§. III. Inquisizione occultamente tentata da Roma introdursi in Napoli ne' Regni di Filippo III e IV e di Carlo II, ma sempre rifiutata, ed ultimamente con Editto dell'Imperador Carlo VI, affatto sterminata.

L'Inquisizione di Roma era a questi tempi arrivata a tanta alterigia, che pretendeva, che gli Re stessi ed i maggiori Monarchi della Terra stessero a quella soggetti. Introdussero perciò un doppio modo di procedere, uno aperto ed a tutti noto, del qual si servivano contro al popolo ed alle vili persone, che condannava a morte; l'altro segreto ed occulto, per lo quale i Re e le persone Regali erano di nascosto condannati; e si trovò anche modo di poter eseguire contra i medesimi le loro condanne, dichiarandoli decaduti dal Regno, con dar permesso a' sediziosi e malcontenti, concedendo loro, per maggiormente invitarli, indulgenze e sicurezza di coscienza, di cacciargli dal Regno, ovvero occultamente d'insidiar loro la vita. Il cui misterioso ed occulto modo di procedere lo appalesò a noi Francesco Suarez[73] Gesuita Spagnuolo nel suo libro, che intitolò Defensio Fidei. E Richerio[74] rapporta, che per mezzo de' Gesuiti sovente ponessero in pratica questo occulto procedimento, e forse tale fu quello tenuto in Francia contro alla persona di Errico III. Diedesi parimente alla luce nell'anno 1585 un libro stampato in Roma, intitolato Directorium Inquisitorum, dove s'unirono insieme tante sconcezze, che portarono orrore a tutto il Mondo: che l'Ufficio Santo dell'Inquisizione avesse potestà di sentenziare capitaliter in Haereticos, et Fautores Haereticorum: che il Papa ha l'una e l'altra spada spirituale e temporale, per giudicare tutti, anche i Re: che questo S. Ufficio debba procedere per delationem, aut denunciationem et inquisitionem, lasciando da parte stare il procedere per accusationem, perchè questo è un modo multum periculosus, et multum litigiosus: che s'ammettano tutti a render testimonianza, anche i nemici e le persone infami, anche spergiuri, ruffiani, meretrici ed ogni altro: che non debbiasi dar nota dei testimonj e de' loro detti: non si ricevano appellazioni. In breve, rotte tutte le leggi della difesa e tutti gli ordini giudiziarj, senza ordine e senza dependenza d'alcuno, gl'Inquisitori procedessero. Quindi si videro in Roma nella fine di questo secolo strepitose esecuzioni contra i sospetti d'eresia, fra' quali fu Giordano Bruno da Nola Domenicano, il quale nell'anno 1600 fu bruciato in Roma, essendogli stato imputato, che insegnasse la pluralità de' Mondi, e tenesse che i soli Giudei erano discesi da Adamo, e che Mosè fosse stato un gran Mago[75].

Quindi nel nostro Regno non si proccurava più Regio Placito alle loro commissioni, e si procedeva con tal'independenza, siccome in tempo del governo del Duca d'Alba nel 1628 faceva il Vescovo di Molfetta, come Commessario del S. Ufficio di Roma, ed il Nunzio Appostolico di Napoli. E pretendendo ostinatamente poterlo fare, bisognò che s'impegnassero prima i migliori Giureconsulti di que' tempi a farne veder gli abusi, e poi il Re istesso a levarli. Diede alle stampe con tal'occasione Fabio Capece Galeota, allora Regio Consigliere ed Avvocato del Regal Patrimonio, un suo Discorso indrizzato al Duca d'Alba, ed alcune allegazioni: parimente il Presidente di Camera Vincenzo Corcione diede fuori altre sue allegazioni, mostrando essere contra non meno al dritto, che all'inveterato costume del Regno, poner mano ad incarcerarsi nessuna persona di quello per causa d'eresia, senza prima darne notizia al Vicerè che governa, e con sua licenza.

Dal che ne nacque una carta del Re Filippo III, per la quale fu ordinato, che gli ordini del S. Ufficio di Roma non potessero in verun modo eseguirsi nel Regno senza saputa del Vicerè: dichiarandosi, che ciò non s'intendeva per gli Tribunali del S. Ufficio della Corte de' Vescovi ed Arcivescovi del Regno, li quali facendo il loro ufficio ordinario per le cause di religione non han bisogno d'Exequatur Regium. Ma che non possano eseguire quel che loro vien commesso dalla Congregazione, o da Sua Santità da Roma senza darne parte a Sua Eccellenza[76].

Non fu per questa carta del Re Filippo III bastantemente rimediato a' pregiudizj del Regno: poichè non per ciò all'Inquisizione di Roma si proibivano le Commessioni a' Vescovi, che procedessero come loro Delegati, ma contenti solo dell'Exequatur, si dava loro tutto il favore, i processi li fabbricavano essi, s'imprigionava, ed i carcerati si mandavano a Roma: quando per le lettere del Re Filippo II a' soli Vescovi del Regno, come Ordinarj, non come Delegati del S. Ufficio di Roma, dovea permettersi il procedere nelle cause di Religione.

Videsi ciò nell'anno 1614 nella famosa causa di Suor Giulia di Marco da Sepino, nel Terz'Ordine di S. Francesco, del P. Agnello Arciero Crocifero, e del Dottor Giuseppe de Vicariis, li quali in Napoli, facendo mal uso della Mistica, diedero in mille spropositi e laidezze; ed avean dato principio ad una abbominevol Compagnia, alla quale aveano arrolati più loro discepoli, e maschi e femmine. Procedeva in quella Fr. Diodato Gentile Vescovo di Caserta, il quale dimorava in Napoli con carica de' negozj del S. Ufficio, conferitagli dall'Inquisizione di Roma, dalla quale prima gli venne imposto, che Suor Giulia si chiudesse in Monastero; e da poi per ordine della medesima Inquisizione fu fatta trasferire a Cerreto in altro Monastero. Il P. Agnello fu chiamato dal S. Ufficio di Roma, ove si presentò, da cui gli fu tolta la facoltà di udir più confessioni, e gli fu imposto, che non tornasse più in Napoli. Creato da Paolo V il Vescovo di Caserta Nunzio di Napoli, fu data la carica d'Inquisitore al Vescovo di Nocera Fr. Stefano de Vicariis, il quale proccurò da Roma licenza, che Suor Giulia si fosse trasportata in Nocera, come fu eseguito. Ebbe Giulia partigiani molto potenti, fra' quali fu Fabio di Costanzo Marchese di Corleto, e Reggente Decano del Consiglio Collaterale, il quale ottenne alla Congregazione del S. Ufficio di Roma, di cui allora era Capo Inquisitore il Cardinal d'Aragona, che Giulia potesse ritornare in Napoli, siccome tornò, e D. Alfonso Suarez allora Reggente e Luogotenente della Regia Camera le diede un comodo appartamento nel suo Palazzo, dove, per l'opinione della sua finta santità, tirò a se gran concorso non meno di Signori grandi e di Nobili, e particolarmente di Spagnuoli, ch'erano il più inclinati a simili Fanatismi, ma anche di Dame, e gentili donne. Ma i PP. Teatini per mezzo delle confessioni, che alcuni incauti discepoli di Suor Giulia fecero ad essi, scovrirono le laidezze, che si commettevano in quella Compagnia, ed indussero coloro a denunciarli a Monsignor Vescovo di Nocera Inquisitore, e presero l'assunto di fargli vedere co' proprj occhi nelle stanze di Suor Giulia l'empie nozze, e gl'infami congiungimenti d'uomini e donne. E fatto questo, sospettando i Teatini del Vescovo di Nocera, da essi creduto troppo parziale del partito di Suor Giulia, scrissero in Roma a' Cardinali del S. Ufficio ragguagliando loro di quanto occorreva, li quali commisero quest'affare a Monsignor Maranta Vescovo di Calvi, il quale come Delegato dell'Inquisizione di Roma cominci a procedere.

Ebbero i Teatini in questa causa per oppositori i PP. Gesuiti, li quali, essendo loro emuli antichi, favorivano Suor Giulia, ed avevano aggregato al loro Oratorio Giuseppe de Vicariis: e tanto più vigorosamente n'intrapresero la difesa, quanto che vedevano, che il Vicerè istesso, il Conte di Lemos, indotto da' partigiani di Giulia n'avea presa la protezione; poichè avendo il Vescovo Maranta voluto procedere all'esame de' testimonj, fu tosto chiamato dal Vicerè, che gli domandò, se egli procedeva con commessione del S. Ufficio di Roma. Ma il Maranta oltre avergli mostrato le commessioni di Roma, scoprì al Vicerè le scelleraggini, che si commettevano in quella Compagnia, avanzandosi insino a dirgli, che non facesse praticare i discepoli di Suor Giulia con la Viceregina sua moglie. Il Vicerè sorpreso per tal avviso, dando fede alle parole del Vescovo gli permise, ch'incarcerasse tosto Suor Giulia e Giuseppe de Vicariis, li quali furono portati nella prigione dell'Arcivescovado.

Questa sì improvisa carcerazione pose in romore la città; poichè i partigiani di Giulia, ch'erano per lo più Signori, Ufficiali e Religiosi di Ordini cospicui, commossero tutta la città, ed altamente strepitando d'un cotal modo di procedere di fatto, ricorsero dal Vicerè, dicendogli, che ciò che s'imputava a coloro, era tutta calunnia e malignità de' PP. Teatini, li quali s'eran mossi per livore ed invidia, ch'essi hanno contra i Gesuiti, e per levar loro il concorso, che avevano per cagione de' discepoli di Suor Giulia, che frequentavano le coloro Chiese. Furono così efficaci e calorosi questi ufficj presso il Vicerè, che cominciò a dubitare, non fosse ciò tutta impostura dei Teatini, per iscreditare i Gesuiti; onde tornò a chiamarsi il Vescovo Maranta, e parlatogli con molta severità e rigidezza, colui per sua discolpa, e per maggiormente renderlo certo, che non eran calunnie, gli diede il processo da lui fabbricato contra de' rei, acciocchè si rimanesse di favorirli. Il Vicerè lo diede ad osservare a' suoi Ministri, onde facilmente vennero i protettori di Giulia a sapere le denuncie, ed i testimoni, e per ciò s'accinsero ad una valida difesa, ed elessero per Avvocato de' Rei il famoso Scipione Rovito.

Dall'altra parte i Teatini, sopra i quali veniva a cader la tempesta, diedero immantenente avviso agl'Inquisitori di Roma de' disordini accaduti per avere il Maranta pubblicato il processo: ciocchè dispiacque a Roma; onde ordinarono al Vescovo di Calvi, che più non s'intromettesse in questa causa, anzi lo chiamarono in Roma a renderne conto; e nell'istesso tempo delegarono la causa a Monsignor Nunzio, con ordinargli, che in quella severamente procedesse, secondo le leggi di quel Tribunale.

Il Nunzio, senza che gli si facesse ostacolo alcuno, procedè come Delegato nella causa, secondo l'ordine del S. Ufficio di Roma: prese nuova e più rigorosa informazione; trasferì dal carcere dell'Arcivescovado Suor Giulia e Giuseppe e li rinchiuse nel carcere del suo Palazzo, e datone avviso in Roma, gli fu dagl'Inquisitori comandato, che con buone guardie e sicure cautele mandasse i prigioni al S. Ufficio di Roma, dove ancor essi aveano in duro carcere ristretto il P. Agnello già Confessore di Suor Giulia. Eseguì il Nunzio con molta segretezza di notte tempo l'ordine di Roma, e prima giunsero in Roma, che si sapesse in Napoli il loro trasporto. Appena ciò saputosi da' partigiani di Giulia, che immantinente loro corsero dietro Girolamo di Martino, e D. Giovanni Salamanca per assistere alla lor difesa: ma giunti appena in Roma, furono anch'essi dagl'Inquisitori imprigionati; sebbene alquanti mesi da poi, a' 14 marzo del seguente anno 1615 il Salamanca fu liberato, con sicurtà di tremila scudi di Camera di presentarsi in Roma ad ogni ordine degl'Inquisitori, ed il Martino a' 11 aprile, con maggior sicurtà, e colle medesime condizioni.

Paolo V con particolar attenzione fece esaminare con molta diligenza ed assiduità dagl'Inquisitori la causa e convinti i rei de' loro falli, furono dichiarati eretici il P. Agnello, Suor Giulia, e Giuseppe de Vicariis; e, come tali, furono condannati alla pubblica abjura, ed a carcere perpetuo: onde a' 12 luglio dell'anno 1615 essendosi fatto ergere nella Chiesa della Minerva un più solenne apparato, in presenza del Collegio de' Cardinali, di molti altri principali Signori e d'un infinito Popolo, tutti e tre abjurarono i loro errori e nelle abjure confessarono tutte le loro sporcizie, ed i loro mistici delirj, ed affinchè i partigiani di Suor Giulia finissero di credere la sua falsa santità, per ordine dello stesso Pontefice furono a' 9 agosto letti nel Duomo di Napoli, non senza stupore ed ammirazion di tutti, i sommarj de' loro processi.

La somma accortezza e vigilanza della Corte di Roma, ed all'incontro la trascuraggine, o sia connivenza fra noi usata da' Ministri Regj, fece sì, che non ostanti gli editti de' nostri Re, si tollerassero in Napoli e nel Regno Inquisitori deputati da Roma e che sovente come Delegati procedessero contra gl'Imputati d'eresia o d'ebraismo, sino a permettere, che incarcerassero i Rei e li mandassero in Roma, dov'erano condannati ad abjurare nella Chiesa della Minerva: di che, se non fosse il rispetto d'alcune famiglie, che ancor durano, potrebbero recarsi molti esempj.

Ma nel Regno di Filippo IV l'indiscreto procedere di Monsignor Piazza, Ministro deputato da Roma per affari del S. Ufficio, pose di nuovo in romore la Città, tanto che i Napoletani fatti più accorti, attesero da dovero a toglier dal Regno ogni reliquia d'Inquisizione. Costui venuto in Napoli nel 1661, mentre governava il Regno il Conte di Pennaranda, pose sua residenza nel Convento de' PP. Girolamitani del B. Pietro di Pisa, dove riceveva le denunzie, e procedeva per commessione di Roma contra i sospetti d'eresia: avvenne in quell'anno, che un Religioso diede a leggere ad un Bolognese, che dimorava in Napoli, certo libro, ed avendo paruto a costui, che in quello vi fossero sentimenti poco cattolici, senz'altro riguardamento tosto andò a denunziare il Frate a Monsignor Piazza, ed a consignargli il libro. Trascorsi alquanti giorni chiese il Frate al Bolognese il libro; ma costui allegando varie scuse, differiva la restituzione; onde vedendosi il Frate burlato, trovandosi amico del barbiere del Duca delle Noci, andò da lui a chiedergli ajuto. Il barbiere con sua comitiva portossi immantenente dal Bolognese e minacciandolo agramente se non restituiva il libro, lo costrinse a prometterglielo il dì seguente. Tosto il Bolognese andò a pregare Monsignor Piazza, che gli desse il libro, narrandogli l'angustie, nelle quali si trovava, e che sarebbe capitato male, se non lo restituiva al padrone. Ma Monsignor Piazza in vece di dargli il libro, pose in aguato alcuni suoi Cursori, dando loro ordine, che arrestassero non meno il barbiere, che tutti coloro, che avevano insultato il denunciante, siccome in effetto furono imprigionati.

Una sì imprudente e scandalosa carcerazione riferita al Duca delle Noci, lo fece entrare in tanta stizza, che fattene gravi doglianze con molti Nobili, fece tosto unir le Piazze, ed egli spronato dall'ira portossi immantenente dal Vicerè, al quale, non potendo reprimer l'impeto della sua passione, parlò con sentimenti troppo audaci, e poco rispettosi: il Vicerè sorpreso di tanto ardire, prevedendo l'incendio, che ne poteva nascere, dissimulando discretamente la colui arroganza, per quietarlo, fece tosto per ambasciata avvertito Monsignor Piazza, che liberasse prigioni, come fu eseguito.

Ma ciò non bastò per acchetar la città posta in romori e sospetti, che si volesse per queste esecuzioni di fatto e di processi occulti poner Inquisizione formata, contro alle grazie, che n'avea ricevute dal Re Cattolico, dall'Imperador Carlo V, e dal Re Filippo II, e che perciò bisognava toglier ogni reliquia d'Inquisitori, appartenendosi la conoscenza delle cause di Religione a' Vescovi, i quali senza delegazione lor venuta da Roma, per la loro potestà debbiano procedere per via ordinaria, senza giudicj occulti, siccome procedono negli altri delitti Ecclesiastici. Ed essendosi perciò unite le Piazze, furono creati Deputati, affinchè rappresentassero al Vicerè li sentimenti della città ed attendessero sopra quest'importante affare con la maggior diligenza e vigilanza. I Deputati esposero al Conte di Pennaranda i sensi della città, risoluta a non soffrire più Inquisitori, rammentandogli gl'inconvenienti passati e l'abborrimento de' sudditi al nome d'Inquisizione. Il Conte veduta così costante risoluzione reputò con molta saviezza soddisfargli, ed avendone di ciò fatte lunghe rappresentazioni al Re, fece intanto intendere a Monsignor Piazza, che ratto sgombrasse la città e 'l Regno, siccome di fatto ne fu mandato via. E nell'istesso tempo crucciato col Duca delle Noci e con alcuni de' Deputati, che troppo arditamente e con soverchio ardore avean promosso quest'affare, fece porre il Duca nel Castel Nuovo, e poscia il mandò prigione in Ispagna, dove poi essendosi giustificato delle imputazioni, che gli si davano, tornò libero nel Regno nel mese di novembre dell'anno 1663. De' Deputati alcuni ne fur fatti prigioni, altri sequestrati nelle lor case e D. Tiberio Caraffa Principe di Chiusano, D. Rinaldo Miroballo e D. Andrea di Gennaro, per isfuggire i primi rigori del Vicerè si ricovrarono in Chiesa. Ma essendo alle rappresentazioni fatte al Re venute clementissime risposte, per le quali Filippo IV dichiarava, che non si dovesse sopra ciò permettere novità alcuna, e che dovessero alla città e Regno inviolabilmente osservarsi le ordinazioni de' suoi predecessori Monachi, e spezialmente del Re Filippo II suo avolo; il Vicerè con suo particolar biglietto[77] ne diede notizia agli Eletti della Città ed a' suddetti Deputati, li quali essendo stati reintegrati nel favore del Conte, coll'occasione della natività del Re Carlo II andarono a rendergliene le dovute grazie. E si credette con ciò, che per l'avvenire non si dovesse Roma più impacciare di mandar nel Regno Inquisitori, o spedir delegazioni e commessioni a' suoi Vescovi per affari di Religione.

Il discacciamento di Monsignor Piazza fece arrestare alquanto gl'Inquisitori di Roma, ma non per ciò tralasciar affatto la pretensione, e di tentare, quando gli veniva in acconcio, nuove imprese. Si vide ciò chiaramente nel Regno di Carlo II per l'occasione di una nuova Filosofia introdotta in Napoli, la quale ponendo in discredito la Scolastica professata da' Monaci, non molto poteva piacere a Roma.

L'Accademia instituita in Napoli sotto il nome di Investiganti, della quale se ne dichiarò protettore il Marchese d'Arena, tolse la servitù, infin allora comunemente sofferta di giurare in verba Magistri, e rendette più liberi coloro che vi s'arrolavano di filosafare, postergata la Scolastica, secondo il dettame della ragione. Gli Accademici ivi aggregati erano tutti uomini dottissimi, ed i più insigni letterati della città, onde s'acquistarono molto credito presso gl'intendenti, e sopra tutto presso i giovani, a' quali non bisognò penar molto, per far loro conoscere gli errori ed i sogni della filosofia de' Chiostri. Aveano in Francia le Opere di Pietro Gassendo acquistata grandissima fama, così per la sua molta erudizione ed eloquenza, come per aver fatta risorgere la Filosofia d'Epicuro la quale al paragone di quella d'Aristotele, e spezialmente di quella insegnata nelle Scuole, era riputata la più soda e la più vera. Si proccurò farle venire in Napoli, e quando furono lette, fu incredibile l'amor de' giovani verso questo Scrittore, presi non men dalla sua dottrina, che dalla grande e varia letteratura; onde in breve tempo si fecero tutti Gassendisti; e questa filosofia era da' nuovi filosofanti professata; ed ancorchè Gassendo vestisse la filosofia d'Epicuro con abiti conformi alla religion cattolica, che professava, nulladimeno, poichè il maggior sostenitore di quella era Tito Lucrezio Caro, si diede con ciò occasione a molti di studiar questo Poeta, infin a que' tempi incognito, e sol a pochi noto. Gl'Investiganti però, non men di quello, che avea fatto Gassendo, scoprivano gli errori del Poeta, e gli detestavano a' giovani ed insegnavano, che quella filosofia non fosse da seguirsi in maniera, sì che non dovesse sottoporsi alla nostra Religione.

(Con tutto che dagli Accademici Investiganti fosse usata in ciò molta precauzione e prudenza; non poterono i giovani Napoletani sfuggire i falsi rapporti, che spargevano per Europa i Monaci, accaggionandoli, che per questi studj non ben sentivano dell'immortalità dell'anime umane. Sicchè Antonio Arnaldo in quell'accurato e dotto Libro, Difficultés proposées a Mr. Steyaert, declamando contra gli abusi introdotti in Roma di proibir i Libri senza discernimento, si duole, che Roma avea proibite le Opere di Renato delle Carte, per le quali era dimostrata quest'immortalità; ed all'incontro i Libri di Gassendo giravan franchi e liberi, con tutto che per le relazioni, che venivano da Napoli, erano assicurati, che avessero cagionato nella gioventù napolitana gran danno per le opinioni contrarie surte per la lettura dell'Opere di Lucrezio e di Gassendo).

Lo facevano ancora atterriti da ciò ch'era accaduto al famoso Galileo de' Galilei, il quale mal grado della sua veneranda canizie, fu costretto abjurar in Roma la sua opinione intorno al moto della Terra

Ma non trascorsero molti anni, che furono in Napoli portate l'opere di Renato des Cartes, e narrasi, che Tommaso Cornelio, famoso medico e filosofo di que' tempi fosse stato il primo ad introdurvele. Si diedero perciò i giovani, e spezialmente i Medici, a studiarle, e in poco tempo abbandonata la filosofia di Epicuro, s'appigliarono a quella di Renato; e coloro che prima erano Gassendisti, divennero a lungo andare fieri ed ostinati Renatisti.

Il vedersi per questi nuovi studj non solo abbandonate le Scuole de' Monaci: ma essi derisi per le tante fole che insegnavano, si cagionò un odio implacabile dei Frati contro a novelli filosofanti, a' quali imputavano perciò molti errori di Religione, cavillando ogni loro proposizione, e trattandoli da miscredenti.

Tanto bastò agl'Inquisitori di Roma, perchè ripigliassero le loro armi, e di nuovo tentassero d'introdurre in Napoli Commessarj del S. Ufficio per invigilare sopra gli andamenti di costoro. E non pur lo tentarono, ma svelatamente vi stabilirono un loro Inquisitore, il quale riceveva le denuncie, imprigionava, e quel ch'era più teneva in S. Domenico maggiore suo proprio carcere. Era costui Monsignor Gilberto Vescovo della Cava, il quale esercitava quest'ufficio con processi occulti e con tanto rigore e petulanza, che sovente costringeva molti con loro ignominia ad abjurare, solo perchè sostenevano opinioni filosofiche contrarie a quelle delle Scuole, ancorchè in quelle niun difetto di miscredenza si potesse notare; di che spesso sentivansi in Napoli, querele e disordini.

Mossi da ciò i Deputati del S. Ufficio ebbero ricorso al Conte di San Stefano, che allora si trovava Vicerè, al quale avendo esposti i desiderj della città determinata di non voler Inquisitore alcuno, ancor che con limitata facoltà, ma che nel Regno i Negozj di religione dovessero trattarsi per le vie ordinarie da' suoi Vescovi, gli fecero istanza, che il Vescovo della Cava prestamente uscisse dalla città e dal Regno, si togliesse la prigione che teneva in S. Domenico, ed i carcerati si trasportassero nelle carceri dell'Arcivescovo di Napoli, per doverli colui punire secondo il prescritto de' Canoni, e con via ordinaria. Il Vicerè avendo proposto l'affare nel Collateral Consiglio, con accordo del medesimo, ordinò, che uscisse tosto da Napoli e dal Regno l'Inquisitore, s'abolissero le carceri in S. Domenico, ed i carcerati si trasportassero in quelle dell'Arcivescovo, siccome fu eseguito; di che il Conte con suo particolar biglietto[78], spedito a' 27 di settembre dell'anno 1691, ne diede avviso agli Eletti, perchè la città rimanesse consolata della risoluzione presa conforme a' suoi desiderj.

Rappresentò ancora il Conte al Re Carlo II tutto ciò, ed il Re con sua real carta spedita da Madrid sotto li 25 Marzo del seguente anno 1692, non solo approvò tutto l'operato, ma ordinò ancora, che per l'avvenire s'osservassero inviolabilmente li privilegi sopra ciò conceduti alla città e Regno da' suoi predecessori; e che si passassero ufficj col Cardinal Arcivescovo di Napoli, che prendesse egli la conoscenza delle cause di que' carcerati; e che il Nunzio non si intromettesse affatto nelle cause d'Inquisizione; e per via del medesimo (siccome anche egli avea ordinato al Duca di Medina Celi suo Ambasciadore in Roma, che lo facesse) si facesse sentire al Pontefice, con renderlo certo, che la repugnanza di non ammettere Inquisitore alcuno in Napoli, era di tutta la città, non già d'alcuni particolari, siccome gli Ecclesiastici l'aveano dato a sentire[79].

Parimente essendosi per opera degl'Inquisitori di Roma fatti carcerare in Madrid due Napoletani, il Dottor Basilio Giannelli e Gio. Battista Menuzio, e correndo lo stesso pericolo Francesco Sernicola Inviato della città alla Corte, ebbero ricorso i Deputati del S. Ufficio al Re, rappresentandogli il gran rammarico di tutta la città per questo modo di procedere dell'Inquisizione di Roma, e pregandolo della loro scarcerazione. Ed il Re clementissimamente spedì altra sua regal carta sotto li 27 dello stesso mese, diretta al Conte di S. Stefano Vicerè, colla quale ratificando ciò che nella precedente avea comandato, consolò questo Pubblico avvisando, come il Menuzio era già libero, e che per ciò che riguardava la persona del Giannelli, avea già fatti passare con l'Inquisitor Generale premurosi ufficj, che senza dilazione lo scarcerasse, siccome fu poco da poi eseguito[80].

Ma tante risolute repulse, tanti pressanti e vigorosi ordini de' nostri Re, e la cotanta vigilanza de' Deputati nè meno bastò per far quetare gl'Inquisitori Romani. Essi non valendo loro più il procedere, come prima, alla svelata, con occulte e sottili invenzioni tentarono nuovi modi. Fecero nell'anno 1695 pubblicare un Editto in Roma, nel quale, secondo il procedere di quel Tribunale, si prescrivevano a' Vescovi ed Inquisitori varj regolamenti, come dovessero esercitare il lor Ufficio; e poichè riputano, che a' loro Editti, in tutta la Repubblica Cristiana, non vi sia bisogno di Placito Regio, ma che basti la pubblicazione fatta in Roma, per obbligar tutti; perciò occultamente tentarono, che tal Editto senza il Regio exequatur si pubblicasse in una Diocesi del Regno.

Parimente trovarono espediente di mandar le loro Commessioni agl'istessi Vescovi, imponendo loro che procedessero non come Ordinarj, ma come loro Delegati; e di vantaggio negli stessi Tribunali de' Vescovi vi creavano Ufficiali loro dipendenti con commessioni del S. Ufficio, valendosi per lo più di Frati e di Monaci.

Bisognò per tanto, che s'avesse nuovo ricorso al Re per estinguerne ogni vestigio e reliquia. L'opera fu cominciata nel Regno di Carlo II, ma ebbe il suo perfetto compimento nel Regno del nostro Augustissimo Imperadore Carlo VI. Sin da che entrarono nel Regno le sue felicissime armi, la città, come d'un affare importantissimo, lo tenne sollecito, perchè affatto spegnesse fra noi ogni vestigio d'Inquisizione.

Per far argine al primo inconveniente, spedì una sua regal carta da Barcellona a' 27 agosto nel 1709, drizzata al Cardinal Grimani Vicerè, per la quale colla maggior precisione e premura espressamente comandò, che non si desse esecuzione alcuna a qualunque Bolla, Breve, o altra Provisione che venisse da Roma, concernente affari d'Inquisizione, o che avessero la minima, anzi la più remota connessione, con l'idea d'introdurla nel Regno[81].

Per rimovere il secondo attentato d'introdurre nelle Corti vescovili Ufficiali dipendenti dall'Inquisizione di Roma, vi rimediò efficacemente il Cardinal Grimani Vicerè; poich'essendosi da' Napoletani scoverto, che un cotal Frate Teresiano Scalzo chiamato F. Maurizio frequentava spesso l'arcivescoval Corte di Napoli, con delegazioni segrete del S. Ufficio di Roma, del quale si vantava esser egli Commessario, fecero che immantenente l'Eletto del Popolo ricorresse dal Vicerè, affinchè ne cacciasse via il Frate, e facesse insinuare alla Corte arcivescovile, che nelle cause di S. Ufficio procedesse con via ordinaria, senza aver bisogno d'altri Ufficiali straordinari. Il Vicerè avendo tosto unito un Collaterale straordinario, con accordo del medesimo, s'uniformò a' desiderj della città, ed ordinò, che Fr. Maurizio fra due giorni diloggiasse dalla città, e otto dal Regno, siccome fu prontamente eseguito, ed il Cardinale con suo particolar biglietto[82], spedito a' 2 agosto del medesimo anno, ne diede avviso all'Eletto, per consolare il Popolo, della resoluzione presa.

Ma intanto non si tralasciava da' Deputati di pregare in Barcellona il Re, affinchè, per togliere ogni pretesto, che gli Ecclesiastici, con le loro sottili invenzioni, non li sovverchiassero ed opprimessero, degnassesi con suo regal dispaccio apertamente ordinare, che per l'avvenire nelle cause di Fede si proceda dagli Ordinari, per la via ordinaria, conforme si procede negli altri delitti comuni, e sta disposto dai sagri Canoni.

Il Re consentì alla domanda, e confermando alla città tutti i privilegi sopra ciò lor conceduti da' Re suoi predecessori, e spezialmente quello di Filippo II, precisamente ordinò al Cardinal Grimani suo Vicerè, che non permettesse de ninguna manera, que en las causas pertenecientes a nuestra Santa Fee, procedan sì no los Arzobispos, y demas Ordinarios de esse Reyno, como Ordinarios, con la via ordinaria, que se practica en los otros delitos, y causas criminales Ecclesiasticas, come si legge nel suo diploma[83] spedito in Barcellona a' 15 settembre del riferito anno 1709. Per le quali ultime parole, che non si leggevano nel diploma di Filippo II, si tolse ogni pretesto agli Ecclesiastici di cavillare gli antichi privilegi, e d'inventare nuove sottigliezze.

Così rimase affatto estinto e dileguato presso di noi ogni vestigio d'Inquisizione; ma con tutto ciò non rimangono i Deputati, che con tanto zelo ed oculatezza invigilano sopra quest'affare, sicuri e fuor d'ogni timore di nuove sorprese. Per ciò bisogna esser perseveranti, e con indefessa applicazione in vigilar sempre su gli andamenti degli Ecclesiastici; li quali, per esser pur troppo accorti e diligenti, non tralascieranno le occasioni, quando lor verrà in acconcio, di tentar improvvisamente altre nuove e non pensate imprese.