CAPITOLO V. Napoli amplificata da Carlo II e resa più magnifica per edificii, per lustro della sua Casa regale, e per altre opere di pietà illustri e memorabili, adoperate da lui non meno quivi, che nell'altre città del Regno.

Inchinando questo Principe più agli studj di pace che a quelli della guerra, ed avendo così egli, come suo padre fermata la sede regia in Napoli, ed in conseguenza resala più numerosa di gente volle amplificarla; e fatti levare molti giardini, che avea intorno, fece in quelli far edificii, e allargando il recinto delle mura della città, fece più oltre trasferire le Porte, onde que' luoghi, che erano fuori, furono rinchiusi dentro: di che la città ricevè non picciola ampliazione; e per invitare altri ad abitarvi, fece franca la città d'ogni pagamento fiscale. Ordinò ancora a petizione della medesima, la gabella detta, del buon denaro, che fu molto grata a' cittadini servendo per riparazione delle strade, e per altri beneficii pubblici, come si vede ne' Capitoli del Regno sotto l'anno 1306[491]. Perchè in essa il traffico ed il commercio fosse più sicuro e frequentato, per sicurezza delle navi fece edificare il Molo, che ora per l'altro più grande fatto a' tempi de' Re austriaci, appelliamo il Molo piccolo[492]. Alcuni anche scrissero, che facesse egli edificare il castel di S. Eramo, chiamato così da una picciola Chiesetta, che prima era sopra quel Monte dedicata a questo Santo, ancorchè il Collenuccio, ed altri vogliano, che quella fabbrica fosse stata opera di Roberto suo figliuolo. Stabiliti in questa città quei due grandi e supremi Tribunali della G. Corte, e l'altro del Vicario, per maggior comodità de' Giudici e de' litiganti fece fabbricare appresso il Castel Nuovo con grandissima spesa un Palazzo, nel qual doveano quelli reggersi, siccome tutti gli altri Tribunali di giustizia[493]; li quali da poi essendo stato dalla Regina Giovanna I quel palazzo converso in tempio ad onore della Corona di Cristo, furono trasferiti nel tenimento della Piazza di Nido nell'Ospizio del Comune di Venezia, siccome il Tutini[494] raccoglie da uno istromento stipulato nell'anno 1431 ove si leggono queste parole: In quo Hospitio M. C. Magistri Justitiarii Regni regebatur et regitur ad praesens. Indi si portarono nella strada di S. Giorgio Maggiore in un palazzo attaccato al campanile di quella Chiesa, il qual fin oggi ritiene il nome di Vicaria vecchia; insino che ne' tempi di D. Pietro di Toledo nell'anno 1540 non si fossero tutti ridotti nel Castel capuano, ove oggi per l'infinito numero de' litiganti, Giudici ed Avvocati s'ammira per una delle cose più stupende, non pur d'Italia, ma di tutta Europa.

Non mancò ancora, per render questa città vie più magnifica di ciò che avea fatto suo padre, di ampliare i privilegi all'Università degli studj, e per maggiormente illustrarla, di chiamare a quella i più rinomati Professori d'Italia, invitandogli con grossi stipendii. Così nell'anno 1296 fece venire da Bologna Dino de Muscellis celebre Giureconsulto con salario di cento once d'oro l'anno[495]. Richiamò ancora da Bologna Giacomo di Belviso, dandogli l'istessa provisione, che suo padre gli avea stabilita di 50 once d'oro l'anno. Nel 1302 con grosso stipendio fece venire ad insegnare in quest'Università il Jus Canonico Maestro Benvenuto di Milo Canonico di Benevento, e celebre Canonista di que' tempi, che fu Maestro del famoso Biase di Morcone[496]. V'invitò ancora nell'anno 1308 Filippo d'Isernia famoso Legista a leggervi il Jus Civile. E poichè in que' tempi praticavasi il lodevol istituto, osservato oggi in Ispagna, che i Professori dalle cattedre passavano alle toghe ed alle mitre, si vide da poi il Canonista Milo fatto Vescovo di Caserta: e Filippo d'Isernia Consigliere del Re, ed a' tempi del Re Roberto Avvocato Fiscale. Richiamò ancora a leggervi Medicina Filippo di Castrocoeli, con accrescergli il salario, che suo padre gli avea prima assignato d'once 12 insino ad once 36 d'oro l'anno. Furonvi ancora chiamati a leggervi logica, Accorsino da Cremona, celebre in que' tempi per le arti liberali, ed altri insigni Professori per l'altre Scienze[497]. E perchè ritenesse quello splendore e lustro, che Federico II aveale dato, rinovò la proibizione fatta dal medesimo a' Professori di non potere sotto pena di 50 once d'oro leggere in privato, o in altro luogo, eccetto solo in quella Università pubblicamente: di che nei regali registri de' suoi tempi se ne leggono molti divieti[498]. Per la qual cosa avendo presentito, che in Solmona alcuni s'erano dati a leggere Jus Canonico, fu da questo Principe ad istanza de' Lettori napoletani spedito rigoroso ordine, che subito se n'astenessero, spettando ciò solo all'Università degli studj di Napoli[499].

Rese anche adorna non meno questa città, che il Regno, per le magnifiche chiese ed ampi monasterii, che parte vi costrusse di nuovo, e parte ampliò. Oltre d'aver ridotto a perfezione, ed in più ampia forma l'Arcivescovado di Napoli e la Chiesa di S. Lorenzo, a cui unì un ben grande Convento di Frati Conventuali di S. Francesco; opere incominciate da suo padre ma non già ridotte a fine; fondò egli di nuovo la Chiesa ed il convento di S. Pietro Martire de' PP. di S. Domenico. L'altra ch'egli nominò della Maddalena, ancorchè ritenesse il nome di S. Domenico per li Frati di quell'ordine, e per essere consecrata a quel Santo. Quella di S. Agostino[500], e l'altra di S. Martino sopra il monte S. Eramo: se bene di quest'ultima i più accurati Scrittori ne facciano autore Carlo Duca di Calabria suo nipote[501].

In Aversa edificò a' Frati di S. Domenico la chiesa e convento sotto il titolo di S. Luigi Re di Francia suo zio, dotandola di ricchissime rendite. Ma ove più rilusse la pietà insieme e la magnificenza di questo Principe fu in quelle tre celebri Chiese del Regno, cioè in quella di S. Niccolò in Bari, nell'altra di Santa Maria in Lucera, e in quella già prima fondata dall'Imperador Federico II in Altamura; nelle quali è da notare, che i Pontefici romani furono cotanto profusi in concedere non meno a' nostri Re angioini, che a lor riguardo a queste Chiese tanti privilegi e prerogative, che quasi scambievolmente comunicandosi il lor potere, siccome i Re erano profusi in donare a quelle beni temporali, così essi gli cumulavano di preminenze e favori spirituali.