In tale stato ed accrescimento fu veduta in questi tempi la nostra Giurisprudenza nel Foro; ma nell'Accademia non ebbe pari fortuna. Nelle altre Università d'Europa, e particolarmente in quelle di Francia si videro fiorire assai più nelle Cattedre, che ne' Tribunali: in Parigi, in Tolosa, in Bourges, in Caors, in Valenza, in Turino, ed altrove, lo studio delle leggi romane era ridotto nella sua maggior politia e nettezza; l'erudizione, l'istoria (che non devono andar disgiunte per conseguirne i loro veri sensi) non eran in questi tempi cotanto da noi coltivate. Stando noi sotto il governo degli Spagnuoli, a' quali era sospetta ogni erudizione, che veniva di là da' Monti, ed ogni novità, che volesse introdursi nelle Scuole, fece che siccome nell'altre facoltà, così nella Giurisprudenza si calcassero le medesime pedate de' nostri antichi: erano mal sofferti e come Novatori riputati coloro, che si volessero ergere sopra l'usate forme, e trattar di altra maniera, contra l'usato stile, queste materie.
Per ciò nelle Cattedre fu continuato il medesimo istituto d'impiegare i Lettori sopra la Glossa e Bartolo: sopra il sesto volume, e trattare l'altre facoltà alla Scolastica. E quantunque nel governo del Conte di Lemos e del Duca d'Ossuna suo successore l'Accademia Napoletana si fosse veduta in maggior splendore, con tutto ciò, come diremo a suo luogo, non prima degli ultimi anni del precedente secolo, si vide nelle Cattedre fiorire l'erudizione, e trattare le scienze con altro metodo e politia. Con tutto ciò, per quanto comportava la condizione di questi tempi, rilussero pure in quella alcuni Cattedratici, che ora si nominano per le loro opere date alle stampe. Alessandro Turamino è il più rinomato. Questi ancorchè Sanese d'origine, fu Napoletano, ed ebbe nel 1594 nelli nostri Studi la Cattedra primaria vespertina del jus civile, con provvisione di ducati 680 l'anno; e nel 1593 diede alle stampe le sue opere legali[375]. Francesco d'Amicis, di Venafro, che vi spiegò i Feudi, e nel 1595 stampò in Napoli un libro In usibus Feudorum[376]. Annibale di Luca d'Airola, che vi spiegò il primo e terzo libro delle Istituzioni. Antonio Giordano di Venafro Lettore della prima Cattedra vespertina, di cui il Toppi[377] rapporta le onorevoli cariche, che occupò, e l'iscrizione del suo tumulo, che si vede nella Chiesa di S. Severino. Giovanni di Caramanico, Giovanni de Amicis, di Venafro, che stampò un volume dei Consigli; e per tralasciarne altri rapportati dal Toppi nella sua Biblioteca, il famoso Giacomo Gallo, il quale ottenne la Cattedra primaria vespertina del jus civile: celebre per l'opera, che compose, Juris Caesarei Apices, e per li suoi Consigli[378].
La Teologia, la Morale e lo studio delle cose Ecclesiastiche non erano niente rialzate: si trattavano all'uso delle Scuole; e più ne' Chiostri, tra' Frati, favoriti dagli Spagnuoli, che nell'Università tra Cattedratici, erano esercitate secondo l'antico stile.
La Filosofia e la Medicina furono per rialzarsi, ma vinte dalla colluvie di tanti Professori Scolastici e dai Galenisti, fu duopo cedere all'usanza, e rimanersi come prima negli antichi sistemi e metodi. Erano surti fra noi in questo secolo ingegni preclari, che rompendo il ghiaccio tentarono far crollare l'autorità d'Aristotele e di Galeno, e la Filosofia delle Scuole farla conoscere vana ed inutile. I primi fra noi, come si disse, furono Antonio e Bernardino Telesii Cosentini: Ambrogio di Lione da Nola, Antonio Galateo di Lecce, e Simon Porzio Napoletano, le cui opere (delle quali lunghi cataloghi leggiamo presso il Toppi, ed il Nicodemo) dimostrano, che calcando nuovi sentieri, benchè molto travagliassero per abbattere gli errori comuni delle Scuole, niente però prevalsero, nè poterono soli far argine ad un così ampio, ed impetuoso fiume; quindi il Cavalier Marino[379], parlando di Bernardino Telesio, disse, che se ben egli si fosse armato contro l'invitto Duce de la Peripatetica bandiera, e non n'avesse riportata vittoria, dovea bastargli d'averlo sol tentato; poichè la gloria e la vittoria vera delle imprese sublimi ed onorate, è l'averle tentate.
Ma nella fine di questo secolo discreditarono questa onorata impresa due Frati Domenicani, li quali non tenendo nè legge, nè misura, ed oltrepassando le giuste mete, siccome maggiormente accreditarono gli errori delle Scuole, così posero in discredito coloro, che volevano allontanarsene. Questi furono i famosi Giordano Bruno da Nola, e Tommaso Campanella di Stilo di Calabria. Giordano Bruno disputò sì bene contra li Peripatetici, e si rese assai celebre per le sue dotte opere, delle quali il Nicodemo[380] fece lungo catalogo: ma essendogli troppo piaciuti gli sogni di Raimondo Lullo, diede ancor egli nelle stranezze. Ma quello, che discreditò l'impresa di deviare da' comuni e triti sentieri, fu d'essersi avanzato ad insegnare la pluralità de' Mondi (donde si crede, che Renato des Cartes avesse appreso il suo sistema), e d'essersi ancora inoltrato in cose assai più gravi e pericolose; imputandosegli avere insegnato, che li soli Ebrei discendessero da Adamo ed Eva: che Mosè fosse stato un grande Impostore e Mago: le Sagre lettere essere un sogno, e molte altre bestemmie, onde fece in Roma nell'anno 1600 quell'infelice fine, che altrove fu da noi narrato.
(Di Giordano Bruno è stata a' nostri tempi data fuori una dissertazione da Carlo Stefano Giordano, impressa nell'anno 1726 col titolo: de Jordano Bruno Nolano Primislaniae Literis Ragoczyanis. Narra i suoi viaggi, e i varj avvenimenti da Nola; dove gli fa lasciar l'abito di Domenicano, e lo fa passar in Genevra. Quivi narra aver trovato Calvino, con cui ebbe gravi contese e brighe; onde di là cacciato, passò a Lione, indi a Tolosa, e da poi a Parigi, ove dimorò per più anni. Da Parigi, passò in Londra, indi in Germania a Wittemberg. Lasciata questa città passò a Praga, indi ad Elmstad, dove dal Duca di Brunswick fu caramente accolto. Da poi passò in Francfort ad Maenum, indi a Venezia. Quivi fu arrestato e condotto prigione in Roma, fu miseramente condennato al fuoco, ed arso. Mostra questo scrittore non aver letto l'Aggiunta del Nicodemo alla Biblioteca Napolitana del Toppi, il quale l'avrebbe somministrati maggiori lumi intorno alla dottrina del Bruno, e più diffuse notizie intorno alle opere che lasciò).
Tommaso Campanella ancor egli si pose ad abbatter li comuni errori delle Scuole, ma non tenne nè modo, nè misura. Scrisse infiniti volumi, ancorchè non tutti furono impressi, de' quali pure il Nicodemo[381] tessè lunghi cataloghi, ne' quali siccome s'ammira una gran vastità d'ingegno e di varia dottrina, così lo dimostrano per un gran imbrogliatore, per un fantastico e di spirito inquieto e torbido. Fu per porre sossopra le Calabrie, ideando libertà e nuove Repubbliche. Pretese riformar Regni e Monarchie, e dar leggi, e fabbricar nuovi sistemi, inviluppandosi in una congiura, nella quale scovertosi, che vi avesse la maggior parte, si discreditò maggiormente; poichè preso, e lungamente detenuto nelle carceri di S. Ermo, fu condennato a starvi perpetuamente. Le tante cose che disse e scrisse, alla fine lo liberarono da quella prigione, e ricoveratosi poi in Parigi, accolto da' Franzesi con molta stima ed onore, finì poi i suoi giorni nella maniera, che accennammo di sopra.
(Di Tommaso Campanella pure a dì nostri fu che volle prendersi cura di tesserne vita, e darci conto dei suoi scritti così di Filosofia, come di Astronomia, di Politica, e di che no? Ernesto Salomon Cipriano nato nella Franconia Orientale nell'anno 1705 fece imprimere in Amsterdam un libricciuolo in ottavo sotto il titolo: Vita et Philosophia Thomae Campanellae: ma passati quindici anni, Giacomo Echardo Monaco Dominicano del Convento dell'Annunziata di Parigi, riputando non avere Ernesto dato al segno, volle egli dar fuori un'altra vita del Campanella, che fece imprimere nel Tomo II. Scriptor Ordinis Praedicator. A. 1721 pag. 505, seqq., dove manifesta, intanto egli aversi presa questa cura, perchè il Cipriano, come e' dice, plura refert, vel non satis firma, vel etiam explodenda; ideo ne in his quis fallatur, ad censuram revocanda visa sunt. Ma il Cipriano non fece passar tanto tempo: che per rintuzzar la costui audacia, fece nell'anno seguente 1722 nuovamente in Amsterdam stampare la Vita di Campanella, con prefazione, dove si purga dalle imputazioni fattegli da Eccardo; ed aggiunge, come per appendice, così i giudicj di varj scrittori intorno alla vita e gli scritti del Campanella, come la vita istessa scritta da Eccardo. Veramente non meritavano gli scritti del Campanella che sopra i medesimi s'impiegassero tanti preclari ingegni per rintracciarne sistema alcuno di Filosofia o di Politica e d'altre scienze, delle quali niuna seppe a fondo, ed apprese con diritto giudicio e discernimento, avendo il capo sempre pieno di varie fantasie, che più tosto lo rendevan fecondo di portentosi delirj le sorprendenti illusioni, che di sodi e ben tirati raziocinj. Meglio di tutti perciò fece l'incomparabile Ugo Grozio; il quale scrivendo a Gerardo Gio. Vossio, nell'Ep. 87 in due parole si sbrigò dandone al medesimo il suo giudicio, dicendogli: legi et Campanellae somnia. A questi due può aggiungersi Giulio Cesare Vanino della Provincia di Otranto, nella sorte uguale al Bruno in vita ed in morte, ed al Campanella nelle stravaganze, illusioni, misterj ed arcani. Nacque egli in Taurisano, terra del Conte Francesco di Castro Duca di Taurisano da Otranto non molto lontana, da Gio. Battista Vanino e Beatrice Lopez de Noguera; a cui fu imposto il nome di Lucilio, che mutò poi in quello di Giulio Cesare. Fu mandato da' parenti a studiare in Napoli, dove fece notabili progressi, frequentando l'Academia degli Oziosi, allora in Napoli celebratissima. Passò poi in Padova ed in altre città d'Italia, nelle quali acquistò l'amicizia di Pietro Pomponazio Mantuano e del Cardano, allora vecchissimi. Nell'Imperio di Rodolfo II passò in Germania, indi a Boemia in Praga; dalla qual città passossene poi in Olanda, ed in Amsterdam per qualche tempo dimorò. Nel 1614, si portò a Parigi. Ritornò poi in Genevra, e si trattenne per qualche tempo anche in Genova ed a Nizza di Savoia. Nel 1616 diede fuori l'ultimo suo libro de Arcanis Naturae; nel quale dice averlo composto mentre appena avea toccato l'età di trenta anni. Ma il suo destino lo portò poi ad infelicissimo fine; poichè non sapendosi contenere nelle brigate di francamente parlare delle strane sue fantasie, compiacendosi d'aver circoli d'auditori avidi di novità, essendo passato in Tolosa, trovò quivi per sua disavventura un uomo non ignobile di Franconia il quale l'andò ad accusare a quel Magistrato per Mago, e disseminatore d'empia e perversa dottrina. Il Parlamento di Tolosa nel mese di novembre dell'anno 1618, avendogli presa tutta la sua suppellettile, scritture e libri, lo fece imprigionare, e fabbricato il processo sopra i delitti de' quali veniva accusato, fu per sentenza del medesimo condennato ad esser con suoi libri bruciato. Fu nel mese di febbraio del nuovo anno 1619 posto sopra un carro, e portato nel luogo del supplicio, non mostrò quella costanza d'animo che prometteva. Quivi giunto gli fu tagliata prima la lingua, da poi fu gettato co' suoi libri nelle fiamme divoratrici, le quali avendolo ridotto in ceneri, furon anche queste sparse nell'aria e portate dal vento. Scrisse ultimamente la di lui Vita Gio. Maurizio Schrammio; il quale nell'istesso tempo che lo porta reo, per le arti magiche che professava, e che gli fa raccontare un miracolo accaduto in Presivi terra vicina a Taurisano, lo riputa per un famoso Ateo nel frontispizio del suo libro, stampato nell'anno 1715 in Custrino con questo titolo: De Vita et scriptis famosi Athei Julii Caesaris Vanini, Custrini, An. 1715, in 8).
La Poesia però, e sopra tutto l'Italiana, si vide in buono stato per li non meno eccellenti, che nobili uomini, che la professarono: si distinsero fra' Nobili Ferrante Caraffa, Alfonso e Costanza d'Avalos, Giangirolamo Acquaviva, Angelo di Costanzo, Bernardino Rota e Dianora Sanseverino, Galeazzo di Tarsia Cosentino. Rilussero ancora Antonio Epicuro, Niccolò Franco di Benevento, Lodovico Paterno Napoletano, Antonio Minturno di Trajetto, il famoso Luigi Tansillo di Nola ed alcuni altri, che non meno in rime, che in versi latini si resero chiari ed illustri. Ma sopra tutti costoro nella fine di questo secolo s'innalzò l'incomparabile Torquato Tasso, di cui tanto si è parlato e scritto, il quale morto in Roma nell'an. 1595 al suo cadere, cadde ancora presso noi la poesia; poichè nel nuovo secolo XVII surti Giambattista Marini, lo Stigliano e Giuseppe Battisti, prese altre strane e mostruose forme, fin che nel declinar del secolo non la restituissero, nell'anno 1678, Pirro Schettini in Cosenza, e nel 1679 Carlo Buragna in Napoli.