrivò a tale, che non vi è città o castello ancorchè picciolo, che non abbia i suoi.

Surse in questo secolo un altro Ordine di Mendicanti, detto de' Romiti di S. Agostino. Innocenzio IV fu il primo che formò il disegno di unire diversi Ordini di Romiti in un solo; ma questo disegno fu poi eseguito dal suo successore Alessandro IV, il quale trattigli da' lor Romitaggi per istabilirgli nelle città, e per impiegargli nelle funzioni dell'ecclesiastica Gerarchia, ne fece una sola Congregazione sotto un sol Generale, e lor diede il nome de' Romiti di S. Agostino.

Non al pari de' due precedenti Ordini si multiplicarono presso di noi gli Agostiniani. Napoli in tempo degli Angioini ne noverava alcuni, come quello di S. Agostino, che secondo l'opinion più fondata, si crede aver avuti i suoi principii non prima di Carlo I d'Angiò ampliato poi, e con maggiori rendite arricchito da Carlo II suo figliuolo e dagli altri Principi di quella Casa[243]: l'altro di S. Giovanni a Carbonara fu fondato da Frate Giovanni d'Alessandria e Dionigi del Borgo per munificenza di Gualtieri Galeota, il quale negli anni 1339 e 1343 donò a' medesimi per la costruzione di quella Chiesa e Monastero tutte le sue case e giardini, che e' possedeva in quel luogo; cotanto poi ingrandito e ristorato dal Re Ladislao[244]. Ve ne furono altri, ma nelle province del Regno se ne stabilirono moltissimi.

Parimente l'Ordine de' Carmelitani non fece a questi tempi fra noi grandi progressi. Era stato istituito intorno l'anno 1121 da alcuni Romiti del Monte Carmelo, adunati dal Patriarca d'Antiochia per mettergli in comunità. Da poi ricevette nell'anno 1209 una Regola da Alberto Patriarca di Gerusalemme, che fu approvata in questo secolo da Onorio III. Cotesti Religiosi passarono in Occidente l'anno 1238 e si stabilirono in Congregazione e vi si diffusero; essendo stata poi la lor Regola spiegata e mitigata da Innocenzio IV l'anno 1245. Diffusi per Italia pervennero in Napoli; ove presso la porta del Mercato vi fabbricarono una piccola Chiesa con Convento. Venuta poscia la dolente Regina Margherita madre del Re Corradino a Napoli con molta quantità di gioje e di moneta per ricuperar dalle mani del Re Carlo il suo unico figliuolo, trovatolo morto e seppellito nella piccola Cappella della Croce, lo fece quindi torre; e fattogli celebrare convenienti esequie, diede per l'anima di colui a questa Chiesa tutto il tesoro, che avea seco portato. Re Carlo per mostrar di concorrere alla pietà della Regina, nell'anno 1260 loro concedè per ampliazion della Chiesa un luogo del suo demanio, che era quivi vicino, chiamato Morricino, e crebbe di poi in quella grandezza, che ora si vede. Altri ne furon da poi fondati in Napoli e nel Regno ma non tanti, finchè potessero uguagliare il numero de' Predicatori e de' Frati Minori.

Oltre di queste quattro Religioni di Mendicanti, sursero in questo secolo molte altre Congregazioni religiose, che tratto tratto furono anche introdotte nel nostro Regno. L'Ordine della Trinità della Redenzion degli Schiavi, fondato nell'anno 1198 da Giovanni di Mata di Provenza, Dottore di Parigi, e da Felice Anacoreta di Valois ed approvato due anni da poi da Innocenzio III. L'ordine de' Silvestrini, i quali seguitavano la Regola di S. Benedetto, fondato l'anno 1231 in Monte Fano da Silvestro Guzolino, che di Canonico si fece Romito, e trasse nella sua Comunità non poche persone. L'ordine di S. Maria della Mercede, fondato da S. Pietro Nolasco in Barcellona l'anno 1223 sotto l'autorità di Jacopo I Re d'Aragona, per consiglio di Raimondo di Pennaforte, ed approvato da Gregorio IX l'anno 1235. L'Ordine de' Serviti, il quale cominciò in Firenze l'anno 1234 approvato da Alessandro IV e da Benedetto XI. L'Ordine de' Cruciferi, ch'era quasi spento, fu restituito da Innocenzio IV tal che in Italia si rifecero alcuni Monasterj di nuovo; ed in Napoli da poi nel 1334 dalla famiglia Carmignana e Vespola fu conceduta a Fr. Marino di S. Severino in nome d'essi Cruciferi la Chiesa di S. Maria delle Vergini collo Spedale che ivi eravi, fuor della porta di S. Gennaro, perchè quivi dimorassero, e servissero gl'infermi di quello Spedale[245]. Ebbe ancora in questo secolo origine l'Ordine de' Celestini, istituito nel nostro Regno da Pietro di Morrone d'Isernia, che menando una vita tutta austera e solitaria alle falde della Majella, diè fuori la sua Regola, e fu tanto caro al Re Carlo I d'Angiò, che prese sotto la sua protezione tutti i suoi Monasterj; e la sua santità rilusse tanto, che dall'Eremo ascese al Pontificato sotto il nome di Celestino V. Pose il suo Ordine sotto la Regola di S. Benedetto, e l'approvò fatto Papa con una sua Bolla l'anno 1294, che fu poi nel 1297 confermato da Bonifacio VIII e da Benedetto XI nell'anno 1304. Non pur in Abruzzo, ma anche in Napoli ebbero i Celestini ricetto nell'istesso tempo del loro nascimento. Fu loro data una Chiesa vicino la porta chiamata anticamente di Donn'Orso, edificata, e di ricchi poderi dotata da Giovanni Pipino da Barletta M. Razionale della G. Corte e Conte di Minervino, e da Carlo II tenuto in sommo pregio, per aver col suo valore discacciati i Saraceni di Lucera di Puglia; e di lui in questa Chiesa se ne addita ancora il sepolcro. Fu chiamata perciò di S. Pietro a Majella; la quale ruinata dal tempo, fu nell'anno 1508 rifatta ed ampliata da Colanello Imperato M. Portolano di Barletta[246].

Molti altri Ordini sursero in questo secolo, il numero de' quali era divenuto sì grande, che Gregorio X fu costretto nel Concilio general di Lione tenuto l'anno 1274 sospendere lo stabilirne de' nuovi, e vietare tutti quelli, ch'erano stati stabiliti dopo il quarto Concilio generale Lateranense, senz'essere stati approvati dalla Sede Appostolica. E d'un medesimo Ordine, ed in una stessa città se ne andavan costruendo tanti Conventi, che fu uopo a più Pontefici per varie loro Bolle[247] stabilire una convenevol distanza di passi, perchè l'uno non togliesse il concorso all'altro, di cui eran tanto gelosi.

Ma di tanti Ordini i più distinti furono i Mendicanti, e fra questi i più favoriti da' romani Pontefici, furono i Frati Predicatori, ed i Frati Minori. Essi s'erano sopra gli altri segnalati per le spedizioni contro gli Eretici di questi tempi, ed aveano fatti altri importanti servigi alla Chiesa di Roma; perciò furono sopra gli altri innalzati ed arricchiti di molti privilegi e prerogative. Innocenzio III ed Onorio III concedè loro esenzione dagli Ordinarii, e vollero che fossero sottoposti immediatamente alla Sede Appostolica. Così essi come gli altri Religiosi Mendicanti, appoggiati sopra i privilegi lor conceduti da' Pontefici pretesero aver diritto di confessare e di dar l'assoluzione a' Fedeli senza dimandarne la permissione, non solo a' Curati, ma nè pure a Vescovi: di che nacquero tanti ostinati litigi col Clero secolare, che per comporgli s'affaticarono più Papi.

Ma se mai meritarono questi novelli Religiosi il favore de' Pontefici romani, per niun'altra cagione era loro certamente più ben dovuto, quanto che per essi fu stabilita la nuova teologia Scolastica, la quale avendo fatto andare in disuso la Dogmatica, e posto in dimenticanza lo studio dell'antichità e dell'istoria ecclesiastica, tenne occupati gl'ingegni a quistioni astratte ed inutili, e a dispute piene di tanta oscurità, di tanti contrasti e di tanti raggiri, che non vi furono se non coloro, ch'erano versati in quell'arte, che potessero comprenderne qualche cosa.

Questa sorta di studj, allontanandogli dall'antichità e dall'istoria, piacquero a Roma, e tanto più, quanto che la potestà de' Pontefici romani era innalzata in infinito, non prescrivendo loro nè termine, nè confine: e ciò anche bisognava farlo per proprio interesse; perchè avendo essi ottenute da Roma ampissime esenzioni e grandi privilegi, perchè loro valessero e potessero contro i Vescovi e Curati sostenergli, bisognava ingrandire la potestà del concedente. Quindi i Decretisti da una parte, e gli Scolastici dall'altra cospirarono insieme a stabilir meglio la Monarchia romana, e far riputare il Papa supremo Principe non meno dello spirituale, che del temporale.

Ma parrà cosa stupenda come queste Religioni fondate nella mendicità, onde presero il nome di Mendicanti, e che nacquero per lo rilasciamento della disciplina ed osservanza regolare, cagionato dalle tante ricchezze, avessero potuto in progresso di tempo far tanti acquisti, sicchè per quest'istesso bisognasse pensare ad altra Riforma, la quale nemmeno ha bastato. Ma a chi considererà la condizione degli uomini sempre appassionati alle novità ed a' modi tenuti da Roma, a cui ha importato sempre stendere i di loro acquisti, perchè finalmente a lei veniva a ricadere la maggior parte, non parrà cosa strana o maravigliosa. I Monaci vecchi avendo già perduto il credito di santità, ed il fervore della milizia sacra essendosi intepidito: li Frati Mendicanti, per quest'istesso che professavano povertà, essendosi accreditati, invogliavano maggiormente i Fedeli ad arricchirgli; imperocchè essi s'erano spogliati affatto della facoltà d'acquistar stabili, e fatto voto di vivere di sole oblazioni ed elemosine; ed ancorchè trovassero molte persone loro divote, ch'erano prontissime di dar loro stabili e poderi, contuttociò per lo loro istituto non potendo ricevergli, rifiutavano l'offerte. A ciò fu subito da Roma trovata una buona via: perchè fu conceduto dalla Sede Appostolica privilegio a' Frati Mendicanti di poter acquistare stabili, con tutto che per voto ed istituzione loro era proibito. Per cotal ritrovamento, subito i Monasteri de' Mendicanti d'Italia e di Spagna e d'altri Regni fecero in breve tempo grandi acquisti di stabili. In Francia solo i Franzesi s'opposero a tal novità, dicendo, che siccome erano entrati nel loro Regno con quell'istituto di povertà, così conveniva, che con quella perseverassero.

Ma nel nostro Regno, particolarmente a tempo degli Angioini ligi de' romani Pontefici, i loro acquisti furono notabili, massimamente ne' tempi dello scisma, quando tutto il rimanente dell'Ordine Chericale era in poco credito, ed all'incontro tutto il credito era dei Monaci. Assaggiate ch'essi ebbero le comodità ed agi, che lor recavan le ricchezze, non trovaron poi nè modo nè misura, siccome è difficile trovarlo quando si oltrepassano i confini del giusto per estraricchire. Per vie più accrescerle e tirar la divozione de' Popoli inventarono molte particolari divozioni. I Domenicani istituirono quella del Rosario. I Francescani l'altra del Cordone. Gli Agostiniani quella della Coreggia; e gli Carmelitani l'altra degli Abitini; e poi al di loro esempio non mancarono l'altre Religioni d'inventar anch'esse le proprie insegne, chi Scapularii, e chi altre particolari divozioni; e per lo profitto che se ne traeva, diedero in eccessi, ciascuno innalzando l'efficacia ed il valore della propria insegna, con depressione dell'altre. I Domenicani esageravano il valor del Rosario. I Francescani a' loro Cordonati quello del Cordone. Gli Agostiniani a' suoi Coreggiati il proprio della Coreggia; ed i Carmelitani il loro degli Abitini; e con questo trassero non men gli uomini, che le donne a rosariarsi, a cordonarsi, a coreggiarsi, e ad abitiniarsi, e ad ergere proprie Cappelle, Congregazioni, favorite sempre da' romani Pontefici con indulgenze plenarie, e remissione di tutti i peccati ed altre prerogative.

(Non dee alcun credere, che questi vocaboli di Coreggiati, Rosariati, Cordonati, ec. siansi posti per derisione; poichè così si nominano nelle Bolle stesse Papali, da' Canonisti e da' Curiali stessi di Roma. Il Cardinal de Luca, ch'essendo Avvocato in Roma, ebbe sovente a difender liti istituite in quella Curia o dagli uni o dagli altri in più suoi discorsi, non si vale di altri termini. Leggasi il Tamburino[248], ove rapporta più Bolle di sommi Pontefici, che così gli chiamano, con darne di più la derivazione, scrivendo, che le donne si chiamano Corrigiatae ec. quatenus Corrigiam S. Augustini cingunt. E lo stesso ripete nella disp. 7 qu. 10 n. 4. Il Cardin. de Luca[249] fa un Catalogo di questi nomi, li quali non altronde derivano, che da simiglianti cagioni: Quae appellari solent (ei dice) Conversae, Tertiariae, Biguinae, Corrigariae, Mantellatae, Pinzoncheriae, Canonissae, Jesuitissae ec., ciochè sovente questo medesimo Scrittore rapporta in altri suoi discorsi, particolarmente de Jurisdictione, part. 1 disc. 45 n. 3 ed altrove).

E fu tanta sopra ciò la loro emulazione, che ciascuno guardava l'altro perchè non si valesse della sua insegna per tirar a se la gente, ovvero s'ingegnasse d'introdurne un'altra simile a quella: e sovente vennero a contrasti, e ad istituirne liti in Roma, insino se un Francescano tentava all'immagine di nostra Signora farvi dal dipintore aggiungerci un Rosario denotante nuova istituzione, sicchè per quella si scemasse il concorso a' Domenicani, e s'accrescesse agli emoli Francescani. Frat'Ambrogio Salvio da Bagnuolo dell'Ordine de' Predicatori famoso Oratore e poi Vescovo di Nardò, cotanto per le sue prediche grato all'Imperador Carlo V ed al Pontefice Pio V, ed a cui i Napoletani eressero una statua di marmo nella Chiesa dello Spirito Santo, che fu zio del Dottor Alessandro Salvio, celebre ancor egli per lettere e per lo famoso trattato, che compilò del Giuoco degli Scacchi; perchè il rosariare fosse solo de' Domenicani, e non potessero altri arrogarsi tal facoltà, ebbe nell'anno 1569 ricorso al Pontefice Pio V da cui ottenne Bolla[250], per la quale fu interdetto e vietato a tutti gli altri d'ergere Cappelle e Confraterie del Rosario; e che tal facoltà fosse solamente del Generale dell'Ordine di S. Domenico, o suoi Deputati, concedendola ancora per ispezial favore al medesimo Frat'Ambrogio.

Per l'occasione di queste particolari divozioni per maggiormente infiammar i devoti, s'inventavano molti finti miracoli, ed oltre di predicargli a voce, se ne compilavano libri, tantochè, siccome avvertì Bacon di Verulamio[251] per questa parte resero l'istoria ecclesiastica così impura, che vi bisogna ora molta critica, e gran travaglio per separare i finti miracoli dalli veri. Cotali furono i principj di questi nuovi acquisti in questo decimoterzo secolo, i quali ricevettero molto maggiore augumento per tutto il tempo, che fra noi regnarono gli Angioini, gli avvenimenti de' quali bisognerà riportare ne' seguenti libri di quest'Istoria.

FINE DEL LIBRO DECIMONONO.